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mercoledì 15 gennaio 2025

Interferenze ucraine in Italia: Kiev MINACCIA la nostra libertà di espressione?

 



Villa Paradiso e la vergognosa russofobia del Comune di Bologna - Leonardo Sinigaglia

 

Il consiglio comunale di Bologna, guidato dal membro del Partito Democratico Matteo Lepore, ha deliberato la rimozione di “Villa Paradiso” dall’elenco delle Case di Quartiere della città. La struttura ospita da cinque anni un centro sociale culturale che si trova quindi fattivamente “sfrattato”. Quella che potrebbe sembrare una semplice decisione amministrativa è in realtà squisitamente politica, perché il centro sociale di Villa Paradiso ha la grave “colpa” di  aver provocato più di un grattacapo ai dirigenti piddini del comune, organizzando, oltre a numerose iniziative sociali, eventi culturali volti a infrangere la cupola di propaganda e mistificazione della realtà costruita dalla macchina mediatica della NATO, dando spazio a temi come il genocidio in corso in Palestina, il ricordo dei partigiani sovietici nella Resistenza italiana, le cause e la realtà del conflitto in corso in Donbass e Ucraina.

L’azione “non-allineata” del centro sociale aveva già portato a diversi episodi di censura, con l’ordine dato da Lepore di desistere dall’organizzare conferenze e proiezioni di documentari, pena la revoca della concessione della struttura. Mancando i presupposti per poter procedere in questo senso, essendosi i gestori sempre adeguati alle liberticidi direttive, il sindaco ha pensato di risolvere la questione alla radice, “chiudendo” la casa di quartiere. Così facendo Bologna si qualifica a tutti gli effetti come “capitale italiana della censura”.

Incontenibile la gioia della fanatica atlantista Pina Picierno, vicepresidente del cosiddetto “Parlamento europeo”, che sul suo profilo X scrive: “Molto bene la decisione del @comunebologna che revoca la convenzione con l’associazione filorussa che gestiva Villa Paradiso; Villa Paradiso sarà destinata al welfare e al benessere dei cittadini e non più alla diffusione di disinformazione di stampo putiniano; La consapevolezza delle istituzioni locali che la disinformazione del regime putiniano è un problema di sicurezza nazionale cresce giorno dopo giorno e continueremo ad essere vigili e attenti, ognuno per la propria parte di responsabilità. Intanto grazie al Sindaco di Bologna Matteo Lepore per questa importante iniziativa[1].

Quello che Lepore e la sua ghenga piddina ammettono solo a denti stretti è orgogliosamente sbandierato dalla Picierno: una struttura è stata sottratta all’uso pubblico unicamente per le opinioni politiche dei suoi gestori, che rifiutano di essere arruolati nella guerra della NATO contro la Russia sottomettendosi a narrazioni tossiche frutto di vere e proprie operazioni psicologiche e propagandiste.

Il vergognoso atto del Comune di Bologna è la “degna” conclusione di più di un anno di campagna censoria e persecutoria volta disperatamente a combattere l’oggettiva tendenza che porta gli italiani sempre più lontani dalle bugie della NATO e li spinge a cercare punti di vista alternativi. Non si tratta di un caso isolato: solo in questa settimana ben due strutture comunali, a Tortona e Arezzo, sono state negate per motivi politici a chi voleva organizzare la proiezioni di documentari prodotti da Russia Today. L’ambasciata di Kiev in Italia è scesa direttamente in campo per cercare invece di impedire la proiezione di un documentario a Resana, in provincia di Treviso. In questo caso si tratta del documentario  “I bambini del Donbass”, che getta luce su coloro che, dal 2014 ad oggi, nella loro vita non hanno conosciuto altro che la guerra e le bombe sganciate dalle milizie del regime di Kiev.

E’ chiaramente in atto una campagna a livello nazionale dalla chiara matrice euro-atlantica che mira a combattere la libertà d’informazione ed esercitare una censura politica preventiva su qualsiasi iniziativa culturale. Questa campagna, nonostante gli sforzi degli agenti del potere imperialista, dal “Parlamento europeo” ai consigli comunali, è destinata a fallire, non solo per il declino dell’egemonia statunitense, ma per la tenace resistenza di chi in Italia continua ad opporsi all’esistenza di una narrazione a senso unico, di un monopolio informativo atlantista che avvelena le coscienze della nostra popolazione.

[1] https://x.com/pinapic/status/1877811615518560272?t=TNq8bgpIuqkskcy3o-DNrQ&s=19

da qui


lunedì 14 ottobre 2024

Morta in carcere la donna che aveva esposta la bandiera russa a Odessa - Leonardo Sinigaglia

 

Una notizia che non apparirà nei media occidentali: Elena Chesakova, cittadina di Odessa che aveva esposto la bandiera russa per dire basta a una guerra voluta dalla NATO, è deceduta mentre era tenuta in custodia dalla polizia del regime di Kiev. La morte è ufficialmente attribuita a un infarto. “Il suo cuore non ha retto”, dicono gli agenti[1], ma è più che probabile, si potrebbe dire quasi certo visti i precedenti della repressione contro i dissidenti politici, che Elena sia morta per le violenze ricevute dopo l’arresto.

La sera dell’8 ottobre, Elena Chesakova è salita sul piedistallo del monumento a Caterina II[2], la zarina fondatrice della città, già smantellato dalle autorità del regime nel 2022 nell’ambito della campagna contro la “russificazione” iniziata nel 2014 ma cresciuta d’intensità a partire dal 2022 arrivando, tra le altre cose, anche al rogo delle opere di Pushkin. Elena aveva in mano una bandiera russa e, sfidando la violenza di numerosi banderisti accorsi per lanciare insulti e oggetti contro di lei, ha iniziato a parlare affermando che ucraini e russi fanno parte dello stesso popolo, che la guerra è stata voluta dalla NATO e degli Stati Uniti e che non è negli interessi di nessuno slavo combatterla.

Frasi coraggiose e di buon senso che risplendono in un paese avvolto in una pesante cappa di censura e fanatismo resa possibile non solo dagli apparati del regime di Zelensky e delle sue milizie neonaziste, ma anche, e soprattutto, dal continuo supporto politico e militare occidentale. Frasi che però non potevano essere accettate da chi è impegnato da anni a propagandare la “guerra totale” contro il nemico moscovita. Elena Chesakova è stata rapidamente trattenuta da militanti neonazisti e consegnata alla polizia. Come da tradizione, questa ha tentato di mettere pressione psicologica affinché Elena si “scusasse” pubblicamente tramite un video, magari adducendo come scusa problemi psicologici, l’aver bevuto troppo o l’essere stata pagata da qualcuno, come più volte successo in caso di dissidenti politici arrestati. Ma Elena ha tenuto duro, e davanti alle telecamere dell’SBU ha affermato la natura politica del suo gesto: “Non perdonerò mai coloro che hanno attaccato il Donbass e Odessa nel 2014. Ovviamente, sono state le Forze armate ucraine, erano lì fin dall'inizio... Sostengo il mondo russo, sostengo la Russia, sostengo Vladimir Vladimirovich Putin. Quando questi ragazzi che vanno a caccia di soldi per difendere la nostra presunta patria…da chi? Dai nostri fratelli slavi? Penso che la NATO, l'America stiano facendo tutto questo... Questo viene fatto per distruggere gli slavi"[3].

Per queste affermazioni e per il suo gesto è stata quindi denunciata in base all’articolo del codice penale che punisce chi giustifica, nega o riconosce come legittima “l’aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina”. Formalmente per questa accusa avrebbe rischiato anche tre anni di carcere, andando a unirsi in caso di condanna a migliaia di dissidenti politici, dai sacerdoti della Chiesa Ortodossa Ucraina ai militanti comunisti e antifascisti. Ma “il suo cuore non ha retto”, o meglio qualcuno ha deciso di “darle una lezione”, per sfogare la frustrazione di non riuscire, nonostante il colossale supporto internazionale, a sconfiggere il nemico esterno su un ben più fragile nemico interno.

Si tratta purtroppo a scene a cui il regime ucraino ci ha abituati. Nella sua difesa militante dei pretesi “valori europei”, le autorità di Kiev hanno ucciso giornalisti come Gonzalo Lira, assassinato civili stranieri rei di portare un certo cognome, come Darya Dugina, promosso aggressioni contro Chiese e sacerdoti, incarcerato chi aveva fatto un post “sbagliato” sui social o aveva aderito a un partito “nemico”, come nei casi dei fratelli Kononovich e di Alexander Matyushenko, massacrato “collaborazionisti, come testimoniano fosse comuni rinvenute in tutti i territori liberati dall’occupazione banderista…l’uccisione di una donna coraggiosa come Elena Chesakova non è che l’ennesimo crimine di Zelensky, un crimine reso però possibile unicamente dall’intervento euro-atlantico del 2014 che ha gettato l’Ucraina nelle mani di milizie estremiste e fanatiche pronte al sistematico sterminio degli oppositori.

  

[1] https://it.news-pravda.com/world/2024/10/10/76926.html

[2] https://t.me/contronarrazione/5120

[3] https://by.tsargrad.tv/news/pytavshajasja-vyvesit-flag-rossii-v-odesse-zajavila-chto-podderzhivaet-putina_1064990

 

da qui