giovedì 27 agosto 2026

Giorgia Meloni, il fascismo e la miseria umana - Lavinia Marchetti

Nell’intervista al New York Times la presidente del Consiglio evita ancora la parola antifascista, elogia Almirante e tratta la dittatura come una faccenda difficile da giudicare.

Il New York Times le offre il tempo di una lunga intervista. Che cosa pensa del fascismo? Giorgia Meloni potrebbe rispondere ricordando un po’ di storia, tipo il regime che sciolse i partiti e tolse la libertà alla stampa. O che la repressione venne affidata anche al Tribunale speciale e a una polizia politica, le guerre sbagliate, le leggi razziali. Invece sceglie due parole, le più vili che si possano esprimere, insomma il fascismo sarebbe stato un periodo: «particolarmente complesso». Anche la meccanica quantistica è complessa. Il fascismo italiano presenta una serie di caratteristiche e scelte politiche perfettamente comprensibili. Non ci vuole molto a ricordarsi le squadracce che devastarono le Camere del lavoro e le sedi socialiste mentre una parte delle classi dirigenti finanziava la violenza. O che il pavido Re affidò il governo a Mussolini dopo la marcia su Roma. Che la legge Acerbo alterò la rappresentanza parlamentare così che le elezioni del 1924 si svolsero fra aggressioni e intimidazioni, e che un certo Giacomo Matteotti denunciò tutto questo alla Camera prima di essere rapito e assassinato. Ma anche che fra il 1925 e il 1926 le leggi fascistissime abolirono le libertà politiche e consegnarono al capo del governo poteri incompatibili con qualsiasi democrazia. A me sembra chiaro come l’olio di ricino.

Ma andiamo all’intervista. Meloni comincia infatti dal proprio “eroismo”:

«Credo che ciò che mi ha condotto fin qui», fino al suo ufficio a Palazzo Chigi, «sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia». «Scegliere di andare controcorrente».

La «parte scomoda della storia» è una formula interessantissima e oscena allo stesso tempo, specie pronunciata da una che si professa erede politica di una comunità che ha scelto Giorgio Almirante come padre. A me scomodi sembrano gli oppositori percossi. Come lo fu la vita di Matteotti mentre seguiva i conti delle violenze elettorali comprendendo il rischio che correva. Scomodo era Antonio Gramsci a morire, malato, in un carcere fascista, o Piero Gobetti che morì a Parigi dopo le aggressioni subite. La militanza neofascista della Roma repubblicana stava ai margini del governo coi piedi dentro le staffe di una costituzione che li ripudiava e che, però, godeva del diritto di organizzarsi e di stampare giornali. Poteva anche candidarsi e parlare. Tutti diritti che il fascismo aveva cancellato ai suoi avversari. Meloni si confonde tra impopolarità e persecuzione, ma i fascisti ci sono abituati.

Nel 1996, a diciannove anni, dichiarò alla televisione francese che «Mussolini era un bravo politico» e che «tutto ciò che ha fatto, lo ha fatto per l’Italia». Cohen riprende entrambe le frasi. Interessante se si pensa a quando il 28 dicembre 1935 Mussolini autorizzò Pietro Badoglio a impiegare «anche su vasta scala» qualunque gas nella guerra d’Etiopia e il 29 marzo 1936 autorizzò Rodolfo Graziani a usare gas «di qualunque specie et su qualunque scala». In Cirenaica, già all’inizio degli anni Trenta, la deportazione della popolazione aveva riempito campi di concentramento nei quali fame e malattie accompagnavano una politica di dominio coloniale. Ah L’«Italia» quel bellissimo nome nazionalpopolare dietro cui nascondere quasi un milione di morti etiopi, colpiti dall’iprite e massacrati, nonché gli italiani mandati a morire per l’impero.

Però ha dichiarato «la nostra opposizione a tutti i regimi totalitari e autoritari». Mh. C’è di che perplimersi. A meno che i totalitarismi non nascano solo in periodi complessi e quindi, in fondo in fondo, prevalgano le sfumature.

Arriva poi la frase più assurda e anche commentata dell’intervista:

«Chiaramente, se guardiamo questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo osservata mentre ci trovavamo nel mezzo, probabilmente l’avremmo vista in modo diverso, no?». Non saprei, non c’ero, però moltissime persone la videro con lucidità mentre accadeva e pagarono molto per averla vista. Matteotti, ma anche Benedetto Croce chepubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti nel 1925. I fratelli Rosselli organizzarono Giustizia e Libertà durante l’esilio, finché furono assassinati in Francia da uomini della Cagoule assoldati dai servizi fascisti. La persecuzione entrò poi nel lavoro delle famiglie, trasformando cittadini italiani in presenze indesiderabili. Il carattere criminale del regime era già visibile ai contemporanei.

La domanda finale, «no?», è più rivelatrice della frase dissennata. Cerca l’assenso dell’interlocutore per rendere relativo ciò su cui la storia non ha dubbi. In mezzo al fascismo vivevano anche i fascisti, certo. Erano «nel mezzo» anche gli etiopi bombardati e gli operai privati del sindacato. Vedevano cose diverse perché occupavano posti diversi nei rapporti di forza. Se eri fascista indubbiamente stavi meglio. La filosofia della storia questa differenza la coglie

Cohen ricorda che Meloni ha rifiutato di definirsi antifascista e riporta una frase tratta dai suoi scritti:

«Conosco il nome e la storia di tutti i ragazzi sacrificati sull’altare dell’antifascismo».

Ecco che l’antifascismo diventa una religione sanguinaria e la giovane povera destra appare come vittima sacrificale. La strage di Piazza Fontana e quella alla stazione di Bologna causarono insieme centodue morti, ricorda Cohen. L’«altare» di Meloni ha una memoria molto selettiva.

Poi compare Giorgio Almirante. Il 22 maggio Meloni ha scritto che egli visse la politica «con passione, dignità e rispetto» e ha promesso che sarebbe stato ricordato da una destra pronta ad agire «con coraggio». Durante l’intervista aggiunge:

«Ci ha insegnato qualcosa di molto importante sul piano dei valori». «Che si può combattere la propria battaglia con dignità anche partendo da una posizione molto marginale».

Quei meravigliosi valori, e soprattutto il rispetto. Ricordiamo, en passent, che Almirante fu segretario di redazione della Difesa della razza. Nel 1942 scriveva che «il nostro razzismo deve essere quello del sangue che scorre nelle nostre vene» e paventava un’Italia in mano «ai meticci e agli ebrei». Durante la Repubblica sociale italiana fu capo di gabinetto al ministero della Cultura popolare. Un bando del maggio 1944, firmato da lui, minacciava la fucilazione alla schiena dei militari sbandati che non si fossero presentati entro il termine fissato. La documentazione è stata esaminata anche in sede giudiziaria e la sua attribuzione ad Almirante ha retto.

Quale parte di questa biografia esprime «rispetto»? Bah. Verso chi si esercita la «dignità»? La marginalità del Movimento sociale italiano derivava dalla nascita di una Repubblica che aveva appena conosciuto l’occupazione tedesca e il collaborazionismo di Salò. Fu una scelta democratica di difesa dopo vent’anni di dittatura e guerre in alleanza con quel brav’uomo di Hitler. Chiaramente, almeno di non aver perso completamente il senno, l’elogio di Almirante toglie credibilità perfino alla condanna delle leggi razziali. Le due affermazioni possono convivere perché la memoria meloniana funziona compartimentalizzando. Le leggi razziali vengono condannate tenendo al riparo Mussolini e Almirante viene onorato separandolo dai suoi articoli e dal servizio prestato a Salò.

Il fascismo fu un progetto di potere, uno dei più cruenti della Storia. Usò la violenza squadrista per distruggere le organizzazioni popolari, una volta entrato nello Stato ne cancellò le libertà. Cercò prestigio imperiale attraverso una guerra coloniale condotta anche con armi chimiche. Nel 1938 trasformò il razzismo in legge. Due anni dopo portò l’Italia nella guerra mondiale accanto alla Germania nazista. Dopo il 1943 la Repubblica sociale collaborò alla persecuzione degli ebrei e combatté contro la Resistenza sotto tutela tedesca. Non c’è nessuna complessità. Solo infamia e disonore…

Gaia Pianigiani ha contribuito alla redazione dell’articolo da Roma e Piombino.

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