La situazione tragica in cui si trova oggi il mondo poggia su un paradosso clamoroso che non ha precedenti nella storia conosciuta. La più grande potenza militare del pianeta è di fatto comandata e ricattata, per lo meno per la politica estera in Medio Oriente, da un piccolo stato in mano a un gruppo di fanatici assassini millenaristici. Il caso Epstein aggiunge, a quanto era noto sul peso politico della finanza ebraica americana, solo il quadro di una diabolica rete di coinvolgimento stesa dal Mossad su un’ampia fetta di élite USA. E apprendiamo ora da varie fonti, che perfino Steve Witkoff e Jared Kushner, gli immobiliaristi inviati da Trump per trattare sul conflitto in Ucraina e ora con l’Iran, sono “uomini di Israele”. Tuttavia occorre tener conto anche di intrecci più profondi, quelli di natura industriale-militare. Come ha ricordato di recente lo storico Dario Guarascio (Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026), una parte rilevante delle armi prodotte in USA è acquistata da Tel Aviv. Nel 2024 le importazioni da quel paese costituivano il 60% delle importazioni totali. Ma Israele è anche un laboratorio dove sperimentare le nuove tecnologie di guerra e di controllo sociale: «L’occupazione militare a cui sono sottoposti i territori palestinesi e le continue guerre che si succedono in quell’area del mondo sono il “contesto ideale” per valutare sul campo l’efficacia delle nuove applicazioni».
Dunque, la
doppia dinamica condizionamento/connivenza USA è la ragione per cui quello
Stato non osserva nessuna regola del diritto internazionale, non firma
trattati vincolanti (per la Corte Internazionale di Giustizia o Per la Non
Proliferazione Nucleare), bombarda chi vuole (Gaza, Cisgiordania, Siria,
Libano, Yemen, Iran ecc.) nella certezza della assoluta impunità. Nessuno osa
fiatare e non perché Tel Aviv sia militarmente invincibile, ma perché protetto
dal potente amico americano. È vero che il “ricatto” di Israele è anche
coincidente con gli interessi imperiali degli USA in quella regione. Vale a
dire con il prevalere negli strati profondi dell’apparato americano dei
gruppi neocons. Ma spesso la convenienza americana non è così
evidente, come nel caso di questa vera e propria trappola che si è rivelata
l’aggressione all’Iran iniziata il 28 febbraio. Il New York Times ha
svelato il ruolo diretto che ha avuto Netanyahu nel convincere il gruppo
dirigente Maga. E non sono pochi gli analisti, anche americani, i quali
sostengono che oggi l’alleanza con Tel Aviv crea agli USA molti più
problemi che vantaggi. È questo è innegabile.
In effetti
siamo di fronte a un nodo assai complesso di ambiguità del comportamento dei
gruppi dirigenti nella politica estera americana. A volte sembrano
essere gli USA a guidare le danze, altre volte l’iniziativa, oltre che la
capacità di condizionamento, sembrano appartenere a Israele. Io credo che
tale oscillazione dipenda da una ragione forse comprensibile e chiara. È
indubbio che gli interessi imperiali e di espansione unipolare degli USA fanno
di Israele lo strumento privilegiato non solo come avanguardia armata per
favorire la penetrazione geopolitica di Washington, ma anche per colpire i
grandi competitori, Cina e Russia. Lo si è visto nel 2024 con la Siria e ora lo
si vede con la guerra all’Iran. È vero che Trump ha ceduto alle lusinghe di
Netanyahu, ma è anche vero che quell’aggressione fa parte della strategia USA
volta a colpire la Cina, attraverso la strozzatura delle fonti del suo
approvvigionamento energetico. Lo sta facendo oggi, prima colpendo il Venezuela
e ora l’Iran. E tuttavia questa strategia – potentemente favorita dai gruppi
ebraici USA – si attiva quando nello stato profondo prevale l’anima
espansionistica e guerrafondaia. Con la Cina gli americani potrebbero
coesistere accettando realisticamente i nuovi rapporti di forza che la storia
consegna loro. E non senza vantaggi.
Questo
ragionamento, spero non troppo oscuro, ha lo scopo di mostrare le grandi
potenzialità d’azione in questo scenario che l’Europa possiede, ma che non
utilizza con una ignavia e pochezza a dir poco stupefacenti. Tanto più che ci troviamo
in una situazione che è molto simile alla guerra in Ucraina. Quella, come sanno
coloro che non credono alle favole messe in giro da Washington, che ha almeno
un duplice scopo: dissanguare la Russia in un guerra logorante, farla implodere
come l’URSS, spartirla in tanti stati come l’ex Repubblica Socialista di
Jugoslavia, saccheggiarla e collocare nuovi basi militari Nato. Partire da
quella conquista per mettere all’angolo la Cina sarebbe stato il passo
definitivo. Il secondo scopo, che gli aspiranti suicidi dell’Unione Europea si
rifiutano di riconoscere, è tagliare le fonti di approvvigionamento energetico
delle nostre economie, spezzare la potenziale saldatura Russia-Europa in una
minacciosa area economica e geopolitica di dimensioni euroasiatiche.
Ebbene, ancora
oggi niente sembra spingere i governati e la stessa UE verso una qualche
iniziativa politicamente utile. E questo a dispetto della pericolosità
della situazione in Medio Oriente, giunta sino al punto, finora mai toccato,
della minaccia dell’apocalisse atomica, lanciata da Trump all’Iran la notte del
7 aprile. Possibile che una simile evenienza non induca (a parte l’encomiabile
Pedro Sanchez) i governanti d’Europa almeno ad aprire bocca? A protestare per
l’enormità dell’intento, a mettere in guardia dalle conseguenze universalmente
catastrofiche del gesto? E più in generale a denunciare i danni che
quotidianamente ci vengono inflitti? Il blocco dello stretto di Hormuz sta
provocando danni soprattutto all’Europa oltre che agli asiatici, perdite che
diventeranno ingenti in diretta proporzione con la durata del conflitto. Quello
europeo è francamente ancor più desolante dello spettacolo che offrono oggi gli
USA, governati da uno psicopatico collerico, circondato da un piccolo circo
di fanatici dilettanti.
Eppure, sia
l’Unione Europea che i singoli stati hanno in mano i mezzi per condizionare e
limitare efficacemente la politica di Israele. E fanno finta di non
saperlo. Senza muovere mezzi navali, far decollare aerei, spostare truppe,
senza, insomma, sparare un colpo, comminando serie severe sanzioni a
Tel Aviv, i risultati sarebbero stati a mio avviso rilevanti, soprattutto
se protratti nel tempo. Israele è un piccolo paese, tutto armi e tecnologia, ma
non è una potenza economica. Per intenderci: non è la Russia, che ha potuto
assorbire – ma certo non senza danni – le decine di sanzioni occidentali. Restrizioni
economiche, finanziarie, commerciali, da parte dei partner europei indurrebbero
i governanti israeliani a un minimo di ragionevolezza. Pensate quale ruolo
avrebbe potuto giocare l’Europa, senza interventi militari, nel costringere
Israele a non distruggere Gaza e a evitare il genocidio. Certo l’Europa non ha
lo stesso interscambio con Israele degli USA. Ma quella delle sanzioni
economiche non sarebbe solo l’unica, pacifica, ma efficace arma che abbiamo per
uscire da un’impotenza che angoscia la maggioranza degli europei e diventa
complicità nei genocidi in corso. Costituirebbe anche una strada per entrare
con qualche carta in mano nel gioco tra USA e Tel Aviv, fornendo all’Europa un
minimo di protagonismo diplomatico in questo scenario. E allora perché
non si agisce? Per non turbare il padrone americano? È davvero così
nera la vigliaccheria di questi uomini che ci governano? Sono precipitati a questo
punto di ignavia e servitù? O è la sincera amicizia per Israele? Perché se così
fosse oggi non c’è migliore aiuto che si possa dare al popolo israeliano, che
limitare il potere di chi lo governa e lo trascina di guerra in guerra, di
massacro in massacro, come un treno senza guida che corre verso lo schianto.
Nessun commento:
Posta un commento