Nuove
indicazioni per il primo ciclo e per i Licei, Filiera
tecnologico-professionale, riforma dei Tecnici, formazione iniziale dei docenti
spalancata alle università telematiche, precise indicazioni di contenuti da
trasmettere in ogni ordine dell’istruzione, necessità del consenso dei genitori
per svolgere le parti ritenute “delicate” del curricolo, seconda “carta del
merito” per i diciannovenni senza bocciatura. In quale direzione la destra al
governo stia spingendo la scuola dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. In
uscita dal primo ciclo gli alunni riceveranno le indicazioni su quale scuola
potranno utilmente seguire ed è facile prevedere che già la terza
media (forse anche la seconda) prenderanno atto delle scelte degli alunni
proponendo laboratori differenziati, oltre a formare classi con il latino per i
futuri liceali. Quelle scelte saranno l’attuazione e conferma della
segregazione che caratterizza la nostra scuola secondaria.
In questo
quadro normativo i più bravi potranno scegliere un liceo nel
quale raggiungere il “vedere teoretico” che significa la “capacità di
interrogare criticamente la complessità, di connettere saperi e di formare
giudizi fondati”. È il liceo la vera scuola, in quanto “il cuore pulsante
della formazione liceale” sta proprio nella “educazione al saper pensare,
al saper studiare e discernere, al saper agire..”. I meno bravi con
basse aspettative potranno scegliere un tecnico o un professionale, dove
non serve “saper pensare, studiare, discernere”. Il “saper agire” poi, si
semplifica nel “saper eseguire” e per questa (non) competenza basta
l’addestramento, soprattutto all’ubbidienza. Per i meno bravi dei meno
bravi, quelli che rimbalzeranno nelle classi senza andare avanti, c’è la
Filiera che permette lo sconto di pena di un anno. La indicano con un 4+2
ma per la stragrande maggioranza degli studenti sarà un 5-1, cioè un anno in
meno di scuola e meno scuola ogni anno, preso atto delle ore per l’avviamento
al lavoro dai quattordici anni e mezzo.
È chiaro che
questo modello di scuola intende imporre un’ideologia normativa: come ha
sottolineato con grande chiarezza Simone Giusti, la scuola dovrà fornire agli
adolescenti un “habitus adeguato” e la “conseguente regolazione delle forme del
vivere”. Da scuola di emancipazione a scuola come “pratica di
disciplinamento” degli allievi. La professoressa Perla (coordinatrice della
Commissione per la revisione delle indicazioni nazionali per la scuole
elementari, medie e superiori) ha dichiarato che occorre passare
dall’espressione “educare istruendo” a quella “istruire educando” dove
i gerundi indicano il processo in atto e il verbo all’infinito a cosa esso
porta. Di fatto ribadendo che il primato torna all’educare: a scuola si va per
interiorizzare norme e codici di comportamento, stimolando gli allievi ad
adottare “un tono di voce moderato, distanza spaziale, sguardo sorridente
e mai intrusivo, gesto sociale, regole cerimoniali ecc.”. Lo studente
non è più il soggetto del processo ma è “assoggettato” a un modello
comportamentale ritenuto indispensabile perché possa accedere alla cultura
codificata. Non può (e non deve) condividere il percorso, perché non può
capirlo: nella Premessa delle Linee Guida dei Licei si indica esplicitamente
che la dimensione dell’estraneità culturale ha un “valore
educativo decisivo”.
In questa
dimensione lo studio dell’alunno si riduce a un puro sforzo di assunzione di
conoscenze e comportamenti ritenuti indispensabili per divenire, alla fine del
percorso, finalmente soggetto e come tale ammesso nella comunità culturale. Chi
governa la scuola ci dice che non deve preoccuparsi di conoscere le condizioni
di partenza dei suoi alunni, i contesti socioeconomici e culturali di
appartenenza; non deve curare che le conoscenze da acquisire siano alla loro
portata e riconosciute di valore dagli allievi per la loro crescita. Non si
parla mai di motivazione: deve bastare il desiderio di adeguamento alla norma.
È la visione
di scuola di un classismo moderno, che vuole al liceo solo gli studenti che
studiano qualunque cosa per senso del dovere (di solito verso le aspettative della famiglia),
dimenticandosi di quelli che studierebbero (di solito nonostante le zero
aspettative della famiglia) se rispettassimo il nostro dovere di dar senso al
loro studio.
Non possiamo
essere sorpresi che la destra faccia la destra, e nemmeno si può dire che “non li
abbiamo visti arrivare”, anzi sarebbe bene riconoscere che sono stati
aiutati ad arrivare da provvedimenti che hanno aperto loro la strada. È
stato il Governo Draghi con Patrizio Bianchi all’istruzione che nel 2021
sdogana una visione dell’istruzione tecnica indirizzata verso le esigenze del
mondo produttivo con un progetto che intendeva “allineare i curricula degli
istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal
tessuto produttivo del Paese”. E dello stesso Governo è il DL n. 144 dell’anno
successivo che stabilisce l’allineamento dei curricula degli
istituti tecnici e professionali “alla domanda di competenze che proviene dal
tessuto produttivo del Paese”.
Adesso, che
il modello di scuola (e quindi di società) della destra appare in forma così
cristallina rivelando tutta la sua pericolosità – a partire dall’abilità con
cui rimasterizza su antico arrangiamento il valore dello studio, della
disponibilità alla fatica, dell’autodisciplina degli adolescenti, atteggiamenti
che non solo il senso comune ma anche una parte rilevante della sinistra
riconosce smarriti e da recuperare – il punto di partenza è ripartire
dai presupposti alla base di un’idea di scuola che fondi la sua efficacia sul
mettere al centro della propria azione gli allievi, tutti gli allievi. Efficacia
ed attenzione alla formazione di tutti; non penalizzare la formazione dei
più bravi sapendo far crescere comunque tutti secondo le loro possibilità.
Un’utopia? Lo può sembrare: si può credere che gli alunni che non dominano
ancora l’italiano (e in casa sono gli unici a parlarlo) fanno perdere tempo
alla classe e danneggiano gli allievi a cui l’insegnante può dare
tranquillamente da studiare da pagina 20 a pagina 40. È quello che pensano quei
genitori che portano via i figli dalle scuole del proprio quartiere, pur di
evitare ai figli il contatto con la diversità. Il fenomeno negli Stati Uniti
l’hanno chiamato The White Flight, la fuga bianca (ovvero, dei
bianchi). Lo pensano certamente anche molti insegnanti, perché fare scuola con
alunni molto diversi, misurarsi con le disabilità sempre più presenti nelle
classi (e in numero maggiore in quelle già destinate agli alunni più difficili)
costa fatica e richiede risorse professionali notevoli.
Eppure è
quel contesto che può spingere a chiedersi se la “consegna” di studiare
da pagina 20 a pagina 40, a casa, nella propria cameretta (quelli che ce
l’hanno) da soli o con l’aiuto dei genitori (quelli che possono averlo) sia
davvero la prassi di una scuola efficace. O non sia piuttosto un modo
sbagliato di insegnare e di imparare. È da qui, da questa domanda che occorre
ripartire. Ad esempio riproponendo con forza un biennio finale dell’obbligo
d’istruzione (dai quattordici ai sedici anni) che sappia sfruttare tutte le
risorse possibili ma restando di vera istruzione. Unitario, non unico, non
serve una quarta e quinta media ma un percorso in cui finire la preparazione di
base e orientarsi all’interno di una scelta che resti comunque reversibile.
Non alunni
separati in base ad “aspirazioni e talenti” che sono termini pericolosi, come
ha ben scritto Michele Arena, perché si prestano ad essere considerati
attributi della persona come un dato di natura invece che alla sua condizione.
La “povertà educativa” non è un fatto personale. Pensarlo trasforma la vittima
in colpevole e la scuola in apparato di selezione. Le aspirazioni e i
talenti di qualunque adolescente si sviluppano se liberati dai condizionamenti
sociali, familiari economici. Chiedono un ambiente protetto, sicuro, di
fiducia. La classe che abitano dovrebbe essere questo: come ha scritto sempre
Michele Arena, “un luogo di possibilità” che può essere usato “per opporsi ai
dati e alle statistiche” che ci dicono di una scuola che resta classista.
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