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venerdì 13 maggio 2022

La guerra abbonda nella bocca degli stoltenberg

 articoli e video di Paolo Rumiz, Peppe Sini, Daniela Fassini, Danilo Tosarelli, Andrea Zhok, Giorgio Bianchi, Vincenzo Costa, Franco Cardini, Barbara Spinelli, Sandro Mezzadra, Marco Bascetta, Alberto Bradanini, Enrico Vigna, Mario Agostinelli, Fulvio Scaglione, Alan Woods, Francesco Masala, Gaetano Lamanna, Maurizio Acerbo, Lucia Capuzzi, Lucio Caracciolo, Manlio Dinucci, Matteo Saudino, Vittorio Rangeloni, Ugo Giannangeli, Alessandro Ghebreigziabiher, Franco Astengo, Yanis Varoufakis, Jeremy Corbyn ed Ece Temelkuran

 

Memorie del fantapassato – Francesco Masala

 

A volte un atteggiamento rigido è conseguenza di una paralisi – Stanislaw J. Lec

Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso… e pubblica il falso – Mark Twain

Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita! – Ernest Hemingway

 

Dice qualcuno che l’undici settembre del 2001 è stato il primo passaggio (gestito dal complesso militare-industriale e politico) di una serie di eventi che spiegherebbero i decenni successivi.

Quello strano atto di terrorismo a New York, spettacolo al massimo grado, era necessario per la nuova strategia per il Nuovo Secolo Americano, per avere una scusa per rubare il petrolio iracheno, apparentemente, in realtà per installarsi in Afghanistan, e far sentire ai nemici il fiato americano sul collo.

Poi in Afghanistan le cose non sono andate bene per l’Impero e i suoi cavalieri serventi, allora verso il 2010 si è passati al piano B, attaccare i nemici uno per uno, la Russia per primo, attraverso la testa di ponte dell’Ucraina.

Solo così si spiega una quasi guerra mondiale, per una delle 169 guerre locali al mondo, per dei confini sacri, finché durano.

Chiunque avrebbe ceduto, con sollievo, ai russi le due province del Donbass e la Crimea, regioni russofone, per evitare una guerra.

Invece, a sorpresa, di chi non lo sapeva, la Nato (e tutti gli affiliati) ha usato la strategia della fornitura di armi all’esercito ucraino (neonazisti compresi), come sempre si è fatto, questa volta in maniera palese e in non modiche quantità, fino all’ultimo ucraino; materialmente, ma non formalmente, la Nato è in guerra.

Iran, India, Cina, anche se non si può dire, fanno il tifo per la Russia, se soccombe i prossimi saranno loro, lo sanno.

In Polonia qualcuno aspetta di riavere la Galizia e Leopoli, a proposito dei sacri confini.

L’Europa, intanto, ha abbandonato  qualsiasi politica industriale (ad eccezione della produzione di armi), ed è diventata, nei decrescenti spazi liberi da basi militari, un immenso villaggio-vacanze, finché dura il turismo.

martedì 21 dicembre 2021

primo discorso di Gabriel Boric Font

 


qui la traduzione in italiano


Il Cile volta pagina - David Lifodi

Scampato pericolo. Al ballottaggio presidenziale di ieri, 19 dicembre, il virus del bolsonarismo, che rischiava di tracimare dal Brasile al Cile, è stato sconfitto. Josè Antonio Kast, che pure dopo il primo turno era in vantaggio, si è dovuto arrendere al trentacinquenne Gabriel Boric, più giovane di lui di venti anni.

Con uno scarto di 11 punti percentuali Boric, già definito il presidente millennial, ha riportato il centro-sinistra a La Moneda. I cileni hanno rifiutato apertamente il programma di Kast, fiero simpatizzante del pinochettismo, convinto assertore dell’urgenza di eliminare il Ministero della donna e promotore di un piano ancora più repressivo nei confronti dei mapuche, le cui bandiere hanno sventolato a lungo, sotto al palco di Boric, per festeggiarne la vittoria.

Quello che si annuncia come il primo governo “ambientalista e femminista” nella storia del Cile avrà di fronte un compito arduo. Pur sostenuto dai socialdemocratici Ricardo Lagos e Michelle Bachelet, suoi predecessori alla presidenza prima di Piñera, l’ex leader delle lotte studentesche che, nel 2011, smossero il Cile dalle sue fondamenta, dovrà comunque evitare di ripercorrere le loro orme più riformiste. Di certo, in uno dei paesi più diseguali al mondo, e con un’oligarchia che di certo non perderà occasione per mettergli i bastoni tra le ruote, Boric, non potrà fare la rivoluzione in pochi mesi, ma i punti principali del suo programma, da un’assistenza sanitaria equa al lavoro per una nuova Costituzione che renda giustizia alle molteplici lotte sociali presenti in Cile, fino all’impegno per togliere lo stato d’assedio, la militarizzazione e le violente operazioni di polizia in territorio mapuche, su cui era più volte inciampata anche la stessa Bachelet, fanno ben sperare.

Al primo turno Kast aveva ottenuto il 27,9% dei consensi contro il 25,8% di Boric che, nonostante abbia promesso di cancellare una volta per tutte il neoliberismo dal Cile, è stato costretto, inevitabilmente, a moderare la sua retorica per conquistare voti al centro. Se Kast ha avuto dalla sua parte, oltre al suo partito, il Fronte cristiano sociale, i pinochettisti dell’Udi, Boric ha vinto anche grazie al voto proveniente dalla Concertación, l’alleanza tra democristiani e socialisti alla base da sempre alla base delle presidenze “rosa” o di “centro-sinistra”, giunte a La Moneda.

In più, a sostenerlo in maniera compatta è stata la sua coalizione, Apruebo Dignidad, insieme alla sinistra sociale cilena che ha apprezzato sia l’incipit del suo discorso poco dopo la chiusura delle urne, in lingua mapuche, sia la chiusura, che ha richiamato l’intervento di Salvador Allende a seguito della sua elezione del 4 settembre 1970: “Vayan a sus casas con la alegría sana de la limpia victoria alcanzada”. Boric, che entrerà in carica il prossimo 22 marzo, dovrà adoperarsi per far convivere le diverse anime della sinistra, dal Frente Amplio al Partito Comunista, ma è già percepito come l’uomo del cambiamento e non può essere diversamente. Del resto, il nome stesso della sua coalizione, Apruebo Dignidad, è significativo perché mira a far ritrovare al paese quella dignità cancellata da un’oligarchia promotrice solo di politiche escludenti per oltre la metà dei cileni.

Nel 2019, la protesta giovanile e di massa contro il presidente Piñera e le sue politiche ultraliberiste riempirono le strade di Santiago del Cile e delle altre città del paese, oltre a sollevare un’onda lunga che avrebbe portato il vento della protesta anche in Ecuador e Colombia. La destra non è riuscita in alcun modo a frenare il vento del cambio. La presidenza Boric, sotto certi aspetti, è anche frutto di quell’estallido social del 18 ottobre 2019.

Il cinquantacinquenne Kast, astro nascente dell’estrema destra latinoamericana, ha rifiutato più volte, nei suoi interventi, di allinearsi alla vulgata di una destra liberale presentabile che, pur scommettendo sul neoliberismo, ha sempre riconosciuto i valori della democrazia. In Cile la destra radicale ha un ruolo rilevante e ciò a permesso a Kast di giocarsi la presidenza con Boric, ma lo ha anche indotto a clamorosi autogol con dichiarazioni da far rabbrividire, sostenendo, ad esempio, che se Pinochet fosse stato vivo avrebbe votato per lui e che il governo della dittatura, in relazione allo sviluppo del paese, era stato molto migliore di Piñera, di certo non propriamente un progressista.

Se in Brasile dichiarazioni politicamente scorrette, e anche peggiori di queste, hanno portato Bolsonaro a conquistare il Planalto, la stessa strategia in Cile si è rivelata perdente. La vittoria di Boric è stata limpida e netta e lo stesso Kast ha dovuto ben presto riconoscere la sconfitta.

Tra coloro che guardano con fiducia a Boric vi sono i mapuche. Lo stato d’assedio dell’Araucanía, la strategia della tensione imposta da Piñera, ma anche la timidezza e i troppi tentennamenti della ex Concertación devono essere superati rapidamente, così come tanti altri aspetti della vita politica del paese su cui l’agenda è stata troppo spesso dettata dalle destre, più o meno radicali, dai diritti civili a quelli sessuali e riproduttivi fino appunto all’autodeterminazione del pueblo-nación mapuche.

Quello che sembrava un ballottaggio dal risultato incerto si è trasformato, per Boric, in un trionfo. Se il nuovo presidente cileno manterrà fede alle sue promesse e si farà portavoce delle istanze delle piazze cilene e difenderà il processo costituente, il Cile potrebbe davvero cambiare pagina. La sua vittoria alle primarie contro Daniel Jadue, stimato esponente del Partito Comunista cileno, inizialmente fece storcere il naso a qualcuno, ma la sua giovane età è stata probabilmente determinante per condurre Boric alla guida del paese.

Ed ora alla lotta, Gabriel!

 

 

 

Cile libero - Franco Astengo

Dal martoriato Sud America arriva un messaggio importante a tutta la sinistra e alle forze progressiste.

Un messaggio che riguarda tutti coloro che pensano che la storia non sia finita e che ci sia ancora spazio per un cambiamento radicale ed efficace dello “stato di cose presenti”.

Il leader della sinistra Gabriel Boric ha vinto le elezioni presidenziali in Cile al ballottaggio contro il neo-pinochettista José Antonio Kast: il numero uno della coalizione Apruebo Dignidad diventa così a 36 anni il più giovane presidente della storia del paese andino, quello in cui si consumò la tragedia (indimenticabile) del golpe made in USA e dell’assassinio del presidente Allende.

Apruebo Dignidad (Approvo la Dignità) è la coalizione di sinistra formata dal Partito Comunista Cileno, da Convergencia Social (socialismo libertario) e da altri gruppi (Revolucion Democratica, Comunes, Federazion Rgionalista Verde Social, Fuerza Comun, Movimento Unir, Accion Humanista, Sinistra Cristiana del Chile, Izequerdia Libertaria).

Erede del Frente Amplio, Apruebo Dignidad ha ottenuto 1.070.361 voti alle elezioni per la Costituente nel 2021, pari 18,74% e 18 seggi, mentre al primo turno Boric aveva avuto 1.814.809 voti (25,83%) saliti a oltre 4 milioni nel turno di ballottaggio svoltosi ieri.

Questa coalizione di sinistra definisce così il proprio perimetro ideale e progettuale: socialismo democratico, giustizia sociale, femminismo, ecologismo, antineoliberismo e il Partito Comunista del Cile non ha ammainato la propria bandiera.

 

 

In Cile: Gabriel Boric offre una vittoria inedita alla sinistra - Mathieu Dejean e Fabien Escalona

 

(traduzione dell’articolo di Mathieu Dejean eFabien Escalona, pubblicato il 20 dicembre 2021 https://www.mediapart.fr/journal/international/201221/au-chili-gabriel-boric-offre-une-victoire-inedite-la-gauche )

 

A capo di un’ampia alleanza che va dal Partito comunista al centrosinistra, il 35enne ex deputato ed ex leader studentesco ha vinto con il 56% dei voti contro il candidato di estrema destra José Antonio Kast. Gabriel Boric incarna una nuova sinistra, allo stesso tempo moderata e in contrasto con le forze che hanno assicurato la “transizione alla democrazia”. Ha promesso di porre fine all’eredità neoliberista della dittatura.

La vittoria è ampia. A capo di una vasta alleanza che va dal Partito comunista al centrosinistra, l’ex deputato ed ex leader studentesco Gabriel Boric, 35 anni, ha vinto con il 56% dei voti contro il candidato di estrema destra José Antonio Kast. Incarna una nuova sinistra, moderata e allo stesso tempo in contrasto con le forze che hanno assicurato la “transizione alla democrazia”. Il nuovo presidente si è impegnato durante la campagna a porre fine all’eredità neoliberista della dittatura.

Gabriel Boric gestisce molto bene i simboli. La sera della sua vittoria nelle primarie della coalizione di sinistra ciamata “Apruebo Dignidad” per le elezioni presidenziali cilene del 18 luglio, ha celebrato l’occasione concludendo il suo discorso con un cenno a Salvador Allende. “Presto, in tutte le regioni del Cile, si riapriranno ampie strade che uomini e donne liberi intraprenderanno per costruire una società migliore”, ha promesso ai suoi sostenitori. L’allora ex-presidente socialista dell’Unità Popolare (UP, che ha riunito Partito Comunista e Partito Socialista, dal 1970 al 1973) aveva pronunciato questa frase nel palazzo della Moneda, bombardato durante il colpo di stato militare di Augusto Pinochet l’11 settembre 1973 Quel giorno, finì nel sangue la speranza suscitata dalla “via cilena al socialismo”, tracciata dal compagno presidente.

Anche se il contesto è cambiato, per il giovane candidato della nuova sinistra cilena ha senso riallacciarsi alla memoria dei mille giorni del governo UP. A 35 anni (giusto l’età legale per governare il Paese), Gabriel Boric incarna la possibilità di svolta a sinistra in Cile, dopo tre decenni di “patto di transizione” alla democrazia, e l’alternanza tra la Concertazione democratica (il centro-sinistra di Michelle Bachelet) e la destra (incluso l’attuale capo di stato Sebastian Piñera). La sua vittoria costituisce una rottura nell’ordine elettorale che era stato costruito dopo il ritorno alle elezioni pluraliste nel 1989.

Se uno scenario del genere è emerso è perché la configurazione politica del Paese andino è stata appena stravolta in pochi anni. La storica rivolta sociale dell’ottobre 2019 ha permesso di aprire un processo costituente, approvato con un referendum dal 78% dei votanti il 25 ottobre 2020. L’elezione della Convenzione Costituzionale, nel maggio 2021, è stata segnata dalla scomparsa della destra e dell’ex-Concertazione (la coalizione di centro-sinistra che ha gestito la transizione alla democrazia fino agli anni 2010).

Ulteriori indizi sono stati le recenti vittorie di una giovane attivista femminista e comunista nel municipio di Santiago, Irací Hassler, e di un attivista contro la privatizzazione dell’acqua come governatore della regione di Valparaíso, Rodrigo Mundaca, questi i segni del campo delle possibilità in un paese che è stato un laboratorio per il neoliberismo.

In questo contesto di opposizione a questa persistente eredità della dittatura, mentre i movimenti sociali del 2019 sono stati più attutiti dalla pandemia ma non estinti, Gabriel Boric è stato in grado di conquistare la presidenza contro un candidato di estrema destra, José Antonio Kast, che a gran voce rivendicava l’eredità di Pinochet e preoccupava i difensori delle libertà.

“Di fronte alla stessa crisi, Boric incarna un esito progressista, di trasformazione sociale, e Kast, un esito conservatore, autoritario, antifemminista e scettico sul clima”, così riassume Pablo Abufom, editore cileno e membro del comitato editoriale della rivista Giacobina America Latina. Ciò vuol dire che il peso della storia grava sulle spalle di Gabriel Boric.

Egli è nato nel 1986 a Punta Arenas, nella regione meridionale del Cile; tuttavia, non è l’incarnazione di una rinascita del socialismo democratico come a suo tempo fu Salvador Allende. Inoltre, a Boric non è stato nemmeno dato favorito per rappresentare il campo anti-neoliberista.

Ampiamente unito nella coalizione Apruebo Dignidad (Approvo la dignità), che riunisce il Frente Amplio (Front large, coalizione nata nel 2016) e il Partito comunista cileno, questo campo ha organizzato una primaria interna il 18 luglio. E’stato piuttosto Daniel Jadue, candidato comunista e popolare sindaco di Recoleta, a essere considerato il probabile vincitore del ballottaggio. Ma Gabriel Boric l’ha vinto nettamente, raccogliendo quasi un milione di voti sul suo nome, ovvero il 66% dei voti espressi.

Per capire questo successo e cosa sta cercando di farne Boric a livello nazionale, dobbiamo riprendere il filo del suo percorso militante e ideologico.


Una traiettoria da meteorite della politica

Undici anni fa, Gabriel Boric era un completo sconosciuto a livello nazionale. La sua notorietà, però, era già balzata all’interno della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Cile a Santiago. Fu nel 2004 che il futuro leader politico si unì a questa struttura. Ben presto mantenne legami politici e intellettuali con compagni che si riconoscevano in “autonomia”.

“E’ un’idea politica singolare”, spiega Axel Nogué, ricercatore di storia contemporanea presso l’Università di Tolosa 2-Jean Jaurès. Sviluppa una critica delle esperienze di sinistra del Novecento, compresa quella dell’Unità Popolare, e invoca una strategia di emancipazione delle persone e dei settori più oppressi che passi attraverso strumenti di pensiero acquisiti al di fuori delle istituzioni”.

In linea con questo pensiero, Boric ei suoi amici hanno fondato la Sinistra Autonoma nel 2008. Questo collettivo politico indica i limiti del “patto di transizione”” sostenuto dalla Concertazione, ma rifiuta anche la tradizione incarnata dal Partito Comunista. “Deplora la sua vecchia estetica, il suo “centralismo democratico” e il suo fascino su vecchi attori come la classe operaia, decifra Axel Nogué. La Sinistra Autonoma è infatti consapevole che una ricostruzione della società è avvenuta sotto la dittatura, e che ha decostruito il vecchio tessuto sociale dell’era dell’Unità Popolare. Secondo la Sinistra Autonoma, le lezioni del passato devono essere utilizzate per produrre nuovi strumenti politici, per costruire qualcosa di nuovo”.

Ecco allora la matrice primaria di Gabriel Boric, che però non investe nell’elaborazione ideologica propriamente detta. Il suo talento è prima di tutto quello di un attivista, che parla con disinvoltura e dimostra un’innegabile competenza nel campo. Nel 2009, mentre era presidente del Center for Law Students (CED), si è anche illustrato alla guida di una mobilitazione di 44 giorni contro la contestata dirigenza del preside Roberto Nahum.

L’episodio è cruciale per spiegare la sua adesione alla guida della Federazione degli studenti dell’Università del Cile (Fech), alla fine del 2011. Contro ogni previsione, già Boric vince contro la comunista Camila Vallejo – che figura peraltro, oggi, tra i membri della sua squadra elettorale.


Per tutta la vita, Boric ha vinto contro i sondaggi (Victor de la Fuente, direttore dell’edizione cilena di Le Monde)

Come leader studentesco ora noto a livello nazionale, Gabriel Boric diventa una figura nel movimento studentesco 2011-2012, lanciato attorno alla domanda di istruzione pubblica gratuita e di alta qualità. Sono queste le mobilitazioni studentesche più significative dal ritorno alla democrazia, descritte da alcuni come una “primavera cilena” che ha messo in luce i vicoli ciechi del modello neoliberista e politicizzato intere coorti di giovani.

Boric è quindi favorevole a “de-settorializzare” la lotta per legarla ad altri settori che soffrono di scarsi investimenti pubblici, concorrenza dilagante e precarietà. Nelle elezioni legislative del 2013, come altri leader studenteschi emersi nell’occasione, riuscì ad essere eletto. Il suo successo è essere un candidato indipendente, senza l’appoggio di una macchina politica. L’evento rafforza la sua notorietà.

Per tutta la vita Boric ha vinto contro i sondaggi”, osserva Victor de la Fuente, direttore dell’edizione cilena di Le Monde diplomatique. Nel 2011 è stato eletto presidente del Fech quando nessuno se lo aspettava, e pochi anni dopo è stato l’unico ad essere eletto deputato sotto l’etichetta di Sinistra Autonoma, contro il sistema binomiale [un sistema elettorale che favorisce la permanenza delle due grandi coalizioni dopo il ritorno alla democrazia – ndr]”.

Alla Camera dei Deputati Boric forma un tandem con Giorgio Jackson, altra figura del movimento studentesco. Entrambi cercano di capitalizzare i blocchi dei partiti di centrosinistra al potere. Michelle Bachelet, imbarazzata dai settori più conservatori della sua coalizione, è particolarmente incapace di portare a termine il processo costituente che era già stato promesso.

Durante gli anni 2015-2016, afferma Axel Nogué, Boric e i suoi amici vogliono catturare queste frustrazioni e lavorare per la costituzione di una terza forza politica alternativa, rompendo da un lato con la Costituzione del 1980, dall’altro con l’ordine socio-economico trasmesso dalla dittatura. “

Boric si liberò quindi dalla Sinistra Autonoma, creò un nuovo movimento e si riunì con altre piccole formazioni sotto la bandiera del Fronte Ampio. Prendendo il nome del #0563c1;">movimento uruguiano che ha conquistato massicce vittorie elettorali dal 2004 (coalizione è nata ufficialmente nel 2016). La sua candidata, Beatriz Sánchez, ha avuto il 20% alle elezioni presidenziali del 2017, ma non è potuta passare al secondo turno.

L’esistenza del Largo Fronte non sopprime quella dei suoi membri. Lo stesso vale per l’attuale coalizione Apruebo Dignidad, che comprende il Fronte Ampio, il Partito Comunista e gli ambientalisti. Eppure, l’aggregazione s’è fatta, per sfruttare una finestra di opportunità: da un lato, l’apertura del processo costituente a seguito dell’eruzione popolare del 2019 e, dall’altro, un esame di coscienza del Partito Comunista, che aveva governato con il centrosinistra tra il 2014 e il 2018 e ora cercava un altro tipo di alleanze.


Boric aveva una componente di protesta, alla quale ha aggiunto una componente istituzionale firmando un accordo con le autorità nel 2019 (il ricercatore Axel Nogué)

Se Gabriel Boric ha vinto le primarie in questa coalizione, non è stato senza rischiare prima. Il 15 novembre 2019, al culmine della rivolta sociale, quando il presidente Piñera ha mandato in piazza l’esercito per la prima volta dopo la dittatura, e diversi manifestanti sono morti nelle rivolte, il membro del Front Largo ha firmato un accordo di pace negoziato con le autorità. Il Partito Comunista lo ha boicottato. Ancora peggio: anche una parte del Fronte Ampio è contraria, incluso il leader del suo stesso partito, Convergenza sociale.

“Per una parte dei movimenti e della sinistra radicale, questo accordo ha seppellito il potere destituente della strada e la possibilità di un impeachment del presidente Piñera”, spiega Franck Gaudichaud, professore di storia latinoamericana all’università di Tolosa 2-Jean Jaurès. Boric, che dal 2011 condanna sistematicamente ogni forma di violenza politica di massa, firma quindi solo a proprio nome. L’accordo ha però ancora il merito di segnare l’avvio del processo costituente, e di stabilizzare una situazione della quale tanti temevano il carattere caotico.

“Una gran parte della popolazione voleva una transizione pacifica”, conferma Axel Nogué. Boric ha risposto a questa parte meno dissenziente del suo elettorato, in definitiva nella maggioranza se si devono credere ai suoi risultati primari. La sua firma dell’accordo nel 2019 avrà contribuito a riequilibrare la sua immagine di attivista acquisita dal 2011. Aveva una componente di protesta, alla quale ha aggiunto una componente istituzionale. Anche se, in realtà, è sempre stato molto gradualista”.

 

Una campagna “al centro”, ma per voltare pagina dopo il neoliberismo

La vittoria di Gabriel Boric nelle primarie di Apruebo Dignidad continua quella traiettoria: una promessa di rompere con l’eredità persistente dell’era Pinochet, ma senza ribaltare il tavolo.

Di fronte a lui, durante queste elezioni, il Partito Comunista ha avanzato proposte più radicali e ha cercato di mobilitare gli astenuti, e quindi i circoli popolari che forniscono i principali battaglioni. Ma “questa campagna si è rivelata un fallimento, mentre Boric ha mobilitato con maggior successo il suo elettorato più intermedio e l’ex base elettorale della Concertazione”, osserva Franck Gaudichaud.

Più che i comunisti, Boric ha saputo parlare di temi legati alle disuguaglianze di genere, ai diritti delle minoranze sessuali, alla tutela dell’ambiente. Allo stesso tempo, ha trasformato il suo comportamento nel 2019 in una risorsa: “Ha usato il suo sostegno all’accordo del 2019 come garanzia di ‘governabilità’, che è un concetto centrale in Cile”, commenta Axel Nogué.

Insomma, l’ex leader del movimento studentesco nel 2011 è riuscito a unire le persone, ma offrendo un esito rassicurante ai progressisti riluttanti a farsi rappresentare da Daniel Jadue. “Pensavamo tutti che [quest’ultimo] incarnasse meglio lo spirito della rivolta, ma Boric aveva il vantaggio di non essere comunista, in un paese molto anticomunista”, ha affermato l’editore cileno Pablo Abufom.

Durante i dibattiti televisivi, pur condividendo l’essenziale sul merito con il rivale, Boric si è così distinto prendendo le distanze dalle frange più radicali della rivolta dell’ottobre 2019, e tendendo la mano a vecchie figure del centrosinistra.

Tra questi, due ciak appaiono particolarmente simbolici: l’ex ministro socialista Jorge Arrate e la deputata socialista Maya Fernandez, che non è altro che la nipote di Salvador Allende. Questo anche se il Partito Socialista sostiene ufficialmente la candidata democristiana Yasna Provoste.

In questo Boric sembra aver raccolto la sfida lanciata dall’ex presidente uruguaiano José Pepe Mujica, figura della sinistra latinoamericana, in un’intervista che gli aveva concesso dopo la vittoria alle primarie:

Dobbiamo unire. L’aggregazione è l’eterno problema delle sinistre. Ecco perché Franco è morto nel suo letto ed è per questo che Hitler è salito al potere. La sinistra è divisa sulle idee, perché vuole essere assolutamente d’accordo a tutti i costi, mentre la destra, invece, non ha difficoltà a unirsi attorno ai propri interessi“.

Ma qual è il contenuto esatto di questo incontro? Quando si tratta di caratterizzare il progetto del candidato Boric, i nostri interlocutori hanno difficoltà a trovare le parole giuste. Il termine “socialdemocratico”, oltre alla sua connotazione molto europea, fornisce scarse informazioni sulla reale rottura con l’egemonia esercitata dal centrosinistra sul campo, che non si riconoscerà mai nella destra. Allo stesso tempo, le sue proposte non hanno il potenziale per mettere in discussione i fondamenti dell’ordine sociale, motivo per cui a volte viene trattato di “amarillo” (“giallo”, o “traditore sociale”) da parte dei manifestanti (questo video in cui è stato contestato violentemente per strada).

Il suo programma è chiaramente di sinistra, ma moderato. Possiamo qualificarlo come post-neoliberista in senso progressista”, tenta di riassumere Franck Gaudichaud. Il documento, che è stato svelato solo molto tardi nella campagna, è attraversato da quattro assi trasversali: decentramento, femminismo, lavoro dignitoso e crisi climatica (come simbolo politico ha scelto anche un albero, già presente nel clip della sua prima campagna).

Tra le sue 53 proposte (leggere qui), le più centrali riguardano la fine del sistema pensionistico con contribuzione individuale (capitalizzazione) e l’istituzione di un sistema di solidarietà statale, il rafforzamento dell’istruzione pubblica, la legalizzazione dell’aborto (per il momento è possibile solo ricorrervi in caso di pericolo per la vita della madre, del figlio, o di stupro), la regolamentazione degli affitti e la costruzione di 260.000 unità abitative dignitose. Infine, Boric offre un’altra garanzia: “Con lui potremo continuare lo sforzo della Convenzione costituzionale, cosa tutt’altro che certa con Kast”, sottolinea Victor de la Fuente.

Questo modo di collegare le istanze dei movimenti sociali e le istituzioni ricorda l’esperienza di Podemos in Spagna, anche se Boric non ha costruito un movimento politico potente come quello di Pablo Iglesias.

“Vuole sia rompere con la Concertazione sia costruire una nuova governabilità di sinistra, prendendo le distanze sia dal centrosinistra tradizionale che da settori della sinistra radicale”, afferma Pablo Abufom.

Esistono contatti con Íñigo Errejón, co-fondatore di Podemos prima di seguire la propria strada. Sono coerenti con il posizionamento di un progressismo verde emancipato dal tragico passato del movimento operaio. Quanto a Pablo Iglesias, ormai ritiratosi dalla guida del partito, ha pubblicamente sostenuto Boric, accogliendo su Twitter la sua denuncia degli elementi discriminatori del programma del candidato di estrema destra, durante l’ultimo dibattito televisivo tra i candidati alla presidenza, il 15 novembre.

Ora eletto, un intero Paese è in attesa di vedere come farà aprire le “grandi strade” verso una società migliore.

 

da qui



sabato 7 novembre 2020

cancellare le Regioni

Il disastro delle Regioni - Franco Astengo

 

Sotto il titolo “Uno spettacolo indecoroso” Stefano Cappellini ha affrontato – il 5 novembre su «Repubblica» – il nodo del disastro politico, istituzionale, morale realizzato in queste ultime convulse settimane dai Presidenti di Regione.

Lasciando da parte il dato di un ceto politico complessivamente inadeguato, tra centro e periferia, Cappellini ha sviluppato un’analisi giustamente impietosa concludendo “Quando la situazione lo permetterà, bisognerà riflettere a fondo sui danni di una riforma, quella del titolo V della Costituzione, varata in fretta e furia dal governo Amato all’inizio del secolo (2001) per inseguire l’allora Lega di Umberto Bossi, che si è rivelata un pasticcio in tempi felici e una vera disgrazia nei tempi difficili che ci troviamo a vivere”.

Questa riflessione però non va rinviata a causa dell’emergenza, interessando prima di tutti quanti si muovono nell’ambito della difesa costituzionale e del tipo di democrazia repubblicana così come era stata disegnata da quella nostra Carta fondamentale troppo spesso messa in discussione.

All’interno di un quadro di grandissima difficoltà che attraversa l’intero sistema politico italiano si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione .

Un fallimento che nei mesi scorsi, quando si parlava di autonomia differenziata, si stava affrontando attraverso un approccio posto esattamente alla rovescia rispetto a ciò che dovrebbe servire proprio alle Regioni economicamente e socialmente più forti. E’ già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni’60, fu fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo.

 

Gli elementi portanti della crisi che adesso si pone in grande evidenza sono sorti principalmente nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali:

a) l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore)

b) la modifica del titolo V della Costituzione

La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della devolution aveva portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni’70 del XX secolo – alla guida delle più grandi città oltre che di Regioni collocate al di fuori dalla tradizionale “zona rossa” – aveva dato prova di “buon governo”.

L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa. L’elezione diretta del Presidente di Regione ha finalizzato per intero l’attività dell’Ente alla costruzione di macchine per il consenso politico personale favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico” esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente. Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità – dove si sono aperte le porte all’egemonia della privatizzazione speculativa – e i trasporti. Si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo è stato elevato vieppiù a sistema. Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese (ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato). Il tema delle disuguaglianze e dell’impoverimento complessivo è stato poi affrontato dal rampantismo di retroguardia del M5S con il rilancio in grande stile dell’assistenzialismo e dalla destra con l’esplosione del nazionalismo populistico.

Andando al punto: le Regioni sono assolutamente da ripensare. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.

Deve essere anche ricordato che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province, valore costituzionale confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD.

La vicenda dell’emergenza sanitaria di questi mesi ha funzionato da vera e propria cartina di tornasole per mettere ancor meglio a fuoco questo disastro, al punto in cui la Conferenza dei Presidenti di Regione (eletti direttamente e attenti soltanto alla propria immagine e al proprio personale tornaconto politico) si è trasformata in una sorta di Consiglio dei Ministri parallelo, causando fenomeni di vera e propria confusione, tanto per definire la vicenda attraverso eufemismi.

Una confusione tanto più deleteria per la credibilità delle istituzioni considerata la debolezza del Governo, la precarietà dell’attuale maggioranza, l’aggressività perniciosa della destra (del resto ben rappresentata a livello di vertici regionali).

da qui

 

 

Più potere allo stato centrale, abolire regioni e province e ridurre i comuni da 8.000 a 3.000 - Fabrizio Tomaselli

 

Chi decide in Italia?

In questi giorni ci siamo ormai abituati a vedere lo stivale italiano colorato di rosso, arancione, giallo ma i colori che rappresentano le regioni sono molti di più, si confondono, si incrociano, bisticciano tra loro e creano una confusione che non è soltanto cromatica. In molti si sono anche abituati a sentire le solite polemiche tra i cosiddetti “governatori” e Conte, Speranza e altri ministri: anche qui una confusione senza precedenti sul che cosa si decide e chi decide.

Io no, non mi sono abituato! Penso che come me altri milioni di donne e uomini di questo paese stiano perdendo la pazienza nel vedere battibecchi da osteria, dichiarazioni un tanto al chilo, sfondoni di ogni tipo e sceneggiate indegne, senza neanche capire chi decide in una situazione così drammatica e delicata come l’attuale, quali le certezze e le responsabilità.

Insomma, a livello politico qualcuno dovrebbe parlare dopo aver deciso insieme agli esperti e altri dovrebbero stare zitti e, ventre a terra, lavorare per la gente che rappresentano. Invece siamo di fronte al caos decisionale, comunicativo e mediatico: verrebbe da ridere se non ci fossero già stati 40.000 morti.

Voglio riproporre una questione che ho già affrontato parecchio tempo fa, all’inizio dell’emergenza sanitaria. Penso che proprio la pandemia, mentre rallenta economia e vita sociale, abbia però accelerato ed acuito alcune contraddizioni. Tra queste, nel nostro paese, emerge quella del disegno istituzionale relativo al rapporto tra stato centrale ed autonomie locali. Il caos che si è generato e persiste nel rapporto tra Governo e “governatori” ne è l’esempio più evidente.

Non si capisce più chi deve decidere e chi può impedirgli di farlo; da chi dipende un servizio pubblico o il suo controllo; da chi vengono gestiti i soldi che ci vengono detratti tutti i mesi dalla busta paga; chi paga le tasse e chi non le paga….

Il fallimento del sistema sanitario nell’attuale emergenza sanitaria è l’esempio più chiaro di come la suddivisione a livello regionale abbia creato sistemi diversi, più o meno efficienti o inefficienti, legati spesso a filo doppio agli interessi dei privati, distruggendo in alcuni casi la medicina di base in nome di una cosiddetta eccellenza ospedaliera, come se medicina di base ed eccellenza non debbano invece convivere in un sistema sanitario efficiente, professionalmente valido e vicino ai cittadini.

Premesse necessarie.

1.      Ho votato no al Referendum di Renzi perché fortemente lesivo di quanto la Costituzione prevede a tutela dei cittadini e della loro rappresentanza politica, ma non credo che modifiche alla carta fondamentale siano per se stesse deleterie. Si tratta di capire a che cosa ed a chi serve aggiornare la Costituzione e soprattutto se i suoi sacrosanti principi, spesso da sempre inapplicati, possano invece diventare realtà.

2.      Non difendo il governo contro le strumentalizzazioni di alcuni cosiddetti governatori, sia perché di errori in questa vicenda l’esecutivo ne ha compiuti tantissimi e anche molto gravi, sia perché personalmente non ho partiti in parlamento che mi rappresentano.

3.      Non sono un costituzionalista e neanche un professore di diritto, ma credo che un po’ di buonsenso e di razionalità siano sufficienti per quel che mi accingo a dire.

4.      Per ultimo, non credo che qualsiasi alchimia istituzionale possa modificare sostanzialmente e positivamente il sistema economico e sociale nel quale viviamo, neanche quello che propongo. Ben altro ci vorrebbe, a cominciare da una ridiscussione complessiva dei principi del sistema politico, sociale ed economico attuali, da uno sviluppo degli strumenti collettivi e di una programmazione economica che devono essere non solo indirizzati ma anche decisi ed in parte gestiti dal soggetto pubblico.

Premesso ciò, penso anche che comunque una modifica degli strumenti istituzionali a disposizione del paese potrebbero modificare in modo concreto la vita dei cittadini, la gestione della salute, della scuola, del territorio, del modo di produrre, in sostanza della gestione della cosa pubblica.

In Italia abbiamo 20 Regioni, 107 Province, delle quali 14 sono state trasformate in Città Metropolitane. La più grande Città Metropolitana è Roma con circa 2.856.000 abitanti. Il più piccolo Comune italiano ha la bellezza di 33 (trentatre) abitanti, cioè probabilmente poco più che il Sindaco ed i suoi familiari.

Gli attuali Comuni italiani sono 7.904 dei quali:

·         solo 3.504, cioè il 44,35%, hanno più di 3.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 90,75% della popolazione italiana che è pari a 60.359.546;

·         solo 2.416 comuni (il 30,58%) hanno più di 5.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 83,73% della popolazione italiana;

·         solo 1.230 comuni (il 15,57%) hanno più di 10.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 69,86% della popolazione italiana;

·         infine solo 106 comuni (l’ 1,35%) hanno più di 100.000 abitanti ma complessivamente i residenti totali sono il 31,17% della popolazione italiana.

Non voglio dire che in ogni caso “grande è bello” ma questi numeri ci dicono che la parcellizzazione del territorio nazionale in una miriade di apparati amministrativi che sono stati pensati giustamente come strumenti di partecipazione popolare alla vita del Paese, in mancanza di una politica degna di questo nome, si sono oggi trasformati nella maggior parte dei casi in apparati di consenso elettorale fine a se stesso, di clientelismo, di eccessiva burocrazia, di corruzione più o meno evidente. Decine di migliaia di politici di professione spesso incompetenti ma super pagati.

E ALLORA CHE FARE?

Io provo ad elencare alcune idee che non sono neanche proposte vere e proprie, solo spunti accennati e superficiali, che non tengono conto (direbbe qualcuno) della complessità del sistema economico, legislativo ed amministrativo, che richiederebbero anche una rimodulazione della Costituzione in senso più partecipato… ma che forse servono a ragionare liberamente dalla gabbia culturale e mediatica che ci hanno costruito intorno.

1.      Vorrei un Parlamento diviso come oggi in due rami (Camera e Senato) con un numero di parlamentari uguale a quello che era prima dell’ultimo referendum e le stesse prerogative legislative per assicurare sufficienti garanzie di trasparenza ed un livello di rappresentanza adeguato ad un paese che conta più di 60 milioni di abitanti. Ma vorrei Regolamenti parlamentari più dinamici per quel che riguarda il processo legislativo e al tempo stesso più rigidi nei confronti dell’attività svolta dai rappresentanti politici, a cominciare dal rispetto dell’obbligo di lavoro per almeno 5 giorni settimanali in Parlamento e compensi totali del singolo parlamentare legati alla presenza e comunque ridotti del 50%, in modo da evitare che l’elezione a parlamentare diventi un bancomat personale. Chissà quanti “campioni” di democrazia rinuncerebbero a candidarsi.

2.      Vorrei una legge elettorale totalmente proporzionale e senza alcuno sbarramento o soglia perché o si hanno i numeri per governare da soli, o ci si deve alleare a qualcuno, o si ritorna democraticamente a votare… e auspicherei anche il voto ai sedicenni, accompagnato magari dal ritorno nella scuola ad un serio studio della storia e della Costituzione. E gli stessi meccanismi di rappresentanza generale, democratica e proporzionale, dovrebbero essere applicati anche alla rappresentanza sindacale attraverso una specifica legge.

3.      Ci vorrebbe l’introduzione del Referendum propositivo, anche con votazione elettronica, da attivare su richiesta di un numero di cittadini (magari l’1% della popolazione avente diritto al voto). Anche le firme per la richiesta di referendum si possono raccogliere telematicamente. Si tratterebbe dell’introduzione di uno strumento di democrazia e partecipazione diretta da affiancare a quello di democrazia delegata (Parlamento). Pensate ad una legge giusta ed opportuna proposta e votata dalla maggioranza dei cittadini: altro che pastette da corridoio!

4.      Abolizione delle amministrazioni regionali e provinciali. Le funzioni e il personale attualmente in capo alle attuali Regioni passano in gran parte allo Stato ed in parte ai Comuni. Le funzioni delle attuali Province passano in parte ai Comuni e in parte allo Stato. Non è che si aboliscono le forme regionali e provinciali che si sono geograficamente, storicamente e socialmente evolute dal dopoguerra ad oggi, ma solo le loro amministrazioni. Quindi le regioni e le province rimangono come estensione territoriale dello stato e come articolazione delle necessarie strutture statali che si occupano dello specifico territorio.

5.      Accorpamento, fusione e riduzione sostanziale dei Comuni Italiani. Il numero minimo di abitanti per comune diventa ad esempio di 5.000 abitanti, passando così ad un numero di Comuni pari a meno di 3.000 dagli attuali 7.900. La tutela delle specificità e delle caratteristiche proprie dei territori e delle comunità viene salvaguardata da strumenti di confronto, di partecipazione diretta e di erogazione di servizi ai cittadini, costituita da specifici Municipi/Delegazioni che diventano strumenti collettivi di prossimità tra la popolazione e l’amministrazione del Comune a cui fanno riferimento.

Con queste modifiche che non sono certo rivoluzionarie, si otterrebbero tre principali obiettivi.

1.      Una maggiore e concreta partecipazione diretta della popolazione alle decisioni attraverso lo strumento referendario e con una legge elettorale che riprodurrebbe la rappresentanza reale del paese. Obbrobri e falsi valori come quello inculcato della cosiddetta “governabilità” legata alla legge elettorale, rappresentano esclusivamente lo strumento per imporre gli interessi di pochi su quelli di tanti. La vera governabilità di un paese si ottiene attraverso il consenso popolare. Come la vera rappresentatività del sindacato dovrebbe essere il frutto della decisione democratica dei lavoratori.

2.      L’abolizione di Regioni e Province e l’accorpamento e la riduzione del numero dei Comuni produrrebbe:

o    risparmi economici di dimensioni inimmaginabili da utilizzare in welfare, in sanità, in servizi, in riduzione delle tasse;

o    una razionalizzazione ed una omogeneizzazione dell’intervento pubblico in tutti i settori e in tutti i territori, eliminando discriminazioni territoriali che sopravvivono a prima dell’unità d’Italia;

o    pensate finalmente ad un sistema sanitario nazionale, dove le regole siano uguali per tutti e che non privilegi la sanità privata a danno di quella pubblica e della ricerca; pensate se lo stesso discorso si facesse per l’ambiente, per i beni comuni, per il lavoro, per i trasporti… alla faccia dei “governatori” e dei loro vassalli e cortigiani;

o    una partecipazione maggiore dei cittadini in quanto i Comuni diventerebbero più grandi, con più risorse economiche e funzioni accresciute rispetto a quelle attuali. Diventerebbero i veri strumenti della rappresentanza di prossimità ed il raccordo diretto tra la gente e lo Stato.

3.      La riduzione impressionante del potere delle grandi e piccole burocrazie dei partiti, ormai diventati in molti casi veri e propri gruppi di interesse economico che uccidono rappresentanza reale e partecipazione democratica. Partiti che devono però essere recuperati alla vita democratica del Paese attraverso l’adozione di una serie di norme trasparenti e verificabili sulla rappresentanza politica ed elettorale, come anche devono essere riviste le regole della rappresentanza sindacale attraverso una legge democratica, nazionale e senza esclusioni pregiudiziali.

Qualcuno dirà: si va bene tutto ma chi le fa queste cose, chi rinuncia al potere, ai soldi, al pennacchio?

E’ vero. Infatti misure di questo tipo non possono certo essere slegate da una visione dello Stato e della cosa pubblica che deve procedere ad una equa redistribuzione delle ricchezze e del reddito, deve interagire con l’economia ed imporre regole certe ed uguali per tutti, combattere il razzismo e sviluppare l’accoglienza, eliminare definitivamente corruzione, mafia e evasione fiscale, intervenire direttamente nei settori e nelle aziende che rivestono un valore strategico per il Paese, per i cittadini, per le comunità e per i lavoratori.

Insomma, ci vuole un sistema diverso dall’attuale: non impossibile da conquistare ma forse ci vorrebbero anni. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare!

Nel frattempo chi da una barricata e chi dall’altra si accontenta di criticare il politico o il governante attraverso l’abituale baraonda mediatica e “social”, magari soltanto spingendo qualche tasto sul computer …. a mio avviso fa ben poco di rivoluzionario e di realmente diverso da ciò che è stato fatto in questi ultimi decenni.

Serve molto di più per costruire un’alternativa e questo lo possono fare soprattutto i giovani e chi ha ancora la voglia e la forza di gridare che questo stato di cose non ci piace, che vogliamo un mondo e un paese diversi.

da qui

 

dice bortocal:


il comportamento devastante delle Regioni in questa situazione, senza grosse differenze tra amministrazioni dichiaratamente di destra e di sinistra, nell’indegna pagliacciata di reclamare per mesi il potere di decidere e poi di rifiutarlo quando gli viene concesso, chiedendo invece provvedimenti indistinti a livello nazionale.

voglio andare oltre: è giunto il momento di proporre una sostanziale revisione dell’orrenda riforma costituzionale voluta da D’Alema nel 2001, per provare ad ingraziarsi la Lega (diciamo meglio a comperarsela), allargando a dismisura le competenze delle Regioni; vanno riportate ad organi di semplice coordinamento di terzo livello delle province, che sono la vera dimensione e la vera ossatura delle autonomie locali nella nostra storia; alle Regioni vengano fatti esercitare poteri ben più circoscritti, evitando dilapidazione di somme enormi ed enfatici poteri di rappresentanza che hanno frantumato la dignità stessa del nostro stato.

da qui

 

 

"Le Province? Sono enti utili. - Meglio cancellare le Regioni" – Paolo Fantauzzi

 

Uno studio della Società Geografica (commissionato dal governo Letta) ribalta l’opinione comune. E suggerisce, per abbattere i costi, di ridisegnare i confini suddividendo l’Italia in 36 aree omogenee per funzioni

 

Ma quali province, gli enti inutili da abolire sono le regioni! “Gusci vuoti” riempiti di soldi che non hanno saputo gestire il territorio né far altro che esplodere il debito pubblico. A dare un giudizio così drastico non è qualche consigliere locale inviperito per aver perso la poltrona ma la Società geografica italiana (Sgi), una delle principali e più antiche istituzioni culturali del nostro Paese.

Nei mesi scorsi - mentre il governo Letta proclamava l’intenzione di cancellare la parola “province” dalla Costituzione - la Sgi ha realizzato uno studio (“Per un riordino territoriale dell’Italia” il titolo) volto a disegnare un nuovo assetto territoriale. Il risultato è un documento che va in senso diametralmente opposto a quello seguito dalla politica, destinato probabilmente a restare chiuso nei cassetti (un paradosso, se si pensa che l’input ad approfondire il lavoro è venuto dal ministero per gli Affari regionali). E del quale si possono condividere o meno le conclusioni ma che ha quanto meno il merito di analizzare l’articolazione amministrativa italiana da un punto di vista scientifico, proponendo un riassetto del territorio basato su un approccio funzionale.

Il succo è questo: le province sono innegabilmente troppe, ma non sono enti inutili. Semmai lo sono le regioni, che sono ripartizioni recenti e spesso artificiose. Considerata la natura profondamente cittadina dell'assetto geografico italiano, sarebbe quindi meglio dare vita a 31 o 36 macro-province simili per cultura e tessuto produttivo, collegate fra loro e caratterizzate dagli stessi flussi di mobilità…

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