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mercoledì 10 giugno 2026

Schiavitù, fragole e consolati - Loris Campetti

 

Sono anni, dovremmo dire decenni, che i lavoratori sono stati espulsi dalle agende della politica. Occupazione, diritti, sicurezza, salari, orari ridotti a variabili dipendenti dagli interessi del capitale che può esercitare impunemente il suo potere, ora con la complicità ora con il disinteresse della politica e dei governi. Al massimo, padroni e caporali devono fare i conti con i sindacati, laddove esistono. Lavoratori non più uomini in carne, ossa e cervello ma semplici braccia, appendici delle macchine, se non appendici, macchine essi stessi del processo di produzione e accumulazione.

Chi si chiede le ragioni della sconfitta storica delle sinistre dovrebbe interrogarsi su questo aspetto, potrebbe così comprendere la prima causa per cui tanti lavoratori disertano per sfiducia le urne, quando non votano direttamente per la destra per rabbia cieca che sfocia nell’autolesionismo. Sono soli, abbandonati a se stessi e a un rapporto spesso individualizzato con il padrone, traditi se operano in settori nuovi, dentro filiere dove i sindacati non arrivano o non riescono a entrare. Traditi e soli come i lavoratori dei settori più antichi, agricoltura, meccanica, edilizia. Se la sinistra è complice della cancellazione del lavoro umano reso invisibile, ridotto a merce, se chi vive a stento del proprio lavoro svalutato non vede nella proposta politica alternative a un modello basato sullo sfruttamento selvaggio, pre-novecentesco, antecedente al compromesso keynesiano, perché dovrebbe andare a votare per la sinistra? Per chi ha riconsegnato alle imprese il diritto a licenziare illegittimamente chi vuole, tenuto a pagare al massimo una multa? Chi si chiede se Matteo Renzi debba o non debba far parte del campo largo, smetterebbe di chiederselo se si ricordasse come l’ex presidente del Consiglio ha sfasciato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, con esso, cancellato il poco consenso residuo dei lavoratori dipendenti per la sinistre e, più in generale, per la politica. Renzi non è il solo responsabile, prima e dopo di lui in tanti a sinistra hanno contribuito al divorzio tra lavoro e politica. E ciò oggi consente alle peggiori destre al governo del Paese di portare a termine il lavoro sporco precedentemente iniziato senza più compromessi sociali e morali.

I confini della marcia omicida (di diritti, dignità e vite) del capitale per riprendersi completamente il potere sul lavoro umano non sono segnati, si estendono verso sempre nuovi territori sociali. Se tra Calabria e Basilicata, così come in Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, agisce indisturbato il caporalato gestito dalla criminalità organizzata e funzionale agli interessi dei proprietari terrieri, nel cuore della modernità italiana, nel centro di Milano, le cose non vanno meglio. Qui lo sfruttamento, come nel Mezzogiorno, regredisce allo stadio della schiavitù, organizzato da una grande società statunitense, la Caddell Construction che risponde direttamente al Dipartimento di Stato a cui è affidata la responsabilità della politica estera degli Stati uniti che rappresenta in sede Onu. Tra i 3 e i 400 operai indiani, muratori rastrellati in casa da una società locale, trasferiti a Milano dopo il pagamento di un pizzo da 500 dollari per il visto e il viaggio, con promesse da marinai su diritti e salari vengono ridotti invece in schiavitù a 2 euro l’ora dalla Caddell che ne ha preso possesso al loro arrivo in aeroporto come pacchi postali. Costruiscono il nuovo consolato Usa a Milano, questi operai, dovrebbero essere grati a padroni e caporali che li hanno strappati alla miseria, o accettano in silenzio le condizioni schiavistiche imposte oppure remigrazione, come si dice adesso.

Partiamo dal Sud, da Amendolara nel Cosentino, uno dei luoghi dove i braccianti migranti vengono ammassati come bestiame in dieci a stanza per essere all’alba trasferiti, ammucchiati in minibus e auto scassate, nei campi di fragole, pomodori, frutta e verdura della Calabria e del Metaponto. Alcuni provvisti di regolare permesso di soggiorno per lavoro, altri irregolari chiamati perciò “clandestini”. 10, 12 ore di lavoro sotto il sole, se il mezzo di trasporto non ha avuto incidenti come spesso è capitato e dunque se non sono morti nel viaggio, a fine giornata vengono raccolti dagli stessi caporali e riportati a casa, se non sono schiattati dal caldo al termine di un turno infinito. Valgono meno delle cassette di fragole che hanno raccolto. Si fa per dire riportati a casa, diciamo su un materasso vicino ad altri materassi di poveracci come loro. 2 o 3 euro l’ora perché devono pagare l’alloggio (si fa sempre per dire) e persino il trasporto, la metà del quasi nulla che resta a fine mese lo spediscono a mogli e figli nei paesi d’origine, in Africa e in Asia. Se pretendono un contratto, o anche solo il misero pagamento del lavoro pregresso, o anche solo di non pagare il trasporto, vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi. Le regole vanno rispettate, i caporali le fanno rispettare. Così sono stati uccisi, bruciati vivi, tre braccianti afghani. Amin, Ullah e Safi e uno pakistano, Wasseem da due caporali pakistani, ex braccianti promossi a rango superiore così come venivano promossi capò nei lager gli ebrei che i nazisti ritenevano affidabili. Un orrore, uno scandalo ma per pochi, Giorgia Meloni in Calabria è andata ma non ad Amendolara bensì a Reggio al lancio di un francobollo e alla festa dei Carabinieri. Appuntamenti così importanti da costringerla a rinunciare a rendere un omaggio ai caduti sul lavoro criminale e persino a rinunciare a un vertice europeo in Montenegro. In fondo vittime e carnefici non sono che pakistani e afghani, che c’entriamo noi che abbiamo il passaporto e la pelle di un altro colore? E guai a far presente che se ci sono i caporali ci sono anche i capitani mafiosi a organizzare il business e che a loro volta lavorano oltre che per sé stessi per il bene dei generali, i proprietari dei campi di fragole, di meloni, di pomodori. Per gran parte dei giornali la strage merita solo una notizia, un richiamo in prima pagina, successivamente declassata a pagina 15 per un paio di giorni. Poche eccezioni in Tv, una o due belle inchieste al massimo e poi il silenzio. La stagione della raccolta è appena iniziata, the show mast go on. A volte sono gli stessi padroni dei campi e delle serre a fare in proprio il lavoro sporco, magari per accorciare la catena del profitto (o si dice del valore?) come nelle campagne del sud del Lazio, dove, quando una macchina trancia un braccio a Satnam, bracciante indiano, il padrone butta lui e il braccio in macchina, va a scaricarlo davanti casa moribondo, il braccio amputato in una cassetta della frutta.

Migranti indispensabili nella raccolta di frutta e verdura, invisibili a chi non vuol vederli nella casa accanto o nel capannone dismesso a cento metri. Uccisi se tentano di alzare la testa come i quattro migranti dati alle fiamme in un distributore di benzina a Amendolara, il quinto si è salvato aprendo a testate il portellone posteriore dell’auto e aiuta gli inquirenti a individuare i responsabili della macabra esecuzione. Al ritorno a casa le quattro vittime portavano un po’ delle fragole raccolte ai bambini dei vicini. Nessuno però li aveva visti, da quelle parti. Braccianti odiati come Sako, lavoratore maliano, ammazzato di botte a Taranto da un branco di ragazzini, la sua colpa il colore della pelle. E nel trapanese, in Sicilia, altri 5 casi di braccianti migranti bastonati. Ad Amendolara la Cgil ha fatto quel che andava fatto: ha organizzato una grande manifestazione in cui agli operai si sono aggiunti attivisti dei movimenti antirazzisti e antischiavistici, e, deo gratias, dirigenti e militanti dei partiti democratici per dire basta schiavismo, basta sfruttamento, basta silenzi e ipocrisie. Le leggi ci sono, potrebbero migliorare certo, ma ci sono. Dove sono invece quelli che dovrebbero farle applicare? E tutti gli altri, quelli che non vedono, non conoscono, non sanno, hanno paura, hanno altro da fare? “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio Gramsci. E giustamente Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo aver ricordato colpe, responsabilità politiche e padronali e chiesto per l’ennesima volta l’applicazione delle leggi, ha lanciato un appello alla “rivolta morale e sociale, una rivolta delle coscienze”.

Lasciamo la Calabria e saliamo a Milano, nel centro della città dove è stato aperto in pompa magna il cantiere per la costruzione del nuovo Consolato statunitense, a tagliare il nastro c’erano il sindaco Sala con la fascia tricolore, il presidente della Lombardia Fontana e il console Usa. Fine lavori prevista nel 2028, costo 200 milioni di dollari. Non sapevano, i nostri amministratori, non conoscevano i metodi usati dagli amici americani per costruire il loro maledetto Consolato. Non sapeva il prefetto, “ingannato” dagli atti depositati dalla ditta Usa che parlavano di 10-12 euro l’ora per otto ore di lavoro quotidiano e invece nelle buste paga gli euro erano crollati a 4 mentre quelli realmente erogati agli operai indiani erano solo 2, una volta scalato vitto, alloggio, trasporto. Per fortuna qualcuno sapeva e qualcuno ha agito, ancora una volta la Procura milanese ha tolto il coperchio del calderone ripugnante e ha trovato il marcio. L’aveva già fatto con le società di delivery che sfruttano i rider e con i prestigiosi marchi dell’alta moda italiana che fanno utili sulla pelle di chi lavora per loro. Anche la Caddel è stata sottoposta a commissariamento giudiziario “per garantire la prosecuzione dei lavori in legalità e la regolarizzazione dei lavoratori”. I suoi dirigenti, poveretti, invocano la tutela della riservatezza dell’area della futura sede del Consolato. Perbacco, un po’ di rispetto per l’alleato americano. Il manager responsabile della Caddell per l’Italia, il turco Ulas Demir, nel dubbio e dopo essersi consultato con i suoi capi a stelle e strisce ha deciso di scappare ma il nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro l’ha ripreso per la collottola all’aeroporto di Bergamo un attimo prima che riuscisse a involarsi alla volta di Istanbul. Adesso sta dove deve stare, in carcere. L’accusa, “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, un lavoro che la Procura definisce “paraschiavismo”. Benvenuti nel Belpaese.

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venerdì 5 giugno 2026

Tassare i grandi patrimoni

Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni

Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo, quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, 2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale.

La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica – ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione.

I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che – prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.

Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.

Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.

È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.

Perché la proposta di legge possa essere discussa dal Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .

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La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini

Il Global Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti gli Stati convergerebbe a 5mila euro.

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

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giovedì 21 maggio 2026

Il paradosso di Israele, ovvero la tolleranza rovesciata - Francesco Coniglione


Vi è un meccanismo che la storia ha riprodotto con sconcertante regolarità e che potremmo chiamare il paradosso della tolleranza rovesciato: molte minoranze perseguitate invocano con forza e convinzione i valori della tolleranza, della fratellanza universale, del rispetto per la diversità; quelle stesse minoranze, quando conquistano il potere, tendono a dimenticare quegli appelli con una rapidità che sarebbe sorprendente se non fosse così sistematica. Non si tratta di una constatazione cinica o disfattista, ma di un’osservazione storico-sociologica che merita di essere esaminata con rigore e senza la distorsione che producono le passioni del momento.

Il caso più studiato e documentato è la trasformazione del cristianesimo tra la fase pre-costantiniana e quella successiva alla sua progressiva integrazione nell’apparato imperiale (specie dopo l’editto di Tessalonica emanato da Teodosio nel 380). Le prime comunità cristiane, minoranza perseguitata nell’impero romano, avevano elaborato – proprio a partire dalla loro condizione di debolezza – una teologia della sofferenza, del martirio accettato, del perdono dei nemici. Il messaggio delle Beatitudini evangeliche – «beati i miti», «beati i misericordiosi», «beati gli operatori di pace» – non era soltanto precetto religioso ma anche, inevitabilmente, una forma di ideologia della minoranza priva di potere, che non può permettersi la violenza e deve sopravvivere attraverso la coesione interna e l’appello alla coscienza del persecutore. Ma con la progressiva identificazione tra Impero e Chiesa, questa teologia della debolezza si trasformò rapidamente in teologia del potere. Nel giro di pochi decenni, quella stessa Chiesa che aveva chiesto tolleranza per sé cominciò a perseguitare i pagani, a reprimere le eresie, a costruire l’apparato di coercizione che avrebbe dominato l’Europa per oltre un millennio. Basta leggere, da una parte, gli scritti di Tertulliano e Lattanzio e, dall’altra, quelli di Agostino d’Ippona o Firmico Materno per rendersi conto del prima e del dopo. Un processo già diagnosticato da illustri storici del passato (come ad es. Edward Gibbon) e recentemente ben illustrato in opere autorevoli come quella di Giovanni Filoramo in un volume il cui titolo è già esplicativo: La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Laterza, 2011.

Volendo riprendere il celebre paradosso della tolleranza enunciato da Karl Popper – sul quale bisogna tuttavia operare alcune necessarie distinzioni, come ho sostenuto in un precedente articolo – potremmo dire che esso può funzionare anche in direzione opposta: una minoranza che ha interiorizzato i valori della tolleranza come strategia di sopravvivenza tende ad abbandonarli non appena li percepisce come non più necessari alla propria sicurezza. La tolleranza come valore vissuto e la tolleranza come strumento tattico sono cose profondamente diverse, anche se esteriormente spesso indistinguibili.

Questo schema storico si applica con drammatica pertinenza alla vicenda dell’ebraismo e dello Stato d’Israele contemporaneo, nel rapporto tra memoria della persecuzione, sicurezza e potere, pur nella sua specificità assoluta e nella necessità di distinguere con il massimo rigore tra istituzioni statali, correnti politiche e identità collettive. Il popolo ebraico ha attraversato duemila anni di discriminazione, espulsione, pogrom, culminati nell’abisso della Shoah – il crimine più sistematico e industrialmente organizzato della storia umana, nel quale fu sterminato un terzo dell’intera popolazione ebraica mondiale. In quelle condizioni di estrema vulnerabilità, la cultura ebraica della diaspora produsse contributi intellettuali, scientifici, artistici e filosofici di eccezionale valore: da Freud a Einstein, da Kafka a Proust, da Simone Weil a Theodor W. Adorno (e si potrebbe continuare con un lungo elenco); il pensiero ebraico europeo ha arricchito la civiltà occidentale in modo sproporzionato rispetto alla percentuale numerica di quella popolazione e ha fornito contributi fondamentali alla riflessione moderna sulla libertà di coscienza, sulla critica dell’autorità e sulla tolleranza religiosa: basti pensare a quanto scritto da Spinoza nel suo Tractatus theologico-politicus. Non è un caso: la condizione minoritaria, quando non è annientante, produce spesso una tensione intellettuale e critica straordinaria, perché costringe a pensare contro le certezze dominanti, a mettere in discussione ciò che la maggioranza dà per scontato.

E per secoli, nel mondo cristiano, era stato dato per scontato il pregiudizio antiebraico: l’idea della colpa collettiva, della perfidia, della marginalità necessaria del popolo ebraico. Un pregiudizio teorizzato, tramandato e praticato in molte forme, dal cristianesimo storico, fino all’età contemporanea e, in modo dottrinalmente decisivo, fino alla revisione compiuta dal Concilio Vaticano II. Ma la Chiesa cattolica – sebbene con lentezza e dopo lunghe tribolazioni – ha saputo apprendere dalla sua storia e oggi il suo magistero ufficiale rappresenta una delle voci più significative in favore della libertà religiosa, del dialogo interreligioso e del rifiuto dell’antisemitismo, nonché di una politica di pace e convivenza tra popoli diversi.

Certo, la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 ha rappresentato – almeno nella prospettiva dell’ebraismo del tempo, non certo per i popoli che l’hanno subita – una risposta comprensibile e umanamente giustificabile al trauma della Shoah: la convinzione che solo uno Stato proprio potesse garantire la sicurezza di un popolo che non ne aveva mai avuto uno. Ma questa stessa fondazione fu vissuta dai palestinesi come catastrofe storica: perdita della terra, espulsione, sradicamento, dissoluzione di comunità e memorie locali. La tragedia nasce anche da qui: ciò che per una comunità apparve come salvezza, per un’altra fu rovina. E se non si riesce a comprendere le ragioni dell’altro, per contemperarle con le proprie – attraverso il dialogo e la pratica della comprensione – la strada per ogni violenza e intolleranza è aperta. La storia successiva di Israele ha purtroppo mostrato le contraddizioni interne a questo progetto, che si annidano nella prospettiva sionista che lo ha alimentato. Lo Stato di Israele, nato come democrazia liberale, con una Dichiarazione di indipendenza che prometteva uguaglianza di diritti a tutti i cittadini indipendentemente da razza, religione e sesso, ha nel corso dei decenni, e in modo sempre più accelerato nell’ultimo periodo, subito una deriva che molti osservatori – tra cui numerosi intellettuali e storici israeliani – descrivono come incompatibile con quei valori fondativi; una deriva che non sembra essere più solo del suo ceto governativo, ma che pare abbia infettato la maggioranza della sua popolazione. È una vicenda ormai ben documentata sia da storici ebrei, come Ilan Pappé e Benny Morris, sia da organizzazioni internazionali (B’Tselem, Human Rights Watch e Amnesty International) che hanno qualificato l’attuale sistema di dominio come un forma di apartheid. L’attuale Governo israeliano ha portato questa deriva al suo stadio più estremo, con l’approvazione di leggi fondamentali che sanciscono la preminenza costituzionale del carattere ebraico dello Stato (sino alla recente legge che prevede la pena di morte solo per i palestinesi), attribuendo il diritto di autodeterminazione nazionale esclusivamente al popolo ebraico, e con operazioni militari che le principali organizzazioni umanitarie internazionali definiscono crimini di guerra, crimini contro l’umanità, atti di genocidio o, secondo alcune di esse, genocidio vero e proprio.

È importante sottolineare con la massima chiarezza che questa critica non ha nulla a che fare con l’antisemitismo: nessun popolo, nessuna etnia, nessuna “razza” è di per se malefica o benefica, come fosse caratterizzata da una sorta di essenza metafisica, da un codice genetico; piuttosto sono le circostanza storiche, le esperienze vissute che le plasmano e le fanno diventare di volta in volta criminali o altruiste, tolleranti o persecutorie. E allo stesso modo, non v’è alcuna religione e nessun testo sacro che non contenga in sé elementi di indicibile intolleranza e violenza come anche esempi sublimi di altruismo e amore verso il prossimo: sono gli uomini che – nelle diverse circostanze – li interpretano a proprio modo, valorizzando le parti che loro interessano e sottacendo quelle che non sono coerenti al proprio attuale orientamento. Onde nella storia di ogni religione e della medesima fede vi sono esempi di personalità di sublime grandezza – come un san Francesco – e altri di abietta crudeltà, come un Torquemada. Confondere le due cose con l’accusare di antisemitismo chiunque critichi le politiche israeliane, è una strumentalizzazione che fa torto alla memoria delle vittime dell’antisemitismo reale.

Ciò non può che portare l’attenzione al ruolo che certi testi sacri svolgono in questo contesto, evitando le semplificazioni in entrambe le direzioni. La Bibbia ebraica contiene, accanto a passaggi di altissima ispirazione etica (i profeti Amos, Isaia, Michea, con il loro appassionato appello alla giustizia), testi che descrivono lo sterminio di popolazioni come comandamento divino – le guerre di conquista di Giosuè, il libro di Samuele, certi Salmi. Questi testi non hanno determinato necessariamente il comportamento dei credenti nel corso della storia: per secoli l’ebraismo rabbinico li ha interpretati allegoricamente o li ha neutralizzati attraverso la tradizione del commento. Ma quando una minoranza acquisisce potere militare assoluto e il fondamentalismo religioso cresce come fattore politico dominante, strumentalmente utilizzato – come sta accadendo in Israele con i partiti ultra-ortodossi e messianici che sostengono l’attuale Governo – quei testi possono diventare strumenti di legittimazione di comportamenti che altrimenti sarebbero difficilmente giustificabili davanti all’opinione pubblica mondiale; diventano cibo tossico che avvelena le menti, le rende incapaci di considerare l’altro come proprio pari, facendolo collocare nella sotto-umanità. E pare proprio che oggi Israele, pervenuto a un potere praticamente assoluto sui palestinesi, voglia rifarsi tutto d’un colpo e in breve tempo del male subito in passato, dando la stura al fondamentalismo e al fanatismo più cieco e spietato; senza rendersi conto del rischio che così sta correndo: che il medesimo meccanismo si possa ritorcere contro coloro che oggi lo stanno praticando, non appena i palestinesi ne avranno la possibilità.

È un tragico paradosso che Israele, Stato nato anche come risposta storica alla persecuzione e alla vulnerabilità della diaspora, abbia oggi deciso di costruire la propria sicurezza su basi che la renderanno sempre meno sicura. Come ha osservato con grande lucidità Hannah Arendt già nel 1944 – in un articolo profetico intitolato “Zionism Reconsidered” – la costruzione di uno Stato basato sull’esclusività etnico-religiosa in una regione densamente popolata da altre popolazioni non poteva che produrre conflitto permanente. La sicurezza non si costruisce attraverso la dominazione dell’altro, ma attraverso la costruzione di relazioni di reciproco riconoscimento. È una lezione che l’esperienza storica ha confermato ripetutamente.

La stima e il rispetto che il popolo ebraico ha guadagnato nei secoli costituiscono un patrimonio morale di inestimabile valore. Sperperarlo nelle sabbie di una politica di potenza miope e autodistruttiva è una perdita non solo per il popolo ebraico, ma per l’intera umanità. E sarebbe anche, in senso stretto, un’ulteriore ingiustizia sia verso le milioni di vittime della Shoah, il cui sacrificio merita un esito migliore di quello che stiamo vedendo, sia verso una comunità ebraica internazionale che dissente fortemente e non si identifica con le scelte attualmente compiute dallo stato israeliano.

La lezione generale è amara ma necessaria: nessuna identità, nemmeno quella nata dalla persecuzione più atroce, è moralmente immunizzata contro la tentazione del potere. Tuttavia, proprio chi ha conosciuto l’ingiustizia dovrebbe sapere che il dolore subito, per quanto profondo ed eccezionale, non conferisce il diritto di infliggerlo ad altri. La memoria autentica non è quella che autorizza l’eccezione per sé, ma quella che impedisce di diventare ciò che si è combattuto. La prova morale di una minoranza perseguitata non sta soltanto nel rivendicare diritti quando è debole, ma soprattutto nel riconoscere quegli stessi diritti agli altri quando diventa forte.

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martedì 19 maggio 2026

La scuola di Valditara: una pratica di disciplinamento - Giuseppe Bagni


Nuove indicazioni per il primo ciclo e per i Licei, Filiera tecnologico-professionale, riforma dei Tecnici, formazione iniziale dei docenti spalancata alle università telematiche, precise indicazioni di contenuti da trasmettere in ogni ordine dell’istruzione, necessità del consenso dei genitori per svolgere le parti ritenute “delicate” del curricolo, seconda “carta del merito” per i diciannovenni senza bocciatura. In quale direzione la destra al governo stia spingendo la scuola dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. In uscita dal primo ciclo gli alunni riceveranno le indicazioni su quale scuola potranno utilmente seguire ed è facile prevedere che già la terza media (forse anche la seconda) prenderanno atto delle scelte degli alunni proponendo laboratori differenziati, oltre a formare classi con il latino per i futuri liceali. Quelle scelte saranno l’attuazione e conferma della segregazione che caratterizza la nostra scuola secondaria.

In questo quadro normativo i più bravi potranno scegliere un liceo nel quale raggiungere il “vedere teoretico” che significa la “capacità di interrogare criticamente la complessità, di connettere saperi e di formare giudizi fondati”. È il liceo la vera scuola, in quanto “il cuore pulsante della formazione liceale” sta proprio nella “educazione al saper pensare, al saper studiare e discernere, al saper agire..”. I meno bravi con basse aspettative potranno scegliere un tecnico o un professionale, dove non serve “saper pensare, studiare, discernere”. Il “saper agire” poi, si semplifica nel “saper eseguire” e per questa (non) competenza basta l’addestramento, soprattutto all’ubbidienza. Per i meno bravi dei meno bravi, quelli che rimbalzeranno nelle classi senza andare avanti, c’è la Filiera che permette lo sconto di pena di un anno. La indicano con un 4+2 ma per la stragrande maggioranza degli studenti sarà un 5-1, cioè un anno in meno di scuola e meno scuola ogni anno, preso atto delle ore per l’avviamento al lavoro dai quattordici anni e mezzo.

È chiaro che questo modello di scuola intende imporre un’ideologia normativa: come ha sottolineato con grande chiarezza Simone Giusti, la scuola dovrà fornire agli adolescenti un “habitus adeguato” e la “conseguente regolazione delle forme del vivere”. Da scuola di emancipazione a scuola come “pratica di disciplinamento” degli allievi. La professoressa Perla (coordinatrice della Commissione per la revisione delle indicazioni nazionali per la scuole elementari, medie e superiori) ha dichiarato che occorre passare dall’espressione “educare istruendo” a quella “istruire educando” dove i gerundi indicano il processo in atto e il verbo all’infinito a cosa esso porta. Di fatto ribadendo che il primato torna all’educare: a scuola si va per interiorizzare norme e codici di comportamento, stimolando gli allievi ad adottare “un tono di voce moderato, distanza spaziale, sguardo sorridente e mai intrusivo, gesto sociale, regole cerimoniali ecc.”. Lo studente non è più il soggetto del processo ma è “assoggettato” a un modello comportamentale ritenuto indispensabile perché possa accedere alla cultura codificata. Non può (e non deve) condividere il percorso, perché non può capirlo: nella Premessa delle Linee Guida dei Licei si indica esplicitamente che la dimensione dell’estraneità culturale ha un “valore educativo decisivo”.

In questa dimensione lo studio dell’alunno si riduce a un puro sforzo di assunzione di conoscenze e comportamenti ritenuti indispensabili per divenire, alla fine del percorso, finalmente soggetto e come tale ammesso nella comunità culturale. Chi governa la scuola ci dice che non deve preoccuparsi di conoscere le condizioni di partenza dei suoi alunni, i contesti socioeconomici e culturali di appartenenza; non deve curare che le conoscenze da acquisire siano alla loro portata e riconosciute di valore dagli allievi per la loro crescita. Non si parla mai di motivazione: deve bastare il desiderio di adeguamento alla norma.

È la visione di scuola di un classismo moderno, che vuole al liceo solo gli studenti che studiano qualunque cosa per senso del dovere (di solito verso le aspettative della famiglia), dimenticandosi di quelli che studierebbero (di solito nonostante le zero aspettative della famiglia) se rispettassimo il nostro dovere di dar senso al loro studio.

Non possiamo essere sorpresi che la destra faccia la destra, e nemmeno si può dire che “non li abbiamo visti arrivare”, anzi sarebbe bene riconoscere che sono stati aiutati ad arrivare da provvedimenti che hanno aperto loro la strada. È stato il Governo Draghi con Patrizio Bianchi all’istruzione che nel 2021 sdogana una visione dell’istruzione tecnica indirizzata verso le esigenze del mondo produttivo con un progetto che intendeva “allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”. E dello stesso Governo è il DL n. 144 dell’anno successivo che stabilisce l’allineamento dei curricula degli istituti tecnici e professionali “alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”.

Adesso, che il modello di scuola (e quindi di società) della destra appare in forma così cristallina rivelando tutta la sua pericolosità – a partire dall’abilità con cui rimasterizza su antico arrangiamento il valore dello studio, della disponibilità alla fatica, dell’autodisciplina degli adolescenti, atteggiamenti che non solo il senso comune ma anche una parte rilevante della sinistra riconosce smarriti e da recuperare – il punto di partenza è ripartire dai presupposti alla base di un’idea di scuola che fondi la sua efficacia sul mettere al centro della propria azione gli allievi, tutti gli allievi. Efficacia ed attenzione alla formazione di tutti; non penalizzare la formazione dei più bravi sapendo far crescere comunque tutti secondo le loro possibilità. Un’utopia? Lo può sembrare: si può credere che gli alunni che non dominano ancora l’italiano (e in casa sono gli unici a parlarlo) fanno perdere tempo alla classe e danneggiano gli allievi a cui l’insegnante può dare tranquillamente da studiare da pagina 20 a pagina 40. È quello che pensano quei genitori che portano via i figli dalle scuole del proprio quartiere, pur di evitare ai figli il contatto con la diversità. Il fenomeno negli Stati Uniti l’hanno chiamato The White Flight, la fuga bianca (ovvero, dei bianchi). Lo pensano certamente anche molti insegnanti, perché fare scuola con alunni molto diversi, misurarsi con le disabilità sempre più presenti nelle classi (e in numero maggiore in quelle già destinate agli alunni più difficili) costa fatica e richiede risorse professionali notevoli.

Eppure è quel contesto che può spingere a chiedersi se la “consegna” di studiare da pagina 20 a pagina 40, a casa, nella propria cameretta (quelli che ce l’hanno) da soli o con l’aiuto dei genitori (quelli che possono averlo) sia davvero la prassi di una scuola efficace. O non sia piuttosto un modo sbagliato di insegnare e di imparare. È da qui, da questa domanda che occorre ripartire. Ad esempio riproponendo con forza un biennio finale dell’obbligo d’istruzione (dai quattordici ai sedici anni) che sappia sfruttare tutte le risorse possibili ma restando di vera istruzione. Unitario, non unico, non serve una quarta e quinta media ma un percorso in cui finire la preparazione di base e orientarsi all’interno di una scelta che resti comunque reversibile.

Non alunni separati in base ad “aspirazioni e talenti” che sono termini pericolosi, come ha ben scritto Michele Arena, perché si prestano ad essere considerati attributi della persona come un dato di natura invece che alla sua condizione. La “povertà educativa” non è un fatto personale. Pensarlo trasforma la vittima in colpevole e la scuola in apparato di selezione. Le aspirazioni e i talenti di qualunque adolescente si sviluppano se liberati dai condizionamenti sociali, familiari economici. Chiedono un ambiente protetto, sicuro, di fiducia. La classe che abitano dovrebbe essere questo: come ha scritto sempre Michele Arena, “un luogo di possibilità” che può essere usato “per opporsi ai dati e alle statistiche” che ci dicono di una scuola che resta classista.

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venerdì 24 aprile 2026

L’infausta profezia di Creso e la fine dell’Impero d’Occidente - Marco Revelli

Creso, il ricchissimo sovrano della Lidia, quando (intorno al 546 a.C.) decise di attaccare la confinante Persia, che considerava un insopportabile ostacolo alla propria potenza, si rivolse all’oracolo di Delfi, ricevendone l’ambivalente risposta: se avesse varcato il fiume Halys e dichiarato guerra ai persiani, “un grande impero sarebbe stato distrutto”. Inebriato da quella che gli apparve come un’indubbia profezia di vittoria, senza stare a pensarci troppo sopra, mosse l’esercito per scoprire subito dopo che l’impero destinato a crollare non era quello nemico bensì il suo, costretto alla ritirata da Ciro il Grande nella battaglia di Pteria, inseguito fino alle mura della sua capitale Sardi e fatto prigioniero. Lo racconta Erodoto, nel primo libro delle sue Storie, aggiungendovi anche alcuni succosi particolari. Ad esempio (paragrafo 80), che l’espediente vincente utilizzato da Ciro per aver ragione della forza guerriera dei Lidi, in particolare della loro cavalleria, fu quello di schierare davanti al proprio esercito i cammelli normalmente utilizzati per il trasporto dei materiali, di cui i nobili cavalli nemici avevano un vero e proprio terrore anche solo sentendone l’odore, per cui si diedero alla fuga prima ancora che lo scontro iniziasse. Materiali poveri contro le sofisticate armi nemiche. Ma soprattutto è gustosa l’annotazione (paragrafo 91) secondo cui Creso, nonostante quell’esito, non aveva affatto capito il senso della profezia della Pizia – evidentemente, nonostante lo straordinario fiuto per gli affari che l’aveva reso ricco sfondato, era ottuso al punto da non coglierne l’ambivalenza -, e aveva chiesto, come favore al suo vincitore, di poter mandare le catene che l’imprigionavano al tempio del Dio come atto d’accusa contro colui da cui riteneva di essere stato ingannato. Ciro generosamente glielo accordò, e a stretto giro la Pizia risposte allo “stoltissimo Creso” che “se non aveva compreso la parola del dio e non l’aveva di nuovo interrogato, doveva attribuire la colpa solo a se stesso”.

Noi non sappiamo quale oracolo abbia consultato Donald Trump prima della sciagurata decisione della fatidica notte di fine febbraio: se lo spirito “telecomunicativo” di Paula White-Cain, la santona che celebra i propri riti messianici nello studio ovale con annessa imposizione collettiva delle mani; o l’anima nera di Bibi Netanyahu, che il 12 febbraio, in coppia col capo del Mossad, sempre nello studio ovale, gli promise di ottenere, in una sola “giornata di gloria” la decapitazione dell’Iran, il cambio di regime e il controllo assoluto del Golfo senza costi aggiuntivi. Certo è che, allo stato attuale delle cose, gli esiti sembrano in qualche misura simili a quelli subiti da Creso: dopo un mese e mezzo di guerra, l’Iran (la Persia, con la sua millenaria civiltà) è ancora in piedi, il suo potenziale militare non appare esaurito, lo stretto di Hormuz è bloccato e sotto il controllo delle armi iraniane, le basi americane nel Golfo sono pesantemente colpite e/o neutralizzate, il tanto mitizzato Iron Dome israeliano si è clamorosamente rivelato vulnerabile come un colabrodo. Soprattutto, l’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti come baricentro dell’Occidente appare gravemente vulnerato e attraversato da fratture sempre più profonde mentre cresce simmetricamente la rete di connessioni geopolitiche dell’Iran (non solo Cina e Russia, ma ora anche l’Unione Africana) e Israele appare sempre più isolato nella sua immagine di Stato terroristico, nemico e minaccia per l’umanità non solo per il genocidio di Gaza ma anche per aver causato, con una decisione miope e unilaterale, una crisi energetica e finanziaria che colpisce l’intero pianeta.

Ci sono tutti gli ingredienti per parlare della crisi – o (possibile) fine – di un Impero (L’Impero Americano? L’Impero d’Occidente? Ognuno scelga l’etichetta). O, se si preferisce, di un (possibile) “passaggio di egemonia”. Sono in molti, oggi, gli osservatori che propongono una forte assonanza tra la “crisi di Hormuz” e un’altra crisi, anch’essa di uno stretto, o di un canale: la “crisi di Suez”, del 1956 quando, in seguito alla nazionalizzazione del canale ad opera dell’Egitto guidato da Nasser, Regno Unito, Francia e Israele occuparono militarmente il canale con uno spiegamento di forze enorme (tre portaerei inglesi, due francesi). Si svolsero scontri cruenti prima che il Segretario di Stato americano Foster Dulles, in accordo con l’Unione sovietica, forte della detenzione dell’arma atomica imponesse un brusco dietrofront, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco e il ritiro delle forze occupanti. Si colloca allora, storicamente, il punto in cui si consuma la fine dell’Impero britannico e di quello francese e, soprattutto, il passaggio dell’egemonia occidentale dalla potenza inglese (dal dominio della sterlina) a quella americano (del dollaro). Oggi, appunto, la chiusura di un altro “stretto” può essere letta come il segno di una nuova crisi egemonica, senza tuttavia che – a differenza da allora – s’intravveda, a riempire il vuoto della vecchia, l’emergere di una nuova potenza egemonica “indiscutibile”.

 

Come che sia, certo è che l’Occidente, come l’abbiamo conosciuto fino a ieri, non esiste più. E che al centro di questa mutazione genetica sta la crisi, conclamata, strutturale, dell’Impero americano che dell’Occidente novecentesco è stato il baricentro. I sintomi si vedono con chiarezza, anche a occhio nudo, semplicemente osservando i comportamenti personali degli uomini al comando. Sempre più spesso segnati da vere e proprie sindromi psicopatiche, per i quali ritornano, anche sulle stampa più paludata, termini come “delirante”, “demenziale”, “fuori controllo”, ecc. Quando l’uomo che ha nelle mani il destino del mondo e a disposizione un potenziale distruttivo assoluto, usa espressioni come “Open the Fuckin’ Straityou crazy bastards, or you’ll be living in Hell – JUST WATCH!” che tradotto in italiano suona più o meno così:  “Aprite quel cazzo di Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!”. O quando, frustrato da una guerra che gli va storta, minaccia in una notte di “cancellare una civiltà millenaria” e poi per una trattativa non riuscita minaccia di bloccare in acque internazionali tutte le navi che osino passare dallo stretto pagando il pedaggio… O ancora, nel pieno di una crisi politico-militare di gravità estrema, ricorre sistematicamente alle più plateali menzogne. Quando tutto ciò accade sotto lo sguardo di tutti, significa che lo stato di salute di quella parte del mondo è patologicamente compromesso. Che il suo potere sovrano ha perduto quel punto essenziale di raccordo tra realtà e percezione che è il linguaggio, quello che gli antichi chiamavano “Logos”: lo strumento attraverso cui l’esistente viene ricondotto a misura umana, ovvero a “cosa” comprensibile dagli uomini.

L’ha detto, come meglio non si poteva, Francesca Mannocchi, in un articolo del 9 aprile  (Il vocabolario della violenza, La Stampa), quando ha denunciato il “collasso del linguaggio”, in particolare del linguaggio del potere in questo spicchio sempre più raggrinzito di mondo, dove “la contraddizione è normalizzata” e “le parole non servono più a chiarire il reale ma a renderlo sopportabile nella sua incoerenza”. Ebbene, quel male oscuro che colpisce la parola rendendola inerte, è il sintomo più drammatico del declino dell’entità geopolitica nel cuore della quale la patologia si è radicata e lavora. Assumerne l’incoerenza come condizione normale dello stato di cose esistente è già, di per sé, una diagnosi infausta sulla speranza di vita dell’organismo che la ospita. Così come negativo signum prognosticum è il diffondersi, all’interno dell’establishment al potere – nel nostro caso nel ventre della Casa Bianca – di retoriche apocalittiche o di forme tendenzialmente estreme di misticismo millenaristico, con venature carismatiche, esoteriche, chiliastiche tutte più o meno riconducibili a una visionarietà da “fine dei tempi”, o comunque a un orizzonte terminale.

“Il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra“: sono le parole rivolte da un alto ufficiale dell’esercito americano ai propri subalterni nei giorni in cui veniva lanciata l’Operazione Epic Fury, evidentemente influenzate dalle correnti religiose più fanatiche che, seguendo il testo dell’Apocalisse di Giovanni, attendono che, nell’omonima piana in Israele, a  una quindicina di chilometri da Nazareth, i tre “spiriti immondi” comparsi dopo che l’Angelo ha versato nel fiume la sesta coppa contenente l’”ira di Dio”, radunino i re del mondo per lo scontro finale con Dio. Sono state segnalate dalla Military Religious Freedom Foundation (Mrff), un gruppo che monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, come esempio di un “sentiment” che non riguarda solo alcune componenti (fanatizzate) delle gerarchie militari ma anche una parte consistente della corte che circonda Donald Trump, fortemente innervata da personalità influenzate da organizzazioni come la famigerata NAR – Nuova Riforma Apostolica, “potente rete suprematista cristiana” i cui seguaci si considerano “impegnati in una guerra spirituale cosmica contro le forze del male” e “credono che Dio li abbia incaricati di usare la violenza spirituale per sconfiggere Satana e poi costruire il regno di Dio sulla Terra”, oltre a considerare Donald Trump una sorta di reincarnazione di Jehu, “il re vendicativo che restaurò il regno di Israele attraverso una spietata purga contro la casa di Acab e il culto di Baal”. O come i cosiddetti “Theo Bros” (abbreviazione di theology brothers), un gruppo di pastori e predicatori aderenti all’evangelismo riformato e al nazionalismo cristiano con “idee che includono l’adozione della Bibbia come legge fondamentale dello Stato” (ovvero rimpiazzare la Costituzione con i Dieci Comandamenti) e l’instaurazione di un sistema giudiziario con “magistrati cristiani” unito alla reintroduzione della fustigazione pubblica, oltre a un profondo maschilismo e a una diffusa misoginia (tra le proposte quella di abolire il 19esimo emendamento, che ha riconosciuto il diritto di voto alle donne).

Ora, se andiamo a spigolare, lungo il corso storico, nelle vicende dei grandi imperi nell’inevitabile successione di nascita, crescita, declino e morte, non è difficile notare come, generalmente, le fasi crepuscolari sono state con evidenza segnate dalla presenza di fenomeni psico-culturali simili, con la comparsa significativa nelle loro figure apicali, tra i regnanti e le loro corti, di forme variegate di radicalizzazione superstiziosa, fascino della dimensione profetica o apocalittica, affidamento a pratiche esoteriche spinte al limite della psicosi. Così è stato per l’Impero russo, con il tormentato periodo di decadenza che ne ha preceduto il violento crollo, segnato dalla presenza di pratiche e figure bizzarre: si pensi, per tutti, al potere dirompente di uno come il monaco Rasputin, diventato padrone della mente e dell’anima di buona parte della famiglia imperiale, a sua volta sempre più chiusa in un proprio mondo autoreferenziale, sempre più staccata dalla realtà, sempre più preda di un fanatismo religioso divenuto alla fine totale sostituto della politica. Così, seppure in forma più attenuata, è stato per l’Impero asburgico, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale e alla dissoluzione, quando la corte viennese presentava uno stretto intreccio tra bigottismo cattolico e fascino per l’occultismo e il paranormale, di cui fanno fede sia il noto “Rescritto sui Vampiri” (contenente il divieto tassativo di riesumare i cadaveri per il timore di vampiri), sia la ben nota superstiziosità dell’Imperatrice Sissi, “ossessionata dai presagi e, talvolta, dalle arti divinatorie”. Oppure, per risalire all’idealtipo di tutti gli imperi e della loro dissoluzione, alla fine dell’Impero Romano, si pensi alla crisi del III secolo, quando “la visione razionale del mondo classica fu in parte erosa dall’emergere di culti misterici, superstizioni orientali e nuove forme di religiosità” (nacque allora il concetto di superstizione intesa come “superflua observatio”).

Né si deve dimenticare o sottovalutare, nella riflessione su questa sordida vicenda di guerra e degrado delle classi dirigenti occidentali, il ruolo svolto dai cosiddetti “Epstein files”: i milioni di documenti celati negli archivi del pervertito e perverso gestore del traffico di esseri umani e del loro sfruttamento sessuale al servizio di uno stuolo di eminenti uomini di potere, dalla cui pubblicazione rischiano di emergere segreti inconfessabili per molti appartenenti all’establishment politico e finanziario globale, a cominciare dal più alto vertice americano che all’inizio di quest’anno appariva sull’orlo di esserne travolto. Questione tanto più pesante se si considera il fatto, oggi ampiamente condiviso dai principali osservatori, che Jeffrey Epstein non era un semplice oligarca ma una creatura strettamente legata al Mossad, fonte di notizie riservate e di armi potenti di ricatto. Il che spiega da una parte l’ “irresistibile” potere che Benjamin Netaniyahu sembra esercitare sul presidente americano, fino a far ipotizzare che esso sia giunto fino a determinarne la scelta del 28 febbraio. Dall’altra la ricaduta pubblica di quella decisione sciagurata, che di fatto ha sviato l’attenzione dell’opinione pubblica, a cominciare dalla base MAGA, nei confronti dello scandalo. Un’interessante analisi mostra come il volume di ricerche in rete su Google relative al “caso Epstein”, esploso all’inizio dell’anno, sia d’improvviso crollato nella seconda metà di febbraio sostituito dalle interrogazioni sulla guerra (si veda il grafico a fianco). E’, questa di Epstein, un’ ulteriore conferma della tendenza al declino della potenza imperiale americana (la perversione dei vertici è un altro sintomo della crisi delle potenze imperiali) e più in generale dell’Occidente che così ha perso definitivamente (se ancora ne residuava qualche brandello) la propria pretesa a una qualche superiorità morale, e divenuto simbolo invece di un’epocale corruzione dell’anima delle proprie classi dominanti.

Questo per quanto riguarda gli aspetti per così dire “soggettivi” della tragedia in corso. Quelli che si riferiscono all’orizzonte personale dei decisori che hanno portato il mondo sull’orlo dell’abisso e che lì continuano a tenercelo. Insomma, alla sovrastruttura”. Poi, naturalmente, ci sono gli aspetti “oggettivi”. I fatti e i dati “strutturali”: le dinamiche economiche, finanziarie, gli assetti socio-produttivi. I bilanci degli Stati, a cominciare dal Paese leader, dal cuore dell’Impero: gli Stati Uniti la cui egemonia globale da ormai più da un ottantennio si è retta sul binomio “dollaro-potenza militare”. Due fattori che appaiono entrambi fortemente logorati e che spiegano, nel loro stretto intreccio, il grado di disperazione che, a detta di molti osservatori, sta dietro le decisioni distruttivi della loro leadership. Ma che ci dicono anche che l’attuale deriva distruttiva ha radici profonde e lontane, dipende solo in parte dal deterioramento psichico dell’attuale gruppo di comando americano, si colloca su un piano inclinato “strutturale” che già aveva orientato le politiche di altri decisori, delle stesse amministrazioni democratiche (Obama, Biden soprattutto), le quali sia pure con linguaggi, metodi, posture meno plateali, comunque avevano seguito una rotta nella sostanza non così diversa, e negli esiti possibili non meno aggressiva.

Sul tema si è ritornati più volte, e ampiamente, su questo sito (si vedano gli articoli 12,3…): il declino della potenza americana è ormai evidente. Riguarda il brutale processo di deindustrializzazione avviato fin dall’amministrazione Reagan negli anni Ottanta, il costo sempre meno sostenibile del presidio militare globale, con le quasi 190 basi sparse per il mondo e la spesa militare che si avvia a raggiungere il trilione di dollari, il deficit della bilancia commerciale e la crescita esponenziale del debito pubblico e del debito estero, la stessa minaccia al finora incontrastato dominio del dollaro nelle transazioni internazionali ora insidiato da altre monete e altre coalizioni di Paesi. Si aggiunga il fatto che tra pochi mesi scadranno alcune tranches importanti dei T-Bond: il governo americano dovrà rifinanziare nel corso del 2026 una quota record di titoli di stato, qualcosa come 9.500/10.000 miliardi di dollari (all’incirca un terzo di tutto il debito pubblico) con emissioni a tassi d’interesse crescenti e col rischio di insolvenza se le aste dovessero dare risultati inferiori al fabbisogno. Per la prima volta la maggiore potenza economica e finanziaria d’Occidente rischia l’insolvenza o, in alternativa, un’inflazione devastante se i tassi d’interesse dovessero crescere oltre i limiti. E’ questo il volto più evidente della “crisi dell’impero”. Il vero tallone d’Achille di Creso. O il vero significato dell’infausta profezia di Delfi.

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mercoledì 22 aprile 2026

Perché i governanti d’Europa non sanzionano Israele? - Piero Bevilacqua

La situazione tragica in cui si trova oggi il mondo poggia su un paradosso clamoroso che non ha precedenti nella storia conosciuta. La più grande potenza militare del pianeta è di fatto comandata e ricattata, per lo meno per la politica estera in Medio Oriente, da un piccolo stato in mano a un gruppo di fanatici assassini millenaristici. Il caso Epstein aggiunge, a quanto era noto sul peso politico della finanza ebraica americana, solo il quadro di una diabolica rete di coinvolgimento stesa dal Mossad su un’ampia fetta di élite USA. E apprendiamo ora da varie fonti, che perfino Steve Witkoff e Jared Kushner, gli immobiliaristi inviati da Trump per trattare sul conflitto in Ucraina e ora con l’Iran, sono “uomini di Israele”. Tuttavia occorre tener conto anche di intrecci più profondi, quelli di natura industriale-militare. Come ha ricordato di recente lo storico Dario Guarascio (Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026), una parte rilevante delle armi prodotte in USA è acquistata da Tel Aviv. Nel 2024 le importazioni da quel paese costituivano il 60% delle importazioni totali. Ma Israele è anche un laboratorio dove sperimentare le nuove tecnologie di guerra e di controllo sociale: «L’occupazione militare a cui sono sottoposti i territori palestinesi e le continue guerre che si succedono in quell’area del mondo sono il “contesto ideale” per valutare sul campo l’efficacia delle nuove applicazioni».

Dunque, la doppia dinamica condizionamento/connivenza USA è la ragione per cui quello Stato non osserva nessuna regola del diritto internazionale, non firma trattati vincolanti (per la Corte Internazionale di Giustizia o Per la Non Proliferazione Nucleare), bombarda chi vuole (Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, Yemen, Iran ecc.) nella certezza della assoluta impunità. Nessuno osa fiatare e non perché Tel Aviv sia militarmente invincibile, ma perché protetto dal potente amico americano. È vero che il “ricatto” di Israele è anche coincidente con gli interessi imperiali degli USA in quella regione. Vale a dire con il prevalere negli strati profondi dell’apparato americano dei gruppi neocons. Ma spesso la convenienza americana non è così evidente, come nel caso di questa vera e propria trappola che si è rivelata l’aggressione all’Iran iniziata il 28 febbraio. Il New York Times ha svelato il ruolo diretto che ha avuto Netanyahu nel convincere il gruppo dirigente Maga. E non sono pochi gli analisti, anche americani, i quali sostengono che oggi l’alleanza con Tel Aviv crea agli USA molti più problemi che vantaggi. È questo è innegabile.

In effetti siamo di fronte a un nodo assai complesso di ambiguità del comportamento dei gruppi dirigenti nella politica estera americana. A volte sembrano essere gli USA a guidare le danze, altre volte l’iniziativa, oltre che la capacità di condizionamento, sembrano appartenere a Israele. Io credo che tale oscillazione dipenda da una ragione forse comprensibile e chiara. È indubbio che gli interessi imperiali e di espansione unipolare degli USA fanno di Israele lo strumento privilegiato non solo come avanguardia armata per favorire la penetrazione geopolitica di Washington, ma anche per colpire i grandi competitori, Cina e Russia. Lo si è visto nel 2024 con la Siria e ora lo si vede con la guerra all’Iran. È vero che Trump ha ceduto alle lusinghe di Netanyahu, ma è anche vero che quell’aggressione fa parte della strategia USA volta a colpire la Cina, attraverso la strozzatura delle fonti del suo approvvigionamento energetico. Lo sta facendo oggi, prima colpendo il Venezuela e ora l’Iran. E tuttavia questa strategia – potentemente favorita dai gruppi ebraici USA – si attiva quando nello stato profondo prevale l’anima espansionistica e guerrafondaia. Con la Cina gli americani potrebbero coesistere accettando realisticamente i nuovi rapporti di forza che la storia consegna loro. E non senza vantaggi.

Questo ragionamento, spero non troppo oscuro, ha lo scopo di mostrare le grandi potenzialità d’azione in questo scenario che l’Europa possiede, ma che non utilizza con una ignavia e pochezza a dir poco stupefacenti. Tanto più che ci troviamo in una situazione che è molto simile alla guerra in Ucraina. Quella, come sanno coloro che non credono alle favole messe in giro da Washington, che ha almeno un duplice scopo: dissanguare la Russia in un guerra logorante, farla implodere come l’URSS, spartirla in tanti stati come l’ex Repubblica Socialista di Jugoslavia, saccheggiarla e collocare nuovi basi militari Nato. Partire da quella conquista per mettere all’angolo la Cina sarebbe stato il passo definitivo. Il secondo scopo, che gli aspiranti suicidi dell’Unione Europea si rifiutano di riconoscere, è tagliare le fonti di approvvigionamento energetico delle nostre economie, spezzare la potenziale saldatura Russia-Europa in una minacciosa area economica e geopolitica di dimensioni euroasiatiche.

Ebbene, ancora oggi niente sembra spingere i governati e la stessa UE verso una qualche iniziativa politicamente utile. E questo a dispetto della pericolosità della situazione in Medio Oriente, giunta sino al punto, finora mai toccato, della minaccia dell’apocalisse atomica, lanciata da Trump all’Iran la notte del 7 aprile. Possibile che una simile evenienza non induca (a parte l’encomiabile Pedro Sanchez) i governanti d’Europa almeno ad aprire bocca? A protestare per l’enormità dell’intento, a mettere in guardia dalle conseguenze universalmente catastrofiche del gesto? E più in generale a denunciare i danni che quotidianamente ci vengono inflitti? Il blocco dello stretto di Hormuz sta provocando danni soprattutto all’Europa oltre che agli asiatici, perdite che diventeranno ingenti in diretta proporzione con la durata del conflitto. Quello europeo è francamente ancor più desolante dello spettacolo che offrono oggi gli USA, governati da uno psicopatico collerico, circondato da un piccolo circo di fanatici dilettanti.

Eppure, sia l’Unione Europea che i singoli stati hanno in mano i mezzi per condizionare e limitare efficacemente la politica di Israele. E fanno finta di non saperlo. Senza muovere mezzi navali, far decollare aerei, spostare truppe, senza, insomma, sparare un colpo, comminando serie severe sanzioni a Tel Aviv, i risultati sarebbero stati a mio avviso rilevanti, soprattutto se protratti nel tempo. Israele è un piccolo paese, tutto armi e tecnologia, ma non è una potenza economica. Per intenderci: non è la Russia, che ha potuto assorbire – ma certo non senza danni – le decine di sanzioni occidentali. Restrizioni economiche, finanziarie, commerciali, da parte dei partner europei indurrebbero i governanti israeliani a un minimo di ragionevolezza. Pensate quale ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa, senza interventi militari, nel costringere Israele a non distruggere Gaza e a evitare il genocidio. Certo l’Europa non ha lo stesso interscambio con Israele degli USA. Ma quella delle sanzioni economiche non sarebbe solo l’unica, pacifica, ma efficace arma che abbiamo per uscire da un’impotenza che angoscia la maggioranza degli europei e diventa complicità nei genocidi in corso. Costituirebbe anche una strada per entrare con qualche carta in mano nel gioco tra USA e Tel Aviv, fornendo all’Europa un minimo di protagonismo diplomatico in questo scenario. E allora perché non si agisce? Per non turbare il padrone americano? È davvero così nera la vigliaccheria di questi uomini che ci governano? Sono precipitati a questo punto di ignavia e servitù? O è la sincera amicizia per Israele? Perché se così fosse oggi non c’è migliore aiuto che si possa dare al popolo israeliano, che limitare il potere di chi lo governa e lo trascina di guerra in guerra, di massacro in massacro, come un treno senza guida che corre verso lo schianto.

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venerdì 27 marzo 2026

Epstein e i confini morali delle democrazie - Sergio Labate

 

Non è difficile prevedere che, nonostante le reticenze e la complicità della maggior parte del sistema mediatico, lo scandalo degli Epstein files sia appena all’inizio. Troppo grande il degrado morale, le fitte e perverse trame politiche ed economiche che emergono e che rendono esplicito ciò che finora si è solo potuto immaginare («io so, ma non ho le prove». Eccole le prove). Anche questa è una delle tante lezioni di questa storia: come ha sottolineato – non senza una nota di sarcasmo – la filosofia Gloria Origgi si tratta di capire come reagire razionalmente quando le teorie politiche del complotto si rivelano vere, come in questo caso. Tutto ciò a cui non si poteva credere, si sta dimostrando anche più realistico del previsto. Ecco, la portata di questi documenti è davvero epocale e per questo conviene tener desta l’attenzione e non cedere all’inevitabile strategia del depistaggio e della minimizzazione cui andremo incontro nei prossimi mesi. Io credo che quei milioni di documenti rappresentino per certi versi una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo e della sua capacità di modificare e orientare l’ordine del mondo.

Come tutte le storie, anche questa storia contiene tanti risvolti, sfumature, controtendenze e azioni che appaiono marginali e in realtà non lo sono. Stiamo parlando di come negli anni si è costruita un’élite mondiale tenuta insieme dalla crudeltà nei confronti degli altri esseri umani (in particolare donne), dallo scambio rigidamente endogeno di influenze, informazioni, soldi (molti soldi) e dall’odio delle democrazie. Tutto questo intorno alla vivacità di un uomo condannato per pedofilia quasi vent’anni fa, esplicitamente razzista, eugenetico, sadico. E che non ha mai nascosto ciò che era, anzi ha sedotto buona parte della classe dirigente mondiale – e in particolare i condottieri che hanno guidato la sinistra mondiale verso la propria dissoluzione – proprio grazie a questi tratti disumani.

La questione fondamentale non è dunque semplicemente quella morale (che pure non disprezzerei affatto, sinceramente). È piuttosto l’inquietante intreccio tra sadismo pianificato e realizzato in modo compulsivo e quello che poco fa ho definito nei termini di un vero e proprio odio per le democrazie. Siamo dinanzi al tentativo (del tutto riuscito) di abbattere i confini morali delle democrazie e, in questo modo, di abbattere le democrazie stesse. In maniera più dura ma forse più efficace, si può sostenere che il progetto politico delle classi dirigenti mondiali degli ultimi decenni sia stato quello di sostituire le democrazie non solo con le autocrazie, ma con un vero e proprio governo sadico sugli uomini e (soprattutto) sulle donne.

Trump, Clinton, Epstein, Gates e tanti altri… Tutto ciò che li unisce e li tiene insieme è una sorta di incontrollabilità del potere, come un demone interiore che nessuno riesce più a frenare. Tutti maschi bianchi di una certa età, presi in ostaggio dal loro stesso potere, che non è più un semplice vizio tra gli altri che può anche dar luogo a scelte responsabili – ogni buon politico deve essere ambizioso, ricordava Weber. È un demone interiore che si fa legge superiore: che vuole spazzare via ogni ostacolo formale, a partire dalle leggi e da tutto ciò che tiene sotto controllo il loro potere e trasformare tutte le relazioni umane a misura del dominio di qualcuno su qualcun altro. Sarà per questo che – tra una violenza e un’altra, tra una tortura e un’altra – l’ossessione dei loro discorsi sembra essere precisamente l’insofferenza nei confronti della democrazia. Personalmente provo dolore anche solo a immaginare le scene. Con queste povere ragazzine vittime di potenti che mescolavano insieme umiliazioni feroci e discorsi su come limitare i danni delle democrazie, su come sottomettere tutto il mondo al loro sadismo sperimentato festosamente sulla pelle di giovani donne. Eccoli, quelli che hanno vinto definitivamente la lotta di classe. Un’élite ristretta di maschi perversi e malati, circondati da api regine o da donne schiavizzate. Pienamente consapevoli che l’ultimo argine che resta alla trasformazione del loro potere in un dominio incondizionato è proprio la democrazia. È così che la questione morale è già questione politica. In fondo è stata proprio questa la grande scommessa della democrazia. Immaginare di poter mettere dei confini al potere, in modo tale che esso non sia mai assoluto. Tenere separato, per quanto possibile, l’esercizio del potere dalla voluttà personale del dominio di qualcuno su qualcun altro. In democrazia il potere resta sempre contendibile – nessun uomo di potere può possedere quel potere che gli è solo assegnato per un certo periodo – e si trova vincolato da confini morali e giuridici, rappresentati per eccellenza dai diritti fondamentali e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Oggi sappiamo – anche grazie a ciò che sta emergendo – che il disegno mondiale che ha dissolto le democrazie non era legato ad altro che a questa insofferenza satrapica, a questo ultimo stadio del patriarcato in cui tutto si irrigidisce in violenza e consumo. In cui il nuovo ordine mondiale fa coincidere perfettamente l’interno e l’esterno, ciò che accade dentro le tante e lussuose case a disposizione di pochi e ciò che accade al di fuori, con la guerra assurta a misura del mondo. La distruzione, l’umiliazione, la reificazione, tutto agghindato dentro cene eleganti e jet privati. Vale anche per Chomsky, purtroppo. E non è ingenuità, ma seduzione. La seduzione del sadismo, non solo della ricchezza. Della violenza, non solo del potere.

Questa è la verità scomoda che emerge: i potenti, chiusi nella stanza dei balocchi e costretti a godere incessantemente, hanno finito col trasformare questa complessa architettura del potere e dei suoi limiti connaturali in un’esigenza di dominare sugli altri esseri umani. Cioè di trasformarli in merci, in oggetti da consumare compulsivamente, da umiliare e degradare. È la tentazione del sadismo: in fondo quando il potere si affranca dal proprio limite esso non può che volere la cancellazione dell’essere umano. Perché l’umanità dell’essere umano sarà sempre una nota stonata, una resistenza all’esigenza di possedere senza più confini morali, all’assolutismo del dominio. Quando Trump rivendica di essere l’unico a poter autolimitare il proprio potere (“c’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale. La mia mente”), non fa che confermare questo schema e, allo stesso tempo, pronunciare la sentenza definitiva di dissolvimento del principio democratico. Un potente che crea da sé i confini al proprio potere sarà inevitabilmente un sadico. Un uomo la cui funzione principale non è quella di vedere e sentire gli altri, di fare i conti con la loro libertà, ma piuttosto di ridurli ogni volta a un pretesto per confermare il proprio arbitrio, il proprio dominio.

Ecco il filo rosso che lega l’inquietudine del nostro presente all’oscenità di questo passato che emerge. Se a Gaza o a Minneapolis si fanno esperimenti su ciò che sarà il nostro futuro, le case chiuse e festose di Epstein sono state il laboratorio del nostro presente. Luoghi di tortura e di disumanizzazione in cui si è sperimentato quel che adesso possiamo comprendere appieno: che il contrario della democrazia non è semplicemente l’autocrazia, ma il sadismo. Ecco il punto complesso ma inaggirabile che dobbiamo ormai affrontare. Cosa accade quando i confini morali delle democrazie vengono oltrepassati e tutte le relazioni tra esseri umani – compreso l’eros – vengono plasmati a immagine della relazione tra dominatore e dominato? Quando il dominio diventa misura di tutte le relazioni? Quando il sadismo che governava dentro le mura di quelle case diventa la forma complessiva delle nostre città e dei nostri rapporti internazionali? Conviene non fuggire da queste domande, magari con la scusa dell’autonomia del politico. Quell’autonomia si fondava anche sul rispetto di alcuni confini morali che oggi non ci sono più. La politica del sadismo si è sostituita definitivamente alla politica delle democrazie. Le perversioni soggettive sono diventate la misura di tutte le cose.

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