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mercoledì 3 giugno 2026

Quando anche l'anguria diventa una minaccia: la criminalizzazione dell'identità palestinese in Germania - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

“Che fine hanno fatto gli studiosi tedeschi di diritto che un tempo contribuirono allo sviluppo del diritto internazionale? Dove sono i think tank e le fondazioni che un tempo guidavano i dibattiti sulla giustizia? Cari tedeschi: per favore svegliatevi e aiutate ad affrontare la crisi che il vostro Paese sta contribuendo a plasmare nel cuore dell’Europa. Ancora una volta.”

Con queste parole, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha espresso con rara chiarezza la crescente crisi morale e giuridica che si sta sviluppando all’interno della Germania.

Il suo intervento è importante perché ciò che sta emergendo oggi non è semplicemente una disputa sulla politica verso la Palestina. È una trasformazione più profonda del rapporto tra diritto, memoria e potere statale all’interno dell’Europa stessa.

La classificazione da parte del servizio di intelligence interno tedesco dell’anguria e di Handala come simboli di “estremismo palestinese secolare” rappresenta un cambiamento di paradigma nel rapporto tra sicurezza, memoria e identità politica. Nella formulazione del BfV (Bundesamt für Verfassungsschutz, il servizio di intelligence interno tedesco), l’anguria diventa problematica specificamente quando viene utilizzata per rappresentare la mappa della Palestina storica al posto di Israele, trasformando un simbolo culturale in ciò che lo Stato interpreta come una negazione della legittimità di Israele. Non si tratta di simboli di attività armata, ma di simboli di continuità culturale, memoria territoriale ed espressione storica.

Anche artistica.

L’anguria diventò associata all’identità palestinese soprattutto dopo il 1967, nei periodi in cui l’esposizione della bandiera palestinese veniva vietata dalle autorità israeliane nei territori occupati. I suoi colori — rosso, verde, bianco e nero — permisero ad artisti e attivisti palestinesi di preservare simbolicamente la presenza della bandiera attraverso metafora visiva, sostituendo la bandiera con l’anguria, che avevano gli stessi colori.

Diversi artisti palestinesi contribuirono alla diffusione di questo simbolo come forma di resistenza culturale contro la cancellazione identitaria. Handala, creato dal fumettista palestinese Naji al-Ali è diventato una delle rappresentazioni visive più durature dell’esilio e dell’espropriazione palestinese: il bambino rifugiato scalzo eternamente rivolto altrove fino al ritorno della giustizia. E fino al ritorno in Palestina.

Classificare questi due simboli come esempi di estremismo significa trasformare i diritti fondamentali sanciti dalla diritto, in oggetti di sorveglianza politica, repressione e censura. Da elementi dell’identità palestinese a minaccia e questione di sicurezza.

Nel diritto internazionale, l’espressione culturale e politica gode di una protezione esplicita attraverso quadri giuridici sovrapposti che regolano la libertà di espressione, la partecipazione culturale e i diritti delle minoranze. L’esposizione di simboli nazionali o storici rientra pienamente nelle forme protette di espressione politica secondo trattati come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

La postura emergente della Germania capovolge questi obblighi.

Invece di proteggere le espressioni e le libertà, le istituzioni statali sono disposte a trattare qualsiasi espressione palestinese come questione sospetta. La conseguenza non è solamente la censura, ma l’impossibilità stessa di apparire pubblicamente come soggetto politico legittimo. La graduale riclassificazione dei simboli, del linguaggio e dei riferimenti storici di un popolo da espressione pubblica legittima a elemento di potenziale minaccia.

Questa trasformazione è importante perché determina quali identità appaiono nello spazio pubblico e quali invece appaiono come elementi di sospetto che richiedono monitoraggio, o contenimento. Una volta che i simboli palestinesi vengono securitizzati, la stessa presenza palestinese diventa tollerata e controllata.

È questa la crisi morale e giuridica che Albanese ha chiesto alla Germania di riconoscere.

da qui

domenica 31 maggio 2026

Il genocidio spiegato a Erri De Luca - Girolamo De Michele

 

Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell'ex Yugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto suo

L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un vero dibattito, un’eco mediatica nella quale si perde, via via che l’onda sonora si allarga e il suo contenuto si affievolisce, ogni reale possibilità di conseguire qualcosa che non sia un semplice ribadire un posizionamento. È ciò di cui non abbiamo bisogno.

Per questo provo a fare, per quel che posso, chiarezza, con gli strumenti storici, giuridici e filosofici che ho acquisito e messo alla prova per scrivere una biografia non solo dell’autore della parola «genocidio», ma del concetto stesso.

 

Chi ha gettato la prima palata di merda nel ventilatore

Cominciamo col puntualizzare ciò di cui si sta trattando. Erri De Luca, in procinto di recarsi in Istaele per il Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme, ha rilasciato una lunga intervista nella quale, fra le molte cose che dice, esplicita il suo credo su genocidio e sionismo. Questa parte dell’intervista, circa un terzo, è stata estrapolata e tradotta da G.M., e pubblicata sul Foglio. Per quel che vale, non è un’intervista concessa al Foglio, né la sua traduzione. L’autore del cut&copy è persona nota da tempo per la sua peculiare tecnica di tagliare e montare parole altrui: anni or sono Max Blumenthal, mettendo in fila una serie di comprovati plagi, si chiedeva se si trattasse di un «plagiario seriale» o di un volgare «hasbarista»; e concludeva che G.M. è la prova del fatto che «basta fare un po’ di taglia e incolla dalle pubblicazioni dei difensori di Israele per avere successo nel mondo dei neoconservatori». Negli anni, passando dall’antidarwinismo al complotto cinese sul Covid, questo personaggio ha elaborato la teoria degli «ebrei antisionisti/antisemiti», da Hannah Arendt a Daniel Barenboim, da Grossman ad Amos Oz, e, in Italia, dall’«apostata» Primo Levi alle «umilianti giaculatorie» dei più illustri intellettuali ebrei italiani, da Natalia Ginzburg e Gad Lerner: tutti interessati a difendere il loro ruolo dall’interno dell’intellighentia di sinistra, a costo di schierarsi con i peggiori nemici di Israele. 

Si sappia, dunque, per un verso chi ha messo in moto questa vicenda (con le tecniche e modalità che gli sono consuete), e dall’altro quale acqua a quale mulino si porta elevando il «coraggio» di Erri De Luca a metro di giudizio della «viltà» di altri intellettuali, magari suoi ex compagni.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul genocidio

Veniamo alle parole di Erri De Luca, poi precisate e ribadite anche in questo post. Traduco dall’originale inglese (traduzione non so se intelligente, ma non artificiale):  

So benissimo cosa è il genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra moderna e brutale, in cui il numero di vittime civili è enorme e orribile perché quando i combattimenti si svolgono all’interno di uno spazio urbano densamente popolato, tra scuole e ospedali, la popolazione pagherà sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. È l’inevitabile conseguenza del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. È terribile, ma non è genocidio. […] Il fatto che Israele sposti ripetutamente la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attive, rende quest’accusa priva di fondamento.

Spiace dirlo, ma Erri De Luca cos’è un genocidio crede di saperlo, ma non lo sa. Il che, per chi ha fatto il volontariato nell’ex Yugoslavia al tempo delle guerre, è ancor più grave, perché uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale è accaduto proprio laggiù, a Srebreniza.

Genocidio è un termine giuridico che designa un crimine internazionale: non lo si va a cercare sul Tommaseo o nella Treccani, ma nella Convenzione per la Prevenzione e Repressione del Crimine di Genocidio. Che è testo vincolante per le nazioni che lo hanno sottoscritto, e impone precisi obblighi, fra i quali la persecuzione dei suoi autori anche al di fuori dello Stato in cui esso accade: «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro».

Che ci sia o meno genocidio lo si stabilisce in base a questa definizione, non per comparazioni con altri crimini internazionali o altre guerre. La stessa comparazione, fosse pure con la Shoah, non è contemplata dalla Convenzione, e non per caso: due ore prima della sua approvazione fu respinto un emendamento presentato dai delegati polacco e cecoslovacco che chiedeva di inserire la locuzione «come nella recente guerra». Non nominando la Shoah, né uno specifico genocidio, il testo della Convenzione si allineava così al giudizio di Raphael Lemkin, inventore della parola e co-autore della prima stesura della Convenzione: «Il genocidio non è un fenomeno eccezionale, ma accade nelle relazioni fra gruppi umani con una certa regolarità, così come l’omicidio ha luogo nelle relazioni fra individui».

Nel deliberare sul genocidio di Srebreniza, la Corte Penale Internazionale respinse gli argomenti dei difensori dei criminali serbi: che non fosse possibile distinguere fra il civile e il militare; e che le milizie serbe, uccidendo solo gli uomini adulti e non l’intera popolazione, non avevano l’intenzione di cancellare la totalità dei bosniaci musulmani della città. Sono, purtroppo, gli stessi argomenti che usa De Luca a difesa dell’Idf. Per inciso: nella storia nessun genocidio ha mai davvero cancellato la totalità della popolazione che ne è stata vittima.

Infine: lo spostamento forzato di una popolazione al di fuori della propria terra è Pulizia etnica: locuzione che nasce proprio in occasione delle guerre di Yugoslavia; per il diritto internazionale indica l’ultimo passo di un processo genocidiario, o la sua premessa: è una spia rossa che segnala il genocidio in atto.

Erri De Luca sembra dire che «purtroppo è la guerra»: ma in guerra – sin dal tempo di Ugo Grozio, e poi della Convenzione dell’Aja, e infine, dopo la Convenzione Onu sul genocidio, dello Statuto di Roma del 1998, il cui testo depositato a Roma è stato impunemente sorvolato dall’aereo che portava Netanjau negli Usa – l’invasore occupante non ha potestà assoluta sul civile occupato (e neanche sul militare). Che Grozio, Rousseau, Cassese (Antonio) e Lemkin non scrivessero in ebraico non è un’attenuante per non conoscerli, quale che sia il peso del sasso o della bottiglia che hai tirato da giovane.

 

Cosa ha detto Erri De Luca sul sionismo

Per me, il sionismo è il riconoscimento più semplice e fondamentale del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità che convivono fianco a fianco, è sionista per questo stesso motivo. 

In quanto sionista, De Luca afferma di rifiutare a priori eventuali dibattiti pubblici: «Non sono in grado di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa ancora più importante, non collaborerò con alcun evento o forum in cui si usi la parola «genocidio» nel contesto di Gaza.

Per De Luca «sionismo» è oggi una «parola maledetta»: ma sembra che questa maledizione abbia una pregiudizievole origine politica. Io direi – parafrasando Valentina Pisanty – che, come «antisemitismo», «sionismo» è una parola presa in ostaggio dalla militarizzazione e dalla confusione fra ciò che è e ciò che non è. E le parole di De Luca non aiutano a sciogliere questa confusione.

«Sionismo» è una parola che ha significato molte cose, anche in contraddizione fra loro: il socialismo per gli ebrei immigrati e il colonialismo per i palestinesi residenti, ad esempio. Ma ciò che conta, oggi, è cosa il sionismo è – o è diventato. Anche «tiranno» era, al tempo di Sofocle, una parola polisemica, che poteva designare una forma moderna e razionale di governo: ma di certo non si cita Sofocle a difesa dei tiranni odierni. Far coincidere «sionismo» col diritto degli ebrei ad avere un proprio Stato significa far collassare questo diritto su due altre affermazioni: che non c’era altro modo di soddisfare questo diritto se non quello che si è dato, e che oggi non c’è alternativa allo stato di cose esistente. Il che è doppiamente falso.

Israele, ricordiamolo – lo ha fatto Omer Bartov nel suo ultimo libro – fu riconosciuto dall’Onu, nel 1947, all’interno di precisi confini (peraltro contestati). L’esito della guerra del 1948 non dava alcun diritto di occupare i territori destinati allo Stato palestinese, così come l’esito della guerra del 1967 rispetto alla Cisgiordania. Esito della guerra, peraltro, determinato anche dall’assassinio dell’inviato dell’Onu Folke Bernadotte, latore di un piano di pace, a opera dei terroristi criminali e nazi-sionisti (sono parole di Einstein e di Hannah Arendt) della Banda Stern, cioè del futuro Likud. Inoltre, la risoluzione del 1947 obbligava Israele a emanare una Costituzione democratica che garantisse i diritti anche agli arabi all’interno dello Stato, cosa che, per esplicita volontà di Ben Gurion, che non voleva avere le mani legate dalla risoluzione del 1947, non è avvenuta né allora, né in seguito.

Si aggiunga che De Luca sembra equiparare chiunque usi la parola «genocidio» a chi desidera la cancellazione degli ebrei dalla Palestina, operando una brutale divisione fra «noi sionisti» e «tutti gli altri» (che sarebbero dei tagliagole?). È una strategia intellettualmente penosa, ben presente nel web – non solo per effetto della hasbara israeliana: c’è anche chi è capace di farlo da sé: si designa un nemico immaginario, a uso e consumo della propria tesi (si chiama «fallacia del fantoccio», o dello spaventapasseri); se ne dimostra l’esistenza con generalizzazioni di singole figure e singoli discorsi; si riempie la bocca di questi singoli elevati a fantocci di iperboli: e il gioco è fatto.

Ma quello che De Luca sembra ignorare è la statura intellettuale e morale, e la rilevanza nel campo degli studi e della stessa comunità internazionale, di personaggi come William Shabas nel campo del diritto internazionale umanitario; di Omer Bartov, uno storico che ha segnato il prima e il poi nella storiografia dell’Olocausto; di Masha Gessen, recente Premio Pulizer (cui non si può certo applicare il giochino del «parlaci dell’Ucraina», che è peraltro anch’essa una fallacia); di Anna Foa. Per non dire di chi non usa la parola «genocidio», ma riconosce che siamo in presenza di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra – crimini per i quali il tribunale e la pena sono gli stessi del crimine di genocidio: da Marcello Flores a Liliana Segre, a Gad Lerner.

Di cosa stiamo parlando, allora? Del mettere la testa sotto la sabbia e rifiutarsi di vedere l’orrore in atto, sino a non saperlo nominare. Che questa sabbia sia la fatalità storica, poco importa. Nel caso di un intellettuale che ha un ruolo e un’autorevolezza nel pubblico dibattito, stiamo parlando della funzione stessa dell’intellettuale: che è, per come Italo Calvino me l’ha insegnato, ciò che dice Marco Polo all’imperatore che, sconfortato, conclude che «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può che essere la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». La risposta di Polo è che «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio».

 

Bruciare i libri di Erri De Luca?

Ma se Erri De Luca arriva ad accettare l’inferno fino a non vederlo più, non sarebbe allora legittimo, come alcuni urlano, buttare via i suoi libri, addirittura bruciarli?

A bruciapelo, rispondo che bruciare i libri è una stronzata – anzi, peggio: è uno dei modi in cui si accetta l’inferno fino a non vederlo. Comincia a bruciare, chessò, il Mein Kampf , e poi ti trovi a bruciare il libro accanto, e poi un altro, e così via, finché la mitridatizzazione ti porterà a bruciare l’intera biblioteca, perché se i suoi libri contengono le tue verità sono inutili, e se non le contengono sono dannose.

Anche perché a bruciare libri ci pensa già qualcuno, a cui rischiamo di non badare perché impegnati in altro. Ad esempio, su un quotidiano nazionale c’è una pagina settimanale di propaganda filo-israeliana, Hakol. La realtà di Israele, dove un tale, già fattosi notare per aver invocato «interventi finalmente incisivi, se non risolutivi, da parte di quanti ne hanno a disposizione gli strumenti» contro insegnanti e studenti, di recente ha compilato una lista di proscrizione di libri segnalati da una newsletter editoriale: L’odio anti-Israele piomba a scuola, nientemeno. I nuovi hostes publici – dei quali l’articolista, che sarebbe persona di scuola, ha letto solo la quarta di copertina – sono Anna Foa, Omer Bartov, Rashid Khalidi, Enzo Traverso, Arturo Marzano, Roberta De Monticelli, e Claudio Vercelli. «Ditegli sempre di sì», avrebbe detto Eduardo: se non ché ho visto un’interrogazione parlamentare redatta copincollando pari pari un articolo di questo tale (fossi stato il ministro interpellato, avrei insegnato la creanza a chi mi interpellava con una fotocopia altrui). Il deputato in questione è uno che  ogni volta che lo leggo o lo sento mi chiedo se la sua ghost writer non sia la Strega malvagia dell’Ovest, e a Erri De Luca non gli allaccia i calzari: però è lui che ha l’autorità per deliberare, foss’anche l’acquattarsi servile ai piedi dei potenti, non gli intellettuali. Vale a dire: cerchiamo di mantenere il giusto peso e la giusta misura, non creiamoci a nostra volta fantocci da bruciare per soddisfare un godimento che non è all’altezza del nostro desiderio.

 

Tradurre l’Esodo non basta

I libri di Erri De Luca non hanno, in genere, attinenza con ciò di cui qui si parla, quindi non ne parlerò. Salvo uno: la traduzione dell’Esodo. Della cui traduzione, e del traduttore, una bravissima e instancabile attivista, Lavinia Marchetti (i suoi interventi passati sono diventati un libro, Schegge da un genocidio) ha scritto che «si può tradurre l’Esodo verso per verso, e nondimeno smarrirne il nucleo storico». L’Esodo è la storia (sempre che sia davvero accaduta) di un popolo che, convinto di avere una terra promessa, si muove verso di essa, travolgendo e sterminando un altro popolo che vi risiedeva: i Cananei, e più in specifico gli Amalekiti. È quello che ricordò Edward Said a Michael Walzer, facendo una «lettura cananita» di Esodo e rivoluzione . Leggere l’Esodo dalla parte degli Amalekiti è l’equivalente del dire la parola genocidio da parte dei colonizzati: strappare ai colonizzatori il monopolio dell’interpretazione di una parola che, in fondo, è scandalosa – o meglio: nomina uno scandalo – solo perché per la prima volta le vittime erano europei, e non africani o amerindi. Però il comando divino di ricordarsi di sterminare Amalek risuona oggi nelle parole e nelle pratiche dello Stato d’Israele. E come ha scritto Coetze nella lettera in cui rifiutava l’invito al festival letterario cui andrà De Luca, «è impossibile per qualsiasi parte della società israeliana, comprese le comunità intellettuali e artistiche, dichiararsi privi di colpa rispetto alle atrocità di Gaza» – cioè «un genocidio che ha ricevuto un sostegno entusiasta dalla maggior parte dell’opinione pubblica israeliana».

Ma oltre al contenuto storico, c’è anche un contenuto etico dell’Esodo. Che ha a che fare con quella cultura che ha affascinato un’intera generazione di studiosi, me compreso. L’esodo come attraversamento del deserto, come metafora potente della condizione umana: il prendersi per mano e marciare insieme. Sono consapevole del fatto che oggi quelle pensatrici e pensatori sarebbero su posizioni opposte: Buber e Scholem, Lévinas e Benjamin, Arendt e Wiesel. Ma anche in una contrapposizione si vede quell’altra cultura – così come ci sono concetti filosofici che vanno oltre chi li enuncia. Di tutto questo mondo, oggi, non si vede traccia: e quando si perde il rapporto con quella trascendenza che fonda la dimensione religiosa, non restano che gli dei degli eserciti, che brandiscono pretese verità fondate su un libro scritto in una lingua mancante di vocali e segni d’interpunzione; i cui verbi all’indicativo mancano del presente, dell’imperfetto, del piuccheperfetto e del futuro, nonché dei tempi del congiuntivo, per limitarsi alle lacune più evidenti. Lo aveva osservato Spinoza, ricevendo in cambio dagli idolatri della sinagoga di Amsterdam una maledizione e una coltellata.

 

Dalla parte dell’uovo: Murakami a Gerusalemme

E poi, pensando a cosa Coetze non dirà a Gerusalemme, mi è venuto in mente cosa invece disse Murakami, che nel 2009, nonostante gli inviti dei suoi amici a non farlo, andò a Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. E fece questo discorso, a partire da un precetto che lo scrittore giapponese dà a sé stesso: «Tra un muro alto e solido e un uovo che si rompe contro di esso, io sarò sempre ‘mettiti dalla parte dell’uovo’». E spiegò questa immagine.

Non importa quanto giusto possa essere il muro e quanto sbagliato l’uovo, io resterò in piedi con l’uovo. Qualcun altro dovrà decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato; forse il tempo o la storia decideranno. Se ci fosse un romanziere che, per qualunque sia il motivo, scrisse opere in piedi con il muro, di che valore sarebbe quali opere siano? 
Qual è il significato di questa metafora? In alcuni casi è fin troppo semplice e chiaro. Bombardieri, carri armati, razzi e proiettili al fosforo bianco sono quel muro alto e solido. Le uova sono i civili disarmati che vengono schiacciati e bruciati e colpiti da loro. Questo è uno dei significati della metafora. 
Ma non è tutto. Ha un significato più profondo. Pensatela in questo modo. Ognuno di noi è, più o meno, un uovo. Ognuno di noi è un’anima unica e insostituibile, racchiusa in un guscio fragile. Questo vale per me, ed è vero per ognuno di voi. E ognuno di noi, in misura maggiore o minore, si trova di fronte a un muro alto e solido. Il muro ha un nome: è Il Sistema. Il Sistema dovrebbe proteggere noi, ma a volte assume una vita propria, e poi inizia a ucciderci e ci induce a uccidere gli altri in modo freddo, efficiente e sistematico. 
Ho una sola ragione per scrivere romanzi, ed è quella di portare in superficie la dignità dell’anima di un individuo e illuminarla. Lo scopo di una storia è quello di far suonare un allarme, di tenere una luce puntata sul Sistema per impedire che le nostre anime si aggroviglino nella sua rete e ne siano sminuite. Credo fermamente che il compito del romanziere sia quello di continuare a cercare di chiarire l’unicità di ogni singola anima scrivendo storie: storie di vita e di morte, storie d’amore, storie da far piangere le persone, farle tremare di paura e scuoterle dalle risate. Ecco perché noi continuiamo, giorno dopo giorno, a inventare finzioni con assoluta serietà.
Ho solo una cosa che spero di trasmettervi oggi: siamo tutti umani. Esseri, individui che trascendono nazionalità, razza e religione, uova fragili di fronte a un muro solido chiamato Il Sistema. […] Prendetevi un momento per pensarci. Ognuno di noi possiede una tangibile, viva anima. Il Sistema non ha nulla del genere. Non dobbiamo permettere al Sistema di sfruttarci. Non dobbiamo permettere al Sistema di prendere vita propria. Non è stato il sistema a crearci: siamo stati noi a creare il sistema. Questo è tutto quello che ho da dirvi.

 

*Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico-letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i tre volumi dell’autobiografia di Toni Negri. Il suo ultimo libro è Il profeta insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio (Neri Pozza, 2025).

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mercoledì 27 maggio 2026

L’archivio che hanno tentato di uccidere - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Esistono momenti nella storia in cui la carta diventa più pericolosa delle armi. Non perché i documenti possano distruggere eserciti, ma perché possono sopravvivergli. La straordinaria operazione condotta dall’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) per salvare milioni di documenti palestinesi da Gaza e Gerusalemme Est, non è stata un semplice esercizio amministrativo in condizioni di guerra. È stata una lotta per l’esistenza storica stessa.

Recenti inchieste del Guardian, insieme alle conferme del New Arab e a lavori accademici pubblicati sulla piattaforma Oxford Academic, attestano che il personale UNRWA ha condotto una missione clandestina durata dieci mesi per preservare materiale d’archivio che documenta lo sfollamento palestinese dal 1948 fino ai giorni nostri.

I documenti comprendevano schede originali di registrazione dei rifugiati, certificati di nascita e matrimonio, fascicoli familiari, riferimenti catastali e atti amministrativi che tracciano la distruzione sociale e geografica prodotta dalla Nakba.

I documenti sono stati spostati sotto i bombardamenti attraverso Gaza, trasferiti in buste camuffate attraverso i checkpoint, assemblati nei depositi di Rafah, trasferiti segretamente in Egitto e infine trasportati in Giordania a bordo di voli militari e umanitari prima della chiusura del corridoio di Rafah nel maggio 2024.

Contemporaneamente, gli archivi di Gerusalemme Est venivano discretamente rimossi nel mezzo degli attacchi crescenti contro le strutture UNRWA e delle pressioni israeliane per smantellare l’agenzia nel suo insieme.

Per la maggior parte degli Stati nazionali, gli archivi sono custoditi da ministeri, musei e istituzioni sovrane. I palestinesi non dispongono di alcun archivio statale consolidato capace di garantire la continuità documentale dell’esistenza nazionale. L’archivio svolge quindi una funzione del tutto diversa. Diventa una struttura dispersa di sopravvivenza. Una scheda di registrazione di un rifugiato non è un semplice modulo burocratico.

È la prova che un villaggio è esistito, che una famiglia vi esisteva al suo interno, e che lo sfollamento non è mito o astrazione ma un atto storicamente tracciabile. Come ha osservato la storica Anne Irfan, i palestinesi sono “un popolo apolide” il cui patrimonio archivistico riveste un’eccezionale rilevanza politica e storica.

Questo spiega perché l’archivio stesso sia diventato un obiettivo.

La guerra moderna distrugge la continuità insieme alle infrastrutture. Biblioteche, università, musei, cimiteri e registri amministrativi vengono eliminati perché collegano i popoli alla loro legittimità storica. La cancellazione oggi non è solo fisica. È indiziaria. Un popolo reciso dalla propria memoria documentale diventa più facile da rendere temporaneo, contestato, irreale. Ciò che non può essere provato non è accaduto, nella logica del potere.

Il caso palestinese è particolarmente acuto perché la lotta per la storia è sempre stata inseparabile dalla lotta per il territorio. Dal 1948, Israele ha considerato l’UNRWA non semplicemente come un’agenzia umanitaria, ma come un ostacolo istituzionale alla scomparsa della questione dei rifugiati. I registri dell’agenzia preservano la continuità giuridica e demografica dello sfollamento palestinese attraverso le generazioni, mantenendo vivi nomi, villaggi, confini catastali e genealogie familiari che i progetti di cancellazione richiedono vengano dimenticati.

Il precedente storico non è lontano. Durante l’invasione del Libano nel 1982, le forze israeliane si impadronirono degli archivi dell’OLP a Beirut, sottraendo documentazione che organizzazioni e individui avevano accumulato nel corso di decenni. I funzionari UNRWA coinvolti nella recente operazione di salvataggio temevano un esito identico. La loro preoccupazione non era che i materiali potessero essere distrutti, ma che potessero essere sequestrati, catalogati e controllati. Impossessarsi dell’archivio del nemico non è preservazione. È una forma di cancellazione più sottile.

Non si tratta di un timore isolato. L’Europa conosce bene questa logica: gli archivi delle popolazioni colonizzate sistematicamente sottratti, i registri delle comunità perseguitate dispersi o confiscati, la memoria amministrativa di interi popoli trasformata in strumento di dominio da chi li aveva già privati della terra.

La distruzione documentale non è un’invenzione del presente. È una tecnica antica di governo dell’oblio.

L’operazione rivela inoltre qualcosa di profondamente incriminante nell’ordine internazionale attuale. In un momento in cui i governi invocavano principi umanitari mentre permettevano la distruzione di Gaza su scala senza precedenti, il compito di preservare la memoria materiale di un intero popolo è ricaduto su archivisti di medio livello, amministratori, autisti e operatori umanitari. Il salvataggio è riuscito non grazie al funzionamento del diritto internazionale, ma perché individui all’interno di istituzioni in via di collasso hanno conservato il coraggio di agire prima che il patrimonio documentale scomparisse per sempre.

 Le istituzioni hanno tradito. Le persone no.

Oggi, quasi trenta milioni di documenti vengono digitalizzati ad Amman con il sostegno finanziario internazionale, in particolare del Lussemburgo. Più di cinquanta dipendenti UNRWA proseguono il paziente lavoro di scansione e catalogazione manuale: ricostruendo alberi genealogici, tracciando i percorsi dello sfollamento dal 1948, preservando prove documentali che potranno un giorno sostenere azioni legali, storiche e di restituzione.

Ciò che è emerso da Gaza non era semplicemente carta salvata dalle macerie. Era la preservazione della continuità contro l’oblio programmato.

L’archivio è sopravvissuto perché i palestinesi comprendono qualcosa che il mondo moderno spesso dimentica: la memoria non è sentimentale.

È politica, e sopravvivenza.

da qui

lunedì 25 maggio 2026

José Saramago, la Palestina e il dovere etico della parola

di Barbara Gori


«José Saramago (1922-2010, premio Nobel per la letteratura 1998) vive e continua a parlare con forza a tutti noi, e in particolare ai più giovani. L’ho percepito chiaramente nelle letture dei suoi passi che gli studenti di portoghese dell’Università di Padova hanno realizzato il 5 maggio ultimo scorso durante l’incontro con sua figlia Violante. E l’avevo percepito ai primi di gennaio, alla Fondazione Saramago di Lisbona, quando un amico mi segnalò l’esistenza di un opuscolo che l’Associazione dei Giornalisti e Uomini di Lettere di Porto aveva pubblicato nel 2022, l’anno del suo centenario. S’intitolava A Palestina segundo Saramago e raccoglieva gli scritti del Nobel portoghese sul tema di Gaza. Confesso che fino a quel momento avevo ignorato che Saramago si fosse speso accoratamente già dalla fine del secolo scorso anche su quel versante. Leggerlo in aereo, durante il viaggio di ritorno in Italia, e scoprire che aveva denunciato con tanta forza, insieme a molti scrittori tra cui l’amico Mahmud Darwich, le atrocità perpetrate da Israele sul popolo palestinese già molto prima del conflitto attuale, confermò e, se possibile, accrebbe, l’immagine che avevo del suo impegno civile, etico prima ancora che politico, di cittadino del mondo; e mi resi conto che quella tragedia era diventata la dimostrazione più clamorosa della nostra “cecità” e del nostro dovere di aprire gli occhi: “La Palestina è come Auschwitz”; dichiarava nel 2002 senza mezzi termini – “gli ebrei che furono sacrificati nelle camere a gas forse si vergognerebbero se venissero a sapere come si stanno comportando i loro discendenti in Palestina.” Oggi quel dovere si  è fatto ancora più urgente. Lo dimostrano quei giovani che hanno rilanciato il suo messaggio proprio sul mare, l’elemento in cui prese il largo la sua “zattera di pietra”, caricando di utopia, oltre che di aiuti umanitari, quelle flotillas che, incubo di Israele e dei nostri governi, continuano a navigare alla volta di Gaza».

 

È con queste parole, sentite e partecipate, scritte il 10 maggio 2026, che l’ispanista Donatella Pini ha commentato la Giornata Internazionale della Lingua Portoghese celebrata a Padova quest’anno insieme alla figlia di José Saramago, Violante Saramago Matos.

 

Donatella Pini ha ragione. C’è qualcosa di sorprendente nel rileggere oggi i testi che José Saramago ha dedicato alla questione palestinese perché la percezione che si ha non è quella di trovarsi di fronte a pagine scritte più di venti anni fa, ma esattamente il contrario. La sensazione netta, quasi fisica, che si prova è quella che siano parole scritte oggi. Che descrivano non fatti risalenti al 2002 o al 2008, ma avvenimenti accaduti nel 2024 o nel 2025. Che parlino non della seconda Intifada o dell’operazione “Piombo Fuso”, ma dei morti e delle macerie di Gaza che ogni giorno vediamo sui nostri schermi.

 

Rileggere Saramago oggi significa fare i conti con una domanda scomoda: cosa è cambiato da quando il Nobel portoghese per la letteratura, con la sua voce testimoniale, sempre radicale e intransigente e al contempo solidale e compassionevole, si appellava alla militanza civica di ciascuno di noi, esortandoci a prendere l’iniziativa e a rivendicare «il pieno adempimento dei nostri doveri» di cittadini con la stessa veemenza e con la stessa forza con cui rivendichiamo «i nostri diritti»?[1] O più propriamente: cosa non è cambiato, né nella realtà dei fatti, né nella risposta che l’Europa, i suoi cittadini e i suoi intellettuali sono stati capaci di dare?

 

Da quando, nell’ottobre del 2023, l’esercito israeliano ha avviato la sua offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre, il dibattito pubblico in Europa si è spaccato in modo spesso caotico e doloroso. Anche chi si è sempre riconosciuto nei valori dei diritti umani e dell’antifascismo ha faticato a trovare le parole, intrappolato tra la condanna del terrorismo e il timore di essere accusato di antisemitismo.[2] Molti intellettuali hanno taciuto o hanno parlato con una cautela che a volte ha rasentato l’irrilevanza. Altri hanno scelto posizioni nette, pagandone il prezzo in termini di isolamento e di polemiche. Nel mezzo, decine di migliaia di civili palestinesi, in buona parte donne e bambini, hanno perso la vita. E i termini genocidio, apartheid, neocolonialismo, occupazione, crimini contro l’umanità sono tornati a circolare, ma faticosamente e tra enormi resistenze, come da sempre accade quando in ballo c’è l’“unica democrazia del Medio Oriente”.

 

Il Nobel portoghese invece, già vent’anni fa, non ha avuto nessuna esitazione né remora a usare queste parole, facendosi portavoce, nel modo intransigente e rigoroso che lo contraddistingue, di quell’umanesimo radicale fondato sull’universalità della dignità umana e su quell’etica dell’indignazione contro ogni forma di disumanizzazione che permeano l’intera sua opera, nella convinzione, mai negoziabile, che i diritti umani[3] non possono essere applicati in modo selettivo e che quindi nessuna religione, nessuna storia e nessun trauma, per quanto atroce, possono autorizzare eccezioni morali.

 

È in chiave di questo universalismo etico che rifiuta ogni gerarchia tra le vittime che deve quindi essere letto il controverso articolo Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide ai carri armati di Golia, pubblicato il 21 aprile 2002 sul quotidiano spagnolo El País, nel quale, in un momento in cui la paura delle etichette sembrava sterilizzare il dibattito, la franchezza linguistica di Saramago appare come qualcosa di raro e davvero prezioso:

 

Intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale; contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e assurdo mondo esiste un popolo eletto da Dio e che, pertanto, sono automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori del passato e delle paure di oggi, tutte le loro azioni derivanti da un razzismo ossessivo, psicologicamente patologicamente esclusivista; educati e allenati nell’idea che qualsiasi sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di quelle che essi hanno patito nell’Olocausto, gli ebrei scorticano senza sosta la loro ferita perché non cessi di sanguinare, per renderla incurabile, e la mostrano al mondo come se si trattasse di una bandiera. Israele ha fatto sue le terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò i miei nemici”. Israele vuole farci sentire colpevoli, tutti, direttamente o indirettamente, degli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docile eco della sua volontà, Israele vuole che riconosciamo de jure quel che per lui è già un esercizio de facto: l’assoluta impunità. Dal punto di vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, una volta che è stato torturato, gassato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se quegli ebrei che sono morti nei campi di concentramento nazisti, quegli ebrei che sono stati trucidati nei pogrom, quegli ebrei che sono marciti nei ghetti, mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per le infami azioni che i loro discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il fatto di aver tanto sofferto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire gli altri.[4]

 

In questa autorevole battaglia in nome della difesa dell’uso etico della parola affinché siano restituiti significato e realtà a persone e cose e contro il linguaggio dogmatico e ufficiale mirato al livellamento con le sue false etichette – comode, consensuali e rassicuranti – che semplificano il mondo invece di restituirlo in tutta la sua complessità, è fondamentale l’intervista che Saramago rilascia a Jose Vericat, collaboratore della BBC, al termine di un viaggio nei territori palestinesi compiuto nel 2002 assieme ad altri intellettuali,[5] organizzato dal Parlamento Internazionale degli Scrittori per portare la loro solidarietà agli scrittori, ai poeti, ai drammaturghi palestinesi. Alla domanda su quale fosse la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, Saramago rispose con una attenzione e una precisione terminologica che è già, in sé, un’argomentazione: «questo non è un conflitto. Potremmo definirlo un conflitto se ci fossero due paesi, con un confine e due Stati, ciascuno con un proprio esercito. Qui si tratta di una cosa completamente diversa: di apartheid».[6] Nel 2002, la parola apartheid non era di uso comune per descrivere la situazione nei territori palestinesi occupati. Era usata da alcuni intellettuali, da alcune organizzazioni palestinesi, ma nella cultura mainstream occidentale era ancora considerata eccessiva, provocatoria, inappropriata. Oggi, dopo i rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, dopo la posizione della stessa organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, questa parola è entrata nel vocabolario anche di coloro non possono essere tacciati di partigianeria. Saramago la usava già vent’anni fa, con la stessa naturalezza con cui si descrive una realtà evidente: «Non è una specie di apartheid, è proprio un apartheid e su questo può avere dubbi solo chi non è mai stato qui».[7] Perché il punto fondamentale della questione per Saramago non è che «gli israeliani sono dei demoni e i palestinesi degli angeli: ci sono angeli e demoni da una parte e dall’altra», quanto piuttosto «quello che succede, la situazione politica, la situazione di guerra che si è creata, che ha portato all’occupazione militare di praticamente tutto il territorio palestinese, all’isolamento di tutti i villaggi e le città palestinesi e all’impossibilità di circolare nel proprio territorio. Se non è apartheid questo, come lo dovremmo chiamare?».[8]

 

Questa analisi e cura della parola come campo di battaglia etico-politica — la consapevolezza che scegliere le parole significa scegliere da che parte stare — è forse il contributo più duraturo che Saramago dà al dibattito sulla questione palestinese. La sua immancabile disponibilità ad esporsi, la sua fattiva dedizione, il suo costante impegno e la sua partecipazione attiva volti a rafforzare il movimento mirato a consolidare la solidarietà con la causa del popolo palestinese[9] risuona oggi con ancora maggiore forza, in un momento in cui assistiamo, di nuovo, a un’acrobazia semantica collettiva: si discute se usare la parola “genocidio”, se il diritto all’autodifesa abbia o meno dei limiti, se il numero dei morti civili costituisca o meno una proporzione accettabile. Saramago non avrebbe avuto dubbi, chiedendo, come chiese l’11 gennaio 2009, che «irrompa l’indignazione per il genocidio, lento ma sistematico, che Israele ha operato sul martoriato popolo palestinese. E che queste voci, udite in tutta Europa, arrivino anche alla Striscia di Gaza e a tutta la Cisgiordania. Non si aspettano meno da noi coloro che da quelle parti soffrono ogni giorno e ogni notte. Interminabilmente».[10] Parole ancora una volta forti, univoche, prive di qualsiasi forma di ipocrisia tollerante che lo portarono a essere accusato di antisemitismo – accusa sempre rispedita al mittente – e a veder boicottati i suoi romanzi nelle librerie di Tel Aviv. Per tutta risposta, Saramago commentò, definendole azioni scontate e prevedibili in «persone che non sopportano che si dica loro la verità»[11] e aggiungendo, con quell’ironia acuta che gli è congeniale, che forse si trattava di «un primo passo, che può portare a un secondo passo, ovvero bruciarli in piazza pubblica. Tutto può succedere».[12] Un pessimismo espresso più volte perché convinto che «in realtà il governo israeliano non vuole la pace. Vuole una pace che gli sia conveniente, non una pace giusta che tenga conto del diritto del popolo palestinese ad avere una propria vita. Sono completamente scettico riguardo al successo di qualsiasi piano».[13]

 

E sempre in termini di attualità, vale la pena di rileggere un suo testo datato 12 gennaio 2009 che si intitola Immaginiamo nel quale Saramago invita il lettore a immaginare di trovarsi negli anni Trenta, quando i nazisti iniziarono la loro caccia agli ebrei, con il popolo tedesco che scende in piazza, in grandiose manifestazioni che sarebbero rimaste nella Storia, per esigere dal suo governo la fine della persecuzione e la promulgazione di leggi che proteggessero ogni minoranza di sorta, quale che fosse, di ebrei, di comunisti, di zingari o di omosessuali. Proviamo a immaginare, ci esorta Saramago, che, a sostegno di questa degna e coraggiosa azione di uomini e donne del paese di Goethe, i popoli d’Europa sfilassero per le vie e le piazze delle loro città, unendo le loro voci al coro di proteste sollevate a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Francoforte. Sappiamo che nulla di tutto questo è accaduto né sarebbe potuto accadere. Sappiamo che, «per indifferenza, apatia, per complicità tattica o manifesta con Hitler, il popolo tedesco, salvo qualche rarissima eccezione, non fece un passo, non fece un gesto, non disse una parola per salvare coloro che sarebbero stati carne da campo di concentramento e da forno crematorio, e, nel resto d’Europa, per una ragione o per l’altra (ad esempio, i nascenti fascismi), una dichiarata connivenza con i carnefici nazisti avrebbe disciplinato o punito qualsiasi velleità di protesta».[14] Ma, e qui sta la questione che dovrebbe fare la differenza:

 

Oggi è diverso. Abbiamo libertà di espressione, libertà di manifestazione, e non so quante altre libertà. Possiamo scendere in piazza a migliaia o a milioni e la nostra sicurezza sarà sempre garantita dalle costituzioni che ci governano, possiamo pretendere la fine delle sofferenze di Gaza o la restituzione al popolo palestinese della sua sovranità e il risarcimento dei danni morali e materiali sofferti durante sessant’anni, senza peggiori conseguenze che gli insulti e le provocazioni della propaganda israeliana. Le supposte manifestazioni degli anni trenta sarebbero state represse con violenza, in qualche caso con ferocia, le nostre, tutt’al più, conteranno sull’indulgenza dei mezzi di comunicazione sociale ed entreranno subito in azione i meccanismi dell’oblio. Il nazismo tedesco non avrebbe fatto un passo indietro e tutto sarebbe stato uguale a quel che fu e che la Storia ha registrato. A sua volta, l’esercito israeliano, quello che il filosofo Yeshayahu Leibowitz, nel 1982, accusò di avere una mentalità “giudeo-nazista”, applica fedelmente, eseguendo gli ordini dei suoi successivi governi e comandi, le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i suoi antenati. Si può dire che per certi aspetti i discepoli hanno superato i maestri.[15]

 

Di nuovo parole esplicite e deliberate attraverso le quali Saramago veicola principi importanti, a partire dall’evocazione di quel “sentimento di Auschwitz” che provocò un’enorme reazione da parte di molti intellettuali, giornalisti e rappresentanti delle comunità ebraiche che considerarono quel paragone inaccettabile, accusando Saramago di banalizzare la Shoah e di stabilire un’equivalenza impropria tra il genocidio nazista e la politica dello Stato israeliano. Per i suoi critici, il richiamo ad Auschwitz superava il limite della denuncia politica e rischiava di trasformarsi in una deformazione storica. Anche in questo caso, la risposta di Saramago arrivò, puntuale, precisa e inequivocabile ed eliminò la possibilità di qualsiasi fraintendimento, riportando al centro la questione della condizione di disumanizzazione e di segregazione che il popolo palestinese stava vivendo, denunciando un sistema politico e militare strutturalmente oppressivo e riassestando così il discorso dal piano della memoria storica a quello della responsabilità morale presente e collettiva:

 

Certo, non ci sono camere a gas per sterminare i palestinesi, ma la situazione in cui si trova il popolo palestinese è una situazione da campo di concentramento: nessuno può uscire dai propri insediamenti. L’ho detto e detto è. Ma, se la questione di Auschwitz dà molto fastidio, posso sostituire quella parola e invece di dire Auschwitz dico crimini contro l’umanità. Non è una questione di più o meno vittime; non è una questione di più o meno tragico: è il fatto in sé. Ciò che sta accadendo in Israele contro i palestinesi è un crimine contro l’umanità. I palestinesi sono vittime di crimini contro l’umanità commessi dal governo di Israele con il plauso del suo popolo.[16]

 

E non si dissociò neanche quando venne accusato dell’affermazione secondo cui l’esercito israeliano si era trasformato in un «ebreo nazista»,[17] definizione non sua ma di un grande intellettuale ebreo – Yeshayahu Leibowitz, scomparso nel 1994 – perché condivideva pienamente il significato di quella frase, ossia che «qualcosa di profondamente negativo, distruttivo, fosse entrato nello spirito di Israele».[18]

 

Il ritratto poi del silenzio europeo — non come assenza di opinione, ma come scelta attiva di non-intervento, come complicità travestita da neutralità — è di una precisione quasi dolorosa se lo si rilegge oggi. Perché quello che abbiamo visto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 è stato, in larga misura, esattamente questo: governi europei che hanno inizialmente sostenuto senza riserve il diritto di Israele a “difendersi”, salvo poi, di fronte all’evidenza dei numeri e delle immagini, aggiustare progressivamente il tiro con dichiarazioni sempre più prudenti, sempre più tardive, sempre più insufficienti. Istituzioni culturali che hanno cancellato eventi, ritirato premi, silenziato voci palestinesi in nome di un equilibrio che si applicava in modo asimmetrico. E come non riconoscere nei tentativi di rompere l’assedio per consegnare gli aiuti umanitari direttamente alle coste di Gaza, aggirando i controlli doganali israeliani, dell’odierna flotilla, lo sgomento di Saramago di fronte a quei «camion dell’agenzia delle Nazioni Unite, carichi di alimenti, che aspettano che l’esercito israeliano permetta loro di entrare nella Striscia di Gaza, un’autorizzazione ancora una volta negata o che sarà ritardata fino all’estrema disperazione e all’estrema esasperazione degli affamati palestinesi»?[19]

 

Saramago docet. Saramago ci insegna, allora come adesso, che non si tratta di negare la complessità della situazione, né di ignorare il trauma del 7 ottobre e la legittima angoscia del popolo israeliano, ma di domandarci se l’inazione non sia diventata, per una parte della cultura europea, un alibi. Un modo per non prendere posizione, per non nominare quello che si vede, per non fare ciò che Saramago considerava uno dei compiti fondamentali dell’intellettuale, quello di testimoniare: «Ciò che mi indigna, e non posso tacere, è la vigliaccheria della comunità internazionale che si lascia zittire. Non parlo nemmeno degli Stati Uniti, della lobby ebraica, di tutto ciò che è fin troppo noto. Parlo dell’Unione Europea. L’Europa, la culla dell’arte, della grande letteratura, di tutto questo. E tutti stanno ad assistere, a questo disastro, e nessuno interviene».[20]

 

Nel 2009, pochi mesi prima di morire, Saramago scrisse un breve testo su Mahmud Darwish — il grande poeta palestinese scomparso l’anno precedente — in cui ne celebrava la grandezza con parole di rara intensità: «Leggere Mahmud Darwish, oltre a un’esperienza estetica impossibile da dimenticare, è fare una dolorosa camminata per le rotte dell’ingiustizia e dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima nelle mani di Israele».[21] Un legame, quello tra Saramago e Darwish, che non era solo di amicizia o di solidarietà politica. Era un legame tra due concezioni della letteratura come atto di resistenza, come rifiuto dell’oblio, come ostinazione dell’umanità contro la forza bruta, come ricorda questa poesia di Darwish le cui parole risuonano come una sfida, un congedo, una rivendicazione di appartenenza alla terra che nessuna occupazione può cancellare:

 

Voi che passate tra le parole fugaci

prendete i vostri nomi e andatevene

Sottraete dal nostro tempo le vostre ore, andatevene

Portate via ciò che volete

dall’azzurro del cielo e dalla sabbia della memoria

Scattate le fotografie che volete, per sapere

che non saprete

che le pietre della nostra terra

sostengono il tetto del cielo.[22]

 

Anche Saramago fece sua quella sfida. E oggi, rileggendolo, ci chiede di fare altrettanto. Non di essere d’accordo con ogni sua parola; non di adottare i suoi stessi principi senza interrogarli. Ci chiede qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di più difficile: di non voltarci dall’altra parte. Di non usare la memoria storica come scudo, ma di chiamare le cose con il loro nome, anche quando farlo può essere costoso. In un tempo in cui il prezzo da pagare sembra essere ancora troppo alto, quella voce — scomoda, ostinata ma sempre onesta — continua a interpellarci. E il fatto che le sue parole sembrino scritte oggi non è una consolazione. È un’accusa contro quella malattia dell’anima che si chiama indifferenza e che, come Saramago ha ben raccontato in un suo famoso romanzo del 1995,[23] ci ha resi tutti colpevolmente «ciechi. Ciechi perché non siamo stati capaci di creare un mondo degno di questo nome».[24]

 

21 maggio 2026

 

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Barbara Gori è Ordinaria di Letterature portoghese, brasiliana e di espressione lusofona all’università di Padova

Donatella Pini è ordinaria senior di Letteratura spagnola alla stessa università

 

Note

 

[1] José Saramago, Dossier Saramago 1922-2022, Torino: Fuori Asse Edizioni, 2022, p. 7.

[2] Solo recentemente si sono lette parole chiare e degne da parte ebraica italiana. Tra queste, quelle di Anna Foa con il suo Il suicidio di Israele (ottobre 2024) e Mai più (2026), entrambi editi da Laterza, e di Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele (maggio 2024) da Feltrinelli, . Nel 2025 è apparsa la ristampa aggiornata della Fine di Israele di Furio Colombo del 2007.  Da segnalare anche il recentissimo Contro l’antisemitismo  e le sue strumentalizzazioni di Ariella Aisha Azoulay e altri autori, tra cui l’italiana Valentina Pisanty (Tamu, 2026).

[3] Ai cinquant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo Saramago dedica il discorso pronunciato al banchetto del Nobel, il 10 dicembre 1998, ricordando come: «I governi non rispettano la Dichiarazione, o perché non sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché coloro che effettivamente lo governano, le multinazionali e multi-continentali, dal potere assolutamente antidemocratico, hanno ridotto ciò che ancora restava dell’ideale di democrazia a un guscio senza contenuto. […] C’è stata proposta una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa abbiamo pensato di avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto potrà sussistere senza la simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettati e soddisfatti» (Ibidem).

[4] José Saramago, Il Quaderno, traduzione di Giulia Lanciani, Milano: Feltrinelli, 2009, pp. 292-295.

[5] Tra cui il nigeriano Wole Soyinka, l’italiano Vincenzo Consolo, lo spagnolo Juan Goytisolo e il sudafricano Breyten Breytenbach.

[6] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 54 (traduzione mia).

[7] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[8] Ivi, p. 59 (traduzione mia).

[9] Saramago fu uno dei firmatari della petizione “No al muro di Sharon!”, promossa nel febbraio 2004, quando la Corte Internazionale di Giustizia iniziava a giudicare Israele per la costruzione del muro in Cisgiordania, e fece parte di un vasto gruppo di personalità della vita pubblica portoghese che, in seguito, firmarono quello che sarebbe diventato il manifesto fondatore del Movimento per Diritti del Popolo Palestinese e per la Pace in Medio Oriente (MPPM). Nella prima riunione formale dell’MPPM, tenutasi il 23 febbraio del 2008, fu eletto Presidente dell’Assemblea Generale, carica che avrebbe ricoperto durante il biennio 2008-2009.

[10] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 297-298.

[11] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 61 (traduzione mia).

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 60.

[14] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 285-287.

[15] Ivi, pp. 290-296.

[16] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 56 (traduzione mia).

[17] Ivi, p. 58 (traduzione mia).

[18] Ivi, pp. 55-56 (traduzione mia).

[19] José Saramago, Il Quaderno, cit., p. 260.

[20] Ivi, p. 55 (traduzione mia).

[21] Ivi, pp. 39-40 (traduzione mia).

[22] Ivi, p. 65 (traduzione mia).

[23] Si tratta dell’Ensaio sobre a Cegueira, pubblicato in Italia nel 1996 con il titolo di Cecità.

[24] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., pp. 56-57 (traduzione mia).

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