di Barbara Gori
«José Saramago (1922-2010, premio Nobel per la letteratura 1998) vive e continua a parlare con forza a tutti noi, e in particolare ai più giovani. L’ho percepito chiaramente nelle letture dei suoi passi che gli studenti di portoghese dell’Università di Padova hanno realizzato il 5 maggio ultimo scorso durante l’incontro con sua figlia Violante. E l’avevo percepito ai primi di gennaio, alla Fondazione Saramago di Lisbona, quando un amico mi segnalò l’esistenza di un opuscolo che l’Associazione dei Giornalisti e Uomini di Lettere di Porto aveva pubblicato nel 2022, l’anno del suo centenario. S’intitolava A Palestina segundo Saramago e raccoglieva gli scritti del Nobel portoghese sul tema di Gaza. Confesso che fino a quel momento avevo ignorato che Saramago si fosse speso accoratamente già dalla fine del secolo scorso anche su quel versante. Leggerlo in aereo, durante il viaggio di ritorno in Italia, e scoprire che aveva denunciato con tanta forza, insieme a molti scrittori tra cui l’amico Mahmud Darwich, le atrocità perpetrate da Israele sul popolo palestinese già molto prima del conflitto attuale, confermò e, se possibile, accrebbe, l’immagine che avevo del suo impegno civile, etico prima ancora che politico, di cittadino del mondo; e mi resi conto che quella tragedia era diventata la dimostrazione più clamorosa della nostra “cecità” e del nostro dovere di aprire gli occhi: “La Palestina è come Auschwitz”; dichiarava nel 2002 senza mezzi termini – “gli ebrei che furono sacrificati nelle camere a gas forse si vergognerebbero se venissero a sapere come si stanno comportando i loro discendenti in Palestina.” Oggi quel dovere si è fatto ancora più urgente. Lo dimostrano quei giovani che hanno rilanciato il suo messaggio proprio sul mare, l’elemento in cui prese il largo la sua “zattera di pietra”, caricando di utopia, oltre che di aiuti umanitari, quelle flotillas che, incubo di Israele e dei nostri governi, continuano a navigare alla volta di Gaza».
È con queste parole, sentite e partecipate, scritte il
10 maggio 2026, che l’ispanista Donatella Pini ha commentato la Giornata
Internazionale della Lingua Portoghese celebrata a Padova quest’anno insieme
alla figlia di José Saramago, Violante Saramago Matos.
Donatella Pini ha ragione. C’è qualcosa di
sorprendente nel rileggere oggi i testi che José Saramago ha dedicato alla
questione palestinese perché la percezione che si ha non è quella di trovarsi
di fronte a pagine scritte più di venti anni fa, ma esattamente il contrario.
La sensazione netta, quasi fisica, che si prova è quella che siano parole
scritte oggi. Che descrivano non fatti risalenti al 2002 o al 2008, ma
avvenimenti accaduti nel 2024 o nel 2025. Che parlino non della seconda
Intifada o dell’operazione “Piombo Fuso”, ma dei morti e delle macerie di Gaza
che ogni giorno vediamo sui nostri schermi.
Rileggere Saramago oggi significa fare i conti con una
domanda scomoda: cosa è cambiato da quando il Nobel portoghese per la
letteratura, con la sua voce testimoniale, sempre radicale e intransigente e al
contempo solidale e compassionevole, si appellava alla militanza civica di
ciascuno di noi, esortandoci a prendere l’iniziativa e a rivendicare «il pieno
adempimento dei nostri doveri» di cittadini con la stessa veemenza e con la
stessa forza con cui rivendichiamo «i nostri diritti»?[1] O
più propriamente: cosa non è cambiato, né nella realtà dei fatti, né nella
risposta che l’Europa, i suoi cittadini e i suoi intellettuali sono stati
capaci di dare?
Da quando, nell’ottobre del 2023, l’esercito
israeliano ha avviato la sua offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas
del 7 ottobre, il dibattito pubblico in Europa si è spaccato in modo spesso
caotico e doloroso. Anche chi si è sempre riconosciuto nei valori dei diritti
umani e dell’antifascismo ha faticato a trovare le parole, intrappolato tra la
condanna del terrorismo e il timore di essere accusato di antisemitismo.[2] Molti
intellettuali hanno taciuto o hanno parlato con una cautela che a volte ha
rasentato l’irrilevanza. Altri hanno scelto posizioni nette, pagandone il
prezzo in termini di isolamento e di polemiche. Nel mezzo, decine di migliaia
di civili palestinesi, in buona parte donne e bambini, hanno perso la vita. E i
termini genocidio, apartheid, neocolonialismo, occupazione, crimini
contro l’umanità sono tornati a circolare, ma faticosamente e tra enormi
resistenze, come da sempre accade quando in ballo c’è l’“unica democrazia del
Medio Oriente”.
Il Nobel portoghese invece, già vent’anni fa, non ha
avuto nessuna esitazione né remora a usare queste parole, facendosi portavoce,
nel modo intransigente e rigoroso che lo contraddistingue, di quell’umanesimo
radicale fondato sull’universalità della dignità umana e su quell’etica
dell’indignazione contro ogni forma di disumanizzazione che permeano l’intera
sua opera, nella convinzione, mai negoziabile, che i diritti umani[3] non
possono essere applicati in modo selettivo e che quindi nessuna religione,
nessuna storia e nessun trauma, per quanto atroce, possono autorizzare
eccezioni morali.
È in chiave di questo universalismo etico che rifiuta
ogni gerarchia tra le vittime che deve quindi essere letto il controverso
articolo Israele e Palestina. Dalle pietre di Davide ai carri armati di
Golia, pubblicato il 21 aprile 2002 sul quotidiano spagnolo El País,
nel quale, in un momento in cui la paura delle etichette sembrava sterilizzare
il dibattito, la franchezza linguistica di Saramago appare come qualcosa di
raro e davvero prezioso:
Intossicati dall’idea messianica di un Grande Israele
che realizzi finalmente i sogni espansionistici del sionismo più radicale;
contaminati dalla mostruosa e radicata “certezza” che in questo catastrofico e
assurdo mondo esiste un popolo eletto da Dio e che, pertanto, sono
automaticamente giustificate e autorizzate, anche in nome degli orrori del
passato e delle paure di oggi, tutte le loro azioni derivanti da un razzismo
ossessivo, psicologicamente patologicamente esclusivista; educati e allenati
nell’idea che qualsiasi sofferenza abbiano inflitto, infliggano o infliggeranno
agli altri, e in particolare ai palestinesi, sarà sempre molto al di sotto di
quelle che essi hanno patito nell’Olocausto, gli ebrei scorticano senza sosta
la loro ferita perché non cessi di sanguinare, per renderla incurabile, e la
mostrano al mondo come se si trattasse di una bandiera. Israele ha fatto sue le
terribili parole di Geova nel Deuteronomio: “Mia è la vendetta, e io ripagherò
i miei nemici”. Israele vuole farci sentire colpevoli, tutti, direttamente o
indirettamente, degli orrori dell’Olocausto, Israele vuole che rinunciamo al
più elementare giudizio critico e ci trasformiamo in docile eco della sua
volontà, Israele vuole che riconosciamo de jure quel che per
lui è già un esercizio de facto: l’assoluta impunità. Dal punto di
vista degli ebrei, Israele non potrà mai essere sottoposto a giudizio, una
volta che è stato torturato, gassato e bruciato ad Auschwitz. Mi chiedo se
quegli ebrei che sono morti nei campi di concentramento nazisti, quegli ebrei
che sono stati trucidati nei pogrom, quegli ebrei che sono marciti nei ghetti,
mi chiedo se questa immensa moltitudine di infelici non proverebbe vergogna per
le infami azioni che i loro discendenti stanno commettendo. Mi chiedo se il
fatto di aver tanto sofferto non sarebbe il miglior motivo per non far soffrire
gli altri.[4]
In questa autorevole battaglia in nome della difesa
dell’uso etico della parola affinché siano restituiti significato e realtà a
persone e cose e contro il linguaggio dogmatico e ufficiale mirato al
livellamento con le sue false etichette – comode, consensuali e rassicuranti –
che semplificano il mondo invece di restituirlo in tutta la sua complessità, è
fondamentale l’intervista che Saramago rilascia a Jose Vericat, collaboratore
della BBC, al termine di un viaggio nei territori palestinesi compiuto nel 2002
assieme ad altri intellettuali,[5] organizzato
dal Parlamento Internazionale degli Scrittori per portare la loro solidarietà
agli scrittori, ai poeti, ai drammaturghi palestinesi. Alla domanda su quale
fosse la sua posizione rispetto al conflitto israelo-palestinese, Saramago
rispose con una attenzione e una precisione terminologica che è già, in sé,
un’argomentazione: «questo non è un conflitto. Potremmo definirlo un conflitto
se ci fossero due paesi, con un confine e due Stati, ciascuno con un proprio
esercito. Qui si tratta di una cosa completamente diversa: di apartheid».[6] Nel
2002, la parola apartheid non era di uso comune per descrivere
la situazione nei territori palestinesi occupati. Era usata da alcuni
intellettuali, da alcune organizzazioni palestinesi, ma nella cultura mainstream occidentale
era ancora considerata eccessiva, provocatoria, inappropriata. Oggi, dopo i
rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch, dopo la posizione
della stessa organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, questa
parola è entrata nel vocabolario anche di coloro non possono essere tacciati di
partigianeria. Saramago la usava già vent’anni fa, con la stessa naturalezza
con cui si descrive una realtà evidente: «Non è una specie di apartheid,
è proprio un apartheid e su questo può avere dubbi solo chi
non è mai stato qui».[7] Perché
il punto fondamentale della questione per Saramago non è che «gli israeliani
sono dei demoni e i palestinesi degli angeli: ci sono angeli e demoni da una
parte e dall’altra», quanto piuttosto «quello che succede, la situazione
politica, la situazione di guerra che si è creata, che ha portato
all’occupazione militare di praticamente tutto il territorio palestinese,
all’isolamento di tutti i villaggi e le città palestinesi e all’impossibilità
di circolare nel proprio territorio. Se non è apartheid questo,
come lo dovremmo chiamare?».[8]
Questa analisi e cura della parola come campo di
battaglia etico-politica — la consapevolezza che scegliere le parole significa
scegliere da che parte stare — è forse il contributo più duraturo che Saramago
dà al dibattito sulla questione palestinese. La sua immancabile disponibilità
ad esporsi, la sua fattiva dedizione, il suo costante impegno e la sua
partecipazione attiva volti a rafforzare il movimento mirato a consolidare la
solidarietà con la causa del popolo palestinese[9] risuona
oggi con ancora maggiore forza, in un momento in cui assistiamo, di nuovo, a
un’acrobazia semantica collettiva: si discute se usare la parola “genocidio”,
se il diritto all’autodifesa abbia o meno dei limiti, se il numero dei morti
civili costituisca o meno una proporzione accettabile. Saramago non avrebbe
avuto dubbi, chiedendo, come chiese l’11 gennaio 2009, che «irrompa
l’indignazione per il genocidio, lento ma sistematico, che Israele ha operato
sul martoriato popolo palestinese. E che queste voci, udite in tutta Europa,
arrivino anche alla Striscia di Gaza e a tutta la Cisgiordania. Non si
aspettano meno da noi coloro che da quelle parti soffrono ogni giorno e ogni
notte. Interminabilmente».[10] Parole
ancora una volta forti, univoche, prive di qualsiasi forma di ipocrisia
tollerante che lo portarono a essere accusato di antisemitismo – accusa sempre
rispedita al mittente – e a veder boicottati i suoi romanzi nelle librerie di
Tel Aviv. Per tutta risposta, Saramago commentò, definendole azioni scontate e
prevedibili in «persone che non sopportano che si dica loro la verità»[11] e
aggiungendo, con quell’ironia acuta che gli è congeniale, che forse si trattava
di «un primo passo, che può portare a un secondo passo, ovvero bruciarli in
piazza pubblica. Tutto può succedere».[12] Un
pessimismo espresso più volte perché convinto che «in realtà il governo
israeliano non vuole la pace. Vuole una pace che gli sia conveniente, non una
pace giusta che tenga conto del diritto del popolo palestinese ad avere una
propria vita. Sono completamente scettico riguardo al successo di qualsiasi
piano».[13]
E sempre in termini di attualità, vale la pena di
rileggere un suo testo datato 12 gennaio 2009 che si intitola Immaginiamo nel
quale Saramago invita il lettore a immaginare di trovarsi negli anni Trenta,
quando i nazisti iniziarono la loro caccia agli ebrei, con il popolo tedesco
che scende in piazza, in grandiose manifestazioni che sarebbero rimaste nella
Storia, per esigere dal suo governo la fine della persecuzione e la
promulgazione di leggi che proteggessero ogni minoranza di sorta, quale che
fosse, di ebrei, di comunisti, di zingari o di omosessuali. Proviamo a
immaginare, ci esorta Saramago, che, a sostegno di questa degna e coraggiosa
azione di uomini e donne del paese di Goethe, i popoli d’Europa sfilassero per
le vie e le piazze delle loro città, unendo le loro voci al coro di proteste
sollevate a Berlino, a Monaco, a Colonia, a Francoforte. Sappiamo che nulla di
tutto questo è accaduto né sarebbe potuto accadere. Sappiamo che, «per
indifferenza, apatia, per complicità tattica o manifesta con Hitler, il popolo
tedesco, salvo qualche rarissima eccezione, non fece un passo, non fece un
gesto, non disse una parola per salvare coloro che sarebbero stati carne da
campo di concentramento e da forno crematorio, e, nel resto d’Europa, per una
ragione o per l’altra (ad esempio, i nascenti fascismi), una dichiarata
connivenza con i carnefici nazisti avrebbe disciplinato o punito qualsiasi
velleità di protesta».[14] Ma,
e qui sta la questione che dovrebbe fare la differenza:
Oggi è diverso. Abbiamo libertà di espressione,
libertà di manifestazione, e non so quante altre libertà. Possiamo scendere in
piazza a migliaia o a milioni e la nostra sicurezza sarà sempre garantita dalle
costituzioni che ci governano, possiamo pretendere la fine delle sofferenze di
Gaza o la restituzione al popolo palestinese della sua sovranità e il
risarcimento dei danni morali e materiali sofferti durante sessant’anni, senza
peggiori conseguenze che gli insulti e le provocazioni della propaganda
israeliana. Le supposte manifestazioni degli anni trenta sarebbero state
represse con violenza, in qualche caso con ferocia, le nostre, tutt’al più,
conteranno sull’indulgenza dei mezzi di comunicazione sociale ed entreranno
subito in azione i meccanismi dell’oblio. Il nazismo tedesco non avrebbe fatto
un passo indietro e tutto sarebbe stato uguale a quel che fu e che la Storia ha
registrato. A sua volta, l’esercito israeliano, quello che il filosofo
Yeshayahu Leibowitz, nel 1982, accusò di avere una mentalità “giudeo-nazista”,
applica fedelmente, eseguendo gli ordini dei suoi successivi governi e comandi,
le dottrine genocide di coloro che torturarono, gassarono e bruciarono i suoi
antenati. Si può dire che per certi aspetti i discepoli hanno superato i
maestri.[15]
Di nuovo parole esplicite e deliberate attraverso le
quali Saramago veicola principi importanti, a partire dall’evocazione di quel
“sentimento di Auschwitz” che provocò un’enorme reazione da parte di molti
intellettuali, giornalisti e rappresentanti delle comunità ebraiche che
considerarono quel paragone inaccettabile, accusando Saramago di banalizzare la
Shoah e di stabilire un’equivalenza impropria tra il genocidio nazista e la
politica dello Stato israeliano. Per i suoi critici, il richiamo ad Auschwitz
superava il limite della denuncia politica e rischiava di trasformarsi in una
deformazione storica. Anche in questo caso, la risposta di Saramago arrivò,
puntuale, precisa e inequivocabile ed eliminò la possibilità di qualsiasi
fraintendimento, riportando al centro la questione della condizione di
disumanizzazione e di segregazione che il popolo palestinese stava vivendo,
denunciando un sistema politico e militare strutturalmente oppressivo e
riassestando così il discorso dal piano della memoria storica a quello della
responsabilità morale presente e collettiva:
Certo, non ci sono camere a gas per sterminare i
palestinesi, ma la situazione in cui si trova il popolo palestinese è una
situazione da campo di concentramento: nessuno può uscire dai propri
insediamenti. L’ho detto e detto è. Ma, se la questione di Auschwitz dà molto
fastidio, posso sostituire quella parola e invece di dire Auschwitz dico
crimini contro l’umanità. Non è una questione di più o meno vittime; non è una
questione di più o meno tragico: è il fatto in sé. Ciò che sta accadendo in
Israele contro i palestinesi è un crimine contro l’umanità. I palestinesi sono
vittime di crimini contro l’umanità commessi dal governo di Israele con il
plauso del suo popolo.[16]
E non si dissociò neanche quando venne accusato
dell’affermazione secondo cui l’esercito israeliano si era trasformato in un
«ebreo nazista»,[17] definizione
non sua ma di un grande intellettuale ebreo – Yeshayahu Leibowitz, scomparso
nel 1994 – perché condivideva pienamente il significato di quella frase, ossia
che «qualcosa di profondamente negativo, distruttivo, fosse entrato nello
spirito di Israele».[18]
Il ritratto poi del silenzio europeo — non come
assenza di opinione, ma come scelta attiva di non-intervento, come complicità
travestita da neutralità — è di una precisione quasi dolorosa se lo si rilegge
oggi. Perché quello che abbiamo visto nei mesi successivi al 7 ottobre 2023 è
stato, in larga misura, esattamente questo: governi europei che hanno
inizialmente sostenuto senza riserve il diritto di Israele a “difendersi”,
salvo poi, di fronte all’evidenza dei numeri e delle immagini, aggiustare
progressivamente il tiro con dichiarazioni sempre più prudenti, sempre più
tardive, sempre più insufficienti. Istituzioni culturali che hanno cancellato
eventi, ritirato premi, silenziato voci palestinesi in nome di un equilibrio
che si applicava in modo asimmetrico. E come non riconoscere nei tentativi di
rompere l’assedio per consegnare gli aiuti umanitari direttamente alle coste di
Gaza, aggirando i controlli doganali israeliani, dell’odierna flotilla,
lo sgomento di Saramago di fronte a quei «camion dell’agenzia delle Nazioni
Unite, carichi di alimenti, che aspettano che l’esercito israeliano permetta
loro di entrare nella Striscia di Gaza, un’autorizzazione ancora una volta
negata o che sarà ritardata fino all’estrema disperazione e all’estrema
esasperazione degli affamati palestinesi»?[19]
Saramago docet. Saramago ci insegna,
allora come adesso, che non si tratta di negare la complessità della situazione,
né di ignorare il trauma del 7 ottobre e la legittima angoscia del popolo
israeliano, ma di domandarci se l’inazione non sia diventata, per una parte
della cultura europea, un alibi. Un modo per non prendere posizione, per non
nominare quello che si vede, per non fare ciò che Saramago considerava uno dei
compiti fondamentali dell’intellettuale, quello di testimoniare: «Ciò che mi
indigna, e non posso tacere, è la vigliaccheria della comunità internazionale
che si lascia zittire. Non parlo nemmeno degli Stati Uniti, della lobby
ebraica, di tutto ciò che è fin troppo noto. Parlo dell’Unione Europea.
L’Europa, la culla dell’arte, della grande letteratura, di tutto questo. E
tutti stanno ad assistere, a questo disastro, e nessuno interviene».[20]
Nel 2009, pochi mesi prima di morire, Saramago scrisse
un breve testo su Mahmud Darwish — il grande poeta palestinese scomparso l’anno
precedente — in cui ne celebrava la grandezza con parole di rara intensità:
«Leggere Mahmud Darwish, oltre a un’esperienza estetica impossibile da
dimenticare, è fare una dolorosa camminata per le rotte dell’ingiustizia e
dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima nelle mani di
Israele».[21] Un
legame, quello tra Saramago e Darwish, che non era solo di amicizia o di
solidarietà politica. Era un legame tra due concezioni della letteratura come
atto di resistenza, come rifiuto dell’oblio, come ostinazione dell’umanità
contro la forza bruta, come ricorda questa poesia di Darwish le cui parole
risuonano come una sfida, un congedo, una rivendicazione di appartenenza alla
terra che nessuna occupazione può cancellare:
Voi che passate tra le parole fugaci
prendete i vostri nomi e andatevene
Sottraete dal nostro tempo le vostre ore, andatevene
Portate via ciò che volete
dall’azzurro del cielo e dalla sabbia della memoria
Scattate le fotografie che volete, per sapere
che non saprete
che le pietre della nostra terra
sostengono il tetto del cielo.[22]
Anche Saramago fece sua quella sfida. E oggi,
rileggendolo, ci chiede di fare altrettanto. Non di essere d’accordo con ogni
sua parola; non di adottare i suoi stessi principi senza interrogarli. Ci
chiede qualcosa di più semplice e, al tempo stesso, di più difficile: di non
voltarci dall’altra parte. Di non usare la memoria storica come scudo, ma di
chiamare le cose con il loro nome, anche quando farlo può essere costoso. In un
tempo in cui il prezzo da pagare sembra essere ancora troppo alto, quella voce
— scomoda, ostinata ma sempre onesta — continua a interpellarci. E il fatto che
le sue parole sembrino scritte oggi non è una consolazione. È un’accusa contro
quella malattia dell’anima che si chiama indifferenza e che, come Saramago ha
ben raccontato in un suo famoso romanzo del 1995,[23] ci
ha resi tutti colpevolmente «ciechi. Ciechi perché non siamo stati capaci di
creare un mondo degno di questo nome».[24]
21 maggio 2026
____________
Barbara Gori è Ordinaria di Letterature
portoghese, brasiliana e di espressione lusofona all’università di Padova
Donatella Pini è ordinaria senior di Letteratura
spagnola alla stessa università
Note
[1] José Saramago, Dossier Saramago 1922-2022, Torino: Fuori
Asse Edizioni, 2022, p. 7.
[2] Solo recentemente si sono lette parole chiare e degne da parte
ebraica italiana. Tra queste, quelle di Anna Foa con il suo Il suicidio
di Israele (ottobre 2024) e Mai più (2026), entrambi
editi da Laterza, e di Gad Lerner, Gaza. Odio e amore per Israele (maggio
2024) da Feltrinelli, . Nel 2025 è apparsa la ristampa aggiornata della Fine
di Israele di Furio Colombo del 2007. Da segnalare anche il
recentissimo Contro l’antisemitismo e le sue strumentalizzazioni di
Ariella Aisha Azoulay e altri autori, tra cui l’italiana Valentina Pisanty
(Tamu, 2026).
[3] Ai cinquant’anni dalla firma della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo Saramago dedica il discorso pronunciato al banchetto del
Nobel, il 10 dicembre 1998, ricordando come: «I governi non rispettano la Dichiarazione,
o perché non sanno, o perché non possono, o perché non vogliono. O perché
coloro che effettivamente lo governano, le multinazionali e multi-continentali,
dal potere assolutamente antidemocratico, hanno ridotto ciò che ancora restava
dell’ideale di democrazia a un guscio senza contenuto. […] C’è stata proposta
una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e con essa abbiamo pensato di
avere tutto, senza accorgerci che nessun diritto potrà sussistere senza la
simmetria dei doveri che gli corrispondono, il primo dei quali sarà quello di
esigere che questi diritti non solo siano riconosciuti, ma anche rispettati e
soddisfatti» (Ibidem).
[4] José Saramago, Il Quaderno, traduzione di Giulia
Lanciani, Milano: Feltrinelli, 2009, pp. 292-295.
[5] Tra cui il nigeriano Wole Soyinka, l’italiano Vincenzo Consolo, lo
spagnolo Juan Goytisolo e il sudafricano Breyten Breytenbach.
[6] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 54
(traduzione mia).
[7] Ivi, p. 58 (traduzione mia).
[8] Ivi, p. 59 (traduzione mia).
[9] Saramago fu uno dei firmatari della petizione “No al muro di
Sharon!”, promossa nel febbraio 2004, quando la Corte Internazionale di
Giustizia iniziava a giudicare Israele per la costruzione del muro in
Cisgiordania, e fece parte di un vasto gruppo di personalità della vita
pubblica portoghese che, in seguito, firmarono quello che sarebbe diventato il
manifesto fondatore del Movimento per Diritti del Popolo Palestinese e per la
Pace in Medio Oriente (MPPM). Nella prima riunione formale dell’MPPM, tenutasi
il 23 febbraio del 2008, fu eletto Presidente dell’Assemblea Generale, carica
che avrebbe ricoperto durante il biennio 2008-2009.
[10] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 297-298.
[11] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 61
(traduzione mia).
[12] Ibidem.
[13] Ivi, p. 60.
[14] José Saramago, Il Quaderno, cit., pp. 285-287.
[15] Ivi, pp. 290-296.
[16] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., p. 56
(traduzione mia).
[17] Ivi, p. 58 (traduzione mia).
[18] Ivi, pp. 55-56 (traduzione mia).
[19] José Saramago, Il Quaderno, cit., p. 260.
[20] Ivi, p. 55 (traduzione mia).
[21] Ivi, pp. 39-40 (traduzione mia).
[22] Ivi, p. 65 (traduzione mia).
[23] Si tratta dell’Ensaio sobre a Cegueira, pubblicato in Italia
nel 1996 con il titolo di Cecità.
[24] José Saramago, A Palestina segundo Saramago, cit., pp.
56-57 (traduzione mia).
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