Da qualche ora i siti ed i servizi riconducibili ad Autistici/Inventati “sono giù”. Si è rotta internet direbbe la mamma di Zerocalcare. Provando a navigare si ottiene l’avviso che il sito non è sicuro e qualsiasi programma o app di navigazione attuale chiede di tornare indietro o di accettare “il rischio”. Quale rischio? Senza entrare troppo nel tecnico, quello di una navigazione non sicura perché il certificato che fino ad ora serviva a identificare univocamente che il sito al quale si cercava di accedere era proprio quello che si era digitato, non è più valido. E non è più valido perché è statunitense l’ente che gestisce questi certificati. Del resto è USA anche ICAN il gestore dei domini “.org” (come nel caso di www.inventati.org ed www.autistici.org). E soprattutto sono statunitensi i servizi più diffusi (DNS) che permettono di associare il dominio, quell’indirizzo web che si digita nella barra dei programmi per navigare, ad un indirizzo IP. Ovvero quella serie di numeri che, senza essere rigorosi, hanno la stessa funzione delle targhe: sulla strada identificano di quale auto si tratta (e di chi è), in rete identificano un server, come arrivarci e a nome di chi è registrato
E perché sta
succedendo? Sono in corso verifiche ma è più che probabile che questo sia
l’effetto dell’inserimento di Autistici ed Inventati nelle liste dei
soggetti “antifa” e quindi terroristi da parte del Dipartimento del
Tesoro degli Stati Uniti d’America. C’è qualche (ancora) modo per aggirare il
blocco. Ma il punto non è questo. Il punto è politico. Perché tutta l’internet
mondiale funziona in questo modo da quando è nata, quasi 60 anni fa. E fa in
modo che chiunque utilizzi la rete non debba preoccuparsi di digitare
correttamente indirizzi, inserire impostazioni tecniche di cui ignora il
significato o sapere su quale server sta accedendo per ottenere quello che
cerca. Almeno fino ad oggi. Perché quello che è successo è l’ennesimo
colpo all’internet libera come l’abbiamo conosciuta. Quella dei pionieri
insofferenti a stati e confini che hanno costruito una infrastruttura come bene
comune dove non ci fossero filtri. Quella dove DNS, server, nodi internet
fossero neutrali. Perché non dovevano occuparsi di sapere chi li utilizzava e
per cosa. È grazie a questa infrastruttura che per anni si è potuto aggirare
barriere e censure. E che piaceva negli USA e tra gli accoliti fin quando gli
stati che censuravano erano gli altri. E quindi da tempo datata. Ma che, per
dire, ancora dieci anni fa Stefano Rodotà ha voluto ribadire nella “Dichiarazione dei diritti in
Internet” presentata in parlamento quando cominciavano le
prime avvisaglie della forte pressioni finanziarie e commerciali (i social
erano agli inizi, l’AI di là da venire) e degli interessi di stato.
Per essere
chiari: nulla di nuovo sotto il sole recente. Già oggi in Italia se si vuole
far sparire un sito si utilizza lo stesso meccanismo. Succede con i siti di scommesse,
quelli dello streaming pirata, ecc. Ma appunto è confinato al nostro paese, per
chi vuole accedervi da una connessione in Italia. Qui c’è un salto di
qualità determinato dalla dipendenza dai monopoli di fatto, dalla
concentrazione dei servizi essenziali in un unico luogo: gli USA. Una situazione
che ha molte analogie con quello che succede ancora oggi a Francesca Albanese a
cui si impedisce di avere un conto corrente perché sanzionata
dall’amministrazione Trump o quello che è successe quando il governo USA decise
di fare la guerra a Julian Assange e Paypal impedendo di fare donazioni a
Wikileaks. Paypal fondata da Elon Musk e Peter Thiel, giusto per la cronaca.
Se questa è
la premessa le conseguenze sono più importanti. Di fronte a questa escalation
non è più possibile pensare che partiti, sindacati, movimenti progressisti,
soggetti della società civile possano continuare a utilizzare in rete servizi
dei quali dipendono da soggetti esterni che possono decidere di spegnere o
chiudere semplicemente con un click. E se questo ora è conclamato anche per
quello che pensavamo al riparo, i siti web, da tempo dovrebbe essere evidente
per i social sui quali tra algoritmi tarati su interessi sovranisti, bot,
censure e rimozioni è in corso una partita a carte truccate.
Insomma oggi
è toccato ad Inventati ed Autisti e a qualcuno/a potrà interessare poco perché
magari neanche sa che ruolo hanno avuto nei movimenti degli ultimi venticinque
anni. Ma quanto tempo ancora potrebbe passare dal prossimo giro di vite per un
servizio ed un diritto alla rete e alla sicurezza dei nostri dati che in mano
ad altri che non possiamo più dare per scontati?
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