Il 10 febbraio scorso la
Commissione Europea ha approvato senza condizioni l’acquisizione di Wiz da
parte di Google, conclusa poi a marzo per un valore di 32 miliardi di dollari.
Wiz è un’azienda israelo-americana fondata nel 2020: opera nel settore della
cybersecurity e ha sviluppato una piattaforma che consente alle aziende di
monitorare e proteggere le proprie “superfici di attacco” sul cloud. Tra i suoi
clienti ci sono i servizi cloud di molte grandi aziende globali.
Teresa Ribera Rodriguez,
commissaria europea per la concorrenza, ha dichiarato in una nota ufficiale che
“Google si posiziona dietro ad Amazon e Microsoft in termini di quote di
mercato nelle infrastrutture cloud e la nostra valutazione ha confermato che i
clienti continueranno ad avere alternative valide e la possibilità di cambiare
fornitore”. In termini di concorrenza e rischio di monopolio del mercato,
quindi, nulla osta all’acquisizione da parte dell’azienda di Mountain
View.
Ma è davvero così? Una recente analisi pubblicata a novembre su ArXiv.org
suggerisce che in realtà gli organi di controllo antitrust non siano riusciti a
intercettare la vera portata dell’influenza di Google nel settore digitale
globale, permettendo all’azienda americana di costituire quello che i tre
autori definiscono “l’impero nascosto di Google”.
Secondo gli autori – Aline
Blankertz, Brianna Rock e Nicholas Shaxson – oggi Google “ha accumulato un
impero di oltre seimila aziende che ha acquisito, supportato o in cui ha
investito, nell’economia digitale e non solo”. Tutto ciò sarebbe stato
possibile per una concomitanza di fattori, a cominciare dalla strategia di
Google di sfruttare investimenti di minoranza nelle società che sfuggono agli
organi di controllo e dalle prospettive troppo stringenti che le stesse
autorità antitrust adottano nel giudicare gli investimenti e le acquisizioni.
Google
controlla oltre 6000 aziende
La base di dati principale usata
nello studio proviene da PitchBook, un’azienda specializzata nel fornire dati
sui movimenti di capitale tra aziende. A questa, i tre autori hanno aggiunto
ulteriori ricerche, includendo anche altre aziende della galassia Google
(DeepMind, YouTube, Google Ventures, Google for Startups e altre) e
un’ulteriore analisi delle informazioni fatte circolare dall’agenzia di stampa
Bloomberg.
Dai dati risulta che negli ultimi
15 anni Google ha costruito la sua rete di influenza – che, come detto,
coinvolge migliaia di aziende digitali – a livello globale. Questa circostanza
mette Google in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre Big Tech
digitali e, come ha commentato un’autrice dello studio, l’economista tedesca
specializzata in piattaforme digitali Aline Blankertz a Guerre di Rete via
email, rappresenta “un’enorme concentrazione di potere”. La differenza rispetto
a situazioni simili che si sono verificate, per esempio, nel settore
finanziario, “sta nel fatto che Google esercita un’influenza molto diretta sui
tipi di tecnologie da sviluppare, che sono solo quelle che avvantaggiano il suo
modello di business”, continua Blankertz. “Questo le consente di permeare un
numero ancora maggiore di ambiti della vita [delle persone] senza dover rendere
conto della propria influenza, poiché tali investimenti non sono soggetti ad
alcun tipo di supervisione”.
Nel suo database, PitchBook distingue, infatti, tra “acquisizione”, cioè la presa del controllo di un’azienda da parte di un’altra attraverso l’acquisto di quote di capitale, e gli “investimenti”, in cui l’acquisto di capitale dà invece diritto a una percentuale inferiore al 15% nei diritti di voto all’interno dei consigli di amministrazione. Seguendo questa distinzione, gli autori hanno analizzato il comportamento di Google tra il 2010 e il 2024.
I dati raccontano un incremento
della strategia di investimento e una progressiva diminuzione delle
acquisizioni e delle fusioni nello stesso periodo.
Un altro fattore importante è che non tutte le aziende in cui Google investe
sono nello stesso settore, pur facendo comunque parte del mondo della
tecnologia digitale. Ciò consente a Google di esercitare un controllo che non è
verticale, ma più simile a un “controllo ecosistemico”, restando però sotto il
radar delle autorità di controllo.
Delle quasi 6000 aziende in cui ha
investito rimanendo sotto la soglia fatidica del 15% dei diritti di voto in
CdA, molte sono state sostenute da Google non solo attraverso capitale, ma
anche risorse: crediti cloud, mentoring, accesso all’ecosistema.
Il risultato è una forma di
“controllo senza proprietà”: Google non possiede le startup, ma ne orienta le
tecnologie e i modelli di business. E mentre queste si appoggiano sempre più
alla sua infrastruttura, finiscono per rafforzarne la posizione sul mercato.
Poiché l’antitrust si concentra soprattutto su fusioni e acquisizioni, questa
rete di investimenti sfugge in gran parte ai controlli. Così facendo,
l’influenza di Google sull’economia digitale mondiale si sarebbe espansa
grandemente senza incontrare ostacoli.
Il
caso di DoubleClick
All’interno della strategia di
Google, le acquisizioni continuano comunque ad avere un peso importante,
nonostante il loro numero ridotto negli anni. Non tanto per l’acquisizione
diretta di fette di mercato in settori vicini, ma soprattutto per
l’integrazione tecnologica. Per spiegare meglio come funzioni, gli autori
dell’analisi descrivono il caso di studio dell’acquisizione di DoubleClick
avvenuta nel 2007.
DoubleClick era un’azienda
americana nata nel 1995 e specializzata nei servizi di pubblicità online. I
regolatori americani ed europei che dovevano esprimere un parere
sull’acquisizione non individuarono problemi perché ritenevano che Google non
avesse abbastanza potere sul mercato e la competizione sarebbe rimasta
alta.
In particolare, la Federal Trade
Commission statunitense (FTC), respinse “la preoccupazione che Google potesse
integrare la propria offerta di pubblicità online con il software di
DoubleClick, discriminando così la concorrenza”, perché non sarebbe stata una
scelta economicamente vantaggiosa. Eppure è esattamente quello che è successo.
Google ha progressivamente integrato DoubleClick nel proprio ecosistema
pubblicitario, diventando l’attore dominante dell’intero panorama della
pubblicità digitale. Con il paradosso che negli anni successivi le autorità hanno
accusato Google di favoritismo e condotta anticoncorrenziale, con pesanti
sanzioni dell’antitrust.
Secondo Blankertz e gli altri
autori, la lezione da portare a casa da questo “peccato originale” è che gli
enti regolatori sottostimano l’integrazione verticale. Concentrandosi sul lato
economico delle acquisizioni, le autorità si preoccupano soprattutto delle
“acquisizioni orizzontali”, cioè aziende simili che operano nello stesso
settore di mercato e che, fondendosi, ne potrebbero controllare una fetta
troppo grossa, penalizzando la concorrenza.
Le “acquisizioni verticali” sono
invece quelle che prevedono di acquisire un fornitore, un cliente o un soggetto
di un altro anello della catena di approvvigionamento. Per capire meglio la
differenza, nell’articolo viene fatto un esempio relativo al settore agricolo:
“L’acquisizione di un altro produttore di pesticidi da parte di un produttore
di pesticidi potrebbe sollevare preoccupazioni di natura orizzontale, mentre
l’acquisizione di un produttore di semi di soia e mais da parte di un
produttore di pesticidi solleverebbe preoccupazioni di natura verticale”. In
questo secondo tipo ricade anche l’acquisizione di DoubleClick da parte di
Google, che, di fatto, ne ha acquisito la tecnologia integrandola nel proprio
ecosistema.
Il
caso FitBit
Acquisire una tecnologia entrando
in società con un’altra azienda è il tema anche dell’altro caso di studio
presentato, quello relativo all’acquisizione di FitBit nel 2020. FitBit era
un’azienda che operava acquisendo dati relativi alla salute dei clienti e
monitorando le loro abitudini.
Seppure con alcune riserve, sia la
Commissione Europea che l’FTC hanno approvato l’operazione, a patto che Google
si impegnasse a prevenire un uso improprio dei dati sulla salute dei clienti e
che si impegnasse a garantire una competizione equa nel mercato. Gli enti
regolatori erano preoccupati che Google potesse utilizzare i dati sensibili di
FitBit relativi alla salute e al fitness per rafforzare la propria posizione
dominante nella pubblicità online, limitare l’accesso dei concorrenti ai dati o
al software e sfruttare il proprio ecosistema Android nel mercato dei
dispositivi indossabili.
Google ha accettato senza troppi
problemi le indicazioni, perché quelle preoccupazioni erano lontane dal toccare
il suo vero interesse strategico. Google sembra infatti aver consentito il
declino di FitBit, come dimostrano il calo degli utenti, la riduzione delle
vendite e la minore rilevanza del prodotto. Nel frattempo, ha spostato
l’attenzione sui propri dispositivi e partnership, come il Pixel Watch e le
collaborazioni con Samsung nel settore dei dispositivi mobile.
Questo risultato suggerisce che
l’acquisizione potrebbe aver funzionato come una “killer acquisition”,
neutralizzando un potenziale concorrente anziché rafforzarlo. Il problema,
quindi, è che se i regolatori si concentrano solamente sui risvolti di economia
“classica” delle acquisizioni e delle fusioni, possono completamente perdere di
vista la reale strategia tecnologica che sottostà alle operazioni finanziarie.
Il
ruolo della politica e della policy
Attraverso questo “impero
nascosto”, avvertono gli autori dello studio, Google si trova in una posizione
dominante per indirizzare lo sviluppo della tecnologia del prossimo futuro.
Ovviamente, cercando di spingerla verso una direzione che sia il più
profittevole possibile per sé stessa. Ma c’è uno spostamento importante che
viene rilevato.
Fino a pochi anni fa, Google
provava ad assumere una posizione dominante nel mercato grazie al suo peso in
termini economici. Oggi, dopo lo spostamento di strategia descritto, Google
starebbe cercando di aumentare la propria rilevanza attraverso un posizionamento
strategico in settori chiave, come per esempio quelli dell’AI,
dell’infrastruttura della cybersecurity e del cloud. Tutti centrali anche
nell’acquisizione appena confermata di Wiz.
Inoltre, Google sta acquisendo
ancora più centralità attraverso una relazione sempre più stretta con gli
uffici governativi americani. L’attività di lobbying presso il governo
americano è tale per cui, scrivono gli analisti nel paper, “Google presenta le
proprie tecnologie cloud e di intelligenza artificiale come indispensabili per
affermarsi a livello geopolitico. Questo crea una situazione in cui il governo
potrebbe sentirsi in dovere di soprassedere su alcuni dubbi relativi
all’espansione di Google e, al contrario, impiegare le proprie risorse per
rafforzare l’azienda, invece che controllarla e limitarla”. In questo senso,
“l’acquisizione di Wiz può essere considerata un caso di studio per questa
dinamica emergente”. E che sembra rappresentare il nuovo paradigma in cui è
intenzionata a operare Google.
Si può intervenire in termini di
policy, magari provando a limitare questo tipo di operazioni da parte di un
attore del mercato? Aline Blankertz non nasconde il suo pessimismo: “Il
problema è che siamo troppo in ritardo. Se vogliamo creare un mercato in cui le
aziende europee possano competere nel settore digitale e in cui i governi
possano contare su un’infrastruttura digitale sicura, dobbiamo prendere in
considerazione interventi efficaci come lo smembramento delle imprese”. Come a
dire: non essendo riusciti a prevenire questa situazione, adesso si dovrebbe
rompere un sistema già consolidato. Non sarà facile.
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