martedì 19 maggio 2026

La scuola di Valditara: una pratica di disciplinamento - Giuseppe Bagni


Nuove indicazioni per il primo ciclo e per i Licei, Filiera tecnologico-professionale, riforma dei Tecnici, formazione iniziale dei docenti spalancata alle università telematiche, precise indicazioni di contenuti da trasmettere in ogni ordine dell’istruzione, necessità del consenso dei genitori per svolgere le parti ritenute “delicate” del curricolo, seconda “carta del merito” per i diciannovenni senza bocciatura. In quale direzione la destra al governo stia spingendo la scuola dovrebbe essere ormai chiaro a tutti. In uscita dal primo ciclo gli alunni riceveranno le indicazioni su quale scuola potranno utilmente seguire ed è facile prevedere che già la terza media (forse anche la seconda) prenderanno atto delle scelte degli alunni proponendo laboratori differenziati, oltre a formare classi con il latino per i futuri liceali. Quelle scelte saranno l’attuazione e conferma della segregazione che caratterizza la nostra scuola secondaria.

In questo quadro normativo i più bravi potranno scegliere un liceo nel quale raggiungere il “vedere teoretico” che significa la “capacità di interrogare criticamente la complessità, di connettere saperi e di formare giudizi fondati”. È il liceo la vera scuola, in quanto “il cuore pulsante della formazione liceale” sta proprio nella “educazione al saper pensare, al saper studiare e discernere, al saper agire..”. I meno bravi con basse aspettative potranno scegliere un tecnico o un professionale, dove non serve “saper pensare, studiare, discernere”. Il “saper agire” poi, si semplifica nel “saper eseguire” e per questa (non) competenza basta l’addestramento, soprattutto all’ubbidienza. Per i meno bravi dei meno bravi, quelli che rimbalzeranno nelle classi senza andare avanti, c’è la Filiera che permette lo sconto di pena di un anno. La indicano con un 4+2 ma per la stragrande maggioranza degli studenti sarà un 5-1, cioè un anno in meno di scuola e meno scuola ogni anno, preso atto delle ore per l’avviamento al lavoro dai quattordici anni e mezzo.

È chiaro che questo modello di scuola intende imporre un’ideologia normativa: come ha sottolineato con grande chiarezza Simone Giusti, la scuola dovrà fornire agli adolescenti un “habitus adeguato” e la “conseguente regolazione delle forme del vivere”. Da scuola di emancipazione a scuola come “pratica di disciplinamento” degli allievi. La professoressa Perla (coordinatrice della Commissione per la revisione delle indicazioni nazionali per la scuole elementari, medie e superiori) ha dichiarato che occorre passare dall’espressione “educare istruendo” a quella “istruire educando” dove i gerundi indicano il processo in atto e il verbo all’infinito a cosa esso porta. Di fatto ribadendo che il primato torna all’educare: a scuola si va per interiorizzare norme e codici di comportamento, stimolando gli allievi ad adottare “un tono di voce moderato, distanza spaziale, sguardo sorridente e mai intrusivo, gesto sociale, regole cerimoniali ecc.”. Lo studente non è più il soggetto del processo ma è “assoggettato” a un modello comportamentale ritenuto indispensabile perché possa accedere alla cultura codificata. Non può (e non deve) condividere il percorso, perché non può capirlo: nella Premessa delle Linee Guida dei Licei si indica esplicitamente che la dimensione dell’estraneità culturale ha un “valore educativo decisivo”.

In questa dimensione lo studio dell’alunno si riduce a un puro sforzo di assunzione di conoscenze e comportamenti ritenuti indispensabili per divenire, alla fine del percorso, finalmente soggetto e come tale ammesso nella comunità culturale. Chi governa la scuola ci dice che non deve preoccuparsi di conoscere le condizioni di partenza dei suoi alunni, i contesti socioeconomici e culturali di appartenenza; non deve curare che le conoscenze da acquisire siano alla loro portata e riconosciute di valore dagli allievi per la loro crescita. Non si parla mai di motivazione: deve bastare il desiderio di adeguamento alla norma.

È la visione di scuola di un classismo moderno, che vuole al liceo solo gli studenti che studiano qualunque cosa per senso del dovere (di solito verso le aspettative della famiglia), dimenticandosi di quelli che studierebbero (di solito nonostante le zero aspettative della famiglia) se rispettassimo il nostro dovere di dar senso al loro studio.

Non possiamo essere sorpresi che la destra faccia la destra, e nemmeno si può dire che “non li abbiamo visti arrivare”, anzi sarebbe bene riconoscere che sono stati aiutati ad arrivare da provvedimenti che hanno aperto loro la strada. È stato il Governo Draghi con Patrizio Bianchi all’istruzione che nel 2021 sdogana una visione dell’istruzione tecnica indirizzata verso le esigenze del mondo produttivo con un progetto che intendeva “allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”. E dello stesso Governo è il DL n. 144 dell’anno successivo che stabilisce l’allineamento dei curricula degli istituti tecnici e professionali “alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese”.

Adesso, che il modello di scuola (e quindi di società) della destra appare in forma così cristallina rivelando tutta la sua pericolosità – a partire dall’abilità con cui rimasterizza su antico arrangiamento il valore dello studio, della disponibilità alla fatica, dell’autodisciplina degli adolescenti, atteggiamenti che non solo il senso comune ma anche una parte rilevante della sinistra riconosce smarriti e da recuperare – il punto di partenza è ripartire dai presupposti alla base di un’idea di scuola che fondi la sua efficacia sul mettere al centro della propria azione gli allievi, tutti gli allievi. Efficacia ed attenzione alla formazione di tutti; non penalizzare la formazione dei più bravi sapendo far crescere comunque tutti secondo le loro possibilità. Un’utopia? Lo può sembrare: si può credere che gli alunni che non dominano ancora l’italiano (e in casa sono gli unici a parlarlo) fanno perdere tempo alla classe e danneggiano gli allievi a cui l’insegnante può dare tranquillamente da studiare da pagina 20 a pagina 40. È quello che pensano quei genitori che portano via i figli dalle scuole del proprio quartiere, pur di evitare ai figli il contatto con la diversità. Il fenomeno negli Stati Uniti l’hanno chiamato The White Flight, la fuga bianca (ovvero, dei bianchi). Lo pensano certamente anche molti insegnanti, perché fare scuola con alunni molto diversi, misurarsi con le disabilità sempre più presenti nelle classi (e in numero maggiore in quelle già destinate agli alunni più difficili) costa fatica e richiede risorse professionali notevoli.

Eppure è quel contesto che può spingere a chiedersi se la “consegna” di studiare da pagina 20 a pagina 40, a casa, nella propria cameretta (quelli che ce l’hanno) da soli o con l’aiuto dei genitori (quelli che possono averlo) sia davvero la prassi di una scuola efficace. O non sia piuttosto un modo sbagliato di insegnare e di imparare. È da qui, da questa domanda che occorre ripartire. Ad esempio riproponendo con forza un biennio finale dell’obbligo d’istruzione (dai quattordici ai sedici anni) che sappia sfruttare tutte le risorse possibili ma restando di vera istruzione. Unitario, non unico, non serve una quarta e quinta media ma un percorso in cui finire la preparazione di base e orientarsi all’interno di una scelta che resti comunque reversibile.

Non alunni separati in base ad “aspirazioni e talenti” che sono termini pericolosi, come ha ben scritto Michele Arena, perché si prestano ad essere considerati attributi della persona come un dato di natura invece che alla sua condizione. La “povertà educativa” non è un fatto personale. Pensarlo trasforma la vittima in colpevole e la scuola in apparato di selezione. Le aspirazioni e i talenti di qualunque adolescente si sviluppano se liberati dai condizionamenti sociali, familiari economici. Chiedono un ambiente protetto, sicuro, di fiducia. La classe che abitano dovrebbe essere questo: come ha scritto sempre Michele Arena, “un luogo di possibilità” che può essere usato “per opporsi ai dati e alle statistiche” che ci dicono di una scuola che resta classista.

da qui

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