mercoledì 22 aprile 2026

Perché i governanti d’Europa non sanzionano Israele? - Piero Bevilacqua

La situazione tragica in cui si trova oggi il mondo poggia su un paradosso clamoroso che non ha precedenti nella storia conosciuta. La più grande potenza militare del pianeta è di fatto comandata e ricattata, per lo meno per la politica estera in Medio Oriente, da un piccolo stato in mano a un gruppo di fanatici assassini millenaristici. Il caso Epstein aggiunge, a quanto era noto sul peso politico della finanza ebraica americana, solo il quadro di una diabolica rete di coinvolgimento stesa dal Mossad su un’ampia fetta di élite USA. E apprendiamo ora da varie fonti, che perfino Steve Witkoff e Jared Kushner, gli immobiliaristi inviati da Trump per trattare sul conflitto in Ucraina e ora con l’Iran, sono “uomini di Israele”. Tuttavia occorre tener conto anche di intrecci più profondi, quelli di natura industriale-militare. Come ha ricordato di recente lo storico Dario Guarascio (Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026), una parte rilevante delle armi prodotte in USA è acquistata da Tel Aviv. Nel 2024 le importazioni da quel paese costituivano il 60% delle importazioni totali. Ma Israele è anche un laboratorio dove sperimentare le nuove tecnologie di guerra e di controllo sociale: «L’occupazione militare a cui sono sottoposti i territori palestinesi e le continue guerre che si succedono in quell’area del mondo sono il “contesto ideale” per valutare sul campo l’efficacia delle nuove applicazioni».

Dunque, la doppia dinamica condizionamento/connivenza USA è la ragione per cui quello Stato non osserva nessuna regola del diritto internazionale, non firma trattati vincolanti (per la Corte Internazionale di Giustizia o Per la Non Proliferazione Nucleare), bombarda chi vuole (Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, Yemen, Iran ecc.) nella certezza della assoluta impunità. Nessuno osa fiatare e non perché Tel Aviv sia militarmente invincibile, ma perché protetto dal potente amico americano. È vero che il “ricatto” di Israele è anche coincidente con gli interessi imperiali degli USA in quella regione. Vale a dire con il prevalere negli strati profondi dell’apparato americano dei gruppi neocons. Ma spesso la convenienza americana non è così evidente, come nel caso di questa vera e propria trappola che si è rivelata l’aggressione all’Iran iniziata il 28 febbraio. Il New York Times ha svelato il ruolo diretto che ha avuto Netanyahu nel convincere il gruppo dirigente Maga. E non sono pochi gli analisti, anche americani, i quali sostengono che oggi l’alleanza con Tel Aviv crea agli USA molti più problemi che vantaggi. È questo è innegabile.

In effetti siamo di fronte a un nodo assai complesso di ambiguità del comportamento dei gruppi dirigenti nella politica estera americana. A volte sembrano essere gli USA a guidare le danze, altre volte l’iniziativa, oltre che la capacità di condizionamento, sembrano appartenere a Israele. Io credo che tale oscillazione dipenda da una ragione forse comprensibile e chiara. È indubbio che gli interessi imperiali e di espansione unipolare degli USA fanno di Israele lo strumento privilegiato non solo come avanguardia armata per favorire la penetrazione geopolitica di Washington, ma anche per colpire i grandi competitori, Cina e Russia. Lo si è visto nel 2024 con la Siria e ora lo si vede con la guerra all’Iran. È vero che Trump ha ceduto alle lusinghe di Netanyahu, ma è anche vero che quell’aggressione fa parte della strategia USA volta a colpire la Cina, attraverso la strozzatura delle fonti del suo approvvigionamento energetico. Lo sta facendo oggi, prima colpendo il Venezuela e ora l’Iran. E tuttavia questa strategia – potentemente favorita dai gruppi ebraici USA – si attiva quando nello stato profondo prevale l’anima espansionistica e guerrafondaia. Con la Cina gli americani potrebbero coesistere accettando realisticamente i nuovi rapporti di forza che la storia consegna loro. E non senza vantaggi.

Questo ragionamento, spero non troppo oscuro, ha lo scopo di mostrare le grandi potenzialità d’azione in questo scenario che l’Europa possiede, ma che non utilizza con una ignavia e pochezza a dir poco stupefacenti. Tanto più che ci troviamo in una situazione che è molto simile alla guerra in Ucraina. Quella, come sanno coloro che non credono alle favole messe in giro da Washington, che ha almeno un duplice scopo: dissanguare la Russia in un guerra logorante, farla implodere come l’URSS, spartirla in tanti stati come l’ex Repubblica Socialista di Jugoslavia, saccheggiarla e collocare nuovi basi militari Nato. Partire da quella conquista per mettere all’angolo la Cina sarebbe stato il passo definitivo. Il secondo scopo, che gli aspiranti suicidi dell’Unione Europea si rifiutano di riconoscere, è tagliare le fonti di approvvigionamento energetico delle nostre economie, spezzare la potenziale saldatura Russia-Europa in una minacciosa area economica e geopolitica di dimensioni euroasiatiche.

Ebbene, ancora oggi niente sembra spingere i governati e la stessa UE verso una qualche iniziativa politicamente utile. E questo a dispetto della pericolosità della situazione in Medio Oriente, giunta sino al punto, finora mai toccato, della minaccia dell’apocalisse atomica, lanciata da Trump all’Iran la notte del 7 aprile. Possibile che una simile evenienza non induca (a parte l’encomiabile Pedro Sanchez) i governanti d’Europa almeno ad aprire bocca? A protestare per l’enormità dell’intento, a mettere in guardia dalle conseguenze universalmente catastrofiche del gesto? E più in generale a denunciare i danni che quotidianamente ci vengono inflitti? Il blocco dello stretto di Hormuz sta provocando danni soprattutto all’Europa oltre che agli asiatici, perdite che diventeranno ingenti in diretta proporzione con la durata del conflitto. Quello europeo è francamente ancor più desolante dello spettacolo che offrono oggi gli USA, governati da uno psicopatico collerico, circondato da un piccolo circo di fanatici dilettanti.

Eppure, sia l’Unione Europea che i singoli stati hanno in mano i mezzi per condizionare e limitare efficacemente la politica di Israele. E fanno finta di non saperlo. Senza muovere mezzi navali, far decollare aerei, spostare truppe, senza, insomma, sparare un colpo, comminando serie severe sanzioni a Tel Aviv, i risultati sarebbero stati a mio avviso rilevanti, soprattutto se protratti nel tempo. Israele è un piccolo paese, tutto armi e tecnologia, ma non è una potenza economica. Per intenderci: non è la Russia, che ha potuto assorbire – ma certo non senza danni – le decine di sanzioni occidentali. Restrizioni economiche, finanziarie, commerciali, da parte dei partner europei indurrebbero i governanti israeliani a un minimo di ragionevolezza. Pensate quale ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa, senza interventi militari, nel costringere Israele a non distruggere Gaza e a evitare il genocidio. Certo l’Europa non ha lo stesso interscambio con Israele degli USA. Ma quella delle sanzioni economiche non sarebbe solo l’unica, pacifica, ma efficace arma che abbiamo per uscire da un’impotenza che angoscia la maggioranza degli europei e diventa complicità nei genocidi in corso. Costituirebbe anche una strada per entrare con qualche carta in mano nel gioco tra USA e Tel Aviv, fornendo all’Europa un minimo di protagonismo diplomatico in questo scenario. E allora perché non si agisce? Per non turbare il padrone americano? È davvero così nera la vigliaccheria di questi uomini che ci governano? Sono precipitati a questo punto di ignavia e servitù? O è la sincera amicizia per Israele? Perché se così fosse oggi non c’è migliore aiuto che si possa dare al popolo israeliano, che limitare il potere di chi lo governa e lo trascina di guerra in guerra, di massacro in massacro, come un treno senza guida che corre verso lo schianto.

da qui

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