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mercoledì 26 novembre 2025

progressività fiscale?

Ve la do io la progressività fiscale! - Francesco Pallante

Se la politica italiana avesse realmente a cuore l’interesse generale, da tempo avrebbe preso atto del fallimento delle politiche economiche seguite negli ultimi decenni. La tesi, tutt’ora dominante, che il bene dei ricchi corrisponda al bene dell’intera società – dal momento che favorire chi sta in alto non solo agevola lo sviluppo del sistema economico complessivo, ma opera a vantaggio anche di chi sta in basso, grazie all’effetto sgocciolamento – trova una smentita particolarmente incisiva proprio nell’Italia degli ultimi trent’anni: a fronte di una dinamica economia rimasta sostanzialmente piatta, la forbice delle disuguaglianze si è aperta a dismisura. I ricchi si sono arricchiti come non mai; e continuano ad arricchirsi. I poveri sono cresciuti di numero come non mai; e continuano ad aumentare. L’economia è rimasta bloccata in uno stato comatoso; e non accenna a risvegliarsi.

Eppure, l’intero sistema dei partiti presenti in Parlamento, con l’eccezione di Avs, non mostra moti di ravvedimento. Che la destra stia dalla parte dei benestanti non stupisce (merita, semmai, attenzione critica il cinismo con cui riesce, ciononostante, a guadagnare e mantenere il consenso di parte degli indigenti). Stupisce, invece, l’ostinazione con cui, sebbene attraverso toni differenti, tanto il Pd, quanto il M5S continuano a rifiutarsi di porre, con la serietà che sarebbe necessaria, le questioni della fiscalità e della ricchezza all’ordine del giorno. E persino quando la responsabilità di guidare il Paese è stata affidata a tecnici di grande prestigio e favore mediatico – Mario Monti e Mario Draghi – anch’essi non hanno fatto altro che proseguire le consuete politiche anti-egualitarie, senza che per ciò l’economia ne abbia tratto beneficio.

Sullo sfondo, emerge un doppio tradimento del dettato costituzionale: l’abdicazione della politica dal proprio ruolo di guida dell’economia, sino all’inversione radicale del rapporto tra l’una e l’altra in una patente – e persino rivendicata – sudditanza della politica nei confronti dell’economia; e l’abbandono del principio costituzionale della progressività del sistema tributario, strettamente correlato al contestuale abbandono dell’idea stessa dell’uguaglianza in senso sostanziale.

Le misure a favore dei contribuenti più ricchi contenute nel progetto dell’ultima manovra finanziaria del Governo (https://volerelaluna.it/economie/2025/11/10/la-bufala-del-taglio-dellirpef-per-i-ceti-medi/) sono, in questo quadro, nient’altro che la prosecuzione di quanto già in atto da tempo: in fondo, dal momento stesso in cui fu per la prima volta istituita l’Irpef nel 1974, con trentadue scaglioni e aliquote variabili tra il 10% e il 72%. Da allora, tale imposta, già di per sé insoddisfacente per via della limitatezza della base imponibile ristretta ai soli redditi da lavoro e da pensione, ha visto la propria portata progressiva gradualmente rattrappirsi, sino all’attuale articolazione in appena tre aliquote, con la minima più che raddoppiata al 23% e la massima quasi dimezzata al 43%. Inutile sottolineare che in tale processo involutivo – così come in tutti quelli che hanno coinvolto i diritti sociali, inattuabili senza risorse adeguate – il centrosinistra non ha segnato un’apprezzabile discontinuità con la destra.

Il risultato è un sistema tributario che oramai per i più ricchi opera con effetti regressivi – in modo tale, cioè, da diminuire, anziché aumentare, il carico fiscale al crescere della ricchezza – con il conseguente enorme afflusso di risorse nei patrimoni di una ristretta cerchia di soggetti. Sarà difficile riequilibrare la posizione di strapotere di cui costoro si ritrovano oggi a godere se non ricorrendo a forme di imposizione patrimoniale volte a colpire l’ingiustificabile accumulo di questi decenni. Nello stesso tempo, solo la ricostruzione della progressività del prelievo ordinario e la reintroduzione di una credibile imposizione successoria potrà realmente prevenire l’ulteriore aumento delle disuguaglianze.

Facile a dirsi, impossibile a farsi? Certamente il contesto politico e mediatico non aiuta. Occorre ripartire dai fondamentali. Mettere in chiaro il costo di tutti i diritti costituzionali: meno tasse significa, inevitabilmente, meno diritti. Ma ancor prima, sconfessare la retorica per la quale le tasse aumentano o diminuiscono ugualmente per tutti, come se i contribuenti appartenessero tutti a una sola categoria. Ovviamente, non è così, e anzi: proprio il fatto che i contribuenti appartengono a categorie diverse – vi sono i ricchissimi, i ricchi, il ceto medio, i poveri – è ciò che consente di configurare progressivamente il sistema tributario. Dire che le tasse sono aumentate o diminuite non significa nulla: decisivo è capire a quali categorie sono state aumentate o diminuite. Avendo chiaro che se si vuole tornare al disegno costituzionale è necessario operare nei due sensi contemporaneamente: vale a dire, aumentare le tasse ai ricchi e, soprattutto, ai ricchissimi, per potere allo stesso tempo diminuire le tasse al ceto medio e ai poveri.

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La bufala del taglio dell’Irpef per i ceti medi - Rocco Artifoni

La matematica è soltanto un’opinione. Evidentemente la pensa così il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che – durante le audizioni del 6 novembre nelle Commissioni bilancio riunite di Camera e Senato – ha risposto alle osservazioni dell’Istat, della Banca d’Italia, dell’Ufficio parlamentare di bilancio e della Corte dei conti sul taglio dell’aliquota dal 35% al 33% del secondo scaglione dell’Irpef inserito dal Governo nella manovra economica.

Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha detto chiaramente che a beneficiare del taglio dell’aliquota Irpef saranno i più ricchi: «Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità emerge come oltre l’85% delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto. Il guadagno medio va dai 102 euro per le famiglie del primo quinto ai 411 delle famiglie dell’ultimo. Per tutte le classi di reddito il beneficio sul reddito familiare è inferiore all’1%».

Fabrizio Balassone, vice capo Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, ha evidenziato che il taglio dell’Irpef e le misure della manovra a sostegno dei redditi non comportano variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito. In particolare, «la riduzione dell’aliquota dell’Irpef per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, ma con una variazione percentualmente modesta del reddito disponibile. Gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale si concentrano invece sui primi due quinti delle famiglie e sono anch’essi modesti».

Ancora più netta la posizione dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, che sottolinea come la riduzione di due punti di aliquota Irpef «riguarderà poco più del 30% dei contribuenti (circa 13 milioni, che sono oltre i 28.000 euro di reddito), determinando a regime una riduzione di gettito Irpef di circa 2,7 miliardi». La presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha evidenziato che «circa il 50% del risparmio di imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48.000 euro, che rappresentano l’8% del totale», precisando che «il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti, 123 per gli impiegati e 23 euro per gli operai; per i lavoratori autonomi è di 124 euro e per i pensionati di 55 euro».

Sul taglio dell’Irpef è intervenuta in modo critico anche la Corte dei conti. «Non si può tuttavia non osservare come oltre il 44% delle risorse a ciò destinate sia riferibile a contribuenti con reddito compreso tra 50 e 200 mila euro», ha detto Mauro Orefice, il presidente di coordinamento delle Sezioni riunite in sede di controllo della Corte dei Conti.

Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, dopo aver ascoltato tutte queste autorevoli valutazioni tendenzialmente negative, come se nulla fosse stato detto, ha comunque rivendicato la riduzione dell’aliquota dell’Irpef dal 35% al 33%, poiché «tutela i contribuenti con redditi medi, ed estendendo la platea di chi aveva beneficiato del cuneo fiscale coinvolge il 32% del totale dei contribuenti per un valore del beneficio medio atteso di 218 euro all’anno, che arriva a toccare per la fascia più alta interessata i 440 euro». Tutti i calcoli matematici e le istituzioni preposte smentiscono che l’intervento di riduzione dell’Irpef riguardi sostanzialmente il ceto medio. Persino il ministro Giorgetti di fatto ammette che il beneficio andrà soprattutto a favore della fascia più alta dei redditi, ma contemporaneamente – in modo palesemente contraddittorio – persiste nel sostenere che si tratta dei “redditi medi”.

Sarebbe più onesto che il Ministro dicesse con chiarezza che la propaganda è diversa dalla realtà. La propaganda è che si tagliano le tasse al ceto medio. La realtà che si regalano 2,7 miliardi ai redditi più elevati. Con quei soldi sicuramente si potrebbe fare qualcosa di più utile e necessario per questo Paese.

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venerdì 22 agosto 2025

Italia, paradiso fiscale per ricchi stranieri - Rocco Artifoni

 

«L’Italia attrae ricchi stranieri grazie al suo regime fiscale estremamente vantaggioso. Due banchieri svizzeri hanno recentemente approfittato di questo sistema, che consente loro di dedurre milioni di euro di tasse». La frase a prima vista sembra una fake news. Se non fosse che è stata pubblicata sul sito in lingua francese della Radio Televisione Svizzera…

In effetti dal 2017 l’Italia offre un sistema fiscale vantaggioso per i ricchi stranieri che stabiliscono la propria residenza fiscale in Italia, pagando un’imposta forfettaria. Fino all’agosto del 2024 si trattava di 100.000 euro, poi raddoppiati, in cambio di un’esenzione totale sui patrimoni e sui redditi esteri: dividendi, affitti, plusvalenze o eredità. Questo regime fiscale è valido per 15 anni. Secondo la Radio TV Svizzera diverse centinaia di persone hanno già beneficiato di questo schema. Tra questi, dirigenti senior, pensionati svizzeri e persino celebrità. Il caso più emblematico rimane quello di Cristiano Ronaldo, che si è trasferito a Torino al momento del suo passaggio alla Juventus, poco dopo l’entrata in vigore del programma. Recentemente due banchieri svizzeri hanno scelto di stabilire la propria base imponibile in Italia. A dimostrazione che la penisola italiana continua ad attrarre ricchi individui grazie a questa leva fiscale.

Interessante il commento della TV elvetica: «Questo sistema, tuttavia, non è sfuggito alle critiche. In particolare, è stato denunciato un sistema fiscale a due livelli, inaccessibile ai cittadini comuni, che vede le classi medie italiane sottoposte ad alcune delle pressioni fiscali più elevate d’Europa». In effetti, il Documento di Finanza Pubblica approvato dal Governo italiano ad aprile 2025 certifica che la pressione fiscale in Italia nel 2024 è salita al 42,6% rispetto al 41,4% del 2023. Recentemente l’ISTAT ha segnalato che il potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori, soprattutto a causa dell’inflazione, negli ultimi quattro anni è diminuito del 9%. In sintesi: per i lavoratori italiani più tasse e meno soldi effettivi.

La conclusione della Radio Televisione Svizzera è chiara: «Nonostante queste tensioni, l’Italia persiste nella sua strategia. Mentre altri Paesi, come il Portogallo, stanno riducendo o abbandonando questo tipo di regime fiscale, Roma sembra determinata a mantenere questo strumento di attrattività». L’attuale compagine governativa utilizza abbondantemente la retorica della difesa dell’italianità (contro gli immigrati stranieri) e delle tasche degli italiani (contro il fisco esoso). In realtà si privilegiano fiscalmente gli stranieri a scapito degli italiani. Ma in politica è noto che la coerenza non è più una virtù.

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giovedì 5 giugno 2025

Abolire la flat tax e aggiornare i valori catastali - Rocco Artifoni


Un report pubblicato alla fine di maggio 2025 sollecita il governo italiano a realizzare una riforma fiscale con l’obiettivo di una maggiore equità e di un rilancio economico. In particolare viene chiesta l’abolizione della flat tax e del regime forfettario per i lavoratori autonomi, l’aggiornamento dei valori catastali degli immobili, la ridefinizione del sistema delle detrazioni fiscali.

Attualmente, la flat tax rappresenta un’imposta unica sostitutiva per partite IVA individuali che operano all’interno di specifiche soglie di ricavi. Negli ultimi anni c’è stata una crescita nelle adesioni, perché il regime forfettario è molto conveniente. Ma l’imposta piatta proporzionale contribuisce a generare distorsioni e iniquità fiscali con molteplici effetti negativi:

·         riduzione della progressività costituzionale: i meccanismi agevolati riducono l’efficacia delle aliquote progressive su cui si basa l’IRPEF;

·         comportamenti elusivi: la presenza di soglie di ricavi invoglia il frazionamento delle attività per evitare il superamento dei limiti dell’agevolazione;

·         disuguaglianze tra lavoratori: gli autonomi in flat tax sono tassati molto meno rispetto ai lavoratori dipendenti a parità di reddito;

·         perdita di gettito per lo Stato: la restrizione della base imponibile comporta minori risorse disponibili.

L’aggiornamento dei valori catastali degli immobili è una misura attesa da tempo e frequentemente dibattuta nel contesto della giustizia fiscale. L’attuale sistema, fermo a valori storici superati da decenni, determina una disparità di trattamento fra proprietà e riduce la trasparenza delle imposte sul patrimonio.

Pertanto, la revisione degli indici catastali con un allineamento ai valori effettivi di mercato comporterebbe una maggiore equità orizzontale fra proprietari di immobili e un incremento del gettito pubblico.

L’aggiornamento catastale viene valutato come un passaggio chiave per potenziare la trasparenza della fiscalità immobiliare, rafforzare la redistribuzione e favorire la semplificazione degli adempimenti. Anche la giungla delle detrazioni fiscali andrebbe ampiamente rivista, poiché si tratta di sconti fiscali talvolta irrazionali, introdotti soltanto a vantaggio di determinate categorie produttive o commerciali.

Abrogare tali agevolazioni amplierebbe la base imponibile, renderebbe il sistema più equo e aiuterebbe nell’obiettivo di razionalizzare la spesa fiscale. Questa posizione trova riscontro in dati e analisi provenienti sia dal Ministero dell’Economia sia da enti indipendenti, che sottolineano le criticità strutturali che compromettono l’efficienza del sistema.

Sono azioni ritenute indispensabili per affrontare il persistente calo demografico, la debole partecipazione femminile al lavoro e gli effetti dei dazi commerciali internazionali, che minacciano le prospettive di sviluppo del Paese. Un sistema tributario più semplice, trasparente e progressivo, insieme a una base imponibile più ampia, creerebbe condizioni favorevoli per innovazione, occupazione di qualità e competitività internazionale.

Le raccomandazioni del report si armonizzano con le linee del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sottolineando la necessità di proseguire sulla rotta di riforme per assicurare all’Italia crescita sostenibile, equità nella distribuzione della ricchezza e capacità di risposta agli shock globali.

Il 2025 è indicato come un anno-chiave per l’Italia. Se la traiettoria della spesa pubblica non verrà corretta con interventi strutturali, il rapporto debito/Pil potrebbe tornare a crescere. La revisione del Patto di stabilità europeo e le nuove regole di bilancio comunitarie delineano un quadro più stringente nel medio termine. L’Italia deve consolidare i propri conti e rilanciare gli investimenti produttivi, altrimenti rischia di trovarsi impreparata di fronte a nuove crisi sistemiche.

Nota: il report sopra citato non è stato redatto da un gruppo di economisti comunisti, ma è il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale al termine della sua missione in Italia nel maggio 2025.

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domenica 24 marzo 2024

I giochi di prestigio di Giorgia Meloni: sostituire le tasse con donazioni - Rocco Artifoni

 

«Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni non i prelievi imposti per legge». Ecco la rivoluzione di Giorgia Meloni: i contribuenti non sarebbero più tenuti per legge (anzi, per Costituzione) a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, ma attraverso bellissime libere donazioni.

Il dizionario infatti conferma che «un’imposta è un tributo ovvero un prelievo coattivo di reddito effettuato dallo Stato per sostenere la spesa pubblica». Giorgia Meloni ha detto basta a questa bruttissima pratica voluta dagli intellettuali. La riforma del Governo, di conseguenza, prevederebbe che ciascuno donasse liberamente allo Stato quello che ritiene giusto.

Al mondo non esistono sistemi tributari simili. Potrebbe essere definito un fisco anarchico: ognuno dà ciò che vuole. Oppure un fisco filantropico, poiché non ci sarebbe un obbligo di dare, ma ci si affiderebbe al buon cuore di chi dona. Potrebbe anche essere definito come volontariato fiscale o fisco opzionale. Una specie di nuovo hobby: se sono appassionato, verso nelle casse del fisco; se non mi piace, evito di pagare.

Giorgia Meloni non lo dice, ma in questo modo si attuerebbe la massima semplificazione. Niente più imposte dirette o indirette, aliquote, scaglioni, deduzioni, detrazioni, esenzioni, evasione fiscale ma soltanto erogazioni liberali allo Stato. D’altra parte Giorgia Meloni non dice nemmeno che cosa accadrebbe se la somma dei contributi volontari non fosse sufficiente a garantire le risorse per le spese pubbliche. Qui forse si nasconde un subdolo cavillo. Ci potrebbe essere il rischio di dover introdurre una tassa per pagare il servizio richiesto. Certo non sarebbe una cosa bellissima, ma necessaria. Altrimenti, non si riuscirebbe a completare il ponte sullo Stretto o si dovrebbe interrompere a metà un’operazione chirurgica, tanto per fare un paio di esempi.

È probabile però che Giorgia Meloni abbia pensato a una soluzione alternativa, poiché è noto che la parola tasse la indispone. Pertanto si potrebbe fare in questo modo: chi si presenta al pronto soccorso firma una cambiale, cioè contrae un debito con lo Stato. E lo Stato per pagare il debito, chiede un prestito ai cittadini, come già avviene con l’emissione di titoli di Stato. A questo punto il gioco è fatto: il contribuente è contemporaneamente debitore e creditore dello Stato. Basta compensare le cartelle fiscali e il conto si annulla. Effettivamente bisogna ammettere che si tratta di una soluzione geniale. Una riforma che tutti aspettavamo da 50 anni, cioè da quando è entrato in vigore l’attuale sistema tributario fondato su imposte dirette e indirette (in particolare, IRPEF e IVA).

Resta però un problema. A livello europeo si è stabilito che l’IVA ordinaria non può essere inferiore al 15%. Ma Giorgia Meloni troverà sicuramente il modo di aggirare l’ostacolo posto dai burocrati europei. Per esempio dichiarando che non ci sono beni a cui applicare l’IVA ordinaria. A tutti i prodotti si applica l’IVA straordinaria allo 0%. Anche questa volta risuonano le parole profetiche di Oscar Wilde: «Posso credere a tutto, purché sia sufficientemente incredibile».

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giovedì 22 febbraio 2024

Riforma fiscale: “lasciate che i ricchi vengano a me” - Rocco Artifoni

Dilettanti allo sbaraglio. È difficile trovare altre parole per definire la scelta dei ridurre (da 4 a 3) le aliquote sull’imposta sui redditi delle persone fisiche (Irpef) per il 2024 da parte dell’attuale Governo. Il giudizio può sembrare a prima vista eccessivo, ma è nei dettagli che si può cogliere l’effetto reale della riforma.

La novità è la diminuzione dell’aliquota dello scaglione di redditi compreso tra 15.000 e 28.000 euro, che scende dal 25% al 23%, allineandosi allo scaglione precedente (fino a 15.000 euro). Per valutare in concreto l’incidenza fiscale dell’accorpamento di questi due scaglioni, si può verificare il risparmio di imposta in relazione alla variazione dei redditi.

Al di sotto della no tax aerea (che arriva fino a 8.500 euro) nulla cambia, perché non si pagano imposte.
Al di sopra del reddito esente fino ai 15.000 euro di reddito (di solito un lavoratore part-time) non c’è alcun risparmio. Tra 15.000 e 28.000 euro di reddito si ha un risparmio crescente, che sale in relazione all’aumento del reddito. Ad esempio, per chi ha un reddito di 20.000 euro lo sconto è di 100 euro, mentre per un reddito di 28.000 lo sconto è di 260 euro. Tra 28.000 e 50.000 euro lo sconto è sempre di 260 euro. Anche sopra i 50.000 euro il risparmio è di 260 euro, ma tende ad annullarsi se il contribuente usufruisce di detrazioni fiscali. Per i redditi superiori a 240.000 euro si applica lo sconto pieno di 260 euro, poiché per questi redditi non sono previste detrazioni.

Proviamo a interpretare ed esemplificare le cifre.

Se sei povero, non sono previsti sconti fiscali.

Se hai un reddito basso, il risparmio è maggiore per chi ha un reddito che si avvicinano a quello medio.

Se hai un reddito medio-alto, ottieni il risparmio maggiore.

Se hai un reddito alto, lo sconto diminuisce se hai maggiori spese (universitarie, di trasporto ecc.).
Sei hai un reddito altissimo, hai lo sconto pieno.

È evidente che questa distribuzione del risparmio fiscale non è equa e nemmeno ragionevole. Anziché intervenire con uno sconto progressivo sulle imposte (cioè maggiore per chi ha un reddito più basso), di fatto il Governo ha scelto di attuare un criterio regressivo (aumentando lo sconto sostanzialmente per i redditi più elevati). Inoltre, in questa tendenza che favorisce i contribuenti più abbienti, si intravvede una penalizzazione delle famiglie che hanno più spese e di conseguenza detrazioni fiscali.

Il disegno della riforma è talmente illogico che ci si domanda se si tratti di una scelta ideologica consapevole oppure dell’effetto di interventi decisi senza conoscenza delle ricadute reali. Difficile anche giudicare se la causa risieda in una politica regressiva o piuttosto in un’incompetenza tecnica. Forse si tratta di entrambe le caratteristiche di un Governo che ha l’intenzione di andare in una direzione tendenzialmente antisolidale e anticostituzionale, ma che di fatto adotta soluzioni pasticciate e irrazionali.

Non dimentichiamo che, come scriveva Robert Stevenson, «la politica è forse l’unica professione per la quale non si ritiene necessaria alcuna preparazione».

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martedì 10 ottobre 2023

I migranti e le incoerenze del governo - Rocco Artifoni

 

Se si mettessero d’accordo, almeno eviterebbero le contraddizioni.

Il presidente del consiglio Giorgia Meloni in una lettera inviata al cancelliere tedesco Olaf Scholz ha scritto: “È ampiamente noto che la presenza in mare delle imbarcazioni delle Ong ha un effetto diretto di moltiplicazione delle partenze di imbarcazioni precarie che risulta non solo un ulteriore aggravio per l’Italia, ma allo stesso tempo incrementa il rischio di nuove tragedie in mare”.

La lettera è stata scritta in riferimento al finanziamento di alcune Organizzazioni non governative (Ong) che soccorrono i migranti nel Mare Mediterraneo da parte del governo tedesco.

A rincarare la dose è arrivata anche una dichiarazione su Instagram del vicepremier leghista e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini: “Governi stranieri, che finanziano associazioni private straniere, per riempire di clandestini l’Italia. Vergognoso, inaccettabile”.

Probabilmente né Meloni né Salvini hanno ascoltato le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ad una agenzia stampa ha affermato: “Per quanto riguarda i salvataggi in mare, voglio rammentare agli amici tedeschi che quelli effettuati dalle Ong rappresentano appena il 5%”. E con orgoglio patriottico Crosetto ha sottolineato che “anche l’Italia salva, e ha salvato, migliaia di persone, anche senza l’aiuto delle Ong”.

A completare l’opera delle prese di posizione governative non poteva mancare il secondo vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha precisato: “Il problema c’è ma va affrontato in maniera solidale, non in modo egoistico. La frontiera sud dell’Europa siamo noi”.

Prescindendo dalle palesi contraddizioni, sorgono spontanee alcune domande.
A Giorgia Meloni: perché non si pone la domanda perché questi migranti rischiano la vita su imbarcazioni precarie cercando di attraversare il Mediterraneo?

A Matteo Salvini: che cosa direbbe il governo italiano se il governo tunisino protestasse perché l’Italia sta finanziando le Ong italiane presenti in Tunisia?

A Guido Crosetto: se le Ong si occupano soltanto del 5% dei salvataggi, perché ci si preoccupa così tanto e perché si farebbe volentieri a meno di questo aiuto?

Ad Antonio Tajani: se il problema va affrontato in modo solidale, perché non sostenere e incoraggiare tutte le organizzazioni disponibili ad aiutare chi si trova in difficoltà?

Purtroppo, come spesso accade in politica, la logica non va d’accordo con la propaganda.
Come scrisse Gore Vidal, “le parole servono a confondere, cosicché in periodo di elezioni la gente voti solennemente contro i suoi stessi interessi”.

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domenica 17 settembre 2023

Le multinazionali sono al top - Rocco Artifoni

 

 “Eat the rich” è la scritta posta su una scatoletta di cibo con il disegno di un ricco che viene cotto sopra un fuoco. È questa l’immagine provocatoria che fa da copertina alla 13° edizione di “Top200”, il report annuale (basato sui dati relativi al 2022) sulle principali multinazionali curato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il motto provocatorio richiama una celebre frase di Jean-Jacques Rousseau: «Quando il popolo non avrà più da mangiare, allora mangerà i ricchi». Così si esprime con chiarezza da che parte si pone chi ha predisposto il dossier.

Nel merito si tratta – come nelle precedenti edizioni – di uno studio puntuale, sia perché i dati riportati forniscono un quadro preciso della ricchezza delle imprese multinazionali, sia per l’attualità della problematica in un mondo che presenta enormi disuguaglianze.

Il sottotitolo – “la crescita del potere delle multinazionali” – sintetizza il risultato che emerge dal report. Anzitutto i profitti delle prime 200 imprese internazionali sono raddoppiati in dieci anni, passando da 1.089 a 2.054 miliardi di dollari. Nella classifica delle “top 200” società troviamo 62 multinazionali con sede principale negli USA e 61 in Cina, che insieme rappresentano il 64,1% del fatturato: 17.770 miliardi su un totale di 27.722 miliardi di dollari. Al terzo posto si colloca il Giappone con 18 imprese e al dodicesimo l’Italia con tre società (Assicurazioni Generali, Eni e Enel).

Assai significativo per comprendere il potere delle imprese è il confronto tra le entrate degli stati e i fatturati delle multinazionali. Al primo posto ci sono gli USA con 8.010 miliardi di dollari di introiti, al decimo troviamo l’India con 682 miliardi, seguita dalla prima delle multinazionali – la Walmart – con un fatturato di 611 miliardi. In questa classifica ibrida (stati e multinazionali insieme), ai primi 100 posti ci sono 72 multinazionali.

Il dossier, oltre a numerose classifiche sulle top 200 imprese mondiali, contiene quattro approfondimenti relativi ai finanziamenti pubblici alle imprese private, agli affari delle società che producono programmi di intrattenimento, alla crescita dei privati nel settore della sanità e alla presenza di mercenari nei teatri di guerra nel mondo. Proprio questi quattro focus rappresentano la parte più attuale e originale del report. Da non perdere.

http://www.cnms.it/attachments/article/206/top200_2023.pdf

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lunedì 14 marzo 2022

I crimini degli altri e i nostri: ricordare l’Etiopia - Rocco Artifoni

«La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» (legge 30 marzo 2004, n. 92). Lo confesso: ogni anno la “celebrazione” del 10 febbraio mi lascia un po’ perplesso. Ovviamente la perplessità non riguarda il ricordo delle vittime delle foibe (circa 8 mila persone) o l’esodo giuliano dalmata (circa 300 mila persone), che ovviamente è doveroso ricordare. Sono infastidito invece da quello che non si ricorda, cioè quello che la memoria non dovrebbe tralasciare: le colpe e i crimini degli italiani. Perché anzitutto dovremmo ricordare il programma dichiarato del fascismo per voce del suo capo Benito Mussolini: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Io credo che si possano più facilmente sacrificare 500mila slavi barbari a 50mila italiani». E non dovremmo dimenticare che gli slavi ci chiamavano “italijanski palikuce” (italiani bruciatetti).

La stessa perplessità mi sovviene quando ricordiamo i caduti italiani della seconda guerra mondiale. Una domanda sorge spontanea: che cosa ci facevamo, noi italiani, in Russia, Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Somalia, Eritrea, Etiopia ecc.? Prima ancora di ricordare i nostri morti, dovremmo ricordare quelli che abbiamo provocato. Lanza del Vasto, apostolo della nonviolenza, sosteneva che i torti degli altri non ci giustificano. Ogni popolo, ogni nazione dovrebbe fare memoria dei propri errori, dei crimini che ha compiuto, dei morti che ha causato. Noi italiani dovremmo anzitutto chiedere scusa per le stragi e per i lager che abbiamo realizzato in Jugoslavia, per l’aggressione militare nell’Epiro in Grecia, per il colonialismo in Africa, per i gas asfissianti che abbiamo utilizzato in Eritrea ecc.

Proprio la vicenda dell’Etiopia dovrebbe interrogarci come popolo e potrebbe darci lo spunto per cambiare prospettiva. Dovremmo anzitutto imprimere nella consapevolezza e nella coscienza nazionale le parole pronunciate dall’imperatore etiope Hailé Selassié alla Società delle Nazioni il 30 giugno 1936: «È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l’Etiopia. Il Governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. […] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. […] A parte il Regno di Dio, non c’è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un Governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest’ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio».

E se proprio vogliamo ricordare che cosa hanno fatto gli altri a noi, prima dei torti dovremmo elencare i meriti. Quando l’imperatore dell’Etiopia ritornò dall’esilio in patria, il 20 gennaio 1941, emanò un decreto in cui faceva appello alla popolazione perché, malgrado i numerosi lutti, agisse con rispetto verso i prigionieri italiani: «Io, Hailé Selassié, vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno, con o senza armi. Non rinfacciate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano. Vi raccomando particolarmente di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi. Non saccheggiate i beni altrui anche se appartengono al nemico. Non incendiate le case».

Ecco: si potrebbe inserire la data del 20 gennaio nel Calendario civile italiano, perché la vicenda etiopica ci insegna che la vendetta non è un obbligo e che la memoria storica deve essere considerata e valutata anzitutto dalla parte degli altri. Soltanto in questa prospettiva anche il ricordo dei nostri morti potrebbe assumere un significato meno parziale e più degno.

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domenica 2 gennaio 2022

Il comunismo fiscale dei più ricchi - Rocco Artifoni

  

Chi l’ha detto che in Italia il comunismo non è mai stato realizzato? Basta guardare l’evoluzione dell’ultimo scaglione dell’imposta sui redditi per comprendere come i più ricchi con il passare del tempo hanno scelto di condividere la posizione fiscale di chi è un po’ meno ricco. Proviamo a spiegare con un po’ di storia.

Nel 1948 la Costituzione stabilisce che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività” (art. 53). Il che significa che la percentuale di tasse da pagare sale con l’aumentare della capacità contributiva.

Nel 1974 entra finalmente in vigore la riforma fiscale in applicazione dell’art. 53 della Costituzione, fissando 32 scaglioni e stabilendo l’aliquota più elevata al 72% per la parte di reddito superiore a 500 milioni di lire. Quella cifra, aggiornata sulla base del coefficiente ISTAT, oggi corrisponderebbe a 3.668.000 euro. Pare evidente che la cifra si riferisse a pochissimi super ricchi, i quali probabilmente hanno pensato che non fosse giusto trovarsi in questa ristretta cerchia di privilegiati.

Di conseguenza, nel 1983 si è deciso di ridurre a 9 gli scaglioni fiscali e di portare l’aliquota più alta al 65% per la quota superiore a 500 milioni di lire, ma che – a causa dell’inflazione – nel frattempo avevano perduto di valore, corrispondendo oggi a 858.868 euro, cioè un quarto della soglia stabilita nel 1974. In questo modo i ricchi sono aumentati come numero ma pagando meno tasse.

Nel 1989 i ricchi hanno pensato di aumentare ancora la condivisione: gli scaglioni sono scesi a 7, l’aliquota più elevata al 50%, applicata oltre la soglia di 300 milioni di lire, che indicizzati ad oggi corrisponderebbero a 336.833 euro. E così il numero dei ricchi è ulteriormente aumentato mentre l’imposta è diminuita ancora un po’.

Nel 2007, giunti in un nuovo millennio, è stata rilanciata l’idea di un maggiore coinvolgimento dei contribuenti più ricchi. Gli scaglioni sono diventati 5, l’aliquota è scesa al 43% sopra la soglia di 75.000 euro, che ad oggi sarebbero 94.050 euro.

Infine in questi giorni governo e parlamento stanno approvando la nuova riforma fiscale che prevede per il 2022 di ridurre gli scaglioni a 4, mantenere l’aliquota più elevata al 43% applicata a partire da 50.000 euro. In questo modo nella classe dei più ricchi rientreranno tutti i contribuenti con redditi superiori a 50.000 euro.

In questo periodo di festività immaginiamo quei pochi con redditi superiori a 3.668.000 euro che brinderanno alla salute di quelli che guadagnano poco più di 50.000 euro, proclamando: siamo tutti fratelli e perciò è giusto che tutti paghiamo la stessa aliquota fiscale. Finalmente in Italia in modo progressivo il comunismo – soltanto dei più ricchi – ha trionfato.

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martedì 13 luglio 2021

Il fisco e le contraddizioni del Parlamento - Rocco Artifoni

 

«Federico Caffè amava ripetere che “fare politica economica significa tre cose: analisi della realtà, rifiuto delle sue deformazioni, impiego delle nostre conoscenze per sanarle”. Una citazione che si accompagna perfettamente al noto motto di Luigi Einaudi, secondo cui occorre “conoscere per deliberare”. Le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno inteso innanzitutto rispettare il motto di quei due grandi intellettuali, compiendo un percorso di sei mesi di analisi della realtà, di rifiuto delle sue deformazioni, di acquisizione di conoscenze e del loro impiego rivolto alla soluzione dei problemi esistenti». È questa la motivazione che le Commissioni Finanze del Parlamento ha dato alla “Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario”, che ha portato il 30 giugno all’approvazione di un documento conclusivo, «affinché possa fungere da indirizzo politico al Governo per la predisposizione della legge delega sulla riforma fiscale, che l’Esecutivo si è impegnato a presentare entro il 31 luglio 2021». Il documento è articolato in due capitoli. Il primo presenta gli obiettivi dell’intervento di riforma: «stimolare l’incremento del tasso di crescita potenziale dell’economia italiana e rendere il sistema fiscale più semplice e certo». Il secondo capitolo contiene proposte riguardanti le principali imposte del nostro sistema tributario: IRPEF, IRES, IVA, IRAP ecc.

Subito si nota una clamorosa assenza: tra gli obiettivi dichiarati non c’è l’equità, che in realtà dovrebbe essere il fondamento di ogni sistema fiscale. Da sottolineare anche la visione ideologica che considera la crescita economica una priorità assoluta, a prescindere, ad esempio, dalla sostenibilità ambientale. Se queste sono le premesse, è ovvio che da questo documento parlamentare non c’è molto da attendersi. Eppure dal testo emergono alcune considerazioni interessanti, a volte in palese contrasto con gli obiettivi dichiarati nel documento, forse specchio delle diverse idee rappresentate in Parlamento. Anzitutto il documento evidenzia la necessità di una riforma: «Il ciclo di audizioni ha confermato in maniera chiara e inequivocabile che la struttura delle aliquote marginali effettive presenti nel nostro sistema imposte-benefici è altamente inefficiente nonché dannosa per la crescita economica». Ennesima conferma che il problema non è l’iniquità, ma il danno alla crescita. Infatti, si aggiunge: «Appare quindi fondamentale semplificare e razionalizzare il quadro normativo, per garantire certezza nell’applicazione delle norme e coerenza dell’impianto impositivo, nonché per assicurare che il sistema tributario sia percepito come equo, affidabile e trasparente e, infine, per ridurre l’elevato contenzioso». Non è rilevante che il fisco sia equo: l’importante è che sia “percepito” come equo. Di conseguenza, anche le dichiarazioni di principio sembrano più dovute che convinte: «Mentre si conferma la piena adesione al precetto costituzionale di progressività del sistema fiscale, si sottolinea che il conseguimento dell’obiettivo redistributivo (oggi largamente affidato all’imposta personale sui redditi) può avvenire non solo tramite l’operare dei tributi ma anche sul lato delle uscite pubbliche». In altre parole, il compito di ridurre le disuguaglianze deve essere spostato dal fisco alle politiche assistenziali. La differenza di visione è evidente e notevole.

Analizzando la seconda parte del documento, nella quale si trovano le misure specifiche, ci sono spunti interessanti. Ad esempio, uno dei principali problemi dell’attuale sistema fiscale è dovuto a quei redditi che sfuggono al criterio della progressività, attraverso l’applicazione di imposte sostitutive proporzionali (di fatto si tratta di flat tax). Le Commissioni parlamentari prendono posizione: «La crescente estensione dei regimi di tassazione sostitutiva infatti determina un carico fiscale diseguale tra le varie fonti di reddito, generando una violazione del principio di equità orizzontale e incidendo negativamente sulla capacità redistributiva dell’imposta, anche in considerazione della mancata applicazione a tali redditi delle addizionali comunali e regionali. Nel complesso, in Italia l’applicazione ai redditi di regimi sostitutivi proporzionali riduce la base imponibile dell’Irpef di circa un decimo, effetto in gran parte riconducibile alla tassazione dei redditi finanziari, dei redditi d’impresa e dei redditi da lavoro autonomo, soprattutto dopo l’estensione del prelievo proporzionale ai soggetti con ricavi non superiori a 65 mila euro». Di conseguenza, dalla Commissione ci si aspetterebbe la richiesta che l’imposta progressiva si debba applicare al cumulo di tutti i redditi percepiti da un contribuente. Invece, subito dopo si afferma che «tale opzione presenta numerose conseguenze di tipo economico e politico, in quanto implicherebbe l’incremento anche sostanziale della tassazione su diverse categorie reddituali». Insomma, il cumulo dei redditi sarebbe giusto, ma penalizzerebbe le categorie con redditi elevati. Quindi, non s’ha da fare…

Il documento affronta anche il nodo dell’unità impositiva: è più corretto che le tasse vengano pagate dal singolo individuo oppure dalla famiglia? La Commissione parlamentare pone il problema in modo corretto: «La scelta dell’individuo presuppone che la sua capacità contributiva sia indipendente dalle scelte personali in merito alla composizione del nucleo familiare. La scelta della famiglia invece presuppone l’esistenza di economie di scala e che le decisioni degli individui vengano prese in base al flusso di reddito complessivo del nucleo familiare». Ma la risposta è deludente: «la Commissione concorda che sia opportuno mantenere il reddito individuale come unità impositiva dell’imposta personale sui redditi». Tutto ciò in palese contrasto con un’affermazione contenuta nella prima parte del documento, laddove si trova l’indicazione di «tenere esplicitamente conto della situazione patrimoniale e reddituale del nucleo familiare, rafforzando quindi l’aspetto relativo all’equità»: l’art. 53 della Costituzione identifica questo tema nella “capacità contributiva”, come punto di riferimento per concorrere alle spese pubbliche. Purtroppo il documento nulla dice sulla palese schizofrenia dell’attuale sistema: le imposte sui redditi (IRPEF) si applicano ai singoli, mentre il principale strumento per le agevolazioni (ISEE) è improntato sul patrimonio della famiglia. Da una Commissione che si pone l’obiettivo della riforma, ci si poteva aspettare almeno un’ipotesi di cambiamento. 

Invece, due proposte di modifica sono chiaramente indicate per l’IRPEF: 1) l’abbassamento dell’aliquota media effettiva con particolare riferimento ai contribuenti nella fascia di reddito tra 28 e 55 mila euro; 2) la modifica della dinamica delle aliquote marginali effettive, eliminando le discontinuità più marcate.

Il primo punto consiste nella proposta di riduzione delle imposte per il ceto medio. Ma è proprio così?
In Italia su 60 milioni di abitanti i contribuenti sono circa 41 milioni, suddivisi in 5 scaglioni di redditi. Nel primo scaglione (fino a 15 mila euro) ci sono circa 18 milioni di persone. In quello successivo (da 15 a 28 mila euro) circa 14 milioni di contribuenti. Nel terzo scaglione (appunto, da 28 a 55 mila euro) sono circa 7 milioni. Poi quasi un milione di contribuenti nel quarto scaglione (da 55 a 75 mila euro) e altrettanti nel quinto scaglione (oltre 75 mila euro). Pertanto, se consideriamo gli ultimi tre scaglioni (oltre 28 mila euro), troviamo in totale circa 9 milioni di individui, che rappresentano poco più del 20% dei contribuenti. Il restante 80% (circa 32 milioni di persone) è collocato nei primi due scaglioni, cioè con redditi inferiori a 28 mila euro. Quindi, tutto sommato il vero ceto medio sarebbe quello del secondo scaglione, cioè circa 14 milioni di contribuenti, che dichiarano redditi tra 15 e 28 mila euro. Tenendo conto di questi dati, la proposta della Commissione parlamentare di diminuire le imposte ai contribuenti del terzo scaglione risulta favorevole ai ceti più ricchi. Lo conferma il fatto che non verrebbe compensata da un aumento delle aliquote del quarto e del quinto scaglione. Ciò significa che lo sconto che verrà fatto ai contribuenti del terzo scaglione, ovviamente varrà anche per quelli degli scaglioni successivi, che usufruiranno del medesimo sconto. Non solo: mentre chi fa parte del terzo scaglione potrà avere uno sconto soltanto parziale (a meno che si posizioni al limite dello scaglione, cioè con 55 mila euro di reddito), i contribuenti del quarto e del quinto scaglione potranno godere totalmente della riduzione di aliquota del terzo scaglione. Insomma, saranno soprattutto i più ricchi a risparmiare di più, pagando meno tasse.

La seconda proposta di modifica riguarda l’eliminazione della forte discontinuità delle aliquote marginali. La proposta è sicuramente condivisibile, perché il sistema attuale è irrazionale: ci sono alcuni livelli di reddito tra uno scaglione e l’altro o anche quando si supera di poco la “no tax area” nei quali l’aliquota applicata subisce una brusca impennata. Il metodo più logico per evitare queste incongruenze sarebbe l’applicazione di una funzione continua (come avviene ad esempio in Germania), con l’aliquota fiscale che aumenta con il crescere del reddito. Invece, «la Commissione concorda che la modalità attraverso cui raggiungere questi obiettivi sia da individuare in un deciso intervento semplificatore sul combinato disposto di scaglioni, aliquote e detrazioni per tipologia di reddito». L’adozione di un sistema ad aliquota continua ‒ senza addurre motivazioni ‒ è considerata “meno preferita” e comunque relativa «alle fasce di reddito medie» (senza specificare l’ammontare dei redditi).

Nel documento c’è anche un paragrafo dedicato alle imposte sul reddito di impresa. La Commissione parte dal fatto che attualmente il prelievo fiscale sull’imprenditore individuale (o socio di una società di persone) dipende dall’aliquota marginale e quindi dal reddito complessivo Irpef, mentre sulle società di capitale insiste un prelievo proporzionale, attualmente fissato al 24%. Secondo logica e in una visione costituzionale verrebbe da chiedersi perché le società di capitali abbiano il privilegio di una tassazione proporzionale. La Commissione, invece, si pone nella prospettiva opposta, proponendo che anche le imprese individuali possano optare per la tassazione proporzionale, opportunità già concessa per ricavi inferiori a 65 mila euro.

Per quanto riguarda la tassazione dei redditi finanziari, il documento spiega che queste tipologie di reddito sono – nella maggioranza dei casi – sottoposte a un’aliquota sostitutiva proporzionale attualmente fissata al 26%. La Commissione segnala che «tale aliquota andrebbe allineata alla prima aliquota progressiva sui redditi da lavoro», cioè diminuita al 23%. Si tratterebbe di uno sconto di oltre il 10% sulle imposte per i redditi finanziari. In realtà non si capisce per quale ragione i guadagni in campo finanziario debbano essere parificati al reddito dei contribuenti meno abbienti, quelli che al massimo arrivano a 15 mila euro di reddito. Dato che i redditi finanziari evidentemente appartengono alle classi più agiate, anche non considerando il cumulo dei redditi, sarebbe più coerente applicare almeno un’aliquota mediana come quella del terzo scaglione, che è del 38%.

Infine, prendendo atto che «la situazione vigente incentiva implicitamente gli investimenti privi di rischio (quelli che proteggono il capitale da possibili minusvalenze ma che lo remunerano con un interesse modesto ma ragionevolmente sicuro)», la Commissione sostiene che «invece un’impostazione pro-crescita dovrebbe quantomeno essere neutrale rispetto a investimenti maggiormente in grado di convogliare il risparmio privato nell’economia reale». Di fatto ignorando che «la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito» (art. 47 Costituzione).

Condivisibile invece l’indicazione sull’IVA: la Commissione ritiene opportuna una «possibile riduzione dell’aliquota ordinaria attualmente applicata». L’IVA infatti è considerata un’imposta regressiva, poiché colpisce i redditi in forma decrescente: l’imposta sui consumi penalizza i meno abbienti, costretti per vivere a spendere tutto ciò che guadagnano. Peccato che la Commissione non spieghi come sia possibile ridurre contemporaneamente le imposte dirette (sui redditi del terzo scaglione) e quelle indirette (sui consumi). A logica ‒ per mantenere la parità di gettito ‒ se una tassa diminuisce l’altra deve aumentare. A meno che si voglia per scelta esplicita diminuire il gettito fiscale complessivo, con la conseguenza inevitabile di minori risorse per le spese sociali (scuole, ospedali, ambiente ecc.).

Tutto ciò contrasta con alcune interessanti affermazioni che si trovano alla fine del documento: «Il contribuente deve pienamente internalizzare il beneficio collettivo che deriva dal pagamento dei tributi, nella forma dell’erogazione di beni e servizi pubblici». E persino: «lo Stato altro non è che l’insieme dei contribuenti stessi». Belle parole, ma che sono largamente contraddette dalle proposte che la Commissione parlamentare ha inviato al Governo come indirizzo politico per la riforma del fisco.

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domenica 18 aprile 2021

La stupidità umana e il nostro futuro - Rocco Artifoni

«Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi». Se ci si sofferma a pensare a ciò che sta accadendo nel mondo è inevitabile giungere alla stessa conclusione alla quale giunse Albert Einstein. Stiamo distruggendo il pianeta. In termini più metaforici stiamo segando l’albero sul quale siamo seduti. Abbiamo privatizzato le risorse naturali, l’acqua e la terra, che dovrebbero essere beni comuni. Abbiamo permesso che ogni cosa sia soggetta a proprietà e a brevetti, persino i farmaci salva-vita e i vaccini. Tutto si può comprare nel mercato globalizzato, ogni cosa è merce, anche gli organi umani dei poveri per i trapianti dei ricchi. L’unico “dio” davvero venerato è il profitto: siamo di fronte a un monoteismo che surclassa ogni fanatismo.

La pandemia del Covid-19 ha sottolineato ancora di più che esiste un’intollerabile diseguaglianza, che gli uomini e i popoli non sono tutti uguali: gli Stati più ricchi si sono accaparrati i vaccini, mentre i Paesi più poveri ne sono quasi totalmente privi e solo tra alcuni anni potranno vaccinare tutte le loro popolazioni. L’accaparramento avviene anche grazie ai brevetti, esito di ricerche spesso finanziate con fondi pubblici. Occorrerebbe, nell’immediato, procedere quindi almeno alla loro sospensione, come hanno proposto Sudafrica e India. Una moratoria dei brevetti permetterebbe infatti agli Stati più poveri di produrre i vaccini, evitando la morte di milioni di persone e, nel contempo, promuovere una più ampia e rapida vaccinazione in tutto il mondo eviterebbe ai Paesi più ricchi quantomeno di subire altre ondate di contagi ad opera di varianti del virus sempre più aggressive.

Questo ci porta a una più ampia riflessione sul fatto che abbiamo stabilito regole per ogni cosa, ad eccezione di quella fondamentale: la casa in cui tutti abitiamo. Manca una Costituzione della Terra, nella quale oltre ai principi, ai doveri e ai diritti fondamentali, siano stabilite effettive istituzioni internazionali, con reale potere legislativo, esecutivo e giudiziario, con funzioni di garanzia attraverso una Corte Suprema Mondiale. Oggi più che mai abbiamo assoluta necessità di organismi pubblici globali, che garantiscano a tutti gli abitanti del pianeta un servizio sanitario, un’organizzazione mondiale dell’istruzione, un demanio planetario che sottragga al mercato beni comuni come l’acqua potabile e protegga le foreste, i mari e i ghiacciai, il monopolio pubblico della forza in capo ad una polizia internazionale e la conseguente messa al bando delle armi e degli eserciti nazionali.

Il bilancio del biennio 2020-2021 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è di 4,8 miliardi di dollari, cioè circa 2 miliardi di euro l’anno, cifra che corrisponde alla spesa sanitaria annuale dei cittadini della provincia di Bergamo, tenendo conto che la spesa sanitaria della Regione Lombardia è di 21,9 miliardi l’anno. Affinché l’azione dell’OMS sia realmente efficace e significativa bisognerebbe moltiplicare almeno per mille i fondi in bilancio, cioè 2.000 miliardi l’anno. Servirebbero fondi maggiori per fare ricerca, per prevenire e fronteggiare le pandemie, nonché per portare uguali cure ai malati in tutto il mondo. In definitiva, per garantire il diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità. Per realizzare questo sarebbe utile un’imposta mondiale sulle ricchezze, un fisco sovranazionale di carattere realmente progressivo su tutti i patrimoni.

La FAO, l’Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura, raccoglie dati e analizza le situazioni dei vari Paesi, predispone studi e progetti, ma non è certo in grado di porre fine alla fame nel mondo. Questa incapacità di intervenire in modo adeguato a livello globale purtroppo si osserva in tutte le istituzioni internazionali. Perciò occorrerebbe trasformare le attuali organizzazioni mondiali (prima tra tutte l’ONU, ma anche la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ecc.) in istituzioni di garanzia, indipendenti dal controllo dei Paesi più ricchi, mettendole così in grado di attuare in modo concreto le finalità enunciate nei loro stessi statuti come la garanzia dei diritti fondamentali per tutti, la promozione dello sviluppo dei Paesi più poveri, la riduzione degli squilibri e delle attuali enormi disuguaglianze. La Dichiarazione universale dei diritti umani assume significato e trova vero senso se questi diritti risultano di tutti, cioè uguali e indivisibili; altrimenti di fatto anche i diritti rischiano di diventare solo i privilegi di chi ha la forza di affermarli.

Non stiamo considerando utopie, ma scelte basate sulla ragione e sul buon senso, cioè sul nesso imprescindibile tra la salute degli umani e la salute del pianeta, cioè sugli interessi vitali di tutti. Riecheggia, osservando la storia attuale, la risposta al dilemma affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto di convivenza pacifica sulla base del divieto della guerra e la garanzia della vita. Questa si presenta oggi però con due differenze e aggravanti di fondo: la capacità distruttiva degli odierni poteri globali, che è incomparabilmente maggiore di quella nello stato di natura hobbesiano, e il carattere irreversibile delle devastazioni da essi prodotte. Le alternative esistono. Il pregiudizio che esse non esistano è un’ideologia di legittimazione dell’esistente che è totalmente artificiale, prodotta dalle attività e irresponsabilità della politica e dell’economia. Non c’è nulla di naturale in quello che sta accadendo. Ad eccezione della stupidità umana.

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mercoledì 7 aprile 2021

Una sfrenata pandemia di ricchezza - Rocco Artifoni

 


Un insulto ai poveri. È ciò che viene da pensare dopo aver letto lo studio ‒ presentato recentemente da Institute for Policy Studies (IPS) e da Americans for Tax Fairness (ATF) ‒ che ha calcolato la variazione delle ricchezze negli USA dopo un anno di pandemia.

L’analisi è basata sui calcoli di Forbes sul patrimonio dei 657 statunitensi con un patrimonio superiore al miliardo di dollari tra il 18 marzo 2020 e il 18 marzo 2021, data della precedente lista annuale dei super ricchi pubblicata dalla rivista, coincidente con l’avvio delle misure di lockdown negli Stati Uniti. Ecco la conclusione del report: i miliardari statunitensi negli ultimi 12 mesi hanno incrementato la loro ricchezza di 1.300 miliardi di dollari, una crescita media del 44,6%. «La pandemia ha creato un incredibile aumento della ricchezza dei miliardari del Paese, mentre decine di milioni di statunitensi sono rimasti ancora più indietro», afferma in una nota Frank Clemente, direttore esecutivo di ATF. Negli stessi 12 mesi, più di 29 milioni di americani hanno contratto il virus e più di 535.000 sono morti a causa di esso. Mentre la ricchezza dei miliardari aumentava vertiginosamente, quasi 80 milioni di persone hanno perso il lavoro.

Ad aver accresciuto maggiormente le loro fortune sono i 15 uomini più ricchi del Paese, che nel complesso hanno visto aumentare le loro ricchezze di 563 miliardi di dollari, un incremento pari all’82%.

In cima alla classifica si trova Elon Musk, il fondatore di Tesla che, grazie all’enorme crescita in borsa della sua azienda, ha visto le sue fortune crescere del 559%. Seguono altri giganti del settore tecnologico come il capo di Amazon, Jeff Bezos (65 miliardi di dollari in più, con un aumento del 58%) e il numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg (47 miliardi di dollari in più, con un incremento dell’86%).

«Gli speculatori della pandemia stanno ottenendo guadagni inaspettati in un momento di sofferenza generalizzata per la maggioranza della popolazione», avverte Chuck Collins, direttore del Programma sulle Disuguaglianze dell’IPS, il quale ha sottolineato come molti miliardari abbiano tratto benefici dalla chiusura delle piccole imprese e dalla crescente dipendenza dalle tecnologie digitali imposta dal Covid-19.

I 10 maggiori “profittatori pandemici” hanno registrato un aumento percentuale della loro ricchezza superiore al 300%. Per lo più hanno moltiplicato le loro fortune nel mondo dei beni, dei servizi e dell’intrattenimento online. Al primo posto in percentuale troviamo Bom Kim, fondatore del gigante dell’e-commerce Coupang, con un incremento di 7,7 miliardi di dollari, pari al 670%. Subito dopo arriva Dan Gilbert, proprietario di Quicken Loans, una società di prestiti ipotecari, che in un anno ha guadagnato 41,7 miliardi di dollari, con un aumento della ricchezza del 642%. Al terzo posto si colloca Ernest Garcia, il principale azionista di Carvana, il colosso delle vendite di auto online, con un aumento di 13,6 miliardi di dollari, corrispondente al 567%. Da segnalare anche Eric Yuan, co-fondatore della tecnologia di videoconferenza Zoom, che ha visto la sua ricchezza aumentare di 8,4 miliardi di dollari durante l’anno della pandemia, con un incremento del 153%.

Lo studio sottolinea come siano proprio le fortune dei “paperoni” della tecnologia ad aver registrato l’espansione più significativa, un aumento del 68%, mentre i miliardari attivi nella finanza hanno segnato un incremento medio del patrimonio pari al 37%. Tra i 657 super ricchi degli Usa figurano ora 121 imprenditori del settore tecnologico, contro 166 esponenti del più tradizionale comparto finanziario. Non solo: negli scorsi 12 mesi ben 43 persone si sono aggiunte alla lista degli americani che hanno un patrimonio superiore al miliardo di dollari.

Sulla base di questi dati, IPS e ATF sottolineano l’urgenza di una riforma fiscale che imponga un prelievo aggiuntivo del 2% sui patrimoni superiori ai 50 milioni di dollari e del 3% su quelli superiori al miliardo. Una simile riforma, sostengono le due associazioni, avrebbe garantito un gettito fiscale aggiuntivo pari a 3.000 miliardi di dollari in dieci anni. Soldi che sarebbero molto utili per dare un sostegno alla parte più povera della popolazione americana. Aveva ragione Ernesto Che Guevara: «Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra». Oggi sarebbe già molto se tutti i ricchi del mondo pagassero un po’ più di tasse, per solidarietà verso i meno abbienti e soprattutto per evitare di provare vergogna di se stessi.

Evagrio Pontico, un monaco vissuto nel IV secolo d.c., a proposito dei ricchi con grande realismo scrisse: «Il mare non si riempie mai, pur ricevendo un gran numero di fiumi; allo stesso modo, la brama dell’avaro non si sazia di ricchezze: sono duplicate, ed ecco che desidera che ancora raddoppino, e non smette mai di raddoppiarle, finché la morte non lo sottrae a questa interminabile preoccupazione».

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lunedì 4 gennaio 2021

Il cashback e la lotteria degli scontrini - Rocco Artifoni

L’attuale governo sta cercando di incentivare l’uso della moneta elettronica. Si tratta di un obiettivo condivisibile, ma restano alcune perplessità.

Anzitutto bisogna considerare il limite per l’uso dei contanti. Nel 2011 il governo Monti l’aveva ridotto a 1.000 euro per ciascun acquisto. Il Governo Renzi a partire dal 2016 aveva alzato questo limite a 3.000 euro. Dal 1° luglio 2020 il governo Conte l’ha ridotto a 2.000 euro e prevede di riportarlo a 1.000 euro nel 2022. Queste oscillazioni certo non mostrano una convinta strategia da parte dello Stato nei confronti dell’evasione fiscale.

Dall’8 dicembre 2020 il governo Conte ha avviato il “cashback”, cioè la possibilità di un rimborso del 10% di quanto viene speso utilizzando la moneta elettronica. L’intento è da considerarsi positivo, ma la complessità del sistema adottato rischia di vanificarne l’esito.

Il primo ostacolo si trova nella necessità di registrarsi online e di utilizzare una specifica applicazione, con enormi problemi di accesso e funzionamento. Dato che tutte le carte di credito e i bancomat sono associati a conti correnti i cui intestatari risultano nella banca dati del fisco, che necessità c’era di creare ulteriori procedure di registrazioni burocratiche, a maggior ragione se malfunzionanti?

Inoltre, paradossalmente con il sistema del cashback viene incentivato (e premiato) anzitutto il numero di operazioni anziché l’importo. Infatti, riceverà il premio del 10% chi avrà effettuato almeno 10 operazioni con carte di credito o bancomat dall’8 al 31 dicembre 2020 indipendentemente dalla cifra spesa (quindi anche per 10 caffè). Un consumatore con 9 operazioni di importo elevato non avrà alcun rimborso. Difficile comprendere la logica di una scelta simile, che proseguirà anche per il 2021 con 50 operazioni a semestre. Se si vuole contrastare l’evasione fiscale conta soprattutto la tracciabilità degli importi elevati.

Dopo il rinvio di agosto 2020, dal 1° gennaio 2021 era prevista la partenza della lotteria degli scontrini. Su richiesta degli esercenti è stata nuovamente posticipata, poiché sussiste l’obbligo di aggiornare il software che gestisce i pagamenti con moneta elettronica, dovendo inserire un nuovo codice che ogni consumatore deve acquisire dal sito dedicato alla lotteria degli scontrini. Tale codice è univoco per ogni contribuente e di conseguenza non se ne capisce l’utilità: sarebbe stato più semplice eventualmente utilizzare il codice fiscale o la tessera sanitaria come da anni avviene per le detrazioni per l’acquisto di farmaci. Anche in questo caso vale quanto già detto: le carte di credito e i bancomat non sono anonimi, ma sono sempre associati ad un contribuente.

Resta infine il problema, per altro non nuovo, dell’invito alla partecipazione a lotterie da parte dello Stato. Se il cashback è già un incentivo utile per motivare i contribuenti all’uso della moneta elettronica, per quale ragione si ritiene necessario aggiungere anche l’aleatorietà della lotteria, che premia a caso, senza meriti specifici? Educare alla moneta elettronica è una buona prassi, ma non dovrebbe comportare la diseducazione implicita nella promozione di meccanismi che hanno analogie con il gioco d’azzardo.

Per disincentivare l’uso di contanti si potrebbero trovare altre vie, assai meno discutibili. Per esempio, tassare ogni prelievo in contanti e/o mettere una sovrattassa per ogni pagamento in contanti. Insomma, per il denaro contante si potrebbe impiegare la strategia opposta a quella della moneta elettronica. Se si utilizzano i contanti si paga di più, con le transazioni tracciabili si paga di meno. Troppo semplice?

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martedì 30 giugno 2020

Debito: non siamo gli ultimi della classe! - Rocco Artifoni


Da un recente studio della Lombard Odier, una banca svizzera specializzata negli investimenti finanziari, emergono dati interessanti sul debito globale e sull’indebitamento dei singoli Paesi.
Anzitutto, si vede che il debito globale mondiale negli ultimi decenni è aumentato in modo preoccupante: nel 1999 ammontava a 79 mila miliardi di dollari (224% del PIL mondiale), nel 2008 è salito a 178 mila miliardi (278% del PIL) e nel 2018 è arrivato a 243 mila miliardi di dollari (317% del PIL globale). Questo peggioramento dell’indebitamento è rappresentato nell’inquietante titolo del report: «Fear and loathing in global debt». Nella presentazione dell’analisi si specifica che «il significativo aumento del debito globale negli ultimi due decenni pone domande legittime sulla sua sostenibilità» e che «oggi potremmo aver raggiunto i limiti del modello di crescita guidato dal debito».
Di solito il principale criterio per valutare la condizione di uno Stato è il debito pubblico in relazione al prodotto interno lordo (PIL). Lo scenario può cambiare radicalmente quando vengono presi in considerazione tutti i debiti: della pubblica amministrazione, delle imprese, dei contribuenti e delle società finanziarie.
È quello che ha fatto la Lombard Odier, predisponendo una tabella con i dati di tutti i debiti riferiti al 2018, dalla quale emerge che i Paesi più indebitati dell’Unione Europea sono Irlanda, Olanda, Danimarca, Belgio e Svezia, mentre i più virtuosi sono Germania, Austria, Finlandia, Grecia e Italia. Un risultato per certi versi sorprendente. In dettaglio si può vedere che l’Irlanda ha un debito globale pari al 671% del PIL, poiché bisogna sommare il 73% del debito pubblico, il 193% di quello delle imprese, il 45% del debito delle famiglie e soprattutto il 362% dell’indebitamento accumulato da banche e società finanziarie irlandesi. L’Olanda, spesso considerata nel novero dei Paesi virtuosi, in realtà segue l’Irlanda da vicino, con il 626% di debito rispetto al PIL. Fuori dall’Unione Europea in questa zona della classifica si trova anche il Giappone con il 537%. Dall’altra parte dell’elenco al primo posto c’è la Germania, con il 236% e con una omogenea distribuzione del debito: 65% debito pubblico, 56% imprese, 53% contribuenti, 62% finanza. La Grecia e l’Italia, pur avendo i più elevati debiti pubblici in Europa, si posizionano in modo inaspettato: il debito globale ammonta rispettivamente al 304% e al 311% del PIL.
Ecco il dettaglio dell’Italia: 141% debito pubblico, 70% imprese, 41% famiglie, 59% banche. Da notare che l’indebitamento privato pari al 41% del PIL è il più basso tra tutti i Paesi considerati nel report: gli italiani, oltre ad essere grandi risparmiatori, sono poco propensi a contrarre debiti privati. Al contrario degli italiani si collocano gli svizzeri. Infatti, la Svizzera, con un indebitamento globale del 385%, ha un debito pubblico molto basso (32% del PIL) e il debito privato più alto (130%), dovuto ad un largo utilizzo delle ipoteche da parte delle famiglie svizzere.
Anche la conclusione dello studio della Banca svizzera per certi aspetti può essere considerata sorprendente: viene detto in modo esplicito che un debito elevato comporta come conseguenza la disuguaglianza, mentre invece sarebbe utile «crescere in modo diverso», poiché la «riduzione delle disparità della stragrande maggioranza delle economie mondiali può essere un modo efficace per sostenere i consumi senza fare affidamento su un eccessivo accumulo di debito». A motivare queste indicazioni della Lombard Odier sicuramente non è il senso di equità o il diritto alla giustizia, ma è positivo che anche una Banca svizzera, nazione considerata il paradiso fiscale per eccellenza, riconosca che è necessario cambiare strada e ridurre le enormi disuguaglianze tra i popoli.
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venerdì 28 giugno 2019

Flat tax: Robin Hood alla rovescia. Altro che Zorro! – Andrea Fumagalli

Articolo tratto da A. Fumagalli, “L’inganno della flat tax”, pubblicato su Alfabeta2. Buona parte dei dati presentati fanno riferimento allo studio del Cadtm-Italia, a cura di Rocco Artifoni, Antonio De Lellis, Francesco Gesualdi.
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Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra diseguali” (Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1967)
Tra le immonde immagini del comizio sovranista di Salvini, svoltosi il 18 maggio a Milano circondato dalla sua cricca di accoliti di vari paesi europei, ne spicca una dove alcuni esponenti del partito leghista mostrano fieri e orgoglioso il numero 15%, facendo riferimenti all’aliquota che dovrebbe sancire l’introduzione della flat tax, ovvero il passaggio ad un sistema di tassazione proporzionale. Questa proposta, vecchio cavallo di battaglia di Berlusconi, rappresenta il fiore all’occhiello della demagogia populista di Salvini, l’unica probabilmente in grado di compensare il trauma psicologico che il leader leghista ha avuto da piccolo, quando, inopinatamente, gli è stato rubato il pupazzetto di Zorro.
L’articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Dunque il sistema fiscale italiano deve essere progressivo, nel senso che in corrispondenza di una base imponibile più elevata, si dovrebbe versare un’imposta proporzionalmente maggiore.
La progressività dell’imposizione fiscale è giustificata in base a criteri di equità, soprattutto in presenza di un sistema universale di welfare e garantisce una miglior e automatica redistribuzione del reddito: i più ricchi pagano in proporzione di più potendo accedere gratuitamente ai servizi sociali di base (istruzione, sanità, difesa, giustizia).
Il dettame costituzionale ha trovato applicazione solo nel 1974, con la riforma Visentini, dopo ben 27 anni dal varo della costituzione. Negli anni precedenti, quelli del cosiddetto “miracolo economico”, la tassazione era applicata in base alla condizione professionale dei contribuenti. I commercianti, gli agricoltori, i liberi professionisti, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti avevano un sistema di tassazione diverso, esito della contrattazione con il sistema politico, all’epoca il regime democristiano. Era evidente lo scambio politico-economico che ne conseguiva, consentendo al partito di maggioranza di godere dell’appoggio elettorale di buona parte del lavoro indipendente.
L’inesistenza di un sistema fiscale progressivo ha impedito che il fisco svolgesse la funzione di “stabilizzatore automatico”, ovvero di rendere fattivo quel principio secondo cui negli anni di crescita economica la pressione fiscale (il rapporto tra l’ammontare delle tasse e il Pil) è destinata a aumentare, e viceversa a decrescere in caso di recessione.
Dal 1946 al 1971, infatti, la pressione fiscale si è mantenuta più o meno costante, intorno al 25-26%, a fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 6,7%.  In presenza di progressività, la pressione fiscale avrebbe dovuto invece aumentare di almeno 10 punti percentuali, portando allo Stato italiano risorse aggiuntive pari a poco più di 80 miliardi di euro (potere d’acquisto 2010) (dati ricavati dalla serie storica della Banca d’Italia pubblicati dall’Istat).
Con la riforma Visentini si sancisce il principio “liberale” che “tutti sono uguali di fronte al fisco”: un unico sistema di aliquote progressive viene applicato, a prescindere dal cespite di reddito di provenienza (se da lavoro, da impresa, da capitale, ecc.).
Al 1 gennaio 1974, quando entra in vigore la riforma, si contano ben 22 aliquote di prelievo fiscale sul reddito delle persone fisiche, con la più bassa al 10% e la più alta che arrivava al 72%. Nel 1983, con il varo di una prima riforma fiscale, la progressività viene ridimensionata: le aliquote diventano nove, con la più bassa al 18% e la più elevata al 65%. In seguito sono stati introdotti ulteriori cambiamenti, in generale tesi a ridurre il grado di progressività del prelievo. Attualmente le aliquote di prelievo fiscale sono 5, con la più bassa al 23% e la più alta fissata al 43% e l’esistenza di una no-tax area per redditi inferiori a 8.174 euro l’anno. Nel dettaglio, gli scaglioni sono i seguenti:
  • nessun aliquota fino a 8.174 euro di reddito da lavoro da pensione o da dipendente (4.800 euro per i redditi da lavoro autonomo): no-tax area;
  • il 23% per lo scaglione di reddito compreso tra 8.174 e 15mila euro;
  • il 27% per lo scaglione di reddito compreso tra i 15mila e i 28mila euro;
  • il 38% per lo scaglione di reddito compreso tra i 28mila e i 55mila euro;
  • il 41% per lo scaglione di reddito compreso tra i 55mila e i 75mila euro;
  • il 43% per la parte di reddito che eccede i 75mila euro.
Risulta evidente da questo schema che la progressività è stata via via limitata nel tempo e contemporaneamente sono state innalzate le imposte sui redditi più bassi e ridotte quelle sui redditi più alti.
Due sono le principali motivazioni che hanno portato alla costante riduzione della progressività delle aliquote.
La prima ha a che fare con il processo di deregolamentazione dei movimenti internazionali di capitale, che ha permesso ai percettori di redditi più elevati di stabilire la propria residenza fiscale lì dove preferiscono e hanno convenienza e ha quindi spinto i singoli Paesi a farsi concorrenza al ribasso sulle aliquote per persuadere i contribuenti più ricchi a restare sul territorio nazionale. Si è così sviluppato un dumping fiscale che oggi non rappresenta l’eccezione ma è la noma all’interno della governamentalità neo-liberale.
Questa osservazione ci porta alla seconda motivazione, la più reale anche se la più misconosciuta: ridurre le entrate fiscali al fine di tagliare sempre più il finanziamento alla spesa pubblica.
Tale obiettivo non dichiarato è in continuità con le politiche di austerity. Se nel recente passato il tetto alla spesa pubblica è stato dettato dall’emergenza crisi, oggi, viene giustificato dalla necessità di abbassare le tasse. Nell’ambito della campagna politica per le elezioni europee è questo il nuovo mantra che tutti i partiti ripetono sino alla noia. Ovviamente, la riduzione delle tasse – si proclama e si promette – va a beneficio dei ceti meno abbienti, ma è proprio su questo punto che la proposta della flat tax evidenzia tutto il suo inganno.
Per cogliere gli aspetti redistributivi del sistema fiscale è necessaria un’analisi complessiva, partendo dal definire le tre grandi categorie che costituiscono le entrate fiscali:
1.     Le imposte dirette colpiscono una manifestazione diretta della capacità contributiva come la percezione di un reddito (Irpef, Ires, patrimoniali). I dati del 2017 mostrano che quasi il 60% delle imposte dirette (pari 175,9 miliardi di euro) provengono dai redditi da lavoro e da pensione. Il 20% (pari a 65,8 miliardi) dai redditi di impresa. Il 7,3% deriva da redditi da capitale (pari a 22,1 miliardi, di cui 11,4 miliardi da tassazione alla fonte e 10,7 miliardi da Irpef). Riguardo alle entrate patrimoniali, i redditi fondiari ammontano al 2,6% (7,9 miliardi) e le entrate da patrimonio immobiliare sono poco meno di 21 miliardi (6,9%, di cui 16 da IMU comunale, 3,6 da IMU statale e 1,1 miliardi da Tasi). E’ immediato osservare come il peso delle entrate patrimoniali sia irrisorio rispetto all’ammontare della ricchezza patrimoniale italiana, che ammonta complessivamente a più di 8.000 miliardi di euro. Tale risultato è anche l’effetto che alcune entrate non entrano nel cumulo dei redditi, come per gli introiti da interessi bancari (aliquota secca al 26% sui depositi), reddito da affitto (21%), titoli di stato (12,5%). Non sorprende che questi redditi non cumulabili favoriscono i ceti più ricchi, né si giustifica il fatto che i redditi da interessi abbiano un aliquota assai elevata (26%) mentre i titoli di stato (di cui solo il 15% è oggi in possesso delle famiglie, il resto da banche, assicurazioni, investitori specultivi) sono tassati alla fonte al 12,5%.
2.     Le imposte colpiscono invece una manifestazione mediata della capacità contributiva come la produzione, il trasferimento o il consumo dei beni (Iva). Più nel dettaglio, il 62% delle entrate nel 2017 deriva dalla vendita al dettaglio, il 16% dall’accisa sui prodotti energetici, 5% da tabacchi, 6% dal gioco e il lotto, il 5% dalle imposto sul registro e bollo.
3.     I contributi sociali tassano i redditi da lavoro e sono specificamente destinati al finanziamento delle principali prestazioni del welfare (pensioni, ammortizzatori sociali). Essi definiscono il cuneo fiscale, sulla base del principio, oggi non più sostenibile, che la sicurezza sociale debba essere finanziata non dalla fiscalità generale (come dovrebbe essere in un mondo dove la vita viene messa a valore), ma solo dai lavoratori e dai produttori.
In conclusione, riassumendo, i dati ci dicono che in Italia nel 2017, fra imposte dirette e indirette, le entrate tributarie sono ammontate a 513 miliardi euro (al netto dei contributi sociali, pari a circa il 30% del Pil), ma solo 36 di essi, ossia il 7%, sono riconducibili ad imposte sul patrimonio. Considerato che in Italia il patrimonio privato, sia di tipo mobiliare che immobiliare, ammonta a 8.000 miliardi di euro, si può dire che il livello di tassazione del patrimonio è pari allo 0,45%!
A tale gigantesca iniquità (che i sovranisti e i populisti alla Salvini, Le Pen, Orban si guardano bene dal denunciare), si aggiunge il fatto che la tendenza in atto in tutta Europa e in Italia è un inasprimento dell’imposizione indiretta a scapito della progressività dell’imposizione diretta, voluta dalle politiche di austerity. Dal 1973 a oggi l’Iva in Italia passa dal 12 al 22%. Gli ultimi aumenti, in ordine di tempo, sono del 2011 e del 2013, quando l’Iva è passata dal 20 al 22%. Nel luglio 2011, il Governo Berlusconi IV, nel tentativo di risanare i conti pubblici e rassicurare gli investitori internazionali, nonché per rispettare i vincoli di bilancio derivanti dal Trattato di Maastricht, ha inserito nella manovra finanziaria di quell’anno la cosiddetta clausola di salvaguardia. Essa prevede un aumento automatico delle aliquote IVA (sino al 24,5% ) e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a finanziare la manovra stessa. Da allora, le successive manovre di bilancio devono indicare come intendono soddisfare i vincoli di bilancio (per esempio, contraendo la spesa pubblica o aumentando le tasse). Insomma, se i vincoli di bilancio vengono sforati, la clausola di salvaguardia scatta automaticamente, aumentando aliquote IVA e accise (benzina e tabacchi, come ai tempi di Quintino Sella).
Sulla base dei dati Banca d’Italia, negli ultimi anni il peso relativo dell’imposizione diretta, indiretta e di contributi sociali è rimasta più o meno costante. Le prime due hanno lo stesso peso (intorno al 34-35%), mentre l’apporto dei contributi sociali è di circa il 30%.
Se la clausola di salvaguardia viene disattesa, con il conseguente aumento dal 22% al 24,5%, l’imposta sui consumi (Iva) diventa la principale imposta, ponendo fine con successo ad un inseguimento (nei confronti delle imposte dirette sul reddito) che dura da più di 20 anni.
Occorre ricordare che  l’Iva è un’imposta proporzionale (è cioè una flat tax), così come l’Ires (la tassa sui profitti), che è stata progressivamente ridotta (era al 37% nel 1994) sino all’attuale valore, fissato dal governo Renzi, pari al 24%.
Considerando, inoltre, che, con riferimento all’Irpef, le aliquote medie crescono dal 23% al 31% per la fascia di reddito imponibile che va dai 13.000 euro ai 53.000 (dove si colloca la quota maggiore dei contribuenti) e, ai partire dai redditi superiori ai  200.000 euro, l’aliquota media rimane stabile intorno al 42%, di fatto possiamo affermare che l’attuale sistema fiscale è già ampiamente caratterizzato più da proporzionalità che da progressività
A ben guardare, la flat tax è quindi già operativa. Ciò che intende fare il governo (e in particolar modo la Lega) non è dunque introdurre la flat tax ma ridurne l’aliquota e estenderla anche ai redditi più bassi.
In tal modo si può propagandare la riduzione dell’imposizione anche per i ceti meno abbienti, ma nascondendo che i maggiori beneficiari saranno le famiglie più ricche, mentre quelle che entrano nella fascia della no-tax area, ovvero le più povere, non godranno di alcun beneficio. Si tratta di circa 10 milioni di persone. Per chi si trova nella area no-tax, il rischio è infatti che tale area venga sostituita da una flat-tax al 15%.
In realtà la riduzione dell’imposizione per i ceti medio-bassi è tutta da verificare alla luce dell’effetto sostituzione tra flat tax e le attuali detrazioni fiscali, che rischiano di essere eliminate per compensare la riduzione dell’aliquota.
Alcuni studi (vedi qui), considerando diversi possibili scenari, concordano nell’evidenziare che: “La riduzione di gettito sarebbe di circa 50 miliardi di euro. Metà circa di questo risparmio andrebbe al decimo decile (il 10% più ricco, ndr.). Se vogliamo identificare la “classe media” con i decili dal sesto all’ottavo, il risparmio medio per queste famiglie sarebbe di circa 1.500 euro all’anno, 125 euro al mese per famiglia”.
Ecco allora svelati i reali intendimenti dietro la demagogia del “meno tasse per tutti” (slogan che ha sempre un certo appeal elettorale): ridurre il gettito fiscale per smantellare ancor di più lo stato sociale e favorire un incremento della concentrazione dei redditi a favore dei più ricchi.
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