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domenica 27 luglio 2025

Stato di Palestina, tra i leader europei un dibattito fuori tempo massimo - Chiara Cruciati

I palestinesi e le palestinesi hanno diritto di vivere in libertà e dignità e di decidere per sé. Di stabilire quale forma giuridica dare alla propria società liberata. Si chiama decolonizzazione

Ci sono abitudini dure a morire. Come quella a ritenersi in potere di stabilire quali popoli abbiano il diritto di vivere liberi, o quella a tracciare su una mappa le frontiere di uno stato con penna e righello. Accade così, e non è una novità, che a 77 anni dalla Nakba del 1948 la presidente del consiglio Giorgia Meloni ritenga prematuro e controproducente che il popolo palestinese si autodetermini. Un pensiero indegno che condivide con il cancelliere tedesco Merz, con il presidente statunitense Trump, con il premier israeliano Netanyahu, e giù a scendere, la lista del suprematismo bianco è lunga e prevedibile.

Il punto non è lo stato in sé, l’edificazione di infrastrutture istituzionali, una capitale, una banca centrale o un passaporto che non sia una farsa. Il punto è la permanenza dell’oppressione: il popolo palestinese è sotto occupazione da quasi un secolo. È soffocato da un colonialismo d’insediamento da cui è disceso – com’è naturale che fosse – un regime di apartheid, e ora anche un genocidio.

La sua libertà è prematura? Esiste un momento in cui diventa legalmente accessibile come la patente, o è il diritto innato di qualsiasi essere umano? Rimandare la sua liberazione perché controproducente (per chi?) non è un’opzione tra le altre, ogni giorno di ritardo significa un giorno in più sotto occupazione e non semplicemente senza statualità. Lo ha ordinato nel luglio 2024 la Corte internazionale di Giustizia quando ha dato un anno di tempo a Israele per smantellare l’occupazione. Tempo scaduto.

I palestinesi e le palestinesi hanno diritto di vivere in libertà e dignità e di decidere per sé. Di stabilire quale forma giuridica dare alla propria società liberata. Si chiama decolonizzazione. Ma proprio perché le abitudini sono dure a morire, all’Europa pare più che normale dettare i tempi, le forme, i confini. Gode di una certa esperienza, nel Medio Oriente del secolo scorso ha disegnato stati e generato mostri.

Appare dunque surreale, e invece è orribilmente vero, che i leader mondiali, di fronte al controllo strutturale esercitato da Israele su ogni aspetto della vita palestinese, di fronte alla distruzione sistematica di un popolo intero una persona dopo l’altra, di fronte a metodi di sterminio che tolgono il sonno, stiano là ad arrovellarsi se riconoscere o meno lo stato di Palestina. È la cometa di Don’t Look Up: riempiamo giornali e tv con un dibattito destinato a sopravvivere il tempo strettamente necessario a dirsi innocenti, in attesa di essere inceneriti. I palestinesi, però, a differenza di Meloni, Merz, Starmer e Macron, hanno fretta.

Vengono inceneriti ogni minuto che passa, nel corpo e nella dignità.

***

A cosa serve il riconoscimento dello stato di Palestina? Se serve a salvarsi dal giudizio della storia, delle società civili globali e da quello (si spera arrivi) degli umanissimi tribunali internazionali, è tardi: la cortina fumogena di dichiarazioni di sdegno per le pratiche di sterminio israeliane non nascondono la faccia di nessuno dei complici materiali del genocidio.

Se serve a fare pressione sul governo israeliano – che, lo dice dal 1948, non ha intenzione di riconoscere alcunché – ci tocca dare una delusione ai protagonisti di tale entusiasmante dibattito. Esistono metodi più rapidi delle strigliate in tv e degli appelli accorati a Israele per interrompere lo sterminio attraverso l’uso barbaro e fascista della fame, per impedirgli di bombardare tende e macerie a Gaza e di dare fuoco e spianare comunità in Cisgiordania, per porre fine alla carcerazione collettiva di milioni di persone.

Sanzionare Israele, isolarlo diplomaticamente, smettere di vendergli armi, mettere in pratica le decisioni dei tribunali dell’Aja su mandati d’arresto e fine dell’occupazione. Togliere la benzina alla macchina genocidaria: schiaccia e annienta quel che resta dei corpi scheletrici dei palestinesi e dell’anima dell’umanità intera solo grazie ai rifornimenti esterni. I nostri.

da qui

lunedì 7 luglio 2025

«Mamdani è una ribellione: basta sostegno Usa a Israele»

Chiara Cruciati intervista Chris Hedges

Intervista al corrispondente del New York Times e Premio Pulitzer: «La sua vittoria alle primarie Dem è la prova che le persone sono stanche di questo sistema di potere. Il Bds ha educato un’intera generazione. Richiede tempo, ma funziona»

La natura coloniale del progetto sionista, il rapporto tra Israele e Stati uniti, le mobilitazioni globali e le voci dei palestinesi: il nuovo libro di Chris Hedges, storico corrispondente del New York Times in Medio Oriente e premio Pulitzer, è un viaggio nel passato e nel presente. Un genocidio annunciato. Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata è uscito due settimane fa per Fazi (18 euro, 240 pagine). Lo abbiamo raggiunto a New York.

Partiamo dal titolo «Un genocidio annunciato». Quanto accade da 20 mesi non è una sorpresa e lei ne ricostruisce le ragioni: il colonialismo d’insediamento è il cuore della questione palestinese. Perché ancora oggi, dopo 77 anni, si fatica a chiamarlo così?

A causa della propaganda senza sosta e degli attacchi subiti da chi descrive Israele come andrebbe descritto, un progetto di colonialismo d’insediamento e uno stato di apartheid. Nei college universitari si viene censurati, si rischia di perdere il posto di lavoro o di essere espulsi. Ogni movimento che condanna il genocidio è preso di mira con misure draconiane. Le persone pagano un prezzo alto se tentano di descrivere la realtà della Palestina storica. Io stesso sono un target: sono stato bandito dai campus, le mie iniziative sono cancellate, sono stato soggetto a campagne mediatiche per quello che scrivo da decenni. È una macchina ben oliata.

Nel libro spiega il ruolo che Israele gioca nelle dinamiche di potere interne agli Stati Uniti. Esiste una percezione di tale influenza tra le persone?

Da quando il genocidio è iniziato, sempre più persone sono consapevoli del potere della lobby israeliana e del fatto che il sistema politico Usa sia definito da una corruzione legalizzata. Hanno molti soldi e li investono sia per far eleggere persone sia per distruggere i candidati concorrenti. E così arriviamo a vedere Netanyahu, un criminale di guerra su cui pesa un mandato d’arresto, ricevere una standing ovation al Congresso. La lobby israeliana sa muoversi molto bene in questa palude di corruzione che definisce il sistema politico americano e che riguarda anche l’industria bellica e le grandi corporation. Anche per questo le primarie Dem che si sono svolte a New York sono interessanti: la vittoria di Zohran Mamdani è una ribellione vera, è la prova che le persone sono stanche di questo sistema di potere. I giovani ebrei si sono allontanati da Israele, sono una parte importante delle mobilitazioni nei campus. A Israele restano i cristiani fascisti. Dopo 20 mesi di genocidio la sua immagine è irrevocabilmente danneggiata.

Lei però sostiene che gli interessi strategici di Stati Uniti e Israele non coincidono.

La lobby israeliana è costruita intorno all’alleanza con i neoconservatori, soggetti che credono che al di fuori del perimetro degli Stati uniti esistano barbari che comprendono solo il linguaggio della forza. L’Iraq l’esempio perfetto. Coprivo l’Iraq negli anni di Saddam Hussein ed era brutale ma odiava al-Qaeda e non aveva a che fare con l’11 settembre. Ma Israele voleva distruggere quel paese, sostenitore di lungo corso dei palestinesi, e ci è riuscito. Lo stesso vale per l’Iran e, prima, per Assad in Siria. Nei giorni dell’attacco all’Iran si è parlato apertamente di cambio di regime. Un conflitto assolutamente non necessario, ma Israele lo voleva e Israele lo ha ottenuto. Gli interessi Usa però non coincidono, anzi Israele ha provocato molti danni agli Stati uniti: le guerre americane degli ultimi venti anni sono state tutte una débâcle, i fiaschi militari pesantemente incoraggiati da Israele hanno accelerato il declino dell’impero americano.

Mobilitazioni nei campus e nelle piazze, campagna Bds…possono essere davvero efficaci a fronte del sostegno morale, politico e logistico che i governi occidentali garantiscono a Israele?

La campagna Bds può non aver ottenuto ancora tantissimo sul fronte dei disinvestimenti, ma ha educato un’intera generazione sul colonialismo d’insediamento israeliano e sugli effetti sui palestinesi. Guardiamo al boicottaggio del Sudafrica dell’apartheid: questo tipo di azioni richiedono un enorme lasso di tempo, ma funzionano. È per questo che il governo israeliano ne è così spaventato e investe tantissimo nelle contro-campagne.

Nel libro scrive che se Israele riuscirà nell’intento di distruggere Gaza, segnerà anche la propria fine: i palestinesi diverranno il sinonimo di Israele, come i turchi lo sono degli armeni e i tedeschi di namibiani e di ebrei.

Israele è diventato uno stato paria. Data l’aggressività in Medio Oriente, senza il sostegno statunitense, sarebbe impossibile per Israele sostenersi anche nel breve periodo. Sta perdendo amici nel mondo e diverrà sempre più vulnerabile, anche a causa delle fratture interne. Succede a tutti gli imperi quando i meccanismi usati per il controllo esterno, i centri di interrogatorio, la polizia militarizzata, le torture, tutte queste forme di controllo brutale tornano indietro, in patria. Sta già accadendo negli Stati uniti. Israele è divenuto un paese dispotico, teocratico e corrotto e sta subendo una fuga di cervelli, centinaia di migliaia di israeliani laici e istruiti se ne sono andati. La vittoria di Israele è una vittoria di Pirro.

da qui

lunedì 30 maggio 2022

ROMPIAMO IL SILENZIO – FERMIAMO LA GUERRA!


SABATO 4 giugno  alle 16 – manifestazione nazionale

piazza della Repubblica, Roma

Il 17 aprile lo Stato turco ha lanciato una nuova campagna militare volta ad occupare nuove aree del Kurdistan meridionale, mentre prosegue i suoi attacchi in Rojava e a Sengal.

Il presidente fascista turco Erdogan ha dato l’ordine per questo attacco poiché presume che l’attenzione della comunità internazionale sia completamente concentrata sulla guerra in Ucraina. Vuole quindi trarre vantaggio dalla situazione attuale e portare a termine l’ennesimo attacco contro il popolo curdo. Questa guerra di occupazione mostra ancora una volta che Erdogan st cercando di manipolare la comunità internazionale affermando che sta lavorando per raggiungere la pace e la stabilità in Ucraina.

Parallelamente all’invasione turca l’esercito iracheno  sta attaccando gli ezidi sopravvissuti nel 2014 al genocidio dello Stato Islamico per smantellare la loro amministrazione autonoma, un sistema organizzativo sviluppato per dare alla gente la possibilità di non dover lasciare la propria patria e di essere in grado di difendersi, Tutto ciò avviene con la complicità del partito di Barzani il KDP e il governo centrale iracheno di Mustafa al-Kadhimi.

Attraverso la guerra la Turchia sta cercando di imporre il suo predominio politico e militare fino a Mosul e Kirkuk, e punta a raggiungere i confini del Patto Nazionale (“Misak-ı Milli” ratificato nell’ultimo parlamento ottomano), il sogno di un secolo.

Dobbiamo rompere il silenzio sull’invasione turca del Kurdistan meridionale e agire!

• Chiediamo a tutti i governi e alle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite, la NATO, l’UE, il Consiglio d’Europa e la Lega araba, di intraprendere un’azione urgente contro questa violazione del diritto internazionale, di condannare inequivocabilmente questo crimine di aggressione e di chiedere che la Turchia ritiri le sue truppe dal Kurdistan meridionale

• Chiediamo ai partiti politici, alle organizzazioni per i diritti umani, alle organizzazioni per la pace, ai sindacalisti e agli attivisti di opporsi a questa aggressione della Turchia.

Manifestazione nazionale a Roma con concentramento in Piazza la Repubblica alle ore 16

Per adesioni:

info.uikionlus@gmail.com

info@retekurdistan.it

Ufficio d’informazione del Kurdistan

Comitato ‘’il tempo è arrivato; Liberta per Ocalan’’

Rete Kurdistan Italia

Comunità curda in Italia

 

Dobbiamo resistere alla guerra femminicida: la guerra di Stato turca di occupazione del sud Kurdistan

Dossier del TJK-E sulla guerra di occupazione turca in Kurdistan meridionale (*)

INDICE

1. Introduzione – La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan.

2. Background degli attacchi

3. L’invasione e il movimento delle donne

4. Supporto e azione internazionale


1. La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan

Il 14 aprile 2022 nuove incursioni aeree e bombardamenti hanno annunciato la nuova fase dell’aggressione turca contro il Kurdistan. Tali attacchi concentrati sulle regioni a sud del Kurdistan: Zap, Metina, Avasin, sono stati seguiti dall’avanzata di migliaia di soldati trasformandosi, quindi, in una carica su vasta scala che sta proseguendo sino ad oggi. L’obiettivo immediato dell’invasione militare è quindi lontano dall’essere le Forze di Difesa del Popolo, quanto la guerriglia curda. Ad ogni modo, questa escalation deve essere vista come la fase più recente nell’attacco supportato dallo stato turco verso la popolazione curda, verso la democrazia nella regione curda e verso le conquiste del Movimento di Liberazione Curda e del Movimento delle Donne Curde. Esploreremo questi avvenimenti dalla prospettiva del Movimento delle Donne Curde in Europa (TJK-E). Discuteremo: il contesto di questi attacchi la relazione tra la questione femminista e globalmente delle donne la necessità dell’azione internazionale per difendersi dall’aggressione imperialista.

2. Background

Il contesto politico dietro questi attacchi è l’obiettivo del partito di governo turco AKP-MHP di far rivivere le ambizioni dell’impero ottomano ed estendere il proprio controllo nella regione. Per fare ciò, la coalizione AKP-MHP cerca di dividere e distruggere il popolo curdo e di rafforzare le politiche di genocidio contro di essa. E’ importante capire gli effetti di queste politiche attraverso la regione e non solo in maniera isolata. Ciò contempla: le permanenti occupazioni oltre confine di Afrin e Serekaniye, entrambe ricche di ben documentate violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanitàl’incessante aggressione militare in Siria e nella parte ovest del Kurdistan (Rojava)la distruzione delle riserve idriche ed energetiche della società civile gli attacchi intensificati sulla regione degli Yazidi di Shengal (Sinjar) gli attacchi dei droni oltre confine sulle aree civili, incluso il campo per rifugiati Makhmour. Questi attacchi fanno parte di un’ampia strategia contro la società civile curda e contro il movimento per la democrazia, l’ecologia e la liberazione delle donne. Il governo del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel governo regionale del Kurdistan sta collaborando con lo stato turco nell’attuale invasione del sude del Kurdistan, incluse le incursioni nello Shengal. Tale tradimento fa anche parte di un tentativo di dividere il popolo curdo e metter l’uno contro l’altro. Nelle ultime due settimane si è assistito a molteplici azioni illegali da parte dell’esercito turco, incluso il bombardamento di quartieri abitati da civili a Kobane nonché all’uso di armi chimiche nell’invasione del Kurdistan. E’ importante sottolineare che la tempistica di questi attacchi rispetto alla guerra in coso in Ucraina, non è una coincidenza. Lo Stato Turco conta sul fatto che lo sguardo del mondo è rivolto all’Ucraina per la propria avanzata imperialista. In quanto membro della NATO, la Turchia sta sfruttando al meglio lo scontro della NATO con la Russia.

3. L’invasione e il movimento delle donne

Il movimento curdo delle donne è divenuto fonte d’ispirazione per la lotta globale delle donne. Le conquiste del movimento delle donne si sono imposte all’attenzione globale nella regione del  Kurdistan ovest (Rojava), dove il movimento  è stato capace di mettere in pratica i propri valori e costruire una partecipazione politica delle donne, l’autodifesa e varie forme di emancipazione.  Il movimento di liberazione delle donne in Rojava ha dato l’avvio ad una radicale trasformazione sociale storicamente caratterizzata dal matrimonio forzato, dalla violenza sulle donne e dalla loro esclusione in ambito economico, politico e sociale. L’aver collocato la trasformazione femminista della società curda al centro del movimento, diventando un esempio unico a livello mondiale, ha sollecitato l’attenzione ed il supporto delle femministe di tutto il mondo. In tutti gli attacchi del Movimento di Liberazione Curda, lo stato turco punta in modo deliberato e sistematico alle donne e alle organizzazioni delle donne. Ciò è stato ben documentato, in particolare dalle invasioni di Afrin e Serekaniye e include l’uso sistematico della violenza di genere e del femminicidio come strumento di guerra e occupazione. L’attuale offensiva militare va anche compresa all’interno di questo contesto. Le politiche dell’AKP-MHP non riguardano solo il genocidio contro i curdi; tentano di uccidere i valori del movimento, e i principi che il  movimento ssta costruendo,  attraverso una società democratica, come la liberazione delle donne. Divenendo organizzato e politicamente attivo, il Movimento delle Donne Curde, è capace di difendersi ed essere la spina dorsale di un forte movimento sociale di democrazia e contro l’imperialismo. Lo stato turco sa che il movimento delle donne ed il supporto internazionale che questo ha, sono alla base della lotta per la libertà del Kurdistan. Le implicazioni dell’imperialismo dello stato turco e il suo attacco alla trasformazione femminista sono noti globalmente. 

4. Supporto e azione internazionale

La persistente resistenza diretta dell’invasione da parte delle forze di autodifesa è stata decisiva. Oltre a questo, dall’inizio dell’invasione, le organizzazioni della società civile, i gruppi politici e i gruppi umanitari del mondo, hanno condannato questi attacchi. E’ importante intensificare il supporto internazionale. Il TJK-E si appella a tutte le organizzazioni di donne, ai movimenti, ai gruppi e ai loro alleati per supportare il popolo curdo contro l’invasione e il genocidio. Abbiamo un bisogno urgente che tutti le organizzazioni per i diritti delle donne, i diritti umani e le organizzazioni della società civile in Europa levino le loro voci contro questa guerra. Tutti i governi dovrebbero essere spinti a prendere posizione contro l’imperialismo, la brutalità e i crimini di guerra di questa guerra condotta da un membro della NATO. Chiediamo al pubblico internazionale, in particolare alle donne di tutto il mondo, di schierarsi con noi contro questi attacchi. 

Kurdish Women’s Movement in Europe TJK-E 

Movimento Curdo per le Donne in Europa TJK-E

(*) ripreso da retejin.org – 22 aprile 2022

 


Curdi “prezzo” da pagare alla Nato? La vergogna e la miopia dell’Occidente - Davide Grasso

 

Non pochi, nel mondo dell’informazione, stanno commentando le pressioni turche su Svezia e Finlandia dicendo che i curdi saranno verosimilmente “il prezzo da pagare” per l’allargamento dell’alleanza atlantica in Europa. Espressioni dure, pronunciate spesso con l’aria serafica di chi la sa lunga di realpolitik, e non può permettersi di credere a principi astratti; modi di presentare il contesto che implicano di ritenere inevitabile, a meno di non essere anime belle, comprendere che il popolo curdo non può essere rispettato quanto quello ucraino. Se qualcuno dovesse pensare che questo è razzismo, si sentirà affermare che l’Ucraina è più vicina. Mariupol dista però da Roma 3.036 chilometri, mentre la provincia di Aleppo, dove i curdi delle Ypg-Ypj sono stati in questi mesi bombardati dalla Turchia e assediati da Assad, 2.934 chilometri.

L’Ucraina è in Europa: ma questo non impedisce di analizzare le conseguenze mediterranee ed eurasiatiche delle politiche che, di fatto, ci vengono imposte. Sabino Cassese afferma che l’avversione turca all’inclusione di Svezia e Finlandia nella Nato è superabile, poiché la posizione di Erdogan è “negoziale”: prevede infatti “soltanto” la consegna di presunti militanti del Pkk alle autorità turche. Che sarà mai di fronte ai benefici di questo allargamento, che – si pensa – impedirà massacri e distruzioni ben peggiori di quelli di Aleppo, della Siria e del Kurdistan? Le relazioni internazionali non scorrono, invece, su binari così nitidi o a compartimenti stagni. Anche Luigi Di Maio, per minimizzare il problema, pensa sia sufficiente ripetere che si tratta di “questioni bilaterali”. Erano bilaterali anche le questioni riguardanti la vendita di armi alla Turchia, usate contro i curdi in Iraq e in Siria; e contrariamente alla parola data in pubblico dal ministro degli esteri nell’ottobre 2019, i commerci sono continuati senza il minimo rispetto per l’opinione pubblica italiana.

Sia per ragioni morali e politiche che per ragioni strategiche la questione curda non è, in realtà, un quadro che si possa appendere alla parete per fare bella figura con i propri potenziali estimatori, per poi darlo via quando si crede più conveniente comprare o vendere qualcos’altro. Sono donne e uomini, bambine e bambini, non pacchi postali che possono essere imprigionati, uccisi e perseguitati perché il loro principale aguzzino è membro della Nato. Non è vero, in ogni casi, che la sudditanza alle richieste di Erdogan “convenga” alle popolazioni europee. Potremmo infatti scoprire che le povere vittime “sacrificali” curde costituiscono (e svelano) problemi geopolitici che non sono né marginali né negoziabili, e tantomeno in modo “bilaterale”.

La prima ragione è politica: consegnare dissidenti a un regime totalitario che ne detiene migliaia in condizioni agghiaccianti (si vedano le opere di Zehra Doğan) significa confessare ancora una volta che la difesa dei diritti umani è, per l’Unione Europea, meramente di facciata. Il già diffuso scetticismo popolare verso la credibilità delle classi dirigenti dell’UE vedrebbe confermata l’idea che l’affermazione dei criteri di azione fondati su principi giuridici o morali non conta nulla: le democrazie liberali non avrebbero problemi a causare tortura e morte per chi si oppone a regimi sanguinari. Non si pensi che non vi sia sensibilità, tra gli strati sociali meno privilegiati delle società europee, verso questi elementi della comunicazione politica; e non per altruismo, ma perché chi non può controllare razionalmente il carattere tecnico delle informazioni monetarie, finanziarie ed economiche che impattano sulla sua vita, può comunque trarre conclusioni generali sull’attendibilità di chi gliele fornisce.

Con questo si viene al secondo punto. Questa percezione negativa non ha al momento canali di espressione orientati in senso progressivo. La lezione che la Nato impartisce alle masse tanto cristiane quanto musulmane d’Asia e d’Europa ogni volta che permette le violenze turche contro i curdi (una popolazione altrettanto numerosa degli ucraini) favorisce la propaganda di partiti come Russia Unita di Putin, che denuncia con una certa facilità il doppiopesismo occidentale sul diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli. Vero è che questo doppiopesismo è lo stesso di Mosca, ma non è detto che gran parte dell’opinione pubblica occidentale se ne accorga. Non è un problema legato solo alle leggi del cuore o all’onorabilità (pur importantissime): implica un aspetto giuridico. La Turchia occupa e bombarda ampi territori siriani e iracheni per colpire i movimenti sociali progressisti del Pkk e del Pyd, e i movimenti arabi ed ezidi loro alleati che hanno liberato quei territori dall’Isis, detenendo con difficoltà migliaia di criminali di quell’organizzazione.

Non esiste alcuna sanzione internazionale contro queste aggressioni, che nulla hanno di diverso, quanto a illegalità internazionale, da quelle russe, causando peraltro forme di ingegneria demografica, colonialismo d’insediamento, diversione delle risorse idriche oltre a mezzo milione di profughi e migliaia di vittime combattenti e civili. Ben al di là dell’inestimabile protezione che Svezia e Finlandia hanno fornito finora ad attivisti e richiedenti asilo curdi, ciò che Erdogan sta negoziando è un’ulteriore via libera della Nato a operazioni militari nella Siria del nord-est, dove gli Stati Uniti hanno truppe e dove Erdogan intende distruggere le conquiste democratiche siriane e irachene, autoctone e secolari, promosse dal Pyd e dal Pkk in questi anni. È grave semmai che Ue e Usa, per tutelare le relazioni con il presidente turco, non abbiano ancora espunto il Pkk da una lista alquanto arbitraria delle organizzazioni terroristiche, visto che cooperano in Siria con il Pyd che è un partito del tutto analogo, unico in grado di resistere militarmente e politicamente al jihadismo più estremo, nell’area dove da dieci anni questo tenta ogni volta di rialzare la testa (e visto che Erdogan, a Idlib, coopera con Hayat Tahrir as-Sham, alias Al-Qaeda).

Questo è l’ultimo aspetto, decisivo e strategico. La Turchia è un paese plurale, con una società ricca di pulsioni volte a una forma democratica del moderno. Con le sue purghe e la sua violenza il presidente ha però trasformato il paese in una prigione votata alla rifondazione legalizzata del jihad globale, disciplinato politicamente da una guida statale che siede nel Consiglio d’Europa e in quello della Nato. L’esercito turco tiene sotto il suo comando in Siria bande criminali come Ahrar al-Sharqiya e Failaq Al-Majd, che commettono crimini contro l’umanità e in cui militano ex miliziani di Daesh e Al-Qaeda.

Tali o simili jihadisti siriani sono stati mandati da Ankara a combattere in Libia, in Azerbaijan e persino in Kashmir. La legittimazione globale e comunicativa di un regresso globale del e nel mondo islamico, operata da Erdogan, non è meno pericolosa di altri fenomeni. Passa anche per le moschee che il governo turco finanzia in Europa: spesso centrali operative, ideologiche e propagandistiche di una Fratellanza musulmana sempre attiva nelle nostre società, come in Medio oriente, per marginalizzare le musulmane e i musulmani che non condividono le rappresentazioni dell’islam proprie dei governi turco e qatariota.

Il jihad globale istituzionalizzato ordito oggi dall’abile Erdogan, predicato o armato che sia, si è formato sulle ceneri, ma anche in rapporto, con quello clandestino lanciato a suo tempo da Bin Laden. Questo non incontra gli interessi strategici e fondamentali dei mediorientali e degli europei che intendano vivere in pace, libertà e nel rispetto reciproco. Questi interessi non sono negoziabili perché sono tutt’uno con ciò che motiva concretamente l’avversione all’espansionismo coloniale di Putin in Ucraina, alle violenze israeliane in Palestina e che in passato ha motivato la giusta opposizione all’invasione angloamericana dell’Iraq. Permettere l’imprigionamento di militanti e combattenti per la libertà, e nuove guerre d’invasione, per accontentare Erdogan rende ipocrita la giustificazione usata per l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato: l’avversità alle invasioni e la deterrenza della loro possibilità.

Pensare che la sproporzione di interesse strategico tra Europa e Medio oriente, e tra Mare del nord e Mediterraneo, sia così ampia da giustificare capitolazioni del genere significa avere una percezione della politica e degli equilibri mondiali forse inadatta persino al Settecento. Il Partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan non controlla, come Russia Unita di Putin, una potenza nucleare, né gran parte del capitale fossile; ma ne controlla gran parte del transito, e ha aspirazioni all’egemonia ideologica sull’intero mondo musulmano, dal Marocco all’Afghanistan. Credere che vendere al despota i suoi dissidenti e oppositori ci conduca alla pace è miope. Abbiamo interesse a vivere bene con gli altri popoli, che devono vivere bene a loro volta; questo ci permetterebbe di effettuare commerci più stabili, sicuri e giusti con le altre terre. Il “prezzo” da pagare per questo non è consegnare i curdi, ma aiutarli nell’ottica di favorire un cambiamento politico interno alla Turchia.

(*) ripreso da /www.micromega.net

 

Una nota della “bottega” sui legami Erdogan-Isis

Su «Il fatto quotidiano» del 28 maggio Davide Grasso ha scritto «Le tante relazioni pericolose tra Erdogan e i terroristi Isis» (chi è abbonato a «Il fatto» lo può leggere sul sito) rispondendo a un lungo articolo, davvero disinformato, di Alessandro Orsini che lodava il sultano di Ankara per essersi battuto contro l’Isis. Le cose stanno molto diversamente. Come ricorda Grasso i legami – armi, via libera alle frontiere ecc – fra Erdogan e Stato Islamico sono ben documentati. Quanto all’accusa di Orsini secondo cui l’Italia non agì contro i terroristi “islamici”, Grasso spiega: «lo Stato italiano nulla ha fatto contro l’Isis in Siria […] mentre centinaia di italiani sono partiti per il Rojava per sostenere le Ypg, alcuni combattendo in prima persona fino a cadere sul campo come Lorenzo Orsetti […] contro l’equipaggiamento anche italiano in dotazione all’ esercito turco. Se la ministra Pinotti, durante la liberazione di Raqqa, non cedette alle richieste americane di coinvolgimento italiano, fu proprio per non scontentare Erdogan».



Il prezzo del sì: estradizione dei curdi e armi per Ankara - Chiara Cruciati

 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vede sempre opportunità nelle faglie europee, di fronte a una crisi o a un cambio di paradigma ha spesso la carta buona da giocare. Lo ha fatto con l’emergenza migratoria siriana in piena guerra civile, strappando all’Europa sei miliardi di euro per “gestire” tre milioni di profughi, e lo ha fatto nell’ottobre 2019 con il ritiro Usa dalla Siria del nord-est, occupando un pezzo di Rojava dove impiantare un semi-emirato islamista.

Oggi sul tavolo ha l’adesione alla Nato di Svezia e Finlandia. Erdogan sa che serve l’unanimità e ha posto le sue condizioni, niente arriva gratis: Helsinki e Stoccolma devono cessare di essere Stati-santuario del Pkk, consegnargli i membri del Partito curdo dei Lavoratori e cancellare l’embargo di armi verso Ankara deciso proprio nel 2019, a fronte dell’occupazione delle città curdo-siriane di Gire Spi e Serekaniye.

Così i due paesi scandinavi invieranno delegazioni in Turchia per negoziare il sì di Ankara all’adesione. Il prezzo lo pagheranno i curdi, quelli in diaspora e chi in Medio Oriente lavora da anni alla costruzione di società alternative al settarismo regionale, tra Siria e Iraq.

In Svezia e Finlandia vivono circa 100mila curdi, l’80% in territorio svedese. L’emigrazione è iniziata negli anni ‘70, per farsi più prepotente dopo il colpo di stato turco del 1980. Secondo Ankara, da qui il Pkk gestirebbe la sua rete di finanziamenti e reclutamento in Europa, grazie alla tolleranza delle autorità locali.

Il ministro degli esteri Cavusoglu ha detto di aver condiviso con le autorità svedesi le prove della presenza di membri del Pkk sul territorio dello stato, liberi di operare: «Gli abbiamo detto che non ci basta la dichiarazione della Svezia che il Pkk è già sulla loro lista del terrorismo – ha riportato ai giornalisti Cavusoglu domenica scorsa, dopo un incontro con gli omologhi di Helsinki e Stoccolma – Ci hanno risposto che penseranno a un nuovo piano».

Lunedì qualche dettaglio in più. Ankara avrebbe chiesto alla Svezia l’estradizione di undici presunti membri del Pkk, alla Finlandia di sei, seppur la lista dei desideri sarebbe ben più lunga: secondo il ministero della giustizia turco, negli ultimi cinque anni sarebbero state mosse 33 richieste di estradizione, mai accolte.

Un comportamento che agli occhi turchi è incomprensibile, soprattutto alla luce della propaganda durata decenni intorno all’omicidio di Olof Palme del 1986: all’epoca si seguì anche la pista curda, rispuntata a fine anni ‘90 dopo le dichiarazioni di un ex membro del Pkk che dava al suo gruppo la responsabilità della morte del primo ministro svedese. Ordinata dallo stesso Ocalan, si disse, dopo che Stoccolma aveva dato il via libera all’estradizione di otto combattenti. Una pista presto abbandonata ma che non esita a ricomparire nei momenti di necessità turchi.

E poi c’è il legame che Stoccolma ha intessuto con l’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est, espressione del confederalismo democratico teorizzato dal leader del Pkk, Ocalan: oltre al sostegno attraverso la coalizione anti-Isis, una delegazione di alto livello svedese – con a capo la ministra degli esteri Ann Linde – nel 2020 ha fatto visita alle Forze democratiche siriane (federazione multietnica e multiconfessionale nata durante la lotta all’Isis e ora impegnata contro l’invasione turca) e lo scorso anno il ministro della difesa Hultqvist ha avuto un colloquio video con il loro leader, Mazloum Abdi, a cui ha rinnovato l’appoggio del suo paese.

La seconda richiesta viene da sé: scongelare l’esportazione di armi. «Non diremo di sì ai paesi che applicano sanzioni alla Turchia», il commento di lunedì del presidente turco a cui servono armi per proseguire nelle guerre in giro per il Mediterraneo. A partire proprio da quella contro le comunità curde sparse tra Turchia, Siria e Iraq: l’ultima operazione, “Blocco dell’Artiglio”, è cominciata a metà aprile e prende di mira le regioni di Zap e Avasin, le montagne del nord iracheno base militare e ideologica del Pkk. Oltre 900 i bombardamenti turchi.

Ma non va come dovrebbe: quasi impossibili da espugnare, le montagne garantiscono al Pkk la difesa utile al contrattacco. Se secondo l’esercito turco, in un mese le perdite sarebbero state di soli sei soldati, molto diverso è il bilancio delle Hpg, le forze armate curde: in un comunicato di due giorni fa danno conto di 427 militari turchi uccisi, sette droni e un elicottero abbattuti.

 

ripreso dal quotidiano il manifesto

 

https://www.labottegadelbarbieri.org/erdogan-non-e-uomo-di-pace-anzi/

lunedì 28 giugno 2021

Nizar Banat non parlerà più

 


Dissidente ucciso durante un raid della polizia dell’Anp nella sua casa

 

Nizar Banat, noto critico del presidente Abu Mazen e candidato alle presidenziali sospese dall’Autorità nazionale palestinese, è morto stamattina dopo un violento arresto. La famiglia denuncia: è stato brutalmente picchiato. Attivisti e partiti politici chiedono un’indagine indipendente

 

"Nizar Banat è stato assassinato”. Questa è l’accusa che da questa mattina gira sui social e tra tanti palestinesi della diaspora e dei Territori Occupati: l’attivista palestinese, duro critico dell’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, ha perso la vita stamattina nella sua casa di Dura, vicino Hebron, durante un raid delle forze di sicurezza dell’Anp.

La sua salute “è derivata durante l’arresto”, il commento laconico del governatore di Hebron Jibreen al-Bakri, una dichiarazione che non dice nulla e che la famiglia di Banat rigetta: è stato picchiato, dicono, dai poliziotti venuti per arrestarlo. Una detenzione che non è isolata: non solo Banat era stato arrestato più di una volta nella sua vita, ma sono diversi i casi di critici e oppositori della linea di Abu Mazen, ma anche semplici utenti dei social, finiti in manette in Cisgiordania nell’ultimo periodo.

Secondo quanto riportato da Middle East EyeMuhannad Karajah di Lawyers for Justice aveva ricevuto una telefonata di Banat ieri, durante la quale l’attivista aveva raccontato di essere stato oggetto di minacce da parte dei servizi di intelligence palestinesi. Un mese fa inoltre uomini armati avevano sparato 60 volte contro la sua casa di Dura, mentre la famiglia era all’interno.

A condurre l’arresto, stanotte alle 3.30, sarebbero stati ben 25 membri della Preventive Security and General Intelligence, che hanno buttato giù la porta con un ordigno, svegliato Banat con spray urticante in faccia – racconta il cugino – e picchiato con dei bastoni di legno. E’ stato poi spogliato e portato via su un veicolo militare.

Subito la famiglia ha preso contatti con le varie sedi dei servizi segreti a Hebron per sapere dove fosse stato portato, senza successo. Solo un’ora e mezzo dopo hanno saputo della sua morte su WhatsApp, senza ricevere comunicazioni ufficiali. Banat è stato dichiarato morto all’ospedale governativo di Alia, ma il suo corpo lì non è stato trovato, facendo sospettare che sia morto in una caserma dei servizi.

“Quello che è successo è un omicidio”, ha commentato Karajah, mentre crescono le richieste di un’inchiesta indipendente – dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ad Hamas fino alle organizzazioni per i diritti umani – che individui i responsabili della sua morte. E crescono le critiche dure verso l’Autorità, considerata un governo sempre più repressivo delle voci critiche e incapace di confrontarsi con gli oppositori.

La cancellazione delle elezioni presidenziali e legislative previste per maggio e luglio 2021 è ritenuta da molti la prova della deriva. Lo stesso Banat era candidato alle parlamentari con la lista Freedom and Dignity e, dopo il rinvio del voto a data da destinarsi, era stato tra i firmatari di un appello diretto alla Corte europea dei diritti umani in cui si chiedeva la fine dei finanziamenti all’Anp.

L’omicidio di Banat giunge in un periodo di grave crisi per Fatah, il partito di Abu Mazen, e per l’Anp. Il presidente non ha saputo gestire l’escalation di questi mesi, a partire dal movimento popolare di protesta nato intorno ai minacciati sgomberi di famiglie palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est; è quasi scomparso durante l’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza; e insiste a mantenere una carica senza più alcuna legittimità, vista l’assenza di elezioni dal 2006. Una debolezza che danneggia il movimento palestinese di base e di cui stanno approfittando soprattutto le forze islamiste, a partire da Hamas, che sta incrementando i consensi in ogni angolo della Palestina storica.

da qui

 

 

Rabbia dopo l’uccisione in custodia di Nizar Banat: «Basta ANP» - Chiara Cruciati

 

L’attivista palestinese, noto critico dell’Autorità Nazionale Palestinese, è stato arrestato e picchiato a morte dalla polizia di Ramallah, denuncia la famiglia. In migliaia in piazza a Ramallah marciano sul palazzo presidenziale: «Il popolo vuole la caduta del regime»

 

La doppia reazione alla morte di Nizar Banat è arrivata ieri da Ramallah, dagli uffici governativi e dalla piazza: da una parte il portavoce dei servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), il generale Talal Dweikat, ha annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta; dall’altra migliaia di palestinesi hanno marciato verso la Muqata, il palazzo presidenziale, per protestare contro quello che non temono di definire un omicidio di Stato. Sono stati fermati dai lacrimogeni.

«Il popolo vuole la caduta del regime», hanno gridato, ispirati dagli slogan che dal 2011 hanno attraversato le rivolte nel mondo arabo. A scatenare una rabbia che ormai non cova più sotto la cenere è stata la morte, all’alba di ieri, del 44enne Nizar Banat.

Ex di Fatah, attivista, candidato alle parlamentari con la lista Freedom and Dignity (previste per lo scorso maggio ma cancellate dal presidente Abu Mazen), noto critico della leadership dell’ANP, Banat si è visto piombare nella sua casa di Dura a Hebron 25 poliziotti alle 3:30 del mattino. Hanno buttato giù la porta con un ordigno, raccontano i familiari, lo hanno picchiato con dei bastoni, spogliato e portato via.

Poco dopo è stato dichiarato morto dall’ospedale Alia di Hebron. Ma lì il suo corpo non c’era. Ammazzato di botte, accusa la famiglia, in una caserma dei servizi segreti. Banat era da tempo nel mirino dell’Autorità: arrestato diverse volte, aveva denunciato di aver ricevuto minacce negli ultimi tempi. E un mese fa, 60 colpi di arma da fuoco avevano colpito la sua casa. Immediata la reazione degli altri partiti politici palestinesi, dal marxista PFLP ad Hamas, che chiedono un’inchiesta indipendente.

Per tanti palestinesi è solo l’ultimo esempio della deriva autoritaria dell’ANP, incapace di una strategia nazionale di liberazione dall’occupazione israeliana e concentrata solo sul mantenimento di un potere effimero e pericoloso.

https://ilmanifesto.it/rabbia-dopo-luccisione-in-custodia-di-nizar-banat-basta-anp/

da qui


 

Nizar Banat, una morte pesante come una montagna che chiede a tutti responsabilità! - Luisa Morgantini

 

Un dolore ed una ferita profonda per tutto il popolo palestinese, l’assassinio da parte delle Forze di Sicurezza Palestinesi, di Nizar Banat, militante e attivista indomito per la libertà del Villaggio di Dura. Un dolore ed una ferita profonda per tutti noi e per me che conoscevo Nizar da molti anni: sono stata ospite della sua famiglia, nel suo villaggio ed abbiamo varie volte manifestato insieme a Hebron nella campagna Open Shuhada Street. AssoPacePalestina porge alla famiglia di Nizar e ai palestinesi tutti le più sentite condoglianze, con l’impegno di continuare ad esigere con Nizar il rinnovamento, la trasparenza, la democrazia e la partecipazione popolare per liberarsi dall’occupazione, dalla colonizzazione e dall’apartheid israeliana.                                            

Ci auguriamo che la sollevazione popolare e l’indignazione contro questo crimine possa portare ad un cambiamento dei metodi usati dalle Forze di Sicurezza Preventive e del Mukhabarat Palestinese: non è possibile che per un “reato d’opinione” si faccia incursione nelle case nelle prime ore del mattino, si facciano saltare porte con ordigni, si terrorizzi la famiglia e si uccida di botte una persona. Certo succede anche in Italia che si muoia durante gli interrogatori o gli arresti fatti dalla polizia; quest’anno in Italia, ricorderemo i 20 anni dal massacro di Genova compiuto dalla nostra polizia contro inermi manifestanti.             

Ci auguriamo che l’ANP, il Presidente, il primo Ministro e il Capo del General Intelligence Service (GIS) si assumano la responsabilità di questo tragico evento, cessando ogni tipo di intimidazione e repressione verso chi esprime critiche alla leadership palestinese o manifesta pacificamente subendo gli attacchi e gli arresti, non solo dei servizi di sicurezza in divisa, ma anche da individui in abiti civili. Per onore della franchezza, dobbiamo dire che ci stupisce che Hamas si faccia paladino della libertà nella Cisgiordania, visto che a Gaza dove ha preso il potere, pratica la pena di morte ed in questi anni ha ucciso e incarcerato molti militanti e attivisti.

Fratelli che uccidono fratelli.

Ci auguriamo, ed abbiamo la speranza, che il popolo palestinese sappia trovare l’unità, non perdendosi in reciproci discrediti o accuse, non cercando in Fatah il facile capro espiatorio ma mettendo in discussione tutta la rappresentanza dei partiti e, perché no, anche dei movimenti, ed invece di delegare la ricerca dell’unità solo alle vecchie rappresentanze formi una commissione di riconciliazione che possa trovare una mediazione e una soluzione alle divisioni cosi profonde che indeboliscono tutti i palestinesi, nei territori occupati, in Israele e nella diaspora. Confidiamo anche in nuove elezioni nelle quali la popolazione palestinese possa liberamente scegliere le proprie rappresentanze capaci di essere il rinnovamento necessario per la costruzione di un paese che sappia riconciliarsi e raggiungere la libertà.

Noi di AssoPacePalestina ci sentiamo responsabili, in quanto italiani ed europei, della iniquità della politica del nostro governo e dell’Unione Europea, che permette a Israele di essere totalmente impunita per le violazioni continue dei diritti del popolo palestinese.                                                         

Per questo, continueremo, insieme a tutti quelli che hanno amore per un mondo giusto ed umano ad agire per la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese.

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sabato 26 giugno 2021

Nel Rojava si autogestisce anche l’assenza - Chiara Cruciati

 

Rinas accende il telefono e fa partire un breve video: una cascata d’acqua, un ruscello, il verde caldo di alberi e arbusti. «Questo è quello che avevo vicino a casa mia, è Afrin». Sorride mentre ci mostra il luogo che ha abbandonato tre anni fa, in fuga con altre 300mila persone dal cantone curdo della Siria nel nord-ovest durante i mesi della brutale offensiva turca.

Ramoscello d’ulivo, l’avevano ribattezzata gli alti comandi turchi. Di quell’offensiva restano centinaia di migliaia di sfollati, distribuiti in tutto il Rojava, e un piano avanzato di ingegneria demografica.

Fatma ha 70 anni, è la mamma di Rinas. È venuta a Qamishlo a far visita al figlio, alla nuora e ai tre nipoti. Lei vive ancora vicino Shabha, la sola zona che durante i bombardamenti accolse con enormi difficoltà gli sfollati. Persone senza rifugio, aiutate dalle comunità tra Aleppo e Afrin, con il governo di Damasco che chiudeva la strada per il sud della Siria e l’Amministrazione autonoma che tentava di imbastire un’accoglienza mentre resisteva ai turchi.

«Nei campi di Shabha ci sono 7.500 persone – ci spiega il Rojava Information Center – e 115mila nei villaggi della zona. Decine di migliaia sono nei quartieri turchi di Aleppo. Un numero imprecisato è fuggito in Europa e in Iraq». Fatma vive ancora là, fuori Shabha, ha aperto un negozio di frutta e verdura: «Lì il campo lo avevamo tirato su noi, gli sfollati. L’Amministrazione ci portava cibo, la Mezzaluna rossa le medicine. Anche la Russia ci ha offerto aiuti, li abbiamo rifiutati: avevano permesso che la Turchia ci attaccasse».

Ad Afrin aveva un ristorante («Era famoso, veniva gente anche da Aleppo») e un appezzamento di terra. La loro grande casa ora è occupata dalle famiglie dei miliziani filo-turchi, le unità islamiste dell’Esercito libero siriano (Els). «All’inizio l’hanno usata come base dell’intelligence, ci interrogavano le persone di Afrin rimaste e sospettate di legami con le Ypg. Ora ci vivono le mogli di tre miliziani: su Facebook abbiamo trovato per caso le foto di loro che fumano narghilè in salotto e indossano i nostri vestiti». Così Siam, la nuora di Fatma, racconta cosa ne è stato di casa loro e dà senso al teorico concetto di trasformazione demografica del cantone di Afrin.

Ha partorito la figlia Rojat sotto le bombe, il 29 gennaio 2018, nove giorni dopo l’inizio di “Ramoscello d’ulivo”: «Vivevamo nello scantinato da giorni. Ho iniziato ad avere le doglie e siamo riusciti a raggiungere l’ospedale. Mi hanno fatto il cesareo e mandato via, era pericoloso: in quell’ospedale curavano anche i combattenti di Ypg e Ypj, era nel mirino dei turchi».

Lo scorso fine settimana ad Afrin un attacco missilistico ha centrato l’ospedale di al-Shifa, ad Afrin. Diciannove i morti, i reparti maternità e di pronto soccorso distrutti. Subito è partito lo scambio di accuse, con la Turchia che indica le Sdf (le Forze democratiche siriane, ombrello delle unità combattenti curde, arabe, turkmene, siriache, assire) e le Sdf che negano qualsiasi coinvolgimento.

Di certo intorno ad Afrin la battaglia non si è mai conclusa: in città sventolano le bandiere turche, a scuola si studia il turco e la moneta ufficiale è la lira turca. Nel cantone sono state trasferite famiglie arabe e turkmene, mentre ai residenti storici viene impedito di tornare. Mentre proseguono con macabra regolarità arresti, stupri e sparizioni.

Un’operazione di ingegneria demografica: in un recente incontro 25 organizzazioni della società civile locale hanno calcolato che solo il 20% della popolazione originaria – curdi ed ezidi, cristiani e musulmani – vive ancora ad Afrin, il resto sono coloni. L’occupazione militare viene mantenuta in modi diversi: impedendo il rientro, occupando case, distruggendo i campi e gli uliveti e vessando che è riuscito a rimanere.

Fatma e Siam ci raccontano di rapimenti e richieste di riscatto da parte dell’Els, milioni di lire siriane (decine di migliaia di euro) per riavere indietro un parente o anche semplicemente il trattore per continuare a lavorare la terra che rimane: «A molte famiglie gli islamisti fanno pagare l’affitto sulle loro terre e le loro case, una sorta di tassa per non farsele espropriare».

Un anno e mezzo dopo l’occupazione di Afrin, la Turchia ha allargato la mira: il 9 ottobre 2019, dopo l’ufficioso via libera americano passato per il ritiro delle truppe Usa dal Rojava, Ankara ha lanciato una nuova offensiva. Si è conclusa poco più di una settimana dopo, 500 morti (di cui almeno un terzo civili), 300mila sfollati e la creazione della cosiddetta «safe zone», opaca terminologia per definire l’occupazione permanente di un corridoio di terre al confine (lungo un centinaio di chilometri) e delle città e le campagne di Serekaniye e Ain Issa.

All’epoca le Sdf si ritirarono, accettando il cessate il fuoco capestro negoziato dall’allora presidente Trump, per evitare un bagno di sangue peggiore. «Stavolta «il cielo non ci è stato amico come contro l’Isis», ci aveva detto qualche giorno prima un combattente siriaco cristiano: «Contro i caccia turchi gli Ak47 servono a poco».

Turchi e islamisti sono ancora lì, perpetrando il loro modello-Afrin. Gli sfollati sono altrove. 14.714 abitanti di Serekaniye vivono nel campo profughi di Washokani, alla periferia di Hasakah. Area desertica, sabbia, tende e autogestione: «This is a little Serekaniye», ci dice Stera Rashek, responsabile del campo e sfollata lei stessa. Perché qui, a Washokani, le 2.373 famiglie che ci vivono hanno ricreato in piccolo il sistema di amministrazione autonoma del resto del Rojava, quello che avevano sperimentato per anni nella loro città.

«Abbiamo aperto il campo il 24 ottobre 2019. Subito dopo l’attacco turco, avevamo trovato rifugio in una cinquantina di scuole, per questo l’Amministrazione ha deciso di aprire il campo, le scuole andavano restituite ai bambini». Di scuole ora ce ne sono anche a Washokani, a insegnare sono i maestri sfollati. Come nella clinica a lavorare sono medici e infermieri sfollati. E come al suq, una strada di 200 metri fitta di negozietti e forni: li hanno inaugurati i commercianti e i panettieri di Serekaniye.

«Abbiamo i co-sindaci, le Asaysh (le forze di difesa interna del Rojava), il consiglio, l’Assemblea del popolo, 106 comuni e le assemblee di quartiere. Dove per quartiere si intendono 20 tende. E poi i comitati come nel resto del confederalismo democratico: ai giovani, alla scuola, all’ambiente, alla salute. Discutono dei problemi da affrontare e presentano proposte al consiglio: quel che possiamo risolvere da soli, lo risolviamo», continua Rashek.

Lei, come responsabile, è il volto fuori, quella che incontra le istituzioni dell’Amministrazione nata una decina di anni fa con il progetto di confederalismo democratico, fondato sulla teorizzazione del leader del Pkk Abdullah Ocalan. È l’amministrazione che finanzia il campo, da fuori non arriva nulla: ci sono organizzazioni locali impegnate in piccole progetti ma di soldi dal resto del mondo non c’è traccia.

«Ci manca una cucina, si vive ancora in tende di sei metri quadrati, non abbiamo ventilatori e i generatori non bastano per i condizionatori – aggiunge Alaa, uno dei coordinatori del campo – E il caldo nelle tende è insopportabile. Sul piano medico, possiamo fornire solo il pronto soccorso. E metà dei bambini non studia con continuità, le classi non bastano».

«Qua non stiamo male – ci dice Fawza, nella sua tenda che da un anno è mezzo è cucina e camera da letto per cinque persone – Ma vogliamo tornare a casa, a Serekaniye».

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