La morte di una persona è più grave se avviene in Spagna invece che in
Marocco? E se invece avviene mezzo metro prima di varcare quel confine? Sono
alcune delle domande sollevate dall’inchiesta Reconstructing the Melilla massacre,
coordinata dalla redazione di giornalismo investigativo Lighthouse
Reports e uscita lo scorso 29 novembre.
In collaborazione con alcune testate europee e con il sito d’informazione
marocchino Enass,
Lighthouse Reports ha ricostruito meticolosamente i fatti accaduti il 24 giugno
2022 nell’enclave spagnola in territorio marocchino.
Quel giorno di giugno, nel tentativo di entrare a Melilla per chiedere la
protezione internazionale, centinaia di persone sono rimaste intrappolate tra
uno spiegamento di agenti marocchini e le recinzioni oltre le quali erano
schierati gli agenti spagnoli. Sotto una pioggia di lacrimogeni, manganellate e
proiettili di gomma, sono morte nella calca almeno 37 persone. Di altre
settantasette non si hanno più notizie. Chi era riuscito a superare la linea
del confine è stato respinto. Nessuna assistenza medica è stata fornita ai
feriti, nonostante la presenza di ambulanze da entrambi i lati della frontiera.
Nella regione non era la prima volta che si verificava una simile strage
(non una “tragedia”, non un “incidente”, termini prediletti dalle autorità
spagnole e da gran parte dei mezzi d’informazione locali). Il 6 febbraio 2014
circa duecento persone erano partite dalla
costa marocchina per cercare di raggiungere a nuoto l’altra enclave spagnola nel nord
del Marocco, Ceuta. La guardia civíl aveva risposto sparando lacrimogeni e
proiettili di gomma e causando la morte di almeno 14 persone. Di tredici ne
conosciamo il nome (Yves, Samba, Daouda, Armand, Luc, Roger Chimie, Larios,
Youssouf, Ousmane, Keita, Jeannot, Oumarou, Blaise), una vittima è rimasta
anonima. Ma i dispersi sono molti di più. È il “masacre del Tarajal”, dal nome
di una spiaggia di Ceuta, commemorato ogni anno da una
marcia per la dignità.
Giornalismo della responsabilità
Quel giorno del 2014 gli spagnoli hanno imparato una lezione: e così nel giugno
scorso a Melilla non si sono sporcati le mani, lasciando che gli agenti
marocchini entrassero in territorio spagnolo per riprendere chi era riuscito a
passare il confine. “Persone raccolte e gettate via come carcasse, persone con
le mani legate dietro la schiena lasciate al sole a morire per le ferite
riportate”, dice Daniel Howden, fondatore di Lighthouse Reports. “I vivi e i
morti accatastati gli uni sugli altri”.
Dal primo giorno il ministro dell’interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska
ha dichiarato che non c’era stato “nessun morto sul suolo spagnolo”. Mentiva,
come hanno sostenuto i sopravvissuti e come hanno dimostrato inchieste e
rapporti, l’ultimo dei quali pubblicato da Amnesty international il 13 dicembre.
Howden definisce Reconstructing the Melilla massacre un
esempio di accountability journalism: per far
sì che qualcuno in Spagna debba rendere conto di quello che è successo “abbiamo
cercato di tracciare una linea di demarcazione netta lungo il confine per
stabilire se le persone erano state schiacciate e picchiate a morte dal lato
marocchino o da quello spagnolo”.
Tra le vittime c’era Anwar, 27 anni, che aveva lasciato il Sudan nella
speranza di “migliorare le condizioni di vita” della sua famiglia, come
ha raccontato sua nipote ad Amnesty
international, e di aiutare la madre malata. Anwar è morto in territorio
spagnolo.
Ma a prescindere dall’impatto politico che questa e altre inchieste avranno
in Spagna, e a prescindere anche dalle gravissime responsabilità delle forze
marocchine, Howden ci tiene a sottolineare una cosa: “Anwar è morto per colpa
di un sistema creato a beneficio della Spagna. Il dispiegamento e le azioni
delle forze marocchine di quel giorno sono il prodotto di negoziati con le
autorità spagnole. I marocchini non hanno nessun interesse a impedire ai
richiedenti asilo africani di entrare a Melilla. E la Spagna riceve fondi
dall’Unione europea per finanziare le sue operazioni alla frontiera. Melilla è
una frontiera europea, le persone cercano una protezione nell’Ue, quindi questa
è una vicenda europea, indipendentemente dal fatto che le persone siano morte o
meno un metro oltre quella che di fatto è una linea arbitraria” (nonché un
retaggio del passato coloniale della Spagna, che rifiuta di restituire le due
enclave al Marocco).
La parola mancante
C’è un’altra bugia di Grande-Marlaska su cui occorre soffermarsi, perché
riflette uno slittamento linguistico e politico preoccupante a livello europeo.
Grande-Marlaska ha dichiarato a più riprese che a Melilla la guardia civíl si è
dovuta difendere da un “attacco violento”, versione smentita da un rapportopubblicato già a luglio
dall’Association marocaine des droits humains. Dopo la crisi al confine tra
Polonia e Bielorussia nel 2021, i discorsi di governi e istituzioni
europee sui migranti si sono ulteriormente induriti attraverso la scelta
deliberata di presentarli come “assalitori”, manipolati o meno da stati terzi.
Dopo i trafficanti e le ong, ora i governi europei includono tra i nemici da
combattere anche i profughi, e non lo fanno solo a parole. Nella proposta di
regolamento sulla fantomatica “strumentalizzazione della migrazione”, elaborata
dopo la crisi con la Bielorussia, la migrazione è stata associata – per la
prima volta in un testo legislativo – al termine “attacco”.
Se approvato, il regolamento permetterebbe di derogare al diritto d’asilo
in determinate circostanze e questo, per riprendere il titolo di un comunicato
firmato da oltre ottanta organizzazioni, sarebbe “il colpo di grazia per il sistema
europeo comune di asilo”. L’8 dicembre i ministri dell’interno europei riuniti
a Bruxelles non sono riusciti a trovare un accordo sulla proposta, che la
presidenza ceca sperava di far approvare entro la fine dell’anno. In un commento, l’European
council on refugees and exiles (Ecre) auspica che la proposta sia
ritirata, ma dipenderà dalle priorità della Svezia, prossimo stato a esercitare
la presidenza del consiglio.
Mentre “attacco” si fa strada nel lessico istituzionale, c’è una parola che
non si troverà mai nei discorsi e nei testi ufficiali sulle politiche
migratorie e d’asilo europee. Ma è la parola che collega l’uccisione di Anwar
al regolamento sulla strumentalizzazione, le bugie di Grande-Marlaska ai centri
di detenzione segreti in Bulgaria, Croazia e Ungheria al centro dell’ultima inchiesta
coordinata da Lighthouse Reports (in Italia è uscita su Domani). È la parola razzismo.
Come osserva la rete Picum (Platform for cooperation on
undocumented people), l’impegno espresso dall’Unione europea attraverso il
suo Piano di azione contro
il razzismo, lanciato nel 2020, si ferma dove cominciano le sue politiche migratorie e
d’asilo. I controlli esercitati sulla circolazione delle persone, spiega il
ricercatore Luke de Noronha, citato nell’analisi di
Picum, infatti “producono e riconfigurano distinzioni e gerarchie razziali
(anche se non formulate in termini razziali)”. In un recente commento
pubblicato su OpenDemocracy, la ricercatrice Iriann
Freemantle parla di “terrorismo razziale contemporaneo, volto a dissuadere i
migranti non solo dal muoversi fisicamente, ma anche dal desiderare una vita
migliore”.
Il contesto storico
Se le sue radici affondano nel passato coloniale europeo, il razzismo che oggi
si esprime nella violenza con cui l’Ue tratta persone originarie di alcuni
paesi va inquadrato nel suo contesto storico. Secondo il ricercatore Fabian
Georgi, “l’attuale recrudescenza del razzismo in Europa può essere interpretata
come una controreazione a una serie di sconfitte politiche” subite dalla destra
conservatrice. La prima è la diversificazione delle società europee “sul piano
etnico e culturale” rispetto agli anni novanta, diversificazione che è andata
di pari passo con l’affermarsi delle lotte antirazziste e la messa al bando
quasi unanime del razzismo “vecchio stile e diretto” degli anni ottanta. La
seconda sconfitta è stata la scelta – vissuta come un tradimento dalla destra –
di alcuni attori neoliberali di promuovere “una retorica nuova e meritocratica
sulla diversità e il multiculturalismo, sottolineando i benefici economici e
altri effetti positivi legati alla migrazione”.
La “lunga estate della migrazione”, come alcuni studiosi chiamano la “crisi
dei rifugiati” del 2015, ha accelerato questa controreazione e oggi, in un
contesto di crisi sociale ed economica, una parte sempre più ampia della
popolazione europea si riconosce nei programmi populisti della destra e
dell’estrema destra, in cui s’intersecano razzismo, autoritarismo e
nazionalismo ultraconservatore.
Il diritto d’asilo a pezzi
Eppure, diversamente da quanto succede negli Stati Uniti, “in Europa parlare di
razza e di uguaglianza spesso è considerato inopportuno”, osserva Howden. A
molti europei non piace ammetterlo, ma se a Melilla le persone sono picchiate e
uccise “e le loro storie ricevono così poca attenzione è per via della loro
provenienza e del colore della loro pelle”. Se il diritto d’asilo cade a pezzi
e il rispetto dei diritti fondamentali è diventato facoltativo agli occhi di
gran parte dei governi europei, è perché molti di quei leader si considerano
superiori ad Anwar. E ora che i profughi hanno la pelle più scura considerano
superato un quadro giuridico nato per proteggere dei profughi bianchi nel
secondo dopoguerra.
Il 14 dicembre, in un’intervista al settimanale belga Knack, la ministra
dell’ambiente delle Fiandre, Zuhal Demir, ha messo sullo stesso piano
richiedenti asilo e suini, dichiarando che nelle Fiandre non c’è posto né per i
primi né per i secondi. Da mesi il suo partito, la formazione nazionalista
N-Va, si contende il primo posto nei sondaggi con il partito di
estrema Vlaams Belang. Insieme raccolgono quasi il 48 per cento delle
preferenze nelle Fiandre.
È un esempio tra tanti dello sdoganamento di discorsi, pratiche e politiche
razziste in tutta l’Unione europea. Ma i movimenti di denuncia si moltiplicano
e sempre più spesso si alleano su scala transnazionale, come dimostra la
campagna “Unfair.
The Un refusal agency”, che il 9 e il 10 dicembre ha portato fino a
Ginevra le rivendicazioni di chi è intrappolato in Libia e negli altri paesi ai
quali l’Ue appalta le sue politiche di respingimento. Alle persone presenti
alla conferenza stampa, David Yambio,
portavoce di Refugees in Libya, si è rivolto con queste parole:
“Siamo pieni di storie da raccontare, pieni di incubi da scrollare via dai
nostri corpi. Ma voi, siete pronti ad accoglierli? Siete pronti a lottare per
un mondo migliore?”.
Si trova nel cuore del quartiere delle istituzioni europee a Bruxelles, al
numero 20 dell’avenue d’Auderghem, ma passa inosservato all’ombra dei palazzoni
che lo circondano. È l’ufficio locale di Frontex,
l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la cui sede centrale è
a Varsavia. La mattina di mercoledì 9 giugno 2021, i muri dell’edificio sono
stati cosparsi di pittura rosso sangue, la strada ribattezzata “avenue
meurtrière” (viale assassino) mentre dal balcone del primo piano due striscioni
annunciavano l’inizio di una nuova campagna: Abolish Frontex.
Lo stesso giorno azioni simili si sono svolte in
altre sette città: Vienna, Bologna, L’Aja, Ouida in Marocco, Berlino e Friburgo
in Germania, Las Palmas nella Gran Canaria.
Un’azione diretta semplice e tutto sommato innocua, sottolinea Stéphanie
Demblon, dell’organizzazione pacifista belga Agir pour la paix, che aderisce
alla campagna. “Non abbiamo nemmeno impedito alle persone di andare a
lavorare”, osserva. Ma per un’istituzione a lungo abituata a operare
indisturbata e nella più completa impunità, quell’azione è stata un affronto.
In un’email ai suoi
dipendenti inviata il giorno stesso ma divulgata da poco, il direttore Fabrice
Leggeri parla di un “attacco fisico contro il nostro ufficio”, giunto al
culmine di “mesi di discorsi di odio contro Frontex”, e assicura che gli autori
saranno denunciati alla giustizia belga. “Azioni come quella di oggi a
Bruxelles non sono in linea con i valori dell’Unione europea o lo stato di diritto
e non possono essere considerate un contributo al dibattito democratico”.
Scritte dal responsabile di un’agenzia accusata di respingimenti illegali e
mortali di richiedenti asilo, queste parole suonano come un affronto.
Su un punto, però, Leggeri ha ragione. Frontex è la più odiata delle
agenzie dell’Unione europea: nei suoi sedici anni di esistenza, è stata
accusata di violazioni di diritti fondamentali così tante volte da fare
concorrenza al primo ministro ungherese Viktor Orbán. Con la differenza che, essendo
eletto, Orbán può far valere una sua legittimità.
“Le agenzie dell’Ue sono organi
diversi dalle istituzioni europee – sono infatti entità giuridiche separate,
istituite per eseguire compiti specifici in base al diritto dell’Ue”, si legge
sul sito ufficiale dell’Unione
europea. Frontex fa parte delle cosiddette agenzie decentrate, istituite a
tempo indeterminato per fornire “alle istituzioni e ai paesi dell’Ue conoscenze
specializzate in molteplici campi”, lavorando “su questioni e problemi che
hanno un impatto sulla vita quotidiana dei 500 milioni di cittadini dell’Ue”. È
inserita tra le agenzie che si occupano di “giustizia e affari interni”, come
Europol, quest’ultima incaricata di aiutare “le autorità nazionali a
contrastare le forme gravi di criminalità internazionale e il terrorismo”.
Frontex invece “aiuta i paesi dell’Ue e i paesi associati alla zona Schengen a
gestire le loro frontiere esterne. Contribuisce anche ad armonizzare i
controlli alle frontiere in tutta l’Ue”.
Il sito non è aggiornato. Si legge che Frontex impiega 315 dipendenti e ha
un bilancio annuo di 250 milioni, ma sono numeri che risalgono al 2016, l’anno
in cui i finanziamenti all’agenzia si sono impennati in seguito alla crisi del
sistema europeo di accoglienza. Nel 2021 Frontex, con i suoi 1.500 dipendenti,
ha potuto contare su un bilancio di 543 milioni di euro. Altri 140 milioni sono
stati stanziati per la costruzione della nuova sede dell’agenzia a
Varsavia, che dovrebbe essere inaugurata nel 2026 e permetterà di accogliere
duemila nuovi dipendenti. Per fare un confronto, nel 2021 Europol ha ricevuto
123,7 milioni di euro per 1.300 impiegati.
Ora, mentre l’utilità di un’agenzia come Europol può capirsi (anche se
molti criticano il modo in cui svolge il suo mandato, come ha fatto di recente
l’organizzazione European digital rights), nel caso di Frontex è la sua stessa
esistenza a essere problematica. Delle 39 agenzie decentralizzate dell’Ue, non
solo è la principale avversaria dei cittadini extraeuropei, ma è anche la più
inutile per i cittadini europei. Quale beneficio traiamo dal dispiegamento
sempre maggiore di guardie e mezzi impegnati a respingere, anche a costo di
farle morire, delle persone che cercano rifugio sul nostro territorio? Nessuno.
In Europa a beneficiare dell’operato di Frontex sono solo quei partiti e
governi che presentano l’immigrazione come una minaccia alla sicurezza per
potersi ergere a difensori degli elettori, e quelle aziende che lucrano sulla
crescente militarizzazione delle frontiere (un settore al quale il Corporate
Europe observatory ha dedicato un rapporto nel febbraio del
2021). E questi benefici sono legati alle morti e alle sofferenze causate ai
confini esterni dell’Unione dalle politiche incarnate da Frontex.
Quando le chiedo come è nata la campagna, Stéphanie Demblon mi spiega che
“la rabbia a un certo punto diventa insopportabile”: “Ti svegli la notte e ti
chiedi ‘Che possiamo fare?’. È cominciata così, con un incontro tra alcune e
alcuni di noi, per capire cosa fosse già stato fatto contro Frontex, cosa
mancava, cosa potevamo fare per mettere insieme tutte queste realtà”.
Abolish Frontex è una rete autonoma di persone, gruppi e
organizzazioni attive in campi diversi, dalle ong che operano salvataggi in mare ai
collettivi presenti alle frontiere, passando per associazioni di giuristi,
centri di ricerca come Statewatch, Stop Wapenhandel e Transnational
institute e gruppi antirazzisti. Per tutti loro l’agenzia “è
solo la punta dell’iceberg”, spiega Demblon. “Se domani la Commissione dovesse
chiudere Frontex, questo non risolverebbe il problema delle politiche
migratorie europee. Per noi quindi era importante ampliare le nostre rivendicazioni, chiedere anche la
chiusura dei centri di detenzione per persone straniere, la fine delle
espulsioni, la regolarizzazione e la libertà di circolazione per tutte e tutti,
denunciare insomma tutto ciò che nasce dal cosiddetto regime di frontiera
europeo”. Si tratta di un’iniziativa decentralizzata: “Dal momento in cui ci si
riconosce nelle rivendicazioni, chiunque può organizzare quello che vuole in
nome della campagna”, spiega Demblon. A Bruxelles Abolish Frontex era tra gli
organizzatori del raduno di sostegno a
Mimmo Lucano che si è tenuto davanti all’ambasciata italiana il 20 ottobre (qui il testo della
lettera consegnato alle autorità italiane in quell’occasione).
Commentando l’email di Leggeri, Stéphanie Demblon la definisce
“impagabile”: “Il principio dell’azione diretta è esattamente questo, è un modo
per provocare un confronto. Si tratta di opporre un discorso radicale a
un’istituzione per ottenere una reazione, perché senza reazione non succederà
nulla. Bisogna rendere visibile ciò che preferisce restare nell’ombra. Per
questo il lavoro d’inchiesta di tanti giornalisti è essenziale: permette di
ottenere delle immagini e di contestualizzare il senso di quelle immagini. Le
azioni di Frontex non si possono più negare. Sono più di quindici anni che
l’agenzia esiste e che le ong dicono che bisogna sbarazzarsene, ma il messaggio
non riusciva a passare. Dieci anni fa si parlava molto dei voli di rimpatrio
coordinati da Frontex, criticati perché erano voli militari e non c’erano
osservatori a bordo. Ma non esistevano prove di quello che accadeva su quei
voli, era la parola delle persone espulse, di attivisti e militanti, contro la
versione ufficiale”.
Frontex ha continuato ad approfittare di questa situazione per anni,
ignorando le critiche dei mediatori
europei e contando sull’appoggio incondizionato di Commissione e stati
membri. Le cose hanno cominciato a cambiare con il diffondersi di immagini e
video fatti da chi tentava di raggiungere l’Europa. “Non bastava dire che le
persone arrivate in Grecia erano state messe su dei gommoni e rispedite in
Turchia, bisognava mostrarlo”. È successo nell’ottobre del 2020, grazie
all’inchiesta “Frontex at fault”, frutto del lavoro di una rete
di testate. “Senza quelle immagini, la Commissione e il parlamento europeo non
si sarebbero interessati alla vicenda. E il fatto che i politici non possano
più evitare di affrontare la questione in pubblico è un enorme passo avanti”,
commenta Demblon.
Frontex è finita sotto i riflettori e, con buona pace di Leggeri, non ne
uscirà tanto facilmente. Le inchieste sul suo operato si moltiplicano,
giornalistiche ma anche istituzionali (dopo le conclusioni del parlamento europeo e della Corte dei conti
europea, si aspettano quelle dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode, che ha
aperto un’indagine alla fine del 2020). Sul fronte legale due denunce sono state
presentate alla Corte penale internazionale nel 2018 e 2019, altre due alla Corte di giustizia
europea nel 2021.
Università responsabili
Tutte queste iniziative aumentano la pressione non solo sull’agenzia, ma anche
su chi accetta di collaborare alle sue attività. Come si legge sul sito di
Abolish Frontex, è il caso di parte del mondo accademico europeo. Oltre
alle sei università che propongono un
master creato da Frontex, lo European joint master in border management, altri
atenei collaborano sul fronte della ricerca. Il 20 ottobre Luca Rondi ha
pubblicato su Altreconomia un’inchiesta intitolata “Il Politecnico di
Torino a fianco di Frontex”, criticando la decisione dell’ateneo italiano di
produrre servizi cartografici “per supportare le attività” dell’agenzia.
“Attività che spesso”, scrive Rondi, “si traducono nella violazione sistematica
del diritto d’asilo lungo i confini marittimi e terrestri europei. Nonostante
questo, fonti del Politecnico fanno sapere di ‘non essere a conoscenza
dell’utilizzo dei dati e dei servizi prodotti’”.
Il 24 ottobre, sempre su Altreconomia, il professore Michele Lancione si è dissociato
pubblicamente dall’accordo siglato tra il suo dipartimento al Politecnico di Torino
(Dipartimento interateneo di scienze, progetto e politiche del territorio) e
Frontex. Come mi ha spiegato Lancione, quello firmato nel quadro di un bando da
quattro milioni di euro è un contratto di committenza, non di ricerca: “Nel
secondo caso, un ricercatore singolo è libero di fare quello che vuole, e se ne
prende la propria responsabilità morale, politica e scientifica. Nel primo
caso, una collettività decide di offrire un servizio, di rispondere a una
committenza e, così facendo, di associarsi al committente su molteplici
livelli: di operato, di immagine e di opportunità. Il contratto in questione è
problematico perché non lascia, per definizione, spazio al lavoro fondamentale
della ricerca, che è un lavoro di critica e di avanzamento del sapere. Qui si
tratta d’altro. Frontex chiede un servizio, noi lo forniamo e, così facendo,
offriamo all’agenzia l’opportunità di ripulirsi l’immagine. L’operazione
culturale in atto valida Frontex, ed è quindi pericolosissima”.
Dal giorno della pubblicazione della sua lettera, racconta Lancione, “il
Politecnico ha scelto la linea del silenzio. I miei colleghi non hanno preso
posizioni pubbliche, a volte per motivi che comprendo e accetto (legati a
posizioni di precariato), in altri casi preferendo percorsi e dibattiti interni
alle mura del dipartimento, nei quali però non si prende una posizione chiara e
univoca su Frontex. Studenti e sindacalisti si stanno organizzando. L’idea è
non solo di cancellare questo accordo, ma di creare un precedente, di dare un
esempio: in Italia non accettiamo che le nostre università lavorino con
Frontex”.
Un “appello alle università e ai centri di ricerca italiani ed europei a
non legittimare l’apparato violento, repressivo, espulsivo e razzializzante
dell’Unione europea” è stato lanciato il 28 ottobre dal sito della
campagna LasciateCIEntrare. Servirebbe una mappa di
tutti gli atenei dell’Ue che, come il Politecnico, hanno partecipato a bandi
che prevedono una collaborazione con Frontex. Sono informazioni d’interesse
pubblico, soprattutto per chi in quelle università studia e lavora.
La lettera di Lancione è stata ripresa e tradotta sul sito di Abolish
Frontex. “Rispetto alle aziende private, le università devono giustificare le loro
scelte di fronte agli studenti e agli altri atenei con cui collaborano”,
commenta Demblon.
Ogni atto di resistenza conta, conclude l’attivista. “La cosa fondamentale
è far sì che Frontex non esca più dall’attualità”. E a chi obietta che il nome
della campagna è idealista, risponde: “Può darsi, ma è un traguardo che
dobbiamo immaginare se vogliamo che l’Unione europea riconosca gli stessi
diritti e la stessa dignità a tutte e tutti”.
L’11 novembre Agir pour la paix organizza a Bruxelles
un “lobby tour” dedicato al rapporto tra industria delle armi e
politiche migratorie europee.
Quando nell’estate del 2015 Bassel è fuggito dalla Siria, ha potuto portare
con sé la sua musica ma non Stella. Provare a raggiungere clandestinamente
l’Europa con un cane non era pensabile. Così l’ha lasciata a Damasco, in balia
dei bombardamenti che la terrorizzavano, ed è partito con altri quattro amici.
Aveva diciott’anni e cinquanta cd di musica composta da lui nello zaino. Tre
giorni prima della partenza era riuscito a pubblicare il suo primo album. “Non
volevo andarmene senza qualcosa in mano”, mi spiega. “Non puoi presentarti da
qualche parte e dire ‘Ciao, sono un artista’. Devi avere qualcosa da mostrare.
Tanto più se vieni dalla Siria”.
Se cercate in rete dei video di Bassel Abou Fakher, lo troverete quasi sempre con un
violoncello tra le braccia. Da piccolo, però, Bassel voleva studiare il
clarinetto. “Avevo sette anni e ammiravo tantissimo un bambino più grande di
me, Nabil, il figlio di una collega di mia madre. Correva più veloce di me e
suonava il clarinetto. I miei genitori però mi dissero: ‘Perché non impari a
suonare il violoncello? È più bello’”. Sua sorella Yara studiava già il
violino. “I miei hanno sempre lavorato tantissimo per pagare l’affitto, per
farci studiare, poi per mandarci in Europa durante la guerra. Per alcuni anni
hanno avuto due lavori ciascuno. Mia zia stava a casa e si prendeva cura di
noi”, racconta.
Dopo la scuola il padre lo accompagnava ogni giorno all’accademia di
musica. “Studiavo due, tre ore al giorno, ma non ero molto portato per il
violoncello. La verità è che non sono mai stato un vero violoncellista e l’ho
sempre saputo”. Con altrettanta sicurezza Bassel sa di voler produrre musica.
“Ho sempre voluto fare album. Quand’ero a Damasco non sapevo che si dice
‘produrre’, ma è quello che ho fatto: ho trovato i musicisti, ho scritto la
musica, ho pensato alla copertina del disco, ho guidato tutto il processo”.
Quel primo album (disponibile in rete) s’intitolava Qotob, come il gruppo, formato da Bassel al
violoncello, Maher Khoddor allo zither, Michael Khayat alle percussioni e Milad
Khawam alla tromba.
Qualcosa in mano
A renderne possibile l’uscita era stato un incontro casuale. “A Damasco c’era
un piccolo locale frequentato solo da musicisti e artisti. Si chiamava… ”.
Bassel si sforza di riportare alla memoria il nome, poi rinuncia e riprende il
racconto: “Una volta entrò un tizio africano e si mise a suonare il basso. Era
pazzesco. E dato che in Siria non ci sono molti africani, vederlo suonare fu
come avere la più grande star di un club di jazz newyorchese che si esibiva
solo per noi. Eravamo tutti senza parole. Gli parlai del mio progetto, del
fatto che ci servivano settecento dollari, e Alphonse decise di aiutarci”.
Alphonse Munyaneza è un funzionario ruandese dell’Alto commissariato delle
Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ma è anche un musicista e un ex
rifugiato. È una delle persone che più hanno sostenuto l’esordio del
gruppo Sierra Leone’s Refugee All Stars, raccontato nell’omonimo documentario del 2005. Dieci anni dopo, Munyaneza ha permesso
a Bassel di realizzare il suo sogno e cercare rifugio in Europa “con qualcosa
in mano”.
Del viaggio che l’ha portato da Damasco fino a un campo per richiedenti
asilo vicino alla città belga di Hasselt non parliamo, perché “tanto tutti
sanno cosa succede in quei viaggi” taglia corto Bassel. E poi quel viaggio
Bassel lo ha raccontato in un libro per bambini, Saving Stella,
pubblicato dalla casa editrice britannica Bloomsbury nel novembre del 2020.
Anche il libro è frutto di un incontro casuale, virtuale però. Dopo il suo
arrivo in Belgio, Bassel ha lasciato rapidamente il campo di Hasselt e si è
trasferito a Bruxelles, ospite di una famiglia belga che lo ha aiutato a far arrivare
Stella nella capitale. La storia del viaggio di Stella – in taxi da Damasco a
Beirut, poi su un volo da Beirut a Bruxelles – è stata ripresa da alcuni siti
per cinofili, arrivando fino a Deborah Blumenthal, autrice statunitense di
libri per l’infanzia. Blumenthal ha contattato Bassel proponendogli di
pubblicare un libro insieme.
“Quando Deborah mi ha contattato
avevo vent’anni ed ero in un periodo di grande incertezza. Avevo paura, dovevo
trovare un lavoro, pagare l’affitto. Sono stato piuttosto brusco e le ho detto:
‘Per me va bene, ma non voglio mentire a nessuno, nemmeno ai bambini’”. Nel
libro, consigliato per bimbe e bimbi tra i cinque e i sette anni, l’arrivo in
Belgio è raccontato così: “Ma Bassel non era ancora libero. È stato rinchiuso
in un campo per rifugiati come un prigioniero”. La vera accoglienza, spiega
Bassel al suo giovane pubblico, non è quella istituzionale, è quella di
cittadine e cittadini che respingono le politiche disumanizzanti dei loro
governi. Il centro profughi di Moria, in Grecia, non era che la variante più
estrema di un modello di pseudo-accoglienza punitivo e sempre più privatizzato
(come ricorda la rivista belga Alter Échos in un recente articolo sul centro di Jalhay, in provincia di Liegi).
Bassel ha raccontato la sua storia a Deborah nel corso di lunghe
conversazioni telefoniche. Poi per un po’ non l’ha più sentita. Bloomsbury
voleva che a illustrare il libro fosse una persona siriana. La scelta è caduta
sulla scrittrice e illustratrice Nadine Kaadan, che ha lasciato la Siria nel
2012 e oggi vive a Londra. Bassel non era sicuro di riconoscersi nelle parole
di Deborah, ma “quando si è rifatta viva e mi ha mandato il testo”, dice, “non
ho voluto cambiare niente”.
Restare di sasso
Oggi Bassel convive con i ricordi della sua fuga dalla Siria e dei primi tempi
in Europa, che lo assalgono, improvvisi. “Sul momento non pensi al senso di
quello che ti sta accadendo. Sei impaurito, l’unica cosa che vuoi è raggiungere
il traguardo. Poi, quando arrivi, è uno shock. Ti buttano in un campo, ti
trattano peggio di un cane”. Con il passare del tempo lo shock si supera, ma il
suo effetto, “il suo rilascio” dice Bassel, continua. “A volte, mentre cammino
per strada, capita che di colpo qualcosa mi attraversi la testa e rimango di
sasso, mi chiedo se è davvero successo. Ho cominciato a scrivere questi
ricordi”. Quando si confronta con i suoi amici a Bruxelles per capire se quello
che ha dovuto affrontare è normale, Bassel si rende conto che il sistema “è uno
schifo”.
È assurdo, dice per farmi un esempio, che siano criminalizzate le persone
alla guida delle imbarcazioni di fortuna che tentano la traversata del
Mediterraneo. “Non sono loro i veri trafficanti”, osserva. “Spesso sono persone
in fuga dalla guerra come gli altri”. I governi e le istituzioni europee la
pensano diversamente. Il 23 aprile 2021 K.S., un giovane siriano arrivato
in Grecia con la moglie e i tre figli a marzo del 2020, è stato condannato a cinquantadue anni di carcere e 242mila euro di multa da un
tribunale di Lesbo per “ingresso illegale” e “favoreggiamento di ingresso
illegale”.
Bassel mi parla poi del villaggio serbo dove ha pagato venticinque euro per
caricare il telefono per dieci minuti: “Alcuni abitanti del posto avevano
installato delle catene di ciabatte elettriche lunghe dieci metri”. Gli stati
europei, impedendo alle persone di raggiungere i loro territori in modo sicuro
e legale, hanno creato un mercato nero della circolazione tanto lucroso quanto
pericoloso. “Ho pagato circa seimila euro per venire qui, e sono partito con
quattro persone che hanno pagato quanto me. Mia sorella è partita con altre
quattro persone, hanno seguito una rotta diversa e ognuna ha pagato 8.500 euro.
Fai il calcolo, sono circa 70mila euro. È una somma pazzesca. Certo, con
seimila euro mi sono salvato la vita, ma dove sono finiti quei soldi? In tasca
a un sistema corrotto, e tutto questo succede davanti ai nostri occhi”.
Un sistema diverso
Bassel fa una pausa. Nel luminoso salotto dove mi ha accolta, una forma morbida
e bianca si staglia sul parquet chiaro: Stella che riposa. Il tono di Bassel
invece rimane cupo. “Immaginiamo un sistema diverso, un programma che permetta
alle persone di venire qui con un visto, anche a pagamento. Lo pago seimila
euro, ma una volta qui mi dai un appartamento, non m’importa se è nel bel mezzo
del nulla, però mi dai una casa, un corso di lingua, e dopo un po’ mi dai la
possibilità di inserirmi nella società, di contribuire, di pagare le tasse,
tutto quello che i governi occidentali vogliono da noi”.
Ascoltandolo penso che siamo abituati a leggere le storie di chi rischia la
vita per raggiungere l’Europa, meno ad ascoltarne le rivendicazioni e la rabbia
suscitata dalla nostra non accoglienza. Alla prima edizione del Forum sociale europeo
sulla migrazione, che si è tenuto dal 15 al 26 marzo 2021, una
delle conclusioni del laboratorio sull’accoglienza solidale è stata questa:
“Le persone migranti e rifugiate devono essere considerate attori politici e
non solo oggetti beneficiari. Sono portatrici e attrici di diritti. Sono anche
la chiave del loro futuro”.
Chiedo a Bassel cosa pensa della decisione della Danimarca di cominciare a rimpatriare delle
persone siriane, sostenendo che Damasco e i suoi dintorni sono zone sicure.
“Chi prende questo tipo di decisioni è sostenuto da chi l’ha votato. Il
problema non sono i governi, sono gli elettori. La Siria è diventata come
l’Afghanistan. Leggi i titoli dei giornali, guardi i notiziari e sembra tutto
‘normale’”. La madre e la sorella di Bassel sono riuscite a lasciare il paese,
ma il padre è rimasto a Damasco: “Laggiù c’è il caos, un caos controllato dalle
bande di Assad e dal suo esercito. Mancano gas ed elettricità, manca il cibo,
tutto è carissimo. Le infrastrutture sono sparite, le persone soffrono per
sopravvivere. Una situazione da post guerra civile”.
Torniamo a parlare di musica e Bassel si rasserena. A Bruxelles ha
inizialmente dato vita a una nuova versione del progetto Qotob con i musicisti
belgi Jean-Baptiste Delneuville al pianoforte e Piet Maris alla fisarmonica,
pubblicando l’album Entity nel
2017. Ora Bassel ha deciso di concentrarsi sulla produzione musicale e sulle
collaborazioni, forte della sua formazione classica e dell’entusiasmo con cui
ha imparato a usare i programmi di registrazione, mixaggio ed editing. Ha
collaborato agli ultimi due album del duo statunitense A winged victory for the sullen e sta ora lavorando al secondo album
del suo progetto solista, Linear Minds, che uscirà a giugno (il primo, Rosemary Water, è del 2020). “È un
concept album nato da una collaborazione con il birrificio Brussels Beer
Project, una loro iniziativa”, spiega, poi aggiunge: “È stata una delle prime
volte che qualcuno mi ha contattato in quanto artista e non ‘artista
rifugiato’”. Sorride. Un altro traguardo raggiunto.
Saving Stella si chiude su queste parole: “Come
Bassel, Stella ha due vite. Allora e adesso. Una è perduta, l’altra è trovata”.
Uno dei primi articoli che ho scritto dopo il mio arrivo in Belgio, nel
2009, nasceva dall’incontro con una donna eccezionale quanto il suo nome:
Olinda Slongo. Prima di incontrarla avevo scoperto, visitando una mostra
sull’immigrazione, il suo libro di memorieEt elle a voulu sa part, cette
roche obscure (Éditions du Cérisier 1999). Nel 1947, incinta di
otto mesi, Olinda aveva raggiunto in Belgio il marito Eugenio, partito per
lavorare in miniera (un migrante economico, diremmo oggi). Eugenio si era
ammalato poco dopo di tubercolosi e silicosi, e Olinda, con il suo lavoro nella
fabbrica di armi Fn Herstal, era diventata l’unico sostegno della famiglia,
permettendo ai due figli di continuare a studiare.
Quando andavo a trovarla a Herstal, in provincia di Liegi, nella casetta
operaia dove abitava dal 1956, Olinda mi parlava in un italiano d’altri tempi,
inframmezzato di parole francesi e modulato dalla sua cadenza settentrionale
(lei e il marito erano originari di Anzaven e Montebello, due frazioni di
Cesiomaggiore, nelle Prealpi bellunesi).
Olinda era una donna robusta e sorridente. Aveva una voce roca e pacata, il
gusto del racconto e della compagnia, e una forza di volontà granitica che
traspariva ancora, nonostante gli anni. Aveva deciso di scrivere le sue memorie
in francese per i tre nipoti, che erano belgi e non parlavano italiano. È morta
nel 2013, e uno dei miei grandi rimpianti è aver perso, in una di quelle
operazioni informatiche di cui mi sfugge il pieno controllo, le registrazioni
delle nostre lunghe chiacchierate.
Cittadini di seconda categoria
Olinda mi è tornata in mente ora che in Italia si ricomincia a discutere
di riforma della cittadinanza. Ogni volta che se ne parla (ovvero,
secondo Lucia Ghebreghiorges, ogni volta che a un politico fa comodo
tirare fuori “una carta d’identità in cui c’è scritto progressisti”), penso a
quanto in Belgio la storia della riforma della cittadinanza sia indissociabile
da quella dell’immigrazione italiana, indissociabile dalla vita di Olinda,
della sua famiglia e di innumerevoli famiglie coma la sua. Qui, fino a pochi
decenni fa, gli italiani erano considerati cittadini di seconda categoria, ed è
proprio per aprirsi a quei giovani figli e nipoti di immigrati (definiti in
un servizio televisivo del 1985 dei “mutanti” – non più italiani,
non ancora belgi) che negli anni ottanta si decise di semplificare le procedure
per l’acquisizione della cittadinanza.
Un primo esperimento il Belgio lo aveva fatto già all’inizio del novecento,
inserendo nel suo ordinamento giuridico lo ius soli temperato
accanto allo ius sanguinis. La legge, approvata
nel 1909, concedeva automaticamente la nazionalità belga, al compimento dei
ventidue anni, alle persone nate in Belgio da almeno un genitore nato a sua
volta in Belgio o residente nel paese da almeno dieci anni. La riforma non sopravvisse
alla prima guerra mondiale e al suo strascico di xenofobia e nazionalismo. Nel
1922 il parlamento mise fine a un sistema giudicato troppo liberale, ribadì la
centralità dello ius sanguinis e introdusse il
concetto di “idoneità” come condizione necessaria per ottenere la cittadinanza:
“Affinché lo straniero diventi belga, deve aver dato prova di assimilazione
alla nostra vita nazionale, di attaccamento al Belgio, ai suoi costumi e alle
sue istituzioni” (concetto tornato alla moda in tempi più recenti, e non solo
in Belgio).
L’emigrazione verso il Belgio degli italiani in cerca di lavoro cominciò
alla fine all’ottocento, aumentò tra le due guerre mondiali ed esplose nel
secondo dopoguerra, continuando anche dopo la catastrofe del 1956 nella miniera
di Marcinelle, in cui persero la vita 136 minatori italiani. Poi, negli anni
settanta, ci si rese conto di due cose. “Innanzitutto”, spiega Andrea Rea,
docente di sociologia all’Université libre de Bruxelles, “che gli immigrati non
sarebbero tornati nei loro paesi di origine ma sarebbero rimasti in Belgio con
le loro famiglie. E in secondo luogo che c’era un problema di integrazione”.
Una prima proposta di riforma della legge sulla cittadinanza fu presentata
nel 1971, ma ci vollero tredici anni prima che il nuovo Codice della
nazionalità venisse approvato, portando due grandi novità. La prima riguardava
lo ius sanguinis, che fino ad allora si applicava solo ai
figli di padri belgi (retaggio patriarcale che ancora resiste in venticinque stati del mondo). Con la riforma del 1984,
in Belgio anche le madri poterono trasmettere la cittadinanza attraverso
lo ius sanguinis. Fu poi adottato il cosiddetto
doppio ius soli: diventavano belgi i figli di genitori
stranieri se almeno uno dei due genitori era nato in Belgio e se i genitori
presentavano una dichiarazione. Grazie a queste due novità, nella notte tra il
31 dicembre 1984 e il 1 gennaio 1985 circa 75mila persone diventarono belghe
(il 10 per cento della popolazione straniera dell’epoca). Molte di loro erano
giovani figli o nipoti di immigrati italiani.
Frenare e promuovere
“Il Codice della nazionalità era il versante positivo di un pacchetto di
riforme sull’immigrazione promosso da un governo formato da liberali e
socialdemocratici”, spiega Rea. “L’idea era: freniamo la nuova immigrazione ma
promuoviamo l’integrazione degli immigrati ormai stabiliti in Belgio. La
riforma passò senza troppe resistenze perché fu accompagnata da altre due
novità che invece limitavano i flussi migratori. La prima fu l’avvio di una
politica di rimpatri per incoraggiare le persone a tornare nei loro paesi di
origine. Non fu molto efficace, dato che solo 250 persone accettarono di partire.
La seconda misura era che in alcune circoscrizioni con una forte presenza di
immigrati diventò possibile rifiutare l’iscrizione di un cittadino straniero”.
Il Codice della nazionalità, inoltre, non prevedeva nessuna apertura verso le
cosiddette seconde generazioni. Il Belgio aveva fatto dei passi avanti, ma non
erano sufficienti.
Nel maggio del 1991 scoppiarono “les émeutes de Forest”: i giovani di questo
quartiere popolare di Bruxelles si rivoltarono dopo un ennesimo controllo di
polizia finito male. “Erano stufi del razzismo, delle discriminazioni e dei
discorsi vuoti sull’integrazione”, afferma Rea, “anche perché i giovani di
origine marocchina e turca, figli di un’immigrazione più recente, non avevano
beneficiato della riforma del 1984”. Nel 1991 venne quindi approvata una nuova
legge, che oltre a rendere automatico il doppio ius soli (non
serviva più una dichiarazione dei genitori, la nazionalità era acquisita alla
nascita), introduceva lo ius soli temperato
anche per le seconde generazioni. “La riforma del 1991 cambiò profondamente le
circoscrizioni con una grande popolazione di origine straniera, che in alcuni
casi passò dal 57 per cento al 34 per cento”, osserva Rea.
Il Belgio ha portato avanti questo approccio inclusivo alla cittadinanza
approvando una legge, nel 2000, che semplificava le procedure per la
naturalizzazione. Da una decina d’anni, con l’affermarsi dei partiti
nazionalisti nelle Fiandre e della lotta al terrorismo, il vento è cambiato.
Oggi è più difficile accedere alla naturalizzazione e più facile essere privati
della cittadinanza belga se si infrange la legge. C’è anche qualche nostalgico
che sogna un ritorno allo ius sanguinis esclusivo.
Riguardo allo ius soli, come sottolinea Rea “è
una condizione necessaria ma non sufficiente per l’integrazione”. Anche se in
Belgio i giovani con una storia familiare di immigrazione non devono più
lottare per una riforma della cittadinanza, continuano a battersi contro
le discriminazioni e il razzismo strutturali, contro i controlli violenti da parte della polizia, contro
un sistema scolastico che produce disuguaglianza più che in molti
altri paesi europei.
L’Italia di oggi ricorda il Belgio di cinquant’anni fa. È un paese dove i
figli di immigrati ormai hanno figli, e le vite di entrambe le categorie, come
ha scritto il movimento Italiani senza cittadinanza nel suo appello al governo Draghi, “restano impantanate per legge”. E la legge,
impantanata nel passato, deve cambiare.
L’Olocausto
ignoto: il Congo belga - Nunzia
Augeri
Gli ottimisti
parlano di tre milioni di vittime, i calcoli più pessimistici arrivano a
contare dieci milioni di uomini, donne, bambini schiavizzati, mutilati,
assassinati brutalmente. No, non si tratta dell’Olocausto che straziò l’Europa
dominata dal nazismo germanico, ma di un Olocausto ignorato, tuttora taciuto
sui libri di storia. Si svolse nelle terre africane che gli europei avevano
denominato Congo, ad opera dei belgi, e più precisamente per volere di quel
re Leopoldo II il cui monumento troneggia nel centro di
Bruxelles.
Tutto
comincia con un modesto impiegato, Edmund Morel, dipendente di una compagnia di
navigazione inglese. È un giovanotto di circa 25 anni quando nel 1898 viene
distaccato presso gli uffici della Compagnia al porto di Anversa, in Belgio. Ovviamente
interessato al traffico marittimo, comincia a notare un fatto strano: le navi
belghe tornavano dal Congo cariche di merci preziose, soprattutto avorio,
allora merce di lusso assai apprezzata e costosa, e di caucciù, già molto
necessario alle nascenti industrie – assai promettenti – dei velocipedi e delle
automobili, per le ruote dei veicoli. Quando ripartivano per l’Africa però le
navi non portavano altro carico che armi e materiale militare. Il giovane Morel
si domanda le ragioni di quello scambio così diseguale e
comincia a indagare. Il modesto impiegato inglese non sembra un eroe destinato
ad ergersi in difesa dei grandi ideali, ma quella indagine doveva diventare la
sua occupazione preminente e doveva permettergli di portare alla luce uno dei più
grandi disastri umani del colonialismo europeo: perché la conclusione tanto
logica quanto terribile fu che quelle merci erano frutto di lavoro
schiavistico.
Si tratta,
come abbiamo accennato, del Congo belga. Il Belgio era il penultimo arrivato
fra i paesi indipendenti d’Europa (ultima sarà l’Italia); aveva infatti
conquistato la propria indipendenza nel 1830 e i cittadini belgi avevano scelto
come re un principe tedesco, Leopoldo di Sassonia Coburgo Gotha, imparentato
con la casa reale d’Inghilterra (era zio materno della regina Vittoria), che
prese il nome di Leopoldo I. Nel 1835 era nato l’erede al trono, cui fu posto
lo stesso nome. Il giovane principe Leopoldo non si dimostrava particolarmente
brillante negli studi e aveva un unico grande interesse: la geografia. Appena
uscito dall’adolescenza, perfettamente in tono col suo tempo, cominciò a
ricercare territori coloniali su cui estendere la sovranità del suo piccolo
regno. Dopo qualche tentativo fallito in Asia, si rese conto che gli unici
territori su cui poteva sperare di lanciarsi erano in Africa.
I rapporti
fra africani ed europei si erano limitati alle zone costiere, dove per secoli
le navi avevano imbarcato soprattutto schiavi. Ma nel XIX secolo la schiavitù
cominciava ad avere pessima fama, perché non più funzionale a un capitalismo in
sviluppo industriale che aveva ormai bisogno di manodopera di natura diversa:
la guerra negli Stati Uniti era finita nel 1865 con l’abolizione della
schiavitù, e vari paesi latinoamericani scuotendosi di dosso il dominio
spagnolo avevano proclamato l’indipendenza e la libertà dei popoli autoctoni.
In Europa si era diffusa una tesi, accolta acriticamente, per cui il commercio
di schiavi era opera di mercanti arabi, mentre gli europei andavano in Africa
solo con il nobile scopo di portare la civiltà ed evangelizzare le popolazioni
selvagge.
Ormai verso
la fine del XIX secolo più che gli schiavi interessavano le materie prime di
cui i continenti extraeuropei erano ricchi, e di cui il nascente capitalismo
industriale aveva bisogno per il proprio sviluppo. Eroici esploratori si
lanciarono alla scoperta dell’interno del continente africano: fra questi era
diventato notissimo l’americano Henry Morton Stanley, in origine
giornalista, che nel 1871 aveva ritrovato l’esploratore e missionario David
Livingstone ancora vivo in un villaggio dell’interno. L’incontro con il giovane
Leopoldo, diventato re nel 1865, e il grande esploratore Stanley avvenne nel
1878, e fu l’inizio di un’avventura portata avanti con grande abilità politica
da parte di Leopoldo II e con grande coraggio e perseveranza da parte di
Stanley.
L’esploratore
aveva indicato la zone del fiume Congo come possibile territorio da esplorare:
il Congo, che sfocia nell’oceano Atlantico, è lungo 4.700 chilometri, ha la larghezza
massima di 126 chilometri e un bacino enorme di 3.730.500 chilometri quadrati,
che è il secondo al mondo dopo quello del Rio delle Amazzoni. Il clima è
tropicale e grandissime le ricchezze naturali.
Mentre
Stanley risaliva il fiume affrontando enormi difficoltà, Leopoldo II si muoveva
abilmente sullo scenario politico europeo e statunitense: nel 1876 organizzò
una Conferenza geografica, preparata dal re personalmente presso le corti di
Gran Bretagna e Germania. Vi furono invitati principi, esploratori, geografi,
missionari, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie antischiavistiche,
uomini d’affari, alte gerarchie militari; tutti ospitati principescamente a
Bruxelles, proclamarono la nascita di una Associazione Internazionale
Africana, “per aprire alla civiltà la parte del globo dove essa non è
ancora penetrata, per bucare le tenebre che ancora avvolgono interi popoli”,
come disse Leopoldo nel suo discorso di benvenuto agli ospiti. Scopi
dell’Associazione erano “l’apertura di strade verso l’interno e la creazione di
basi scientifiche, di ospitalità e di pacificazione per abolire la tratta degli
schiavi”. La schiavitù era già stata abolita con diversi accordi internazionali
già dalla metà del secolo. Malgrado ciò, l’azione svolta con questa Associazione
conferì al re del Belgio un’aura umanitaria che per molti anni
lo favorì di fronte all’opinione pubblica sia in Europa che negli Stati Uniti;
qui, promuovendo un’efficace opera di lobby, egli si assicurò la benevolenza
del governo e del Congresso sotto presidenti sia repubblicani (Rutherford Hayes
e Chester Arthur) che democratici (Grover Cleveland).
Una nuova
Conferenza internazionale, questa volta promossa da Bismarck a Berlino nel 1878
per discutere i problemi relativi alla suddivisione dell’Africa, su cui ormai
si erano appuntate le attenzioni dei maggiori paesi europei, sancì la nascita
di una nuova Associazione Internazionale del Congo, su cui il re
del Belgio impose il suo indiscusso predominio, facendosi riconoscere dagli
ambienti diplomatici il primario interesse nella regione. La relazione con la
precedente Associazione Internazionale restava nebulosa, ma Leopoldo si era
ormai assicurato la fama di sovrano umanitario, giusto e pio: si trovò così
praticamente padrone – a titolo di proprietà privata personale – di un
territorio coloniale grande quanto Spagna, Francia, Italia, Germania e
Inghilterra messe insieme, cioè settanta volte più grande del Belgio
stesso.
La conquista
dell’enorme territorio fu compito di Stanley, che lottò per cinque anni per
esplorare il bacino del fiume. Fu aiutato dai nuovi strumenti che l’Europa
aveva sviluppato: i battelli a vapore che gli permisero di risalire il fiume,
almeno nelle parti navigabili, con una certa velocità e senza l’impiego di
rematori; e i nuovi fucili che gli permisero di fare strage delle popolazioni
locali, terrorizzate dall’incontro con quegli strani esseri. L’impresa
continuava a risucchiare enormi quantità di denaro: Leopoldo II, in base a un
accordo con il governo belga, non poteva chiedere denaro pubblico; si rivolse
perfino al Papa per avere contributi per la cristianizzazione delle popolazioni
selvagge, ma pare che non abbia avuto successo. Ne ebbe invece con alcune
grandi banche e con investitori privati interessati alla costruzione di un
ferrovia nel nuovo territorio da sfruttare.
Fino alla
morte del re, avvenuta nel 1909, lo sfruttamento si limitò ad avorio, caucciù e
legni pregiati. La raccolta e il trasporto delle merci, la produzione di viveri
destinati ai coloni europei che sempre più numerosi si installavano nel Congo,
nonché il lavoro necessario per la costruzione di strade e ferrovie, furono
compito delle popolazioni locali. Uomini e donne venivano deportati dai
loro villaggi, derubati delle loro derrate alimentari, incatenati al collo per
lunghe marce dolorose, obbligati a pesanti lavori con cibo scarso e
maltrattamenti, mentre i bimbi piccoli venivano semplicemente gettati via e i
più grandicelli radunati in “orfanatrofi” dove, affamati e trascurati ma
battezzati, la loro mortalità raggiungeva il 50%. Interi villaggi venivano
rasi al suolo per creare piantagioni di caucciù, e se non venivano consegnate
le quote fissate, per punizione a bambini e ragazzi venivano amputate le mani,
nella migliore delle ipotesi, oppure venivano uccisi. La minima mancanza era
punita con la chicotte, una frusta di pelle di ippopotamo che
infieriva in maniera particolarmente feroce sulle carni dei disgraziati. È la
situazione che il giovane Morel fece conoscere al mondo intero, provocando un
vasto movimento di opinione contro Leopoldo II. Alla morte del re, nel 1909,
tutto il territorio divenne colonia dello Stato belga.
Con il
tempo, nuove esplorazioni fecero scoprire ricchezze sempre più grandi: non solo
oro e diamanti ma anche petrolio e ultimamente anche le terre rare oggi
indispensabili per il progresso tecnologico, come il coltan, lega di columbio e
tantalio necessario per la costruzione di computer, smartphone e
per l’industria aerospaziale, non esclusi gli armamenti elettromagnetici di
nuova generazione. Tutte ricchezze che hanno suscitato la cupidigia dei paesi
più avanzati e hanno procurato grandi tragedie alla popolazione locale.
Dopo la
Seconda guerra mondiale, quando il vento dell’indipendenza cominciò a soffiare
forte su tutti i paesi coloniali, anche il Congo si risvegliò e trovò il suo
campione in Patrice Lumumba, capo del Movimento per l’indipendenza
del Congo. Il Belgio non aveva la possibilità di opporsi e di continuare a
gestire l’immenso territorio, tanto più dopo la sconfitta della Francia a Dien
Bien Phu e la guerra d’Algeria, allora in pieno svolgimento; nel giugno del
1960 il Congo poté proclamare la propria indipendenza. Ma le ricchezze
minerarie non potevano venir lasciate così facilmente nelle mani dei congolesi;
si fecero avanti con ben altra forza gli Stati Uniti, i quali appoggiarono una
secessione della parte nord-ovest del paese – cioè la zona mineraria più ricca
– che si proclamò Stato indipendente sotto il governo di Moise Tshombé.
Lumumba, accusato di essere comunista, venne preso e assassinato nell’ottobre
dello stesso anno.
Gli anni e i
decenni successivi non sono stati più clementi: il paese, sempre diviso in due
fra Repubblica Democratica del Congo (capitale Kinshasa) e Repubblica del Congo
(capitale Brazzaville), ha continuato ad essere sconvolto da guerre e scontri.
Dai primi anni di questo secolo, il coltan ha dato luogo a una guerra, quasi
totalmente ignorata dai mezzi di comunicazione italiani, che ha provocato circa
due milioni di vittime. Intere popolazioni sono state allontanate dalle proprie
terre e si sono disperse come profughi nel resto dell’Africa.
Se si
riflette sul passato del Congo, non diverso da quello di tante altre zone
d’Africa, Asia e America Latina, forse si possono capire meglio le ragioni
delle attuali migrazioni epocali, che tanto spaventano l’Europa e che portano a
erigere nuovi muri, negli USA come in Ungheria o in Italia con la chiusura dei
porti. Non si tratta di “aiutarli a casa loro”, bensì di cessare il secolare
sfruttamento che impoverisce e assassina interi popoli da interi secoli.
Storia: le atrocità di re Leopoldo II in
Congo - Raffaele
Masto
Falso
filantropo
Leopoldo II è ancor oggi una figura
controversa in Congo
Le terrificanti visioni che sconvolgono Kurtz sono le immagini
di un genocidio poco conosciuto, quello perpetrato tra fine Ottocento e inizio
Novecento da Leopoldo II del Belgio. Un sovrano subdolo e crudele, che passava
per essere un filantropo e che invece fu artefice di uno dei più grandi
misfatti della storia recente. Nel 1885 Leopoldo II riuscì a impossessarsi di
un immenso territorio (76 volte più grande del Belgio) ricoperto di foreste nel
cuore dell’Africa − il bacino idrografico del fiume Congo − grazie a
un’abilissima campagna di pubbliche relazioni, nel nome della promozione di
ricerche geografiche e scientifiche, della lotta ai mercanti di schiavi arabi, e
della diffusione della civiltà e del progresso.
Per raggiungere i suoi scopi, reclutò il più celebre esploratore
del suo tempo, Henry Morton Stanley, che percorse il fiume e stipulò centinaia
di contratti ingannevoli con capitribù locali e mise le basi per la costruzione
di un sistema di stazioni che facessero da collettori delle ricchezze della
foresta che attraverso il fiume potevano giungere ai porti sulla foce e da qui
in Europa.
Servi del
caucciù
Ma che cos’erano a quei tempi le ricchezze della foresta? Ce
n’era una, ambitissima dall’industria dell’epoca, una resina che si ricavava
incidendo la corteccia dei cosiddetti alberi della gomma e si raccoglieva in
recipienti messi ai piedi del tronco. Era il caucciù, che, grazie alla scoperta
del processo di vulcanizzazione, era destinato a diventare il precursore della
plastica. Per ottenere il controllo di questa materia prima strategica, re
Leopoldo organizzò un vero e proprio regime commercial-militare fondato
consapevolmente sul terrore.
Occorreva manodopera per raccogliere il caucciù e trasportarlo
fino al mare, così tutti gli africani furono obbligati a raccogliere quella
resina senza alcun compenso. Ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del
re-filantropo una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava,
o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino
alla mutilazione: gli veniva tagliata una mano o un piede; alle donne, le
mammelle. Contro i ribelli si ricorreva all’assassinio, a spedizioni punitive,
distruzioni di villaggi, presa in ostaggio delle donne.
Crudeltà
disumana
A fare il lavoro sporco erano circa duemila agenti bianchi,
disseminati nei punti più importanti del “regno” di Leopoldo: molti di essi
erano malfamati in patria e malpagati in Congo. Ogni agente comandava truppe di
mercenari (sedicimila in tutto) e un certo numero di nativi armati, presi da
etnie diverse e dislocati nei singoli villaggi, per assicurare che la gente
facesse il proprio dovere. Se la quota era inferiore a quella stabilita, si
ricorreva a fustigazioni o mutilazioni. Era il metodo del terrore, tanto
efficace quanto diabolico.
Tutto questo accadeva nello Stato Libero del Congo, così
Leopoldo aveva chiamato il “suo” possedimento. Il risultato fu che, secondo
calcoli attendibili, nell’arco di un ventennio morirono circa dieci milioni di
persone, direttamente per le amputazioni o per le violenze, o indirettamente
per epidemie o per fame. Sì, per fame. Perché un’altra forma di punizione per
chi non riusciva a portare le quantità volute di caucciù era la distruzione dei
raccolti o addirittura dei villaggi. E portare la preziosa resina nelle
quantità volute diventava sempre più difficile, perché le piante adatte, visto
lo sfruttamento intensivo, si trovavano sempre più lontano dal fiume e molti
villaggi non riuscivano a onorare le richieste.
Testimoni
coraggiosi
Nell’agosto del 1908, poco prima di cedere ufficialmente la
propria colonia personale al governo del Belgio, Leopoldo II fece bruciare per
otto giorni consecutivi la maggior parte dei suoi archivi. «Regalerò ai belgi
il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto», disse. E,
oltre alle carte ridotte in cenere, ridusse drasticamente al silenzio i
testimoni scomodi. Fu così che una parte importante della storia della
dominazione europea in Africa venne cancellata.
A gridare al mondo ciò che accadeva in Congo furono un pugno di
eroi – giornalisti, esploratori, missionari o diplomatici – che fecero nascere
il primo movimento mondiale per la difesa dei diritti umani: Edmund Morel,
reporter e politico britannico che per primo indagò su ciò che accadeva in
Congo; George Washington Williams e William Sheppard, due neri americani, il
primo giornalista e il secondo predicatore cristiano, che smontarono la figura
da filantropo di re Leopoldo; Roger Casement, console britannico in Congo, che
raccontò in patria ciò che vedeva. Senza dimenticare Alice Seeley Harris e suo
marito John Harris, due missionari audaci che all’inizio del Novecento girarono
la foresta congolese con la Bibbia in una mano e la macchina fotografica
nell’altra. È grazie al loro coraggio se oggi possiamo pubblicare le
immagini-shock di quell’epoca. Quei preziosi testimoni denunciarono all’intero
mondo il regno del terrore di Leopoldo II, fermarono la carneficina dei popoli
indigeni e liberarono Kurtz dai suoi incubi.
Le persone che stanno manifestando contro il razzismo hanno preso di mira
quelle di Leopoldo II, considerato uno dei più spietati sovrani coloniali della
storia
Negli ultimi giorni in Belgio numerose statue del re Leopoldo II, che regnò
dal 1865 al 1909, sono state vandalizzate e prese di mira in tutto il paese
durante le proteste contro il razzismo innescate dall’uccisione di George Floyd
a Minneapolis, negli Stati Uniti, mentre gruppi di pressione che da tempo
chiedono la rimozione dei monumenti del vecchio re sono tornati a far sentire
le loro richieste.
Gli storici ritengono Leopoldo II uno dei più spietati sovrani coloniali
della storia, e il suo governo personale del Congo Belga, l’odierna Repubblica
Democratica del Congo, è ritenuto responsabile della morte di milioni di
abitanti del paese. Eppure il suo nome appare in vari luoghi pubblici: soltanto
a Bruxelles c’è una sua statua equestre nel centro della città e fino a poco
tempo fa il suo nome compariva in una fermata della metropolitana.
Il dibattito attorno alla sua figura ritorna ciclicamente nel paese e ad
alcuni ricorda un simile dibattito in corso negli Stati Uniti: quello
sulla rimozione delle
statue dei leader politici e militari schiavisti che nella
Guerra Civile americana combatterono dal lato della confederazione.
Oggi, con le proteste contro la brutalità della polizia americana che hanno
coinvolto tutto il mondo, queste discussioni hanno assunto una particolare
rilevanza internazionale.
Attivisti e manifestanti belgi e congolesi chiedono che le statue di
Leopoldo II vengano rimosse entro il 30 giugno, 60esimo anniversario
dell’indipendenza del Congo. I monumenti a un uomo responsabile di gravissimi
massacri, sostengono,
«non hanno posto a Bruxelles né in nessun altro luogo d’Europa».
Non sono molti a difendere la figura di Leopoldo II, che era stato oggetto
di critiche e controversie già nella sua epoca. Leopoldo ricevette il controllo
su quello che venne chiamato il “Libero stato del Congo” nel 1885, nel corso
della conferenza di Berlino, durante la quale le grandi potenze europee si
spartirono tra di loro una serie di aree geografiche africane non ancora
sottoposte a dominio coloniale.
All’epoca il Libero stato del Congo si trovava al confine tra le aree di
influenza francesi e britanniche. Il piano era di affidarlo a Leopoldo come
territorio “personale” e non come colonia appartenente al governo belga, così
da creare uno stato cuscinetto tra i due grandi rivali, neutrale e aperto al
commercio internazionale.
Questo accordo fece sì che per 23 anni Leopoldo governò personalmente e
direttamente il Libero Stato del Congo, sostanzialmente senza alcuna
supervisione parlamentare o governativa, e lo gestì come una sorta di suo
investimento personale il cui scopo era quello di produrre un guadagno per lui
e gli altri investitori nell’impresa.
Leopoldo si arricchì enormemente grazie al commercio di avorio e alla
coltivazione della gomma, due attitivà a cui i suoi funzionari si dedicarono
con particolare brutalità. Gli abitanti del paese vennero sottoposti a un
regime spietato di lavori forzati, obbligati a vivere in baraccamenti
insalubri, esposti alla durissima disciplina della milizia para-statale Force
Publique.
Una punizione particolarmente comune all’epoca era il taglio di una mano o
del piede a coloro che non raggiungevano le quote stabilite per la produzione
di gomma o avorio. A volte a subire la mutilazione erano figli o mogli dei
lavoratori, così da permettere a questi ultimi di continuare a lavorare.
Presto, fotografie dei membri della Force Publique che
reggevano arti mozzati iniziarono a circolare in Europa e divennero uno dei
simboli più evidenti della crudeltà del regime di Leopoldo.
All’epoca tutte le potenze europee erano impegnate nell’amministrazione di
vasti imperi coloniali nei quali il potere veniva esercitato con vari gradi di
brutalità. Nello stesso periodo, ad esempio, il governo tedesco stava compiendo
un genocidio dei popoli autoctoni di quella che è oggi la Namibia: uno
sterminio sistematico, anche se numericamente molto più ridotto di quello che
avveniva in Congo.
Quello che accadeva nel Libero Stato del Congo, però, divenne oggetto di
una speciale riprovazione internazionale: in parte per lo scarso peso politico
di Leopoldo II, in parte per il livello di spietatezza raggiunto
dall’amministrazione coloniale locale e per le conseguenze che produsse.
Le stime variano molto, ma secondo gli storici durante l’amministrazione di
Leopoldo tra i 5 e i 15 milioni di congolesi morirono a causa dei lavori
forzati, delle violenze e dell’epidemie causate dalla malnutrizione, e
dall’obbligo di vivere ammassati intorno alle piantagioni di alberi della
gomma.
L’espressione “crimini contro l’umanità” fu utilizzata, era una delle prime
volte, per descrivere l’oppressione subita dagli abitanti del paese, mentre un
numero crescente di racconti provenienti in gran parte da missionari rivelava a
tutta Europa cosa stesse succedendo nel paese.
Nel 1908 la crescente pressione nazionale e internazionale spinse il
governo belga a mettere fine all’esperimento del Libero Stato del Congo e ad
annettere direttamente il paese. Il lavoro forzato venne abolito, così come gli
eccessi peggiori dell’amministrazione di Leopoldo. La vita nel paese continuò
ad essere brutale, ma il numero di morti e l’entità delle violenze non
raggiunsero più il livello toccato negli anni precedenti.
Leopoldo morì l’anno successivo e a lungo venne ricordato soprattutto come
un monarca costruttore, che aveva dato al Belgio alcuni dei suoi edifici più
simbolici, come il palazzo reale di Bruxelles. Gli vennero dedicate più di una
dozzina di statue e busti, molti dei quali celebravano esplicitamente le sue
imprese nell’Africa Centrale. Altrettanti monumenti sono stati eretti alle
imprese coloniali del Belgio in generale.
Il suo ruolo sanguinario e quello del paese nella storia dell’Africa
Centrale, invece, è stato a lungo rimosso. Né il governo belga né la sua
famiglia reale hanno mai chiesto scusa per quello che accadde nel Libero Stato
del Congo e, fino agli anni Novanta, il museo africano di Bruxelles non
conteneva un solo riferimento ai massacri compiuti all’epoca di Leopoldo.
La situazione è iniziata a cambiare alla fine degli anni Novanta, con la
pubblicazione di una serie di libri su Leopoldo, molti dei quali estremamente
critici. Da allora, le critiche al re e al passato coloniale del paese e gli
attacchi alle sue statue non sono mai cessati.
Chi è
stato Leopoldo II del Belgio e perché vogliono buttare giù la sua statua - Alice Masoni
Le
proteste in Europa per l’omicidio di George Floyd hanno un significato diverso
nei Paesi dove il passato coloniale è presente in ogni via e piazza. Come nel
caso del Belgio dove attivisti e manifestanti hanno preso di mira la
statua di re Leopoldo II in numerose città: Bruxelles, Gent, Ostenda e per
ultima Anversa, chiedendone la rimozione.
Proprio
ad Anversa, la statua raffigurante uno dei “più grandi re del Belgio”, il cui
nome completo è Leopoldo Luigi Filippo Maria Vittori di
Sassonia-Coburgo-Gotha è stata tolta dal piedistallo. La presenza di re
Leopoldo II, non si limita alle statue in suo onore, ma si
estende anche a un gran numero di piazze e strade che portano il suo nome, e
che si ritrovano un po’ ovunque all’interno del Paese. È così evidente quanto
questa figura sia stata e sia ancora rilevante nel passato e nel presente
del Belgio: un paese enormemente complesso e diviso sotto vari punti di vista
(linguistico, culturale, politico, economico) e di cui da fuori si fa quasi
fatica a immaginarne un passato di unica potenza coloniale, che trascende e
supera le differenze interne.
Di
origini tedesche, il secondo figlio di Leopoldo I del Belgio e della sua seconda
moglie, la principessa franceseLuisa d’Orléans,Leopoldo governò il Paese per circa 40 anni, dal 1865 al 1909. È
passato alla Storia come il “re costruttore”. Peccato però che i tanti progetti
del suo regno siano stati finanziati depredando soprattutto di avorio e gomma
l’attuale Repubblica Democratica del Congo, colonizzata nel 1885 con
l’istituzione del cosiddetto Stato “Libero” del Congo.
Leopoldo
II non è infatti ricordato soltanto per le opere architettoniche che ha fatto
costruire, ma anche per essere responsabile di una delle più cruente operazioni
di colonizzazione durante la storica “spartizione dell’Africa” da parte delle
potenze europee a partire dal 1880 fino all’inizio della Prima Guerra
Mondiale.
Secondo
gli storici durante il suo regno sono morte circa 10 milioni di persone in
Congo: poco meno dell’intera attuale popolazione del Belgio, che sia aggira
attorno agli 11 milioni. Si tratta di un vero e proprio genocidio,
caratterizzato anche da aberranti forme di schiavitù, violenza e tortura nei
confronti della popolazione autoctona.
Le
proteste dei belgi contro il loro re simbolo del passato coloniale non sono un
fenomeno recente, ma vanno avanti già da almeno una quindicina di anni. «Quello
a cui stiamo assistendo in questi giorni non è una novità», spiega Benoît
Henriet, professore di storia contemporanea alla Vrije Universiteit Brussel,
specializzato in storia coloniale e postcoloniale del Congo.
È
piuttosto la prova tangibile «di un fenomeno presente non solo all’interno di
questo Paese, ma anche in altri Stati europei e non, come il Regno Unito, il
Sudafrica o gli Stati del Sud degli Stati Uniti, fortemente segnati da un
passato colonialista e dalle conseguenze che questo passato ha sul
presente».
Le
immagini a cui assistiamo sembrano trasmettere l’idea di un Paese che più o meno
uniformemente contesta il suo passato coloniale e le violenze che lo hanno
caratterizzato. In realtà la situazione non è così lineare come sembra. «Da
circa 20 anni a questa parte stiamo assistendo a una crescita significativa di
studi e ricerche che affrontano la colonizzazione del Congo in chiave critica»,
spiega Henriet.
«Solo
in piccola parte questi studi riescono a raggiungere il cittadino medio belga.
E nei pochi casi in cui storici e ricercatori vengono interpellati dai media,
ci si limita a chiedere cosa sia realmente successo nel Libero
Stato del Congo, se effettivamente si possa parlare di genocidio e se Leopoldo
II ne debba esser considerato il maggior responsabile. Si tratta di
interrogativi su cui la comunità accademica ha raggiunto un ampio consenso da
tempo. Ma a giudicare da come i media tradizionali si rapportano a questa
tematica, lo stesso non si può dire per quanto riguarda l’opinione pubblica in
generale».
Il tema
del controverso passato coloniale belga sembra essere più o meno un tabù anche
a scuola. «Fino a questo momento gli insegnanti di storia delle scuole
superiori non erano obbligati a inserire il colonialismo belga all’interno dei
programmi scolastici», spiega Henriet.
Solo in
questi ultimi giorni, i ministri dell’educazione di Vallonia e Fiandre,
Caroline Desire e Ben Weyts (quest’ultimo tra l’altro appartenente al partito
nazionalista conservatore fiammingo dell N-VA) hanno annunciato di voler
introdurne l’obbligatorietà.
C’è una
parte di società belga che è ancora profondamente legata alla figura di
Leopoldo II, e che lo esalta come uno dei più grandi re del Belgio. Anche se
«negli ultimi anni una parte significativa della popolazione si è dimostrata
pronta a fare i conti con il passato, e a mettere in discussione il ruolo che
ha avuto la monarchia belga nella colonizzazione del Congo», chiarisce
Henriet.
Sono
stati pubblicati libri sul tema che sono diventati veri e propri best-seller
sia nella comunità francofona che in quella fiamminga; lo scrittore Lucas
Catherine, autore del libro “On the evolution of Congolese history education
in Belgium”, ha organizzato tour turistici attraverso Bruxelles che
individuano le aree della città in cui le tracce del passato coloniale belga
sono più evidenti. La tematica è sbarcata anche in televisione, con
programmi dedicati e molto seguiti. «Quello che ancora sembra rimanere
invariato è la (mancata) risposta e reazione da parte delle autorità politiche
e governative del Paese», conclude però Henriet.
La
critica alla colonizzazione del Congo è evidente anche guardando alla
storia del Museo Reale per l’Africa Centrale di Tervuren
(comune fiammingo alle porte di Bruxelles). Aperto per la prima volta nel 1910,
fino all’anno scorso il museo di fatto esaltava il passato di gloria coloniale
e imperiale del Paese, cancellandone interamente le atrocità annesse. Ed è con
questo preciso scopo che il museo fu fatto costruire dallo stesso Leopoldo II,
morto un anno prima della sua inaugurazione.
Dopo un
periodo di circa 6-7 anni di lavori di ristrutturazione, il museo ha riaperto
nel dicembre 2018, annunciando un cambiamento di narrazione e visione: non più
una vetrina sul passato imperiale del Belgio ma piuttosto, una (tentata)
valorizzazione della cultura congolese. L
’operazione
però è riuscita solo in parte, soprattutto secondo il parere della comunità di
attivisti e storici che riconoscono sì, il genuino tentativo di cambiamento di
visione, ma ritengono al tempo stesso che si sia attuato un cambiamento solo
esterno di facciata, che non va a toccare le radici del problema. «Se il museo
può mostrare esempi tangibili di usi, costumi e cultura congolese, è perché la
loro stessa presenza è diretta conseguenza ed eredità del suo passato coloniale
e colonialista», chiarisce Henriet.
La
rimozione delle statue di Leopoldo II (o di altre figure simili, sia in Belgio
che altrove) riesce davvero nell’intento di scuotere le coscienze e alimentare
un dibattito e un confronto sul tema, da parte non solo di attivisti e
accademici, ma anche di opinione pubblica e autorità politiche?
Secondo
Henriet, bisogna far attenzione ad un particolare non secondario. «Nessun
attivista chiede il semplice smantellamento delle statue, ma la
decolonizzazione completa degli spazi pubblici». Questa può avvenire solo
attraverso una serie strutturata e sistematica di interventi, che hanno come
obiettivo quello di produrre una presa di posizione forte da parte di esponenti
politici e governativi, diretti ad una valutazione critica della presenza
coloniale.
«Non si
tratta solo di tirare giù delle statue – mette in chiaro Henriet – ma di
mettere in atto un programma che affronti il problema a più livelli: dagli
esempi visibili del passato coloniale, all’inserimento di quest’ultimo
all’interno dei programmi sia scolastici che universitari, passando per il
razzismo sistemico ancora presente in modo significativo all’interno della
società belga».
Tutti quei
crimini che oggi incominciamo a vedere - Franco Cardini
Nella complessa geografia politica dell’Africa le aree centrali del grande
continente sono fra le più difficili da decifrare perché emergono – a poco a
poco e solo da poco – dalla grande nebulosa che chiamiamo, collettivamente,
Congo, e che ha dato vita a diversi Stati venuti fuori dai domini coloniali
all’indomani della seconda guerra mondiale. Fra questi l’antico Congo belga
oggi Repubblica Democratica del Congo, rimasta sotto il dominio di Bruxelles dal
1908 al 1960: ma prima di allora, tuttavia, la corona belga con il sovrano
Leopoldo II aveva già giocato un ruolo importante nell’area.
Torniamo a parlarne oggi perché ad Anversa una statua del sovrano è stata
rimossa da una piazza a seguito del movimento che, tra Stati Uniti e Europa,
sta abbattendo o imbrattando le statue di personaggi che sono venerati come
simboli della nazione, ma che allo stesso tempo si sono macchiati di crimini
coloniali e schiavisti.
In Belgio il movimento Réparons l’Histoireha lanciato una
petizione chiedendo di rimuovere tutte le statue di Leopoldo II. Intendiamoci:
è chiaro che la storia non si 'ripara' e non è compito degli storici giudicare
il passato; il loro ruolo è studiarlo, comprenderlo e insegnarlo. Tuttavia, non
bisogna neppur credere ingenuamente che la realtà politica e il pensiero etico
si esprimano e si esauriscano tutti e solo all’interno delle aule universitarie
e dei seminari accademici: l’iconoclastia, cioè l’abbattimento dei simboli di
potere o la cancellazione delle immagini, sono una costante della nostra
storia; e la dimensione simbolica di tale azione non può nemmeno essere posta
alla stregua di una qualche conferenza erudita.
A Londra una statua di Winston Churchill è stata imbrattata con uno scritta
che accusa lo statista inglese di essere stato un razzista, il che è noto è
comprovato: Churchill definiva 'bestie' gli indiani e diceva che gli espropri
dei Nativi americani e degli aborigeni australiani erano giustificati dalla
necessità del trionfo della razza bianca; e fece anche di peggio, come quando
durante la Seconda guerra mondale non permise alle derrate alimentari di
raggiungere il Bengala, sotto il controllo britannico, affetto da una grave
carestia, preferendo stornarle verso i suoi compatrioti: un’azione che portò
alla morte di quattro milioni di persone.
Eppure per gli inglesi Winston Churchill significa la vittoria contro il
nazifascismo: ecco che, dinanzi all’assenza di una memoria condivisa e al
fenomeno per cui l’eroe secondo alcuni è un aguzzino secondo altri, la rabbia
iconoclasta si propone come una risposta antropologicamente pregnante.
L’ha benissimo spiegato, a proposito di altre iconoclastie, David Freedberg
nel suo apprezzatissimo Il potere delle immagini. Nel caso di
Leopoldo II la storia è forse meno nota. Nel 1876, il re belga organizzò
l’Associazione Internazionale Africana con la collaborazione dei principali
esploratori sul continente e il sostegno di diversi governi europei per la
promozione dell’esplorazione e della colonizzazione dell’Africa. Dopo che Henry
Morton Stanley aveva esplorato la regione in un viaggio che si concluse nel
1878, Leopoldo corteggiò l’esploratore e lo assunse per sostenere i suoi
interessi nella regione e, dal momento che il governo belga mostrava scarso interesse
per l’impresa, il sovrano decise di portare avanti la questione per conto
proprio.
La rivalità europea in Africa centrale condusse presto però a tensioni
diplomatiche, in particolare per quanto riguardava il bacino del fiume Congo
che nessuna potenza europea aveva ancora rivendicato. Nel novembre 1884 Otto
von Bismarck convocò a Berlino una conferenza di 14 nazioni per trovare una
soluzione pacifica alla crisi congolese. Nel corso di essa, pur senza formale
approvazione delle rivendicazioni territoriali delle potenze europee in Africa
centrale, ci si accordò su una serie di regole per garantire una pacifica
spartizione dell’area. Esse riconoscevano il bacino del Congo come 'zona di
libero scambio' (un eufemismo splendido!). Leopoldo II uscì dai lavori della
Conferenza con una grande quota di territorio a lui assegnata come 'Stato
libero del Congo, organizzato come un’impresa corporativa privata gestita
direttamente da lui attraverso un 'libero sodalizio', l’Association Internationale
Africaine, appunto.
L’entità definita 'Stato libero', comprendente l’intera area dell’attuale
Repubblica Democratica del Congo, sussisté dal 1885 al 1908: solo allora, alla
morte di Leopoldo, il governo belga procedette senza entusiasmo a un’annessione
(molti i voti contrari in Parlamento). Sotto l’amministrazione di Leopoldo II,
lo 'Stato libero del Congo' era stato un disastro umanitario, un’autentica
infame sciagura. La mancanza di dati precisi rende difficile quantificare il
numero di morti causate dallo spietato sfruttamento e dalla mancanza di
immunità a nuove malattie introdotte dal contatto con i coloni europei: come la
pandemia influenzale del 1889-90, che causò milioni di morti anche nel
continente europeo tra cui il principe Baldovino del Belgio. La Force
Publique, esercito privato sotto il comando di Leopoldo, terrorizzava
gli indigeni per farli lavorare come manodopera forzata per l’estrazione delle
risorse. Il mancato rispetto delle quote di raccolta della gomma era punibile
con la morte. Le punizioni corporali, comprese crudeli mutilazioni, erano
ordinarie.
I miliziani della Force Publique erano tenuti a fornire
una mano delle loro vittime come prova che 'giustizia era stata fatta'. Intere
ceste di mani mozzate erano poste ai piedi dei comandanti; a volte i soldati ne
tagliavano a prescindere dalle quote di gomma, per poter accelerare il congedo
dal servizio militare. Nei raid punitivi contro i villaggi uomini, donne e
bambini venivano impiccati e appesi alle palizzate. Il trattamento riservato
agli indigeni, insieme alle epidemie, causò nel Congo di Leopoldo II una crisi
demografica gravissima; anche se, come detto, le stime di morti variano, si
parla di cifre che vanno tra i dieci e i venti milioni. Se tutti i regimi
coloniali hanno accumulato una quota notevole di quelli che ormai definiamo
'crimini contro l’umanità', e che nella pratica significano massacri impuniti
di popolazioni locali, il caso di Leopoldo II è particolarmente efferato perché
il Congo, prima del 1908, era una sua proprietà personale e le leggi provenivano
direttamente da lui: da un sovrano costituzionale, cattolico e liberale.
Abbattere le statue dei responsabili di tali infamie non cambia certo il
passato né risarcisce le vittime: semmai, chissà, forme più pesanti di damnatio
memoriae sarebbero opportune soprattutto nei confronti di figuri che
sino ad ieri venivano onorati come eroi civilizzatori. Il vero problema non è
comunque l’iconoclastia quanto semmai il fatto che di questi crimini non si
legga sui libri di scuola, che si continui a considerarli 'minori' rispetto ad
altri.
Forse gli iconoclasti di oggi segnalano che finalmente è arrivato il
momento di parlarne. San Giovanni Paolo II aveva fatto in merito un gesto
esemplare e decisivo, quando aveva chiesto al genere umano perdono per i delitti
dei cattolici nella storia. Ma quella scelta implicava anche un severo
mònito: s’invitava con essa altre Chiese e religioni, altre associazioni, altri
sistemi sociali a fare altrettanto. Molti risposero riduttivamente, quasi
insoddisfatti: 'era ora' che la Chiesa di Roma riconoscesse i suoi crimini. Il
fatto era però che altri non erano stati da meno e molti erano stati da più: e
non bastava certo l’alibi dell’unanime condanna dei delitti di Hitler e di
Stalin. Papa Francesco, come gesuita argentino, sa bene che la Compagnia, nel
Settecento, venne disciolta soprattutto in quanto alcuni governi europei
protestarono contro la sua azione in favore degli indios dell’America latina
contro le razzìe e i lavori forzati loro imposti dagli schiavisti.
E non parliamo del genocidio dei native Americans che fa parte
integrante della storia della costruzione della 'nazione americana'
statunitense. Troppo comodo sarebbe, anche nelle scuole, continuar a condannare
genericamente il colonialismo senza conoscerlo e senza studiarlo, fingendo di
non sapere che esso fu parte della marcia verso il 'progresso' e
l’arricchimento dell’Europa liberista. Finché non faremo radicalmente e
sistematicamente tutto ciò, il lavoro di 'purificazione della memoria'
indirizzato a stigmatizzare i crimini nazisti e stalinisti sarà un esercizio
ipocritamente lasciato a metà strada. Non esistono crimini 'condannabili' e
crimini 'giustificabili': i crimini sono crimini e basta.
Ed è fino dalla scuola che bisogna imparare a riconoscerli, anche con una
diversa lettura del passato. E ciò, attenzione, non è 'revisionismo'. È
puramente e semplicemente revisione alla luce di criteri di approfondimento e
di lucidità. Perché se la storia non è revisione – vale a dire esame e verifica
continua del passato alla, luce del presente e in funzione del futuro –, allora
non è nulla.
Il Belgio prova ad affrontare le ombre del suo passato
coloniale- Francesca Spinelli
Il suo nome spicca tra quelli degli schiavisti e dei colonialisti presi di
mira dai manifestanti in tutto il mondo: Leopoldo II, re del Belgio dal 1865
fino alla sua morte nel 1909 e padrone dello Stato libero del Congo dal 1885 al
1908. Se qualcuno ancora non lo conosce, ci penserà Ben Affleck a colmare la
lacuna: nel 2019 ha annunciato che girerà e produrrà un film ispirato al
libro pubblicato nel 1998 dal giornalista statunitense Adam Hochschild: Gli spettri del Congo. Re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto
dimenticato. Per la maggior parte degli storici non si può parlare
né di olocausto né di genocidio, ma la brutalità del dominio di Leopoldo II su
quel territorio, ottenuto come proprietà personale alla conferenza di Berlino,
faceva scalpore già alla fine dell’ottocento, al punto che il re fu costretto a
cedere il “suo” Congo allo stato belga nel 1908.
E dire che il secondo sovrano del Belgio sperava di congedarsi con
discrezione dalla storia. Nel suo testamento scriveva: “Chiedo perdono per gli
errori che potrei aver commesso nel corso della mia esistenza. Spero che mi
saranno perdonati. Chiedo un funerale semplice, alle sette del mattino, in
presenza del personale del castello”. Non gli diedero retta. Il 22 dicembre
1909 una grande folla si
accalcò davanti alla cattedrale dei santi Michele e Gudula a
Bruxelles. Secondo la stampa britannica dell’epoca, il feretro fu accolto dai
fischi.
Anche in Belgio le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd
hanno riacceso il dibattito sulla colonizzazione e sul razzismo. Ricordato ai
quattro angoli del paese da statue, nomi di strade, piazze e tunnel, Leopoldo
II si è preso, e continua a prendersi, la sua dose di picconate, verniciate e
scritte antirazziste. Una petizione che chiede la rimozione di
tutte le sue statue a Bruxelles entro il 30 giugno, giorno del sessantesimo
anniversario dell’indipendenza del Congo, ha superato le ottantamila firme. Ma
sono oltre ventimila le persone che, attraverso un’altra petizione ne chiedono il mantenimento. Il
30 giugno il re Filippo del Belgio ha inviato una lettera a Félix
Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, in cui
esprime il suo “profondo dispiacere” per le “ferite” inflitte durante il
periodo coloniale.
In ritardo
Per decenni la questione coloniale non ha suscitato dibattito in Belgio, a
differenza di quanto accadeva in Francia, nei Paesi Bassi o nel Regno Unito.
Come l’Italia, il Belgio è “in ritardo”, osserva Georgi Verbeeck, docente di
storia moderna e cultura politica all’università di Maastricht: una prima volta
come potenza coloniale, smaniosa di affermare il suo prestigio di nazione
ancora giovane, e una seconda volta come società postcoloniale, a lungo
incapace di “riesaminare in modo critico la propria storia”.
Molti belgi hanno vissuto come un trauma la conquista dell’indipendenza da
parte del Congo nel 1960. Convinti anche loro di essere “brava gente”, non si
capacitavano di essere stati cacciati. A quella nostalgia per la colonia
perduta, scrive Verbeeck, s’intrecciava la certezza di non essere in alcun modo
responsabili del “turbolento processo di decolonizzazione” in Congo.
Specchio di quella visione statica e acritica, il Museo reale dell’Africa
centrale, inaugurato da Leopoldo II, ha continuato a viaggiare indisturbato nel
tempo, come un mostruoso relitto del passato. Intanto nelle scuole del paese,
quel capitolo della storia belga passava sotto silenzio.
Un lento risveglio
Il Belgio è andato avanti così, tra amnesia, torpore e ignoranza, fino agli
anni novanta, quando è cominciato un lento e travagliato risveglio. Due
commissioni parlamentari hanno tentato di fare chiarezza sulle responsabilità
del paese negli eventi in Ruanda del 1994 (il Ruanda-Urundi fu un territorio
coloniale belga dal 1924 al 1962) e nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo
capo del governo della Repubblica Democratica del Congo, ucciso il 17 gennaio
1961. Le loro conclusioni – considerate estreme da alcuni, troppo caute da
altri – hanno contribuito a intaccare il mito dell’“innocenza del Belgio”.
Nel 2003 la televisione belga ha trasmesso il documentarioLes ravages du roi Léopold II, versione francese
di White king, red rubber, black death, una coproduzione diretta
dal britannico Peter Bate e tratta dal libro di Hochschild. Il ritratto del
monarca – avido, senza scrupoli, sanguinario e razzista – ha offeso parte dei
belgi. Altri hanno deciso di mettere in azione quel giudizio storico: le prime
contestazioni di statue risalgono infatti al 2004. Ma nonostante una
mobilitazione crescente, sostenuta da associazioni più o meno radicali come
Mémoire coloniale, Change asbl e Nouvelle voie anticoloniale, le cose sono
cambiate poco.
Il Museo dell’Africa centrale, chiuso nel 2013 per ristrutturazione, ha
riaperto tra le critiche nel 2018. Per molti, tra cui gli esperti africani che
si sono rifiutati di collaborare di fronte al “vuoto teorico” del progetto, si
è sprecata un’occasione di trasformare il museo in “spazio critico al servizio
di tutta la società”, come scrive l’artista e storico dell’arte Toma
Muteba Luntumbue. Vittoria isolata: nel 2018, dopo una campagna durata dieci
anni, è stata inaugurata a Bruxelles una piazza Patrice Lumumba.
Prove evidenti
Oggi, in Belgio come altrove, si sente dire che le statue non vanno rimosse ma
“spiegate”, “contestualizzate”, e che il problema vero, in fondo, non sono
nemmeno le statue, ma il razzismo, le discriminazioni, la mancanza di
prospettive per i giovani neri. Come se ogni busto, monumento e nome di strada
legato al colonialismo – in Belgio sono almeno 450, secondo l’elenco compilato dallo
storico Matthew Stanard – non fosse la faccia spudorata di un sistema che ha prodotto
e continua a produrre quelle ingiustizie.
A Bruxelles, più che in altre metropoli europee, l’impronta del
colonialismo va oltre i monumenti e i nomi di strade. Con le ricchezze
accumulate sfruttando le risorse e il popolo congolesi, Leopoldo II ha dato
alla città il suo volto moderno, facendo costruire viali e palazzi e creando
mille ettari di spazi verdi. Tutte queste trasformazioni – rese possibili dalla
spoliazione del Congo e facilitate dalla legge sugli espropri del 1867 –
richiesero la demolizione di interi quartieri operai. Viali e parchi fanno
ormai parte del tessuto urbano, i quartieri operai non torneranno. Ma le statue
e i nomi di strade si possono rimuovere dai loro immeritati posti d’onore, e
sostituire con altre statue e altri nomi che riflettano i valori di cui le
nostre istituzioni si riempiono la bocca: uguaglianza, libertà, dignità.
Una buona sintesi del lavoro che il Belgio dovrebbe intraprendere l’hanno
fornita nel 2019 quattro esperti delle Nazioni Unite, incaricati di indagare sulla
condizione delle persone afrodiscendenti nel paese. “Esistono prove evidenti
che la discriminazione razziale è endemica nelle istituzioni belghe”, si legge nel loro rapporto preliminare.
“Le cause profonde di queste violazioni dei diritti umani vanno ricercate nel
mancato riconoscimento della reale portata della violenza e dell’ingiustizia
della colonizzazione”. Seguono 37 raccomandazioni, alcune delle quali tornano
tra le misure annunciate di recente dalle autorità belghe.
La camera dei deputati ha approvato l’istituzione di una
commissione parlamentare sul passato coloniale belga. La ministra francofona
dell’istruzione Caroline Désir e il suo omologo fiammingo Ben Weyts vogliono
rendere obbligatorio l’insegnamento della storia
del colonialismo. Quanto alle statue, Pierre Kompany (primo politico nero
eletto a capo di una giunta municipale) sostiene che avrebbero dovuto essere
trasferite in un museo già da tempo. “Nessuno ci entrerebbe per
spaccarle”, osserva, e chi vuole “pagherebbe per andarle a
vedere”.
C’è poi la questione delle riparazioni, a proposito della quale gli esperti
dell’Onu ricordano: “Il diritto alle riparazioni per le atrocità del passato
non è soggetto a termine di prescrizione”. Il 24 giugno cinque donne hanno citato in giudizio lo
stato belga per crimini contro l’umanità. Nate nel Congo belga da madri
congolesi e padri bianchi, furono sottratte alle loro famiglie e messe in un
istituto religioso. Le scuse ufficiali presentate nel 2019 dall’allora primo
ministro belga Charles Michel, hanno dichiarato le cinque donne alla stampa,
non sono bastate.
Al di là delle rivendicazioni individuali (tutte preziose, tanto più che le
testimoni e i testimoni del periodo coloniale sono già in là con gli anni), chi
denuncia le tracce del passato coloniale è parte di un movimento ampio,
intergenerazionale e transnazionale che, contrariamente a quanto affermano i
suoi detrattori, non vuole cancellare il passato ma svelarlo, e combatterne gli
effetti quando è fonte di oppressione.