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martedì 20 febbraio 2024

Il genocidio e la pulizia etnica continuano, ma la Corte internazionale di Giustizia non lo sa.

 


articoli e video e poesie di Alon Altaras, Amira Haas, Gideon Levy, Federico De Renzi, Giacomo Gabellini, Girolamo De Michele, Pietro Barabino, BDS, Rete universitaria per la Palestina, Moni Ovadia, Gianluca Solera, Alberto Negri, Patrick Lawrence, Eric Salerno, Giovanni Punzo, Primo Levi, Eliana Riva, Francesco Masala



Scrive Alon Altaras (su Il Fatto Quotidiano, il 30 dicembre 2023)

…Un ulteriore fatto – scioccante e clamoroso – è uscito in queste settimane: la testimonianza filmata e registrata nel 2019 in cui davanti a una commissione della Knesset (il parlamento) il premier israeliano descrive fase per fase l’attacco che Hamas ha poi compiuto il 7 ottobre 2023. Il premier “che non sapeva nulla” afferma: “il piano operativo che Hamas prepara è un attacco da diversi lati, prima dall’aria con migliaia di missili lanciati su Israele, poi dal mare con attacco di commando di truppe speciali di Hamas, poi dall’aria con deltaplani, usando sottoterra decine dei tunnel che sbucano sul territorio israeliano e portano unità speciali allenate per questa missione, e si tratta di migliaia, per uccidere gli abitanti dei kibbutz e delle città vicine al confine e rapire ostaggi e portarli dentro la Striscia”.

Chi ha visto i filmati dell’attacco di Hamas si può rendere conto che il premier israeliano ha saputo descrivere l’assalto senza precedenti di Sinwar Yahya e dei capi di Hamas, con 4 anni di anticipo

da qui

 

Eppure una soluzione ci sarebbe, se l’ONU contasse qualcosa - Francesco Masala

Dopo tanti anni nei quali Israele ha rubato territori ai palestinesi. Ha fatto pulizia etnica e qualsiasi ingiustizia possibile e immaginabile, e non ha permesso la formazione di uno stato di Palestina, grazie al servo-padrone che sono gli Usa.

L'ONU delibera a stragrande maggioranza che:

Nel deserto egiziano, dietro congrua compensazione finanziaria allo stato egiziano, si individui uno spazio pari a quello attribuito dall’ONU allo stato d’Israele nel 1948, si costruisca una muraglia insuperabile, sorvegliata a vista da milizie dell’Onu per evitare qualsiasi tentativo di fuga.

All’interno vadano obbligatoriamente trasferiti tutti i sionisti, cristiani ed ebrei, presenti adesso in Israele e nei Territori Occupati, solo fra loro possono convivere. Inoltre verranno costruite a grandezza naturale il Muro del Pianto e tutti i luoghi di culto che vorranno, a loro spese.

Dal Giordano al mare si formi uno Stato unitario fra tutti i cittadini, compresi i palestinesi fuoriusciti, che possono tornare dopo la Nakba del 1948 e quella del 2023-2024, un unico Stato che comprenda Israele, Cisgiordania e striscia di Gaza, con il riconoscimento di cittadinanza e pari diritti per tutti gli abitanti, a prescindere da etnia o religione.

Il sionismo verra dichiarato fuori legge e i palestinesi rientreranno in possesso di tutti i territori espropriati dall'illeggittimo stato occupante e di tutti gli edifici eventualmente costruiti illeggittimente secondo le norme internazionali.




 

Se l’esercito israeliano invade Rafah, cosa ne sarà dei più di 1,5 milioni di palestinesi che vi si sono rifugiati? – Amira Haas

Un’invasione israeliana di Rafah porterà a un esodo di massa di circa un milione di palestinesi in preda al panico. L’IDF pianifica di conciliarlo con l’ordinanza della CIG secondo cui Israele deve prendere ogni misura per evitare atti di genocidio.

Dato che Yahya Sinwar, i suoi stretti collaboratori e i miliziani di Hamas non sono mai stati trovati, prima a Gaza City e poi neppure a Khan Younis, l’esercito israeliano sta prendendo in considerazione di estendere la sua campagna di terra nella città meridionale di Rafah a Gaza. L’esercito sta facendo questo perché ritiene che Sinwar e i suoi aiutanti si nascondano nei tunnel sotto questa zona del sud della Striscia di Gaza, presumibilmente insieme agli ostaggi israeliani che sono ancora in vita. La stragrande maggioranza degli abitanti della Striscia di Gaza, 1,4 milioni di persone, è concentrata a Rafah. Decine di migliaia stanno ancora fuggendo nella cittadina da Khan Younis, dove i combattimenti continuano. Il pensiero che Israele invaderà Rafah e che vi avranno luogo combattimenti in mezzo ai civili terrorizza gli abitanti della città e le persone che vi si trovano come sfollati interni. Il terrore che provano è acuito dalla conclusione che nessuno possa impedire a Israele di mettere in atto le sue intenzioni, neppure la sentenza della CIG che ordina a Israele di prendere ogni misura per evitare azioni di genocidio. I corrispondenti militari israeliani riportano e ipotizzano che l’esercito intenda ordinare agli abitanti di Rafah di spostarsi in una zona sicura. Da quando la guerra è iniziata l’esercito ha sventolato questo ordine di evacuazione come una prova che sta agendo per prevenire danni a “civili non coinvolti”. Tuttavia questa zona sicura, che è stata ed è ancora bombardata da Israele, si sta progressivamente stringendo. In realtà l’unica zona sicura che rimane e che ora l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] sta indicando alla massa di persone a Rafah è Al-Mawasi, un’area costiera del sud di Gaza di circa 16 km2. Non è ancora chiaro con quali formulazioni a parole l’IDF e i suoi esperti giuridici intendano conciliare il fatto di ammassare così tanti civili con le indicazioni impartite dalla CIG. “La zona umanitaria indicata dall’esercito è più o meno delle dimensioni dell’aeroporto internazionale Ben-Gurion (circa 16,3 km2),” hanno concluso i giornalisti di Haaretz Yarden Michaeli e Avi Scharf nel loro articolo all’inizio di questa settimana. Il reportage, intitolato “I gazawi scappano dalle loro case. Non hanno nessun posto a cui tornare,” ha svelato le estese distruzioni nella Striscia di Gaza riprese da immagini satellitari. Il paragone con l’aeroporto internazionale Ben-Gurion ci spinge a ipotizzare una densità al di là dell’immaginabile, ma i commentatori della televisione israeliana non vanno molto più in là dell’approfondita opinione secondo cui l’invasione di terra a Rafah in effetti “non sarà poi così semplice”. Anche se difficile, dobbiamo immaginare ciò che attende i palestinesi a Rafah se il piano dell’esercito verrà messo in pratica. Lo dobbiamo fare non tanto per considerazioni di carattere umanitario o morale, che dopo il 7 ottobre non sono così importanti per la maggioranza dell’opinione pubblica ebrea israeliana, ma a causa delle complicazioni di carattere militare, umanitario e, alla fine, giuridico e politico che sicuramente sono prevedibili se continuiamo su quella strada.

La compressione

Anche se “solo” circa un milione di palestinesi scapperanno per la terza o quarta volta ad Al-Mawasi, un’area che è già piena di gazawi sfollati, la densità sarà all’incirca di 62.500 persone per km2”. Ciò avverrà in una zona aperta senza grandi edifici per ospitare gli sfollati, dove non ci sono acqua corrente, privacy, mezzi di sostentamento, ospedali o ambulatori medici, pannelli solari né la possibilità di caricare i telefonini e tutto il resto, mentre le organizzazioni umanitarie dovranno attraversare o passare nei pressi delle zone di combattimento per distribuire quel poco di cibo che entra nella Striscia di Gaza. Pare che l’unica condizione in cui questa ristretta area potrebbe accogliere tutti quanti sarebbe se stessero in piedi o in ginocchio. Forse sarà necessario formare commissioni speciali che stabiliranno accordi per dormire a turno: qualche migliaio si sdraierà mentre gli altri continueranno a stare svegli in piedi. Sopra il ronzio dei droni e sotto i pianti dei bambini nati durante la guerra e le cui madri non avranno latte o non ne avranno abbastanza, questa sarà la snervante colonna sonora.dell’IDF e le battaglie a Gaza City e Khan Younis, è chiaro che l’operazione di terra a Rafah, se effettivamente ci sarà, durerà molte settimane. Israele crede che la CIG considererà la compressione di centinaia di migliaia o un milione di palestinesi in un piccolo fazzoletto di terra come una “misura” adeguata per evitare un genocidio?

La marcia per fuggire

Prima della guerra nel distretto di Rafah vivevano circa 270.000 palestinesi. Il milione e mezzo che attualmente vi si trova patisce fame e malnutrizione, sete, freddo, malattie ed epidemie, pidocchi nei capelli ed eruzioni cutanee; soffrono di esaurimento fisico e mentale e mancanza cronica di sonno.Si ammassano in scuole, ospedali e moschee, in quartieri di tende che sono spuntati dentro e attorno a Rafah, in alloggi che ospitano decine di famiglie di sfollati. Decine di migliaia di loro sono feriti, alcuni con arti amputati per gli attacchi dell’esercito o le operazioni chirurgiche che ne sono conseguite. Hanno tutti parenti o amici, bambini, neonati e genitori anziani, che sono stati uccisi negli ultimi 4 mesi.

Le case della maggior parte di loro sono state distrutte o gravemente danneggiate. Tutto ciò che possedevano è andato perso. Il loro denaro è stato speso a causa del prezzo esorbitante del cibo. Molti sono sfuggiti alla morte solo per caso e hanno assistito a scene spaventose di cadaveri. Non hanno ancora pianto i morti perché il trauma continua. Insieme alle dimostrazioni di appoggio e solidarietà ci sono state anche discussioni e scontri. Alcuni hanno perso la memoria e la salute mentale per tutto quello che hanno subito. Come è stato fatto in altre zone della Striscia, per mantenere l’effetto sorpresa, l’IDF diffonderà un avvertimento circa due ore prima di un’invasione di terra a Rafah. Quel giorno ciò lascerà un lasso di tempo di qualche ora per evacuare la città. Immaginate questa carovana di sfollati e il panico di massa delle persone che scappano verso Al-Mawasi a ovest. Pensate agli anziani, ai malati, ai disabili e ai feriti che saranno “fortunati” ad essere trasportati su carri trainati da asini o da carretti improvvisati e in macchine che viaggiano con olio da cucina. Tutti gli altri, malati o sani, dovranno andarsene a piedi. Probabilmente dovranno lasciarsi dietro il poco che sono riusciti a raccogliere e portare con sé nei precedenti spostamenti, come coperte e teli di plastica come riparo, vestiti pesanti, un po’ di cibo e oggetti indispensabili come piccoli fornelli.

Questa fuga forzata probabilmente attraverserà le rovine di alcuni edifici bombardati da Israele non molto tempo fa, o i crateri creati sulla strada dagli attacchi. Tutto il convoglio allora si fermerà ancora finché non avrà trovato una deviazione.Alcuni inciamperanno, un carretto rimarrà impantanato. E tutti,affamati e assetati, terrorizzati dall’imminente attacco o dal bombardamento incombente dei carrarmati, continuerà ad andare avanti. Bambini piangeranno e verranno persi. Persone si sentiranno male. Squadre mediche lotteranno per raggiungere chiunque abbia bisogno di cure. Solo 4 km separano Rafah da Al-Mawasi, ma ci vorranno ore per arrivarci. Le persone in marcia verranno tagliate fuori da ogni possibilità di comunicare, anche solo a causa della quantità di gente in marcia e del sovraffollamento. Nella zona dovranno lottare per trovare lo spazio dove sistemare una tenda. Dovranno lottare con chi riesce a stare più vicino possibile a un edificio o a un pozzo per l’acqua. Sveniranno per la sete e la fame. Questa immagine si ripeterà svariate volte nei prossimi giorni: una marcia di palestinesi affamati e terrorizzati inizia a scappare nel panico ogni volta che l’IDF annuncia un’altra zona i cui abitanti dovrebbero evacuare, mentre carrarmati e truppe di fanteria avanzano verso di loro. Il bombardamento e le truppe di terra saranno più vicini agli ospedali che stanno ancora funzionando. Carrarmati li accerchieranno e a tutti i pazienti e al personale medico verrà chiesto di andarsene nell’affollata zona di Al-Mawasi.

L’operazione di terra

È difficile sapere quanti di loro decideranno di non andarsene. Come abbiamo imparato da quello che è successo nei distretti settentrionali di Gaza e di Khan Younis, un numero significativo di abitanti preferisce rimanere in una zona che è destinata a un’operazione di terra. Tra loro ci saranno decine di migliaia di sfollati, gazawi malati e gravemente feriti che sono stati ricoverati negli ospedali, donne incinte e altri che decideranno di rimanere nelle proprie case e in quelle di parenti o nelle scuole trasformate in rifugi. Le poche informazioni che avranno dalle zone di concentrazione di Al-Mawasi saranno sufficienti a scoraggiarli dal raggiungerle. Soldati e comandanti dell’IDF, tuttavia, interpretano l’ordine di evacuazione in modo diverso: chiunque rimanga nella zona destinata all’invasione di terranon è considerato un civile innocente, non è considerato “non coinvolto”. Chiunque rimanga nella propria casa ed esca per prendere l’acqua da una struttura della città che stia ancora funzionando o da un pozzo privato, personale medico chiamato per curare un paziente, una donna incinta che cammina verso un ospedale vicino per partorire, tutti, come abbiamo visto durante la guerra e le scorse campagne militari, sono considerati criminali agli occhi dei soldati. Sparare e ucciderli segue le regole di ingaggio dell’IDF. Secondo l’esercito questi attacchi avvengono rispettando le leggi internazionali perché tali individui sono stati avvertiti che dovevano andarsene. Persino quando i soldati fanno irruzione in case durante i combattimenti i gazawi, per lo più uomini, rischiano la morte colpiti da armi da fuoco. Un soldato che spara a qualcuno perché si sente minacciato o segue gli ordini, non importa. È successo a Gaza City e può avvenire a Rafah. Così come le squadre di soccorso non sono autorizzate o non sono in grado di raggiungere il nord della Striscia di Gaza per distribuire cibo, non potranno distribuirlo nelle zone dei combattimenti a Rafah. Il poco cibo che gli abitanti sono riusciti a conservare gradualmente finirà. Chi rimane nella propria casa sarà obbligato a scegliere il minore tra due mali:o esce e rischia di essere colpito dal fuoco israeliano o muore di fame in casa. La maggior parte già soffre per la grave carenza nutrizionale. In molte famiglie gli adulti rinunciano al cibo in modo che i figli possano essere nutriti. C’è il concreto pericolo che molti muoiano di fame mentre sono a casa propria quando fuori i combattimenti infuriano.

I bombardamenti

Da quando è iniziata la guerra l’esercito ha bombardato edifici residenziali, zone aperte e auto di passaggio in ogni luogo che aveva definito come “sicuro” (ai cui abitanti non era stato chiesto di andarsene). Non importa se gli attacchi hanno preso di mira strutture di Hamas, i miliziani dell’organizzazione o altri membri che sono rimasti con le loro famiglie o che erano usciti dai nascondigli per andarli a trovare, i civili sono quasi sempre uccisi.I bombardamenti non sono ancora neppure finiti a Rafah. Giovedì notte due case sono state bombardate nel quartiere occidentale di Rafah, Tel al-Sultan a Rafah. Secondo fonti palestinesi 14 persone, tra cui 5 minori, sono state uccise.

Le fonti hanno anche affermato che il 7 febbraio una madre e la figlia sono state uccise in un attacco israeliano contro una casa nel nord di Rafah e che il giorno prima un giornalista è stato ucciso insieme a madre e sorella nella parte occidentale di Rafah. Sempre il 6 febbraio, secondo le fonti, sei poliziotti palestinesi sono stati uccisi in un attacco israeliano mentre stavano proteggendo un camion di aiuti nell’est di Rafah.Questi attacchi segnalano che i calcoli sui cosiddetti danni collaterali approvati dagli esperti giuridici dell’IDF e dall’ufficio del procuratore generale sono estremamente permissivi. Il numero di palestinesi non coinvolti che è “permesso” uccidere per colpire un bersaglio dell’esercito è più alto che in qualunque altra guerra. La gente di Rafah teme che l’IDF applicherà questi criteri permissivi anche ad Al-Mawasi e attaccherà anche là se nella zona c’è un obiettivo tra le centinaia di migliaia che vi si rifugeranno. È così che un riparo annunciato come sicuro diventerà una trappola mortale per centinaia di migliaia di persone.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

da qui

 

 

Se questo è un uomo-  Primo Levi

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

Gideon Levy: non entrate a Rafah

L’opinione pubblica israeliana deve svegliarsi, e con essa l’amministrazione Biden. Questa emergenza è più grave di qualsiasi altra durante questa guerra

L’unica cosa che possiamo fare ora è chiedere, implorare, piangere: non entrate a Rafah. Un raid israeliano su Rafah costituirebbe un attacco al campo profughi più grande del mondo. Trascinerà l’esercito israeliano a commettere crimini di guerra di una gravità che nemmeno lui stesso ha ancora raggiunto. In questo momento è impossibile invadere Rafah senza commettere crimini di guerra. Se le Forze di Difesa Israeliane (IDF) invadessero Rafah, la città diventerà un’impresa di pompe funebri.

Attualmente a Rafah si contano circa 1,4 milioni di sfollati, alcuni dei quali si stanno rifugiando sotto sacchetti di plastica trasformati in tende. L’amministrazione americana, presunta custode della legge e della coscienza israeliana, ha condizionato l’invasione di Rafah al piano israeliano di evacuare la città. Esiste e non può esistere un piano del genere, anche se Israele riuscisse a inventare qualcosa.

Nella devastata Striscia di Gaza non c’è più nessun posto dove andare.È impossibile trasportare un milione di persone totalmente indifese, alcune delle quali già sfollate due o tre volte, da un luogo “sicuro” a un altro, luoghi che diventano sempre campi di sterminio. È impossibile trasportare milioni di persone come bestiame. Nemmeno il bestiame può essere trasportato con tanta crudeltà.

Inoltre, non c’è nessun posto dove evacuare questi milioni di persone. Nella devastata Striscia di Gaza non c’è più nessun posto dove andare. Se i rifugiati di Rafah verranno trasferiti ad Al-Mawasi, come proporrà l’IDF nel suo piano umanitario, Al-Mawasi diventerà teatro di un disastro umanitario come non abbiamo mai visto nella Striscia.

Yarden Michaeli e Avi Scharf riferiscono che l’intera popolazione della Striscia di Gaza, 2,3 milioni di persone, dovrebbe essere evacuata in uno spazio di 16 chilometri quadrati, grande all’incirca quanto l’aeroporto internazionale Ben-Gurion. Tutta Gaza nello spazio aeroportuale, immaginatevi.

Amira Hass ha calcolato che se un milione di persone si recasse ad Al-Mawasi, la densità abitativa sarebbe di 62.500 persone per chilometro quadrato. Ad Al-Mawasi non c’è niente: niente infrastrutture, niente acqua, niente elettricità, niente alloggi. Solo sabbia e ancora sabbia, per assorbire il sangue, i liquami e le epidemie. Pensare a questo non solo fa gelare il sangue, ma mostra anche il livello di disumanizzazione che Israele ha raggiunto nella sua pianificazione.

Il sangue verrà versato ad Al-Mawasi, come è stato recentemente versato a Rafah, il penultimo rifugio sicuro offerto da Israele. Il servizio di sicurezza dello Shin Bet troverà un funzionario affiliato ad Hamas che dovrà essere eliminato lanciando una bomba da una tonnellata sulla nuova tendopoli. Moriranno venti passanti, la maggior parte dei quali bambini. I corrispondenti militari ci racconteranno, con occhi lucidi, del meraviglioso lavoro che l’IDF sta facendo per liquidare l’alto comando di Hamas. La vittoria totale è vicina; Ancora una volta gli israeliani saranno soddisfatti.

L’opinione pubblica israeliana deve svegliarsi, e con essa l’amministrazione Biden. Questa emergenza è più grave di qualsiasi altra durante questa guerra. Gli americani devono bloccare l’invasione di Rafah con i fatti, non con le parole. Solo loro possono fermare Israele.

Gli americani devono bloccare l’invasione di Rafah. Solo loro possono fermare Israele.

Il settore cosciente della comunità israeliana cerca fonti di informazione diverse dalle emittenti locali, che trasmettono “caramelle per i soldati” e che si autodefiniscono canali di notizie. Guardate le immagini di Rafah su qualsiasi canale straniero – non vedrete nulla in Israele – e capirete perché non può essere evacuata. Immaginate Al-Mawasi con i due milioni di sfollati e capirete come proliferano i crimini di guerra.

Sabato è stato ritrovato il corpo di Hind Hamada, una bimba di sei anni. Questa bambina era diventata famosa in tutto il mondo dopo i momenti di terrore che lei e la sua famiglia hanno vissuto il 29 gennaio davanti a un carro armato israeliano – momenti che sono stati registrati in una telefonata con la Mezzaluna Rossa palestinese, fino alla cessazione degli attacchi. Tutti gli otto membri della sua famiglia sono morti.

Hind è stata trovata morta nell’auto bruciata di sua zia in una stazione di servizio a Khan Yunis. È stata ferita e ricoperta dai sette cadaveri dei suoi parenti; è morta dissanguata prima di poter scendere dal veicolo. Hind e la sua famiglia avevano risposto all’appello “umanitario” di Israele di evacuare. Chi vuole altre migliaia di Hind, invada Rafah, la cui popolazione sarà evacuata ad Al-Mawasi.

da qui

 

 

 

Fuga dall’ospedale Nasser assediato dai cecchini e dai carri armati

di Eliana Riva  14 Feb 2024

Pagine Esteri, 14 febbraio 2024. Centinaia di persone provano a uscire dall’ospedale Nasser assediato, circondato dai cecchini, privato dell’elettricità, dei rifornimenti medici, del cibo e dell’acqua. Il più grande ospedale del sud di Gaza, a Khan Yunis, diventato rifugio per centinaia di palestinesi sfollati, sta per essere invaso dai militari israeliani che nelle ultime settimane hanno attaccato in diversi modi la struttura pur di costringere medici, pazienti e famiglie in fuga ad abbandonarla per andare chissà dove.

Sono stati lanciati volantini, poi si sono posizionati i cecchini che per giorni hanno sparato, senza far differenza tra donne, uomini e bambini, a chi cercava di entrare nell’ospedale o di uscirne. Sono numerosi i video diffusi dai giornalisti e dalle persone che si rifugiano nel Nasser o nelle scuole proprio di fronte, che mostrano le persone colpite e lasciate a terra. Una madre con suo figlio, lei morta e il bambino gravemente ferito, un ragazzino di cui non sono riusciti per ore a recuperare il cadavere, a causa dei fucili di precisione sistemati dai soldati sui tetti delle case sgomberate nei dintorni. Mentre il corpo era ancora sull’asfalto, proprio all’ingresso della struttura sanitaria, un piccolo drone è stato mandato dai soldati per ordinare a tutti con un messaggio vocale di andare via. I cecchini, denunciano i medici, hanno iniziato a colpire attraverso le finestre dell’ospedale le persone che si trovano al suo interno. Almeno due bambini sono stati così feriti, e un infermiere, mentre si trovava in sala operatoria…

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GAZA. Oms: “L’ospedale Nasser ora è fuori servizio”. Esercito israeliano ha arrestato altri medici

a cura di Eliana Riva

Domenica 18 Febbraio ore 11

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunicato che l’ospedale Nasser, il secondo più grande della Striscia di Gaza, è “fuori servizio”. Il Ministero della Sanità palestinese ha dichiarato che l’esercito israeliano ha trasformato l’ospedale Nasser in un avamposto militare e lo ha messo fuori servizio: “Le forze israeliane hanno trattenuto il personale medico per lunghe ore nella sala maternità, hanno legato loro le mani, li hanno aggrediti e spogliati dei loro vestiti. Le forze israeliane hanno arrestato 70 operatori sanitari all’ospedale Nasser. All’ospedale Nasser rimangono solo 25 membri del personale medico, incapaci di gestire i casi che richiedono cure critiche. L’esercito israeliano ha arrestato decine di pazienti immobili, li ha caricati su barelle militari all’interno di camion e li ha trasportati in un luogo sconosciuto, mettendo in pericolo le loro vite. La carenza di ossigeno ha portato finora alla morte di 7 pazienti, e temiamo la morte di decine di casi critici. Tre donne, tra cui un medico, hanno partorito al Nasser Medical Complex in condizioni terribili e pericolose. Le acque reflue allagano i reparti di emergenza nell’edificio chirurgico del Nasser Medical Complex e gli israeliani si rifiutano di coordinarsi per ripararlo”…

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lunedì 16 novembre 2020

Non siamo indenni ai fascismi - Gianluca Solera

 

 “Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori” (Italo Calvino, Il barone rampante)

In questi giorni, due buone notizie sono arrivate da due tribunali diversi, con conseguenze importanti per tutti. Ad Atene, il partito di estrema destra Alba Dorata è stato classificato come organizzazione criminale, per aver messo in piedi una banda incaricata di eliminare i nemici politici. Stiamo parlando di un partito che nel precedente parlamento greco aveva 18 deputati su 300.

Ben 7 di questi deputati sono stati riconosciuti come appartenenti all’apparato criminale, incluso il fondatore del partito Nikolaos Michaloliakos, e condannati fino a 15 anni di detenzione. Il famoso rapper Pavlos Fyssas fu una delle vittime della banda (morì per una pugnalata nel settembre del 2013), che attaccava immigrati, omosessuali, sindacalisti o attivisti politici di sinistra.

La sentenza contro Alba Dorata è stata promulgata il 7 ottobre scorso, nell’ambito di un processo considerato come il più importante processo contro il fascismo dai tempi di Norimberga (1946). L’altra notizia viene da Coblenza, dove si è tenuta un’altra sessione del processo contro ufficiali del regime di Bashar el-Assad per crimini contro l’umanità. Il 10 settembre scorso, il signor Z30/07/19 – un becchino del regime incaricato di buttare nelle fosse comuni le vittime della repressione, e che ora si trova in Germania come rifugiato – ha deciso di parlare.

Ha raccontato cose talmente indicibili che è stato ricoverato in ospedale quattro giorni per collasso psicofisico in seguito ai ricordi emersi durante la deposizione: corpi che arrivavano sanguinolenti e pieni di vermi, vittime della tortura senza unghie, con il viso sfigurato o segni di strangolamento. Z30/07/19 era solito condurre camion frigoriferi carichi di centinaia di corpi.

Erano quelli delle vittime civili dei combattimenti a Damasco, oppure di quelli morti in carcere o negli ospedali militari. Gli avvocati parlano di una testimonianza storica, senza precedenti, per i dettagli riportati sulle fosse comuni e l’apparato burocratico di catalogazione delle vittime del regime.

Il testimonio ha fatto questo mestiere per sei anni, e quando è arrivato in Germania, ha sentito il bisogno di parlare. È il corso della giustizia universale che si fa strada, e questo malgrado la protezione di cui quel regime gode a Mosca o a Teheran, o l’inazione dell’Occidente.

La notizia di quei due processi mi ha portato a scrivere queste righe per ricordare a tutti noi che il fascismo e le sue diverse manifestazioni conserva una carica insidiosa di intrinseca violenza, che si manifesta non appena le condizioni del potere politico glielo permettono.

Non dobbiamo mai dimenticare il potenziale sovversivo che contiene l’odio fascista, e con esso intendo tutte le forme di disprezzo del diverso e del “nemico”, che sfociano nella violenza fisica, quando la consapevolezza sociale viene meno, e delle istituzioni democratiche indebolite gli aprono il passo.

È successo con Alba Dorata, proprio mentre questo sedeva in parlamento, ed è successo con il governo degli al-Asad, che fino ai primi anni del nuovo millennio era dipinto nella Comunità internazionale come innovatore e portatore di nuove aperture.

Negli Stati Uniti, bastano gli incoraggiamenti del presidente Trump a stimolare le pratiche sovversive dei suprematisti bianchi, arrivati a orchestrare il rapimento della Governatrice democratica del Michigan, Gretchen Whitmer, rapimento sventato dallo FBI.

I suprematisti la accusavano di essere una tiranna che violava la Costituzione, per aver imposto misure restrittive volte a fermare il Coronavirus. Chi ha seguito il primo e finora unico dibattito tra Trump e Biden, si ricorderà quella frase del presidente riferendosi ai Proud Boys: “Stand back and stand by!”. Ovvero: “State alla retroguardia e tenetevi pronti!”.

Questo gruppo, formato di soli uomini, è conosciuto per i suoi rituali bizzarri: vietano la masturbazione ai loro aderenti per impedire che perdano la mascolinità bianca; durante la loro iniziazione vengono picchiati dai compagni, e questo dura fintanto che non abbiano pronunciato cinque marche di corn-flakes, così da imparare a controllare l’adrenalina; devono dimostrare di aver usato violenza contro almeno un attivista di sinistra, prima di diventare membri a pieno titolo del gruppo.

Oppure predicano il disprezzo per le “cose effemminate” come il leggere libri. La loro attività preferita è andare alle manifestazioni di gruppi come Black Lives Matter e menare le mani. Il nome del loro gruppo paramilitare ricorda le saghe come “Il Signore degli anelli”: Fraternal Order of the Alt-Knights.

Il fascismo richiede preparazione e ordine, perché attraverso la pratica organizzata della violenza si guadagna spazio, rispetto e timore tra le categorie sociali.

La violenza e i suoi miti non servono solo, però, a guadagnare terreno, ma anche a perseguire e delegittimare chi rifiuta il nuovo ordine. È un modo di pensare e vedere il mondo escludente e squalificante, dove il nemico non solo viene eliminato attraverso la soppressione fisica, ma anche delegittimato nelle sue facoltà umane e intellettuali.

Pensiamo alle accuse di “femminizzazione” o “immoralità” della civiltà occidentale utilizzate da regimi quale quello russo o da gruppi come i suprematisti.

O alle accuse di “contaminazione” indirizzate a rifugiati o immigrati provenienti da paesi soprattutto musulmani da parte di partiti come il Front National o Fratelli d’Italia.

Ho ripreso tra le mani I matti del Duce, il bellissimo volume di Matteo Petracci sull’internamento degli antifascisti in ospedali psichiatrici e manicomi giudiziari a partire dal Ventennio. Il libro spiega come la difesa di idee antifasciste o comuniste fosse trattata come una malattia, una degenerazione.

Decine furono gli antifascisti o gli oppositori che vennero confinati e internati fino a perdere il senno o il senso della realtà. Fu una vera e propria medicalizzazione del dissenso quella che ebbe luogo. I termini utilizzati per trattare il dissenso erano ad esempio “alienazione mentale”, “idee deliranti”, “turbe psicosensoriali”, “dipsomania”, “nevropatia”.

Un tale Aureliano, comunista ed ex-tenente di artiglieria, che da ricoverato in manicomio condannava la violenza della seconda guerra mondiale, veniva dipinto nelle certelle cliniche come “in difetto di logica” (p. 224). 

Il falegname Roberto, che aveva distribuito un opuscolo di carattere turistico sull’Unione Sovietica ed era accusato di essere un propagandista, si chiuse nel mutismo durante gli interrogatori e si fece prendere dalla depressione. Il perito che lo esaminò dichiarò che il suo stato depressivo lo metteva in condizioni di “chiara pericolosità sociale” (p. 133).

E che i fatti psicodegenerativi da lui esaminati erano legati alla stessa costituzione mentale del falegname, che così venne trattenuto in manicomio per almeno due anni. Molti oppositori, ricoverati con diagnosi simili, non uscirono più da quei luoghi tristi e disumanizzanti. L’obiettivo era di tenerli lontani dalla società, se non con la giustizia civile, meglio ancora con l’attribuzione di patologie mentali.

Ci pare tutto questo così lontano da noi, nello spazio e nel tempo? Forse sì, ma credere che siamo indenni alla degenerazione fascista è pericoloso.

Lo abbiamo visto in Grecia con un partito che era stabilmente insediato in parlamento, lo abbiamo visto in Siria, dove vengono ancora perpetrati crimini che credevamo appartenere al solo Novecento.

Anche le parole sono incendiarie, e preparano alla legittimazione della violenza. E quando la violenza entra nei gangli della vita sociale, contenerla diventa impossibile.

Che la giustizia intervenga ora, contro la cultura dell’odio, con sentenze esemplari, con azioni punitive inequivocabili, prima che sia troppo tardi. Le stesse menzogne servono alla causa fascista, perché confondendo le idee si prepara il terreno alle ideologie illiberali, che dividono tra chi è dentro e chi è fuori, chi aderisce all’ordine e chi lo sovverte, chi è patriota e chi non lo è.

Si comincia con una parolaccia o una cattiveria, si prosegue convertendo la menzogna in un paradigma della realtà, ed infine si banalizza la violenza. Il fascismo, in fondo, è questo.

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giovedì 15 dicembre 2016

Elegia aleppina - Gianluca Solera


Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Non c’è sazietà per i loro appetiti. Non c’è donna che non possa essere denudata davanti al marito. Non c’è donna denudata che non possa essere stuprata. Non c’è donna stuprata che non possa essere assassinata. Non c’è marito spettatore a cui risparmiare l’orgia e poi la pallottola in testa. Non c’è limite ai loro peni eretti e ai loro mitra puntati. Non c’è spazio per la sofferenza, solo una densa coltre di onnipotenza diabolica, tutelata dai velivoli dello Zar e dalle guardie dell’Ayatollah. Non c’è pianto di bambino che possa essere sopportato, non c’è fosforo abbastanza per soffocarlo. Non ci sono abbastanza case dove ammassare corpi pulsanti sudore freddo e lasciarli bruciare in roghi violacei. Non c’è più tempo per tutto questo, la sete di vendetta è troppo acuta. Se non c’è più, bastano le pallottole. A centinaia, a migliaia. Ne bastano poche per ciascuno, anche una sola.
Linee rosse, si disse, eravamo nel 2012. Linee rosse all’uso di armi chimiche, come se le pallottole non avessero già ammazzato. Poi arrivò Ghouta, un anno dopo, l’attacco chimico peggiore degli ultimi venticinque anni. Linee rosse, qualcuno forse ne aveva parlato. Furia chimica. La furia chimica non si è fermata, la furia chimica si è confusa con quella delle bombe-barile, di quelle a grappolo o di quelle a carica penetrante, ordinaria furia del terrore è diventata. Né rosse, né lineari sono le rughe dei nostri visi contraffatti, cerati, truccati, plastificati, per mostrare quello che non siamo, per illuminare quella decenza che non abbiamo. In un’immensa battaglia hollywoodiana, tentando di convincerci che non fosse vera, che fosse solo rappresentata, orchestrata, simulata. Battaglia vera è, di corpi putrefatti  a fianco delle macerie, trapassati da frammenti metallici, soffocati da gas velenosi, fucilati da mercenari senza scrupoli, spezzati da torturatori, cancellati alla vista da galere nascoste,  ignorati dalla propaganda. Propaganda, negazione della realtà. È un’arma straordinaria, che giunge sui nostri aggeggi telefonici, per dirci che la città è stata liberata dai banditi, dai terroristi, dagli uomini armati, dai ribelli. «Ribelli, facinorosi, destabilizzatori, agenti del disordine pubblico, meritate la morte». Un solo presidente vale, e sta seduto sul suo scranno ricevendo notizie sulla pulizia della città, mentre gli lucidano le scarpe di pelle da mille e settecento dollari. A Damasco, a Mosca, a New York, poco importa. I migliori scarpai sono disponibili dovunque esali il profumo asciutto della banconota stampata.

Sono stato recentemente a visitare il museo della Resistenza di Valibona, sui monti della Calvana, a pochi chilometri da Prato e Firenze. Quella casa venne assalita dalle forze dell’ordine del regime fascista e la banda di partigiani che operava nell’area debellata. Fu un agguato, che ebbe luogo il 3 gennaio 1944. I giornali dell’epoca sono esemplari: «Bande di ribelli annientate da reparti della Guardia repubblicana», «L’azione contro i banditi sulle pendici di Monte Morello», «Energica azione di polizia contro una banda di ribelli» sono alcuni dei titoli. Usando il termine ribelli facciamo quello che già i servili giornalisti dell’epoca facevano scrivendo sulla stampa quotidiana. Opporsi a fascismo e oppressione dà più fastidio che accomodarvisi. Il museo sta tra i boschi, una radura la circonda per tre quarti del suo perimetro, e l’aria fresca che scende dal passo ti penetra le narici, ti sveglia e calma allo stesso tempo. Quella non è l’aria che si respira nelle indomite città siriane.
L’aria di quelle città ti intontisce e ti angoscia, è come un anestetico che ti elettrizza i nervi, fino a farti divorare dall’ansia. «Meglio morire in un bombardamento che essere ferito. Meglio morire in un bombardamento che attendere l’arrivo delle milizie della morte» hanno scritto dai quartieri assediati pochi giorni fa. È un’eternità, è come se fosse già passata un’eternità. Ma ce ne ricorderemo? Ce ne vergogneremo? Onoreremo quella migliore gioventù morta perché voleva la libertà e la democrazia, ed aveva osato resistere all’uomo dalle scarpe di pelle da mille e settecento dollari? Lo faremo anche se erano musulmani, anche se erano arabi? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno innervosito famiglie reali, dinastie autoritarie e uomini soli al comando? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno dovuto accettare che amici, parenti o famigliari scappassero, provocando il peggior esodo di fuggiaschi e rifugiati dal Dopoguerra ad oggi? No, purtroppo, non lo faremo. Stiamo ancora litigando sui numeri dell’accoglienza. Stiamo interrogandoci su chi avesse ragione, stiamo maledicendo i «terroristi» senza interrogarci su chi e perché, stiamo sperando che anche quella migliore gioventù sia finalmente ridotta al silenzio. Per sempre. E che la calma fredda dell’oppressione umana regni tra noi. Stabilità. Fredda e oppressiva vacuità morale. Così sia. E i galli e i pappagalli della politica fatta di muscoli e pallottole riprenderanno a vomitare falsità e lodi all’ordine e alla nazione. I putiniani si ubriacheranno, i trumpisti si esalteranno, gli assadisti si camufferanno, gli anti-imperialisti giustificheranno, i pacifisti si distrarranno, i nazionalisti bestemmieranno, i cretini si moltiplicheranno, gli altri subiranno.

Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Opachi erano i colori di Aleppo, quando vi arrivai nel febbraio del 2013. Polverose le tende che nascondevano balconi silenziosi, scuri gli indumenti dei combattenti, annerite con la polvere al-Kohl le ciglia di alcuni di loro, neri gli occhi della gente. Neri paltò e velo delle donne, che camminavano da un negozio all’altro prima della caduta del sole; la pelle diafana del loro viso appariva ancora più luminosa in quella cornice.Centinaia di piccoli sacchetti di plastica nera o di sudicio aspetto emanavano un odore puzzolente e velenoso, quasi fosse una bile di rabbia, perché l’umido inverno li faceva morire di agonia, tra segnali di fumo che né fanno fiamme, né si estinguono, sotto il cavalcavia che nessuno prendeva più a causa degli snipers. Ricoperte di finta pelle nera erano le pareti imbottite dell’ufficio di un’attivista, che raccoglieva prove documentarie degli eccidi di regime. Tenebrosa era la notte, scura come dovrebbe essere, dove i soli frammenti di luce che incrociavi provenivano dalle torce, a meno che non ti volessi avventurare sulla linea del fronte, situata tra un isolato e l’altro; là, avresti visto la luce delle sigarette accese e quella dei colpi di arma da fuoco. E Black Eyes era il soprannome di uno dei ragazzi che avevo incontrato.
Aveva 21 anni e aveva aderito all’Esercito libero dopo che le autorità avevano perso la pazienza con ragazzi come lui, che continuavano a dimostrare per la libertà e la caduta del regime. «Allah, Siria, libertà e basta!» cantavano, parafrasando il monito delle brigate del partito Baʿth, «Allah, Siria, Bashār e basta!». Camminava per le vie del quartiere al-Mashhad con una pistola alla cintura. «Ho perso dieci tra i miei migliori amici, sei durante le manifestazioni pacifiche e quattro in battaglia», spiegava, mentre sedavamo sul bordo di un marciapiede grigio, di fronte a un edificio sventrato da un colpo di cannone. All’inizio della rivoluzione, si riunivano spostandosi improvvisamente di luogo per non essere pedinati.Cambiava il suo indirizzo email ogni mese. Usavano un cellulare il cui numero era registrato sotto il nome di qualcuno non sospetto, vicino al regime, per non essere messi sotto ascolto. Entrò nella brigata al-Khāl, «Lo zio materno», all’inizio del 2012, vi rimase fino a quando l’Esercitò libero entrò ad Aleppo, nel mese di agosto, e preferì uscire per dedicarsi all’informazione. Pochi avevano un’esperienza di giornalismo online e fotografia, mentre lui portava sempre con sé un’arma e una macchina fotografica. Black Eyes si definiva un poeta naturale, pubblicava i suoi versi rivoluzionari su Internet, scriveva gli slogan delle marce, ma era anche uno studente di ingegneria. Così va la vita. Portava i capelli come un giovane Elvis Presley, ma Elvis Presley non aveva gli occhi neri. Di lui, non ho più avuto notizie.

Non c’è pace all’anima nostra, non ci sarà pace all’anima nostra, per averli lasciati soli contro tutto e tutti. Contro il regime del loro Paese, contro i jihadisti venuti da terre straniere, contro la seconda armata più potente al mondo. Contro la nostra indifferenza, contro la nostra insofferenza, contro la nostra ingenuità. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia. Non c’è tempo per ricordare i lager, Srebrenica, Grozny, Kigali, non ci sono libri di storia che raccontino delle città bombardate nel ’45, di quelle rase al suolo dai Crociati, dai Barbari o dagli Ittiti. Non c’è spazio nelle chips dei nostri apparecchi elettronici per studiare e comprendere che la Storia è ritornata, e fa paura. È ritornata, con i suoi fantasmi fascisti, i suoi predicatori dell’odio, i suoi affaristi e mercanti di armi e propaganda, le sue menzogne.
Aleppo è caduta, ed io ho paura. Non vale la tristezza, non vale la rabbia, non vale la disperazione. Vale ora la paura, che Aleppo non sia l’ultima, e che arrivi un giorno il turno di coloro che hanno mantenuto il silenzio o creduto che la Storia non sarebbe tornata. Invece, eccola. Eccola alle nostre porte, con i missili puntati, i dittatori sempre più convinti della loro giustezza, i fili spinati e i bastoni  contro gli stranieri, il Consiglio di Sicurezza usato come strumento di guerra, le offensive in nome della Civiltà.
Non c’è stomaco per i nostri calici amari, non siamo pronti al peggio perché non abbiamo capito cosa si sta giocando in Siria. Non amiamo più l’Europa, non difendiamo più il diritto, non ci occupiamo del più debole, non crediamo più che la libertà abbia un prezzo, non siamo più disponibili a pagare un prezzo. Non siamo forse più i figli legittimi della Resistenza antifascista, né degli emigrati del Novecento. Non siamo forse più quello che pensavamo di essere, mentre i nemici della libertà e del diritto sono più determinati che mai. Tra noi, come oltre il mare e le montagne.
Aleppo è caduta. Ancora non hanno finito di trucidare gli ultimi abitanti dei quartieri orientali. Ancora non hanno saziato i loro appetiti. Ancora si beffano della nostra impotenza. Ancora non hanno finito il lavoro. Ancora noi facciamo finta di non capire.