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lunedì 27 aprile 2026

Apocalypse Now. Sulla nuova ‘riforma’ dei tecnici – Orsetta Innocenti

 


Con il DM 29/2026, reso pubblico il 9 marzo, la riforma dei tecnici è diventata legge, nel sostanziale disinteresse generale che ha accompagnato, dal 2021 a oggi, questa, purtroppo, annunciata, e molto sottovalutata, trasformazione.

Se c’è una cosa che si può, e si deve, dire subito della riforma è infatti che la abbiamo vista arrivare: tutta quanta. Semplicemente, il bombardamento di “novità” e “riforme” è stato, dal tempo del Covid, talmente elevato, che la classe docente non ce l’ha fatta, ad accorgersi di tutto, a reggere l’urto di tutto, a seguire tecnicismi spesso complicati e bizantini su tutto. Se scrivo questo, dolorosamente, non è per alzare il dito contro una categoria sempre più soggetta a una pressione di stato costante, ma perché certe storie dalle ombre lunghe è bene saperle ricostruire pezzo per pezzo, per comprendere dove si è perduta la via e riguadagnare una lucidità perduta per interrogarsi sul che fare.

Prima di passare all’analisi di come si trasforma la scuola tecnica (già malamente martoriata, intorno agli anni Dieci, dalla riforma Gelmini), penso che sia utile ripercorrere le tappe normative che hanno portato al 9 marzo 2026, data che segna la fine dell’istruzione tecnica italiana come l’abbiamo conosciuta.

1.1. Estate 2021. Il primo atto della riforma si rintraccia nel PNRR (estate 2021). Alla presidenza del consiglio c’è Mario Draghi, al ministero dell’istruzione Patrizio Bianchi (cioè: il presidente della commissione dei saggi voluti dalla precedente ministra Azzolina per la ripartenza post Covid; Azzolina, che a sua volta era sottosegretaria del ministro Fioramonti, governo giallo-rosso, a sua volta sottosegretario del ministro Bussetti, governo giallo-verde – a proposito di supposte discontinuità). Alle pagine 184-185 si legge:

“Riforma 1.1: Riforma degli istituti tecnici e professionali. La riforma […] mira ad allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese. In particolar modo, orienta il modello di istruzione tecnica e professionale verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0, incardinandolo altresì nel rinnovato contesto dell’innovazione digitale. La riforma coinvolge 4.324 Istituti Tecnici e professionali, il sistema di istruzione formazione professionale e sarà implementata attraverso l’adozione di apposite norme”.

In quell’estate, quando la bozza del PNRR gira a luglio per le vie virtuali e per alcuni luoghi di discussione reali, pochissimi ci fanno caso: agli incontri con deputati e senatori locali tendenzialmente siamo in 20. La discussione pubblica e le proteste sono, tutte, prese dal Green Pass.

Invece, purtroppo, è già tutto lì. Parlare infatti di “riforma dei tecnici e dei professionali” in uno stesso giro di frase, quando in un caso si parla dell’a.s. 2010/2011 (le prime del tecnico Gelmini) e nel secondo di un indirizzo professionale, già nuovamente riformato sotto Renzi, il cui ultimo decreto (sulla II prova dell’esame di maturità) è del 2022, può significare solo una cosa: che l’intenzione è quella di uniformare l’uno all’altro, reintroducendo, nella sostanza, in contrapposizione a quello liceale, un sistema di scuole differenziali.

1.2. Settembre 2022. Il 23 settembre 2022 viene pubblicato il DL 144, ultimo atto del governo Draghi; due giorni dopo si terranno le elezioni politiche. Io, e come me molti altri, sono in piazza per gli eventi conclusivi della campagna elettorale: purtroppo, e come me molti altri, non faccio caso all’art. 26. Che al comma 1 recita: “Al fine di poter adeguare costantemente i curricoli degli istituti tecnici alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale, secondo gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa  e  resilienza, orientandoli anche verso le innovazioni introdotte dal Piano nazionale «Industria 4.0» in un’ottica di  piena sostenibilità ambientale, […] si provvede alla revisione dell’assetto ordinamentale dei percorsi dei suddetti istituti, in modo da sostenere il rilancio  del Paese consolidando il legame tra crescita economica e giustizia sociale”.

Tralasciando la “lingua disonesta”[1] di cui si ammanta l’ultimo gerundio, è però il comma 2, in particolare alla lettera a), punto 2), a codificare l’informazione-bersaglio, quando sottolinea che il riordinamento mira a “valorizzare la metodologia didattica per competenze, caratterizzata dalla progettazione interdisciplinare e dalle unità di apprendimento”. Viene dichiarato lo stesso annullamento della specificità disciplinare che, pochi anni prima, è stato messo nero su bianco per i professionali. In questo contesto, poco importa che quella stessa lettera a), al punto 1), sottolinei che, insieme alla “connessione al  tessuto socioeconomico del territorio di riferimento”, sia necessario “rafforzare le competenze linguistiche, storiche, matematiche e  scientifiche”, ma è un’affermazione che vale comunque la pena di mettere da parte, per andare a vedere, all’atto pratico, se, e quanto, sia stata attuata.

1.3. Novembre 2022 – giugno 2025: A novembre 2022, il DL 144 viene, come da iter, convertito nella Legge 175 dal neo-insediato governo Meloni (ministro dell’Istruzione e del merito: Giuseppe Valditara, già relatore al Senato della riforma Gelmini per l’Università e capo dipartimento Formazione superiore e ricerca del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sotto il ministero Bussetti). Contemporaneamente, vengono proposti il nuovo sistema di orientamento (origine: il PNRR); si introduce la “sperimentazione” del 4+2 (origine, ebbene sì: il DM 567/2017, uno dei decreti connessi alla 107/2015: essersi ascritti la cosiddetta “riforma dei quadriennali”, già disciplinata da un decreto vecchio, figlio della riforma Renzi, è uno dei più grandi successi di Valditara poi e prima ancora del PNRR di Bianchi in termini di marketing). Poi seguono, in ordine sparso: la guerra, le misure repressive della libertà di espressione, i decreti sicurezza, le elezioni americane, e molto altro, ma intanto la riforma cammina, e fa il suo corso. Ad aprile 2025 viene approvato – sempre con decretazione d’urgenza – il DL 45: “Ulteriori disposizioni urgenti in materia di attuazione delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza e per l’avvio dell’anno scolastico 2025/2026”, che aggiunge al DL 144/2022 l’articolo 26 bis e un nuovo allegato (l’All. 2 bis). Questi ultimi dispongono, rispettivamente, l’avvio delle nuove prime dei tecnici per l’a.s. 2026/27 e il Profilo culturale definito e circoscritto, comprensivo di quadri orari, che risultano complessivamente ridotti di 3 ore in 5 anni. Nel mezzo, di nuovo, Gaza, la normativa sulla conferma dei supplenti di sostegno, l’esame di maturità, il blocco della carta del docente: quando si arriva a settembre, a meno di un anno dall’avvio di una riforma che è scritta, l’attenzione di tutti – presidi, docenti, studenti, opinione pubblica – è stata variamente dirottata dall’abile uso di un amplissimo ventaglio di distrattori politici e sociali.

1.4. Settembre 2025 – marzo 2026. Nel novembre 2025 (D.D. 3368) viene costituito un Gruppo di lavoro con il compito di formulare le proposte concrete di revisione di indirizzi, articolazioni e quadri orari. La notizia circola poco, viene pubblicata sostanzialmente solo sul sito dell’Associazione Nazionale Presidi (che la guarda con favore, ovviamente). Segue il gran carnevale dell’esame di maturità. E così, il 9 marzo, mentre l’attenzione dell’opinione docente è concentrata sull’attivazione della carta del docente (e invia soavi insulti al sito che non funziona), su quell’altra pagina del ministero, che invece funziona benissimo, arriva il DM 29/2026: la riforma dei tecnici è approvata.

2. Dove siamo.

È tempo di analizzare i quadri orari allegati al DM 29/2026, per comprendere quale sia la scuola tecnica che gli studenti di prima si troveranno davanti, l’anno prossimo.

2.1. Orientamento? Il clima di silenzio generale, ma soprattutto il ritardo organizzativo che ha accompagnato la riforma, ha determinato una evidente opacità nei confronti della futura popolazione studentesca dei tecnici e delle loro famiglie. È paradossale che un ministero che ha sbandierato l’orientamento come una priorità assoluta di “inclusione” presunta, abbia nei fatti reso gli studenti oggetto di una tale negligenza istituzionale. Perché famiglie e potenziali alunni che sono andati in autunno a visitare la futura possibile scuola, nel caso dei tecnici, si sono visti presentare un indirizzo che sarà invece, a settembre 2026, molto diverso da quello illustrato. E che, a novembre e dicembre, non era semplicemente possibile presentare nelle sue novità concrete, perché nessuna informazione sulle variazioni disciplinari e orarie specifiche era ancora uscita.

Un ritardo che è proseguito oltre la chiusura delle iscrizioni (procrastinata al 24/2 con la Nota 33781/2026 che però dei futuri quadri dei tecnici non dice nulla), tanto è vero che il 25/02 il Ministero emana una seconda Nota (253/2026) nella quale “si consiglia […] ai dirigenti scolastici [delle scuole tecniche] e agli Uffici di attendere qualche giorno, fino alla pubblicazione delle nuove indicazioni sopra riportate per dare inizio alle operazioni specifiche concernenti la definizione degli organici degli indirizzi della nuova istruzione tecnica”.

In altre parole, a fine febbraio, a iscrizioni concluse, il Ministero dichiara, serenamente, che informare i suoi studenti rispetto agli studi concreti che andranno a fare di lì a 7 mesi non ha alcun valore.

2.2. Quali materie per quali docenti? Lo stesso vale, peraltro, per i docenti: a fronte di annunciati cambiamenti strutturali, a poco dall’apertura delle operazioni di mobilità annuale, decine di insegnanti non hanno alcuna idea se, nella scuola di titolarità, troveranno ancora un numero sufficiente di ore da insegnare.

Da questo punto di vista, la pubblicazione del DM 29/2026 risponde ai dubbi solo parzialmente. All’interno di un quadro di riduzione di ore, quello che balza agli occhi, come ha ben detto il preside del Marco Polo di Firenze, Ludovico Arte, è un primo paradosso: “È una riforma contraddittoria, che rafforza l’orientamento al lavoro dei tecnici, riducendone fortemente la base culturale, ma che, nello stesso tempo, paradossalmente, indebolisce in modo anche grave le materie di indirizzo”.

Come abbiamo visto, le ore complessive innanzi tutto diminuiscono (1 ora in meno al biennio e 2 ore in meno in quinta). A farne le spese sono, nell’area generale, Italiano (1 ora in meno in quinta), Scienze della terra e biologia (sbalzata integralmente nel monte dell’area di indirizzo insieme alle altre Scienze integrate) e Matematica ai tecnologici (che perde i “complementi” al secondo biennio). Ma anche le materie specifiche, anticipate già dalla prima in maniera consistente, ma complessivamente diminuite al triennio, non stanno messe meglio, basta andare a osservare gli “Elementi di base” e gli “Elementi caratterizzanti” dell’indirizzo sia per il tecnologico, sia per l’economico, dei diversi quadri orari.

Credo sia molto importante evitare di ragionare per “categoria” e viceversa dire che il taglio riguarda tutto e tutti, indistintamente, sia da un punto di vista meramente quantitativo, sia dal punto di vista qualitativo. A questo proposito, vorrei fare due esempi. Le scienze integrate, da discipline con una epistemologia definita, ciascuna divisa nelle sue caratteristiche specifiche (fisica, chimica, scienze naturali) vengono conglobate sotto la generica etichetta di “Scienze sperimentali” che “comprende più insegnamenti (Scienze della Terra, Biologia, Chimica, Fisica) ed è da considerarsi disciplina unica”. Intere classi di concorso saranno notevolmente ridotte o sostanzialmente spazzate via in pochi anni, in omaggio a una presunta “interdisciplinarità” generica che spaccia per “innovazione” una semplice riduzione di cultura scientifica fine. “Lingua e letteratura italiana”, oltre a perdere un’ora in quinta (ricalibrando il monte ore complessivo alle 29 del quinquennio del tecnico pre-riforma Gelmini), cambia la propria definizione in “Lingua italiana”, allineandosi così alla dicitura introdotta per il triennio degli indirizzi professionali dal DM 33/2020. In questo modo, “Italiano” come disciplina unica, lingua e letteratura, scompare integralmente dall’orizzonte culturale dei tecnici (ai professionali, se non altro, al biennio l’etichetta riporta un più globale “Italiano”). Evidentemente, si ritiene che sia questo il modo migliore per rafforzare, come evocato dal DL 144/2022, le “competenze linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche”…

Ma non è finita. Il DM 29 esce anche senza rendere pubbliche le classi di concorso che potranno insegnare, nei vari tecnici, le “scienze sperimentali”, così come molte altre materie generali e di indirizzo, bloccando per tutti, a livello nazionale, la costituzione degli organici e dunque l’eventuale individuazione dei docenti perdenti posto, mentre le scuole iniziano a predisporre le graduatorie interne.

2.3. L’area di indirizzo flessibile. La riforma stabilisce, in parziale analogia con quanto previsto anche dal DM 33/2020 per gli istituti professionali, un quota di flessibilità che ogni istituto potrà declinare in autonomia, elemento per me già discutibile in una scuola che si dice “pubblica”. Solo che, mentre nel caso dei professionali la quota era indicata per le singole aree di indirizzo specifico e individuava dei massimi e minimi (ad esempio, “Cucina” al primo biennio dell’Alberghiero può avere complessivamente 4 o 5 ore in due anni), nella riforma dei tecnici la parte flessibile individua delle generiche ore da “aggregare” a questa o quella materia, a scelta, in generale. La “Quota del curricolo a disposizione della scuola” prevede così rispettivamente: 2 ore jolly per ciascun anno del primo biennio, 3 per ciascun anno del secondo biennio e ben 7 in quinta, senza alcuna indicazione di area, di massimi o di minimi.

Mi pare abbastanza evidente che la totale mancanza di indicazioni, con la ‘scusa’ di “potenziare gli insegnamenti obbligatori di entrambe le aree e per attivare ulteriori insegnamenti”, risponda in realtà a una esigenza ben più basilare e urgente: fare fronte alla ingente perdita di posti che il taglio complessivo del quadro orario causerà a pettine. Come ha ricordato sempre Ludovico Arte, le tensioni in collegio tra dipartimenti, ma anche tra colleghi, potrebbero essere all’ordine del giorno, ed è facile, ma inevitabile, evocare i quattro capponi di Renzo: perché distogliere l’attenzione da una visione sistemica, con un obiettivo comune, attraverso l’offerta continua di distrattori, più o meno affabulatori o vessatori, è esattamente ciò che ci ha portato a questo punto.

3. Dove andiamo.

Mentre ancora siamo in attesa di conoscere le classi di concorso abbinate alle materie da insegnare, in assenza di Linee Guida, con tempi del tutto incongrui per un inizio a settembre 2026, è indispensabile chiedersi che cosa fare per recuperare il tempo perso.

Mi sono laureata su un badogliano (Beppe Fenoglio), forse il più grande esempio di partigiano e scrittore, che ancora ha votato monarchia al 2 giugno del 1946: proprio per questo credo che per provare a opporsi, salvando il salvabile, sia necessario riconquistare uno sguardo che privilegi ciò che unisce, tenendo in considerazione quanto “cambiare le cose” sia un obiettivo molto più desiderabile di “avere ragione”[2]. Propongo per questo un pentalogo di azioni comuni, su varia scala:

1. Fare massa: informare famiglie e studenti del tecnico di quanto la presentazione della futura prima durante l’orientamento sia stata ingannevole, prendendosi anche, nel caso, le proprie responsabilità, e cercando di organizzare una protesta trasversale e condivisa.

2. Fare rete: unirsi, tra scuole diverse, pensando all’obiettivo comune e senza concorrenze.

3. Fare rete: unirsi, tra sindacati, confederali, di base, piccoli e grandi; non è il momento del “mi si nota di più”, ma quello di pretendere compattamente almeno lo slittamento di un anno dell’entrata in vigore, attraverso ogni forma possibile di protesta e di azione.

4. Fare rete: tra docenti delle scuole, cercando di comprendere le legittime paure del collega che sta a fianco (è del tutto ovvio che un docente che insegna “Produzioni animali” all’Agrario, materia che con la riforma ha bisogno di cinque sezioni per avere una cattedra, in un indirizzo non diffusissimo, abbia paura di perdere posto; e io che insegno italiano, una materia generalista, lo devo capire; ma è del tutto ovvio che nonostante questo non si possa costruire un eventuale curricolo scolastico solo sulla base del perdente posto).

5. Analizzare in maniera puntuale e precisa la riforma, per individuare i possibili vulnera su cui agire per procedere con richieste di annullamento formali. La mancanza di trasparenza nei confronti di studenti e famiglie (violazione del DPR 249/1998) in sede di orientamento, la mancanza attuale di Linee Guida, per le quali non ci sono tempi tecnici di discussione pubblica pari a quelli che hanno accompagnato, sia pure malamente, le Nuove Linee Guida del I ciclo, il già citato mancato rispetto del DL 144/2022 per quanto riguarda il rafforzamento delle competenze linguistiche e scientifiche (visto che le ore vengono tagliate) potrebbero essere un primo punto di partenza su cui ragionare.

“Ma il rinnovamento della storia procede da uomini che con la propria natura ed educazione non hanno conti in sospeso, che sanno far parte d’un tutto, sanno che anche i limiti e i difetti, se accettati come tali, si possono far tornare all’attivo, in un’economia di valori più complessa e movimentata”. (I. Calvino, Il midollo del leone, 1955).


[1] Cfr. E. Lombardi Vallauri, La lingua disonesta, Bologna, Il Mulino, 2019.

[2] Devo questa serissima battuta a Mariangela Priarolo, attualmente docente comandata presso la Biblioteca Franco Serantini – Istituto di storia sociale, della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Pisa.

da qui

giovedì 28 luglio 2022

LA CASALINGA DI VOGHERA HA STUDIATO ALL’ALBERGHIERO DI MASSA LUBRENSE? DI BATTUTE INFELICI, DISPERSIONE SCOLASTICA E SPECCHI DI GALADRIEL - Orsetta Innocenti


Premessa. La vicenda del cosiddetto (vd. sotto) “alberghiero di Massa Lubrense” ha scatenato una indignazione abbastanza indiscriminata, che ha esondato un po’ ovunque, dai social, all’opinione pubblica, a tanti e tante esponenti del mondo della scuola.

Ritornare sulla questione significa riflettere sulle ragioni, e sull’opportunità politica, di questa stessa indignazione, a partire da un allargamento di sguardo sulla situazione oggettiva e sulla percezione culturale e sociale dei professionali (ma, in generale, di tutte quelle scuole spesso percepite come “di serie B”, che da ora in poi chiamerò “basse”) in Italia.

Mi pare infatti che questa difesa, un po’ da riflesso condizionato, dei professionali rischi di far passare in secondo piano un dato sostanziale e inequivocabilmente statistico: il fatto che i professionali in Italia – anche qualora fossero classi logiche paragonabili a Harvard (è evidente che non lo sono, la hybris di De Gregorio è di avere scimmiottato la casalinga di Voghera, senza che la battuta le sia venuta bene come a Nanni Moretti) – non stanno messi bene, e da anni, per molte e variegate ragioni strutturali e sistemiche che si possono riassumere in due parole tonde: “negligenza istituzionale”.

 

Non dirlo, difendere l’eccellenza del cosiddetto “alberghiero di Massa Lubrense” (che non esiste), porta come corto circuito inevitabile il “tutto ben, madama la Marchesa” pronunciato da Alessio Boni-Matteo Carati un secondo prima di gettarsi dal balcone del suo appartamento pieno di abbandonata solitudine, suicidandosi, nella Meglio gioventù.

Credo per questo che sia importante domandarci se il maggior prestigio percepito, sociale e culturale, ad Harvard lo abbiamo dato, e lo continuiamo a dare, noi, come società, ogni santo giorno, quando esibiamo la nostra disinteressata indifferenza per le sorti della scuola pubblica italiana in generale e delle sue scuole non liceali in particolare. La mia risposta è sì. Lo dice l’economia (gli stipendi contano), lo dicono, troppo spesso, gli sguardi di amici e conoscenti quando dichiari che per lavoro insegni a scuola, lo dice lo stato di abbandono in cui le istituzioni lasciano la professione docente fin dai suoi processi fondativi (formazione in ingresso, accesso ai ruoli – in particolare per la scuola secondaria) e di accompagnamento (formazione in itinere, profilo professionale, scientifico e di ricerca del docente). Siamo ancora, sostanzialmente, fermi al: “chi sa, fa; chi non sa, insegna” – con la “supplenza” a scuola scelta per ripiego, forma, percepita come a tutti accessibile, di ammortizzatore sociale.

 

L’inesistente alberghiero di Massa Lubrense. Come ho scritto sopra più volte, il professionale alberghiero, a Massa Lubrense, semplicemente, non esiste. Esiste, questo sì, una scuola superiore con tre sedi accorpate: il “Polispecialistico San Paolo” (codice: NAIS01600P), con sede principale a Sorrento, dove si trova, per l’appunto, insieme a un altro istituto tecnico, Economico e Tecnologico, il Professionale Servizi Enogastronomici, e ben due sedi succursali, una a Sant’Agnello, dove è ospitato il Tecnico Turistico, e una a Massa Lubrense (dove sono ospitati il Turistico e Amministrazione, Finanza e Marketing)1.

 

Si parla di un complesso scolastico di “circa 1100 studenti”: una scuola dunque che è stata vittima, come tantissime altre, del cosiddetto “dimensionamento”, l’accorpamento di più istituti sotto uno stesso dirigente se la popolazione scolastica scende, per le superiori, sotto i 500 alunni (secondo l’ultimo emendamento, nella legge di stabilità del 2020). Dunque no, senza la serie di leggi sul dimensionamento – che ha portato un solo preside a doversi occupare di scuole popolosissime, accorpate e diverse, su un territorio anche piuttosto vasto, mettendo in ogni caso insieme realtà complesse – non si potrebbe parlare, nemmeno virtualmente, della presenza di un professionale alberghiero a Massa Lubrense. Nel caso specifico, si tratta di tre comuni (Sorrento, Massa e Sant’Agnello) che si snodano sulla strada della costiera, mettendo insieme le specificità immagino complesse di tre comuni di uno dei massimi punti del turismo campano.

 

Dimenticarsi questa realtà, cedere alle lusinghe della narrazione amministrativa secondo la quale – poiché sono accorpati sotto lo stesso codice meccanografico, sotto la responsabilità di una stessa preside – queste tre realtà scolastiche sono geograficamente interscambiabili significa a mio avviso accollarsi il rischio di avallare la più ampia narrazione degli ultimi 25 anni (la prima legislazione sul dimensionamento scolastico è la L. 59/1997), secondo la quale le scuole possono essere trasformate in centri commerciali dell’istruzione, con piccole realtà specifiche di ‘istruzione di prossimità’ conglomerate in enormi ‘megastore’ in cui uno a fianco all’altro si trovano il supermercato, il negozio chic, la farmacia, la filiale della banca. Con la differenza che i megastore sono per davvero in un unico luogo, mentre, appunto, per quanto riguarda le scuole, e l’organizzazione, gestionale e didattica, della loro complessità, questa vicinanza è solo virtuale.

 

Si è visto al tempo delle restrizioni più pesanti durante la pandemia quando, per spostarsi da Sorrento a Massa Lubrense a Sant’Agnello, c’era bisogno di due tre (a seconda che la propria residenza fosse o meno in uno dei tre comuni) autocertificazioni diverse: soltanto un altissimo grado di concettualizzazione logico-formale (unito all’onnipresente ossessione per il risparmio della finanza pubblica ai danni dell’istruzione: un preside costa allo stato assai meno di tre presidi – per non parlare del dimensionamento del personale ATA che si può attuare in questo modo) può far parlare, nella vita quotidiana dell’esperienza di alunni/e, personale ATA, preside e insegnanti, della stessa scuola.

 

Nei fatti, ciascuna di quelle tre sedi vedrà forzatamente la preside per un numero di ore che non corrisponde al tempo scuola complessivo degli alunni e delle alunne; nei fatti, gli alunni e le alunne di quelle tre sedi sono estranei/e gli uni alle altre; nei fatti, se un/una docente perde posto in uno dei vari indirizzi, avere una cattedra “nella stessa scuola” non sarà proprio per niente lo stesso di quello che succederebbe a me se la perdessi in un indirizzo della mia.

Questa prima considerazione, brutalmente logistica, mi porta al secondo punto.

 

La fuga nei e dai professionali. Che i tecnici e i professionali rappresentino una enorme risorsa per la società italiana, lo so bene e ho provato anche ad argomentarlo in passato (del resto, e per scelta, orgogliosamente, ci insegno). Ma che questa sia stata, e sia oggi, la visione che informa gli interventi scolastici (già scarsi in assoluto, l’ho già detto) sulla scuola pubblica mi pare che sia quanto meno opinabile.

 

Le scuole tecniche e professionali (per non parlare dei Centri per l’Istruzione degli Adulti e dei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale) svolgono, infatti, un ruolo socialmente cruciale di istruzione di prossimità in condizioni di difficoltà grandissime. Di nuovo, anche questo si è visto durante il tempo più duro dell’emergenza pandemica, quando la didattica a distanza (non importa in quale forma: totale, ibrida o mista) ha portato alla luce una sperequazione di cui sono stati maggiormente vittime proprio gli alunni e le alunne delle scuole “basse”. Per la possibilità economica di accedere alle forme di didattica a distanza, certo, ma anche (ne ho parlato diffusamente nel febbraio del 2021) perché lo stesso ministero è risultato incapace, in parte per ragioni oggettivamente contingenti, in parte per scelte decisamente miopi, di garantire a studenti e a studentesse di quegli indirizzi una quota minima ragionevole di quell’istruzione pratica cui pure avevano diritto ‘per contratto’2. E’ come se queste scuole – “della seconda possibilità”: le scuole dove spesso alunni e alunne arrivano con alle spalle la sensazione di avere ‘fallito’ in scuole percepite come socialmente e culturalmente ‘più Harvard’ – finissero sempre e costantemente fuori dai radar: dell’opinione pubblica (tranne quando una De Gregorio fa una battuta sullo status di legal alien di un presidente del consiglio dimissionario in Parlamento), del ministero, ma anche, in parte, dei suoi stessi docenti.

 

Questo elemento è stato ben messo in luce in due interventi, parzialmente fuori dal coro, usciti nei giorni scorsi in merito alla ‘vicenda Massa Lubrense’3. In entrambi, molto all’osso, il senso delle riflessioni si può sintetizzare dicendo che, se continuiamo a difendere acriticamente il (cosiddetto) “professionale di Massa Lubrense”, rischiamo di far passare il messaggio che nelle scuole di seconda scelta vada tutto bene, eccellenze a-problematiche a servizio del territorio; mentre invece, se ci caliamo appena un minimo nelle loro realtà, scopriamo che no, non va affatto tutto bene: restano luoghi di frontiera, difficili, dove la popolazione scolastica spesso arriva con il peso di una frustrazione (intellettuale, economica, culturale, sociale), del non sentirsi, altrove, all’altezza, e dove spesso i/le docenti non trovano motivazione per restare, perché non percepiscono (giustamente) la loro professionalità formata, accompagnata, valorizzata a sufficienza, e dunque ‘scappano’ in realtà scolastiche socio-culturalmente più rassicuranti, in un eterno cane vizioso che si morde la coda. Non è un caso (quante volte io stessa me lo sono sentita dire) che quei e quelle docenti che ai professionali, ai tecnici (e ai CPIA e sui percorsi IeFP) decidono di restare – di solito perché hanno avuto la fortuna, individualmente, di approfittare di percorsi di formazione a tutto campo che hanno loro dato strumenti di consapevolezza professionale e scientifica – siano spesso apostrofati come “missionari”, dotati di una “vocazione” eccezionale. Il prestigio di questi istituti rispetto ad Harvard si sostanzierebbe dunque – a ben guardare – non nell’avere una reale attenzione istituzionale, formazione costante per i/le docenti, riconoscimento professionale, sociale ed economico, didattica di prossimità dedicata con un numero anche inferiore alla media nazionale di alunni per classe (al fine di garantire una attenzione maggiore su necessità più complesse), ma in un non meglio precisato, emotivamente trascinante, numero di “eroine” e di “eroi”.

 

Non c’è nulla di particolarmente nuovo, in tutto questo. E, anzi, andando a spulciare i comunicati della prima ora in difesa del cosiddetto “professionale di Massa Lubrense”, vediamo che uno dei più accorati in difesa delle scuole professionali è fatto dalla dirigente di una delle scuole polo aderenti alla rete delle “Avanguardie educative”4. Si tratta di una rete nazionale di “scuole polo regionali: ‘ambasciatrici’ del Movimento per promuovere, sostenere e condividere i principi ispiratori del Manifesto programmatico per l’Innovazione”5, che si era segnalato, durante le settimane immediatamente seguenti il primo lockdown, per l’estensione di un Manifesto della scuola che non si ferma nel quale si proclamava la volontà di essere “pronti a metterci in gioco e in discussione, con professionalità e sacrificio” [corsivo mio]6.

 

Investimenti. La scuola italiana non ha bisogno né di sacrifici, né di eroi (né di poeti, né di santi, né di navigatori – nei comparti del lavoro pubblico, così come al governo), ma di professionalità coltivata. Quello su cui a mio avviso è necessario prima, se proprio si vuole, indignarsi, ma poi agire, come società civile dotata di consapevolezza politica, è il fatto che gli strumenti per coltivare questa professionalità in maniera sistemica non sono stati garantiti, e da parecchio, dalla pianificazione sull’istruzione posta in essere dai successivi governi della Repubblica (fino ad arrivare, buoni ultimi, ai non interventi del governo Draghi).

Non si possono infatti definire in alcun modo interventi ‘strutturali’ i fondi dati, insieme, a pioggia e a macchia di leopardo previsti nel PNRR. Invece di stabilire l’unica misura in grado di fare inclusione per davvero – riassumibile in due parole secche, “anche meno”: “meno” studenti per classe, “meno” classi per docente, “meno” plessi per preside, “meno” pratiche amministrative per unità di personale dedicato, “meno” metri quadri da pulire per collaboratore scolastico – infatti, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, per intanto, si è limitato a inviare con la modalità della ‘pioggia discreta’ una quantità di fondi per il “Piano contro la dispersione scolastica”, che appaiono cospicui per singola scuola, ma che sono un nulla rispetto agli investimenti che sarebbero necessari per riportare almeno a 24 (dagli attuali 27 minimo) il numero massimo di alunni per classe.

 

Il polo di Sorrento, con sedi associate a Massa Lubrense e Sant’Agnello, che ospita, come abbiamo visto, tra i suoi indirizzi il professionale alberghiero, ha ricevuto per esempio 225.651,19 euro sul totale dei 79.322.182,06 euro stanziati per la Campania (che ha ricevuto il finanziamento maggiore): calcolando che, come dichiarato dal sito ufficiale di Scuola in chiaro, nella sede di Sorrento del Polispecialistico San Paolo ci sono 1071 studenti, si tratta di 210 euro e spiccioli a studente/ssa per prevenire la dispersione in una scuola dove (sempre secondo i dati ufficiali di Scuola in chiaro) “si registra la crescita del fenomeno degli ‘abbandoni’”7.

Si tratta di un raffinato gioco delle tre carte: nei comunicati stampa il titolo 1,5 miliardi per il Piano contro la dispersione scolastica suona benissimo8. Peccato che poi, così, una tantum e a pioggia, si tratti di bruscolini, puro stucco (con i quali non è possibile nemmeno pagare l’insieme di tutti i libri previsti per un anno scolastico). Per andare a incidere sui parametri degli “anche meno” che ho evocato prima si muovono ordini di grandezza assai più imponenti. Per fare un esempio ‘a spanne’, riducendo anche di un solo alunno il numero di studenti per classe, in media cresce del 5% l’organico docente, dunque di circa 40.000 unità; calcolando in circa 30.000 euro annui la spesa per docente, parliamo di cifre che si attestano intorno al miliardo e duecento milioni. Cifre alte, certo, ma per interventi finalmente strutturali e sistemici; cifre che tuttavia in tempo di PNRR sarebbero state possibili, ma avrebbero fatto meno colpo (esattamente come inondare le scuole di lavagne da Minority Report, le cosiddette “smartboard”, fa molta più propaganda che assumere in una oscura stanza di segreteria non aperta al pubblico una nuova unità di personale).

 

Il dito e la luna. E’ tempo di tornare al punto di partenza, e alla battuta che ha dato origine al dibattito. Non è mia intenzione commentarla più di tanto – fare questo implicherebbe mettere in piedi ragionamenti che riguardano il codice della comunicazione, i generi letterari (la differenza per esempio tra informazione e satira), i contesti (il salotto di In onda che si trasforma, e non certo da oggi, nel salotto di casa), e, di conseguenza, una tipologia completamente diversa di intervento. Diciamo che si è trattato, nelle cose, di una battuta infelice, e tanto basta (ho studiato lettere, e so dunque che quando la comunicazione di un messaggio, a torto o a ragione, fallisce, come ha clamorosamente fallito questo, la parte più cospicua della responsabilità risiede, sempre, nell’emittente).

 

Mi pare però che – ed è questo che ho cercato di argomentare in queste righe – De Gregorio abbia, anche involontariamente, sollevato la voce di un contesto implicito che si è sentito chiamato in causa anche e soprattutto per quello che potrei definire l’effetto dello specchio di Galadriel nel Signore degli anelli (che rivela, a ciascun membro della Compagnia dell’Anello che vi si riflette dentro, le sue più segrete verità).

 

Il poco prestigio percepito di cui godono non solo i professionali, ma tutta la scuola italiana, si snocciola, a mio avviso, in una noncuranza diffusa, dall’alto e dal basso. Lo dicono i tassi di partecipazione alle manifestazioni e alle iniziative per l’aumento dei fondi alla scuola pubblica (dove ci troviamo sempre coi soliti quattro inossidabili gatti), lo dicono i tassi di adesione agli scioperi, lo dice l’indifferenza sostanziale della “società civile” con la quale si sono consumati gli scempi delle riforme Moratti, Gelmini, Renzi, e il silenzio di fatto con il quale sono stati accolti i provvedimenti dei ministeri Azzolina e Bianchi durante l’emergenza, nonché il nulla sostanziale messo nel PNRR dal “governo dei migliori”. Lo dice il fatto che troppo spesso nel discorso pubblico “liceo” è usato serenamente come sinonimo di “istituto superiore”, e che una buona parte dell’Italia colta media non conosca la presenza nel sistema scolastico dei CPIA e dei percorsi di IeFP, o che non sappia che, col Dlgs 61/2017, ai professionali (come l’inesistente “alberghiero di Massa Lubrense”) è stato dato un Esame di stato meno esame degli altri (con la seconda prova parzialmente interna), e un percorso che, per venire incontro all’obiettivo europeo di abbassare il livello di bocciature italiano, ha previsto non fondi in più per interventi didattici continui nel tempo, ma semplicemente la residualità per legge della bocciatura in prima (cioè sull’età soglia dei 16 anni)9.

 

Adontarsi, richiamare puntigliosamente le eccellenze di alcuni percorsi professionali (che sicuramente esistono – ma un sistema sano non è fatto di eccezioni), mi pare rischi, con clamoroso effetto boomerang, di spostare l’attenzione sul problema sbagliato. E il problema dell’istruzione professionale italiana non è quello di una notista politica che si improvvisa comica, senza avere, come ho già detto, la bravura di Nanni Moretti, ma quello di una mancanza strutturale di attenzione, interesse, investimenti, fondi sull’istruzione pubblica da parte di troppi. Così – spostandosi dalla luna al dito – si continua, implicitamente, a sollevare la politica italiana, nel merito, dalle sue enormi, strutturali, responsabilità.

 

Note

 

1 Tutti i dati, qui e dopo, sono presi dal sito di Scuola in Chiaro: https://cercalatuascuola.istruzione.it/cercalatuascuola/istituti/NAIS01600P/polispecialistico-san-paolo/ (u.c. 23/07/2022).

2 Cfr. Orsetta Innocenti, Figli di una scuola minore. La ‘distanza’ nei tecnici e nei professionali, in Le parole e le cose, 24/02/2021: https://www.leparoleelecose.it/?p=40829 (u.c. 23/07/2022).

3 Cfr. Roberto Ippolito, Harvard, l’alberghiero e l’ingiustizia sociale, in Tecnica della scuola, 22/07/2022: https://www.tecnicadellascuola.it/haward-lalberghiero-e-lingiustizia-sociale?fbclid=IwAR3St9vhQxt3VS_ndL5KZg1jm8P6z6rbaiv_dpJ8RxAhh_P8ZXPizQZ6BW0 (u.c. 23/07/2022) e Alfonso D’Ambrosio, Indignarsi per Concita perché tutto resti uguale, in Senza filtro, 22/07/2022: https://www.informazionesenzafiltro.it/concita-de-gregorio-alberghiero-massa-lubrense/?fbclid=IwAR10PI45vDERa7BEe_X-U5AFql3q6KM0ggpMiN78AuI5jecuGRPvek1XIYo (u.c. 23/07/2022).

4 Ampi stralci del comunicato, liberamente consultabile alla pagina FB della DS Laura Biancato, sono riportati in questo articolo: Fabrizio De Angelis, “Draghi come un professore di Harvard che ha avuto la supplenza all’Alberghiero di Massa Lubrense”. La frase di Concita De Gregorio finisce nella bufera, in Orizzonte scuola, 21/07/2022: https://www.orizzontescuola.it/draghi-come-un-professore-di-harvard-che-ha-avuto-la-supplenza-allalberghiero-di-massa-lubrense-la-frase-di-concita-de-gregorio-finisce-nella-bufera/ (u.c. 23/07/2022).

5 Cfr. il pieghevole di Indire che illustra la rete: https://pheegaro.indire.it/uploads/media/AVANGUARDIE_EDUCATIVE/Pieghevole_scuole_polo_ITA_PER-WEB.pdf (u.c. 23/07/2022).

6 Cfr. Manifesto della scuola che non si fermahttps://www.indire.it/wp-content/themes/indire-2018/manifesto-la-scuola-non-si-ferma.pdf?fbclid=IwAR3z_NpUzD6QVUGKmg1EOZ19Yl-qvKLqnN50jxeqLNi1Mr61naiczfQO1Oo (u.c. 23/07/2022).

7 Per il riparto delle cifre regionali di questa fetta di PNNR rimando alle cifre fornite dal governo. Cfr, rispettivamente qui (riparto regionale): https://pnrr.istruzione.it/wp-content/uploads/2022/06/M4C1I.1.4_Dispersione_Riparto_regionale.pdf e qui (riparto per scuole): https://pnrr.istruzione.it/wp-content/uploads/2022/06/M4C1I.1.4_Dispersione_Riparto_istituzioni_scolastiche.pdf (u.c. 23/07/2022).

8 Cfr. la pagina dedicata del sito del Ministero dell’Istruzione: https://www.miur.gov.it/web/guest/-/pnrr-1-5-miliardi-per-il-piano-contro-la-dispersione-scolastica-il-ministro-bianchi-ha-firmato-il-decreto-con-i-primi-500-milioni-per-interventi-sulla#:~:text=Ministero%20dell’Istruzione&text=Abbiamo%201%2C5%20miliardi%20a,nella%20fascia%2012%2D18%20anni. (u.c. 24/07/2022).

9 Rimando su questo a Anna Maria Agresta – Marina Polacco, La riforma dei professionali e il (falso) miraggio delle competenzeLe parole e le cose, 09/01/2020: https://www.leparoleelecose.it/?p=37434 (u.c. 23/07/2022).

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