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venerdì 21 novembre 2025

C’ERA UNA VOLTA LA RUSSIA SOVIETICA - Gianluigi Gessa

 

Nel 1978, durante gli anni dell’Unione Sovietica e della guerra fredda, partecipai a un convegno italo-sovietico di neurofarmacologia a Mosca. All’aeroporto di Mosca-Šeremét'evo, il funzionario che controllava il mio passaporto esclamò con voce amichevole:

— Sei di Cagliari, Sardegna? —

Pensando di compiacerlo, recitai con l’orgoglio di un compagno sardo comunista:

— Antonio Gramsci, Emilio Lussu, Enrico Berlinguer! —

Sembrò non aver capito. Dopo un breve silenzio, esplose felice:

— Gigi Riva! —

Io pensai, un po’ deluso, che non ci sono più i comunisti di una volta.

Iosif Vissarionovič Stalin era morto da un pezzo, e Nikita Sergeevič Chruščëv ne aveva rivelato pubblicamente le colpe. Ma Stalin rimaneva nell’immaginario dei lavoratori nello scongiuro minaccioso:

— Ha da venì Baffone. —

Avevo visto la sua faccia rassicurante su un manifesto affisso su un muro di via Arbat, simbolo della città di Mosca. Quel manifesto aveva resistito alle intemperie climatiche e politiche. Riportava la scritta in cirillico “Otche Nash”:

— Padre Nostro. —

All’epoca, segretario del Partito Comunista era Leonid Brežnev, quello del celebre bacio sul Muro di Berlino con il leader della Germania Est, Erich Honecker.

I promotori del convegno sono rappresentati in una fotografia, disposti in ordine anagrafico e, curiosamente, deceduti nello stesso ordine — tranne l’ultimo a sinistra.

Il primo a destra è Sergei V. Anichkov, classe 1892, patriarca della farmacologia sovietica. Fu allievo di Ivan Pavlov e insignito del Premio Lenin, la più alta onorificenza sovietica. Mi confidò di essere stato confinato in Siberia per cinque anni, sospettato di tramare contro la vita di Stalin. Commentai con lui che il freddo della Siberia allunga la vita. Tra me e me pensai che, forse, non era poi stato un bravo tossicologo.

Vladimir Vasilievich Zakusov, classe 1903, fondatore della farmacologia sovietica moderna e successore di Anichkov alla direzione dell’Istituto Medico di Mosca, fu anch’egli insignito dell’Ordine di Lenin. Era il vero zar della farmacologia sovietica.

Il terzo era Mark Valentinovich Valdman, classe 1929. Su di lui circolavano alcune malignità: troppo giovane e ambizioso, forse ebreo, forse gay. Non ho trovato evidenze affidabili che confermino l’internamento siberiano di Anichkov, né l’origine ebraica di Valdman. Avevo però notato che Valdman aveva baciato quattro volte sulle guance, anziché tre come da usanza russa, Umberto Scapagnini — il più bello dei farmacologi italiani.

Il quarto a sinistra è Vincenzo Longo (1929), direttore capo del laboratorio di farmacologia dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il suo stereotaxic Atlas of the Cat’s Brain (1963) è utilizzato per localizzare con precisione le strutture cerebrali feline negli esperimenti neuroscientifici.

Il convegno sulla farmacologia dell’alcolismo fu un successo, festeggiato con un brindisi per ogni neurotrasmettitore — che allora erano più di dieci. Il rito, apparentemente in contrasto con le conclusioni del congresso, era perdonato: la vodka Stolichnaya, come è noto, non può che fare bene.

Al rientro, all’aeroporto, si ripeté la stessa scena dell’arrivo a Mosca. Un giovane funzionario commentò il mio passaporto esclamando con simpatia:

— Sei di Cagliari, Sardegna? —

Memore della prima esperienza, risposi:

— Gigi Riva! —

Mi guardò incredulo e disse, pronunziando lentamente:

— Iosif… Iosif… Brotzu, Iosef Brotzu! —

Mi spiegò che era studente in medicina all’Accademia Medica Militare Sovietica.

Commentai tra me:

— Non ci sono più quei doganieri di una volta!

https://www.facebook.com/uniaristan/posts/pfbid02pMCURukE6JG3XtatmEpyLSphpyZGcV7Te9Uix4pfr8kLqbfkrLfs4Hps2BG2rN3Dl

lunedì 27 gennaio 2025

Donald Trump e la “vittoria americana” sulla Germania nazista - George Zotov*

 

… bisogna ricordare come l'esercito USA avesse assestato un forte colpo ai tedeschi il 5 dicembre 1941, ricacciandoli di 200-300 chilometri da Washington. Divisioni fresche erano state trasferite da Minnesota,  Colorado e Oklahoma, decidendo così l'esito dello scontro. Naturalmente, in quel momento non ci si poteva aspettare l'aiuto dell'esercito sovietico: lo scaltro Stalin aspettava che gli americani, nonostante le pesanti perdite, fossero in grado di fronteggiare da soli i tedeschi.

Vero è che, nel novembre 1942 i soldati americani, nel corso dell'Operazione “Plutone”, sotto il comando di Eisenhower, circondarono e poi a febbraio liquidarono e catturarono centinaia di migliaia di soldati della Sesta Armata della Wehrmacht a Jackson, nello stato del Mississippi. Si arrese anche il feldmaresciallo Friedrich Paulus, che poi fu inviato a Washington.

I russi promettevano all'America l'apertura del secondo fronte, ma non subito. Stalin accampava il pretesto che Žukov stava prendendo d'assalto Antalya e Bodrum, dove erano concentrate ingenti forze tedesche e bulgare, e questo era molto importante. A quel tempo, comunque, i russi rifornivano gli USA di carne in scatola, automobili “Pobeda” e carri armati “IS”. Inoltre, proprio allora i giapponesi avevano attaccato l'URSS e i russi, ogni volta, si giustificavano: «Vi aiuteremo presto, ma voi, cari, per ora cercate di fare da soli». Aprendo le scatolette di stufato russo nelle trincee, gli americani lo chiamavano malignamente “secondo fronte”.

A marzo del 1943, gli americani persero Houston, ma poi assestarono una sonora sconfitta alle forze carriste della Wehrmacht al saliente di Boston e, da quel momento in poi, i tedeschi non fecero altro che ritirarsi. Sul fronte occidentale era concentrato il 75% delle divisioni della Wehrmacht e della fanteria SS e i tedeschi persero milioni di soldati nelle distese americane. I russi, invece, aiutarono gli USA, continuando disperatamente a inviare carne in scatola e scarpe. Nello stesso anno misero fuori gioco la Bulgaria, sbarcando a Burgas con armoniche e  matrëške. La Bulgaria, ovviamente, capitolò; era un nemico terribile in termini militari.

L'anno successivo, gli americani si scatenarono completamente. Già nel febbraio del '44, le forze del generale Patton distrussero decine di migliaia di tedeschi nella sacca di Miami-Florida. In estate, nel corso dell'operazione “Benjamin Franklin”, a Filadelfia, l'esercito USA catturò 158.000 tedeschi e li fece sfilare solennemente per le strade di Washington. Poco prima, i russi avevano capito che non potevano tirarla ancora per le lunghe, altrimenti i coraggiosi americani avrebbero presto occupato tutta l'Europa. Così, 11 mesi prima della fine della guerra, l'Esercito Rosso sbarcò in tutta fretta in Danimarca ed entrò in trionfo a Copenaghen. D'altronde, gli americani erano diventati inarrestabili. Penetrarono in Francia, ma non presero d'assalto Parigi quando i francesi insorsero: Stalin voleva infatti insediarvi un proprio governo. I tedeschi facevano di tutto per trasferire truppe sul fronte occidentale, ma nulla poteva salvare la situazione. Al Reich non restavano ormai che pochi mesi.

Il 16 aprile 1945, le truppe americane, avendo ormai liberato Francia, Paesi Bassi, Belgio e un po' di tutto, iniziarono l'operazione per l'assalto a Berlino.

Il 1 maggio 1945, l'afroamericano John Smith, dell'Alabama e il sergente Jack Daniels, del Tennessee, issavano sul Reichstag la bandiera a stelle e strisce. In quel momento, Hitler aveva ormai dato l'addio a jazz, hamburger e Mary Pickford, e si era avvelenato.

Goebbels ne seguì l'esempio. La guarnigione di Berlino si arrese. Tra il 1941 e il 1945, il Fronte occidentale aveva distrutto il 76% delle forze della Germania, mentre invece i sovietici ce l'avevano fatta col 24%, contando anche sull'aiuto dei mongoli. Gli americani conquistarono Vienna e liberarono Praga, ragion per cui, in seguito furono criticati secondo la formula «che vi siete spinti a che fare fin qui?». Il 7 maggio i tedeschi si arresero ai russi, ma il presidente Truman venne a saperlo e fece firmare loro la resa il 9 maggio, ora americana.

Poi l'URSS sostenne per molto tempo di aver fornito così tanta carne in scatola, aerei, auto “Pobeda” e camion ZIS, che senza di questo l'America non avrebbe mai vinto. Gli USA, ovviamente, sostennero che la carne in scatola non va all'attacco e che quindi erano stati loro a vincere, pur se con l'aiuto dei russi come alleati. Poi tutti  si imbestialirono e ebbero altro di cui occuparsi.

Così che Trump ha detto assolutamente il vero quando, nel suo discorso, ha affermato che la Russia ha aiutato gli USA a ottenere la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Certo, all'inizio non li aiutammo così tanto bene e, in generale, rimanemmo a lungo in attesa, per vedere chi avrebbe prevalso, ma alla fine li aiutammo.

Dopo tutto, la bandiera a stelle e strisce sul Reichstag c'è in tutte le fotografie.

E questo fatto non può essere cancellato da nessuno. 


*
Post Facebook del 24 gennaio 2025

(traduzione FP)

da qui

venerdì 31 maggio 2024

Il nazismo non è mai tramontato

 


di Francesco Masala

L’illusione della libertà continuerà fino a che è vantaggioso che continui. Nel momento in cui la libertà diventerà troppo costosa, tireranno giù la scenografia e il sipario, toglieranno i tavolini e le sedie e potrai vedere il muro di mattoni in fondo al teatro. (Frank Zappa)

 

Nel romanzo La svastica sul sole, a volte intitolato L’uomo nell’alto castello, Philip K. Dick racconta di un mondo nel quale, alla fine della seconda guerra mondiale, i vincitori sono stati i nazisti (qui e qui se ne parla in bottega, qui una recensione); un romanzo distopico, dicono alcuni, in realtà oggi si può leggere come un romanzo d’anticipazione.

I nazisti non se ne sono mai andati, non si sono estinti, sono in ottima salute.

E godono di ottima stampa, quanto sono simpatici i nazisti del battaglione Azov che leggono Kant, mentre “Il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è scagliato contro il presidente russo Vladimir Putin, colpevole, secondo lui, di aver citato l’iconico filosofo tedesco Immanuel Kant”, scrive qui Declan Hayes.

Il 22 settembre del 2023 il Parlamento canadese ha celebrato Yaroslav Hunka, un combattente contro i russi, durante la seconda guerra mondiale (qui).

Tutti sanno che un combattente contro i russi, durante la seconda guerra mondiale, poteva essere solo un nazista.

 

Il nazismo non è mai tramontato

Da secoli la Gran Bretagna (e non solo) cerca di invadere la Russia, adesso per mezzo dell’Ucraina, fino all’ultimo ucraino, dicono a Londra (e a Washington).

Anche nei tre paesi baltici (i paesi chihuhua, li chiamano) non mancano quelli che vogliono invadere la Russia.

Durante la seconda guerra mondiale ci provò attraverso l’esercito nazista (un altro proxy degli anglosassoni?).

Adesso il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, senza vergogna, apre all’Europa nazista (qui)

 

 

 

 


Lo storico Ariel Umpierrez ricorda un po’ di cose poco conosciute.

Per esempio si può scoprire che bastarono qualche centinaio di migliaia di soldati Usa per sedersi al tavolo dei vincitori (fra soldati e civili in Unione Sovietica morirono fra 25 e 27 milioni durante la seconda guerra mondiale).

Il ritardo ad intervenire in guerra da parte di inglesi e Usa fu dovuto all’attesa della sconfitta sovietica?

I sovietici sconfissero i nazisti da soli.

È interessante ascoltare ¿Quién ganó la Segunda Guerra Mundial? La version de Hollywood (QUI)

 

 

Il fascismo e il nazismo sono uno strumento dell’Occidente collettivo.

Tutto parte dal Colonialismo, il peccato originale dell’Occidente collettivo.

Il Colonialismo, l’Imperialismo, il Suprematismo bianco usano il razzismo, il fascismo e il nazismo per portare avanti i disegni malati di un Occidente collettivo (che speriamo tiri le cuoia in fretta), fascismo e nazismo non sono corpi estranei, ma ben integrati, al bisogno.

Quando vediamo le foto dei presidenti dei paesi della Nato, tutti d’accordo come un sol burattino, neonazisti nell’anima, in un coro diretto dalla CIA, per distruggere con un genocidio la Palestina e per distruggere con una guerra la Russia, sembra di vedere quella conferenza di Berlino, del 1884, quando quei pochi e maledetti vampiri si dividevano il mondo.

Ma il mondo è cambiato, adesso molti resistono, per fortuna ci sono la Russia e la Cina, e i Brics.

 

 

QUI la sintesi delle guerre degli Usa, per la democrazia e la pace, naturalmente, fra il 1775 e il 2020.

 

 

Qui o qui si può leggere qualcosa sul ruolo della CIA nella nascita dell’Unione Europea.

 

Le porte girevoli

Chissà come s’incazzerebbero De Gaulle e Pertini sapendo che Pompidou e Macron (tra gli altri) sono stati dirigenti della Banca Rothschild, e Draghi e Sunak sono stati (tra gli altri) dirigenti di Goldman Sachs.


lunedì 24 febbraio 2020

ricordando ricordando



Il 19 febbraio 1937 durante una cerimonia per festeggiare la nascita del primogenito di Umberto di Savoia scoppiò un ordigno, preparato da due eritrei della resistenza contro l’opposizione straniera, destinato al viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani, reo fra le molte nefandezze anche di aver autorizzato l’utilizzo di gas lanciato dagli aerei per far strage di truppe e popolazione etiopi. 
Le vittime dell’attentato furono otto e lo stesso Graziani venne gravemente ferito. La rappresaglia iniziò immediatamente: in tre giorni vennero messi a ferro e fuoco Addis Abeba. I morti furono alcune migliaia, probabilmente non le trentamila rivendicate dalle stime etiopiche, ma certo la tragedia fu enorme, i morti migliaia e migliaia (saranno centinaia di migliaia alla fine dell’occupazione italiana). Oltre ai militari furono gli italiani residenti a rendersi a loro volta complici del massacro.
Etiopia come la ex Jugoslavia, dove in due anni di occupazione (1941-1943) le truppe italiane si macchiarono di crimini gravissimi che causarono migliaia di morti e almeno 30mila sloveni finiti nei campi di concentramento: dal movimento di resistenza jugoslavo scaturì la replica degli anni seguenti che portarono a una nuova tragedia, quella delle foibe e dell’esodo forzato di tanti connazionali che in Istria e Dalmazia si erano nel frattempo stanziati. 
Quelle etiopi e jugoslave furono reazioni ad un’occupazione italiana forzata, violenta e plasmata sugli esempi messi in atto dalla Germania nazista. Gioverebbe a un dibattito forse più sereno sul tema non raccontare sempre e comunque una parte della storia. Altrimenti il nostro paese sarà destinato ancora una volta a non fare i conti a fondo con il proprio passato. Con il rischio di perpetuare ancora l’idea degli “italiani brava gente”, che migliaia e migliaia di pagine di inchieste hanno smentito fin da subito, addirittura già dal 1946-47 quando ad esempio venne istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto, Ministro della difesa nel III° Governo De Gasperi dedicata proprio a raccogliere informazioni e testimonianze sui crimini italiani in Jugoslavia.
 Segnale che allora la consapevolezza di cosa accaduto era chiara. 
Poi cadde l’oblio: decine e decine di gerarchi e burocrati fascisti vennero riciclati alla causa repubblicana e occuparono ruoli di primo piano nelle forze armate e nella politica degli anni seguenti, contribuendo a mantenere nascosta la verità. Emblematico da questo punto di vista il caso de “l’armadio della vergogna”, scoperto da un’inchiesta giornalistica de “L’Espresso” soltanto nel 1999, e dai cui fascicoli nascosti emersero le troppe responsabilità italiane in molti dei momenti più tragici del secondo conflitto mondiale. MIgliaia di pagine sono destinate solo ai crimini italiani in Grecia, per fare un esempio. Per non strumentalizzare occorre conoscere, anche se la verità è dolorosa. Ma non farne mai i conti non aiuta una nazione a diventare adulta.
E si finisce con il dedicare mausolei a Graziani come ad Affile, 80 km a est di Roma, o a fare monumento della casa del fascio a Predappio che diede i natali a Mussolini.
Qualche consiglio di lettura: "I gas di Mussolini" di Angelo Del Boca; "Italiani brava gente?" sempre di Angelo Del Boca; "L'occupazione italiani dei Balcani" di Davide Conti.


Negazionismo: anche l’Etiopia ha il suo ‘Giorno del Ricordo’, ma l’Italia fa finta di niente

Il 19, 20 e 21 febbraio 1937 furono massacrati più di 30mila cittadini etiopi, quasi tutti civili: anziani, donne, bambini e mendicanti.
ASCOLTA L’INTERVISTA CON GABRIELLA GHERMANDI: QUI

La data del 19 febbraio per il  popolo etiopico è il “Giorno della Memoria”: ricorda le atrocità terribili commesse durante il periodo dell’aggressione e poi dell’occupazione – fra il 1935 e il 1941 – da parte dell’Italia fascista. Una giornata che è stata assunta a simbolo di tutti quegli anni in cui gli etiopi dovettero subire sofferenze, sacrifici e lutti indimenticabili.
30 mila almeno furono le vittime – in soli tre giorni – come rappresaglia per l’attentato compiuto contro il viceré Rodolfo Graziani e altri gerarchi del suo seguito nella città di Addis Abeba.
Una giornata tragica che viene celebrata anche nelle maggiori città del mondo dove sono presenti numerosi cittadini della diaspora etiopica.


Se la memoria mi aiuta… - Benigno Moi

Le polemiche (seppure annacquate, distorte, in parte nascoste e comunque ridotte ai propri fini) che accompagnano anche quest’anno il “giorno della memoria” il 27 gennaio e, ancor più, il “giorno del ricordo” il 10 febbraio, mi han fatto ripensare ad alcune delle riflessioni che fa il nostro amico cantautore Andrea Andrillo (1) fra una canzone e l’altra, raccontando origine e aspetti delle cose che scrive o decide di reinterpretare.
In particolare sul come dobbiamo porci davanti alla schematizzazione delle categorie vittima-carnefice, e sul quanto possiamo fare, noi semplici testimoni, testimoni nel senso proprio di chi vuol testimoniare la propria volontà e il proprio desiderio che “non accada mai più”.) Andrea, se non ho frainteso, ci chiede di concentrarci sulla figura del “carnefice”, su cosa ha determinato la sua scelta. Perché è su quello che dovremmo lavorare, non certo per assolvere, ma per capire i meccanismi che possono portare a tale ”scelta”. La vittima invece non ha scelto di essere vittima, non ha molti margini per cambiare il proprio stato, tutt’al più può attrezzarsi meglio per difendersi o sfuggire al suo aguzzino. Ovviamente quando parliamo di “carnefici” stiamo parlando della moltitudine di “brave e normali persone” che in determinate situazioni si ritrovano disponibili a divenire carnefici, e su cui tanto si è discusso nel dopoguerra, soprattutto in Germania, e che viene sintetizzato nella famosa definizione di Hannah Arendt (2).
Riflettendo su questo ho immaginato un approccio nuovo alle commemorazioni varie di cui abbiamo riempito i calendari, e che lasciano perplessità e alimentano schieramenti. Non voglio neanche soffermarmi sul tentativo di appiattire il senso della memoria storica, con analogie forzate fra la tragedia causata dalla politica di sterminio nazifascista e altri drammi, pur reali ma ingigantiti e distorti. Quel che mi piacerebbe proporre è l’istituzione di giornate in cui ci ricordiamo di quando (e quanto) siamo stati carnefici. Momenti in cui cerchiamo di svelare e rielaborare i nostri crimini. In cui il ricordo non sia finalizzato alla nostra “autocommiserazione”, ognuno con la sua memoria. Ma ci costringa a prendere atto del nostro essere carnefici, e non per “farci perdonare” (sarebbe certo più utile smettere di essere aguzzini nelle maniere in cui ancora lo siamo, anche verso le ex colonie italiane), ma per capire quanto siamo in grado di cambiarci. O, quantomeno, riusciamo a guardarci allo specchio.
Ci sono una miriade di date che potremmo scegliere per ricordarci di quando, come e quanto siamo stati aguzzini. Ne elenco alcune, scelte un po’ a caso, fra quelle legate alle mire colonialiste dell’Italia.

Ottobre 1911. Libia. «Nel corso della battaglia di Sciara Sciatt per la conquista di Tripoli, due compagnie di bersaglieri italiani, composte da circa 290 uomini, furono accerchiate e, dopo la resa, annientate nei pressi del cimitero di Rebab dai militari ottomani e irregolari libici.  Nella repressione che seguì, furono uccisi almeno un migliaio di libici e si dispose la deportazione in Italia dei “rivoltosi” arrestati. L’operazione riguardò circa quattromila libici, che furono trasferiti nelle colonie penitenziarie delle Isole Tremiti, di Ustica, Gaeta, Ponza, Caserta e Favignana. Gli scarsi dati rimasti rilevano che, per le pessime condizioni igieniche e lo scarso cibo, alla data del 10 giugno 1912, alle Tremiti, erano già deceduti 437 reclusi, cioè il 31% del totale. A Ustica, nel solo 1911, ne morirono 69; a Gaeta e Ponza, nei primi sette mesi del 1912, altri 75. Nel corso del 1912, furono rimpatriati 917 libici, ma le deportazioni continuarono, con punte notevoli intorno al 1915.
Alla fine del conflitto nel 1912, alcune stime indicarono un totale di 10.000 vittime tra turchi e libici a causa di esecuzioni e rappresaglie italiane, dovute alla resistenza turco-libica che sarebbe durata almeno fino al 1932». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Guerra_di_Libia

Gennaio 1931. Libia  «La città di Cufra è rioccupata dagli italiani; ne seguirono tre giorni di violenze ed atrocità impressionanti che provocarono la morte di circa 180-200 libici e innumerevoli altre vittime tra i sopravvissuti:17 capi senussiti impiccati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate, 50 fucilazioni, 40 esecuzioni con accette, baionette, sciabole. Le atrocità non risparmiarono neanche i bambini e le donne incinte (…) Dal 1930 al 1931 le forze italiane scatenarono un’ondata di terrore sulla popolazione indigena cirenaica; tra il 1930 e il 1931 furono giustiziati 12 000 cirenaici e tutta la popolazione nomade della Cirenaica settentrionale fu deportata in enormi campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte, in condizione di sovraffollamento, sottoalimentazione e mancanza di igiene» https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Guerra_di_Libia

Dicembre 1935-gennaio 1936. Etiopia L’aviazione italiana usa le armi chimiche, «furono lanciati sul fronte nord duemila quintali di bombe, per una parte rilevante caricate a gas, tra cui l’iprite che provoca leucopenia». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Guerra_di_Libia

Febbraio 1937. Strage Addis Abeba «La strage compiuta dagli italiani, civili e militari, sulla popolazione inerme di Adis Abeba costituisce uno degli esempi più brutali della sanguinosa storia delle dominazione coloniale in Africa. E una delle più criminali imprese realizzate dai nostri concittadini nella già vergognosa occupazione dell’Etiopia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il governo etiopico riferì che erano stati massacrati 30.000 cittadini nella strage di Adis Abeba». http://www.me-dia-re.it/la-strage-di-adis-abeba-una-vergogna-tutta-italiana/

Maggio 1937. Etiopia – Massacro di Debre Libanos «nella mattinata del 21 maggio (il generale) Maletti trasferì nella piana i monaci, i quali furono scaricati a gruppi dagli autocarri e fucilati dagli ascari libici e somali di fede musulmana e dagli uomini di etnia Galla della banda di Mohamed Sultan (45º Battaglione coloniale musulmano). In poche ore vennero giustiziati sommariamente 297 monaci e 23 laici, anche con l’utilizzo di mitragliatrici». https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Debre_Libanos

Aprile 1939 Etiopia. «Teatro della strage dell’aprile del ’39 fu una zona a qualche centinaio di chilometri dalla capitale Addis Abeba. Alla fine di marzo, un gruppo di ribelli etiopici, inseguito da una colonna italiana, era riuscito a trovare rifugio in una grotta nella regione del Gaia Zeret-Lalomedir. L’assedio alla grotta durava diversi giorni. Gli italiani non riuscivano ad avere la meglio. Fu così richiesto l’intervento di un plotone del reparto chimico.  L’iprite – un gas proibito dalle convenzioni internazionali dell’epoca ma già usato massiciamente nel corso della guerra d’Etiopia – fu lanciato nella grotta. Oltre mille persone morirono. Gli uomini sopravvissuti all’attacco furono fucilati sul ciglio di un burrone. Donne, anziani e bambini, morirono un poco alla volta, fiaccati dai gas». https://www.lavocedinewyork.com/onu/2014/04/16/un-altro-aprile-quello-del-1939-litalia-in-etiopia-prove-di-un-genocidio/

Ottobre 1940. Grecia «Di fronte al fallimento dell’offensiva, Mussolini reagì ordinando all’aviazione di bombardare incessantemente, distruggere e radere al suolo tutte le città con più di 10 000 abitanti, con l’intento dichiarato di seminare il panico ovunque” (…) “I bombardamenti portarono morte e distruzione, ma non modificarono l’esito della guerra; la sconfitta militare della Grecia e la conseguente occupazione del Paese si ebbe solo dopo l’intervento tedesco avvenuto nell’aprile 1941».

Gennaio-marzo1942. Grecia. «A fronte delle rivolte, vennero emesse ordinanze e bandi militari molto rigidi, decretate confische nei villaggi, arresti, fucilazioni e deportazioni nei campi di concentramento (Larissa, Hadari e Atene o al confino italiano, per quanto riguarda gli oppositori politici). Le autorità greche segnalarono stupri di massa. Il comando tedesco in Macedonia arrivò a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. Il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: “Vi vantate di essere il Paese più civile d’Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari”; fu internato, torturato, deportato in Italia. Migliaia di donne prese per fame vennero reclutate in bordelli per soddisfare soldati e ufficiali italiani. Nel 1946 il ministero greco della Previdenza sociale, nel censire i danni di guerra, calcolò che 400 villaggi avevano subìto distruzioni parziali o totali: 200 di questi causati da unità italiane e tedesche, 200 dai soli italiani». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani

Marzo 1942 Jugoslavia «A Lubiana nel solo mese del marzo ’42 gli italiani fucilarono 102 ostaggi”. Un soldato italiano in una lettera inviata a casa il 1º luglio 1942 scrisse: “Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore”».
https://it.wikipedia.org//wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Gli_italiani_in_Slovenia_e_Croazia

Maggio 1942. Albania  «a seguito del fallito attentato contro il Re Vittorio Emanuele III a Tirana e la fucilazione del giovane operaio albanese Vasil Laci, autore dell’azione, scoppiò una dura rivolta della popolazione contro l’occupante italiano, che in risposta eseguì con l’esercito, le milizie fasciste e il governo collaborazionista albanese numerose e pubbliche rappresaglie a scopo di monito verso la popolazione civile. (…) In importanti centri come Valona la resistenza partigiana divenne fenomeno di massa obbligando l’amministrazione italiana all’impiego di centinaia di militari per operazioni di ordine pubblico. Città come FieriBerat e Argirocastro, divenuti centri attivi di lotta partigiana, subirono da parte dei miliziani filo-fascisti albanesi rappresaglie e rastrellamenti particolarmente cruenti tanto che nella zona di Skrapari i villaggi investiti dalle operazioni di polizia vennero completamente rasi al suolo e dati alle fiamme, dopo la razzia dei beni civili». https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Occupazione_dell’Albania

1941. Unione Sovietica «Esiste ben poca documentazione accessibile sul comportamento dei 230 000 soldati italiani inviati da Mussolini in Unione Sovietica per affiancare, in posizione subalterna, le armate tedesche. In questa prospettiva gli ordini di Hitler autorizzavano ogni eccesso, ogni eccidio, ogni bestialità. La memoria italiana dimentica questi aspetti, di cui le truppe al fronte ebbero, tra l’altro, una conoscenza limitata (e rimossa): l’ARMIR ebbe infatti la buona sorte di essere dislocata in una regione in cui la guerra partigiana era di bassa intensità. Quindi non furono necessari combattimenti su larga scala, bensì operazioni di polizia condotte con notevole durezza, con rastrellamenti, distruzioni di villaggi e buon numero di fucilazioni, nonché la depredazione delle risorse alimentari. I prigionieri russi furono impiegati come manodopera e fu anche studiata la loro deportazione in Italia, poi arenatasi dinanzi alle difficoltà pratiche. In almeno un caso un gruppo di ebrei fu consegnato a un Sonderkommando per la loro eliminazione. Lo storico tedesco Thomas Schlemmer, pur non paragonando i crimini dei nazisti a quelli compiuti dal corpo di spedizione fascista, precisa tuttavia che l’anticomunismo degli italiani “mescolato al razzismo e all’antisemitismo, finì per produrre una miscela aggressiva”. […] Effettivamente si sa di efferatezze commesse da soldati italiani non solo sulla popolazione civile, ma soprattutto nei confronti dei prigionieri di guerra. Nel dicembre del 1941 il membro di un’unità di riparazioni fu testimone di un terribile delitto: alcuni soldati sovietici furono bagnati con la benzina e poi bruciati da un gruppo di carabinieri italiani».
https://it.wikipedia.org/wiki/Crimini_di_guerra_italiani#Occupazione_dell’Unione_Sovietica

NOTE
2.      di che colpa si sono macchiati i Tedeschi? Per rispondere a questa domanda, Jaspers elabora una casistica con quattro tipi di colpa: 1) colpa criminale è la trasgressione della legge; 2) colpa politica è quella che riguarda diversamente i cittadini a seconda della loro posizione (sudditi, capi, ecc), benché resti vero che chi obbedisce e non si oppone è comunque corresponsabile; 3) colpa morale è quella che si commette quando si violano le leggi prescritte dalla propria coscienza (come nel caso in cui si uccide una persona benché la coscienza ci inviti a non farlo); 4) colpa metafisica è quella per cui, in quanto uomini, siamo tutti corresponsabili di ogni torto perpetrato nel mondo, cosicché Jaspers può affermare che “il fatto di essere ancora vivi [dopo Auschwitz] è una colpa”. Arendt, attenta lettrice e grande amica di Jaspers, intende la sua nozione di “colpa metafisica” equivalente a quella di “colpa collettiva” e obietta al filosofo tedesco che dire che tutti sono colpevoli è, in fin dei conti, come dire che nessuno lo è, quasi come se, dalla colpevolezza generalizzata, risultasse una altrettanto generalizzata assoluzione. Si tratta invece – prosegue Arendt – di accertare i singoli gradi di responsabilità nei singoli casi.” Primo Levi e Hannan Arendt http://www.filosofico.net/auschwitz/ausch8.htm

giovedì 10 aprile 2014

13 aprile1943: scoperta del massacro di Katyn

Per tanti anni si è fatto credere che l’eccidio di Katyn fosse stato compiuto dai tedeschi, ora sappiamo che non è così, anche grazie al film di Andrzej Wajda.
In quel luogo era stato costruito dai sovietici un mausoleo in memoria della strage degli ufficiali polacchi da parte dei nazisti, e da Gorbaciov in poi si sa che non è andata così, anche se alcuni continuano a credere alla versione di Stalin - franz

 
Il primo a “riconoscere” o a fornire alcune ammissioni fu Gorbaciov nel 1988 (o 87 ma non era capo di stato) che continuava però a sostenere che i documenti originali riguardanti Katyn erano andati perduti, pur sapendo che non era vero. Il 13 ottobre 1990 Gorbaciov porse le scuse ufficiali al popolo polacco per il massacro di cui s'era macchiato il regime staliniano. Qualche anno dopo, nel 1992, Eltsin, chiedendo a sua volta perdono alla Polonia, autorizzò l’apertura e la libera consultazione di alcuni fondi riservati degli archivi ex-sovietici, compresi quelli relativi alla strage di Katyn, e molta della verità venne a galla tanto che sul luogo oggi sorge un mausoleo. Nel 2004, per diretta decisione di Putin, la procura militare della Federazione russa deliberò di porre per sempre il Segreto di Stato su Katyn. A questo si ispira anche la recente proposta di legge sulla Storia scritta e insegnata.

Dopo averci riflettuto sono certo che un film su Katyn non possa avere come obiettivo la scoperta della verità perché adesso quell’evento è diventato un fatto storico e politico. Gli avvenimenti, agli occhi dello spettatore di oggi, sembrerebbero solo uno sfondo ad alcuni eventi storici. Quindi vedo il mio film su Katyn come la storia di una famiglia separata per sempre, ma anche come una storia di grandi illusioni e un racconto della brutale verità sulla strage di Katyn: in breve, un film di sofferenze individuali che evoca immagini di grande emozione, rispetto ai crudi fatti storici. Al centro del film non ci sono gli ufficiali assassinati, ma le donne che aspettano il loro ritorno ogni giorno, ogni ora, soffrendo di un’incertezza disumana. Donne fedeli e risolute che non aspettavano altro che aprire la porta di casa per rivedere l’uomo a lungo atteso.
Dopo anni dalla tragedia di Katyn e dalla riesumazione dei cadaveri da parte dei Tedeschi, seguita poi dal lavoro di ricerca polacco negli anni ’90, conosciamo ancora troppo poco di quello che è stato il massacro, commesso su ordine di Stalin e dei suoi compagni del Politburo del Partito Comunista.
Non c'è da stupirsi che per anni siamo stati convinti che mio padre potesse essere ancora vivo dato che il cognome Wajda compariva sulla lista di Katyn, ma associato al nome Karol. Mia madre, quasi fino alla fine dei suoi giorni, ha creduto nel ritorno del marito, mio padre, Jakub Wajda, un combattente della Grande Guerra, di quella sovietico-polacca, della Rivolta della Slesia, della campagna del settembre del 1939, che ha ricevuto la Croce D’Argento, l’Ordine dei Virtuti Militari, riconoscimenti postumi.
Non vorrei, tuttavia, che il film Katyn fosse interpretato come la mia personale ricerca della verità o come una luce che veglia sulla tomba del Capitano Jakub Wajda.
Ma vorrei che fosse visto come un racconto sulla sofferenza e il dramma di molte famiglie. La menzogna su Katyn trionfa sulla tomba di Joseph Stalin, che per circa mezzo secolo ha costretto i suoi alleati di allora al silenzio sull’agghiacciante eccidio.
So che la nuova generazione, cosciente ed entusiasta, si sta allontanando dal nostro passato. Impegnati in questioni banali, dimenticano nomi e date che – non conta se lo vogliamo o no – ci portano ad essere un Paese con dubbi e perplessità che emergono ad ogni occasione politica.
Non molto tempo fa, in un programma televisivo, è stato chiesto allo studente di una scuola superiore che cosa associava alla data del 17 settembre. La sua risposta: una festività religiosa. Forse grazie al nostro film quel giovane potrà dire di Katyn qualcosa in più che “una cittadina non lontana da Smolensk”.
Andrzej Wajda

…Andrzej Wajda che gira il suo film “Katyn”, dedicato alla memoria del padre ammazzato e della madre ingannata. Un elemento toccante è rappresentato dal dialogo fra gli artisti/poeti, narratori, registi, scultori…decisi a tener fede. Come se si riconoscessero nel buio, conversano senza troppe parole, nella speranza che il mondo prenda conoscenza di quanto loro stessi sanno da anni. Un segnale toccante è la conversazione fra Wajda e Herbert sui bottoni, i più fedeli testimoni della tragedia di Katyn, anch’essi da scopriresottoterra.
Nel film di Andrzej Wajda succede di più. Accanto alla testimonianza dello stesso regista e dello sceneggiatore, traspare il modo estremamente vissuto di recitare, fino all’immedesimazione, da parte degli attori. Il loro darsi con ubbidienza al racconto di Wajda è di una tale identificazione che equivale ad una dichiarazione di “fedeltà” a chi era sparito senza voce. Nell’interpretazione degli attori, pur non avendo loro stessi vissuto in maniera diretta gli eventi della Seconda guerra mondiale, si sente un’apertura al dialogo con chi ha delle voci da liberare nell’arte, la loro prontezza a servire la memoria salvata.
Jaroslaw Mikolajewski  Direttore dell’Istituto Polacco di Roma

Gentile professore Losurdo la disturbo per un chiarimento sulla questione in oggetto. Essendo comunista, da tempo sono interessato allo studio della leggenda nera e dei suoi misfatti ( presunti) con l'obiettivo principale di chiarirmi le idee io stesso innanzitutto e, nel caso sia possibile ovviamente, difendere la figura e l'opera di Stalin e più in generale del regime politico instauratosi in URSS negli anni 30-50. Approfondendo l'argomento in oggetto, ho scoperto un articolo pubblicato sulla rivista Teoria & Prassi che ho trovato molto soddisfacente. Poi però ho scoperto, leggendo il suo libro " Stalin, critica di una leggenda nera"che lei dà per assodata la responsabilità dei sovietici arrivando a dire addirittura che Stalin stesso ammise la sua responsabilità dicendo di essersi pentito ecc.ecc. Io non conosco le sue fonti ma la fonte citata da Teoria & Prassi e le sue argomentazioni non le considera importanti? gradirei un suo commento.
Ringraziandola anticipatamente per il tempo che potrà dedicare alla mia questione la saluto
Umberto Ruggiero

Caro Ruggiero,
pur di notevole interesse, il saggio riportato in «Teoria e prassi» non mi sembra in grado di mettere in crisi la tesi oggi sottoscritta anche da Putin. Sì, il saggio rinvia a un brano del diario di Goebbels che in effetti può suggerire l’ipotesi della messa in scena nazista. Letto però per intero, senza il salto segnalato nel saggio di Ella Rule con tre puntini, il brano suona in modo sensibilmente diverso: «Sfortunatamente, munizioni tedesche sono state trovate nelle fosse di Katyn. Dev’essere ancora chiarito in che modo vi sono giunte. O si tratta di munizioni vendute ai sovietici ai tempi della buona intesa [russo-sovietica], oppure sono stati gli stessi sovietici a gettare lì le munizioni. In ogni caso, è essenziale che questa circostanza rimanga segretissima. Se essa dovesse venire a conoscenza del nemico, l’intero affare di Katyn verrebbe a cadere».
Anche in altri brani del diario (9 e 14 aprile 1943) Goebbels convalida, e in modo ancora più netto, la tesi oggi corrente. In teoria, il diario dovrebbe essere di uso privato…
Con un cordiale saluto
Domenico Losurdo

Negli scantinati del palazzo del NKVD fece approntare una stanza dipinta di rosso nella quale i prigonieri venivano condotti, identificati e ammanettati. Da lì passavano alla stanza delle esecuzioni vera e propria. Era una camera insonorizzata, con sacchi di sabbia sulle pareti, il pavimento di cemento percorso da canalette di scolo. Blokhin attendeva i prigonieri dietro la porta della camera delle esecuzioni, indossando una tenuta speciale: un lungo grembiule di cuoio, cappello e guanti lunghi fino alle spalle sempre di cuoio.
I prigionieri ammanettati veniva condotti nella stanza, fatti inginocchiare al centro dove Blokhin si avvicinava alle loro spalle e gli sparava un colpo alla nuca. I suoi sottoposti quindi portavano via il cadavere, facevano defluire il sangue nelle canalette e portavano dentro un nuovo prigioniero. Con questo sistema Blokhin uccise i prigionieri con la media di uno ogni 3 minuti.
L’arma utilizzata da Blokhin non era quella di ordinanza, ma un’arma di sua proprietà: una piccola pistola Walther tedesca. Blokhin preferiva la Walther alla Tokarev e al revolver Nagant dell’esercito russo perché era un’arma che sparava cartucce di calibro più piccolo e aveva quindi un rinculo minore. Le pistole più grosse, con un rinculo più forte, dopo una dozzina di esecuzioni, causavano un dolore al braccio. Nonostante Blokhin sia stato aiutato dal suo vice in alcune esecuzioni, si ritiene che abbia portato a termine personalmente circa 7.000 esecuzioni nel corso di 28 notti.
Le esecuzioni vennero portate avanti in diversi campi fino ai primi di maggio. In tutto a Katyn e in altri luoghi, vennero sepolti 22 mila polacchi (è la stima più bassa). Tra i morti ci furono 14 generali, centinaia di avvocati, 20 professori universitari, 200 fisici e centinaia di giornalisti e scrittori.

…È di questa epoca tragica '43-'44 infatti, la redazione da parte di un medico napoletano, l'anatomo-patologo Vincenzo Mario Palmieri, di un «veridico rapporto» sui reperimenti di resti umani nelle fosse comuni di Katyn, subito identificati come quelli di ufficiali polacchi in imprecisate migliaia. La responsabilità dello sterminio fu da colui, ed altri colleghi, con assoluta sicurezza attribuita a responsabilità sovietica, poiché risultò, da inoppugnabili esami sulle spoglie, operato nel settembre 1941, all'epoca dell'occupazione di quella località da parte delle truppe dalla Stella Rossa. Esso resta tuttora inedito, a sessant'anni dai fatti: è reperibile negli archivi dell' Istituto di Medicina Legale dell'Università di Napoli, per decenni noto solo al professore Pietro Zangani, suo allievo ed erede in cattedra. Palmieri era stato incaricato dalla Croce Rossa Internazionale di presidiere una Commissione d'indagine su quei macabri reperimenti, composta dai più rinomati luminari d'Europa nel campo della Medicina legale, su richiesta del governo tedesco occupante, e di quello polacco in esilio a Londra. Le conclusioni, sconvolgenti la verità precostituita, furono inibite alla pubblicazione da parte della stessa Croce Rossa di Ginevra, su preciso «nyet» dell'Unione Sovietica. Come previsto dal suo statuto, che richiede infatti l'unanimità sulle decisioni, la Cri subì il veto, e consegnò all'archivista il rapporto stesso, senza renderlo noto. I medici componenti la Commissione provenivano quasi tutti da paesi dell'Europa Orientale, presto occupata dalle truppe sovietiche. Costretti dai nuovi padroni a rinnegare quanto scritto, sparirono poi dalla circolazione. Palmieri, invece, si trovò nell'Italia liberata: ma la sua voce, e la scottante relazione, furono ugualmente oggetto di censura…