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sabato 27 gennaio 2024

All’ombra dell’Olocausto - Masha Gessen

 

Berlino non smette mai di ricordarci quello che è successo. Diversi musei sono dedicati al totalitarismo e all’Olocausto. Il memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa occupa un intero isolato. In un certo senso, però, le strutture più grandi sono la cosa meno importante. I monumenti commemorativi che ci raggiungono di soppiatto – quello ai libri bruciati, che è letteralmente sottoterra, e le migliaia di pietre d’inciampo posate nei marciapiedi per commemorare individui ebrei, sinti, rom, omosessuali, persone con disturbi psichici e altre assassinate dai nazisti – rivelano la pervasività dei mali che sono stati commessi in questo luogo. All’inizio di novembre, mentre stavo camminando verso la casa di un amico, mi sono imbattuta nel pannello che dà informazioni sul sito del bunker di Hitler. L’avevo già fatto tante volte. Sembra una bacheca di quartiere, ma racconta la storia degli ultimi giorni del Führer.

Alla fine degli anni novanta e all’inizio degli anni duemila, quando molti di questi memoriali furono concepiti e installati, ero spesso a Berlino. Era esaltante vedere la cultura della memoria prendere forma. Ecco un paese, o almeno una città, che stava facendo ciò che la maggior parte delle culture non può fare: guardare ai propri crimini, al proprio io peggiore. Ma, a un certo punto, lo sforzo ha cominciato a sembrare statico, messo sotto vetro, come se fosse un tentativo non solo di ricordare la storia, ma di ricordare questa storia particolare, e solo in questo modo. È vero anche in senso fisico. Molti dei memoriali sono in vetro: il Reichstag, un edificio quasi distrutto durante l’era nazista e ricostruito mezzo secolo dopo, ora è sormontato da una cupola di vetro. Anche il memoriale dei libri bruciati è sotto vetro. Pareti divisorie e lastre trasparenti mettono ordine nella splendida collezione, un tempo casuale, chiamata “topografia del terrore”. Come mi ha detto Candice Breitz, un’artista ebrea sudafricana che vive a Berlino, “le buone intenzioni degli anni ottanta sono cambiate, spesso sono diventate un dogma”.

Alcuni dei grandi pensatori ebrei sopravvissuti hanno cercato di dire al mondo che il fatto che l’Olocausto sia successo significa che era e rimane possibile

Tra i pochi spazi in cui la rappresentazione della memoria non è fissata in modo permanente ci sono un paio di gallerie del museo ebraico, che è stato completato nel 1999. Quando l’ho visitato, in una galleria al piano terra era esposta un’installazione, Prove dello spettacolo degli spettri. È un video ambientato nel kibbutz Beeri, la comunità in cui il 7 ottobre Hamas ha ucciso più di novanta persone, quasi un residente su dieci, durante l’attacco a Israele che alla fine ha causato 1.140 vittime. Nel video, gli abitanti di Beeri recitano a turno i versi di una poesia della poeta Anadad Eldan, parte della comunità: “… dalla palude tra le costole / è affiorata colei che si era immersa in te / e tu sei costretta a non gridare / e inseguire le forme che fuggono lì fuori”. Il video, realizzato da Nir Evron e Omer Krieger, due artisti israeliani che vivono a Berlino, è stato completato nove anni fa. Comincia con una veduta aerea della zona, si vede la Striscia di Gaza, poi lentamente si concentra sulle case del kibbutz, alcune sembrano bunker. Non sono sicura di ciò che gli artisti e la poeta intendessero comunicare, ma oggi l’installazione sembra un pianto funebre per Beeri (Eldan, che ha quasi cento anni, è sopravvissuta all’attacco di Hamas).

In fondo al corridoio c’era uno degli spazi che Daniel Libeskind, l’architetto che ha progettato il museo, ha chiamato “vuoti”, fasci d’aria che perforano l’edificio, simboli dell’assenza degli ebrei in Germania per generazioni. Lì c’è Foglie cadute, un’installazione dell’israeliano Menashe Kadishman: più di diecimila lastre di ferro tonde con sopra incisi occhi e bocche, come disegni infantili di facce urlanti. Quando ci si cammina sopra fanno un rumore metallico che ricorda quello delle catene o dell’otturatore di un fucile. L’artista ha dedicato l’opera ai morti dell’Olocausto e ad altre vittime innocenti della guerra e della violenza. Non so cosa avrebbe detto Kadishman, morto nel 2015, dell’attuale conflitto. Ma, dopo essere passata dall’inquietante video del kibbutz Beeri alle facce di ferro che tintinnano, ho pensato alle migliaia di abitanti di Gaza uccisi per rappresaglia agli ebrei uccisi da Hamas. Poi ho pensato che, se in Germania avessi dichiarato pubblicamente il mio pensiero, mi sarei messa nei guai.

Il 9 novembre, in occasione dell’85° anniversario della “notte dei cristalli”, sulla porta di Brandeburgo sono state proiettate in bianco e blu una stella di David e la frase Nie wieder ist jetzt!, “Mai più è adesso!”. Quel giorno il Bundestag, il parlamento federale tedesco, stava esaminando una proposta di legge intitolata “Accettare la responsabilità storica e proteggere la vita ebraica in Germania”, che conteneva più di cinquanta misure per combattere l’antisemitismo nel paese. Alcuni di questi provvedimenti: espellere gli immigrati che commettono crimini antisemiti; intensificare le attività dirette contro il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds); sostenere gli artisti ebrei “il cui lavoro è fondamentale per la lotta all’antisemitismo”; applicare una particolare definizione di antisemitismo nelle decisioni sui finanziamenti e le scelte politiche; rafforzare la cooperazione tra le forze armate tedesche e quelle israeliane. Il vicecancelliere tedesco, Robert Habeck, dei Verdi, ha detto che i musulmani che vivono in Germania dovrebbero “prendere chiaramente le distanze dall’antisemitismo per non compromettere il loro stesso diritto alla tolleranza”.

La Germania ha regolamentato da tempo i modi in cui l’Olocausto è ricordato e discusso. Nel 2008, parlando davanti alla knesset, il parlamento d’Israele, in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione dello stato, la cancelliera tedesca Angela Merkel sottolineò la particolare responsabilità della Germania non solo di conservare la memoria dell’Olocausto come atrocità che non ha uguali nella storia, ma anche di garantire la sicurezza di Israele. Era, continuò, una delle priorità tedesche. Da allora sembra che in Germania questo sentimento sia espresso ogni volta che si parla di Israele, di ebrei o di antisemitismo.

Allo stesso tempo, si è aperto un dibattito confuso ma stranamente consequenziale su cos’è l’antisemitismo. Nel 2016 l’organizzazione intergovernativa International holocaust remembrance alliance (Ihra) ha adottato questa definizione: “L’antisemitismo è una percezione degli ebrei che può essere espressa come odio verso di loro. Le manifestazioni verbali e fisiche dell’antisemitismo sono dirette contro ebrei o non ebrei e/o le loro proprietà, e contro le istituzioni e le strutture religiose della comunità ebraica”. L’Ihra fa undici esempi, che cominciano con l’ovvio “invocare o giustificare l’uccisione degli ebrei” ma includono anche “affermare che l’esistenza di uno stato di Israele è una forma di razzismo” e “paragonare la politica israeliana contemporanea a quella dei nazisti”.

Questa definizione non ha valore giuridico, ma ha avuto un’influenza straordinaria. Venticinque stati dell’Unione europea e il ministero degli esteri degli Stati Uniti l’hanno approvata o adottata. Nel 2019, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato una legge che prevedeva il blocco dei finanziamenti federali ai college che non proteggevano gli studenti dall’antisemitismo per come era stato identificato dell’Ihra. Il 5 dicembre di quest’anno Washington ha approvato una risoluzione non vincolante che condanna l’antisemitismo come definito dall’Ihra, proposta da due deputati repubblicani ebrei e contrastata da diversi eminenti democratici ebrei.

Nel 2020, un gruppo di accademici ha proposto un significato alternativo di antisemitismo, che ha chiamato “dichiarazione di Gerusalemme”. È espresso come una forma di “discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)”, con esempi che aiutano a distinguere le dichiarazioni e le azioni anti-israeliane da quelle antisemite. Ma anche se alcuni stimati studiosi dell’Olocausto hanno partecipato alla sua stesura, la dichiarazione non ha intaccato l’influenza dell’Ihra. Nel 2021 la Commissione europea ha pubblicato un manuale “per l’uso pratico” della definizione dell’Ihra, che raccomanda il suo uso, tra le altre cose, nella formazione delle forze dell’ordine affinché possano riconoscere i crimini d’odio, e nella creazione di ruoli di procuratore, coordinatore o commissario per l’antisemitismo.

La Germania lo aveva già fatto. Nel 2018, aveva creato l’Ufficio del commissario del governo federale per la vita ebraica in Germania e la lotta contro l’antisemitismo, una grande organizzazione burocratica che comprendeva commissari a livello statale e locale, alcuni dei quali lavorano nelle procure e nei distretti di polizia. Da allora, la Germania registra un aumento quasi ininterrotto di incidenti antisemiti: più di duemila nel 2019, più di tremila nel 2021. Secondo un gruppo di monitoraggio, nel mese successivo all’attacco di Hamas ci sono stati ben 994 casi. Ma le statistiche non distinguono quello che i tedeschi chiamano antisemitismo legato a Israele, per esempio le critiche alle politiche del governo israeliano, da episodi violenti come il tentativo di attacco armato a una sinagoga, a Halle nel 2019, in cui morirono due passanti; i colpi sparati contro la casa di un ex rabbino, a Essen nel 2022; e le due bottiglie molotov lanciate in una sinagoga di Berlino lo scorso ottobre. In realtà, il numero di azioni violente è rimasto relativamente stabile e dopo l’attacco di Hamas non è aumentato.

Oggi in Germania ci sono decine di commissari per l’antisemitismo. Non hanno mansioni specifiche né sono inquadrati giuridicamente, e gran parte del loro lavoro sembra consistere nell’umiliare pubblicamente quelli che considerano antisemiti, spesso perché “negano l’unicità dell’Olocausto” o criticano Israele. Quasi nessuno di questi commissari è ebreo, mentre la percentuale di ebrei tra i loro bersagli è decisamente più alta. Tra questi c’è il sociologo tedesco-israeliano Moshe Zuckermann, che è stato preso di mira per aver sostenuto il movimento Bds, e il fotografo ebreo sudafricano Adam Broomberg.

Nel 2019 il Bundestag ha approvato una risoluzione in cui accusa il Bds di essere antisemita, raccomandando di non concedere finanziamenti statali a eventi e istituzioni collegate al movimento. La storia della risoluzione è significativa. Una sua prima versione era stata presentata da Alternative für Deutsch­land (Afd), il partito etnonazionalista ed euroscettico di estrema destra allora relativamente nuovo nel parlamento tedesco. I politici tradizionali l’avevano respinta perché proveniva dall’Afd, ma, temendo di essere considerati incapaci di combattere l’antisemitismo, ne avevano subito presentata una simile. La risoluzione era imbattibile perché collegava il Bds alla “fase più terribile della storia tedesca”. Per l’Afd, i cui leader fanno dichiarazioni apertamente antisemite e appoggiano la rinascita del linguaggio nazista, il fantasma dell’antisemitismo è uno strumento perfetto da sfruttare cinicamente sia per entrare nel mainstream politico sia come arma che può essere usata contro gli immigrati musulmani.

Il Bds, che s’ispira al movimento di boicottaggio contro l’apartheid sudafricano, cerca di usare la pressione economica per garantire uguali diritti ai palestinesi che vivono in Israele, porre fine all’occupazione e promuovere il ritorno degli esuli palestinesi. Molte persone lo trovano problematico perché non afferma il diritto all’esistenza dello stato israeliano, anzi, alcuni suoi sostenitori auspicano il totale disfacimento del progetto sionista. Tuttavia si potrebbe obiettare che associare all’Olocausto un movimento di boicottaggio non violento, che è stato esplicitamente definito un’alternativa alla lotta armata, è un modo di relativizzare l’Olocausto stesso. Ma, secondo la logica della politica della memoria tedesca, poiché il boicottaggio è rivolto contro gli ebrei – anche se molti dei sostenitori del movimento sono ebrei – il Bds è antisemita. Si potrebbe perfino sostenere che l’intrinseca confusione tra ebrei e stato di Israele è antisemita, e soddisfa la definizione di antisemitismo dell’Ihra. Dato il coinvolgimento dell’Afd e il fatto che la risoluzione viene usata in gran parte contro gli ebrei e i neri, potremmo pensare che questo argomento guadagni terreno. Ma sbaglieremmo.

La costituzione tedesca – a differenza di quella statunitense ma come quelle di molti paesi europei – non è interpretata in modo da rappresentare una garanzia assoluta della libertà di parola. Assicura, tuttavia, libertà di espressione non solo nei mezzi d’informazione, ma anche nelle arti e nelle scienze, nella ricerca e nell’insegnamento. Se la risoluzione contro il Bds diventasse legge, probabilmente sarebbe considerata incostituzionale. Ma non è stata sottoposta a questa prova. Uno dei motivi che l’hanno resa particolarmente influente è la nota generosità dello stato tedesco: quasi tutti i musei, le mostre, le conferenze, i festival e altre iniziative culturali ricevono finanziamenti dal governo federale, statale o locale. “È un ambiente maccartista”, dice Candice Breitz . “Ogni volta che vogliamo invitare qualcuno, loro” – qualsiasi agenzia governativa finanzi un evento – “cercano il nome su Google per vedere se è associato al Bds, a Israele o all’apartheid”.

Un paio di anni fa, Breitz, che nella sua arte affronta i temi della questione razziale e dell’identità, e Michael Rothberg, che tiene corsi sull’Olocausto all’Università della California a Los Angeles, hanno cercato di organizzare una giornata di studi sulla memoria tedesca dell’Olocausto intitolato “Dobbiamo parlare”. Dopo mesi di preparativi, i finanziamenti statali per il convegno sono stati ritirati, probabilmente perché il programma includeva una tavola rotonda che collegava Auschwitz al genocidio degli herero e dei nama commesso tra il 1904 e il 1908 dai colonizzatori tedeschi in quella che oggi è la Namibia. “Alcune delle tecniche della Shoah sono state sviluppate allora”, ha detto Breitz. “Ma non ci è permesso parlare allo stesso tempo del colonialismo tedesco e della Shoah, perché è come metterli sullo stesso piano”.

L’insistenza sull’unicità dell’Olocausto e la centralità dell’impegno della Germania ad affrontare le proprie responsabilità in quel periodo della sua storia sono due facce della stessa medaglia: considera l’Olocausto un evento che i tedeschi devono sempre ricordare e di cui devono parlare, ma che non devono temere di ripetere, perché è diverso da qualsiasi altra cosa che sia mai accaduta o che mai accadrà. La storica tedesca Stefanie Schüler-Springorum, che dirige il Centro di ricerca sull’antisemitismo di Berlino, sostiene che la Germania unificata ha trasformato la resa dei conti con l’Olocausto nella sua idea nazionale, e di conseguenza “qualsiasi tentativo di far progredire la nostra comprensione dell’evento storico attraverso confronti con altri crimini tedeschi o altri genocidi, può essere, ed è, percepito come un attacco alle fondamenta stesse del nuovo stato”. Forse è questo il significato di “Mai più è adesso”.

Alcuni dei grandi pensatori ebrei sopravvissuti all’Olocausto hanno trascorso il resto della loro vita cercando di dire al mondo che quell’orrore, pur essendo stato letale come nessun altro, non doveva essere visto come un’aberrazione. Il fatto che l’Olocausto fosse successo significa che era e rimane possibile. Il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman sosteneva che la natura imponente, sistematica ed efficiente dell’Olocausto era legata alla modernità, anche se non era affatto predeterminata, ed era in linea con altre invenzioni del novecento. Theodor Adorno studiò quello che rende le persone inclini a seguire i leader autoritari e cercò un principio morale che impedisse un’altra Auschwitz.

Nel 1948, Hannah Arendt scrisse una lettera aperta che cominciava così: “Tra i fenomeni politici più inquietanti dei nostri tempi c’è l’emergere nell’appena nato stato di Israele del Partito della libertà (Tnuat haherut), una forza politica strettamente affine per organizzazione, metodi, filosofia politica e attrattiva sociale ai partiti nazisti e fascisti”. Appena tre anni dopo l’Olocausto, la filosofa paragonava un partito israeliano al partito nazista, cosa che oggi sarebbe considerata una violazione della definizione di antisemitismo dell’Ihra. Arendt basava il suo paragone su un attacco effettuato dall’Irgun, un predecessore paramilitare del Partito della libertà, contro il villaggio arabo di Deir Yassin, che non era stato coinvolto nella guerra e non era un obiettivo militare. Gli aggressori “uccisero la maggior parte dei suoi abitanti – 240 tra uomini, donne e bambini – e tennero in vita alcuni di loro solo per farli sfilare come prigionieri per le strade di Gerusalemme”.

Il motivo della lettera di Arendt era stato una visita programmata negli Stati Uniti del leader del partito, Menachem Begin. Albert Einstein, un altro ebreo tedesco sfuggito ai nazisti, aggiunse la sua firma. Trent’anni dopo, Begin sarebbe diventato primo ministro di Israele. Un altro mezzo secolo dopo, a Berlino, la filosofa Susan Neiman, che dirige un istituto di ricerca intitolato a Einstein, ha partecipato a una conferenza intitolata “Dirottare la memoria: l’Olocausto e la nuova destra” con un intervento che potrebbe causarle dei problemi perché mette in discussione il modo in cui oggi la Germania usa la sua cultura della memoria. Neiman è cittadina israeliana e si occupa di memoria e morale. Uno dei suoi libri si intitola Learning from the germans. Race and the memory of evil (Imparare dai tedeschi. La razza e la memoria del male). Negli ultimi due anni, dice Neiman, la cultura della memoria è “andata in tilt”.

La risoluzione tedesca contro il Bds, per esempio, ha avuto un forte effetto sulla scena culturale del paese. La città di Aquisgrana si è ripresa un premio di diecimila euro assegnato all’artista libanese-statunitense Walid Raad. La città di Dortmund e la giuria del premio Nelly Sachs, del valore di 15mila euro, hanno revocato il riconoscimento che avevano dato alla scrittrice britannico-pachistana Kamila Shamsie. Il filosofo politico camerunese Achille Mbembe rischiava di non partecipare a un festival perché per il commissario federale per l’antisemitismo era un sostenitore del Bds e “relativizza l’Olocausto” (Mbembe ha detto di non essere collegato al movimento, poi il festival è stato cancellato a causa del covid-19). Nel 2019 il direttore del Museo ebraico di Berlino, Peter Schäfer, si è dimesso dopo essere stato accusato di appoggiare il Bds. L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva anche chiesto ad Angela Merkel di tagliare i finanziamenti al museo perché la sua mostra su Gerusalemme dedicava troppo spazio ai musulmani della città (la risoluzione contro il Bds è unica per impatto, ma non nei contenuti: nella maggior parte degli Stati Uniti esistono leggi sui libri che equiparano il boicottaggio all’antisemitismo e le autorità negano i finanziamenti statali alle persone e alle istituzioni che lo sostengono).

Quando la giornata di studi “Dobbiamo parlare” è stata cancellata, Breitz e Rothberg hanno proposto un convegno intitolato “Abbiamo ancora bisogno di parlare”. L’elenco dei relatori era impeccabile. Un ente governativo li aveva controllati tutti e aveva accettato di finanziare l’iniziativa. Era prevista per l’inizio di dicembre. Poi Hamas ha attaccato Israele. “Sapevamo che da quel momento ogni politico tedesco avrebbe considerato molto rischioso essere collegato a un evento che avesse relatori palestinesi o nominasse la parola apartheid”, dice Breitz. Il 17 ottobre ha saputo che i fondi erano stati ritirati. Nel frattempo, in tutta la Germania la polizia stava reprimendo le manifestazioni che chiedevano il cessate il fuoco a Gaza o esprimevano sostegno ai palestinesi. Invece di un convegno, Breitz e molti altri hanno organizzato una protesta. L’hanno chiamata “Abbiamo ancora ancora ancora ancora bisogno di parlare”. A circa un’ora dall’inizio del raduno, la polizia si è fatta largo tra la folla per confiscare un cartello che diceva “Dal fiume al mare, chiediamo uguaglianza”. La persona che lo aveva portato era un’ebrea israeliana.

Da allora, la proposta di “assumersi la responsabilità storica” è ferma al Bundestag. Ma la battaglia contro l’antisemitismo continua. A novembre, l’organizzazione di Documenta, una delle rassegne d’arte contemporanea più importanti del mondo, è piombata nel caos quando il quotidiano Süddeutsche Zeitung ha riesumato una petizione che un membro del comitato artistico, Ranjit Hoskote, aveva firmato nel 2019 per protestare contro un evento in programma su sionismo e Hindutva, un movimento di estrema destra, e la petizione accusava il sionismo di essere “un’ideologia razzista che invoca un apartheid coloniale in cui i non ebrei non hanno pari diritti e, in pratica, si basa sulla pulizia etnica dei palestinesi”. La Süddeutsche Zeitung aveva inserito l’articolo nella sezione Antisemitismo. Hoskote si è dimesso e il resto del comitato lo ha seguito. Una settimana dopo, Breitz ha letto su un giornale che un museo del Saarland aveva cancellato una sua mostra, in programma per il 2024, “in considerazione della copertura mediatica che avrebbero avuto le sue controverse dichiarazioni sulla guerra di aggressione di Hamas contro lo stato di Israele”.

Anovembre ho lasciato Berlino per andare a Kiev, attraversando in treno la Polonia e poi l’Ucraina. Questo articolo è un’occasione per dire alcune cose sul mio rapporto con la storia ebraica di queste terre. Molti ebrei statunitensi vanno in Polonia per visitare quel poco che è rimasto dei vecchi quartieri ebraici, per mangiare cibo cucinato secondo le ricette lasciate da famiglie estinte da tempo e per rivisitare la storia ebraica, i ghetti e i campi di concentramento nazisti. Sono vicina a questa storia. Sono cresciuta nell’Unione Sovietica degli anni settanta, all’ombra onnipresente dell’Olocausto, perché solo una parte della mia famiglia era sopravvissuta e perché la censura sovietica vietava di parlarne in pubblico. Quando, verso i nove anni, venni a sapere che alcuni criminali di guerra nazisti erano ancora a piede libero, smisi di dormire. Immaginavo uno di loro che si arrampicava sul nostro balcone per portarmi via.

Durante l’estate, nostra cugina Anna e i suoi figli venivano a trovarci dalla Polonia. Dopo l’incendio del ghetto di Varsavia, i suoi genitori avevano deciso di uccidersi. Il padre si era gettato sotto un treno. La madre si era legata alla vita Anna, che all’epoca aveva tre anni, e si era gettata in un fiume. Erano state tirate fuori dall’acqua da un polacco ed erano sopravvissute alla guerra nascondendosi in campagna. Conoscevo la storia, ma non mi era permesso parlarne. Anna era già adulta quando seppe di essere sopravvissuta all’Olocausto e aspettò molto per dirlo ai suoi figli, che avevano più o meno la mia età. La prima volta che andai in Polonia, negli anni novanta, fu per fare ricerche sul mio bisnonno, che aveva trascorso quasi tre anni nel ghetto di Białystok prima di essere ucciso nel campo di concentramento di Majdanek.

Sia prima sia dopo l’attacco del 7 ottobre, la frase che forse ho sentito più spesso in Ucraina è stata: “Dobbiamo essere come Israele”. Politici, giornalisti, personalità della cultura e cittadini s’identificano con la storia che Israele racconta di sé, quella di una piccola ma potente isola di democrazia che resiste ai nemici che la circondano

In Polonia, la guerra per la memoria dell’Olocausto si è svolta parallelamente a quella tedesca. Le idee che i due paesi combattono sono diverse, ma una costante è il coinvolgimento di politici di destra insieme allo stato di Israele. Come in Germania, negli anni novanta e duemila ci furono ambiziose iniziative di commemorazione, a livello nazionale e locale, che rompevano il silenzio degli anni sovietici. I polacchi costruirono musei e monumenti in memoria degli ebrei uccisi nell’Olocausto – che fece metà delle sue vittime nella Polonia occupata dai nazisti – e della cultura ebraica perduta. Poi è arrivato il contraccolpo, che ha coinciso con l’ascesa al potere nel 2015 del partito di destra illiberale Diritto e giustizia. I polacchi ora volevano una versione della storia in cui erano vittime dell’occupazione nazista insieme agli ebrei, che avevano cercato di proteggere dai nazisti.

Non era vero: i polacchi che avevano rischiato la vita per salvare gli ebrei dai tedeschi erano molto pochi mentre, al contrario, le comunità o le istituzioni dello stato prima dell’occupazione tedesca che avevano trucidato in massa gli ebrei erano molte. Ma gli storici che hanno approfondito il ruolo dei polacchi nell’Olocausto sono stati attaccati. Lo storico dell’università di Princeton Jan Tomasz Gross, nato in Polonia, è stato interrogato e minacciato di essere processato per aver scritto che i polacchi uccisero più ebrei dei tedeschi. Le autorità polacche lo hanno perseguitato anche dopo che è andato in pensione. Il governo ha rimosso dal suo incarico Dariusz Stola, il direttore del Polin, l’innovativo museo di storia degli ebrei polacchi di Varsavia. Gli storici Jan Grabowski e Barbara Engelking sono finiti in tribunale per aver scritto che il sindaco di un villaggio aveva contribuito all’Olocausto.

Quando ho scritto del caso di Grabowski ed Engelking, ho ricevuto alcune delle minacce di morte più spaventose della mia vita (mi hanno indirizzato molte minacce di morte, ma per la maggior parte erano trascurabili). Una, inviata a un’email di lavoro, diceva: “Se continui a scrivere menzogne sulla Polonia e sui polacchi, questi proiettili finiranno nel tuo corpo. Vedi allegato! Cinque per ogni rotula, così non camminerai più. Ma se andrai avanti a diffondere il tuo odio per gli ebrei, ti sparerò i cinque proiettili successivi nella fica. Del terzo passaggio non ti accorgerai. Ma non ti preoccupare, non verrò a trovarti la prossima settimana o tra otto settimane, tornerò quando avrai dimenticato questa email, forse tra cinque anni. Sei nella mia lista…”. L’allegato era l’immagine di due proiettili luccicanti nel palmo di una mano. Il Museo di stato di Ausch­witz-Birkenau, diretto da un incaricato del governo, e il Congresso ebraico mondiale hanno criticato il mio articolo su Twitter. Qualche mese dopo, l’invito a parlare in un’università è stato ritirato: l’ateneo aveva detto al mio agente che potevo essere un’antisemita.

Durante le guerre polacche per la memoria dell’Olocausto, Israele ha mantenuto relazioni amichevoli con la Polonia. Nel 2018, Netanyahu e il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki hanno rilasciato una dichiarazione congiunta contro “le azioni volte a incolpare la Polonia o la nazione polacca nel suo complesso per le atrocità commesse dai nazisti e dai loro collaboratori di diversi paesi”. Il testo affermava, falsamente, che “le strutture dello stato clandestino sotto il controllo del governo polacco in esilio avevano creato un meccanismo di aiuto e sostegno sistematico al popolo ebraico”. Netanyahu stava costruendo alleanze con i governi illiberali dell’Europa centrale, come quelli di Polonia e Ungheria, anche per impedire che nell’Unione europea si consolidasse un consenso contro l’occupazione israeliana della Palestina. Per riuscirci era disposto a mentire anche sull’Olocausto.

Ogni anno, decine di migliaia di adolescenti israeliani si recano al museo di Auschwitz prima di diplomarsi (anche se nel 2022 i viaggi sono stati annullati per questioni di sicurezza e per la crescente insistenza del governo di Varsavia affinché il coinvolgimento dei polacchi nell’Olocausto fosse cancellato dalla storia). È un viaggio importante, che si fa solo un anno o due prima del servizio di leva. Noam Chayut, uno dei fondatori di Breaking the silence, un’organizzazione israeliana che si batte contro l’occupazione dei territori palestinesi, ha scritto della sua esperienza, fatta alla fine degli anni novanta: “In quel momento, in Polonia, da adolescente ho cominciato a percepire l’appartenenza, l’amore per me stesso, la forza e l’orgoglio, e il desiderio di contribuire, di vivere ed essere forte, così forte che nessuno avrebbe mai cercato di farmi del male”.

Chayut ha portato questo sentimento nell’esercito israeliano, che lo aveva inviato nella Cis­giordania occupata. Un giorno stava consegnando alcuni avvisi di confisca dei beni. Lì vicino stava giocando un gruppo di bambini. Chayut aveva fatto quello che secondo lui era un sorriso gentile e per nulla minaccioso a una bambina. Gli altri bambini erano scappati, ma lei era rimasta paralizzata dal terrore, poi era corsa via. In seguito, quando Chayut pubblicò un libro sul cambiamento che quell’incontro aveva provocato in lui, scrisse che non era sicuro del perché fosse stata quella particolare bambina a fargli quell’effetto: “Dopotutto, avevo visto anche un suo coetaneo incatenato in una Jeep e una bimba in una casa in cui avevamo fatto irruzione a tarda notte per portare via sua madre e sua zia. E molti altri, centinaia, che urlavano e piangevano mentre rovistavamo nelle loro stanze e nelle loro cose. E il bambino di Jenin a cui avevamo fatto saltare il muro di casa con una carica esplosiva che aveva fatto un buco a pochi centimetri dalla sua testa. Miracolosamente era rimasto illeso, ma sono sicuro che il suo udito e la sua mente fossero stati gravemente compromessi”. Ma negli occhi di quella bambina, quel giorno, Chayut aveva visto il riflesso di un male annientante che, come gli era stato insegnato, era esistito solo tra il 1933 e il 1945, e solo dove governavano i nazisti. Chayut intitolò il suo libro The girl who stole my Holocaust (La bambina che rubò il mio Olocausto).

Ho preso il treno dal confine polacco a Kiev. Quasi 34mila ebrei furono fucilati a Babyn Yar, un gigantesco burrone alla periferia della città, in sole 36 ore nel settembre del 1941. Altre decine di migliaia morirono lì prima della fine della guerra, in quello che oggi è noto come l’Olocausto dei proiettili. Molti stati in cui si commisero questi massacri – i paesi baltici, la Bielorussia, l’Ucraina – dopo la seconda guerra mondiale furono colonizzati dall’Unione Sovietica. I dissidenti e gli attivisti ebrei rischiarono la libertà per conservare la memoria di queste tragedie, raccogliere testimonianze e nomi e, dove era possibile, ripulire e proteggere quei luoghi. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i progetti di commemorazione accompagnarono gli sforzi per aderire all’Unione europea. “Il riconoscimento dell’Olocausto è il nostro biglietto d’ingresso europeo contemporaneo”, scriveva lo storico Tony Judt in Dopoguerra (Mondadori 2007).

Nella foresta di Rumbula, alla periferia di Riga, dove nel 1941 furono uccisi 25mila ebrei, nel 2002, due anni prima che la Lettonia entrasse nell’Ue, fu inaugurato un memoriale. Un serio tentativo di commemorare Babyn Yar è stato fatto dopo la rivoluzione del 2014, che ha dato il via all’ambizioso cammino di Kiev verso l’Unione. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, nel febbraio del 2022, erano state completate diverse strutture secondarie ed erano in corso progetti per un complesso museale più grande che, con l’invasione, si sono fermati. Una settimana dopo l’inizio della guerra, un missile russo è caduto nei pressi del complesso, uccidendo almeno quattro persone. In seguito, alcune figure associate al progetto hanno formato una squadra per indagare sui crimini di guerra.

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyj, ha intrapreso una seria campagna per ottenere il sostegno israeliano. Nel marzo 2022 ha tenuto un discorso alla knesset in cui non ha sottolineato la propria origine ebraica, ma si è concentrato sull’inestricabile legame storico tra ebrei e ucraini. Ha tracciato parallelismi inequivocabili tra il regime di Putin e il partito nazista. Ha anche affermato che ottant’anni fa gli ucraini salvarono gli ebrei (come nel caso della Polonia, qualsiasi affermazione sulla diffusione di questo tipo di aiuti è falsa). Ma ciò che ha funzionato per il governo di destra della Polonia non ha funzionato per il presidente filoeuropeo dell’Ucraina. Israele non ha dato a Kiev l’aiuto che chiedeva nella sua guerra contro la Russia, un paese che sostiene apertamente Hamas e Hezbollah.

Eppure, sia prima sia dopo l’attacco del 7 ottobre, la frase che forse ho sentito più spesso in Ucraina è stata: “Dobbiamo essere come Israele”. Politici, giornalisti, personalità della cultura e cittadini s’identificano con la storia che Israele racconta di sé, quella di una piccola ma potente isola di democrazia che resiste ai nemici che la circondano. Alcuni ucraini di sinistra hanno affermato che il loro paese, che sta combattendo una guerra anticoloniale contro una potenza occupante, dovrebbe identificarsi con la Palestina, non con Israele. Ma sono voci marginali, il più delle volte di giovani ucraini che studiano o hanno studiato all’estero. Dopo l’attacco di Hamas, Zelenskyj avrebbe voluto correre in Israele per dimostrare il suo sostegno e l’unità tra Israele e Ucraina. Ma sembra che le autorità israeliane avessero altre idee: la visita non c’è mai stata.

Mentre l’Ucraina ha cercato senza successo di convincere Israele a riconoscere che l’invasione russa somiglia all’aggressione genocida della Germania, Mosca ha costruito un universo propagandistico in cui il governo di Zelenskyj, l’esercito ucraino e il popolo ucraino sono rappresentati come nazisti. La seconda guerra mondiale è l’evento centrale del mito storico della Russia. Durante il regno di Vladimir Putin, mentre gli ultimi testimoni della guerra morivano uno dopo l’altro, gli eventi commemorativi si sono trasformati in carnevalate che celebrano il vittimismo. In quella guerra l’Unione Sovietica perse almeno 27 milioni di persone, con un numero sproporzionato di ucraini. L’Unione Sovietica e la Russia combattono conflitti quasi ininterrottamente dal 1945, ma la parola “guerra” è ancora sinonimo di seconda guerra mondiale e la parola “nemico” è usata in modo intercambiabile per “fascista” e “nazista”. Questo ha reso molto più facile per Putin, nel dichiarare una nuova guerra, bollare gli ucraini come nazisti.

Netanyahu ha paragonato la strage di Hamas al rave a un Olocausto con i proiettili. Questo paragone, ripreso dai leader mondiali, anche dal presidente statunitense Joe Biden, serve a giustificare il diritto di Israele a infliggere punizioni collettive agli abitanti della Striscia di Gaza. Allo stesso modo, quando Putin definisce il governo ucraino “nazista” o “fascista” intende dire che è così pericoloso che la Russia è giustificata a bombardare a tappeto e assediare le città ucraine, e a uccidere i civili. Tra i due casi, ovviamente, ci sono differenze significative: le affermazioni russe secondo cui l’Ucraina avrebbe attaccato per prima e il governo ucraino sarebbe fascista sono false, mentre Hamas è una potenza tirannica che ha attaccato Israele e ha commesso atrocità che non possiamo ancora capire completamente. Ma queste differenze hanno importanza quando si uccidono dei bambini?

Nelle prime settimane dell’invasione russa dell’Ucraina, quando le truppe hanno occupato la periferia occidentale di Kiev, il direttore del Museo della seconda guerra mondiale di Kiev, Yurii Savchuk, viveva nell’edificio e pensava a come modificare la mostra principale. Il giorno dopo che l’esercito ucraino aveva cacciato i russi dalla regione di Kiev, ha incontrato il comandante in capo delle forze armate ucraine Valerii Zaluzhnyi e ha ottenuto il permesso di cominciare a raccogliere testimonianze. Savchuk e il suo staff sono andati a Bucha, Irpin e in altre città che erano appena state “liberate dall’occupazione”, come dicevano gli ucraini, e hanno intervistato le persone che non avevano ancora raccontato le loro storie. “Abbiamo visto il vero volto della guerra, con tutte le sue emozioni”, mi ha confidato Sav­chuk. “La paura, il terrore erano nell’aria e noi li abbiamo respirati”.

Nel maggio 2022, il museo ha aperto una nuova mostra, intitolata Ucraina – Crocifissione. Comincia con un’esposizione di stivali di soldati russi, che la squadra di Savchuk aveva raccolto. È una strana inversione: sia il Museo di Auschwitz sia il Museo dell’Olocausto di Washington, negli Stati Uniti, espongono centinaia o migliaia di scarpe delle vittime dell’Olocausto, che trasmettono la gravità della tragedia, anche se ne fanno vedere solo una piccola parte. La mostra di Kiev evidenzia la gravità del pericolo. Gli stivali sono disposti sul pavimento a formare una stella a cinque punte, il simbolo dell’Armata Rossa, che in Ucraina ha assunto connotazioni sinistre quanto la svastica. A settembre, Kiev ha rimosso le stelle a cinque punte da un monumento dedicato alla seconda guerra mondiale, in quella che si chiamava piazza della Vittoria e che ora ha cambiato nome perché “vittoria” ricorda la celebrazione russa di quella che ancora oggi è consideratala grande guerra patriottica. La città ha anche cambiato le date sul monumento, da 1941-1945 – gli anni della guerra tra l’Unione Sovietica e la Germania – a 1939-1945. Bisogna correggere la memoria, un monumento alla volta.

Nel 1954 un tribunale israeliano discusse un caso di diffamazione che coinvolgeva un ebreo ungherese di nome Israel Kastner. Dieci anni prima, quando la Germania aveva occupato l’Ungheria e si era affrettata a sterminare in massa i suoi ebrei, Kastner, come leader della comunità ebraica, aveva avviato delle trattative con Adolf Eichmann, proponendogli di comprare la vita degli ebrei ungheresi con diecimila camion. Quando quel tentativo era fallito, aveva ottenuto di salvare 1.685 persone portandole via con un treno noleggiato in Svizzera. Altre centinaia di migliaia furono invece caricate sui treni per i campi di sterminio. Un ebreo ungherese sopravvissuto accusò pubblicamente Kastner di aver collaborato con i tedeschi. Kastner gli fece causa per diffamazione ma, di fatto, si ritrovò sotto processo. Il giudice concluse che Kastner aveva “venduto la sua anima al diavolo”.

L’accusa contro Kastner si basava sul fatto che non aveva detto agli altri che stavano andando incontro alla morte. I suoi accusatori sostenevano che, se li avesse avvertiti, i deportati si sarebbero ribellati e non sarebbero andati nei campi come pecore al macello. Quel processo è stato visto come l’inizio di uno scontro in cui la destra israeliana sostiene la violenza preventiva e vede la sinistra come volutamente inerme. All’epoca del processo, Kastner era un politico di sinistra, mentre il suo accusatore era un attivista di destra.

In Polonia, la guerra per la memoria dell’Olocausto si è svolta parallelamente a quella tedesca. Le idee che i due paesi combattono sono diverse, ma una costante è il coinvolgimento di politici di destra insieme allo stato di Israele

Sette anni dopo, il giudice che aveva presieduto al processo per diffamazione di Kastner era uno dei tre giudici del processo ad Adolf Eichmann. Lì c’era il diavolo in persona. L’accusa sostenne che Eichmann era solo un esempio dell’eterna minaccia per gli ebrei. Il caso contribuì a consolidare la narrazione secondo cui, per prevenire l’annientamento, gli ebrei dovevano essere pronti a usare la forza in modo preventivo. In riferimento a quel processo, Hannah Arendt dichiarò che non accettava quella teoria. La sua frase “la banalità del male” forse suscitò le prime accuse a una persona ebrea di banalizzare l’Olocausto. Ma non era così. Arendt aveva capito che Eichmann non era un diavolo, e che forse il diavolo non esisteva. Aveva ragionato sul fatto che non esisteva una cosa come il male assoluto, che il male era sempre ordinario anche quando era estremo, qualcosa di “viscerale” e, come avrebbe detto in seguito, “il più basso degli istinti”.

Arendt contestava anche l’affermazione, fatta dall’accusa, che gli ebrei erano vittime: per dirla con le sue parole, era “un principio storico che si estende dal faraone ad Aman, vittima di un principio metafisico”. Quell’affermazione, che affonda le sue radici nella leggenda biblica degli Amalek, un popolo del deserto del Negev che più volte combatté gli antichi israeliti, si fonda sull’idea che ogni generazione di ebrei affronta i propri Amalek. L’ho sentita da adolescente; fu la prima lezione sulla Torah a cui partecipai, tenuta da un rabbino che riuniva i bambini di un sobborgo di Roma dove vivevano rifugiati ebrei provenienti dall’Unione Sovietica in attesa dei documenti per entrare negli Stati Uniti, in Canada o in Australia. Secondo questa teoria, come raccontata dal pubblico ministero nel processo Eichmann, l’Olocausto è un evento predeterminato, parte della storia ebraica, e solo di quella. Gli ebrei hanno sempre il timore giustificato dell’annientamento. In effetti, possono sopravvivere solo se agiscono come se l’annientamento fosse imminente.

Quando sentii per la prima volta la leggenda di Amalek, mi sembrò sensata. Descriveva la mia conoscenza del mondo, mi aiutava a collegare la mia esperienza di essere presa in giro e picchiata agli ammonimenti della mia bisnonna, secondo la quale usare le espressioni yiddish in pubblico era pericoloso, e alla profonda ingiustizia subita da mio nonno, dal mio bisnonno e da decine di altri parenti uccisi prima che io nascessi. Avevo quattordici anni e mi sentivo sola. Sapevo che io e la mia famiglia eravamo vittime, e la leggenda di Amalek aggiungeva al mio vittimismo un significato e un senso di comunità.

Dopo l’attacco di Hamas, Netanyahu ha brandito come un’arma la leggenda di Amalek. Il suo significato, come lo usa lui – che gli ebrei occupano una posizione unica nella storia e hanno il diritto esclusivo a considerarsi vittime – ha rafforzato la burocrazia dell’antisemitismo tedesca e l’empia alleanza tra Israele e l’estrema destra europea. Ma nessuna nazione è sempre vittima o carnefice. Se la pretesa d’impunità di Israele è dovuta in buona parte allo status di vittime perpetue degli ebrei, molti di quelli che criticano Israele cercano di spiegare l’attacco di Hamas come un atto di terrorismo prevedibile in risposta all’oppressione dei palestinesi, mentre agli occhi dei sostenitori di Israele, gli abitanti di Gaza non possono essere vittime perché Hamas ha attaccato Israele per primo. Questa lotta per rivendicare lo status di vittime può andare avanti all’infinito.

Da diciassette anni la Striscia di Gaza è un luogo sovrappopolato, impoverito, fortificato, da cui solo una piccola parte della popolazione ha il diritto di andarsene anche solo per un breve periodo di tempo. In altre parole, è un ghetto. Non come il ghetto ebraico di Venezia o di alcune città degli Stati Uniti, ma come il ghetto ebraico in un paese dell’Europa orientale occupato dalla Germania nazista. Nei primi due mesi dall’attacco di Hamas a Israele, tutti gli abitanti di Gaza hanno subìto l’assalto quasi ininterrotto delle forze israeliane. Migliaia di persone sono morte. In media, nella Striscia di Gaza è stato ucciso un bambino ogni dieci minuti. Le bombe israeliane hanno colpito ospedali, reparti di maternità e ambulanze. Otto abitanti su dieci sono ormai senza casa, si spostano da un luogo all’altro senza riuscire a mettersi in salvo.

L’espressione “prigione a cielo aperto” sembra essere stata coniata nel 2010 da David Cameron, all’epoca primo ministro britannico. Molte organizzazioni per i diritti umani che documentano le condizioni di vita nella Striscia di Gaza l’hanno adottata. Ma, come nei ghetti ebraici dell’Europa occupata, non ci sono guardie carcerarie: Gaza non è sorvegliata dagli occupanti ma da una forza locale. Presumibilmente la parola ghetto potrebbe essere criticata perché paragona la difficile situazione degli abitanti di Gaza assediati a quella degli ebrei ghettizzati. Ma ci darebbe un termine per descrivere ciò che sta accadendo a Gaza adesso. Il ghetto è in fase di demolizione.

I nazisti sostenevano che i ghetti erano necessari per proteggere gli ariani dalle malattie diffuse dagli ebrei. Israele ha affermato che l’isolamento di Gaza, come il muro della Cisgiordania, è necessario per proteggere gli israeliani dagli attacchi terroristici dei palestinesi. La motivazione nazista non aveva alcun fondamento nella realtà, mentre quella israeliana si basa su atti di violenza reali e ripetuti. Sono differenze essenziali. Eppure entrambe le affermazioni presuppongono che un’autorità occupante possa scegliere di isolare, immiserire e, adesso, mettere in pericolo un’intera popolazione per proteggere la propria.

Fin dai primi giorni della fondazione d’Israele, il paragone tra gli sfollati palestinesi e quelli ebrei è stato fatto, ma poi lo si è messo da parte. Nel 1948, l’anno in cui fu creato lo stato, un articolo del giornale israeliano Maariv descriveva le terribili condizioni – “Persone anziane così deboli da essere sul punto di morire; un ragazzo con due gambe paralizzate; un altro a cui sono state tagliate le mani” – in cui i palestinesi, per lo più donne e bambini, avevano lasciato il villaggio di Tantura dopo che le truppe israeliane lo avevano occupato: “Una donna teneva un bambino in braccio e con l’altro braccio sorreggeva l’anziana madre. Quest’ultima non riusciva a stare al passo, urlava e pregava la figlia di rallentare, ma lei non si fermava. Alla fine l’anziana è crollata a terra e non è riuscita più a muoversi. La figlia si strappava i capelli… per paura di non fare in tempo. E la cosa peggiore era l’associazione con le madri e le nonne ebree che si attardavano sulle strade sotto la minaccia degli assassini”. A quel punto il giornalista si bloccò. “Ovviamente non c’è spazio per un simile paragone”, ha scritto. “Questo destino se lo sono procurati da soli”.

Nel 1948, gli ebrei presero le armi per rivendicare la terra che gli era stata offerta dalla decisione delle Nazioni Unite di dividere in due quella che era stata la Palestina controllata dagli inglesi. I palestinesi, appoggiati dagli stati arabi circostanti, non accettarono la spartizione e la dichiarazione di indipendenza di Israele. L’Egitto, la Siria, l’Iraq, il Libano e la Trans­giordania invasero il protostato israeliano, dando inizio a quella che Israele ora chiama la guerra d’indipendenza. Centinaia di migliaia di palestinesi fuggirono. Gli altri furono cacciati dai loro villaggi dalle forze israeliane. La maggior parte di loro non è mai potuta tornare. I palestinesi ricordano il 1948 come la Nakba, una parola che significa catastrofe in arabo, così come Shoah significa catastrofe in ebraico. Il fatto che il paragone sia inevitabile ha costretto gli israeliani ad affermare che, a differenza degli ebrei, i palestinesi si sono procurati la catastrofe da soli.

Il giorno in cui sono arrivata a Kiev, qualcuno mi ha dato un grosso libro. Era il primo studio accademico su Stepan Bandera pubblicato in Ucraina. Bandera è un eroe ucraino che combatté contro il regime sovietico. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli sono state dedicate decine di monumenti. Alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovò in Germania, guidò un movimento partigiano dall’esilio e nel 1959 morì avvelenato da un agente del Kgb. Bandera era un fascista convinto, un ideologo che voleva istituire un regime totalitario. Questi fatti sono raccontati in dettaglio nel libro, che ha venduto circa 1.200 copie (molte librerie si sono rifiutate di venderlo). La Russia è felice di sfruttare il culto ucraino di Bandera come prova che l’Ucraina è uno stato nazista. Gli ucraini per lo più reagiscono negando la sua importanza. È sempre così difficile accettare l’idea che qualcuno può essere stato il nemico del tuo nemico e tuttavia non una figura benevola. Una vittima ma anche un carnefice. O viceversa.  bt

Masha Gessen è una scrittrice e giornalista russo-statunitense, di identità non binaria. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’uomo senza volto. L’improbabile ascesa di Vladimir Putin (Sellerio 2022). Questo articolo è uscito sul New Yorker con il titolo In the shadow of the Holocaust.

Questo articolo è uscito sul numero 1546 di Internazionale, a pagina 86.

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lunedì 20 giugno 2022

Olocausto e memorie anticoloniali - Enzo Traverso

Comprendere un genocidio significa anche desacralizzarlo e confrontarlo con altre forme di violenza di massa. Per contestualizzare il nazismo bisogna coglierne l'eredità materiale e culturale col colonialismo

Una nuova «disputa tra storici» (Historikerstreit) sull’Olocausto sta scuotendo la Germania. La prima si era svolta oltre trentacinque anni fa, durante la Guerra fredda, quando il paese era ancora diviso e molti avevano un’esperienza diretta del nazismo e della Seconda guerra mondiale. Contro lo storico neoconservatore Ernst Nolte, che deplorava il fatto che la Germania rimanesse prigioniera di «un passato che non passa», Jürgen Habermas voleva fare la memoria dell’Olocausto un pilastro della coscienza storica tedesca.

L’interpretazione apologetica di Auschwitz come semplice «copia» del Gulag – secondo Nolte i crimini bolscevichi erano il «prius logico e fattuale» del totalitarismo moderno e quelli nazisti la reazione di un paese minacciato – aveva indubbiamente un significato politico durante la Guerra fredda. Nel ventunesimo secolo, però, è diventata largamente superflua anche per i neoconservatori. La Germania appartiene all’Occidente non più come avamposto geopolitico di un mondo bipolare, ma come uno dei suoi attori chiave, soprattutto come motore dell’Unione europea.

Nato dopo un lungo, complesso e tormentato processo di «elaborazione del passato», il Memoriale dell’Olocausto che sorge oggi nel cuore di Berlino offre una prova tangibile di come il nazismo sia diventato parte integrante dell’autorappresentazione storica tedesca. Tuttavia, serve anche ad altri scopi. A conclusione di un lungo processo di «superamento del passato» (Vergangenheitsbewältigung), la Germania è finalmente attrezzata per assumere la guida dell’Ue: al di là della sua egemonia economica, ha le carte in regola anche dal punto di vista dei diritti umani. La memoria dell’Olocausto non rappresenta più, come forse accadeva ai tempi di Nolte, l’incessante e impossibile elaborazione del lutto da parte di un paese che affronta un passato doloroso. Oggi è diventata il segno distintivo di una nuova normatività politica: società di mercato, democrazia liberale e difesa (selettiva) dei diritti umani.

Il nuovo Historikerstreit mette in discussione questo paesaggio culturale e politico. In un’era globale, questa seconda «disputa tra storici» trascende i confini tedeschi. Il suo iniziatore,Dirk Moses, è uno studioso australiano che ha acquisito fama internazionale nella germanistica e negli studi postcoloniali, in particolare affrontando la storia e la teoria del genocidio. Professore di una prestigiosa istituzione accademica statunitense, l’Università del North Carolina, Moses non può essere ignorato, come di solito accade con gli studiosi del Sud del mondo. Egli non esita a parlare di un nuovo «catechismo tedesco» basato sul dogma dell’«unicità» dell’Olocausto. Una volta sacralizzato, l’Olocausto sfugge a ogni comparazione e il suo confronto con i genocidi coloniali diventa una forma insidiosa di antisemitismo (così banalizzando i genocidi coloniali come «ordinari», genocidi di seconda classe). Ironia della sorte, il Frankfurter Allgemeine Zeitung – il quotidiano che negli anni Ottanta difendeva le posizioni di Nolte – è diventato oggi uno dei più tenaci denigratori di Moses e dei critici del “catechismo tedesco”, descritti come «revisionisti» e negazionisti della singolarità dell’Olocausto.

Il tempo della colpa è finito; il lutto è stato sostituito dalla caccia ossessiva alle cospirazioni antisemite. Le fatwa di questo nuovo conformismo tedesco hanno colpito molte figure, da filosofi come Judith Butler e Achille Mbembe (uno studioso del Sudafrica che ha osato paragonare Gaza e la Cisgiordania palestinese all’apartheid), a storici come Michael Rothberg e Jürgen Zimmerer. Non risparmiano nemmeno i dirigenti di grandi istituzioni pubbliche, come il direttore del Museo ebraico di Berlino, costretto a dimettersi per aver invitato personalità che osavano criticare la politica israeliana. Il fulcro del dibattito, ancora una volta, è il comparativismo storico e i suoi usi politici.

Sui confronti storici

Il comparativismo è una pratica consueta per gli storici. Ma gli studiosi non confrontano idee, eventi ed esperienze per stabilire omologie; piuttosto, rilevano somiglianze e analogie, che alla fine ci aiutano a riconoscere le peculiarità storiche. Come le guerre e le rivoluzioni, i genocidi si ripetono e allo stesso tempo innovano, unendo tendenze prevedibili a risultati inaspettati. Ogni genocidio possiede una sua «unicità» che il lavoro di comparazione aiuta a riconoscere. In breve, il comparativismo è una dimensione epistemologica necessaria della ricerca storica; il suo scopo è la comprensione critica.

Il comparativismo storico, tuttavia, non è un procedimento intellettuale «neutrale» e innocente, in quanto partecipa alla costruzione di memorie collettive. Dire che Auschwitz sia una «copia» del Gulag (fatta eccezione per une procedura «tecnica» come l’uso del gas, secondo Nolte) suggerisce ovviamente che i «cattivi» della storia siano i bolscevichi. In base a questa narrazione, i nazisti diventano semplici epigoni: sono stati corrotti dagli originali e autentici inventori del male totalitario.

Agli italiani piace l’idea dell’«unicità» dei crimini nazisti: questo significa che il fascismo non era poi così male, e l’Italia preferisce chiaramente commemorare le vittime dell’Olocausto anziché quelle del proprio genocidio in Etiopia. Per ucraini e tutsi, paragonare l’Holodomor ad Auschwitz e parlare di un «nazismo tropicale» non significa sminuire l’Olocausto, ma riconoscere le proprie vittime. Gli spagnoli che hanno riesumato i cadaveri dei loro antenati repubblicani oggi parlano di un olocausto franchista, mentre i neoconservatori e gli studiosi «revisionisti» preferiscono descrivere la Repubblica come un «cavallo di Troia» del bolscevismo e Franco come un patriota che, pur disprezzando la democrazia, alla fine salvò la Spagna dal totalitarismo.

La conquista francese dell’Algeria è tuttora oggetto di un conflitto diplomatico-memoriale tra i due paesi. Nel 2005, il parlamento francese ha promulgato due leggi “dichiarative”: la prima riconosce il genocidio degli armeni perpetrato dall’impero ottomano durante la Prima guerra mondiale, la seconda gli «effetti benefici» (bienfaits) della colonizzazione francese in Africa, in Asia e nelle Antille. Anche l’osservatore più ingenuo non potrebbe negare la dimensione politica della memoria, che può gravare come un fardello la coscienza storica di una nazione o alleviare una comunità ferita: gli stati sono responsabili del proprio passato. Per fare due esempi ben noti, l’atto simbolico di Willy Brandt in ginocchio davanti al memoriale del ghetto di Varsavia e l’ammissione da parte di Jacques Chirac della colpevolezza della Francia nella deportazione degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale hanno fortemente contribuito a creare una nuova responsabilità politica nella rappresentazione del passato.

Molto spesso, il comparativismo rivela complessi intrecci storici. Questo vale per molti eventi sincronici: i crimini di Stalin non giustificano o banalizzano i crimini di Hitler, e viceversa, ma senza dubbio stalinismo e nazismo hanno profondamente interagito e si sono influenzati a vicenda, creando una spirale di radicalizzazione che ha portato allo scontro apocalittico della Seconda guerra mondiale. Un simile intreccio, anche se non sincronico, lega la violenza nazista alla storia del colonialismo europeo e tedesco. Gli studi sull’Olocausto hanno tendenzialmente ignorato questo nesso genetico: il colonialismo è praticamente inesistente nelle opere sul nazismo di storici di spicco come George L. Mosse, Raul Hilberg, Hans Mommsen, Martin Broszat o Saul Friedländer, o anche in quelli di una generazione successiva incarnati da illustri studiosi come Götz Aly, Omer Bartov, Christian Gerlach e Peter Longerich. Per la maggior parte di loro, il colonialismo è una «metafora» (Friedländer) apparsa di sfuggita nel 1940, prima dell’Olocausto, quando, dopo la capitolazione della Francia, i nazisti discussero brevemente del piano di deportazione degli ebrei europei in Madagascar.

Eppure, l’intreccio tra nazismo e colonialismo è stato studiato da diversi storici contemporanei, da Arno J. Mayer a Mark Mazower, che hanno sottolineato la dimensione imperiale della politica nazista. Questo nesso era già stato suggerito da vari studiosi. Scrivendo nel 1942, Karl Korsch osservava che la Germania di Hitler aveva «esteso ai popoli europei civilizzati i metodi fino ad allora riservati ai ‘nativi’ o ai ‘selvaggi’ che vivevano al di fuori della cosiddetta civiltà». In Le origini del totalitarismo (1951), Hannah Arendt ha colto una premessa del nazismo nei «massacri amministrativi» messi in atto dai governanti britannici in Africa e in India. Una volta sperimentato nel mondo coloniale questo fatidico legame tra violenza di stato e razionalità manageriale, ha sottolineato Arendt, «il palcoscenico sembrava essere pronto per tutti i possibili orrori».

Durante la guerra, Franz Neumann, un politologo ebreo tedesco esiliato negli Stati uniti, e Raphael Lemkin, il giurusta ebreo polacco che ha forgiato il concetto di genocidio, hanno sottolineato le affinità tra l’antisemitismo moderno e il razzismo coloniale. Il razzismo coloniale aveva ispirato Wilhelm Marr, il saggista che coniò il lemma «antisemitismo» alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento. Diversi storici mettono l’accento sull’ammirazione di Hitler per l’Impero britannico e, più recentemente, lo studioso di diritto di Yale James Q. Whitman ha analizzato attentamente l’influenza del razzismo americano sull’ideologia e sulla politica nazista. Le leggi segregazioniste nel sud americano dopo la guerra civile hanno ispirato le leggi di Norimberga del 1935 nella definizione dei concetti di razza e cittadinanza; nella distinzione tra cittadini di «razza pura» (bianchi, ariani), gruppi razzialmente inferiori (neri) e «bastardi» (Mischlinge); e nell’interdizione e punizione dei rapporti sessuali tra individui di razza diversa. I nazisti deploravano che le leggi di Jim Crow non fossero estese agli ebrei, ma ciò non diminuiva la loro ammirazione per gli Stati uniti, la cui ostilità verso la Germania nazista essi spiegavano grazie all’influenza dannosa delle élite ebraiche sull’amministrazione di Roosevelt. Apprezzavano la flessibilità del sistema giuridico statunitense, che era in grado di fondere due tendenze contraddittorie: un ordine suprematista bianco e un ordine trasformativo egualitario; il «realismo» delle leggi segregazioniste e il «formalismo» dell’uguaglianza costituzionale. Per i nazisti, ciò significava che le gerarchie razziali dovevano essere combinate con «l’uguaglianza» all’interno della Volksgemeinschaft tedesca.

Radici coloniali

La violenza nazista è incomprensibile senza l’eredità materiale e culturale del colonialismo. Le guerre coloniali del diciannovesimo secolo furono concepite come guerre di conquista e di sterminio, condotte non contro degli stati sovrani ma contro le stesse popolazioni. Il nazismo ha largamente fatto propria la biopolitica del colonialismo, che usava le carestie come strumenti di controllo e sottomissione delle popolazioni indigene (in particolare in India, come sottolineato da Mike Davis in Olocausti tardovittoriani). Anche un’analisi superficiale del lessico nazista ne rivela la filiazione coloniale: «spazio vitale» (Lebensraum), popoli «in declino» e «moribondi» (untergehendersterbender Völker), «sub-umanità» (Untermenschentum), «razza padrona» ( Herren Rasse), e infine «annientamento» (Vernichtung). Queste erano le parole del colonialismo tedesco.

Come suggerisce Mayer in Soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei nella storia europea (1988), la visione del mondo nazista era sincretica e si concentrava su tre obiettivi indissociabili: anticomunismo, colonialismo e antisemitismo. Il primo era ideologico e filosofico: il marxismo, la forma più radicale di illuminismo, doveva essere distrutto. Il secondo era geopolitico: la conquista dello «spazio vitale» tedesco era una variante del pangermanesimo ereditato dal nazionalismo völkisch. Dopo la perdita delle colonie africane sancita dal trattato di Versailles, Hitler localizzava il lebensraum tedesco nell’Europa orientale, un mondo slavo organizzato come uno stato comunista. Il terzo era culturale: annientare gli ebrei come nemici interni della germanità e «cervello» dell’Urss.

Durante la guerra, queste tre dimensioni del nazismo si fusero dando vita a un unico processo: la distruzione dell’Urss, la colonizzazione dell’Europa centrale e orientale e lo sterminio degli ebrei divennero obiettivi inseparabili. Per l’ideologia nazista, l’Urss riuniva due forme di alterità che avevano plasmato la storia occidentale per due secoli: l’ebreo e il suddito coloniale. La politica di Hitler sintetizzava queste dicotomie culturali, geopolitiche e ideologiche: tedeschi contro ebrei; Europa contro «Asia» (Russia); e nazismo contro bolscevismo.

Nel concepire e attuare questa politica di conquista e sterminio, i nazisti non solo guardarono al colonialismo britannico ed europeo come paradigmi edificanti, ma anche alla stessa storia tedesca. Nel 1904, la repressione della rivolta degli Herero in Namibia, allora colonia tedesca, si trasformò in genocidio. Il generale Lothar von Trotha emise un ordine di annientamento (Vernichtungsbefehl) e la propaganda tedesca presentò questa campagna di sterminio come una guerra razziale. Dopo la Prima guerra mondiale, la Germania perse le sue colonie e trasferì le sue ambizioni espansionistiche dalla Mittelafrika alla Mitteleuropa. Diversi leader nazisti sono venuti da questa esperienza africana.

Secondo lo storico Timothy Snyder, l’Olocausto divenne una sorta di surrogato delle fallite ambizioni coloniali della Germania nazista. Nell’estate del 1941, i nazisti avevano «quattro utopie: una vittoria lampo che avrebbe distrutto l’Unione sovietica in poche settimane; una carestia pianificata che avrebbe fatto morire di fame trenta milioni di persone in pochi mesi; una soluzione finale che avrebbe portato all’estinzione gli ebrei europei dopo la guerra; e un Generalplan Ost che avrebbe fatto dell’Unione sovietica occidentale una colonia tedesca. Sei mesi dopo il lancio dell’operazione Barbarossa, Hitler aveva riformulato gli obiettivi della guerra in modo tale che lo sterminio fisico degli ebrei diventasse la priorità». Essendo impossibile la loro deportazione fuori dall’Europa, gli ebrei furono annientati.

Aimé Césaire e Frantz Fanon non erano storici, ma la loro visione dei crimini nazisti come un «contraccolpo» (choc en retour) era un avvertimento utile e giustificato in un periodo di amnesia collettiva. Per Césaire, il nazismo «applicava all’Europa procedure colonialiste che fino ad allora erano state riservate esclusivamente agli arabi d’Algeria, ai coolie dell’India e ai neri d’Africa». Secondo Frantz Fanon, che scrisse I dannati della terra (1961) durante la guerra d’Algeria, il fascismo non poteva essere dissociato dal colonialismo: «Cos’è il fascismo se non il colonialismo messo in atto in un paese tradizionalmente colonialista?». Il loro approccio, che rischia di equiparare grossolanamente l’Olocausto al colonialismo, è discutibile, ma contiene un’intuizione fruttuosa. Il loro ammonimento è stato purtroppo ignorato dalla maggior parte degli storici, che non hanno colto il cruciale legame genetico tra i crimini nazisti e il passato imperiale dell’Europa.

Sebbene dimostrino la sua genealogia imperiale e coloniale, queste caratteristiche dell’Olocausto non fissano alcuna equivalenza. La violenza di massa non è una categoria monolitica in cui esperienze tempi e spazi diversi diventano identici. Se l’Olocausto possedeva indubbiamente una dimensione coloniale, ciò non spiega la deportazione ad Auschwitz degli ebrei francesi, italiani, belgi, olandesi, ungheresi o greci. La loro eliminazione sistematica non era certo determinante per conquistare il lebensraum: era legata alla storia peculiare dell’ideologia völkisch e dell’antisemitismo.

Questo significa che l’Olocausto, a differenza di altri genocidi, è stato uno sterminio «ontologico», come sostiene George Steiner? Tutti i genocidi sono «ontologici», anche se la conquista di un continente non può essere pianificata come la distruzione di una minoranza. Altrimenti, si dovrebbe concludere che la colonizzazione spagnola dell’America fu un genocidio minore perché i conquistadores non ne sterminarono l’intera popolazione. Gli ebrei annientati dai nazisti – è penoso dover ripetere una tale ovvietà – meritano esattamente la stessa compassione e riconoscimento degli armeni distrutti nell’impero ottomano sull’orlo del collasso, dei cittadini sovietici morti nei gulag, dei contadini ucraini scomparsi durante l’Holodomor, dei congolesi uccisi nelle piantagioni di caucciù di Leopoldo II, degli algerini bruciati nei loro villaggi dagli eserciti francesi, degli etiopi gasati dagli aerei italiani, dei desaparecidos delle dittature militari argentina e cilena, e così via in un elenco interminabile di moderne atrocità.

La violenza di massa è una raccolta di eventi correlati, simili, comparabili, ma anche singolari. Ciò non implica alcuna gerarchia delle vittime, ma queste differenze sono rilevanti per la comprensione critica. Tutti i genocidi sono «cesure di civiltà» (Zivilisationsbruch), anche quando derivano da circostanze storiche molto diverse, talvolta dalle potenzialità distruttive della civiltà stessa, e di conseguenza la loro percezione e il loro lascito non possono essere gli stessi ovunque.

C’è un’assoluta unicità dei genocidi – tra questi l’Olocausto – che è incarnata dalle loro vittime. Nessuno sforzo di empatia o intuizione può cogliere completamente la loro sofferenza. Gli storici dovrebbero rispettare la singolarità di questa esperienza vissuta non trasmissibile, ma non possono farsene i custodi o gli avvocati. Questa unicità è soggettiva e la comprensione storica consiste nel contestualizzarla e trascenderla, anche attraverso il suo confronto con altre forme di violenza, non nel sacralizzarla.

La memoria dei sopravvissuti – ecco cosa intendeva Primo Levi parlando della non esistenza di un «testimone integrale» – non è che un frammento di un evento con una grande varietà di forme e cause. L’Olocausto aveva almeno quattro dimensioni fenomenologiche principali: i ghetti, le esecuzioni di massa, i campi di sterminio e le marce della morte tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945. I ricordi individuali non possono abbracciare una tale complessità; la storia è fatta di singolarità relative, né assolute né incomparabili.

Ma torniamo al nuovo Historikestreit. Moses sostiene che la chiave per comprendere il genocidio sta nell’ossessione degli stati moderni per la «sicurezza permanente», un nuovo concetto che sfida il consueto primato dei criteri etnici e razziali, e rifiuta di distinguere l’Olocausto e i genocidi coloniali. Il dibattito storiografico suscitato da questo concetto è ovviamente legittimo. Altrettanto legittima è l’interpretazione della genealogia della nozione di genocidio, considerando il passato sionista (recentemente scoperto) di Raphael Lemkin, il suo inventore. Il concetto di genocidio, sostiene Moses, non fu il risultato di un processo cumulativo di ricerca e conoscenza sulla storia della violenza di massa. Fu piuttosto un prodotto di circostanze «contingenti» durante la Seconda guerra mondiale. Nell’ambito di una cultura giudiziaria abituata a valutare i crimini contro le nazioni (cioè le comunità riconosciute dal diritto internazionale), questo nuovo concetto focalizzato sul genos (la razza e il ceppo etnico) era utile per riconoscere lo sterminio degli ebrei. Qualunque siano le sue origini, questo concetto ha informato decenni di studi e ricerche storiche. Moses, inoltre, non è il primo studioso a sollevare dubbi sulla pertinenza di questa categoria giuridica per l’analisi storica, il cui scopo non è definire colpa e innocenza, carnefici e vittime, ma contestualizzare e spiegare.

Questo dibattito è di per sé politico oltre che puramente storiografico. Il concetto di «unicità» dell’Olocausto è brandito come uno slogan da studiosi diversi come Götz Aly, autore di vari lavori tesi a dimostrare la razionalità economica dello sterminio degli ebrei, e Yehuda Bauer, secondo il quale l’Olocausto differisce da qualsiasi altro genocidio nella storia proprio per la sua mancanza di motivazioni economiche.

Dietro le argomentazioni storiche, tuttavia, entra in gioco la memoria: la tesi dell’«unicità» riunisce una generazione di studiosi tedeschi che alcuni decenni fa ha cercato di «fare i conti con il passato» e intellettuali sionisti che da tempo difendono una visione ebreo-centrica della storia. È il caso di Omer Bartov, che accomuna Nolte e Moses come rappresentanti di forme simmetriche di «revisionismo» storico: il primo scagionando i tedeschi come vittime del bolscevismo, equiparate così agli ebrei, il secondo riconoscendo lo status di vittime ai popoli colonizzati, posti quindi accanto agli ebrei. Entrambi metterebbero in discussione il carattere esclusivamente ebraico dello statuto di vittime.

Per alcuni aspetti, questa definizione di «unicità» – la gerarchizzazione delle vittime – è diventata la posizione ufficiale dello stato tedesco. Negoziando le scuse con la Namibia, senza riconoscere le associazioni delle minoranze Nama ed Herero di quel paese, la Germania banalizza il suo passato coloniale (e le sue vittime) facendone oggetto della ragion di Stato, non della memoria collettiva. L’Olocausto è «unico» e merita di essere espiato; lo sterminio degli Herero e dei Nama è un genocidio coloniale «ordinario» per il quale bastano le scuse e un risarcimento onnicomprensivo, negoziato con la Namibia senza ascoltare i rappresentanti delle vittime.

Memoria anticoloniale

Per quasi tre decenni dopo il 1945, periodo in cui i governi non creavano musei e memoriali dell’Olocausto, in cui sia i sopravvissuti che i loro persecutori erano ancora numerosi e attivi, le commemorazioni dello sterminio degli ebrei europei non ne sottolineavano l’«unicità». L’Olocausto era quasi indistinguibile dal ricordo della Resistenza e alimentò potentemente l’anticolonialismo. La conoscenza storica dell’Olocausto era ancora incompleta e approssimativa – gli storici non distinguevano ancora tra campi di concentramento e campi di sterminio – ma la sua eredità e il significato politico erano evidenti, in particolare per la sinistra.

In Francia, durante la guerra d’Algeria, molti ex partigiani, tra cui numerosi ebrei, vedevano nel loro sostegno al Fronte di Liberazione Nazionale (Fln) un proseguimento dell’impegno antifascista. Certamente non si sarebbero opposti all’assimilazione del nazismo al colonialismo da parte di Césaire e Fanon. Jakob Moneta – un ebreo tedesco che aveva vissuto i pogrom in Polonia da bambino, alla fine della Prima guerra mondiale, ed era sopravvissuto all’Olocausto emigrando in Palestina – ha svolto un ruolo significativo, beneficiando della sua immunità diplomatica come funzionario dell’ambasciata tedesca a Parigi, nel fornire sostegno materiale e finanziario al Fln.

La continuità tra l’antifascismo, la lotta contro l’antisemitismo e l’anticolonialismo era altrettanto evidente per Wolfgang Abendroth, Günther Anders, Lelio Basso, Simone de Beauvoir, Isaac Deutscher, Jean-Paul Sartre, Ralph Schoenman, Gisèle Halimi e altri intellettuali che parteciparono al Tribunale Russell contro la guerra del Vietnam. Dopo il massacro di My Lai, Anders, ebreo tedesco, raccomandò di tenere una seduta del tribunale ad Auschwitz, proprio per sottolineare la continuità tra i crimini nazisti e quelli statunitensi in Vietnam, entrambi ascritti all’imperialismo. Nel 1967, Jean Améry (Hans Mayer), un sopravvissuto ad Auschwitz, raccolse diversi testi dedicati all’Olocausto in At the Mind’s Limits, un capitolo nel quale si concentra sulla tortura. Prima di essere deportato perché ebreo, Améry era stato torturato come combattente della Resistenza in Belgio. Dopo aver trascorso un anno accanto alle camere a gas di Auschwitz, egli descriveva la tortura non come una «qualità accidentale del Terzo Reich» ma piuttosto come la sua «essenza». Secondo Améry, la tortura era «l’apoteosi del nazionalsocialismo»: «Fu proprio nella tortura che il Terzo Reich si materializzò in tutta la densità del suo essere».

Come spiegare questa paradossale valutazione di un reduce di Auschwitz? La tortura è stata universalmente usata da tutti i regimi politici, dalle dittature militari alle democrazie (si pensi ad Abu Ghraib), mentre l’Olocausto è un genocidio. Il testo di Améry è solitamente interpretato come una meditazione intempestiva sulla violenza, ma dovrebbe essere inserito nel dibattito francese sulla tortura durante la guerra d’Algeria, suscitato da La Question di Henri Alleg nel 1958. Améry rivisitava l’Olocausto attraverso il prisma del colonialismo. L’ermeneutica storica mostrata nel suo testo è discutibile, ma il suo obiettivo politico era perfettamente chiaro. Améry non cercava di erigere un monumento alla memoria dei sopravvissuti, ma di attivarne la forza critica.

Per Améry era chiaro che testimoniare l’Olocausto significava lottare contro l’oppressione nel presente, non circondare un trauma vissuto con un’aura mistica di sacralità. Non era ingenuo. Sentiva che la tendenza della Nuova Sinistra tedesca a parlare di fascismo piuttosto che di nazismo (in un’epoca in cui così tanti ex nazisti non solo erano ancora vivi ma significativamente inseriti negli apparati amministrativi della Germania occidentale) era sospetta, così come la sua insistenza nel parlare dell’antisionismo ignorando l’antisemitismo. Per la Nuova Sinistra tedesca, l’Olocausto fu rimosso più che assimilato o trasceso. Améry scrisse un articolo per konkret, la rivista culturale più importante della Nuova Sinistra, per sottolineare queste ambiguità. Quando l’Olocausto arrivò al centro della scena negli anni Ottanta, prima con una serie televisiva americana piuttosto mediocre, Holocaust, poi con l’Historikerstreit, la Nuova Sinistra rimase completamente emarginata e molte figure di spicco l’abbandonarono. Quello che Moses chiama il «catechismo tedesco», con la sua ossessione per l’unicità, il suo rifiuto del comparativismo, il suo sionismo ostentato e la sua propensione a considerare gli studi postcoloniali come una forma di antisemitismo, potrebbe essere visto come una sorta di contraccolpo: questa attenzione iperbolica all’«unicità» dell’Olocausto è il rovesciamento simmetrico e la compensazione tardiva di una lunga repressione, ora vista come un silenzio colpevole.

Religione civile

Per certi aspetti, quello che Moses chiama il «catechismo tedesco» è la forma perversa di una religione civile. L’Olocausto come «religione civile» possiede incontestabilmente le sue virtù, sacralizzando valori come democrazia, libertà, pluralismo, tolleranza e rispetto per l’alterità razziale, etnica o sessuale attraverso commemorazioni ritualizzate. Il «catechismo tedesco», tuttavia, sacralizza sia lo statuto ebraico delle vittime che la colpa tedesca separandoli dalla storia del nazionalismo, del razzismo, del fascismo e del colonialismo. Invece di considerare l’Olocausto come un monito contro le attuali forme di razzismo e xenofobia, celebra l’alleanza indistruttibile tra la Germania e Israele.

In tempi di crescente islamofobia e rifiuto xenofobo di immigrati e rifugiati, questa memoria settaria e miope può facilmente diventare un comodo alibi per il postfascismo. Da Matteo Salvini a Marine Le Pen, da Éric Zemmour a Viktor Orbán, tutti i leader populisti di destra europei sfoggiano ottimi rapporti con Israele per dimostrare la loro irreprensibilità in materia di diritti umani. Un paio di anni fa Salvini organizzò, nella stessa settimana, un raid anti-immigrati nella periferia romana e, al Senato italiano, un simposio sull’Olocausto con la partecipazione dell’ambasciatore israeliano. In Germania, sottolinea Moses, il «catechismo» federa un ampio spettro politico che va dagli Antideutsche (una sinistra radicale patologicamente germanofoba e ipersionista) a un partito postfascista come Alternative für Deutschland, dai più intransigenti detrattori della colpa tedesca agli epigoni nostalgici della nazionalismo tedesco.

La maggior parte dei neoconservatori contemporanei ha abbandonato l’antisemitismo. Considerare gli ebrei estranei all’Europa – dicono – è stato l’errore fatale dei loro antenati, i seguaci del nazionalismo völkisch. La Germania ha chiarito questo imperdonabile malinteso e si è pentita dei suoi crimini offrendo una dimora agli ebrei, finalmente riconosciuti come parte costitutiva della civiltà occidentale. Ora gli ebrei sono stati accettati e l’Europa deve proteggersi dai suoi veri nemici: l’Islam e il terrorismo islamico. Immigrati e rifugiati, a differenza degli ebrei, incarnano una cultura, una religione e uno stile di vita sostanzialmente incompatibili con l’Occidente (e la civiltà ebraico-cristiana); sono un vettore privilegiato del fondamentalismo islamico e del terrorismo.

Il filo-semitismo neoconservatore e il sostegno a Israele vanno di pari passo con l’islamofobia, spesso esibita sotto la bandiera dei diritti umani (la difesa dei valori occidentali contro l’oscurantismo islamico). La caratteristica comune di tutte queste correnti neoconservatrici e postfasciste che hanno abbandonato l’antisemitismo è il loro odio per gli immigrati e il loro rifiuto dell’Islam. I politici della Repubblica federale tedesca che difendono il dogma dell’«unicità» dell’Olocausto non si preoccupano di tutto questo.

Per certi aspetti, il «catechismo tedesco» mostra le ambiguità della vigorosa battaglia politico-memoriale che Habermas combatté all’epoca del primo Historikerstreit. Difendendo l’idea di un’identità tedesca post-nazionale – Hitler aveva irrimediabilmente screditato l’intera tradizione del nazionalismo tedesco – Habermas sottolineava il carattere redentore della memoria dell’Olocausto: è solo «dopo e attraverso (nach und durch) Auschwitz», scriveva, che la Germania si era finalmente «unita all’Occidente».

Le implicazioni di questo orientamento andavano al di là dell’affermazione di un «patriottismo costituzionale» chiaramente radicato nella tradizione liberale e occidentalista. Da un lato, Habermas ammetteva la colpa con una voce alta et forte come nessun tedesco aveva mai fatto in precedenza (ad eccezione di Karl Jaspers, rapidamente isolato nel 1946). Dall’altro, offuscava completamente ogni vincolo genetivo tra l’Olocausto e il colonialismo. In questo modo, l’Olocausto è diventato la deviazione patologica da un percorso occidentale lineare; certamente non, in quanto colonialismo, un prodotto della stessa civiltà occidentale. Trentacinque anni dopo l’Historikerstreit, lo Stato tedesco ha sostituito l’antisemitismo «redentore» nazista (Friedländer) con una sorta di filo-semitismo «redentore», che significa non la lotta contro il razzismo, ma la sicurezza israeliana iscritta nella legge.

Nel 2015, al culmine della crisi dei rifugiati, Angela Merkel dichiarò solennemente che, visto il suo passato, la Germania non poteva sottrarsi al dovere morale di accoglierli. Ora, una nuova ondata di nazionalismo tedesco considera i rifugiati e gli immigrati non europei (spesso opposti ai rifugiati ucraini) come dei barbari. Per molti aspetti, Moses ha ragione nel sottolineare che la Germania è ancora ossessionata dalla «questione ebraica». Nel diciannovesimo secolo, l’antisemitismo era un «codice culturale» nel processo di costruzione della nazione all’epoca del Kaiserreich. In mancanza di miti positivi – la Riforma sfociò nelle guerre di religione e il liberalismo fallì nel 1848 – la Germania forgiò negativamente la propria autorappresentazione attraverso l’antisemitismo: essere tedeschi significava soprattutto non essere ebrei; la germanità era l’antitesi dell’ebraicità. Oggi il filo-semitismo è diventato il «codice culturale» di una Germania riunificata, post-nazionale, che considera gli ebrei come amici speciali e la difesa di Israele come un dovere morale. Stigmatizzati (in passato) o sacralizzati (oggi), gli ebrei rimangono un indicatore simbolico attraverso il quale una comunità nazionale cerca di definire sé stessa, le sue virtù e la sua identità.

Nonostante le ambiguità sopra menzionate, l’impegno di Habermas durante l’Historikerstreit ha avuto indubbie conseguenze fruttuose. La sua battaglia per fare dell’Olocausto un pilastro della coscienza storica tedesca sfociò, un decennio e mezzo dopo, in una nuova legge sulla cittadinanza che istituisce lo jus soli accanto allo jus sanguinis. Essere cittadino tedesco non significa più appartenere a un gruppo etnico di Stammgenosse («fratelli dello stesso ceppo»), ma essere membro di una comunità politica, condividendo gli stessi doveri e diritti di tutti gli altri membri, senza riguardo per le origini etniche di ciascuno. Questo è stato un riconoscimento postumo per milioni di ebrei tedeschi che, per decenni, erano stati visti come estranei nel loro stesso paese.

Oggi la Germania è diventata una nazione multietnica, multiconfessionale e multiculturale, con un numero significativo di giovani cittadini di origine postcoloniale. Durante la Coppa del Mondo, milioni di tedeschi si identificano con orgoglio nei calciatori che portano cognomi polacchi, turchi, africani o latini. Questo è il segno di un cambiamento culturale enorme e positivo. Certamente, i cittadini tedeschi di origine postcoloniale non dovrebbero ignorare che l’Olocausto appartiene alla storia del loro paese, ma incarnano anche altre memorie che legittimamente chiedono di essere riconosciute. Il colonialismo è una parte costitutiva della storia europea e tedesca tanto quanto l’antisemitismo; la loro memoria dovrebbe far parte della memoria collettiva tedesca, non semplicemente della memoria delle sue minoranze. Questa verità, tuttavia, è semplicemente incompatibile con il dogma dell’unicità dell’Olocausto e della difesa di Israele. I cittadini tedeschi di origine palestinese dovrebbero considerare la sicurezza di Israele come un proprio dovere politico e morale?

Dirk Moses osserva che, secondo diverse inchieste, molti alunni delle scuole tedesche non bianche che hanno visitato Auschwitz non si sono sentiti in colpa per i crimini tedeschi, ma si sono identificati spontaneamente con gli ebrei. Una parte significativa della società tedesca non può riconoscersi in una religione civile del ricordo che rifiuta le identità postcoloniali come antisemite. Una società multiculturale dovrebbe preservare la sua diversità, come regno di una «memoria multidirezionale» (Michael Rothberg), in cui il ricordo dell’Olocausto e quello del colonialismo potrebbero non solo coesistere, ma anche rafforzare la democrazia e il pluralismo.

Nell’era della globalizzazione, la coscienza storica e una pedagogia del pluralismo e della democrazia non possono fondarsi esclusivamente sulla memoria dell’Olocausto, per quanto importante sia e per quanto essenziale essa sia stata per consentire alla Germania e all’Europa di «elaborare il passato». Purtroppo, i «catechisti» tedeschi non sono inclini al dialogo; sono l’opposto della nobile tradizione dell’universalismo ebraico, che aveva trovato in Germania tanti grandi rappresentanti.

*Enzo Traverso insegna alla Cornell University. Il suo libro più recente è Rivoluzione (Feltrinelli, 2022). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione


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