Nell’intervista al New York Times la presidente del Consiglio evita ancora la parola antifascista, elogia Almirante e tratta la dittatura come una faccenda difficile da giudicare.
Il New York Times le offre il tempo di una lunga intervista. Che cosa pensa del fascismo? Giorgia Meloni potrebbe rispondere ricordando un po’ di storia, tipo il regime che sciolse i partiti e tolse la libertà alla stampa. O che la repressione venne affidata anche al Tribunale speciale e a una polizia politica, le guerre sbagliate, le leggi razziali. Invece sceglie due parole, le più vili che si possano esprimere, insomma il fascismo sarebbe stato un periodo: «particolarmente complesso». Anche la meccanica quantistica è complessa. Il fascismo italiano presenta una serie di caratteristiche e scelte politiche perfettamente comprensibili. Non ci vuole molto a ricordarsi le squadracce che devastarono le Camere del lavoro e le sedi socialiste mentre una parte delle classi dirigenti finanziava la violenza. O che il pavido Re affidò il governo a Mussolini dopo la marcia su Roma. Che la legge Acerbo alterò la rappresentanza parlamentare così che le elezioni del 1924 si svolsero fra aggressioni e intimidazioni, e che un certo Giacomo Matteotti denunciò tutto questo alla Camera prima di essere rapito e assassinato. Ma anche che fra il 1925 e il 1926 le leggi fascistissime abolirono le libertà politiche e consegnarono al capo del governo poteri incompatibili con qualsiasi democrazia. A me sembra chiaro come l’olio di ricino.
Ma andiamo
all’intervista. Meloni comincia infatti dal proprio “eroismo”:
«Credo che
ciò che mi ha condotto fin qui», fino al suo ufficio a Palazzo Chigi, «sia
stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia». «Scegliere di
andare controcorrente».
La «parte
scomoda della storia» è una formula interessantissima e oscena allo stesso
tempo, specie pronunciata da una che si professa erede politica di una comunità
che ha scelto Giorgio Almirante come padre. A me scomodi sembrano gli
oppositori percossi. Come lo fu la vita di Matteotti mentre seguiva i conti
delle violenze elettorali comprendendo il rischio che correva. Scomodo era
Antonio Gramsci a morire, malato, in un carcere fascista, o Piero Gobetti che
morì a Parigi dopo le aggressioni subite. La militanza neofascista della Roma
repubblicana stava ai margini del governo coi piedi dentro le staffe di una
costituzione che li ripudiava e che, però, godeva del diritto di organizzarsi e
di stampare giornali. Poteva anche candidarsi e parlare. Tutti diritti che il
fascismo aveva cancellato ai suoi avversari. Meloni si confonde tra
impopolarità e persecuzione, ma i fascisti ci sono abituati.
Nel 1996, a
diciannove anni, dichiarò alla televisione francese che «Mussolini era un bravo
politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia». Cohen
riprende entrambe le frasi. Interessante se si pensa a quando il 28 dicembre
1935 Mussolini autorizzò Pietro Badoglio a impiegare «anche su vasta scala» qualunque
gas nella guerra d’Etiopia e il 29 marzo 1936 autorizzò Rodolfo Graziani a
usare gas «di qualunque specie et su qualunque scala». In Cirenaica, già
all’inizio degli anni Trenta, la deportazione della popolazione aveva riempito
campi di concentramento nei quali fame e malattie accompagnavano una politica
di dominio coloniale. Ah L’«Italia» quel bellissimo nome nazionalpopolare
dietro cui nascondere quasi un milione di morti etiopi, colpiti dall’iprite e
massacrati, nonché gli italiani mandati a morire per l’impero.
Però ha
dichiarato «la nostra opposizione a tutti i regimi totalitari e autoritari».
Mh. C’è di che perplimersi. A meno che i totalitarismi non nascano solo in
periodi complessi e quindi, in fondo in fondo, prevalgano le sfumature.
Arriva poi
la frase più assurda e anche commentata dell’intervista:
«Chiaramente,
se guardiamo questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci
trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Non
saprei, non c’ero, però moltissime persone la videro con lucidità mentre
accadeva e pagarono molto per averla vista. Matteotti, ma anche Benedetto Croce
chepubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel
1925. I fratelli Rosselli organizzarono Giustizia e Libertà durante l’esilio,
finché furono assassinati in Francia da uomini della Cagoule assoldati dai
servizi fascisti. La persecuzione entrò poi nel lavoro delle famiglie,
trasformando cittadini italiani in presenze indesiderabili. Il carattere
criminale del regime era già visibile ai contemporanei.
La domanda
finale, «no?», è più rivelatrice della frase dissennata. Cerca l’assenso
dell’interlocutore per rendere relativo ciò su cui la storia non ha dubbi. In
mezzo al fascismo vivevano anche i fascisti, certo. Erano «nel mezzo» anche gli
etiopi bombardati e gli operai privati del sindacato. Vedevano cose diverse
perché occupavano posti diversi nei rapporti di forza. Se eri fascista
indubbiamente stavi meglio. La filosofia della storia questa differenza la
coglie
Cohen ricorda
che Meloni ha rifiutato di definirsi antifascista e riporta una frase tratta
dai suoi scritti:
«Conosco il
nome e la storia di tutti i ragazzi sacrificati sull’altare dell’antifascismo».
Ecco che
l’antifascismo diventa una religione sanguinaria e la giovane povera destra
appare come vittima sacrificale. La strage di Piazza Fontana e quella alla
stazione di Bologna causarono insieme centodue morti, ricorda Cohen. L’«altare»
di Meloni ha una memoria molto selettiva.
Poi compare
Giorgio Almirante. Il 22 maggio Meloni ha scritto che egli visse la politica
«con passione, dignità e rispetto» e ha promesso che sarebbe stato ricordato da
una destra pronta ad agire «con coraggio». Durante l’intervista aggiunge:
«Ci ha
insegnato qualcosa di molto importante sul piano dei valori». «Che si può
combattere la propria battaglia con dignità anche partendo da una posizione
molto marginale».
Quei
meravigliosi valori, e soprattutto il rispetto. Ricordiamo, en passent, che
Almirante fu segretario di redazione della Difesa della razza. Nel
1942 scriveva che «il nostro razzismo deve essere quello del sangue che scorre
nelle nostre vene» e paventava un’Italia in mano «ai meticci e agli ebrei».
Durante la Repubblica sociale italiana fu capo di gabinetto al ministero della
Cultura popolare. Un bando del maggio 1944, firmato da lui, minacciava la
fucilazione alla schiena dei militari sbandati che non si fossero presentati
entro il termine fissato. La documentazione è stata esaminata anche in sede
giudiziaria e la sua attribuzione ad Almirante ha retto.
Quale parte
di questa biografia esprime «rispetto»? Bah. Verso chi si esercita la
«dignità»? La marginalità del Movimento sociale italiano derivava dalla nascita
di una Repubblica che aveva appena conosciuto l’occupazione tedesca e il collaborazionismo
di Salò. Fu una scelta democratica di difesa dopo vent’anni di dittatura e
guerre in alleanza con quel brav’uomo di Hitler. Chiaramente, almeno di non
aver perso completamente il senno, l’elogio di Almirante toglie credibilità
perfino alla condanna delle leggi razziali. Le due affermazioni possono
convivere perché la memoria meloniana funziona compartimentalizzando. Le leggi
razziali vengono condannate tenendo al riparo Mussolini e Almirante viene
onorato separandolo dai suoi articoli e dal servizio prestato a Salò.
Il fascismo
fu un progetto di potere, uno dei più cruenti della Storia. Usò la violenza
squadrista per distruggere le organizzazioni popolari, una volta entrato nello
Stato ne cancellò le libertà. Cercò prestigio imperiale attraverso una guerra
coloniale condotta anche con armi chimiche. Nel 1938 trasformò il razzismo in
legge. Due anni dopo portò l’Italia nella guerra mondiale accanto alla Germania
nazista. Dopo il 1943 la Repubblica sociale collaborò alla persecuzione degli
ebrei e combatté contro la Resistenza sotto tutela tedesca. Non c’è nessuna
complessità. Solo infamia e disonore…
Gaia
Pianigiani ha contribuito alla redazione dell’articolo da Roma e Piombino.
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