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venerdì 6 gennaio 2023

In Europa il razzismo non è più un tabù - Francesca Spinelli

La morte di una persona è più grave se avviene in Spagna invece che in Marocco? E se invece avviene mezzo metro prima di varcare quel confine? Sono alcune delle domande sollevate dall’inchiesta Reconstructing the Melilla massacre, coordinata dalla redazione di giornalismo investigativo Lighthouse Reports e uscita lo scorso 29 novembre.

In collaborazione con alcune testate europee e con il sito d’informazione marocchino Enass, Lighthouse Reports ha ricostruito meticolosamente i fatti accaduti il 24 giugno 2022 nell’enclave spagnola in territorio marocchino.

Quel giorno di giugno, nel tentativo di entrare a Melilla per chiedere la protezione internazionale, centinaia di persone sono rimaste intrappolate tra uno spiegamento di agenti marocchini e le recinzioni oltre le quali erano schierati gli agenti spagnoli. Sotto una pioggia di lacrimogeni, manganellate e proiettili di gomma, sono morte nella calca almeno 37 persone. Di altre settantasette non si hanno più notizie. Chi era riuscito a superare la linea del confine è stato respinto. Nessuna assistenza medica è stata fornita ai feriti, nonostante la presenza di ambulanze da entrambi i lati della frontiera.

Nella regione non era la prima volta che si verificava una simile strage (non una “tragedia”, non un “incidente”, termini prediletti dalle autorità spagnole e da gran parte dei mezzi d’informazione locali). Il 6 febbraio 2014 circa duecento persone erano partite dalla costa marocchina per cercare di raggiungere a nuoto l’altra enclave spagnola nel nord del Marocco, Ceuta. La guardia civíl aveva risposto sparando lacrimogeni e proiettili di gomma e causando la morte di almeno 14 persone. Di tredici ne conosciamo il nome (Yves, Samba, Daouda, Armand, Luc, Roger Chimie, Larios, Youssouf, Ousmane, Keita, Jeannot, Oumarou, Blaise), una vittima è rimasta anonima. Ma i dispersi sono molti di più. È il “masacre del Tarajal”, dal nome di una spiaggia di Ceuta, commemorato ogni anno da una marcia per la dignità.

 

Giornalismo della responsabilità
Quel giorno del 2014 gli spagnoli hanno imparato una lezione: e così nel giugno scorso a Melilla non si sono sporcati le mani, lasciando che gli agenti marocchini entrassero in territorio spagnolo per riprendere chi era riuscito a passare il confine. “Persone raccolte e gettate via come carcasse, persone con le mani legate dietro la schiena lasciate al sole a morire per le ferite riportate”, dice Daniel Howden, fondatore di Lighthouse Reports. “I vivi e i morti accatastati gli uni sugli altri”.

Dal primo giorno il ministro dell’interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha dichiarato che non c’era stato “nessun morto sul suolo spagnolo”. Mentiva, come hanno sostenuto i sopravvissuti e come hanno dimostrato inchieste e rapporti, l’ultimo dei quali pubblicato da Amnesty international il 13 dicembre. Howden definisce Reconstructing the Melilla massacre un esempio di accountability journalism: per far sì che qualcuno in Spagna debba rendere conto di quello che è successo “abbiamo cercato di tracciare una linea di demarcazione netta lungo il confine per stabilire se le persone erano state schiacciate e picchiate a morte dal lato marocchino o da quello spagnolo”.

Tra le vittime c’era Anwar, 27 anni, che aveva lasciato il Sudan nella speranza di “migliorare le condizioni di vita” della sua famiglia, come ha raccontato sua nipote ad Amnesty international, e di aiutare la madre malata. Anwar è morto in territorio spagnolo.

Ma a prescindere dall’impatto politico che questa e altre inchieste avranno in Spagna, e a prescindere anche dalle gravissime responsabilità delle forze marocchine, Howden ci tiene a sottolineare una cosa: “Anwar è morto per colpa di un sistema creato a beneficio della Spagna. Il dispiegamento e le azioni delle forze marocchine di quel giorno sono il prodotto di negoziati con le autorità spagnole. I marocchini non hanno nessun interesse a impedire ai richiedenti asilo africani di entrare a Melilla. E la Spagna riceve fondi dall’Unione europea per finanziare le sue operazioni alla frontiera. Melilla è una frontiera europea, le persone cercano una protezione nell’Ue, quindi questa è una vicenda europea, indipendentemente dal fatto che le persone siano morte o meno un metro oltre quella che di fatto è una linea arbitraria” (nonché un retaggio del passato coloniale della Spagna, che rifiuta di restituire le due enclave al Marocco).

 

La parola mancante
C’è un’altra bugia di Grande-Marlaska su cui occorre soffermarsi, perché riflette uno slittamento linguistico e politico preoccupante a livello europeo. Grande-Marlaska ha dichiarato a più riprese che a Melilla la guardia civíl si è dovuta difendere da un “attacco violento”, versione smentita da un rapportopubblicato già a luglio dall’Association marocaine des droits humains. Dopo la 
crisi al confine tra Polonia e Bielorussia nel 2021, i discorsi di governi e istituzioni europee sui migranti si sono ulteriormente induriti attraverso la scelta deliberata di presentarli come “assalitori”, manipolati o meno da stati terzi. Dopo i trafficanti e le ong, ora i governi europei includono tra i nemici da combattere anche i profughi, e non lo fanno solo a parole. Nella proposta di regolamento sulla fantomatica “strumentalizzazione della migrazione”, elaborata dopo la crisi con la Bielorussia, la migrazione è stata associata – per la prima volta in un testo legislativo – al termine “attacco”.

Se approvato, il regolamento permetterebbe di derogare al diritto d’asilo in determinate circostanze e questo, per riprendere il titolo di un comunicato firmato da oltre ottanta organizzazioni, sarebbe “il colpo di grazia per il sistema europeo comune di asilo”. L’8 dicembre i ministri dell’interno europei riuniti a Bruxelles non sono riusciti a trovare un accordo sulla proposta, che la presidenza ceca sperava di far approvare entro la fine dell’anno. In un commento, l’European council on refugees and exiles (Ecre) auspica che la proposta sia ritirata, ma dipenderà dalle priorità della Svezia, prossimo stato a esercitare la presidenza del consiglio.

Mentre “attacco” si fa strada nel lessico istituzionale, c’è una parola che non si troverà mai nei discorsi e nei testi ufficiali sulle politiche migratorie e d’asilo europee. Ma è la parola che collega l’uccisione di Anwar al regolamento sulla strumentalizzazione, le bugie di Grande-Marlaska ai centri di detenzione segreti in Bulgaria, Croazia e Ungheria al centro dell’ultima inchiesta coordinata da Lighthouse Reports (in Italia è uscita su Domani). È la parola razzismo.

Come osserva la rete Picum (Platform for cooperation on undocumented people), l’impegno espresso dall’Unione europea attraverso il suo Piano di azione contro il razzismo, lanciato nel 2020, si ferma dove cominciano le sue politiche migratorie e d’asilo. I controlli esercitati sulla circolazione delle persone, spiega il ricercatore Luke de Noronha, citato nell’analisi di Picum, infatti “producono e riconfigurano distinzioni e gerarchie razziali (anche se non formulate in termini razziali)”. In un recente commento pubblicato su OpenDemocracy, la ricercatrice Iriann Freemantle parla di “terrorismo razziale contemporaneo, volto a dissuadere i migranti non solo dal muoversi fisicamente, ma anche dal desiderare una vita migliore”.

 

Il contesto storico
Se le sue radici affondano nel passato coloniale europeo, il razzismo che oggi si esprime nella violenza con cui l’Ue tratta persone originarie di alcuni paesi va inquadrato nel suo contesto storico. Secondo il 
ricercatore Fabian Georgi, “l’attuale recrudescenza del razzismo in Europa può essere interpretata come una controreazione a una serie di sconfitte politiche” subite dalla destra conservatrice. La prima è la diversificazione delle società europee “sul piano etnico e culturale” rispetto agli anni novanta, diversificazione che è andata di pari passo con l’affermarsi delle lotte antirazziste e la messa al bando quasi unanime del razzismo “vecchio stile e diretto” degli anni ottanta. La seconda sconfitta è stata la scelta – vissuta come un tradimento dalla destra – di alcuni attori neoliberali di promuovere “una retorica nuova e meritocratica sulla diversità e il multiculturalismo, sottolineando i benefici economici e altri effetti positivi legati alla migrazione”.

La “lunga estate della migrazione”, come alcuni studiosi chiamano la “crisi dei rifugiati” del 2015, ha accelerato questa controreazione e oggi, in un contesto di crisi sociale ed economica, una parte sempre più ampia della popolazione europea si riconosce nei programmi populisti della destra e dell’estrema destra, in cui s’intersecano razzismo, autoritarismo e nazionalismo ultraconservatore.

 

Il diritto d’asilo a pezzi
Eppure, diversamente da quanto succede negli Stati Uniti, “in Europa parlare di razza e di uguaglianza spesso è considerato inopportuno”, osserva Howden. A molti europei non piace ammetterlo, ma se a Melilla le persone sono picchiate e uccise “e le loro storie ricevono così poca attenzione è per via della loro provenienza e del colore della loro pelle”. Se il diritto d’asilo cade a pezzi e il rispetto dei diritti fondamentali è diventato facoltativo agli occhi di gran parte dei governi europei, è perché molti di quei leader si considerano superiori ad Anwar. E ora che i profughi hanno la pelle più scura considerano superato un quadro giuridico nato per proteggere dei profughi bianchi nel secondo dopoguerra.

Il 14 dicembre, in un’intervista al settimanale belga Knack, la ministra dell’ambiente delle Fiandre, Zuhal Demir, ha messo sullo stesso piano richiedenti asilo e suini, dichiarando che nelle Fiandre non c’è posto né per i primi né per i secondi. Da mesi il suo partito, la formazione nazionalista N-Va, si contende il primo posto nei sondaggi con il partito di estrema Vlaams Belang. Insieme raccolgono quasi il 48 per cento delle preferenze nelle Fiandre.

È un esempio tra tanti dello sdoganamento di discorsi, pratiche e politiche razziste in tutta l’Unione europea. Ma i movimenti di denuncia si moltiplicano e sempre più spesso si alleano su scala transnazionale, come dimostra la campagna “Unfair. The Un refusal agency”, che il 9 e il 10 dicembre ha portato fino a Ginevra le rivendicazioni di chi è intrappolato in Libia e negli altri paesi ai quali l’Ue appalta le sue politiche di respingimento. Alle persone presenti alla conferenza stampa, David Yambio, portavoce di Refugees in Libya, si è rivolto con queste parole: “Siamo pieni di storie da raccontare, pieni di incubi da scrollare via dai nostri corpi. Ma voi, siete pronti ad accoglierli? Siete pronti a lottare per un mondo migliore?”.

da qui

lunedì 8 novembre 2021

Una campagna per abolire Frontex e ciò che rappresenta - Francesca Spinelli

 


Si trova nel cuore del quartiere delle istituzioni europee a Bruxelles, al numero 20 dell’avenue d’Auderghem, ma passa inosservato all’ombra dei palazzoni che lo circondano. È l’ufficio locale di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la cui sede centrale è a Varsavia. La mattina di mercoledì 9 giugno 2021, i muri dell’edificio sono stati cosparsi di pittura rosso sangue, la strada ribattezzata “avenue meurtrière” (viale assassino) mentre dal balcone del primo piano due striscioni annunciavano l’inizio di una nuova campagna: Abolish Frontex. Lo stesso giorno azioni simili si sono svolte in altre sette città: Vienna, Bologna, L’Aja, Ouida in Marocco, Berlino e Friburgo in Germania, Las Palmas nella Gran Canaria.

Un’azione diretta semplice e tutto sommato innocua, sottolinea Stéphanie Demblon, dell’organizzazione pacifista belga Agir pour la paix, che aderisce alla campagna. “Non abbiamo nemmeno impedito alle persone di andare a lavorare”, osserva. Ma per un’istituzione a lungo abituata a operare indisturbata e nella più completa impunità, quell’azione è stata un affronto. In un’email ai suoi dipendenti inviata il giorno stesso ma divulgata da poco, il direttore Fabrice Leggeri parla di un “attacco fisico contro il nostro ufficio”, giunto al culmine di “mesi di discorsi di odio contro Frontex”, e assicura che gli autori saranno denunciati alla giustizia belga. “Azioni come quella di oggi a Bruxelles non sono in linea con i valori dell’Unione europea o lo stato di diritto e non possono essere considerate un contributo al dibattito democratico”. Scritte dal responsabile di un’agenzia accusata di respingimenti illegali e mortali di richiedenti asilo, queste parole suonano come un affronto.

Su un punto, però, Leggeri ha ragione. Frontex è la più odiata delle agenzie dell’Unione europea: nei suoi sedici anni di esistenza, è stata accusata di violazioni di diritti fondamentali così tante volte da fare concorrenza al primo ministro ungherese Viktor Orbán. Con la differenza che, essendo eletto, Orbán può far valere una sua legittimità.

 “Le agenzie dell’Ue sono organi diversi dalle istituzioni europee – sono infatti entità giuridiche separate, istituite per eseguire compiti specifici in base al diritto dell’Ue”, si legge sul sito ufficiale dell’Unione europea. Frontex fa parte delle cosiddette agenzie decentrate, istituite a tempo indeterminato per fornire “alle istituzioni e ai paesi dell’Ue conoscenze specializzate in molteplici campi”, lavorando “su questioni e problemi che hanno un impatto sulla vita quotidiana dei 500 milioni di cittadini dell’Ue”. È inserita tra le agenzie che si occupano di “giustizia e affari interni”, come Europol, quest’ultima incaricata di aiutare “le autorità nazionali a contrastare le forme gravi di criminalità internazionale e il terrorismo”. Frontex invece “aiuta i paesi dell’Ue e i paesi associati alla zona Schengen a gestire le loro frontiere esterne. Contribuisce anche ad armonizzare i controlli alle frontiere in tutta l’Ue”.

Il sito non è aggiornato. Si legge che Frontex impiega 315 dipendenti e ha un bilancio annuo di 250 milioni, ma sono numeri che risalgono al 2016, l’anno in cui i finanziamenti all’agenzia si sono impennati in seguito alla crisi del sistema europeo di accoglienza. Nel 2021 Frontex, con i suoi 1.500 dipendenti, ha potuto contare su un bilancio di 543 milioni di euro. Altri 140 milioni sono stati stanziati per la costruzione della nuova sede dell’agenzia a Varsavia, che dovrebbe essere inaugurata nel 2026 e permetterà di accogliere duemila nuovi dipendenti. Per fare un confronto, nel 2021 Europol ha ricevuto 123,7 milioni di euro per 1.300 impiegati.

Ora, mentre l’utilità di un’agenzia come Europol può capirsi (anche se molti criticano il modo in cui svolge il suo mandato, come ha fatto di recente l’organizzazione European digital rights), nel caso di Frontex è la sua stessa esistenza a essere problematica. Delle 39 agenzie decentralizzate dell’Ue, non solo è la principale avversaria dei cittadini extraeuropei, ma è anche la più inutile per i cittadini europei. Quale beneficio traiamo dal dispiegamento sempre maggiore di guardie e mezzi impegnati a respingere, anche a costo di farle morire, delle persone che cercano rifugio sul nostro territorio? Nessuno. In Europa a beneficiare dell’operato di Frontex sono solo quei partiti e governi che presentano l’immigrazione come una minaccia alla sicurezza per potersi ergere a difensori degli elettori, e quelle aziende che lucrano sulla crescente militarizzazione delle frontiere (un settore al quale il Corporate Europe observatory ha dedicato un rapporto nel febbraio del 2021). E questi benefici sono legati alle morti e alle sofferenze causate ai confini esterni dell’Unione dalle politiche incarnate da Frontex.

Quando le chiedo come è nata la campagna, Stéphanie Demblon mi spiega che “la rabbia a un certo punto diventa insopportabile”: “Ti svegli la notte e ti chiedi ‘Che possiamo fare?’. È cominciata così, con un incontro tra alcune e alcuni di noi, per capire cosa fosse già stato fatto contro Frontex, cosa mancava, cosa potevamo fare per mettere insieme tutte queste realtà”.

Abolish Frontex è una rete autonoma di persone, gruppi e organizzazioni attive in campi diversi, dalle ong che operano salvataggi in mare ai collettivi presenti alle frontiere, passando per associazioni di giuristi, centri di ricerca come StatewatchStop Wapenhandel e Transnational institute e gruppi antirazzisti. Per tutti loro l’agenzia “è solo la punta dell’iceberg”, spiega Demblon. “Se domani la Commissione dovesse chiudere Frontex, questo non risolverebbe il problema delle politiche migratorie europee. Per noi quindi era importante ampliare le nostre rivendicazioni, chiedere anche la chiusura dei centri di detenzione per persone straniere, la fine delle espulsioni, la regolarizzazione e la libertà di circolazione per tutte e tutti, denunciare insomma tutto ciò che nasce dal cosiddetto regime di frontiera europeo”. Si tratta di un’iniziativa decentralizzata: “Dal momento in cui ci si riconosce nelle rivendicazioni, chiunque può organizzare quello che vuole in nome della campagna”, spiega Demblon. A Bruxelles Abolish Frontex era tra gli organizzatori del raduno di sostegno a Mimmo Lucano che si è tenuto davanti all’ambasciata italiana il 20 ottobre (qui il testo della lettera consegnato alle autorità italiane in quell’occasione).

Commentando l’email di Leggeri, Stéphanie Demblon la definisce “impagabile”: “Il principio dell’azione diretta è esattamente questo, è un modo per provocare un confronto. Si tratta di opporre un discorso radicale a un’istituzione per ottenere una reazione, perché senza reazione non succederà nulla. Bisogna rendere visibile ciò che preferisce restare nell’ombra. Per questo il lavoro d’inchiesta di tanti giornalisti è essenziale: permette di ottenere delle immagini e di contestualizzare il senso di quelle immagini. Le azioni di Frontex non si possono più negare. Sono più di quindici anni che l’agenzia esiste e che le ong dicono che bisogna sbarazzarsene, ma il messaggio non riusciva a passare. Dieci anni fa si parlava molto dei voli di rimpatrio coordinati da Frontex, criticati perché erano voli militari e non c’erano osservatori a bordo. Ma non esistevano prove di quello che accadeva su quei voli, era la parola delle persone espulse, di attivisti e militanti, contro la versione ufficiale”.

Frontex ha continuato ad approfittare di questa situazione per anni, ignorando le critiche dei mediatori europei e contando sull’appoggio incondizionato di Commissione e stati membri. Le cose hanno cominciato a cambiare con il diffondersi di immagini e video fatti da chi tentava di raggiungere l’Europa. “Non bastava dire che le persone arrivate in Grecia erano state messe su dei gommoni e rispedite in Turchia, bisognava mostrarlo”. È successo nell’ottobre del 2020, grazie all’inchiesta “Frontex at fault”, frutto del lavoro di una rete di testate. “Senza quelle immagini, la Commissione e il parlamento europeo non si sarebbero interessati alla vicenda. E il fatto che i politici non possano più evitare di affrontare la questione in pubblico è un enorme passo avanti”, commenta Demblon.

Frontex è finita sotto i riflettori e, con buona pace di Leggeri, non ne uscirà tanto facilmente. Le inchieste sul suo operato si moltiplicano, giornalistiche ma anche istituzionali (dopo le conclusioni del parlamento europeo e della Corte dei conti europea, si aspettano quelle dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode, che ha aperto un’indagine alla fine del 2020). Sul fronte legale due denunce sono state presentate alla Corte penale internazionale nel 2018 e 2019, altre due alla Corte di giustizia europea nel 2021.

Università responsabili
Tutte queste iniziative aumentano la pressione non solo sull’agenzia, ma anche su chi accetta di collaborare alle sue attività. Come si legge sul sito di Abolish Frontex, è il caso di parte del mondo accademico europeo. Oltre alle 
sei università che propongono un master creato da Frontex, lo European joint master in border management, altri atenei collaborano sul fronte della ricerca. Il 20 ottobre Luca Rondi ha pubblicato su Altreconomia un’inchiesta intitolata “Il Politecnico di Torino a fianco di Frontex”, criticando la decisione dell’ateneo italiano di produrre servizi cartografici “per supportare le attività” dell’agenzia. “Attività che spesso”, scrive Rondi, “si traducono nella violazione sistematica del diritto d’asilo lungo i confini marittimi e terrestri europei. Nonostante questo, fonti del Politecnico fanno sapere di ‘non essere a conoscenza dell’utilizzo dei dati e dei servizi prodotti’”.

Il 24 ottobre, sempre su Altreconomia, il professore Michele Lancione si è dissociato pubblicamente dall’accordo siglato tra il suo dipartimento al Politecnico di Torino (Dipartimento interateneo di scienze, progetto e politiche del territorio) e Frontex. Come mi ha spiegato Lancione, quello firmato nel quadro di un bando da quattro milioni di euro è un contratto di committenza, non di ricerca: “Nel secondo caso, un ricercatore singolo è libero di fare quello che vuole, e se ne prende la propria responsabilità morale, politica e scientifica. Nel primo caso, una collettività decide di offrire un servizio, di rispondere a una committenza e, così facendo, di associarsi al committente su molteplici livelli: di operato, di immagine e di opportunità. Il contratto in questione è problematico perché non lascia, per definizione, spazio al lavoro fondamentale della ricerca, che è un lavoro di critica e di avanzamento del sapere. Qui si tratta d’altro. Frontex chiede un servizio, noi lo forniamo e, così facendo, offriamo all’agenzia l’opportunità di ripulirsi l’immagine. L’operazione culturale in atto valida Frontex, ed è quindi pericolosissima”.

Dal giorno della pubblicazione della sua lettera, racconta Lancione, “il Politecnico ha scelto la linea del silenzio. I miei colleghi non hanno preso posizioni pubbliche, a volte per motivi che comprendo e accetto (legati a posizioni di precariato), in altri casi preferendo percorsi e dibattiti interni alle mura del dipartimento, nei quali però non si prende una posizione chiara e univoca su Frontex. Studenti e sindacalisti si stanno organizzando. L’idea è non solo di cancellare questo accordo, ma di creare un precedente, di dare un esempio: in Italia non accettiamo che le nostre università lavorino con Frontex”.

Un “appello alle università e ai centri di ricerca italiani ed europei a non legittimare l’apparato violento, repressivo, espulsivo e razzializzante dell’Unione europea” è stato lanciato il 28 ottobre dal sito della campagna LasciateCIEntrare. Servirebbe una mappa di tutti gli atenei dell’Ue che, come il Politecnico, hanno partecipato a bandi che prevedono una collaborazione con Frontex. Sono informazioni d’interesse pubblico, soprattutto per chi in quelle università studia e lavora.

La lettera di Lancione è stata ripresa e tradotta sul sito di Abolish Frontex. “Rispetto alle aziende private, le università devono giustificare le loro scelte di fronte agli studenti e agli altri atenei con cui collaborano”, commenta Demblon.

Ogni atto di resistenza conta, conclude l’attivista. “La cosa fondamentale è far sì che Frontex non esca più dall’attualità”. E a chi obietta che il nome della campagna è idealista, risponde: “Può darsi, ma è un traguardo che dobbiamo immaginare se vogliamo che l’Unione europea riconosca gli stessi diritti e la stessa dignità a tutte e tutti”.

 

L’11 novembre Agir pour la paix organizza a Bruxelles un “lobby tour” dedicato al rapporto tra industria delle armi e politiche migratorie europee.

 

da qui

mercoledì 19 maggio 2021

Il lungo viaggio di un musicista siriano e del suo cane Stella - Francesca Spinelli

Quando nell’estate del 2015 Bassel è fuggito dalla Siria, ha potuto portare con sé la sua musica ma non Stella. Provare a raggiungere clandestinamente l’Europa con un cane non era pensabile. Così l’ha lasciata a Damasco, in balia dei bombardamenti che la terrorizzavano, ed è partito con altri quattro amici. Aveva diciott’anni e cinquanta cd di musica composta da lui nello zaino. Tre giorni prima della partenza era riuscito a pubblicare il suo primo album. “Non volevo andarmene senza qualcosa in mano”, mi spiega. “Non puoi presentarti da qualche parte e dire ‘Ciao, sono un artista’. Devi avere qualcosa da mostrare. Tanto più se vieni dalla Siria”.

Se cercate in rete dei video di Bassel Abou Fakher, lo troverete quasi sempre con un violoncello tra le braccia. Da piccolo, però, Bassel voleva studiare il clarinetto. “Avevo sette anni e ammiravo tantissimo un bambino più grande di me, Nabil, il figlio di una collega di mia madre. Correva più veloce di me e suonava il clarinetto. I miei genitori però mi dissero: ‘Perché non impari a suonare il violoncello? È più bello’”. Sua sorella Yara studiava già il violino. “I miei hanno sempre lavorato tantissimo per pagare l’affitto, per farci studiare, poi per mandarci in Europa durante la guerra. Per alcuni anni hanno avuto due lavori ciascuno. Mia zia stava a casa e si prendeva cura di noi”, racconta.

Dopo la scuola il padre lo accompagnava ogni giorno all’accademia di musica. “Studiavo due, tre ore al giorno, ma non ero molto portato per il violoncello. La verità è che non sono mai stato un vero violoncellista e l’ho sempre saputo”. Con altrettanta sicurezza Bassel sa di voler produrre musica. “Ho sempre voluto fare album. Quand’ero a Damasco non sapevo che si dice ‘produrre’, ma è quello che ho fatto: ho trovato i musicisti, ho scritto la musica, ho pensato alla copertina del disco, ho guidato tutto il processo”. Quel primo album (disponibile in rete) s’intitolava Qotob, come il gruppo, formato da Bassel al violoncello, Maher Khoddor allo zither, Michael Khayat alle percussioni e Milad Khawam alla tromba.

Qualcosa in mano
A renderne possibile l’uscita era stato un incontro casuale. “A Damasco c’era un piccolo locale frequentato solo da musicisti e artisti. Si chiamava… ”. Bassel si sforza di riportare alla memoria il nome, poi rinuncia e riprende il racconto: “Una volta entrò un tizio africano e si mise a suonare il basso. Era pazzesco. E dato che in Siria non ci sono molti africani, vederlo suonare fu come avere la più grande star di un club di jazz newyorchese che si esibiva solo per noi. Eravamo tutti senza parole. Gli parlai del mio progetto, del fatto che ci servivano settecento dollari, e Alphonse decise di aiutarci”. Alphonse Munyaneza è un funzionario ruandese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ma è anche un musicista e un ex rifugiato. È una delle persone che più hanno sostenuto l’esordio del gruppo Sierra Leone’s Refugee All Stars, raccontato nell’omonimo documentario del 2005. Dieci anni dopo, Munyaneza ha permesso a Bassel di realizzare il suo sogno e cercare rifugio in Europa “con qualcosa in mano”.

Del viaggio che l’ha portato da Damasco fino a un campo per richiedenti asilo vicino alla città belga di Hasselt non parliamo, perché “tanto tutti sanno cosa succede in quei viaggi” taglia corto Bassel. E poi quel viaggio Bassel lo ha raccontato in un libro per bambini, Saving Stella, pubblicato dalla casa editrice britannica Bloomsbury nel novembre del 2020. Anche il libro è frutto di un incontro casuale, virtuale però. Dopo il suo arrivo in Belgio, Bassel ha lasciato rapidamente il campo di Hasselt e si è trasferito a Bruxelles, ospite di una famiglia belga che lo ha aiutato a far arrivare Stella nella capitale. La storia del viaggio di Stella – in taxi da Damasco a Beirut, poi su un volo da Beirut a Bruxelles – è stata ripresa da alcuni siti per cinofili, arrivando fino a Deborah Blumenthal, autrice statunitense di libri per l’infanzia. Blumenthal ha contattato Bassel proponendogli di pubblicare un libro insieme.

 “Quando Deborah mi ha contattato avevo vent’anni ed ero in un periodo di grande incertezza. Avevo paura, dovevo trovare un lavoro, pagare l’affitto. Sono stato piuttosto brusco e le ho detto: ‘Per me va bene, ma non voglio mentire a nessuno, nemmeno ai bambini’”. Nel libro, consigliato per bimbe e bimbi tra i cinque e i sette anni, l’arrivo in Belgio è raccontato così: “Ma Bassel non era ancora libero. È stato rinchiuso in un campo per rifugiati come un prigioniero”. La vera accoglienza, spiega Bassel al suo giovane pubblico, non è quella istituzionale, è quella di cittadine e cittadini che respingono le politiche disumanizzanti dei loro governi. Il centro profughi di Moria, in Grecia, non era che la variante più estrema di un modello di pseudo-accoglienza punitivo e sempre più privatizzato (come ricorda la rivista belga Alter Échos in un recente articolo sul centro di Jalhay, in provincia di Liegi).

Bassel ha raccontato la sua storia a Deborah nel corso di lunghe conversazioni telefoniche. Poi per un po’ non l’ha più sentita. Bloomsbury voleva che a illustrare il libro fosse una persona siriana. La scelta è caduta sulla scrittrice e illustratrice Nadine Kaadan, che ha lasciato la Siria nel 2012 e oggi vive a Londra. Bassel non era sicuro di riconoscersi nelle parole di Deborah, ma “quando si è rifatta viva e mi ha mandato il testo”, dice, “non ho voluto cambiare niente”.

Restare di sasso
Oggi Bassel convive con i ricordi della sua fuga dalla Siria e dei primi tempi in Europa, che lo assalgono, improvvisi. “Sul momento non pensi al senso di quello che ti sta accadendo. Sei impaurito, l’unica cosa che vuoi è raggiungere il traguardo. Poi, quando arrivi, è uno shock. Ti buttano in un campo, ti trattano peggio di un cane”. Con il passare del tempo lo shock si supera, ma il suo effetto, “il suo rilascio” dice Bassel, continua. “A volte, mentre cammino per strada, capita che di colpo qualcosa mi attraversi la testa e rimango di sasso, mi chiedo se è davvero successo. Ho cominciato a scrivere questi ricordi”. Quando si confronta con i suoi amici a Bruxelles per capire se quello che ha dovuto affrontare è normale, Bassel si rende conto che il sistema “è uno schifo”.

È assurdo, dice per farmi un esempio, che siano criminalizzate le persone alla guida delle imbarcazioni di fortuna che tentano la traversata del Mediterraneo. “Non sono loro i veri trafficanti”, osserva. “Spesso sono persone in fuga dalla guerra come gli altri”. I governi e le istituzioni europee la pensano diversamente. Il 23 aprile 2021 K.S., un giovane siriano arrivato in Grecia con la moglie e i tre figli a marzo del 2020, è stato condannato a cinquantadue anni di carcere e 242mila euro di multa da un tribunale di Lesbo per “ingresso illegale” e “favoreggiamento di ingresso illegale”.

Bassel mi parla poi del villaggio serbo dove ha pagato venticinque euro per caricare il telefono per dieci minuti: “Alcuni abitanti del posto avevano installato delle catene di ciabatte elettriche lunghe dieci metri”. Gli stati europei, impedendo alle persone di raggiungere i loro territori in modo sicuro e legale, hanno creato un mercato nero della circolazione tanto lucroso quanto pericoloso. “Ho pagato circa seimila euro per venire qui, e sono partito con quattro persone che hanno pagato quanto me. Mia sorella è partita con altre quattro persone, hanno seguito una rotta diversa e ognuna ha pagato 8.500 euro. Fai il calcolo, sono circa 70mila euro. È una somma pazzesca. Certo, con seimila euro mi sono salvato la vita, ma dove sono finiti quei soldi? In tasca a un sistema corrotto, e tutto questo succede davanti ai nostri occhi”.

Un sistema diverso
Bassel fa una pausa. Nel luminoso salotto dove mi ha accolta, una forma morbida e bianca si staglia sul parquet chiaro: Stella che riposa. Il tono di Bassel invece rimane cupo. “Immaginiamo un sistema diverso, un programma che permetta alle persone di venire qui con un visto, anche a pagamento. Lo pago seimila euro, ma una volta qui mi dai un appartamento, non m’importa se è nel bel mezzo del nulla, però mi dai una casa, un corso di lingua, e dopo un po’ mi dai la possibilità di inserirmi nella società, di contribuire, di pagare le tasse, tutto quello che i governi occidentali vogliono da noi”.

Ascoltandolo penso che siamo abituati a leggere le storie di chi rischia la vita per raggiungere l’Europa, meno ad ascoltarne le rivendicazioni e la rabbia suscitata dalla nostra non accoglienza. Alla prima edizione del Forum sociale europeo sulla migrazione, che si è tenuto dal 15 al 26 marzo 2021, una delle conclusioni del laboratorio sull’accoglienza solidale è stata questa: “Le persone migranti e rifugiate devono essere considerate attori politici e non solo oggetti beneficiari. Sono portatrici e attrici di diritti. Sono anche la chiave del loro futuro”.

 

Chiedo a Bassel cosa pensa della decisione della Danimarca di cominciare a rimpatriare delle persone siriane, sostenendo che Damasco e i suoi dintorni sono zone sicure. “Chi prende questo tipo di decisioni è sostenuto da chi l’ha votato. Il problema non sono i governi, sono gli elettori. La Siria è diventata come l’Afghanistan. Leggi i titoli dei giornali, guardi i notiziari e sembra tutto ‘normale’”. La madre e la sorella di Bassel sono riuscite a lasciare il paese, ma il padre è rimasto a Damasco: “Laggiù c’è il caos, un caos controllato dalle bande di Assad e dal suo esercito. Mancano gas ed elettricità, manca il cibo, tutto è carissimo. Le infrastrutture sono sparite, le persone soffrono per sopravvivere. Una situazione da post guerra civile”.

Torniamo a parlare di musica e Bassel si rasserena. A Bruxelles ha inizialmente dato vita a una nuova versione del progetto Qotob con i musicisti belgi Jean-Baptiste Delneuville al pianoforte e Piet Maris alla fisarmonica, pubblicando l’album Entity nel 2017. Ora Bassel ha deciso di concentrarsi sulla produzione musicale e sulle collaborazioni, forte della sua formazione classica e dell’entusiasmo con cui ha imparato a usare i programmi di registrazione, mixaggio ed editing. Ha collaborato agli ultimi due album del duo statunitense A winged victory for the sullen e sta ora lavorando al secondo album del suo progetto solista, Linear Minds, che uscirà a giugno (il primo, Rosemary Water, è del 2020). “È un concept album nato da una collaborazione con il birrificio Brussels Beer Project, una loro iniziativa”, spiega, poi aggiunge: “È stata una delle prime volte che qualcuno mi ha contattato in quanto artista e non ‘artista rifugiato’”. Sorride. Un altro traguardo raggiunto.

Saving Stella si chiude su queste parole: “Come Bassel, Stella ha due vite. Allora e adesso. Una è perduta, l’altra è trovata”.

da qui

venerdì 9 aprile 2021

La lezione del Belgio sullo ius soli - Francesca Spinelli

Uno dei primi articoli che ho scritto dopo il mio arrivo in Belgio, nel 2009, nasceva dall’incontro con una donna eccezionale quanto il suo nome: Olinda Slongo. Prima di incontrarla avevo scoperto, visitando una mostra sull’immigrazione, il suo libro di memorie Et elle a voulu sa part, cette roche obscure (Éditions du Cérisier 1999). Nel 1947, incinta di otto mesi, Olinda aveva raggiunto in Belgio il marito Eugenio, partito per lavorare in miniera (un migrante economico, diremmo oggi). Eugenio si era ammalato poco dopo di tubercolosi e silicosi, e Olinda, con il suo lavoro nella fabbrica di armi Fn Herstal, era diventata l’unico sostegno della famiglia, permettendo ai due figli di continuare a studiare.

Quando andavo a trovarla a Herstal, in provincia di Liegi, nella casetta operaia dove abitava dal 1956, Olinda mi parlava in un italiano d’altri tempi, inframmezzato di parole francesi e modulato dalla sua cadenza settentrionale (lei e il marito erano originari di Anzaven e Montebello, due frazioni di Cesiomaggiore, nelle Prealpi bellunesi).

Olinda era una donna robusta e sorridente. Aveva una voce roca e pacata, il gusto del racconto e della compagnia, e una forza di volontà granitica che traspariva ancora, nonostante gli anni. Aveva deciso di scrivere le sue memorie in francese per i tre nipoti, che erano belgi e non parlavano italiano. È morta nel 2013, e uno dei miei grandi rimpianti è aver perso, in una di quelle operazioni informatiche di cui mi sfugge il pieno controllo, le registrazioni delle nostre lunghe chiacchierate.

Cittadini di seconda categoria
Olinda mi è tornata in mente ora che in Italia si ricomincia a discutere di 
riforma della cittadinanza. Ogni volta che se ne parla (ovvero, secondo Lucia Ghebreghiorges, ogni volta che a un politico fa comodo tirare fuori “una carta d’identità in cui c’è scritto progressisti”), penso a quanto in Belgio la storia della riforma della cittadinanza sia indissociabile da quella dell’immigrazione italiana, indissociabile dalla vita di Olinda, della sua famiglia e di innumerevoli famiglie coma la sua. Qui, fino a pochi decenni fa, gli italiani erano considerati cittadini di seconda categoria, ed è proprio per aprirsi a quei giovani figli e nipoti di immigrati (definiti in un servizio televisivo del 1985 dei “mutanti” – non più italiani, non ancora belgi) che negli anni ottanta si decise di semplificare le procedure per l’acquisizione della cittadinanza.

Un primo esperimento il Belgio lo aveva fatto già all’inizio del novecento, inserendo nel suo ordinamento giuridico lo ius soli temperato accanto allo ius sanguinis. La legge, approvata nel 1909, concedeva automaticamente la nazionalità belga, al compimento dei ventidue anni, alle persone nate in Belgio da almeno un genitore nato a sua volta in Belgio o residente nel paese da almeno dieci anni. La riforma non sopravvisse alla prima guerra mondiale e al suo strascico di xenofobia e nazionalismo. Nel 1922 il parlamento mise fine a un sistema giudicato troppo liberale, ribadì la centralità dello ius sanguinis e introdusse il concetto di “idoneità” come condizione necessaria per ottenere la cittadinanza: “Affinché lo straniero diventi belga, deve aver dato prova di assimilazione alla nostra vita nazionale, di attaccamento al Belgio, ai suoi costumi e alle sue istituzioni” (concetto tornato alla moda in tempi più recenti, e non solo in Belgio).

L’emigrazione verso il Belgio degli italiani in cerca di lavoro cominciò alla fine all’ottocento, aumentò tra le due guerre mondiali ed esplose nel secondo dopoguerra, continuando anche dopo la catastrofe del 1956 nella miniera di Marcinelle, in cui persero la vita 136 minatori italiani. Poi, negli anni settanta, ci si rese conto di due cose. “Innanzitutto”, spiega Andrea Rea, docente di sociologia all’Université libre de Bruxelles, “che gli immigrati non sarebbero tornati nei loro paesi di origine ma sarebbero rimasti in Belgio con le loro famiglie. E in secondo luogo che c’era un problema di integrazione”.

Una prima proposta di riforma della legge sulla cittadinanza fu presentata nel 1971, ma ci vollero tredici anni prima che il nuovo Codice della nazionalità venisse approvato, portando due grandi novità. La prima riguardava lo ius sanguinis, che fino ad allora si applicava solo ai figli di padri belgi (retaggio patriarcale che ancora resiste in venticinque stati del mondo). Con la riforma del 1984, in Belgio anche le madri poterono trasmettere la cittadinanza attraverso lo ius sanguinis. Fu poi adottato il cosiddetto doppio ius soli: diventavano belgi i figli di genitori stranieri se almeno uno dei due genitori era nato in Belgio e se i genitori presentavano una dichiarazione. Grazie a queste due novità, nella notte tra il 31 dicembre 1984 e il 1 gennaio 1985 circa 75mila persone diventarono belghe (il 10 per cento della popolazione straniera dell’epoca). Molte di loro erano giovani figli o nipoti di immigrati italiani.

Frenare e promuovere
“Il Codice della nazionalità era il versante positivo di un pacchetto di riforme sull’immigrazione promosso da un governo formato da liberali e socialdemocratici”, spiega Rea. “L’idea era: freniamo la nuova immigrazione ma promuoviamo l’integrazione degli immigrati ormai stabiliti in Belgio. La riforma passò senza troppe resistenze perché fu accompagnata da altre due novità che invece limitavano i flussi migratori. La prima fu l’avvio di una politica di rimpatri per incoraggiare le persone a tornare nei loro paesi di origine. Non fu molto efficace, dato che solo 250 persone accettarono di partire. La seconda misura era che in alcune circoscrizioni con una forte presenza di immigrati diventò possibile rifiutare l’iscrizione di un cittadino straniero”. Il Codice della nazionalità, inoltre, non prevedeva nessuna apertura verso le cosiddette seconde generazioni. Il Belgio aveva fatto dei passi avanti, ma non erano sufficienti.

Nel maggio del 1991 scoppiarono “les émeutes de Forest”: i giovani di questo quartiere popolare di Bruxelles si rivoltarono dopo un ennesimo controllo di polizia finito male. “Erano stufi del razzismo, delle discriminazioni e dei discorsi vuoti sull’integrazione”, afferma Rea, “anche perché i giovani di origine marocchina e turca, figli di un’immigrazione più recente, non avevano beneficiato della riforma del 1984”. Nel 1991 venne quindi approvata una nuova legge, che oltre a rendere automatico il doppio ius soli (non serviva più una dichiarazione dei genitori, la nazionalità era acquisita alla nascita), introduceva lo ius soli temperato anche per le seconde generazioni. “La riforma del 1991 cambiò profondamente le circoscrizioni con una grande popolazione di origine straniera, che in alcuni casi passò dal 57 per cento al 34 per cento”, osserva Rea.

Il Belgio ha portato avanti questo approccio inclusivo alla cittadinanza approvando una legge, nel 2000, che semplificava le procedure per la naturalizzazione. Da una decina d’anni, con l’affermarsi dei partiti nazionalisti nelle Fiandre e della lotta al terrorismo, il vento è cambiato. Oggi è più difficile accedere alla naturalizzazione e più facile essere privati della cittadinanza belga se si infrange la legge. C’è anche qualche nostalgico che sogna un ritorno allo ius sanguinis esclusivo.

Riguardo allo ius soli, come sottolinea Rea “è una condizione necessaria ma non sufficiente per l’integrazione”. Anche se in Belgio i giovani con una storia familiare di immigrazione non devono più lottare per una riforma della cittadinanza, continuano a battersi contro le discriminazioni e il razzismo strutturali, contro i controlli violenti da parte della polizia, contro un sistema scolastico che produce disuguaglianza più che in molti altri paesi europei.

L’Italia di oggi ricorda il Belgio di cinquant’anni fa. È un paese dove i figli di immigrati ormai hanno figli, e le vite di entrambe le categorie, come ha scritto il movimento Italiani senza cittadinanza nel suo appello al governo Draghi, “restano impantanate per legge”. E la legge, impantanata nel passato, deve cambiare.

https://www.internazionale.it/opinione/francesca-spinelli/2021/04/08/lezione-belgio-ius-soli

venerdì 10 luglio 2020

anche in Belgio si ricordano del serial killer Leopoldo II




L’Olocausto ignoto: il Congo belga - Nunzia Augeri

Gli ottimisti parlano di tre milioni di vittime, i calcoli più pessimistici arrivano a contare dieci milioni di uomini, donne, bambini schiavizzati, mutilati, assassinati brutalmente. No, non si tratta dell’Olocausto che straziò l’Europa dominata dal nazismo germanico, ma di un Olocausto ignorato, tuttora taciuto sui libri di storia. Si svolse nelle terre africane che gli europei avevano denominato Congo, ad opera dei belgi, e più precisamente per volere di quel re Leopoldo II il cui monumento troneggia nel centro di Bruxelles.
Tutto comincia con un modesto impiegato, Edmund Morel, dipendente di una compagnia di navigazione inglese. È un giovanotto di circa 25 anni quando nel 1898 viene distaccato presso gli uffici della Compagnia al porto di Anversa, in Belgio. Ovviamente interessato al traffico marittimo, comincia a notare un fatto strano: le navi belghe tornavano dal Congo cariche di merci preziose, soprattutto avorio, allora merce di lusso assai apprezzata e costosa, e di caucciù, già molto necessario alle nascenti industrie – assai promettenti – dei velocipedi e delle automobili, per le ruote dei veicoli. Quando ripartivano per l’Africa però le navi non portavano altro carico che armi e materiale militare. Il giovane Morel si domanda le ragioni di quello scambio così diseguale e comincia a indagare. Il modesto impiegato inglese non sembra un eroe destinato ad ergersi in difesa dei grandi ideali, ma quella indagine doveva diventare la sua occupazione preminente e doveva permettergli di portare alla luce uno dei più grandi disastri umani del colonialismo europeo: perché la conclusione tanto logica quanto terribile fu che quelle merci erano frutto di lavoro schiavistico.
Si tratta, come abbiamo accennato, del Congo belga. Il Belgio era il penultimo arrivato fra i paesi indipendenti d’Europa (ultima sarà l’Italia); aveva infatti conquistato la propria indipendenza nel 1830 e i cittadini belgi avevano scelto come re un principe tedesco, Leopoldo di Sassonia Coburgo Gotha, imparentato con la casa reale d’Inghilterra (era zio materno della regina Vittoria), che prese il nome di Leopoldo I. Nel 1835 era nato l’erede al trono, cui fu posto lo stesso nome. Il giovane principe Leopoldo non si dimostrava particolarmente brillante negli studi e aveva un unico grande interesse: la geografia. Appena uscito dall’adolescenza, perfettamente in tono col suo tempo, cominciò a ricercare territori coloniali su cui estendere la sovranità del suo piccolo regno. Dopo qualche tentativo fallito in Asia, si rese conto che gli unici territori su cui poteva sperare di lanciarsi erano in Africa.
I rapporti fra africani ed europei si erano limitati alle zone costiere, dove per secoli le navi avevano imbarcato soprattutto schiavi. Ma nel XIX secolo la schiavitù cominciava ad avere pessima fama, perché non più funzionale a un capitalismo in sviluppo industriale che aveva ormai bisogno di manodopera di natura diversa: la guerra negli Stati Uniti era finita nel 1865 con l’abolizione della schiavitù, e vari paesi latinoamericani scuotendosi di dosso il dominio spagnolo avevano proclamato l’indipendenza e la libertà dei popoli autoctoni. In Europa si era diffusa una tesi, accolta acriticamente, per cui il commercio di schiavi era opera di mercanti arabi, mentre gli europei andavano in Africa solo con il nobile scopo di portare la civiltà ed evangelizzare le popolazioni selvagge.
Ormai verso la fine del XIX secolo più che gli schiavi interessavano le materie prime di cui i continenti extraeuropei erano ricchi, e di cui il nascente capitalismo industriale aveva bisogno per il proprio sviluppo. Eroici esploratori si lanciarono alla scoperta dell’interno del continente africano: fra questi era diventato notissimo l’americano Henry Morton Stanley, in origine giornalista, che nel 1871 aveva ritrovato l’esploratore e missionario David Livingstone ancora vivo in un villaggio dell’interno. L’incontro con il giovane Leopoldo, diventato re nel 1865, e il grande esploratore Stanley avvenne nel 1878, e fu l’inizio di un’avventura portata avanti con grande abilità politica da parte di Leopoldo II e con grande coraggio e perseveranza da parte di Stanley.
L’esploratore aveva indicato la zone del fiume Congo come possibile territorio da esplorare: il Congo, che sfocia nell’oceano Atlantico, è lungo 4.700 chilometri, ha la larghezza massima di 126 chilometri e un bacino enorme di 3.730.500 chilometri quadrati, che è il secondo al mondo dopo quello del Rio delle Amazzoni. Il clima è tropicale e grandissime le ricchezze naturali.
Mentre Stanley risaliva il fiume affrontando enormi difficoltà, Leopoldo II si muoveva abilmente sullo scenario politico europeo e statunitense: nel 1876 organizzò una Conferenza geografica, preparata dal re personalmente presso le corti di Gran Bretagna e Germania. Vi furono invitati principi, esploratori, geografi, missionari, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie antischiavistiche, uomini d’affari, alte gerarchie militari; tutti ospitati principescamente a Bruxelles, proclamarono la nascita di una Associazione Internazionale Africana, “per aprire alla civiltà la parte del globo dove essa non è ancora penetrata, per bucare le tenebre che ancora avvolgono interi popoli”, come disse Leopoldo nel suo discorso di benvenuto agli ospiti. Scopi dell’Associazione erano “l’apertura di strade verso l’interno e la creazione di basi scientifiche, di ospitalità e di pacificazione per abolire la tratta degli schiavi”. La schiavitù era già stata abolita con diversi accordi internazionali già dalla metà del secolo. Malgrado ciò, l’azione svolta con questa Associazione conferì al re del Belgio un’aura umanitaria che per molti anni lo favorì di fronte all’opinione pubblica sia in Europa che negli Stati Uniti; qui, promuovendo un’efficace opera di lobby, egli si assicurò la benevolenza del governo e del Congresso sotto presidenti sia repubblicani (Rutherford Hayes e Chester Arthur) che democratici (Grover Cleveland).
Una nuova Conferenza internazionale, questa volta promossa da Bismarck a Berlino nel 1878 per discutere i problemi relativi alla suddivisione dell’Africa, su cui ormai si erano appuntate le attenzioni dei maggiori paesi europei, sancì la nascita di una nuova Associazione Internazionale del Congo, su cui il re del Belgio impose il suo indiscusso predominio, facendosi riconoscere dagli ambienti diplomatici il primario interesse nella regione. La relazione con la precedente Associazione Internazionale restava nebulosa, ma Leopoldo si era ormai assicurato la fama di sovrano umanitario, giusto e pio: si trovò così praticamente padrone – a titolo di proprietà privata personale – di un territorio coloniale grande quanto Spagna, Francia, Italia, Germania e Inghilterra messe insieme, cioè settanta volte più grande del Belgio stesso.
La conquista dell’enorme territorio fu compito di Stanley, che lottò per cinque anni per esplorare il bacino del fiume. Fu aiutato dai nuovi strumenti che l’Europa aveva sviluppato: i battelli a vapore che gli permisero di risalire il fiume, almeno nelle parti navigabili, con una certa velocità e senza l’impiego di rematori; e i nuovi fucili che gli permisero di fare strage delle popolazioni locali, terrorizzate dall’incontro con quegli strani esseri. L’impresa continuava a risucchiare enormi quantità di denaro: Leopoldo II, in base a un accordo con il governo belga, non poteva chiedere denaro pubblico; si rivolse perfino al Papa per avere contributi per la cristianizzazione delle popolazioni selvagge, ma pare che non abbia avuto successo. Ne ebbe invece con alcune grandi banche e con investitori privati interessati alla costruzione di un ferrovia nel nuovo territorio da sfruttare.
Fino alla morte del re, avvenuta nel 1909, lo sfruttamento si limitò ad avorio, caucciù e legni pregiati. La raccolta e il trasporto delle merci, la produzione di viveri destinati ai coloni europei che sempre più numerosi si installavano nel Congo, nonché il lavoro necessario per la costruzione di strade e ferrovie, furono compito delle popolazioni locali. Uomini e donne venivano deportati dai loro villaggi, derubati delle loro derrate alimentari, incatenati al collo per lunghe marce dolorose, obbligati a pesanti lavori con cibo scarso e maltrattamenti, mentre i bimbi piccoli venivano semplicemente gettati via e i più grandicelli radunati in “orfanatrofi” dove, affamati e trascurati ma battezzati, la loro mortalità raggiungeva il 50%. Interi villaggi venivano rasi al suolo per creare piantagioni di caucciù, e se non venivano consegnate le quote fissate, per punizione a bambini e ragazzi venivano amputate le mani, nella migliore delle ipotesi, oppure venivano uccisi. La minima mancanza era punita con la chicotte, una frusta di pelle di ippopotamo che infieriva in maniera particolarmente feroce sulle carni dei disgraziati. È la situazione che il giovane Morel fece conoscere al mondo intero, provocando un vasto movimento di opinione contro Leopoldo II. Alla morte del re, nel 1909, tutto il territorio divenne colonia dello Stato belga.
Con il tempo, nuove esplorazioni fecero scoprire ricchezze sempre più grandi: non solo oro e diamanti ma anche petrolio e ultimamente anche le terre rare oggi indispensabili per il progresso tecnologico, come il coltan, lega di columbio e tantalio necessario per la costruzione di computer, smartphone e per l’industria aerospaziale, non esclusi gli armamenti elettromagnetici di nuova generazione. Tutte ricchezze che hanno suscitato la cupidigia dei paesi più avanzati e hanno procurato grandi tragedie alla popolazione locale.
Dopo la Seconda guerra mondiale, quando il vento dell’indipendenza cominciò a soffiare forte su tutti i paesi coloniali, anche il Congo si risvegliò e trovò il suo campione in Patrice Lumumba, capo del Movimento per l’indipendenza del Congo. Il Belgio non aveva la possibilità di opporsi e di continuare a gestire l’immenso territorio, tanto più dopo la sconfitta della Francia a Dien Bien Phu e la guerra d’Algeria, allora in pieno svolgimento; nel giugno del 1960 il Congo poté proclamare la propria indipendenza. Ma le ricchezze minerarie non potevano venir lasciate così facilmente nelle mani dei congolesi; si fecero avanti con ben altra forza gli Stati Uniti, i quali appoggiarono una secessione della parte nord-ovest del paese – cioè la zona mineraria più ricca – che si proclamò Stato indipendente sotto il governo di Moise Tshombé. Lumumba, accusato di essere comunista, venne preso e assassinato nell’ottobre dello stesso anno.
Gli anni e i decenni successivi non sono stati più clementi: il paese, sempre diviso in due fra Repubblica Democratica del Congo (capitale Kinshasa) e Repubblica del Congo (capitale Brazzaville), ha continuato ad essere sconvolto da guerre e scontri. Dai primi anni di questo secolo, il coltan ha dato luogo a una guerra, quasi totalmente ignorata dai mezzi di comunicazione italiani, che ha provocato circa due milioni di vittime. Intere popolazioni sono state allontanate dalle proprie terre e si sono disperse come profughi nel resto dell’Africa.
Se si riflette sul passato del Congo, non diverso da quello di tante altre zone d’Africa, Asia e America Latina, forse si possono capire meglio le ragioni delle attuali migrazioni epocali, che tanto spaventano l’Europa e che portano a erigere nuovi muri, negli USA come in Ungheria o in Italia con la chiusura dei porti. Non si tratta di “aiutarli a casa loro”, bensì di cessare il secolare sfruttamento che impoverisce e assassina interi popoli da interi secoli.


Storia: le atrocità di re Leopoldo II in Congo - Raffaele Masto

 

Falso filantropo
Leopoldo II è ancor oggi una figura controversa in Congo
Le terrificanti visioni che sconvolgono Kurtz sono le immagini di un genocidio poco conosciuto, quello perpetrato tra fine Ottocento e inizio Novecento da Leopoldo II del Belgio. Un sovrano subdolo e crudele, che passava per essere un filantropo e che invece fu artefice di uno dei più grandi misfatti della storia recente. Nel 1885 Leopoldo II riuscì a impossessarsi di un immenso territorio (76 volte più grande del Belgio) ricoperto di foreste nel cuore dell’Africa − il bacino idrografico del fiume Congo − grazie a un’abilissima campagna di pubbliche relazioni, nel nome della promozione di ricerche geografiche e scientifiche, della lotta ai mercanti di schiavi arabi, e della diffusione della civiltà e del progresso.
Per raggiungere i suoi scopi, reclutò il più celebre esploratore del suo tempo, Henry Morton Stanley, che percorse il fiume e stipulò centinaia di contratti ingannevoli con capitribù locali e mise le basi per la costruzione di un sistema di stazioni che facessero da collettori delle ricchezze della foresta che attraverso il fiume potevano giungere ai porti sulla foce e da qui in Europa.
Servi del caucciù
Ma che cos’erano a quei tempi le ricchezze della foresta? Ce n’era una, ambitissima dall’industria dell’epoca, una resina che si ricavava incidendo la corteccia dei cosiddetti alberi della gomma e si raccoglieva in recipienti messi ai piedi del tronco. Era il caucciù, che, grazie alla scoperta del processo di vulcanizzazione, era destinato a diventare il precursore della plastica. Per ottenere il controllo di questa materia prima strategica, re Leopoldo organizzò un vero e proprio regime commercial-militare fondato consapevolmente sul terrore.
Occorreva manodopera per raccogliere il caucciù e trasportarlo fino al mare, così tutti gli africani furono obbligati a raccogliere quella resina senza alcun compenso. Ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del re-filantropo una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava, o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino alla mutilazione: gli veniva tagliata una mano o un piede; alle donne, le mammelle. Contro i ribelli si ricorreva all’assassinio, a spedizioni punitive, distruzioni di villaggi, presa in ostaggio delle donne.
Crudeltà disumana
A fare il lavoro sporco erano circa duemila agenti bianchi, disseminati nei punti più importanti del “regno” di Leopoldo: molti di essi erano malfamati in patria e malpagati in Congo. Ogni agente comandava truppe di mercenari (sedicimila in tutto) e un certo numero di nativi armati, presi da etnie diverse e dislocati nei singoli villaggi, per assicurare che la gente facesse il proprio dovere. Se la quota era inferiore a quella stabilita, si ricorreva a fustigazioni o mutilazioni. Era il metodo del terrore, tanto efficace quanto diabolico.
Tutto questo accadeva nello Stato Libero del Congo, così Leopoldo aveva chiamato il “suo” possedimento. Il risultato fu che, secondo calcoli attendibili, nell’arco di un ventennio morirono circa dieci milioni di persone, direttamente per le amputazioni o per le violenze, o indirettamente per epidemie o per fame. Sì, per fame. Perché un’altra forma di punizione per chi non riusciva a portare le quantità volute di caucciù era la distruzione dei raccolti o addirittura dei villaggi. E portare la preziosa resina nelle quantità volute diventava sempre più difficile, perché le piante adatte, visto lo sfruttamento intensivo, si trovavano sempre più lontano dal fiume e molti villaggi non riuscivano a onorare le richieste.

Testimoni coraggiosi
Nell’agosto del 1908, poco prima di cedere ufficialmente la propria colonia personale al governo del Belgio, Leopoldo II fece bruciare per otto giorni consecutivi la maggior parte dei suoi archivi. «Regalerò ai belgi il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto», disse. E, oltre alle carte ridotte in cenere, ridusse drasticamente al silenzio i testimoni scomodi. Fu così che una parte importante della storia della dominazione europea in Africa venne cancellata.
A gridare al mondo ciò che accadeva in Congo furono un pugno di eroi – giornalisti, esploratori, missionari o diplomatici – che fecero nascere il primo movimento mondiale per la difesa dei diritti umani: Edmund Morel, reporter e politico britannico che per primo indagò su ciò che accadeva in Congo; George Washington Williams e William Sheppard, due neri americani, il primo giornalista e il secondo predicatore cristiano, che smontarono la figura da filantropo di re Leopoldo; Roger Casement, console britannico in Congo, che raccontò in patria ciò che vedeva. Senza dimenticare Alice Seeley Harris e suo marito John Harris, due missionari audaci che all’inizio del Novecento girarono la foresta congolese con la Bibbia in una mano e la macchina fotografica nell’altra. È grazie al loro coraggio se oggi possiamo pubblicare le immagini-shock di quell’epoca. Quei preziosi testimoni denunciarono all’intero mondo il regno del terrore di Leopoldo II, fermarono la carneficina dei popoli indigeni e liberarono Kurtz dai suoi incubi.

Anche in Belgio si discute di statue pubbliche

Le persone che stanno manifestando contro il razzismo hanno preso di mira quelle di Leopoldo II, considerato uno dei più spietati sovrani coloniali della storia
Negli ultimi giorni in Belgio numerose statue del re Leopoldo II, che regnò dal 1865 al 1909, sono state vandalizzate e prese di mira in tutto il paese durante le proteste contro il razzismo innescate dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis, negli Stati Uniti, mentre gruppi di pressione che da tempo chiedono la rimozione dei monumenti del vecchio re sono tornati a far sentire le loro richieste.
Gli storici ritengono Leopoldo II uno dei più spietati sovrani coloniali della storia, e il suo governo personale del Congo Belga, l’odierna Repubblica Democratica del Congo, è ritenuto responsabile della morte di milioni di abitanti del paese. Eppure il suo nome appare in vari luoghi pubblici: soltanto a Bruxelles c’è una sua statua equestre nel centro della città e fino a poco tempo fa il suo nome compariva in una fermata della metropolitana.
Il dibattito attorno alla sua figura ritorna ciclicamente nel paese e ad alcuni ricorda un simile dibattito in corso negli Stati Uniti: quello sulla rimozione delle statue dei leader politici e militari schiavisti che nella Guerra Civile americana combatterono dal lato della confederazione.
Oggi, con le proteste contro la brutalità della polizia americana che hanno coinvolto tutto il mondo, queste discussioni hanno assunto una particolare rilevanza internazionale.
Attivisti e manifestanti belgi e congolesi chiedono che le statue di Leopoldo II vengano rimosse entro il 30 giugno, 60esimo anniversario dell’indipendenza del Congo. I monumenti a un uomo responsabile di gravissimi massacri, sostengono, «non hanno posto a Bruxelles né in nessun altro luogo d’Europa».
Non sono molti a difendere la figura di Leopoldo II, che era stato oggetto di critiche e controversie già nella sua epoca. Leopoldo ricevette il controllo su quello che venne chiamato il “Libero stato del Congo” nel 1885, nel corso della conferenza di Berlino, durante la quale le grandi potenze europee si spartirono tra di loro una serie di aree geografiche africane non ancora sottoposte a dominio coloniale.
All’epoca il Libero stato del Congo si trovava al confine tra le aree di influenza francesi e britanniche. Il piano era di affidarlo a Leopoldo come territorio “personale” e non come colonia appartenente al governo belga, così da creare uno stato cuscinetto tra i due grandi rivali, neutrale e aperto al commercio internazionale.
Questo accordo fece sì che per 23 anni Leopoldo governò personalmente e direttamente il Libero Stato del Congo, sostanzialmente senza alcuna supervisione parlamentare o governativa, e lo gestì come una sorta di suo investimento personale il cui scopo era quello di produrre un guadagno per lui e gli altri investitori nell’impresa.
Leopoldo si arricchì enormemente grazie al commercio di avorio e alla coltivazione della gomma, due attitivà a cui i suoi funzionari si dedicarono con particolare brutalità. Gli abitanti del paese vennero sottoposti a un regime spietato di lavori forzati, obbligati a vivere in baraccamenti insalubri, esposti alla durissima disciplina della milizia para-statale Force Publique.
Una punizione particolarmente comune all’epoca era il taglio di una mano o del piede a coloro che non raggiungevano le quote stabilite per la produzione di gomma o avorio. A volte a subire la mutilazione erano figli o mogli dei lavoratori, così da permettere a questi ultimi di continuare a lavorare. Presto, fotografie dei membri della Force Publique che reggevano arti mozzati iniziarono a circolare in Europa e divennero uno dei simboli più evidenti della crudeltà del regime di Leopoldo.
All’epoca tutte le potenze europee erano impegnate nell’amministrazione di vasti imperi coloniali nei quali il potere veniva esercitato con vari gradi di brutalità. Nello stesso periodo, ad esempio, il governo tedesco stava compiendo un genocidio dei popoli autoctoni di quella che è oggi la Namibia: uno sterminio sistematico, anche se numericamente molto più ridotto di quello che avveniva in Congo.
Quello che accadeva nel Libero Stato del Congo, però, divenne oggetto di una speciale riprovazione internazionale: in parte per lo scarso peso politico di Leopoldo II, in parte per il livello di spietatezza raggiunto dall’amministrazione coloniale locale e per le conseguenze che produsse.
Le stime variano molto, ma secondo gli storici durante l’amministrazione di Leopoldo tra i 5 e i 15 milioni di congolesi morirono a causa dei lavori forzati, delle violenze e dell’epidemie causate dalla malnutrizione, e dall’obbligo di vivere ammassati intorno alle piantagioni di alberi della gomma.
L’espressione “crimini contro l’umanità” fu utilizzata, era una delle prime volte, per descrivere l’oppressione subita dagli abitanti del paese, mentre un numero crescente di racconti provenienti in gran parte da missionari rivelava a tutta Europa cosa stesse succedendo nel paese.
Nel 1908 la crescente pressione nazionale e internazionale spinse il governo belga a mettere fine all’esperimento del Libero Stato del Congo e ad annettere direttamente il paese. Il lavoro forzato venne abolito, così come gli eccessi peggiori dell’amministrazione di Leopoldo. La vita nel paese continuò ad essere brutale, ma il numero di morti e l’entità delle violenze non raggiunsero più il livello toccato negli anni precedenti.
Leopoldo morì l’anno successivo e a lungo venne ricordato soprattutto come un monarca costruttore, che aveva dato al Belgio alcuni dei suoi edifici più simbolici, come il palazzo reale di Bruxelles. Gli vennero dedicate più di una dozzina di statue e busti, molti dei quali celebravano esplicitamente le sue imprese nell’Africa Centrale. Altrettanti monumenti sono stati eretti alle imprese coloniali del Belgio in generale.
Il suo ruolo sanguinario e quello del paese nella storia dell’Africa Centrale, invece, è stato a lungo rimosso. Né il governo belga né la sua famiglia reale hanno mai chiesto scusa per quello che accadde nel Libero Stato del Congo e, fino agli anni Novanta, il museo africano di Bruxelles non conteneva un solo riferimento ai massacri compiuti all’epoca di Leopoldo.
La situazione è iniziata a cambiare alla fine degli anni Novanta, con la pubblicazione di una serie di libri su Leopoldo, molti dei quali estremamente critici. Da allora, le critiche al re e al passato coloniale del paese e gli attacchi alle sue statue non sono mai cessati.
Chi è stato Leopoldo II del Belgio e perché vogliono buttare giù la sua statua - Alice Masoni

Le proteste in Europa per l’omicidio di George Floyd hanno un significato diverso nei Paesi dove il passato coloniale è presente in ogni via e piazza. Come nel caso del Belgio dove attivisti e manifestanti hanno preso di mira la statua di re Leopoldo II in numerose città: Bruxelles, Gent, Ostenda e per ultima Anversa, chiedendone la rimozione.
Proprio ad Anversa, la statua raffigurante uno dei “più grandi re del Belgio”, il cui nome completo è Leopoldo Luigi Filippo Maria Vittori di Sassonia-Coburgo-Gotha è stata tolta dal piedistallo. La presenza di re Leopoldo IInon si limita alle statue in suo onore, ma si estende anche a un gran numero di piazze e strade che portano il suo nome, e che si ritrovano un po’ ovunque all’interno del Paese. È così evidente quanto questa figura sia stata e sia ancora rilevante nel passato e nel presente del Belgio: un paese enormemente complesso e diviso sotto vari punti di vista (linguistico, culturale, politico, economico) e di cui da fuori si fa quasi fatica a immaginarne un passato di unica potenza coloniale, che trascende e supera le differenze interne.   
Di origini tedesche, il secondo figlio di Leopoldo I del Belgio e della sua seconda moglie, la principessa francese Luisa d’Orléans, Leopoldo governò il Paese per circa 40 anni, dal 1865 al 1909. È passato alla Storia come il “re costruttore”. Peccato però che i tanti progetti del suo regno siano stati finanziati depredando soprattutto di avorio e gomma l’attuale Repubblica Democratica del Congo, colonizzata nel 1885 con l’istituzione del cosiddetto Stato “Libero” del Congo. 
Leopoldo II non è infatti ricordato soltanto per le opere architettoniche che ha fatto costruire, ma anche per essere responsabile di una delle più cruente operazioni di colonizzazione durante la storica “spartizione dell’Africa” da parte delle potenze europee a partire dal 1880 fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale.  
Secondo gli storici durante il suo regno sono morte circa 10 milioni di persone in Congo: poco meno dell’intera attuale popolazione del Belgio, che sia aggira attorno agli 11 milioni. Si tratta di un vero e proprio genocidio, caratterizzato anche da aberranti forme di schiavitù, violenza e tortura nei confronti della popolazione autoctona.
Le proteste dei belgi contro il loro re simbolo del passato coloniale non sono un fenomeno recente, ma vanno avanti già da almeno una quindicina di anni. «Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni non è una novità», spiega Benoît Henriet, professore di storia contemporanea alla Vrije Universiteit Brussel, specializzato in storia coloniale e postcoloniale del Congo.
È piuttosto la prova tangibile «di un fenomeno presente non solo all’interno di questo Paese, ma anche in altri Stati europei e non, come il Regno Unito, il Sudafrica o gli Stati del Sud degli Stati Uniti, fortemente segnati da un passato colonialista e dalle  conseguenze che questo passato ha sul presente».
Le immagini a cui assistiamo sembrano trasmettere l’idea di un Paese che più o meno uniformemente contesta il suo passato coloniale e le violenze che lo hanno caratterizzato. In realtà la situazione non è così lineare come sembra. «Da circa 20 anni a questa parte stiamo assistendo a una crescita significativa di studi e ricerche che affrontano la colonizzazione del Congo in chiave critica», spiega Henriet.
«Solo in piccola parte questi studi riescono a raggiungere il cittadino medio belga. E nei pochi casi in cui storici e ricercatori vengono interpellati dai media, ci si limita a chiedere cosa sia realmente successo nel Libero Stato del Congo, se effettivamente si possa parlare di genocidio e se Leopoldo II ne debba esser considerato il maggior responsabile. Si tratta di interrogativi su cui la comunità accademica ha raggiunto un ampio consenso da tempo. Ma a giudicare da come i media tradizionali si rapportano a questa tematica, lo stesso non si può dire per quanto riguarda l’opinione pubblica in generale».
Il tema del controverso passato coloniale belga sembra essere più o meno un tabù anche a scuola. «Fino a questo momento gli insegnanti di storia delle scuole superiori non erano obbligati a inserire il colonialismo belga all’interno dei programmi scolastici», spiega Henriet.
Solo in questi ultimi giorni, i ministri dell’educazione di Vallonia e Fiandre, Caroline Desire e Ben Weyts (quest’ultimo tra l’altro appartenente al partito nazionalista conservatore fiammingo dell N-VA) hanno annunciato di voler introdurne l’obbligatorietà. 
C’è una parte di società belga che è ancora profondamente legata alla figura di Leopoldo II, e che lo esalta come uno dei più grandi re del Belgio. Anche se «negli ultimi anni una parte significativa della popolazione si è dimostrata pronta a fare i conti con il passato, e a mettere in discussione il ruolo che ha avuto la monarchia belga nella colonizzazione del Congo», chiarisce Henriet. 
Sono stati pubblicati libri sul tema che sono diventati veri e propri best-seller sia nella comunità francofona che in quella fiamminga; lo scrittore Lucas Catherine, autore del libro “On the evolution of Congolese history education in Belgium”, ha organizzato tour turistici attraverso Bruxelles che individuano le aree della città in cui le tracce del passato coloniale belga sono più evidenti. La tematica è sbarcata anche in televisione, con programmi dedicati e molto seguiti. «Quello che ancora sembra rimanere invariato è la (mancata) risposta e reazione da parte delle autorità politiche e governative del Paese», conclude però Henriet. 
La critica alla colonizzazione del Congo è evidente anche guardando alla storia del Museo Reale per l’Africa Centrale di Tervuren (comune fiammingo alle porte di Bruxelles). Aperto per la prima volta nel 1910, fino all’anno scorso il museo di fatto esaltava il passato di gloria coloniale e imperiale del Paese, cancellandone interamente le atrocità annesse. Ed è con questo preciso scopo che il museo fu fatto costruire dallo stesso Leopoldo II, morto un anno prima della sua inaugurazione.
Dopo un periodo di circa 6-7 anni di lavori di ristrutturazione, il museo ha riaperto nel dicembre 2018, annunciando un cambiamento di narrazione e visione: non più una vetrina sul passato imperiale del Belgio ma piuttosto, una (tentata) valorizzazione della cultura congolese. L
’operazione però è riuscita solo in parte, soprattutto secondo il parere della comunità di attivisti e storici che riconoscono sì, il genuino tentativo di cambiamento di visione, ma ritengono al tempo stesso che si sia attuato un cambiamento solo esterno di facciata, che non va a toccare le radici del problema. «Se il museo può mostrare esempi tangibili di usi, costumi e cultura congolese, è perché la loro stessa presenza è diretta conseguenza ed eredità del suo passato coloniale e colonialista», chiarisce Henriet.
La rimozione delle statue di Leopoldo II (o di altre figure simili, sia in Belgio che altrove) riesce davvero nell’intento di scuotere le coscienze e alimentare un dibattito e un confronto sul tema, da parte non solo di attivisti e accademici, ma anche di opinione pubblica e autorità politiche? 
Secondo Henriet, bisogna far attenzione ad un particolare non secondario. «Nessun attivista chiede il semplice smantellamento delle statue, ma la decolonizzazione completa degli spazi pubblici». Questa può avvenire solo attraverso una serie strutturata e sistematica di interventi, che hanno come obiettivo quello di produrre una presa di posizione forte da parte di esponenti politici e governativi, diretti ad una valutazione critica della presenza coloniale.
«Non si tratta solo di tirare giù delle statue – mette in chiaro Henriet – ma di mettere in atto un programma che affronti il problema a più livelli: dagli esempi visibili del passato coloniale, all’inserimento di quest’ultimo all’interno dei programmi sia scolastici che universitari, passando per il razzismo sistemico ancora presente in modo significativo all’interno della società belga».


Tutti quei crimini che oggi incominciamo a vedere - Franco Cardini

Nella complessa geografia politica dell’Africa le aree centrali del grande continente sono fra le più difficili da decifrare perché emergono – a poco a poco e solo da poco – dalla grande nebulosa che chiamiamo, collettivamente, Congo, e che ha dato vita a diversi Stati venuti fuori dai domini coloniali all’indomani della seconda guerra mondiale. Fra questi l’antico Congo belga oggi Repubblica Democratica del Congo, rimasta sotto il dominio di Bruxelles dal 1908 al 1960: ma prima di allora, tuttavia, la corona belga con il sovrano Leopoldo II aveva già giocato un ruolo importante nell’area.
Torniamo a parlarne oggi perché ad Anversa una statua del sovrano è stata rimossa da una piazza a seguito del movimento che, tra Stati Uniti e Europa, sta abbattendo o imbrattando le statue di personaggi che sono venerati come simboli della nazione, ma che allo stesso tempo si sono macchiati di crimini coloniali e schiavisti.
In Belgio il movimento Réparons l’Histoire ha lanciato una petizione chiedendo di rimuovere tutte le statue di Leopoldo II. Intendiamoci: è chiaro che la storia non si 'ripara' e non è compito degli storici giudicare il passato; il loro ruolo è studiarlo, comprenderlo e insegnarlo. Tuttavia, non bisogna neppur credere ingenuamente che la realtà politica e il pensiero etico si esprimano e si esauriscano tutti e solo all’interno delle aule universitarie e dei seminari accademici: l’iconoclastia, cioè l’abbattimento dei simboli di potere o la cancellazione delle immagini, sono una costante della nostra storia; e la dimensione simbolica di tale azione non può nemmeno essere posta alla stregua di una qualche conferenza erudita.
A Londra una statua di Winston Churchill è stata imbrattata con uno scritta che accusa lo statista inglese di essere stato un razzista, il che è noto è comprovato: Churchill definiva 'bestie' gli indiani e diceva che gli espropri dei Nativi americani e degli aborigeni australiani erano giustificati dalla necessità del trionfo della razza bianca; e fece anche di peggio, come quando durante la Seconda guerra mondale non permise alle derrate alimentari di raggiungere il Bengala, sotto il controllo britannico, affetto da una grave carestia, preferendo stornarle verso i suoi compatrioti: un’azione che portò alla morte di quattro milioni di persone.
Eppure per gli inglesi Winston Churchill significa la vittoria contro il nazifascismo: ecco che, dinanzi all’assenza di una memoria condivisa e al fenomeno per cui l’eroe secondo alcuni è un aguzzino secondo altri, la rabbia iconoclasta si propone come una risposta antropologicamente pregnante.
L’ha benissimo spiegato, a proposito di altre iconoclastie, David Freedberg nel suo apprezzatissimo Il potere delle immagini. Nel caso di Leopoldo II la storia è forse meno nota. Nel 1876, il re belga organizzò l’Associazione Internazionale Africana con la collaborazione dei principali esploratori sul continente e il sostegno di diversi governi europei per la promozione dell’esplorazione e della colonizzazione dell’Africa. Dopo che Henry Morton Stanley aveva esplorato la regione in un viaggio che si concluse nel 1878, Leopoldo corteggiò l’esploratore e lo assunse per sostenere i suoi interessi nella regione e, dal momento che il governo belga mostrava scarso interesse per l’impresa, il sovrano decise di portare avanti la questione per conto proprio.
La rivalità europea in Africa centrale condusse presto però a tensioni diplomatiche, in particolare per quanto riguardava il bacino del fiume Congo che nessuna potenza europea aveva ancora rivendicato. Nel novembre 1884 Otto von Bismarck convocò a Berlino una conferenza di 14 nazioni per trovare una soluzione pacifica alla crisi congolese. Nel corso di essa, pur senza formale approvazione delle rivendicazioni territoriali delle potenze europee in Africa centrale, ci si accordò su una serie di regole per garantire una pacifica spartizione dell’area. Esse riconoscevano il bacino del Congo come 'zona di libero scambio' (un eufemismo splendido!). Leopoldo II uscì dai lavori della Conferenza con una grande quota di territorio a lui assegnata come 'Stato libero del Congo, organizzato come un’impresa corporativa privata gestita direttamente da lui attraverso un 'libero sodalizio', l’Association Internationale Africaine, appunto.
L’entità definita 'Stato libero', comprendente l’intera area dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, sussisté dal 1885 al 1908: solo allora, alla morte di Leopoldo, il governo belga procedette senza entusiasmo a un’annessione (molti i voti contrari in Parlamento). Sotto l’amministrazione di Leopoldo II, lo 'Stato libero del Congo' era stato un disastro umanitario, un’autentica infame sciagura. La mancanza di dati precisi rende difficile quantificare il numero di morti causate dallo spietato sfruttamento e dalla mancanza di immunità a nuove malattie introdotte dal contatto con i coloni europei: come la pandemia influenzale del 1889-90, che causò milioni di morti anche nel continente europeo tra cui il principe Baldovino del Belgio. La Force Publique, esercito privato sotto il comando di Leopoldo, terrorizzava gli indigeni per farli lavorare come manodopera forzata per l’estrazione delle risorse. Il mancato rispetto delle quote di raccolta della gomma era punibile con la morte. Le punizioni corporali, comprese crudeli mutilazioni, erano ordinarie.
I miliziani della Force Publique erano tenuti a fornire una mano delle loro vittime come prova che 'giustizia era stata fatta'. Intere ceste di mani mozzate erano poste ai piedi dei comandanti; a volte i soldati ne tagliavano a prescindere dalle quote di gomma, per poter accelerare il congedo dal servizio militare. Nei raid punitivi contro i villaggi uomini, donne e bambini venivano impiccati e appesi alle palizzate. Il trattamento riservato agli indigeni, insieme alle epidemie, causò nel Congo di Leopoldo II una crisi demografica gravissima; anche se, come detto, le stime di morti variano, si parla di cifre che vanno tra i dieci e i venti milioni. Se tutti i regimi coloniali hanno accumulato una quota notevole di quelli che ormai definiamo 'crimini contro l’umanità', e che nella pratica significano massacri impuniti di popolazioni locali, il caso di Leopoldo II è particolarmente efferato perché il Congo, prima del 1908, era una sua proprietà personale e le leggi provenivano direttamente da lui: da un sovrano costituzionale, cattolico e liberale. Abbattere le statue dei responsabili di tali infamie non cambia certo il passato né risarcisce le vittime: semmai, chissà, forme più pesanti di damnatio memoriae sarebbero opportune soprattutto nei confronti di figuri che sino ad ieri venivano onorati come eroi civilizzatori. Il vero problema non è comunque l’iconoclastia quanto semmai il fatto che di questi crimini non si legga sui libri di scuola, che si continui a considerarli 'minori' rispetto ad altri.
Forse gli iconoclasti di oggi segnalano che finalmente è arrivato il momento di parlarne. San Giovanni Paolo II aveva fatto in merito un gesto esemplare e decisivo, quando aveva chiesto al genere umano perdono per i delitti dei cattolici nella storia. Ma quella scelta implicava anche un severo mònito: s’invitava con essa altre Chiese e religioni, altre associazioni, altri sistemi sociali a fare altrettanto. Molti risposero riduttivamente, quasi insoddisfatti: 'era ora' che la Chiesa di Roma riconoscesse i suoi crimini. Il fatto era però che altri non erano stati da meno e molti erano stati da più: e non bastava certo l’alibi dell’unanime condanna dei delitti di Hitler e di Stalin. Papa Francesco, come gesuita argentino, sa bene che la Compagnia, nel Settecento, venne disciolta soprattutto in quanto alcuni governi europei protestarono contro la sua azione in favore degli indios dell’America latina contro le razzìe e i lavori forzati loro imposti dagli schiavisti.
E non parliamo del genocidio dei native Americans che fa parte integrante della storia della costruzione della 'nazione americana' statunitense. Troppo comodo sarebbe, anche nelle scuole, continuar a condannare genericamente il colonialismo senza conoscerlo e senza studiarlo, fingendo di non sapere che esso fu parte della marcia verso il 'progresso' e l’arricchimento dell’Europa liberista. Finché non faremo radicalmente e sistematicamente tutto ciò, il lavoro di 'purificazione della memoria' indirizzato a stigmatizzare i crimini nazisti e stalinisti sarà un esercizio ipocritamente lasciato a metà strada. Non esistono crimini 'condannabili' e crimini 'giustificabili': i crimini sono crimini e basta.
Ed è fino dalla scuola che bisogna imparare a riconoscerli, anche con una diversa lettura del passato. E ciò, attenzione, non è 'revisionismo'. È puramente e semplicemente revisione alla luce di criteri di approfondimento e di lucidità. Perché se la storia non è revisione – vale a dire esame e verifica continua del passato alla, luce del presente e in funzione del futuro –, allora non è nulla.

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Il Belgio prova ad affrontare le ombre del suo passato coloniale - Francesca Spinelli

Il suo nome spicca tra quelli degli schiavisti e dei colonialisti presi di mira dai manifestanti in tutto il mondo: Leopoldo II, re del Belgio dal 1865 fino alla sua morte nel 1909 e padrone dello Stato libero del Congo dal 1885 al 1908. Se qualcuno ancora non lo conosce, ci penserà Ben Affleck a colmare la lacuna: nel 2019 ha annunciato che girerà e produrrà un film ispirato al libro pubblicato nel 1998 dal giornalista statunitense Adam Hochschild: Gli spettri del Congo. Re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto dimenticato. Per la maggior parte degli storici non si può parlare né di olocausto né di genocidio, ma la brutalità del dominio di Leopoldo II su quel territorio, ottenuto come proprietà personale alla conferenza di Berlino, faceva scalpore già alla fine dell’ottocento, al punto che il re fu costretto a cedere il “suo” Congo allo stato belga nel 1908.
E dire che il secondo sovrano del Belgio sperava di congedarsi con discrezione dalla storia. Nel suo testamento scriveva: “Chiedo perdono per gli errori che potrei aver commesso nel corso della mia esistenza. Spero che mi saranno perdonati. Chiedo un funerale semplice, alle sette del mattino, in presenza del personale del castello”. Non gli diedero retta. Il 22 dicembre 1909 una grande folla si accalcò davanti alla cattedrale dei santi Michele e Gudula a Bruxelles. Secondo la stampa britannica dell’epoca, il feretro fu accolto dai fischi.
Anche in Belgio le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd hanno riacceso il dibattito sulla colonizzazione e sul razzismo. Ricordato ai quattro angoli del paese da statue, nomi di strade, piazze e tunnel, Leopoldo II si è preso, e continua a prendersi, la sua dose di picconate, verniciate e scritte antirazziste. Una petizione che chiede la rimozione di tutte le sue statue a Bruxelles entro il 30 giugno, giorno del sessantesimo anniversario dell’indipendenza del Congo, ha superato le ottantamila firme. Ma sono oltre ventimila le persone che, attraverso un’altra petizione ne chiedono il mantenimento. Il 30 giugno il re Filippo del Belgio ha inviato una lettera a Félix Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, in cui esprime il suo “profondo dispiacere” per le “ferite” inflitte durante il periodo coloniale.
In ritardo
Per decenni la questione coloniale non ha suscitato dibattito in Belgio, a differenza di quanto accadeva in Francia, nei Paesi Bassi o nel Regno Unito. Come l’Italia, il Belgio è “in ritardo”, osserva Georgi Verbeeck, docente di storia moderna e cultura politica all’università di Maastricht: una prima volta come potenza coloniale, smaniosa di affermare il suo prestigio di nazione ancora giovane, e una seconda volta come società postcoloniale, a lungo incapace di “riesaminare in modo critico la propria storia”.
Molti belgi hanno vissuto come un trauma la conquista dell’indipendenza da parte del Congo nel 1960. Convinti anche loro di essere “brava gente”, non si capacitavano di essere stati cacciati. A quella nostalgia per la colonia perduta, scrive Verbeeck, s’intrecciava la certezza di non essere in alcun modo responsabili del “turbolento processo di decolonizzazione” in Congo.
Specchio di quella visione statica e acritica, il Museo reale dell’Africa centrale, inaugurato da Leopoldo II, ha continuato a viaggiare indisturbato nel tempo, come un mostruoso relitto del passato. Intanto nelle scuole del paese, quel capitolo della storia belga passava sotto silenzio.
Un lento risveglio
Il Belgio è andato avanti così, tra amnesia, torpore e ignoranza, fino agli anni novanta, quando è cominciato un lento e travagliato risveglio. Due commissioni parlamentari hanno tentato di fare chiarezza sulle responsabilità del paese negli eventi in Ruanda del 1994 (il Ruanda-Urundi fu un territorio coloniale belga dal 1924 al 1962) e nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo capo del governo della Repubblica Democratica del Congo, ucciso il 17 gennaio 1961. Le loro conclusioni – considerate estreme da alcuni, troppo caute da altri – hanno contribuito a intaccare il mito dell’“innocenza del Belgio”.
Nel 2003 la televisione belga ha trasmesso il documentario Les ravages du roi Léopold II, versione francese di White king, red rubber, black death, una coproduzione diretta dal britannico Peter Bate e tratta dal libro di Hochschild. Il ritratto del monarca – avido, senza scrupoli, sanguinario e razzista – ha offeso parte dei belgi. Altri hanno deciso di mettere in azione quel giudizio storico: le prime contestazioni di statue risalgono infatti al 2004. Ma nonostante una mobilitazione crescente, sostenuta da associazioni più o meno radicali come Mémoire coloniale, Change asbl e Nouvelle voie anticoloniale, le cose sono cambiate poco.
Il Museo dell’Africa centrale, chiuso nel 2013 per ristrutturazione, ha riaperto tra le critiche nel 2018. Per molti, tra cui gli esperti africani che si sono rifiutati di collaborare di fronte al “vuoto teorico” del progetto, si è sprecata un’occasione di trasformare il museo in “spazio critico al servizio di tutta la società”, come scrive l’artista e storico dell’arte Toma Muteba Luntumbue. Vittoria isolata: nel 2018, dopo una campagna durata dieci anni, è stata inaugurata a Bruxelles una piazza Patrice Lumumba.
Prove evidenti
Oggi, in Belgio come altrove, si sente dire che le statue non vanno rimosse ma “spiegate”, “contestualizzate”, e che il problema vero, in fondo, non sono nemmeno le statue, ma il razzismo, le discriminazioni, la mancanza di prospettive per i giovani neri. Come se ogni busto, monumento e nome di strada legato al colonialismo – in Belgio sono almeno 450, secondo l’elenco compilato dallo storico Matthew Stanard – non fosse la faccia spudorata di un sistema che ha prodotto e continua a produrre quelle ingiustizie.
A Bruxelles, più che in altre metropoli europee, l’impronta del colonialismo va oltre i monumenti e i nomi di strade. Con le ricchezze accumulate sfruttando le risorse e il popolo congolesi, Leopoldo II ha dato alla città il suo volto moderno, facendo costruire viali e palazzi e creando mille ettari di spazi verdi. Tutte queste trasformazioni – rese possibili dalla spoliazione del Congo e facilitate dalla legge sugli espropri del 1867 – richiesero la demolizione di interi quartieri operai. Viali e parchi fanno ormai parte del tessuto urbano, i quartieri operai non torneranno. Ma le statue e i nomi di strade si possono rimuovere dai loro immeritati posti d’onore, e sostituire con altre statue e altri nomi che riflettano i valori di cui le nostre istituzioni si riempiono la bocca: uguaglianza, libertà, dignità.
Una buona sintesi del lavoro che il Belgio dovrebbe intraprendere l’hanno fornita nel 2019 quattro esperti delle Nazioni Unite, incaricati di indagare sulla condizione delle persone afrodiscendenti nel paese. “Esistono prove evidenti che la discriminazione razziale è endemica nelle istituzioni belghe”, si legge nel loro rapporto preliminare. “Le cause profonde di queste violazioni dei diritti umani vanno ricercate nel mancato riconoscimento della reale portata della violenza e dell’ingiustizia della colonizzazione”. Seguono 37 raccomandazioni, alcune delle quali tornano tra le misure annunciate di recente dalle autorità belghe.
La camera dei deputati ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare sul passato coloniale belga. La ministra francofona dell’istruzione Caroline Désir e il suo omologo fiammingo Ben Weyts vogliono rendere obbligatorio l’insegnamento della storia del colonialismo. Quanto alle statue, Pierre Kompany (primo politico nero eletto a capo di una giunta municipale) sostiene che avrebbero dovuto essere trasferite in un museo già da tempo. “Nessuno ci entrerebbe per spaccarle”, osserva, e chi vuole “pagherebbe per andarle a vedere”.
C’è poi la questione delle riparazioni, a proposito della quale gli esperti dell’Onu ricordano: “Il diritto alle riparazioni per le atrocità del passato non è soggetto a termine di prescrizione”. Il 24 giugno cinque donne hanno citato in giudizio lo stato belga per crimini contro l’umanità. Nate nel Congo belga da madri congolesi e padri bianchi, furono sottratte alle loro famiglie e messe in un istituto religioso. Le scuse ufficiali presentate nel 2019 dall’allora primo ministro belga Charles Michel, hanno dichiarato le cinque donne alla stampa, non sono bastate.
Al di là delle rivendicazioni individuali (tutte preziose, tanto più che le testimoni e i testimoni del periodo coloniale sono già in là con gli anni), chi denuncia le tracce del passato coloniale è parte di un movimento ampio, intergenerazionale e transnazionale che, contrariamente a quanto affermano i suoi detrattori, non vuole cancellare il passato ma svelarlo, e combatterne gli effetti quando è fonte di oppressione.