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domenica 30 novembre 2025

quando si può dire che la galera è troppo poco

Messina, l’ex rettore Cuzzocrea “andava a caccia di scontrini nel negozio cinese per chiedere i rimborsi all’Ateneo” - Manuela Modica

La Procura di Messina ha ricostruito la vicenda nell'ambito dell'inchiesta che ha portato al sequestro di un milione e 600 mila euro. Un esercente ha raccontato che il docente gli chiedeva le ricevute fiscali lasciate dai clienti in cassa o cadute a terra: anche da un euro

“Ricordo che il professore mi ha chiesto di raccogliere gli scontrini fiscali che i clienti lasciavano alla cassa, o quelli caduti a terra, per poi consegnarglieli. Forse per questo motivo trovate scontrini di piccolo importo pagati anche in contanti. Nel tempo ho più volte consegnato gli scontrini raccolti direttamente al professore”. Il piccolo importo in questione riguarda soprattutto 7 scontrini, di 1 euro, 1,20, 1,50, 2 euro, o perfino l’esoso 4,50. Sono scontrini, che – secondo quanto ricostruito dalla procura di Messina – un commerciante di un emporio cinese ha dato a Salvatore Cuzzocrea, che a sua volta li ha presentati all’università di Messina, da lui guidata in quel momento, per ottenere un rimborso.

Gli scontrini presentati sono arrivati poi alla cifra complessiva di 18.240 euro. Era in questo emporio che l’ex rettore di Messina, e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori italiani, aveva acquistato “materiale elettrico per un utilizzo edile (bobine di cavo elettrico anche di dimensione sino a 4 mm, pozzetti, morsetti, canaline, tubo corrugato anche di grosso diametro, faretti, interruttori, prese eсс), nonché casalinghi (detersivi, bacinelle, ferramenta, ruote ecc.) in grandi quantità”. Così si legge nel decreto di sequestro firmato dal gip Eugenio Fiorentino, su richiesta della procuratrice aggiunta Rosa Raffa e delle pm Liliana Todaro e Roberta la Speme. Nelle 700 pagine del decreto che dispone il sequestro di 1 milione 600 mila euro si legge anche dei bonifici fatti da 14 ricercatori. Cuzzocrea è anche ordinario di Farmacologia e a capo di una dozzina di studi di ricerca. “Disconosco le firme apposte su tutte le richieste di rimborso che mi sono state poste in visione, ad eccezione di , non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a mio nome”, così racconta uno dei 14 ricercatori, ma le versioni sono un po’ tutte uguali. E un’altra racconta: “Non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a nome mio. Solitamente, ci rivolgevamo al prof. Cuzzocrea quando mancava qualcosa in laboratorio, e sapevo che lui anticipasse le spese per l’acquisto del materiale di consumo. Pertanto, quando mi venivano accreditate sul conto corrente personale le somme da parte dell’Università, io procedevo immediatamente a rigirarle al professore Cuzzocrea, pensando che si trattasse di rimborsi per spese da lui sostenute per l’acquisto di materiale da laboratorio che, di volta in volta, gli chiedevamo di acquistare. Pensavo fosse una procedura regolare trattandosi comunque di soldi tracciabili e accreditati sul conto corrente da parte dell’università di Messina, procedura tra l’altro avvallata anche dagli uffici amministrativi”.

Non a caso il gip parla dell’esistenza “di un vero e proprio sistema architettato dal Cuzzocrea per appropriarsi di parte dei fondi destinati alla ricerca, di cui egli aveva la disponibilità giuridica, mediante un sistematico abuso delle proprie funzioni pubbliche (di responsabile scientifico dei progetti e di rettore dell’Università), accompagnato dalla predisposizione di atti falsi o di altri artifici, tali da gonfiare gli importi chiesti a titolo di rimborso”, scrive il gip Fiorentino. Che sottolinea anche: “Approfittando del clima di soggezione e, in parte, di lassismo degli organi deputati all’istruttoria ed ai controlli: in taluni casi l’indagato ha chiesto il rimborso quali spese afferenti ai progetti di ricerca di beni destinati alla già menzionata società Divaga, in altri si è addirittura munito di scontrini precedentemente gettati dai clienti all’interno degli esercizi commerciali, ove era solito fare acquisiti”.

Ma non è ancora tutto, in un altro caso il comune di Messina aveva a disposizione del basolato in eccesso, frutto di un lavoro ormai concluso in una struttura, ne ha dunque fatto dono all’università di Messina. Quel basolato, però, secondo quanto ricostruito dalle magistrate, è finito nell’ampio maneggio di cui Cuzzocrea è titolare per l’80 per cento (il restante 20 è della moglie).

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mercoledì 2 agosto 2023

Capaci e la pista nera, dalla informativa Cavallo ai “depistaggi” dell’avvocato sulla presenza Delle Chiaie in Sicilia tra il ’91 e il ’92 - Manuela Modica e Giovanna Trinchella

 

– C’è un filo nero – come quello scoperto per la strage di Bologna – che lega la strage di Capaci alla destra terroristica di Avanguardia Nazionale e in particolare al suo fondatore Stefano Delle Chiaie? Gli inquirenti di Caltanissetta indagano ormai da tempo e scavando nella storia delle indagini sull’attentato che inghiottì la vita e il lavoro di Giovanni Falcone hanno ricostruito come forse già nell’autunno del 1992 potesse essere almeno esplorata la pista nera. Nell’ordinanza di custodia cautelare – che ha portato oggi all’arresto dell’ex deputato missino ed ex legale di Delle Chiaie Stefano Menicacci – oltre 370 pagine delle 536 complessive, firmate dal giudice per le indagini preliminari Santi Bologna, sono dedicate alla millimetrica ricostruzione della informativa Cavallo (5 ottobre 1992) in cui un allora capitano dei carabinieri aveva raccolto le dichiarazioni di una donna, Maria Romeo, legata al pentito Alberto Lo Cicero, che collocava il numero uno di Avanguardia nazionale, in Sicilia a caccia di esplosivo prima che l’autostrada tra l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo diventasse un cratere. “Un mero spunto investigativo – scrive il giudice – che non fu debitamente approfondito né nel 1992, né nel 2006-2007, ma solo a partire dall’invio dell’atto di impulso della Dna del 11 novembre 2021”. Molti i motivi del mancato focus: su tutti i difficili rapporti e dialogo tra le procure di Palermo, Caltanissetta (competente a indagare) e l’allora neonata Procura nazionale antimafia e l’attendibilità ritenuta labile da alcuni pm della donna, la morte dello Lo Cicero.

Il depistaggio – Ma è proprio indagando che gli inquirenti hanno scoperto come Menicacci cercasse spasmodicamente di collocare fuori dalla Sicilia il suo ex assistito. Si tratta di uno dei personaggi più controversi della storia dell’Italia recente e il cui nome è stato accostato alle grandi stragi degli anni Settanta, come piazza Fontana o Bologna, e a omicidi eccellenti, come quello del giudice romano Vittorio Occorsio, ma i processi lo hanno sempre visto assolto per “non aver commesso il fatto” o per “insufficienza di prove”. Per far comprendere il calibro di Delle Chiaie (morto nel 2019) agli atti dell’inchiesta viene ricordato come dopo l’arresto e l’estradizione dal Venezuela portato “nell’aula della Corte di Assise di Bologna per rispondere della strage del 2 agosto, al suo apparire gli imputati Cavallini e Fachini, Fioravanti e la Mambro si alzarono rispettosamente in piedi…”. Gli ex Nar sono stati condannati all’ergastolo in due diversi processi per il massacro della stazione come lo è stato un altro componente di Avanguardia nazionale, Paolo Bellini. Quello stesso che Menicacci cita in una conversazione con Domenico Romeo: “Dopo tutti sti anni ancora a rompere i coglioni … e questo è tutto il processo Bellini, vedi!?”. Ma quest’ultimo dovrà affrontare l’appello dopo la condanna al fine pena mai, mentre Delle Chiaie all’epoca fu prosciolto per Bologna. E probabilmente non si potrà accertare una presunta partecipazione al progetto stragista mafioso. In Sicilia era ufficialmente per la campagna elettorale della neonata Lega Nazionale Popolare.

Come spiega il procuratore di Caltanissetta Salvo De Luca: “L’indagine che ha portato agli arresti domiciliari dell’avvocato Stefano Menicacci e di Domenico Romeo nasce nell’ambito delle nuove inchieste sulle stragi del ’92. In quel contesto intercettiamo una conversazione tra loro e la moglie di Stefano Delle Chiaie durante la quale Menicacci invitava i suoi interlocutori a negare che Delle Chiaie si fosse trovato in Sicilia nel periodo precedente all’attentato. Addirittura a Romeo era stato dettato una sorta di decalogo a cui attenersi nel corso delle sommarie informazioni rese ai pm”. Il Romeo in questione è Domenico, fratello della donna che ascoltata anche recentemente aveva parlato al capitano Cavallo di Delle Chiaie, del rapporto con il fratello e dell’avvocato Menicacci. Riascoltata in questa ultima indagine le sue dichiarazioni non sono state ritenute attendibili. Eppure Menicacci in allerta per le nuove indagini sui rapporti tra Cosa nostra e destra eversiva, “che si riteneva in qualche modo una partita chiusa”, ha cercato di depistare le indagini “cercando e riuscendo ad inquinare la deposizione di Domenico Romeo e Maria Carola Casale (moglie di Delle Chiaie), testimoni a conoscenza di specifiche circostanze in ordine ai rapporti non solo” tra lui e Delle Chiaie “ma anche in ordine a possibili frequentazioni siciliane dello stesso”.

Le intercettazioni – Cruciale per comprendere l’interesse di Mencacci a far sparire il suo ex cliente dalla Sicilia nei mesi precedenti la strage una intercettazione del 24 maggio 2022, successiva alla messa in onda di un servizio di Report in occasione dell’anniversario della strage del 23 maggio 1992. L’avvocato parte subito all’attacco: “Tu ti stai a mette nei guai! … Dici delle cose palesemente false che… Adesso questi cercano di far credere che Delle Chiaie Avanguardia Nazionale siano stati coinvolti con la mafia … e con i servizi segreti per la strage di Capaci!”, Romeo tenta di rispondere ma il legale rincara la dose facendo riferimento alle dichiarazioni della sorella. La lunga conversazione riguarda anche un racconto di Maria Romeo a Report con al centro Lo Cicero e un incontro con Paolo Borsellino, poco prima che il magistrato morisse con la sua scorta in via D’Amelio. Menicacci mostra all’incredulo interlocutore le immagini: “Eccolo Delle Chiaie, Vedi! Ti vogliono incastrare!! Se ti incastrano a te ti danno l’ergastolo!”. Menicacci quindi intima Romeo a smentire e cambiare la versione: “Di’ semplicemente che ti sei confuso con (incomprensibile), sei tornato in Sicilia per affari tuoi e che tu l’hai portato fino a Ragusa…” . Interrogato dagli inquirenti Romeo, in accordo con Mencacci, aveva anche negato di conoscere il capo della P2, Licio Gelli. Anche con la compagna di Delle Chiaie Menicacci interviene e il 30 maggio 2022 e la loro conversazione viene intercettata. La donna ricordando dice : “… e lui in Sicilia c’è stato solo un anno, per tre giorni se non sbaglio … ehh …“, e l’avvocato: “in che periodo, questo è importante! in che periodo?” e lei: “Se non sbaglio era estate, sì se non sbaglio era estate, però adesso …”, e Menicacci: “Dove è stato quei tre giorni? eh … vatti a ricordare, non me lo ricordo Ste … non me lo ricordo perché erano proprio gli inizi … che dopo non mi sembra che fosse il 92, ma il 93”. Menicacci però non pare sollevato: “No, questa storia dei tre giorni in Sicilia, non la tirare fuori” e la donna: “No, no, assolutamente no! … no, non, non ci penso proprio”.

Riflette il gip: “Una precisazione deve essere subito compiuta: la circostanza relativa alla presenza del Delle Chiaie in Sicilia per tre giorni su cui il Menicacci la invita a serbare il silenzio con gli inquirenti, sembrerebbe, quindi, diversa da quella inerente la accertata presenza a Ragusa di Delle Chiaie insieme a Romeo, sia per gli anni indicati dalla Casale (1992-93) sia per l’assenza del Romeo in quest’ultima occasione. Si può dunque concludere che si tratti di due diversi periodi di permanenza del Delle Chiaie in Sicilia“. Due i punti certi quindi fino a questo punto la presenza per due volte in Sicilia di Delle Chiaie e la volontà di Menicacci di annichilirle dalla storia giudiziaria.

Il movente – Ma perché evitare che gli inquirenti possano provare una presenza di Delle Chiaie che sarebbe solo il punto di partenza di una indagine sugli ipotizzati legami tra Cosa nostra e destra eversiva con sullo sfondo la presenza di servizi segreti deviati? Per il giudice la vicinanza a Delle Chiaie avrebbe portato Menicacci a “essere utilizzato per ‘attualizzare’ l’interesse investigativo sulla sua persona, essendo egli già stato indagato (tra gli altri insieme ai defunti Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie) per concorso esterno in associazione mafiosa nel procedimento meglio noto come “Sistemi Criminali”. “In altri termini, dall’agire di Menicacci, più che l’intento di agevolare cosa nostra coprendo le cointeressenze – allo stato, non dimostrate – con la destra eversiva nella pianificazione delle stragi (ipotesi che l’indagato parlando con Adriano Tigher definisce una “volgare menzogna”), sembra trasparire solo il suo personale interesse a non vedersi nuovamente oggetto di indagine”.

Il passato che ritorna? – L’inchiesta Sistemi criminali risale alla fine degli anni ’90. Secondo i pm di Palermo i boss di Cosa nostra fra il 1991 ed il ’93, con l’appoggio della massoneria deviata e dell’estrema destra, avevano progettato un golpe e volevano “dividere” il meridione dal resto d’Italia. Un’ipotesi che era contenuta nella richiesta di archiviazione presentata al gip nel 2001. I magistrati sottolineavano nel provvedimento che erano scaduti i termini delle indagini senza che fossero emerse ”prove certe” nei confronti dei 14 indagati: il capo della P2 Licio Gelli (per cui per i giudici di Bologna c’è la prova eclatante che contribuì all’attentato del 2 agosto 1980, ndr), Stefano Menicacci, Stefano Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Toto’ Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari. Secondo la tesi della Procura, Cosa nostra ”voleva farsi Stato”, e avrebbe tentato di abbracciare ”un golpe separatista”.

I capimafia, Riina, Provenzano, Madonia e Santapaola avrebbero deciso nel ’91 una ”strategia della tensione” (omicidio di Salvo Lima, stragi di Capaci e via D’Amelio, gli attentati a Roma, Firenze e Milano), che sarebbe poi stata affiancata da un piano, proposto da Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci, che prevedeva ”un nuovo progetto politico”: la creazione di un movimento meridionalista e la nascita delle Leghe meridionali. Il progetto, però, alla fine del ’93 si interruppe: secondo i pm la mafia cambiò gli appoggi politici e ”furono dirottate tutte le risorse – scrivevano i magistrati – nel sostegno di una nuova formazione politica nazionale apparsa sulla scena”. Il provvedimento, firmato dall’allora procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, dai sostituti Nico Gozzo e Antonio Ingroia e vistato dall’allora procuratore Piero Grasso e dall’allora aggiunto Guido Lo Forte, e trasmesso alle procure di Caltanissetta e Firenze e alla Direzione nazionale antimafia, faceva riferimento anche ad un mandante occulto, su cui erano state avviate indagini, per gli omicidi di Salvo Lima e del giudice Giovanni Falcone. Ma questa storia è stata archiviata e questa di Caltanissetta sembra solo all’inizio.

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lunedì 8 novembre 2021

Sanità in Sicilia “bottino di guerra, occasione per vantaggi economici e rendite personali”: la relazione della commissione Antimafia - Manuela Modica

 

 

Mascherine non conformi, progetti arenati, 300 affidamenti diretti a professionisti: questo solo per il capitolo emergenza Covid. Mentre l’assalto ai 10 miliardi previsti per la sanità ha portato regalie ai privati. È il grande affaire sanità raccontato da Claudio Fava all’Ars: dall'inchiesta nei confronti della società European Network Tlc al caso Humanitas. M5s: "L’anticorruzione è stata trasformata in un mero adempimento burocratico".

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 “Un bottino di guerra, una terra di mezzo da conquistare, un’occasione per fabbricare vantaggi economici e rendite personali”. Nella Regione dove “si spalmano” i dati sui morti Covid, questo è il grande affaire sanità, il ghiotto bottino per la politica siciliana raccontato da Claudio Fava, che ha presentato all’Ars la relazione finale della commissione Antimafia sulla sanità siciliana. Mascherine non conformi, progetti arenati, 300 affidamenti diretti a professionisti: questo solo per il capitolo emergenza Covid. Mentre l’assalto ai 10 miliardi previsti per la sanità ha portato regalie ai privati e perfino all’utilizzo “in modo ignobile” del nome dei Borsellino e della sua storia, utilizzando la figlia del magistrato ucciso dalla mafia, Lucia, come immagine, nominandola assessore, per poi circondarla da “un nutrito nugolo di malversatori e presunti ‘consigliori’: una delle pagine meno degne di questi anni”, ha detto Fava che presiede l’Antimafia siciliana. Che in questa relazione fa di fatto un passo indietro nella storia, passando al vaglio i governi Lombardo e Crocetta. Una sessantina di audizione e materiali acquisiti da più interlocutori istituzionali, per indagare le ingerenze della politica sulla governance della sanità e sulla spesa pubblica regionale. Ma di quella mala gestio è rimasta traccia: “L’interferenza politica continua ad essere molto pervasiva, spesso assillante”, ha sottolineato il presidente. Dalle audizioni, è emerso che “il sistema della pubblica amministrazione regionale resta purtroppo permeabile alla corruzione. Questo si evince in particolare nel comparto della sanità, dove viene investita la metà, circa 10 miliardi di euro, dell’intero bilancio regionale. Un dato molto eloquente, su cui bisogna riflettere e intervenire”, commentano anche Roberta Schillaci e Antonio De Luca, deputati regionali del Movimento 5 Stelle e componenti della commissione Antimafia all’Ars. “L’anticorruzione è stata trasformata – commenta Schillaci – in un mero adempimento burocratico che non incide concretamente nella prevenzione. Il sistema va rivisto soprattutto nel settore sanità”.

Il bottino Covid
Nel marzo 2020 vengono impegnati più di 95 milioni di euro dalla Regione per procedere “all’immediato acquisto di Dpi”. Somme trasferite “a titolo di anticipazione”. Mentre “più di recente, si è proceduto all’emissione dei mandati di pagamento in favore della Aziende del Ssr per un totale di oltre 213 milioni di euro, nell’ambito delle risorse assegnate con specifici decreti assessoriali in ossequio alle previsioni della decretazione nazionale d’urgenza di settore”. Il bottino più recente riguarda non a caso la guerra al Covid, dove emergenza e risorse hanno creato un connubio molto ghiotto. “Un primo incidente di percorso si manifesta nel marzo 2021 – riporta la relazione – quando la Procura di Roma apre un’inchiesta nei confronti della società European Network Tlc, riconducibile all’ex ministro Saverio Romano e ad altri soggetti”.

Durante le audizioni della commissione, sarà il dirigente del Dipartimento regionale della Protezione Civile, l’ingegnere Salvo Cocina, a segnare una linea di demarcazione perlomeno curiosa tra “favori e segnalazioni”. Cocina, infatti, di Romano dirà: “Non ha chiesto favori, non si chiedono favori, segnalazioni semmai…”. “Ci aiuti a capire – chiede dunque Fava a Cocina durante le audizioni della commissione – segnalare una azienda perché abbia una particolare attenzione in che cosa è diverso dal chiedere un favore?”. E Cocina risponde: “Segnalare l’azienda e tenerla presente per eventuali ulteriori forniture. Forse dovrei premettere gli antefatti. Nel 2020… alla Protezione civile veniva chiesto di reperire quello che in quel momento era assolutamente merce preziosa… le mascherine… Furono fatte delle procedure che oggi, certo, a distanza, trovo eccessivamente veloci, ma fatte in somma urgenza con affidamenti diretti anche per milioni di euro… probabilmente non sono procedure che oggi si potrebbero fare, ma all’epoca vi era una grande necessità e quindi grande concitazione… Furono fatti affidamenti per decine e decine di milioni di euro, per mascherine, tutecamici e cose varie. Quindi, mi ritrovo questo interlocutore… (European Network, ndr), di cui non conoscevo, ripeto, né i nomi né i cognomi dei proprietari… In cosa consisteva la segnalazione? Nel segnalare la ditta per ulteriori forniture che sarebbero state condotte, vista la normativa in quel momento, con l’affidamento diretto… Cosa è successo? Ho fatto una gara per tamponi rapidi di seconda generazione… e la ditta è stata invitata due volte, è stata esclusa, non ha neppure partecipato, non mi ricordo quali fossero i motivi che hanno portato all’esclusione… nel senso appunto che questa segnalazione è stata una segnalazione, ma non ha costituito alcun trattamento di favore”.

Il presidente Fava a questo punto chiede: “Ma quando è emersa questa indagine con un’ipotesi di truffa milionaria ai danni della Regione e della Protezione civile per queste due forniture, lei non è stato chiamato a riferire su quello che era accaduto dal Presidente della Regione o dalla responsabile dell’anticorruzione?”. “No”, la risposta secca di Cocina. “Dunque, nonostante i sospetti della Procura sulla qualità delle due forniture, costate – lo ricordiamo – la prima 5 milioni e 387 mila euro (guanti in nitrile) e la seconda 4 milioni e 750 mila euro (dispositivi di protezione tute e camici), nessun controllo di verifica è stato avviato finora. E l’impresa è già stata in parte saldata”, conclude la commissione nella relazione.

Non va meglio con la riorganizzazione della rete ospedaliera per l’emergenza Covid. Per cui erano stati previsti, un anno fa, 79 progetti per un’operazione di 128 milioni circa. Un anno dopo ne sono stati ultimati soltanto 7 mentre due decreti li hanno ridotti a 70. Nel frattempo, manco a dirlo, sono stati impiegati 300 professionisti a chiamata diretta, come riporta la commissione Antimafia siciliana. Che ha richiesto “la trasmissione della documentazione inerente i bandi e le procedure di gara aventi ad oggetto la fornitura di beni e servizi, il potenziamento della rete ospedaliera e l’assunzione di personale (anche nella forma delle consulenze) per affrontare l’emergenza pandemica, ponendo contestualmente – quale focus delle proprie audizioni – l’efficacia dei presidi anticorruzione nel sistema sanitario regionale alla luce dei rischi connessi all’emergenza covid”.

È così che nel capitolo che riguarda l’emergenza Covid, si legge dello stato dell’arte delle opere sulla rete ospedaliera. Innanzitutto il ritardo, dovuto anche ai due mesi di dimissioni dell’assessore alla Salute, Ruggero Razza, dopo l’inchiesta sui dati Covid. Perlomeno questo è quanto riferisce Salvo D’Urso, soggetto attuatore e coordinatore della struttura tecnica di supporto, subito sconfessato da Razza stesso. D’Urso è stato incaricato da Nello Musumeci che a sua volta era stato nominato dall’allora commissario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, commissario delegato per l’attuazione degli interventi per il riordino della rete ospedaliera. È l’ottobre del 2020. A D’Urso viene attribuito il compito di portare a termine i 79 interventi. “Per alcuni servizi di progettazione e per l’acquisto delle attrezzature necessarie alla realizzazione dei reparti, D’Urso utilizza le procedure di gara nazionali indette dal commissario straordinario – si legge nella relazione dell’Antimafia – Per le progettazioni definitive e per le attività di direzione lavori, coordinamento della sicurezza, indagini geologiche e collaudo vengono invece conferiti una serie di incarichi professionali con affidamento diretto, in ragione del fatto che si tratta di importi inferiori ai 75.000 euro previsti dal cosiddetto ‘Decreto semplificazione'”. Una serie di incarichi per una ‘serie’ di professionisti, 300, per l’appunto – con l’esclusione di affidamenti doppi poi revocati, dopo le contestazioni – scelti così: “Sono tutte, come dice la legge, scelte fiduciarie”, spiega alla commissione d’inchiesta, D’urso.

E continua: “Sono tutte, come dice la legge, scelte fiduciarie. Prima di tutto, sono tutti iscritti, nessuna eccezione, all’Albo regionale dei professionisti. Come ella sa, l’Assessorato alle infrastrutture ha istituito un Albo, che peraltro è in continuo aggiornamento, dove sono iscritti quattromila colleghi, con diverse lauree, con diverse attività professionali, e noi abbiamo attinto a quell’albo. Poi, ricordo che io da circa 40 anni faccio questa professione, la mia conoscenza del mondo professionale siciliano è una conoscenza approfondita, puntuale, che si è stratificata nel tempo. Diciamo che ho un’esperienza continua nel settore delle opere pubbliche in Sicilia, che mi titola ad avere una conoscenza anche personale”. Cifre milionarie, centinaia di professionisti ma “noi abbiamo ancora 45 cantieri non aperti”. Ritardo, sostiene Cocina, dovuto alle dimissioni temporanee dell’assessore alla Salute Ruggero Razza, travolto dall’inchiesta sui ‘dati spalmati’: “Noi per due mesi circa non abbiamo avuto l’assessore – ha detto Cocina in audizione – Le funzioni dell’assessore sono state assunte dall’onorevole Presidente”. Dichiarazione subito sconfessata dallo stesso assessore: “L’ufficio del soggetto attuatore – spiega Razza – non è mai stato organizzato come un organo dipendente dell’Assessorato; il soggetto attuatore è il soggetto attuatore del Commissario delegato che è il Presidente della Regione”. Intanto, il risultato dell’emergenza Covid: “Alla data del 15 ottobre 2021, degli interventi già contrattualizzati ne risultano ultimati 7. Entro il 1 dicembre 2021, ci scrive il soggetto attuatore, dovrebbero essere conclusi rispettivamente altri 14 e 15 interventi. Per gli altri, invece, bisognerà aspettare le prossime contrattualizzazioni”.

Il caos congeniale alla politica, mentre l’anticorruzione vissuta come un “appesantimento burocratico”, come ribadisce Roberta Schillaci del M5s. Un mero adempimento burocratico che diventa un “sostanziale fallimento”. “Funzioni e potere – si legge nella relazione – non poteva non apparire in piena distonia con le finalità proprie dei sistemi di prevenzione anticorruzione. Una circostanza che si è affiancata, come abbiamo visto, alle carenze organizzative strutturali della Centrale unica di committenza. L’esito è stato il sostanziale fallimento della mission che era stata affidata alla Cuc sicilian”. In sintesi, “poco è stato fatto per migliorare le condizioni di operatività”, prosegue il documento. E le conseguenze nella gestione degli appalti per la sanità pubblica “si sono manifestate in termini spesso allarmanti“.

Il geologo prestato alla Sanità
Domenico Pontillo
 è un geologo chiamato, tramite sorteggio, a fare da componente tecnico della commissione giudicatrice di una gara (anzi, della prima gara bandita dalla Cuc in epoca Crocetta), poi finita sotto la lente di ingrandimento dei pm palermitani. Valore della commessa: 202 milioni di euro. Oggetto della fornitura: la gestione e la manutenzione di apparecchiature elettromedicali. La materia messa a bando nulla ha a che fare con le “competenze professionali di un geologo”. Nel frattempo “il 15 marzo del 2017 si aprono i lavori di espletamento di questa gara… sette giorni prima, il 7 marzo del 2017, il Gip di Messina rinvia a giudizio Domenico Pontillo all’interno dell’inchiesta sul Comune di Patti. Quattro anni prima, nel 2013, Pontillo era stato arrestato, sempre il 7 marzo, con l’accusa di aver contribuito a truccare le elezioni amministrative. È stato diversi mesi ai domiciliari, poi la scarcerazione in attesa del processo. “Il reato è prescritto”, spiega Pontillo. La gara fu poi annullata dal Tar e in parte riformata dal Cga.

Il caso Humanitas
Ma “uno dei simboli più evidenti del controverso rapporto fra la Regione e i colossi della sanità privata è il caso Humanitas. Quasi un giallo, in apparenza senza colpevoli”. Così scrive la commissione nella relazione, al termine di un anno di audizioni e acquisizioni di documenti. Un’inchiesta nella quale viene ripercorsa la vicenda Humanitas. Inizia tutto con un accordo in cui la “Regione s’impegnava a convertire 70 posti letto (rispetto ai 96 assegnati) da libero-professionali a pubblici-convenzionati, attribuendo un’ulteriore quota di budget “entro il limite di 10 milioni di euro per anno”. L’accordo, “apprezzato” dalla Giunta regionale di Rosario Crocetta con la delibera n. 238 del 2 luglio 2013, dà il via a un ingente investimento del gruppo, legato agli istituti clinici di Rozzano e di Bergamo, per una nuova struttura che sarebbe dovuta sorgere a Misterbianco: “160 mila metri cubi per realizzare il nuovo polo oncologico, quattro elevazioni fuori terra, 15mila metri quadrati di superficie coperta, 17mila destinati a verde e 34mila a parcheggi”.

Ma a meno di due mesi dall’avvio, nel maggio del 2020, la Regione fa retromarcia. Un bel pasticcio così sintetizzato dopo varie audizioni da Fava: “Diciamolo in modo più semplice. L’Humanitas ha un accreditamento con la Regione, decide che una parte di queste prestazioni saranno diverse da quelle per le quali si è arrivati a questo accreditamento… voi contestate la decisione, avviate un procedimento di revoca ma, allo stesso tempo, continuate a pagare quelle prestazioni”. “Certo”, risponde il dirigente Mario La Rocca. E continua: “Perché l’Humanitas ha un accreditamento indiscusso su prestazioni oncologiche… Il fatto che noi gli abbiamo dato il budget non significa che gli trasferiamo i fondi tout court, ma se loro realizzano cinque milioni di euro in più di prestazioni sulle quali non ci sono contestazioni, glieli dobbiamo pagare”.

“Ma, in realtà, questo contenzioso amministrativo è soltanto l’ultimo capitolo di una storia che si sviluppa lungo il cammino degli ultimi tre governi regionali”, scrive la commissione. Parte, infatti, dal governo di Raffaele Lombardo, per passare da Lucia Borsellino e una missiva acquisita dalla Commissione e indirizzata da Borsellino a Crocetta, in cui si ritiene “non congruo” l’accordo Regione-Humanitas. Una “circostanza, alquanto incresciosa, per le modalità formali e sostanziali con cui si è determinata”, scrive Lucia Borsellino a Rosario Crocetta. Un iter viziato dalla “inusuale presentazione dell’atto, secondo la nota dell’ex assessore che contraddice le ricostruzioni proposte da alcuni responsabili di quel procedimento, fino a ipotizzare che almeno due di loro abbiano riferito circostanze non veritiere nelle audizioni davanti a questa Commissione”.

Un bilancio sconfortante, quello commissione regionale, che ritiene che “le forzature emerse nella ricostruzione dell’iter di questa delibera possano aver condizionato anche gli altri passaggi di una vicenda amministrativa surreale (dalla mancata comunicazione dell’avvio di revoca del provvedimento, decisiva per la sconfitta al Tar, fino scelta di non ricorrere al Cga dovuta a un balzano parere dell’Avvocatura). Fino a imprigionare la Regione in un vicolo cieco. Errori ed omissioni delle quali, fino a questo momento, nessuno è stato chiamato a rendere conto”.

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