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martedì 27 settembre 2022

la morte a scuola

L'abominio Alternanza scuola-lavoro: sui stupefacenti cordogli del PD - Paolo Desogus

L’alternanza scuola-lavoro è tra le riforme più reazionarie e stupide che siano mai state approvate dal parlamento italiano. Sottrae tempo allo studio, offre un’immagine distorta del lavoro, dell’istruzione e del loro rapporto. Si tratta di una riforma figlia di un’ideologia utilitaristica che pezzi importanti dell’establishment hanno sponsorizzato tramite le sue fondazioni con l’intento di smantellare la scuola pubblica. Inoltre è tremendamente classista: difficilmente gli studenti del liceo finiscono per fare il loro stage in fabbrica.

A questo si aggiunge un ulteriore dato. L’alternanza scuola-lavoro mette a rischio la vita dei ragazzi che invece di studiare sono costretti a passare per questa finta attività formativa.

Trovo allora stupefacente che Enrico Letta si rammarichi o che altri esponenti del PD esprimano cordoglio o altro. Questi insulsi della politica, fanatici liberisti mal travestiti da moderati, votabili solo da un elettorato di rimbambiti, hanno elaborato e approvato in Parlamento questa legge infame. Il Pd e gli esponenti che se ne sono distaccati con Renzi hanno le mani sporche di sangue dei ragazzi rimasti uccisi durante l’alternanza scuola-lavoro. Dovrebbero avere la decenza di stare zitti e di nascondersi per sempre.

da qui


Alle cinque della sera Lamento per Giuliano De Seta – Gianni Giovannelli

Son cussì disgrazià che pianzo tanto,

Né so se gò dirito ai sfoghi e al pianto,

Giacomo Ca’ Zorzi Noventa

(Versi e poesie, pag. 173)

Milano, Edizioni di Comunità, 1956

Alle cinque della sera, in un reparto della piccola fabbrica metalmeccanica BC Service, nel cuore del laborioso nord-est, a Noventa di Piave, è morto Giuliano De Seta, diciotto anni appena compiuti, ultimo anno all’Istituto Tecnico Leonardo Da Vinci (Portogruaro). Per poter conseguire il diploma il giovane studente doveva, necessariamente, documentare qualche centinaio di ore di prestazione gratuita nell’ambito del programma di alternanza scuola-lavoro; e così, alle cinque della sera, mentre stava eseguendo le tassative disposizioni ministeriali, Giuliano De Seta ha perso la vita, schiacciato da una lastra d’acciaio, solo, senza scampo. Lo demas era muerte y solo muerte a las cinco de la tarde.

La cosiddetta alternanza fu introdotta con una legge chiamata “buona scuola”, la 107/2015, commi da 33 a 45, quando ministro in carica era Stefania Giannini, in quota “tecnica” legata al gruppo parlamentare  del senatore Monti, durante il governo Renzi. Il comma 36 escludeva qualsiasi onere per la finanza pubblica e assegnava al dirigente scolastico la responsabilità di individuare le imprese presso le quali il lavoro gratuito obbligatorio si sarebbe in concreto materializzato, anche con riferimento ai problemi della sicurezza.  Le linee guida attualmente in vigore sono quelle contenute nel decreto ministeriale n. 774 del 4.9.2019, a firma di Marco Bussetti, indipendente di area leghista, quando era in carica il governo gialloverde guidato da Conte e Salvini; si applica altresì la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti varata con il decreto interministeriale 3.11.2017 n. 195. Non è stato reso noto, nell’immediatezza, con chiarezza e trasparenza, il testo della convenzione fra scuola e impresa che si riferisce all’assegnazione di Giuliano De Seta presso B.C. Service s.r.l.; sappiamo solo – lo ha riferito la dirigente scolastica Anna Maria Zago – che questa società collaborava da tempo con l’ITIS Leonardo Da Vinci. Ancora ignote sono invece le generalità del tutor interno e del tutor esterno, soggetti che secondo l’articolo 4 delle linee guida avrebbero dovuto interagire costantemente fra loro e tenere sotto controllo l’attività svolta. Ma alle cinque della sera, in quel drammatico venerdì 16 settembre, non c’erano, mentre la muerte puso huevos en la herida. Ci pare davvero difficile rinchiudere questo terribile accaduto nel recinto della fatalità, della semplice disgrazia imprevista e imprevedibile. Il quadro che caratterizza la vicenda è quello di responsabilità plurime, di comportamenti tollerati dalle istituzioni dello stato, concretando quella che con suggestiva immagine venne qualificata complicità ambientale. Da molti anni, troppi ormai, l’impunità sostanziale accompagna ogni morte sul lavoro, sia per esposizione all’amianto, sia per consapevole rimozione dei dispositivi di sicurezza, sia, come in questo caso, per una mal concepita, e mal eseguita, alternanza di studi e lavoro. Chi ha imposto l’alternanza come obbligatoria al fine di conseguire il diploma ha costruito una fitta ragnatela di regole ben difficilmente applicabili (anche, ma non solo, per mancanza di fondi), volutamente dimenticando un idoneo conseguente apparato di sanzioni. Non è questione di invocare un giustizialismo inutile e insensato, come presumibilmente suggerirà la critica interessata dei giuristi ingaggiati dalle associazioni datoriali o da pseudo-sindacalisti foraggiati; è piuttosto la constatazione di come si sia consolidata nel tempo una cultura giuridica e legislativa di appoggio a chi reprime le lotte dei precari nella logistica o le proteste contro il TAV in Val di Susa, ma al tempo stesso reticente nel contrasto di inquinamenti, omicidi sul lavoro, riciclaggi, bancarotte. Per i primi compare sempre più frequentemente l’addebito di associazione per delinquere, per gli altri la conclusione, per una ragione o per l’altra, è l’impunità.

Noventa di Piave era il borgo in cui era nato uno dei più importanti poeti dialettali del secolo scorso, Giacomo Ca’ Zorzi. Amava la sua terra e per questo volle firmarsi “Noventa”. Era un convinto cattolico liberale, antifascista nel ventennio, legato a Croce e a Gobetti; non certo un comunista, ma ugualmente sensibile e attento a quel che avveniva nei ceti popolari. Giuliano, nato in una famiglia di lavoratori emigrati dalla Calabria, viveva a Ceggia, un paese in cui negli anni Sessanta aveva messo radici Potere Operaio. Questa morte, alle cinque della sera, in un piccolo triangolo di territorio veneto capace di lotte sociali e sottomissioni, pronto sempre a lavorare senza risparmio nella speranza di migliorare il destino della collettività, ci deve far riflettere. Magari potrebbe diventare un grimaldello per superare questa bonaccia di apatica rassegnazione in cui siamo caduti, per riaprire una porta sul futuro.

Giovanni Cagnassi, cronista per La Nuova di Venezia e Mestre, il 17 settembre, commentando l’incidente ha così descritto  B.C. Service s.r.l.: “una di quelle aziende specializzate e poco sindacalizzate che sono la spina dorsale dell’economia del territorio e di una zona industriale molto attiva”. L’articolo rende bene il contesto, ci fa comprendere le ragioni profonde della complicità ambientale in cui si radica il consenso e non trova ostacoli una organizzazione neoliberista che in poco conto tiene la vita umana. I genitori della vittima vanno rispettati, nella loro identità e nel loro dolore; e anche nel loro procedere prudentemente, senza proclami. Al tempo stesso vanno sostenuti, evitando ogni strumentalizzazione, quando dicono: “Non ce la sentiamo di esprimerci finché la magistratura non avrà accertato l’esatta dinamica dei fatti. Però, è ovvio, vogliamo sapere la verità su come sia stato possibile che la vita di nostro figlio finisse in questo modo”.

Non credo sia possibile condividere tanta fiducia negli accertamenti della magistratura, a fronte di una inaccettabile incapacità, nella gran parte dei casi, di pervenire rapidamente all’individuazione dei responsabili. E penso sia bene invece esprimersi subito, qui e ora, incalzando senza sosta, perché la “verità”, in casi come questo, è per sua natura ribelle, se non anche rivoluzionaria. E allora potremmo procedere alla redazione di un testo in cui si chiede, ora, che sia reso di pubblica conoscenza il testo della convenzione (deve farlo Anna Maria Zago che dirige l’ITIS Da Vinci di Portogruaro) e che diano subito la loro versione, previa identificazione, i due tutor. I genitori hanno riferito al giornalista del Corriere Andrea Priante (18 settembre, pagina 23) che Giuliano aveva lavorato come operaio presso la B.C. Service s.r.l. nei mesi di luglio e agosto con un regolare contratto di apprendistato. Lascia perplessi un contratto di apprendistato di due soli mesi, fra l’altro risolto proprio quando ebbe poi inizio lo stage di alternanza. Che senso abbia poi un breve stage di alternanza dopo due mesi di lavoro è un bel mistero; certamente va acquisita anche tutta la documentazione relativa a questo contratto (dall’aria assai poco regolare se la descrizione risultasse esatta)  e la direttrice Anna Maria Zago (con i due tutor) dovrebbe sentirsi tenuta a spiegare come le due prestazioni siano state ritenute compatibili. L’assegnazione ad un’impresa metalmeccanica rientra fra quelle a rischio elevato secondo le norme che regolano l’alternanza; dunque era necessario un congruo periodo formazione in presenza, con una idonea informazione sui rischi. Lo svolgimento dell’attività  lavorativa gratuita prima dell’inizio dell’anno scolastico induce qualche perplessità.

Vogliamo provare ad intervenire con appelli e proteste? Questo Lamento per Giuliano De Seta, archiviata la malinconica campagna elettorale, potrebbe essere  un modo per ritrovarci.

da qui


domenica 12 gennaio 2020

Il furore di sfruttare e di accumulare – Gianni Giovannelli, Turi Palidda




Il diavolo è un ottimista
 se crede di poter peggiorare
gli uomini
Karl Kraus

            Solo chi è prigioniero dell’ideologia dominante può accettare con felice soddisfazione l’odierna struttura dell’economia e dei rapporti sociali. Il sistema di comunicazione costruito dal liberismo contemporaneo ha trasformato la rappresentazione in realtà e il mondo sembra, nonostante tutto (come sussurrano prudentemente i più critici), un porto felice, o, quanto meno, l’unica vita possibile nel terzo millennio. La servitù volontaria, nata per contrastare il timore dell’esclusione e della miseria, rende ciechi, impedisce di vedere gli effetti di una quotidiana violenta prevaricazione che caratterizza il meccanismo di estrazione del valore. L’esame, nudo e crudo, dell’esistenza di gran parte delle persone che ci circondano dovrebbe invece rendere palese la verità: quella di un oggettivo accanimento, di uno sfruttamento crudele e senza freni inibitori, a volte perfino inspiegabile nella sua sostanziale irragionevolezza. Non a caso viene evocato il concetto di neoschiavitù per descrivere le insostenibili condizioni in cui si trovano i soggetti soggiogati dai funzionari del capitalismo ultraliberista.
Era prevedibile questo scenario, a ben pensarci. La concezione liberista della società tende ad esasperare ogni cosa, perfino le modalità dello sviluppo e l’idea del cosidetto progresso. L’esasperazione travolge davvero tutto: il libero arbitrio dell’imprenditore, del padrone e del sottopadrone, del caporale, e ancora omologa i comportamenti dei gendarmi, dei lobbisti, dei politici e delle banche. Tutto si tiene ancor più di prima. L’abuso e la violenza sono tornati ad essere, come spesso accade nel tempo delle transizioni, lo strumento istituzionale, percepito come necessario e non evitabile, richiesto ai funzionari delle polizie e ai tutori dell’ordine pubblico. Il popolo degli illegalismi esprime uno stato che li garantisce e approva sia le grandi opere devastatrici come la TAV sia l’accanimento dello sfruttamento. Un ordine che pubblico non è di certo e che coincide invece con la rimozione di qualsiasi ostacolo si frapponga alle esigenze dello sfruttamento; dunque è sua logica conseguenza la crescente predilezione per l’intolleranza (tolleranza zero), per la punizione esemplare, per l’esclusione, per il carcere per chi cerca di resistere anche se è una 73enne come Nicoletta Dosio. Sempre più spesso i soldati del sistema liberista si abbandonano ad esporre le loro prede come un trofeo, utilizzando perfino lo strumento del media mentre l’impunità per i loro illeciti garantisce la legittimità dell’agire per il supersfruttamento.
Lo sapevamo. In un quadro complessivo come quello attuale il cosiddetto “sviluppo dell’imprenditorialità degli immigrati” tende a produrre, insieme, un nuovo caporalato etnico, strumento ideale per il supersfruttamento e per la neo-schiavizzazione di lavoratori con le stesse origini etniche dei loro caporali. Siamo costretti a constatare come la realtà sia andata oltre l’immaginabile. Il recente caso degli appalti navali Fincantieri, a Marghera e Monfalcone, dimostra che si è consolidato ormai un sistema di reclutamento e gestione della manodopera a carattere transnazionale. Non si tratta solo di mazzette cospicue versate per ottenere gli appalti o di lauti compensi pagati a chi organizza il rastrellamento dei lavoratori stranieri, ma di uso spregiudicato e criminale del corpo stesso di chi viene piegato al lavoro, di chi subisce le conseguenze di questa spietata estrazione di profitto. I caporali del liberismo, per garantire livelli estremi di produzione, non esitano a somministrare alle loro vittime bengalesi pastiglie di Yaba, la cosiddetta  droga di Hitler con cui i militi del terzo Reich vincevano la fatica. Buste paga falsificate e spaccio di metanfetamina sono la cassetta degli attrezzi impiegata dal neoliberismo; e il furore di sfruttare rende i loro funzionari indifferenti rispetto alle conseguenze, agli accertati fenomeni di suicidio per l’ansia, la depressione, la disperazione provocate dai farmaci (come accaduto pure ad alcuni Sikh nelle campagne di Latina). Un altro recente caso scoperto riguarda il supersfruttamento e il caporalato anche etnico in Calabria sempre nello stesso posto dove da anni si sa delle condizioni allucinanti di lavoro e di vita degli immigrati destinati alla raccolta degli agrumi (sempre attraverso la rete di cooperative e caporalato). “I braccianti erano costretti a lavorare giornate intere nei campi e negli agrumeti della Piana di Gioia Tauro, 7 giorni su 7, festivi compresi, per 10-12 ore consecutive, con pause contingentate e sprovvisti di qualsivoglia dispositivo di protezione individuale e di tutela della salute per 1 euro a cassetta o qualche decina a giornata, senza limite di orario se non quello imposto dalle ore di luce. Una giornata di lavoro infinita, che iniziava rischiando la vita sui vetusti e stracarichi van con cui i caporali li accompagnavano nei campi, costringendoli a viaggiare persino nel bagagliaio o su sedili inventati con un secchio o un asse per massimizzare i profitti del trasporto. E anche fra le tende del ghetto c’era sfruttamento. Diverse donne – è emerso dall’indagine della magistratura- erano costrette a prostituirsi da un uomo di origine liberiana ogni sera le portava come pacchi al ghetto, mettendole a disposizione di chi ne avesse voglia. Schiave in tutto e per tutto dell’uomo, le ragazze erano poi costrette a versare anche la maggior parte dei compensi ricevuti” (vedi qui).
La formazione dei professionisti del sommerso
Mentre celebri sociologi inneggiavano al genio italiano, elogiando i “distretti” della “terza Italia” e magnificando il made in Italy, già negli anni Ottanta e ancor di più negli anni Novanta si è consolidata e legittimata l’economia sommersa, è nato – e presto cresciuto – prima un caporalato postmoderno, poi anche quello etnico. Fra Firenze e Prato abili avventurieri cinesi hanno preso il posto dei tradizionali artigiani locali, sino a sviluppare un “distretto” semisommerso di enorme dimensione, hanno introdotto con disinvoltura, arroganza e violenza una nuova schiavitù che produce sia per le principali imprese sia per le vendite ambulanti abusive, così da raggiungere una rete diversificata di consumatori (si vedano fra altri vari videoreportage anche su youtube e fra essi quelli di RAI Report già negli anni ’90). Un processo similare è avvenuto in Campania (nel territorio napoletano specialmente) e nella pianura padana. Esigenze di spettacolo politico hanno scatenato, al tempo stesso, una sorta di caccia spietata ai venditori di merci qualificate come contraffatte, ma in realtà quasi sempre del tutto identiche a quelle vendute nelle boutiques di lusso o consegnate mediante ordine on line nel circuito di Amazon. La caccia all’abusivo, con rumorose pressioni sui sindaci e sull’apparato di polizia, rassicura l’acquirente della merce offerta clandestinamente (si convince del buon affare) e al tempo stesso gratifica il consumatore ligio alle norme che paga e al tempo stesso invoca punizioni esemplari. Nella società dello spettacolo anche la merce esige una messa in scena, nella produzione e nella vendita.
Nei laboratori emiliani capi di abbigliamento asiatici o africani vengono ritoccati da bengalesi e pakistani; con l’aggiunta di un bottone, di una qualche etichetta, di un fregio, o del chip delle grandi marche: diventano firmate e ad ogni effetto made in Italy. E i caporali delle cooperative, spesso con l’aiuto militare della criminalità, ricavano profitti milionari. Li affianca un nuovo stuolo di professionisti, specializzati nell’offrire sotterfugi e idee al fine di facilitare le cosiddette delocalizzazioni, a cascata, senza sosta sia in Italia sia in diversi paesi “terzi”. Non esiste più il tradizionale luogo della prestazione e non esiste più neppure orario o salario. Il movimento è costante, l’esercito dei lavoranti si sposta con rapidità, muta la sua composizione, si sostiene con le metanfetamine, accetta le condizioni imposte; arrivano le commesse e la struttura si adegua cambiando ciò che va cambiato, senza più certezze. Nel sommerso agiscono magliari postmoderni, inventori e sperimentatori di truffe, maestri dell’evasione fiscale e di reati finanziari, magari esuli provenienti da lontani paesi per sfuggire alle condanne e collegati a partners in territorio italiano. Sono i nuovi negrieri, gente senza scrupoli, pirati con il furore di accumulare ricchezza sfruttando il prossimo, incuranti di corpi e destini. Sono persone in grado di trovare a chi vendere un’intera fabbrica di scarpe o a chi subappaltare la produzione di prêt-à-porter in Tunisia o in Turchia o altrove, di costruire un quartiere, di movimentare merce, di assemblare pezzi. Ma sono anche persone capaci di organizzare i trasferimenti dei pagamenti tramite banche (non solo svizzere) e di raggiungere i paradisi fiscali.
In piccolo, a volte in forma un po’ raffazzonata, ci troviamo di fronte ad una sorta di imitazione del sistema Benetton, quello che produce tutto delocalizzando, grazie anche alle connivenze nelle dogane estere o italiane, ma sempre lasciando ad altri, in silenzio, simili necessità. L’importante è evitare ogni violazione delle norme comunitarie, delle regole di mercato, sottraendosi alle sanzioni nazionali e internazionali. La piattaforma provvede, senza ideologia, a distribuire il lavoro e a coniugare il massimo profitto, il miglior rapporto fra prezzo e qualità della merce da piazzare. E’ un sistema capace di utilizzare lavoranti a domicilio in sperduti villaggi tunisini o grandi fabbriche, come Rana Plaza (Bangladesh), quella che nel 2013 rovinò e lasciò senza vita 1.129 lavoratori, oltre a 2.515 feriti, vittime inermi e rimaste senza giustizia. Persino qualche piccola impresa del varesotto, già all’inizio degli anni Novanta, aveva scoperto la via della delocalizzazione, collocando in paesi a basso costo la produzione di biancheria intima. Il proprietario era a modo suo un esploratore, non parlava alcuna lingua straniera e non sapeva nulla di come funzionava giuridicamente l’operazione, ma il profitto lo aveva visto subito. Abili intermediari si occupavano di tutto, a costi convenienti, quasi senza rischi, visti i guadagni tratti da tale scelta e il benefit ulteriore connesso al mancato pagamento di tasse e contributi. Grazie alle novità del neoliberismo si potevano godere i benefici, senza il fastidio di personale costoso e riottoso, con pochissimi addetti d’ufficio, in uno stabilimento pulitissimo, supermoderno in cui la merce veniva solo inscatolata (naturalmente dai somministrati o dai soci di cooperativa).
La gran parte di queste delocalizzazioni, siano esse piccole, medie o grandi, non si sono realizzate certo per virtù dello spirito santo e neppure sono il frutto di casualità e improvvisazione. Sono invece opera di uno stuolo di professionisti specializzati, di esperti nel settore dell’economia sommersa, organizzati in gruppo e capaci di intrecciare le milizie del caporalato con le catene migratorie in questo costante processo di smantellamento dello stato sociale, attuando al tempo stesso astute pratiche per realizzare in concreto elusione del fisco e in generale sottrazione ai controlli. Tutti i settori d’attività sono pervasi dall’intreccio fra lecito e illecito, semi-sommerso e sommerso. Così come i prodotti dei grandi marchi sono fatti in fabrichette semi-clandestine, la produzione agricola intrisa di caporalato alimenta le grandi catene di supermercati. L’illegalità diviene così una componente stabile dell’apparato economico legittimo, al punto che la stessa Comunità europea chiede di inserire nel calcolo ufficiale del prodotto interno lordo anche la stima del sommerso (ma spesso solo della metà e i sindacati prendono per buono quanto dice l’Istat in proposito). Il processo penale a carico dei dirigenti ENI o Finmeccanica, a prescindere dalle responsabilità personali di singoli soggetti, ha chiarito la necessità della corruzione per l’acquisizione dei contratti e per ottenere concessioni o appalti. I tecnici debbono non solo conoscere in dettaglio la materia, ma anche chi corrompere, al momento giusto e nell’ingranaggio giusto, muovendosi all’interno delle dogane, dei ministeri, degli ispettorati del lavoro, delle trattative sindacali, sia in Italia sia all’estero, in Europa e nel pianeta.
La vicenda di Fincantieri merita attenzione per comprendere appieno l’articolazione stupefacente di un’attività svolta al confine fra lecito e criminale. Alì Md Suhag è un bengalese di 35 anni, con il ruolo di legale rappresentante della società appaltatrice Venice Group srl; si incaricava di effettuare lavorazioni di carpenteria sulle gigantesche navi crociera negli stabilimenti Fincantieri di Marghera. Alì è diventato uno dei personaggi-chiave che caratterizzano l’inchiesta giudiziaria della procura veneta nel corso della quale va emergendo una sequenza di fatti davvero eclatanti. Per ottenere gli appalti da Fincantieri, e poi il successivo rinnovo, era necessaria la copertura complice dei funzionari della committenza che dovevano di fatto accettare mezzi illeciti di gestione dell’attività. Fincantieri è un’impresa pubblica, controllata per il 71,6% dal ministero delle finanze; il maggiore azionista dunque riveste il duplice ruolo di controllore e controllato! Il suo presidente, Giampiero Massolo, viene dalla carriera diplomatica, era il direttore dello speciale delicatissimo dipartimento delle informazioni per la sicurezza (D.I.S.), il cuore del sistema in materia di tutela amministrativa del segreto di stato. Naturalmente è un membro della Trilaterale, siede nel comitato esecutivo di Aspen Italia, partecipa a Bilderberg. Non possiamo ritenerlo un soggetto ingenuo, distratto, sprovveduto. Tramite funzionari Fincantieri, Alì Md Suhag era il suo interlocutore; per conservare la posizione elargiva doni e somme considerevoli ai funzionari del cantiere di stato, tutti al loro posto. Ovviamente sorgono subito alcune domande a grappolo, quasi ovvie: ma come ha fatto questo bengalese di 35 anni a fondare e controllare un’impresa italiana, a intrecciare relazioni, realizzando compromessi d’affari e corrompendo i pubblici funzionari di Fincantieri? E per quali ragioni questi funzionari hanno scelto fra mille questuanti proprio questa impresa subappaltatrice? Il medesimo meccanismo lo si ritrova anche nelle altre sedi di Fincantieri; appare dunque evidente che non si tratta di un mero incidente di percorso, ma di una strategia aziendale consapevole e voluta. Alle imprese subappaltatrici si chiede innanzitutto di assicurare prestazioni a costi sempre più bassi e un maggior rendimento; il procedimento d’ingaggio comporta qualche mazzetta in favore dei funzionari incaricati di preparare i contratti, è una conseguenza inevitabile, collaterale, da gestire con discrezione, in fondo una garanzia di fedeltà e di disponibilità da parte dell’appaltatore. Ogni singolo Alì deve del resto provvedere alla pace sociale e sindacale nel cantiere, o con la minaccia o con i regali. Il sistema funziona solo se almeno in parte sconfina nell’illegalità.
Alì Md Suhag, con il suo savoir-faire, non cade dal cielo, è un abile faccendiere, un mediatore che ha perfettamente imparato a barcamenarsi nell’universo transnazionale del moderno neoliberismo, amico di sindacalisti disponibili, generoso con gli esponenti politici di destra o di sinistra. Alì ha fatto tesoro delle delocalizzazioni nel suo Bangladesh e si è calato con il bagaglio di esperienza nel vasto bacino dell’immigrazione in territorio italiano; ha ben compreso come l’offerta di manodopera immigrata possa essere molto appetibile, sino a diventare una manna. Lo hanno scoperto anche i dirigenti Fincantieri, sin da quando, già decenni or sono, si sono decisi a utilizzare il subappalto, riducendo via via, il numero dei dipendenti diretti a tempo indeterminato, aprendo le porte al lavoro nero degli operai italiani e stranieri. Alì Md Suhag si è facilmente collegato con i reclutatori, con i fornitori di braccia pronte a sopportare ogni sacrificio, compresa l’assunzione prolungata della droga di Hitler pur di aumentare la produttività. Un trafficante bengalese di immigrati a lui collegato provvede, quasi per caso, anche al commercio clandestino di Yaba. Alì ha bisogno di estrarre la massima efficienza, tagliando i tempi e allungando la giornata lavorativa, per poter rispettare gli accordi con Fincantieri, per tenersi buoni i funzionari collusi, per garantirsi il guadagno; ancora una volta prevale il furore di accumulare e di sfruttare. L’inquadramento di una simile manodopera è per forza di cose connesso alla gabbia etnica, lo strumento che obbliga ad accettare ogni condizione, quindi anche pochi euro per ora, magari per 12 ore al giorno, confidando in una qualche integrazione forfettaria a fine cantiere. Alì Md Suhag sa ridurre al massimo i costi del lavoro, conosce la via per incrementare la produttività, non arretra neppure di fronte all’uso di Yaba, paga senza fiatare cospicue mazzette ai funzionari per non venir estromesso dall’affare. Il corpo dei bengalesi schiavizzati non è affar suo, il loro destino individuale esce dal suo orizzonte, non lo riguarda. Amitar Ghosch, nel suo ultimo romanzo (Gun Island) descrive con efficacia la comunità bengalese a Venezia, l’impiego nell’edilizia, i piccoli uffici in cui vengono assegnati i lavori e si compongono le controversie; a volte il romanziere riesce a cogliere la realtà meglio e più a fondo dei sociologi e degli economisti.
In tutta la vicenda Fincantieri (Marghera, Monfalcone e Genova) appare evidente che non si tratta solo di un piccolo magliaro, di un qualsiasi padroncino, di qualche funzionario e dei suoi caporali; emerge invece un sistema sul quale si regge l’economia reale complessiva, con la parte contabilizzata e quella semi-sommersa; ne fanno parte anche le grandi imprese statali come Fincantieri. I vertici di questa struttura ha consapevolezza degli strumenti utilizzati dai loro sottoposti ma si lascia credere che questo avvenga a loro insaputa; è come credere che Mussolini non avesse idea dei metodi impiegati dal suo generale Graziani nelle colonie africane. I commentatori prezzolati, disposti a scrivere qualsiasi cosa purché a pagamento, cercano di confinare il caporalato alle piccole proprietà: il padroncino etnico serve anche a questo cioè a dire che è colpa degli immigrati. I grandi marchi attraverso i loro power broker piccoli e medi, italiani e stranieri sono invece i committenti della produzione di merci (materiali e immateriali) alle fabbriche cinesi o ai laboratori napoletani e alle diverse imprese subappaltatrici. Sono i neoliberisti che coltivano il loro furore di supersfruttare. E questo vale anche per le imprese, solo apparentemente perbene, della “Valle della Gomma” (un feudo della Lega); quelle che producono guarnizioni per le grandi marche automobilistiche europee usando famiglie a domicilio, “strappa guarnizioni” a 2 euro per mille pezziTale “Valle della gomma” è la Val Calepio sul lago di Iseo, che da distretto industriale degli anni ’80 per le guarnizioni in gomma da vendere al dettaglio si è specializzato come subfornitura per l’automotive e alcune imprese del Sebino stanno delocalizzando in Polonia.
E allora non può sorprendere che le mafie siano oggi sempre più diffuse al Nord.
Il paradigma del caso Bolondi
Le cronache si sono recentemente occupate di un tal Giancarlo Bolondi, un nome che ai più risulterà sconosciuto, pur essendo a modo suo una sorta di emblematico rappresentante di questa nostra epoca. Nel comprensorio di San Giuliano Milanese era ben noto ai residenti già negli anni Novanta; a lui bisognava rivolgersi per trovare un lavoro, vista la sua fitta rete di cooperative e di imprese attive nel mondo degli appalti; e anche nell’area di Monza si era mosso con abilità. Manteneva buoni rapporti con gli esponenti politici e con le banche, godeva della piena fiducia presso le grandi imprese. Certo, non mancava qualche grana giudiziaria (specialmente di natura civilistica, più di rado con risvolti penali), ma nel complesso gli affari e i profitti potevano ritenersi soddisfacenti. Ceva e Premium erano i suoi marchi d’impresa, articolati con sapienza fra cooperative, società di capitale, consorzi, depositi bancari, immobili, investimenti in Italia e all’estero. Giancarlo Bolondi, con residenza in Svizzera, collocava ogni giorno dell’anno molte centinaia di braccia; e stipulava contratti non con settori marginali dell’economia, ma direttamente con i grandi, nonostante già nel 1996, in quel di Monza, non fosse riuscito ad evitare una piccola condanna patteggiata (15 mesi, coperti dalla condizionale). Giancarlo Bolondi reclutava affidandosi al passaparola e sapeva costruire buoni rapporti con i funzionari sindacali accettando di buon grado le raccomandazioni da loro ricevute, per attività da retribuire sia in bianco sia in nero (preferibilmente in nero). Non era certo un clandestino; considerato l’ingente giro di denaro che passava tra le sue mani; i direttori di filiale delle banche più importanti facevano a gara per averlo cliente. E lui sapeva premiare a fronte di un favore ricevuto (scherzava sul marchio Premium che spendeva sul mercato). Riesce difficile credere che polizia, carabinieri, ispettori del lavoro, imprenditori, sindacalisti, magistrati, amministratori locali, senatori, deputati fossero all’oscuro del reale contenuto di questa pluridecennale complessa attività di mediazione sostanzialmente illegale, di caporalato, di riciclaggio. Giancarlo Bolondi faceva comodo all’intero universo di gestione dell’economia neoliberista, e lui lo sapeva perfettamente, traendone le conseguenze; per oltre vent’anni ha goduto di una solida complicità ambientale. Ricordiamo anche che l’organizzazione del lavoro alla Bolondi o alla subfornitura Fincantieri ha sempre caratterizzato il sistema Italia. Già delle ricerche sulle PMi in Val Camonica o nell’hinterland milanese dei primi anni ’90 lo avevano svelato (su AltreRagioni n. 5 e 6: “Lavoro e piccola impresa nell’accumulazione flessibile in Italia”). Ciò che è nuovo oggi e che a questo sistema di sfruttamento (che ha sempre più inglobato i migranti) si aggiungono le piattaforme di intermediazione gestite dal capitalismo digitale (i riders uno per tutti, ma non solo): Il che significa che tale attività di sfruttamento è fortemente in crescita. Bolondi sino a ieri era anche l’intoccabile di Pavia ed esempio dell’imprenditoria pavese… detto il “ras delle coop”.
Per meglio comprendere il paradigma Bolondi sarà bene inserire un paio di esempi utili di come in concreto funzioni la distribuzione illegale di denaro nel circuito dell’economia multinazionale finanziarizzata. Prendiamo una struttura cooperativa costruita per la frode. Dopo due anni dalla cessazione dell’appalto la legge prevede la liberazione del committente, del primo appaltatore e del consorzio; ma l’apparato di controllo è lento nel registrare l’evasione fiscale, quella contributiva e perfino il mancato versamento dell’IVA. La cooperativa fraudolenta dura 12-18 mesi; offre condizioni concorrenziali per l’utilizzo della manodopera fornita, paga meno dei minimi collettivi, soprattutto evade. Duecento addetti a tempo pieno nella logistica, nel trasporto o nei servizi di assemblaggio possono essere messi a disposizione a 15-18 euro orari, una somma che sulla carta non potrebbe consentire alcun margine di profitto. Il contratto viene stipulato per 21 euro lordi e il committente paga la cooperativa su fattura. La cooperativa trasforma il bonifico bancario in contante, o simulando stipendi a persone inesistenti (magari esistenti e inconsapevoli) o con movimenti contabili di vario genere. Poi restituisce in nero il 10% per contanti al committente che può così avere un proprio fondo occulto di emergenza, senza costi aggiuntivi. Paga una media di otto euro orari agli operai, ne rimangono dieci per il mediatore, che provvede naturalmente a saldare amministratori, politici, sindacalisti, controllori, sempre a mezzo di mazzette (un altro 10%). I duecento operai usati per 50 ore settimanali rendono 80.000,00 euro netti a settimana, ovvero 4.160.000 euro netti all’anno. Non ci è dato sapere come Karl Marx avrebbe classificato un simile meccanismo, ma certo il saggio di profitto appare davvero interessante per il nostro imprenditore neoliberista! E, per avere una qualche idea di come si provveda a far girare i proventi, valga quanto accade non di rado nella ricca Lombardia, con il Money Transfer. Dopo una settimana di duro lavoro un mulettista egiziano riceve la paga dalla sua cooperativa. Ma prima ha un compito da svolgere. Riceve cinquecento euro in contante, e manda la somma all’estero, senza che rimanga una vera traccia dell’operazione; chi riceve utilizza il circuito bancario e disperde l’importo. Il mulettista porta in cooperativa la ricevuta e a questo punto (ma solo a questo punto) ha il suo stipendio. L’Italia è il secondo paese europeo, dopo la Spagna, per volume complessivo di spostamento del denaro con questo meccanismo; fra i paesi destinatari delle spedizioni abbiamo nell’ordine Cina, Filippine e Romania. La manodopera, assunta o irregolare, viene trasformata in una struttura gratuita di contrabbando della valuta. Non a caso Giancarlo Bolondi, per le sue operazioni, si è servito, come vedremo della Romania. E non ci si può stupire che il faccendiere abbia trovato modo di accumulare un piccolo tesoro immobiliare, quello di 120 proprietà a lui sequestrate dalla magistratura nel dicembre 2019; non è detto peraltro che, dopo lunghe liti giudiziarie, i giudici non finiscano con il dovergli restituire tutto il bottino. Il caso Bolondi rende palese, in modo esemplare, la verità: il supersfruttamento si combina, necessariamente, con gli elementi caratteristici delle economie sommerse e colpisce non solo lavoratori immigrati, ma anche italiani, per accontentare i sostenitori del motto prima gli italiani. L’ineffabile Bolondi si è messo in luce con una gran trovata, l’introduzione nell’Italia comunitaria di un contratto di lavoro sottoscritto in base al diritto rumeno, attuando una sua fantasiosa interpretazione del regolamento di Roma I, articolo 3, secondo il quale la legge applicabile è quella scelta dalle parti! Il contratto rumeno corona sia l’evasione sia il riciclaggio sia infine l’inevitabile collusione mafiosa. Guarda caso anche altre imprese si sono affrettate a seguire l’esempio, perfino con campagna pubblicitaria, offrendo la possibilità concreta di utilizzare il marchingegno a padroni e padroncini, per meglio favorire questo gran furore di sfruttare e di accumulare con ogni sorta di frodi e di evasioni a colpi di milioni.
I subappaltatori di Fincantieri, i caporali di Latina, e i numerosi Bolondi che operano in Italia, hanno appreso queste modalità esecutive, hanno imparato a muoversi nella jungla di economie moonlighting e di neoschiavitù.
La vicenda Bolondi risulta emblematica; risiede nella Repubblica Elvetica pur operando in Italia, fra Lazio e Lombardia, con il chiaro intento di sottrarsi ai controlli fiscali. Abile e spregiudicato è sempre riuscito a mantenere buoni rapporti con la bassa forza, in qualche modo assicurando (sia pure aggirando le norme) un rapporto fra lavoro e reddito; magari dava in uso una Mercedes al sindacalista o pagava l’avvocato al capo squadra finito nei guai o faceva arrivare per vie tortuose mazzette a chi poteva essergli utile. Come tutti questi legionari attivi nella guerra degli appalti anche Bolondi aveva i suoi superiori e i suoi riferimenti, e ha sempre saputo tacere nonostante qualche incidente giudiziario occorsogli durante la carriera. In un comprensorio caratterizzato da imponente presenza mafiosa, quale è San Giuliano Milanese, pare difficile pensare che un giro di denaro e di commesse importante non attiri l’interesse delle cosche criminali. Bolondi interessa per quel che rappresenta, non per quel che ha messo da parte in proprio; rappresenta un sistema misto, un sistema in cui convivono istituzionalmente capitalismo legale e capitalismo criminale, perché l’uno neppure sarebbe concepibile senza l’altro. Così come il maggiore azionista di Fincantieri, il ministero delle finanze, non raccoglie le imposte che dovrebbe raccogliere, il maggiore azionista di Premium, Bolondi, guarda al principe (direbbe Machiavelli) e si comporta di conseguenza. Bolondi ricicla il denaro non versato dalle sue cooperative sistematicamente fallite, spostandosi nella zona di Latina e affidandosi a nullatenenti di sua fiducia; per anni il profitto è sparito dividendosi per mille rivoli per poi ricomparire in forma di immobili o magari di lingotti d’oro depositati all’estero.
A Bolondi, come del resto ai suoi colleghi, non è mai mancata la fantasia. L’escamotage transnazionale l’ha portato ad avvalersi di una società interinale (naturalmente fasulla) ubicata in Romania; con un contratto di lavoro stilato in base al diritto rumeno, lavoratori italiani o stranieri, comunque pagati secondo le tariffe rumene, senza contributi o TFR. Così i lavoratori erano costretti ad accettare 300/400 euro o erano messi alla porta. Quando lo stratagemma non era possibile usava, secondo tradizione, le cooperative intestate a prestanome insolventi e tralasciava i versamenti. Secondo le stime della procura (a nostro avviso errate per difetto) il Bolondi ha evaso almeno 14 milioni di euro e così ha accumulato proprietà in diversi luoghi (120 immobili sequestrati). Oltre a Premium Bolondi si serviva di un’altra struttura, Contract logistics, filiale della svizzera Ceva Logistics, con una sua filiale italiana. Bolondi aveva creato, scrive la procura milanese, un carosello di società cooperative per occultare un regime di sopraffazione; le misure di prevenzione si sono estese al committente elvetico posto che Premium aveva fatturato nel solo 2017 alla multinazionale Ceva ben 47 milioni di euro. I magistrati hanno appurato che il risparmio così realizzato ammontava a 22 milioni di euro rispetto al costo previsto dai contratti collettivi; ma il denaro non è stato ritrovato. Dopo il dispositivo di amministrazione giudiziaria Ceva Italia è stata acquisita da CMA CGM, compagnia francese di trasporto per container, 18.000 dipendenti, a riprova che Bolondi sapeva costruire business. Non sappiamo se i magistrati della procura pecchino o meno di ottimismo nel difendere il provvedimento di sequestro dei 120 immobili; i precedenti giudiziari che riguardano la criminalità finanziaria e l’evasione fiscale inducono tuttavia a mantenere una certa prudenza quanto all’esito finale. I responsabili delle banche fallite negli ultimi anni hanno strappato quasi sempre assoluzioni o prescrizioni; e Bolondi non è uomo abituato a cedere senza combattere. Dai tempi in cui si muoveva nei ritagli delle amministrazioni socialiste in quel di Monza e si guadagnava commesse nel settore editoriale a San Giuliano molta acqua è passata sotto i ponti. Le commesse di Premium, il rapporto con la multinazionale Ceva Logistic, il riciclaggio a Latina mostrano un salto di qualità, ma ancora una volta quel che rileva non è l’uomo, ma il sistema.
Un sistema Bolondi più diffuso di quanto si creda, capace di far scuola anche nei suoi dettagli operativi. Un’agenzia interinale di Modena, già nel 2015, aveva lanciato una campagna pubblicitaria per offrire lavoratori con “contratto rumeno” scrivendo slogan come questo:
“Supera la crisi! Riduci i costi! Con i lavoratori interinali con contratto rumeno … Cosa stai aspettando risparmia il 40% e beneficia della massima flessibilità. Niente Inail, Inps, malattia o infortuni. Niente Tfr, tredicesima e quattordicesima. Alla tua azienda non rimane che pagare 11 mensilità e non 14 più Tfr (e contributi) come stai facendo. E in più niente anticipo di Iva perché le nostre fatture sono comunitarie”.
Come riferisce Franco Zavatti, esponente della Cgil in Emilia Romagna, si tratta pur sempre di caporalato. L’agenzia (W.S. Agency) era autorizzata dal ministero del Lavoro, Famiglia e Protezione Sociale (retto allora dall’indimenticabile Poletti, ex dirigente coop e artefice del jobs act). L’agenzia interinale viene dipinta in questo modo:
Il soggetto, che opera in tutta Italia, è registrato in Romania e agisce -in maniera illegittima- tra le pieghe della normativa Ue, contrabbandandosi come un’impresa europea. In realtà per operare in Italia, l’azienda dovrebbe rispettare le leggi italiane. Ma non mancano imprese che accettano l’offerta dell’agenzia interinale visto che altri l’hanno fatto e i controlli della Guardia di finanza e di inchieste giudiziarie sono rari. Questo prova che i controlli sono assolutamente insufficienti nonostante da anni i governi pretendano combattere il sommerso, la frode fiscale ecc. Il genere di agenzie interinali come quella citata sono pronte a proporre anche di assumere loro i dipendenti diventando il nuovo datore di lavoro dei vostri attuali dipendenti, mentre, per quanto riguarda gli obblighi stipendiali, quasi dimezzati, li rispetterebbero grazie a una “garanzia bancaria costituita.
I 5 settori coperti dall’offerta, sono (guarda caso, nota Zavatti) i più esposti al malaffare e al riciclaggio, spesso con triangolazioni internazionali: autotrasporto, turismo, edilizia, meccanica e settore sanitario, con dottori, infermieri e badanti. Queste forme illegittime di lavoro estorsivo non circolano solo in Emilia Romagna, continua il sindacalista modenese. Secondo i dati raccolti dallo sportello Legalità della Cgil, risulta che in Italia erano 6-7 le agenzie del genere (già negli anni ’90). Il tutto condito dal ricorso, sempre più frequente, alla fornitura diretta di mano d’opera, dalle squadre offerte ai cantieri del sisma, 8 euro l’ora tutto compreso, e alle squadre di lavoratori calabresi dei subappalti. L’inchiesta Aemilia ha scoperto le connessioni dirette con la ‘ndrangheta, non diversamente da quanto emerso in Lombardia o nell’inchiesta sulla manodopera casalese relativa al settore. Zavatti infine afferma che esiste una forte penetrazione delle cosche nelle economie locali del Nord e una crescente deregolamentazione massiccia nei rapporti e nelle modalità di lavoro. Riciclaggio, creazione di imprese fittizie, cooperative fasulle, corruzione, reati ambientali, impiego di caporalato: “Tutte attività economiche illegali – conclude Zavatti – che sconfinano negli affarismi delle mafie importate e autoctone” o diremmo meglio ben amalgamate nell’humus delle zone ricche. E qui troviamo allora conferma di quanto già sapevamo, ovvero che in Lombardia e nel territorio del Nord si colloca la gran parte dell’evasione fiscale (come dimostra l’immagine che si legge a questo link).
Lo stesso Marx suggeriva che il capitalismo si nutre sempre di intreccio fra legale e illegale, o di ciò che possiamo chiamare anamorfosi dello stato di diritto e che oggi legittima il neocolonialismo anche all’interno dei paesi dominanti. Perciò, diversamente da quanto formula il Censis (con titolo ad effetto nel suo ultimo rapporto annuale) preferiamo parlare di un furore di uccidere piuttosto che un furore di vivere, almeno quale caratteristica principale della società neoliberista, che oggi accantona la biopolitica e privilegia la tanatopolitica, ovvero il lasciar morire sia i lavoratori drogati a sostegno della produttività senza limiti, sia i migranti che cercano di sfuggire alla devastazione consumata nelle loro terre di origine.

sabato 29 giugno 2019

Lavoro e valore – Gianni Giovannelli



La condizione precaria al bivio: cedere alla paura per sopravvivere o reagire rischiando una sorte peggiore?

Ecco un segno del tempo in cui viviamo. La legge che riconosce alla fascia più povera e senza occupazione un reddito di sopravvivenza viene criticata, aspramente, dalla sinistra parlamentare, non per i numerosi limiti imposti all’accesso e tanto meno per sollecitare l’erogazione di somme più elevate, ma per via del fatto che i beneficiari, senza lavorare, andrebbero a percepire quasi quanto gli altri precari inseriti nelle imprese con retribuzione regolare. Secondo il Partito Democratico questa sarebbe una sorta di concorrenza sleale attuata dal governo di destra contro il libero mercato e contro i livelli salariali in vigore.
Jeffrey Preston Jorgensen Bezos aveva con determinazione costruito un serbatoio italiano di manodopera sottopagata e senza diritti, consentendo l’accesso al gradino superiore della filiera gerarchica interna solo a chi assicurava impegno, sottomissione, fedeltà. Nelle strutture di Amazon la legislazione imposta dalla BCE con la celebre lettera segreta ha consentito di organizzare l’attività in forme flessibili, abbattendo il costo del personale e accumulando profitti straordinari. Ora, temono i dirigenti democratici, questo sciame spinto dalla disperazione a sopportare ogni angheria potrebbe usare il c.d. reddito di cittadinanza per uscire dal serbatoio e campare di quel poco riappropriandosi dell’esistenza. E così sarebbe messo a rischio lo spicchio di un patrimonio complessivo globale, pari nel marzo 2019 a 190 miliardi di dollari, accumulato con abilità dal mitico Bezos. Ma andiamo, dai!
Si tratta naturalmente di riflessioni sciocche e senza fondamento, facilmente smascherabili. Ma al tempo stesso rivelano tuttavia quale sia il reale programma di un riformismo contemporaneo (il nuovo socialismo reale) ormai conquistato dall’ideologia liberista e dedito al culto dei mercati finanziari. L’unico orizzonte che intravedono gli uomini della sinistra parlamentare italiana sembra essere quello di proseguire nell’opera di distruzione dello stato sociale, di abbattimento dei salari, dei tagli di spesa, di prelievo fiscale punitivo secondo un sistema di raccolta a strascico. Questi sconsiderati non si rendono conto di segare quotidianamente il ramo sul quale siedono; ostinatamente guardano al francese Macron e cercano di imitarlo, senza neppure meditare sul conflitto sociale che deve in questi mesi fronteggiare e che rischia di travolgerlo, nonostante un apparato amministrativo ben più solido e un bilancio assai meno inquietante rispetto a quelli italiani. Parafrasando il grande Karl Kraus (La terza notte di Valpurga, pagina 347, Firenze, 2016): non c’è mai stato niente di più stupido, da quando è stata inventata la politica a tormento dell’umanità, del comportamento del partito democratico italiano.
Va detto con chiarezza. Questo non è, tecnicamente, un vero reddito di cittadinanza ma solo un ammortizzatore sociale, calato in una situazione di crisi economica, varato con estrema prudenza e con risparmio di risorse destinate alla sua attuazione. Le regole di accesso sono state costruite per limitare il numero dei beneficiari, le condizioni poste per ottenerlo sono piuttosto severe, anche se probabilmente le sanzioni connesse risulteranno di non facile esecuzione in un paese fantasioso come il nostro. Non tutti, e credo anzi non molti, incasseranno la quota di 780 euro mensili prevista come soglia massima; la casistica di abbattimento si presenta assai articolata così che le riduzioni dell’importo effettivo riconosciuto in concreto saranno significative. Ove dunque l’alternativa fosse davvero fra reddito di cittadinanza e un contratto lavorativo a tempo pieno legato ai contratti nazionali dei settori d’industria tradizionale la questione neppure si porrebbe. Un operaio chimico di categoria D ha una retribuzione mensile di circa duemila euro lordi mensili, oltre a tredicesima e TFR, con ferie, festività, versamento contributivo, con un “costo azienda” di almeno quarantamila euro annui, oltre il quadruplo della soglia insuperabile prevista per il reddito di cittadinanza. Becera e qualunquistica nella sua formulazione, la critica del partito democratico, fondata su una fantasiosa equiparazione fra salario e reddito di cittadinanza, appare palesemente incredibile e come tale viene percepita al momento delle elezioni, sistematicamente vinte dalle formazioni di destra che fanno incetta dei consensi un tempo destinati alla sinistra.
Il problema è un altro, e tocca il nodo cruciale del nuovo equilibrio legato al mutato rapporto di forza fra il capitalismo finanziarizzato e la odierna forza lavoro, caratterizzata (anche) da una condizione resa istituzionalmente precaria mediante il processo di sussunzione. Oggi il licenziamento, anche di un dirigente e non solo dell’operaio o dell’impiegato, comporta risarcimenti decisamente inferiori rispetto al recente passato; al tempo stesso nuove figure contrattuali si sono inserite nelle strutture d’impresa. Negli appalti di servizi le organizzazioni sindacali hanno sottoscritto accordi che prevedono minimi retributivi inferiori ai mille euro lordi, per esempio nel settore delle attività di vigilanza e custodia; le prestazioni di lavoro domestico si caratterizzano per un corrispettivo orario di sei euro lordi. Inoltre cresce a vista d’occhio il numero di ingaggi qualificati come apprendistato, formazione o stage. Il legislatore italiano, con il silente consenso delle organizzazioni sindacali, permette di assumere come apprendista, a paga fortemente ridotta, manodopera prelevata dalle liste di disoccupazione, anche se ultracinquantenne e con una pluriennale esperienza lavorativa sul campo. Questo è l’attuale mercato del lavoro disegnato dal susseguirsi dei governi di larga intesa nel terzo millennio: una marea di collaboratori autonomi, operai e impiegati con partita iva d’ordinanza, un esercito di riserva costituito dagli ingaggiati occasionali su chiamata.
Il quadro viene completato dai nuovi paria che si collocano indifesi nella jungla della libera contrattazione individuale, nelle grinfie degli addetti alle risorse umane (definizione ipocrita del vecchio ufficio personale).
La legge 13 luglio 2015 n. 107 (nota come buona scuola) ha introdotto nel nostro ordinamento il lavoro obbligatorio e gratuito, imposto agli studenti del triennio. Per un residuo di tradizione classista, sopravvissuta ai moti del sessantotto, il governo di centrosinistra ha previsto un minimo di 400 ore negli istituti tecnici e di 200 ore nei licei; ma il legislatore ha prudentemente evitato di indicare il massimo di ore consentite, così che per adesione volontaria o in assenza di rifiuto è consentito il superamento della soglia. Pare che quest’anno, a differenza del 2018, l’essersi sottratti al lavoro obbligatorio non precluda l’ammissione all’esame finale, ma rimane comunque un elemento di valutazione e di oggettivo ricatto. Nell’ultimo triennio di scuola media superiore una generazione deve assumere, come valore e come principio, che si può essere obbligati a lavorare, per ordine dell’autorità istituzionale, senza possibilità di fuga. E soprattutto a lavorare gratis, posto che la norma non prevede alcun compenso, anche quando questa istruttiva alternanza si concreta, come spesso accade, in una attività operaia o impiegatizia utilizzata da imprese private che ne ricavano un lucro. Il progetto appare palesemente funzionale a rafforzare l’economia della promessa, addestrando ragazze e ragazzi ad interiorizzare il consenso come legge di natura, ad accettare la condizione servile come razionale, legittima, normale. La scuola insegna, mediante il meccanismo di cosiddetta alternanza, a concepire l’accesso al lavoro non come una necessità del capitalismo finanziarizzato per accumulare profitto, ma come un premio e un privilegio, da conseguire mediante la competizione. L’avversario, in questo percorso, è rappresentato dagli altri precari, non più dalla struttura organizzata d’impresa. L’intera rete di cooperazione sociale, quella che consente di creare ricchezza, rimane così espropriata e sottratta ai singoli soggetti che, rimanendo frammentati e soli, non intravedono neppure la possibilità di usarla in altro modo e secondo modi alternativi. Manca una coscienza di classe, direbbero i marxisti ortodossi.
La folla studentesca si affianca ad una figura ormai presente in tutte le grandi imprese, di produzione materiale e di produzione immateriale, quella di stagista. La normativa attuale è ferma nel negare che la prestazione resa da questi soggetti possa essere ricondotta al contratto di lavoro; con terminologia creativa viene definita negli atti amministrativi come un percorso formativo. Potenza delle parole! Per essere ingaggiati quali stagisti non esiste alcun limite di età e neppure il conseguimento di una qualifica; lo scopo di questo percorso, spesso prolungato con qualche stratagemma burocratico, è quello di preparare l’ingresso, o magari il rientro, nel libero mercato del lavoro. Per preparare bene la manodopera ad accettare le nuove regole del mercato abbiamo una forbice di corrispettivo che varia da 300 a 800 euro mensili.
Si potrebbe obiettare, direte voi, che l’art. 36 della nostra Costituzione impone di versare una retribuzione sufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa; per giunta la Corte di Cassazione ha sempre affermato che si tratta di una disposizione precettiva, non semplicemente programmatica, dunque trova applicazione immediata, è vincolante. Ma questo, rispondono con una sola voce destra e sinistra, vale solo per il contratto di lavoro, non per il percorso che precede l’arrivo al traguardo. Chi è lavoratore lo decide il governo, su proposta dell’unione industriali. Il paria stagista non ha diritti, non è lavoratore, non ha diritto al versamento contributivo, alle ferie, alla tredicesima, al trattamento fine rapporto. Deve imparare a tacere, a piegarsi, a sottomettersi. Il percorso sfugge alla contrattazione nazionale, viene disciplinato su base regionale. La Regione Lombardia, ad esempio, nel giugno 2018 ha autorizzato, con il consenso sindacale, percorsi fino a un anno di durata con un rimborso di 500 euro mensili. I tecnici della Regione Lombardia hanno chiarito che l’anno passato sono stati 75000 i percorsi formativi individuali e che, per non essere “sommersi da tonnellate di carta” non  è più necessario inviare la convenzione in copia, per sottoporla a controllo pubblico; basta tenere i documenti a portata di mano in caso di arrivo degli ispettori. Nella sola Lombardia dunque sono stati utilizzati nel 2018 75.000 paria pagati 500 euro al mese!
Effettivamente viene da chiedersi che senso abbia lavorare 40 o 60 ore settimanali senza diritti invece di prendere il reddito di cittadinanza. E qui il timore dei progressisti militanti nel partito democratico sembrerebbe fondato, pur se reazionario. Ma non è così che stanno le cose. Intanto lo stagista vive per lo più in casa dei genitori che lavorano, magari in casa di proprietà, e dunque il reddito di cittadinanza non ha titoli per riceverlo. Ma soprattutto l’economia della promessa è un ingranaggio che funziona, una trappola ben concepita. Non tutti certamente, ma almeno una quota di stagisti diventerà al termine del suo percorso di addestramento al consenso un vero dipendente. Di nuovo compare l’esortazione a competere, a vincere il posto di lavoro, battendo la concorrenza degli altri paria e salendo un po’ alla volta la scala gerarchica costruita nella odierna organizzazione del lavoro. La schiera degli ultimi ha ben chiaro che qualunque forma di dissenso o di contrasto verrebbe sanzionata con l’espulsione dal serbatoio, con la perdita di chance. L’attacco violento sferrato dalle organizzazioni d’impresa in questa fase di transizione si serve consapevolmente della paura, dell’ansia, dell’incertezza, della solitudine; il processo di sussunzione in atto è anche un processo di necessaria frammentazione dei soggetti in cui necessariamente si articola l’uso della cooperazione sociale, separandoli e boicottando ogni forma di comunità oltre che di mutualismo solidale. Solo chi pensa di non avere altra scelta possibile diventa disponibile ad accettare come necessario il terribile postulato che il capitalismo finanziarizzato ha introdotto come elemento fondante del contratto di lavoro nel tempo nostro: l’intera esistenza deve essere messa a valore, il tempo di vita coincide con il tempo di lavoro. L’intuizione geniale di Guy Debord anticipava, già nel 1967, la lunga marcia del capitale: la separazione è l’alfa e l’omega dello spettacolo … con il progredire dell’accumulazione dei prodotti separati e della concentrazione del processo produttivo l’unità e la comunicazione diventano l’attributo esclusivo della direzione del sistema…. quanto più la sua vita è ora suo il prodotto tanto più egli (il lavoratore, ndr) è separato dalla sua vita. Lo spettacolo è il capitale a un tal grado d’accumulazione da divenire immagine (cfr La società dello spettacolo, capi 25, 26, 33, 34). Non si tratta di una interpretazione del mondo, è invece un progetto sovversivo di trasformazione dell’esistente. Questa intuizione va saldata ad una definizione aggiornata del valore, con un approccio di taglio operaista (o neo operaista). Questa è l’unica memoria storica che vale la pena di coltivare, non per rievocare il passato ma per superarlo. Si tratta di procedere finalmente all’esame puntuale del meccanismo che consente, utilizzando l’esistenza di tutti i singoli soggetti e impadronendosi della cooperazione sociale, un profitto. 
Esiste una evidente contraddizione fra la cooperazione sociale generalizzata, in assenza della quale neppure è possibile concepire l’organizzazione produttiva, e la separazione radicale imposta ai singoli soggetti che operano dentro il processo di produzione mettendo a disposizione la propria vita; questa contraddizione determina l’attuale forma di alienazione che impedisce, mascherando la realtà, di riprendere in mano il comune e di costruire modalità diverse di relazione sociale.
Rimane allo stato non risolto il problema politico di come sottrarre al dominio del capitale il controllo della cooperazione sociale, il potere sul comune espropriato e ora utilizzato per mettere le vite singole a valore; prevale il senso di ansia e di paura che determina una dura sottomissione. Ogni soggetto sottomesso esita, vede solo a grinning gap, a grouth of nothing pervaded by vagueness (Auden, The age of anxiety, pag. 97, New York, 1947).
L’emancipazione dal lavoro e l’arcano del valore si presentano come un enigma, un concetto da indovinare, una soluzione da scoprire, un mistero da svelare.
La questione del lavoro e del valore va riportata al centro della ricerca, deve essere il nostro primo elemento di valutazione, la sciarada che necessariamente dobbiamo risolvere per riprendere un concreto cammino di liberazione. Solo così sarà possibile unificare la variegata ricchezza del dissenso, le aspirazioni dei migranti, le rivolte di massa contro il prelievo fiscale, l’insorgere delle donne, le lotte ambientali, le buone pratiche del mutualismo ribelle. Sono ormai venuti meno gli elementi che tradizionalmente costituivano l’essenza del contratto di lavoro, l’orario, il luogo, la divisione fra tempo libero e tempo ceduto; proprio per questa ragione è saltato lo stesso meccanismo retributivo che a quei parametri era legato. Il contratto di lavoro si è legato alla costante disponibilità su chiamata, alla flessibilità, alla condizione precaria. E’ un contratto per sua natura atipico, elastico, mutevole. A ben vedere appare oggi difficile individuare l’esatto confine fra le due figure canoniche che caratterizzavano l’azione sindacale nell’epoca fordista, ovvero la distinzione fra lavoro stabile e temporaneo, regolare e irregolare. Nel momento stesso in cui il legislatore accetta di qualificare la prestazione del paria stagista come un percorso per escludere che si tratti tecnicamente di lavoro si accetta l’irregolarità come istituzionale, anche in contrasto con i principi della Carta, sovvertendo completamente l’ordine precedente e varando una nuova costituzione materiale con la quale bisogna fare i conti. Considerando il nero (da anni attestato intorno al 28% del monte salari complessivo), partite iva, collaboratori saltuari, prestazioni atipiche (ovvero forme che presentano tutte aspetti di sostanziale irregolarità) il tradizionale lavoro regolare si avvia, in concreto, a rappresentare l’eccezione più che la prevalenza percentuale. La legislazione tende sempre più, salvo sporadiche eccezioni in contro tendenza, a recepire le aggressive modalità di sussunzione come legittime e conformi all’ordinamento vigente, e dobbiamo rilevare una forte continuità in questa direzione fra tutti i governi che si sono susseguiti (centrodestra, centrosinistra, larghe intese, gialloverdi). Ne abbiamo avuto una recente conferma in occasione della legge finanziaria 145/2018, che ha, senza sollevare proteste, varato una modifica del risarcimento per infortunio sul lavoro mediante approvazione quasi clandestina dell’art. 1, comma 1126. La condizione precaria e l’ingaggio a chiamata determinano un incremento di morti e lesioni dovute alla violazione delle norme in tema di sicurezza, con maggiori costi a carico delle compagnie assicurative e delle imprese. In luogo di colpire i responsabili del reato il ceto politico dominante ha aggredito le vittime e ulteriormente incrinato quel che resta del vecchio welfare. Con il comma 1126 i risarcimenti dei lavoratori colpiti sono stati tagliati in modo significativo, ponendo altresì a carico della parte pubblica Inail un costo che consente a imprese e compagnie assicurative notevoli risparmi. Con la recente sentenza n. 8580 del 27 marzo 2019 la Corte di Cassazione ha stabilito che la modifica peggiorativa non deve essere applicata ai sinistri avvenuti prima del 31.12.2018, ma non si salvano tuttavia le posizioni successive a tale data (sempre che non intervenga la Consulta sollecitata da qualche Giudice di merito). L’opposizione parlamentare, assai rumorosa contro il reddito di cittadinanza, è rimasta invece silente (di fatto consenziente) in questo come in altri casi di provvedimenti emanati in favore delle imprese. La questione del valore e del lavoro si pone decisiva anche nelle vicende ambientali, considerando i noti casi di Ilva a Taranto, del TAV in Val di Susa, delle grandi opere autostradali. A Taranto in particolare, nonostante infortuni e inquinamento costante, la legge ordina (esautorando la magistratura) di proseguire l’attività liberando l’impresa da vincoli operativi, naturalmente per salvare (non i profitti, dicono, ma) l’occupazione.
Viviamo in un tempo di transizione, e siamo ormai un bivio, dopo aver verificato come i moderni capitalisti, indifferenti ai cambi di governo, stiano costantemente e violentemente attuando il loro piano di sussunzione, decisi a vincere e a piegare le resistenze, ovunque esse si manifestino. Il capitalismo finanziarizzato occupa i territori, non ha Dio, famiglia, patria o nazione; ha fede solo nel denaro e nel dominio necessario per poter accumulare ricchezza.
Chi vive in condizione precaria è ormai costretto dalle circostanze a scegliere. O cede alla paura di danni maggiori, accetta di mettere la vita a valore e si sottomette alle regole; o reagisce, consapevole che così si espone al rischio concreto di una repressione militare, di una sconfitta politica, di condizioni ancora più dure e insopportabili.
Neppure esiste più ormai una terza via, ovvero la paziente attesa di tempi migliori e di occasioni propizie. La sostituzione del modello fordista si è spinta ormai troppo oltre; il processo di insediamento del capitalismo contemporaneo certamente è lontano dall’essere giunto a conclusione, ma   altrettanto certamente ha già radici profonde, si è insediato nelle metropoli e nelle periferie, ha combattuto senza esitazione gli oppositori. I suoi rappresentanti amano competere, sempre e comunque, non concepiscono altro modo di vivere. Non vogliono fermarsi, e comunque neppure potrebbero farlo senza inceppare un meccanismo che non prevede soste, ma solo accelerazioni o al più brevi pause di manutenzione. Non avranno alcuna pietà per gli incerti. La scelta dell’attesa coincide dunque con la scelta della sconfitta, senza neppure la consapevolezza del proprio destino, e dunque chi la compie rimane esposto anche ad errori di comportamento interni alla oggettiva condizione servile in cui ha deciso di rimanere.
Ribellarsi appare, a ben vedere, per il giovane precario, l’opzione più ragionevole e più razionale che, giunti al bivio, meriti di essere adottata.

sabato 15 giugno 2019

Il ritorno di Torquemada – Gianni Giovannelli




Con decreto n. 7830/2019 il Tribunale di Torino ha dichiarato legittima la destituzione della maestra elementare Lavinia Flavia Cassaro, rigettando il suo ricorso volto ad ottenere la riammissione in servizio e condannandola a versare al ministero, per rimborso delle spese legali, la complessiva somma di euro 5.106,92. La destituzione nel pubblico impiego è un provvedimento equivalente al licenziamento per giusta causa nel settore privato e comporta dunque la cessazione definitiva del rapporto di lavoro.
La vicenda è nota per via della risonanza mediatica. Il 22 febbraio 2018, a Torino, ci fu una partecipata manifestazione di protesta, contro la partecipazione di Casa Pound con una propria lista alle elezioni politiche che si dovevano tenere il mese dopo. Di fronte al corteo fu schierata una barriera di poliziotti, armati e muniti anche di idranti per bloccare la sfilata. In pieno inverno piemontese gli antifascisti furono raggiunti da getti di acqua gelida e attaccati dagli agenti, senza che nulla fino a quel momento giustificasse una simile decisione; riportano le cronache che mentre la polizia attaccava una ventina di neofascisti insultava i manifestanti dalle transenne. A questo punto Flavia Cassaro sbottò per qualche attimo, gridando con indignazione la propria rabbia per quello che stava accadendo. A seguire ci fu l’intervista volante a cura della troupe inviata sul posto dalle reti Fininvest e la dichiarazione di Matteo Renzi: va cacciata su due piedi! In piena campagna elettorale il segretario del PD utilizzava la televisione di Berlusconi e in piena armonia con la coalizione di centro destra invocava sanzioni contro i centri sociali. La diffusione del video che immortalava la maestra e preparava il suo licenziamento divenne quasi ossessiva.
Tomas de Torquemada (1420-1498) era il figlio di due conversos, gli ebrei spagnoli diventati cattolici per sottrarsi alla persecuzione; divenne celebre per aver costruito, come Inquisitore Generale, la nuova struttura organizzativa del Tribunale dell’Inquisizione, distinguendosi per le direttive – istructiones – di estremo rigore con cui si gestivano i processi volti a verificare che la conversione di marrani (gli ebrei) e moriscos (i musulmani) fosse effettiva e non simulata. Perfino il Papa Alessandro VI (babbo di Lucrezia Borgia) trovò che il Torquemada fosse troppo spietato e lo fece ritirare in convento; ma già in soli 15 anni di gestione le procedure furono circa 100.000, al ritmo di 15 per singolo giorno!
L’uomo era malvagio, ma a modo suo geniale; per questo il suo fantasma rimane una perversa suggestione dei governanti italiani che non nascondono il loro desiderio di punire ogni forma di riottoso dissenso, rapidamente e senza formalità. Nasce così una sorta di collettivo Torquemada costituito dalla filiera dei funzionari, in ordine gerarchico, capace di utilizzare al meglio le strutture disponibili e preparando le condanne grazie alla gogna mediatica.
La prima inquisitrice, a ruota di Matteo Renzi, è stata Valeria Fedeli, una maestra di scuola materna, allora al vertice del MIUR e oggi nel Consiglio di amministrazione della Fondazione Agnelli. Costei ebbe a millantare una laurea mai conseguita in scienze sociali; scoperta confessò, nel dicembre 2016, di aver commesso una leggerezza per mezzo di una lettera inviata ad un quotidiano senza lettori, la vecchia Unità. Mentre trovava perfettamente normale che il ministro dell’istruzione dichiari il falso sul proprio titolo di studio rimanendo salda al suo posto, la Fedeli non esitava a chiedere l’immediata sospensione dal servizio della povera Cassaro, il cui sfogo era giudicato incompatibile con l’insegnamento ai bimbi della scuola primaria (da 6 a 10 anni).
Immediatamente il solerte secondo inquisitore, Fabrizio Manca, direttore dell’ufficio scolastico piemontese, provvedeva a comunicare con decorrenza 1 marzo 2018 la rimozione cautelare della maestra, aprendo il procedimento disciplinare. Il solerte funzionario, nella sua contestazione, aveva aggiunto, per rinforzo, una sequenza di ulteriori pretesi comportamenti illeciti di Flavia Cassaro nell’esercizio dell’insegnamento elementare, quasi si trattasse di una inchiesta e a solo una settimana di distanza dai fatti. Questa anomalia non ha mai trovato una convincente spiegazione.
Nel frattempo un terzo inquisitore, il sostituto procuratore dottor Antonio Rinaudo, oggi ormai in pensione ma in quel momento protagonista della guerra contro i No Tav, iniziava ad indagare in ordine ad un possibile oltraggio (341 bis codice penale). La sanzione prevista per questo reato era stata ritenuta irragionevole dalla Corte Costituzionale, così che venne depenalizzato con legge 205/1999. Ma, successivamente, fu restaurato, nel testo attuale, con la legge 15.7.2009 n. 94, senza indicazione della pena minima e dunque convertibile in sanzione solo pecuniaria. Ma l’evocazione di un possibile delitto giungeva a proposito, rafforzando l’impianto accusatorio. Per chi avesse voglia di approfondire il tema rinviamo a www.notav.info/senza-categoria/strane-amicizie-del-pm-rinaudo nelle varie puntate disponibili di questa interessante inchiesta.  
Il provvedimento di destituzione, comunicato in data 8 giugno 2018, fu emesso dal quarto inquisitore, il misterioso Ufficio Competente Provvedimenti Disciplinariorgano ministeriale. La scelta di questo organismo è stata quella di abbandonare la strada impervia indicata dal dottor Manca, rinunziando ad improbabili addebiti ulteriori perché palesemente indifendibili nel corso di un giudizio, e concentrandosi invece sulla trasmissione televisiva Matrix, unica fonte di prova e arbitro assoluto della vicenda in forma di Tribunale Mediatico, il quinto inquisitore degno di questa odierna società dello spettacolo. Come annotava Vittorio Alfieri nel 1809 (Della tirannide, libri due): dove alligna l’Inquisizione alligna indubitabilmente la tirannia.
Flavia Cassaro ha proposto ricorso al Tribunale di Torino, ma il sesto inquisitore, il Giudice Mauro Mollo, ha dato ragione al Ministero; calcolando l’importo netto percepito da una maestra la condanna alla rifusione delle spese prevista nel decreto, e disposta in favore del MIUR con immediata esecuzione, ammonta a circa quattro mesi di retribuzione. Ecco una punizione esemplare: via il lavoro e in aggiunta un pesante indebitamento! Ha subito commentato favorevolmente il verdetto il quotidiano sovranista Il primato nazionale già nel giorno successivo alla pubblicazione, elogiando e facendo proprio il contenuto della motivazione.

Colpirne una per educarne cento
Il dottor Mauro Mollo è conosciuto, per quel che possono valere simili considerazioni, come un magistrato democratico, prudentemente progressista. Questo non deve stupirci. Anzi. Per una sorta di ritrosia, o forse di malintesa tutela preventiva da peraltro improbabili fulmini dei poteri reazionari, i giudici che coltivano una propria sensibilità sociale sentono il bisogno di essere i più decisi nel sanzionare le ribellioni più clamorose, senza concedere attenuanti. Pensano – ma qui si sbagliano di grosso – che così facendo acquistino maggior forza le sentenze rese in favore degli umili. A leggere le motivazioni verrebbe spontaneo rivolgersi  al dottor Irvin D. Yalom, presso la Stanford University, piuttosto che al Giudice di piena cognizione e alla Corte d’Appello. Ma le regole procedurali in vigore non lo consentono e i difensori di Flavia Cassaro debbono rassegnarsi a prenderne atto, facendo quello che possono. Ma la decisione rimane sconcertante, anche (e soprattutto) se esaminata secondo il filtro di un tradizionale liberalismo conservatore.

La motivazione
In apertura il dottor Mollo ricostruisce la carriera della maestra, illegittimamente mantenuta in condizione precaria dal 2007 al 2016, osservando, acriticamente e dunque con una oggettiva complicità, che la stabilizzazione fu riconosciuta nel settembre 2016, 18 mesi prima della cacciata. Nove anni per ottenere il posto e circa tre minuti per essere destituita, senza pietà. Il Giudice riconosce che la destituzione venne deliberata per la sola condotta posta in essere nel corso della manifestazione (e che dunque gli ulteriori addebiti erano privi di fondamento), ma non trae da tale osservazione alcuna conseguenza giuridicamente rilevante.
Il decreto si fonda esclusivamente sui filmati e sull’intervista a Matrix. Non viene invocata alcuna recidiva (art. 499 d.lgs. 297/94); in base al filmato e all’intervista viene esaminata l’ipotesi della sanzione più grave, quella di cui all’art. 498 del decreto, senza che sia tuttavia presa in considerazione ogni ipotesi ridotta, di censura o di sospensione fino a un massimo di sei mesi (articoli da 492 a 497). Eppure questo era uno dei temi centrali della controversia.
Il Giudice ritiene apprezzabile il sincero spirito antifascista di Flavia Cassaro e riconosce che la nostra Costituzione si pone come antitesi rispetto alle nostalgie di Casa Pound; ma pur essendo lecito manifestare (e meno male, dottor Mollo!) non può essere consentita la violenza per manifestare il dissenso.
E qui la contraddizione vizia il ragionamento, perché pacificamente l’unica violenza, almeno fino al momento dei fatti, fu quella delle cariche e degli idranti, non certo della maestra. La ricorrente non è stata coinvolta in questi scontri viene scritto nella decisione del Tribunale, precisando anche una durata di pochi secondi. Ma questa, curiosamente, sarebbe una sorta di aggravante, che rendeva immotivata la scelta di insultare gli agenti. L’inquisitore giudicante non accetta che una persona possa protestare contro una violenza in danno di altri, ma considera possibile solo il reagire a bastonate ricevute in proprio. Ancora: secondo l’inquisitore torinese Flavia Cassaro era consapevole che ci fossero ben quattro telecamere a riprenderla, dunque doveva mettere in conto la diffusione virale dei filmati. Conclude il Giudice: la diffusione sebbene non sia stata decisa né messa in atto dalla ricorrente è indubbiamente frutto del suo comportamento. Non si può secondo il dottor Mollo cambiare natura alla Fininvest e ai suoi giornalisti; dunque la colpa deve ricadere, interamente, sulla vittima. La peccatrice si era per giunta isolata dal resto dei manifestanti, fronteggiando in provocatoria solitudine i poliziotti, quasi come il cinese della famosa foto davanti al carro armato.
La sentenza, enunciata la premessa, procede a legittimare la punizione esemplare: l’elemento che connota gravemente la condotta della ricorrente è il ruolo che costei svolge alla dipendenze della pubblica amministrazione. E qui il dottor Mollo richiama, un po’ incautamente, una decisione della Corte di cassazione, a suo dire adatta al nostro caso (776/2015). Si trattava di un dipendente postale (privato, non pubblico) che per le sue mansioni maneggiava denaro e valori, condannato penalmente, già in via definitiva, per usura e per estorsione. In quel caso si ritenne che poteva essere risolto il rapporto per il venir meno del vincolo fiduciario e per la cattiva immagine che sarebbe ricaduta sulla società. Secondo il Tribunale inveire contro la polizia per motivi politici in piazza va equiparato all’estorsione e all’usura!
La considerazione successiva sembra quasi un’opera surrealista, o un’invenzione di Carlo Emilio Gadda. La maestra elementare ha per funzione a che fare con bambini che non hanno ancora sviluppato un senso critico e sono quindi portati ad assorbire tutto ciò che viene trasmesso loro dall’insegnante (cito testualmente, sembra incredibile ma ha scritto proprio questo). Poiché, secondo il dottor Mollo, gli alunni della maestra Cassaro assorbono tutto quello che fa la docente, imitandola poi nei comportamenti, allora deve essere cacciata da scuola, subito, onde evitare che dilaghi il disprezzo per lo Stato e i suoi componenti tenuto da una persona che dovrebbe essere un modello (sentenza, pagina 6).
In sintesi gridare, dopo una carica e un getto d’idrante contro il corteo, ai poliziotti dovete morire vigliacchi e aggiungere provocatoriamente la disponibilità a trattare la questione quando volete senza manganelli costituisce a parere dell’inquisitore violenza (verbale, ma violenza) e aggressione. E questo basta a concretare l’ipotesi più grave, ovvero attività dolosa capace di portare pregiudizio alla scuola, alla pubblica amministrazione, agli alunni, alle famiglie; pregiudizio rilevabile in ragione della grande diffusione che ha avuto l’evento nella pubblica opinione.
Il buon senso dovrebbe suggerire un ripensamento. Fra l’altro la Corte di cassazione (recente sentenza n. 12.662/2019) ha deliberato la legittimità di una sospensione della procedura in attesa del giudizio penale e forse sarebbe stato saggio attendere. Soprattutto considerando che il reato di oltraggio, in un caso come questo, è di assai dubbia sussistenza, avuto riguardo proprio alla sequenza di fatti accertati e alle modalità. E, qualora mai un oltraggio potesse ravvisarsi, siamo certamente nell’ambito di sanzioni pecuniarie sostitutive.
Il decreto legislativo applicato dall’inquisitore torinese (297/94) non prevede solo la destituzione, che rimane il provvedimento riservato ai casi più gravi (art. 498). A prescindere dalla semplice censura (art. 493) l’art. 494 applica la sospensione fino a un mese per gravi negligenze o in generale per la violazione della correttezza, dei doveri e delle responsabilità. Ancora l’art. 495 estende la sospensione fino a sei mesi quando le infrazioni rivestano particolare gravità. Mentre l’art. 496 chiarisce che detta sospensione interviene dopo una condanna per reati puniti con pena massima non inferiore a tre anni, ma con responsabilità accertata almeno in grado di appello; e l’oltraggio non supera i tre anni, limite massimo invalicabile.
In realtà, a ben vedere, nessuna delle sei ipotesi previste dall’art. 498 per la destituzione ricorre nel caso della maestra Cassaro, neppure le due indicate in motivazione dal Tribunale (ovvero il contrasto con i doveri connessi alla funzione o l’attività dolosa che porti pregiudizio alla scuola, all’amministrazione, agli alunni e alle famiglie). Certamente siamo al di fuori della attività di insegnante e altrettanto certamente il video mostra una manifestante e non una maestra. Nessuno o quasi poteva identificare Flavia Cassaro o riconoscere nel breve video una maestra elementare di una specifica scuola torinese; solo l’intervento inquisitorio della Fininvest, di Matteo Renzi e del ministro Fedeli ha provveduto a montare artificiosamente il problema, preparando la gogna mediatica. Ma non si tratta solo di questo. Il punto è che, cadute e abbandonate tutte le altre accuse connesse invece alla funzione, la protesta solo verbale di una cittadina casualmente anche maestra è stata oggetto di un attacco spietato, cancellando l’unica possibilità di accesso al reddito di sopravvivenza e aggiungendo un pesante indebitamento.
Una cupio punitionis si è impadronita di un magistrato solitamente mite e lo ha trasformato in un novello Torquemada. Dovete morire ha gridato la maestra Cassaro, indignata; e l’indignazione era legata al fatto oggettivo della legittimazione riconosciuta ad una organizzazione politica apertamente nostalgica del nazifascismo, dichiaratamente erede dei principi politici che avevano caratterizzato la dittatura mussoliniana e la cosiddetta Repubblica di Salò. Non solo Casa Pound era ammessa alla partecipazione elettorale, ma la Polizia di Stato si era schierata in assetto di guerra contro chi manifestava dissenso, attaccando con idranti e manganelli una sfilata fino a quel momento assolutamente pacifica. Dovete morire! mostra indignazione, più che costituire oltraggio. Quante volte abbiamo sentito questa frase scandita negli stadi di calcio, nelle liti paesane, nelle feste universitarie, perfino in occasione di matrimoni, battesimi, compleanni? Chi la grida forse non ne è consapevole, ma la frase altro non è che l’antico memento mori espresso in linguaggio moderno, è una espressione da ricondurre dentro la tradizione popolare. Memento mori trae origine da una particolare usanza dell’antica Roma. Quando un generale rientrava in città dopo la vittoria conseguita in battaglia gli si ricordava di evitare la superbia e di non cedere alle lusinghe del potere. Divenne il motto dei monaci trappisti ed ebbe grande diffusione durante la Controriforma; dovete morire! annunciava il gesuita Paolo Segneri, il più celebre oratore del seicento, durante le prediche, invitando al pentimento e al rifiuto del peccato. Mettendoci il proprio corpo per sottolineare l’indignazione la giovane donna disarmata ha detto agli agenti armati che era pronta a discutere quando volete senza manganelli (sentenza, pagina 5, in nota); e per manifestare il proprio dissenso ha ricordato ai suoi interlocutori che stavano sbagliando schierandosi in difesa dei neofascisti. Dovete morire contiene, in fondo, l’ingenua speranza che i militi potessero ravvedersi, con una visione per certi versi più pasoliniana che marxista leninista. Questa è comunque la sostanza, stravolta dall’inquisitore torinese: di indignazione si trattava e non di altro.
La nostra maestra non possiede le capacità oratorie del Padre Segneri e la sua indignazione divenne, in quel contesto, facile preda dei professionisti dell’informazione, branco di lupi contro un agnello isolato. Ma licenziarla per questo ci pare davvero troppo; la vicenda ci avverte della china in cui va precipitando il paese, anche grazie a decisioni avventate e palesemente contrarie al buon senso come questa torinese. L’opzione autoritaria si articola variamente e conferma come prevalga oggi, dentro l’apparato di governo, l’idea di diffondere la paura dentro le moltitudini. Si promuove il timore del tiranno proprio perché esso è la molla del suo governare. Manca ormai solo il giuramento di fedeltà, l’auto da fé; ma i tempi sono maturi.
Il segnale dato con il decreto Cassaro pare, infatti e subito, raccolto. Già altre insegnanti, nell’isola di Sicilia, vanno trovando i loro inquisitori locali, come riportano quotidianamente le cronache. Chi semina vento, dottor Mollo, è noto che finisce con il raccogliere tempesta.

Qui potete scaricare e leggere la sentenza: Sentenza Flavia Cassaro
E’ possibile firmare una petizione in favore della maestra Flavia Cassaro a questo link