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martedì 8 marzo 2022

Un altro giorno di guerra è andato

 



articoli, link e video di Pino Arlacchi, Francesca Borri, Pasquale Pugliese, Tonio Dell’Olio, Danilo Tosarelli, Marinella Mondaini, Linea d’Ombra, Roberto Vivaldelli, Enrico Euli, Alessandro Orsini, Gianni D’Elia, Matteo Saudino, Carlo Bellisai, Mauro Presini, Geraldina Colotti, Franco Battiato, Lucio Caracciolo, Alberto Sordi. E la petizione “Basta discriminare gli africani che scappano dall’Ucraina“. A seguire una nota della “bottega” sui nostri dossier precedenti.


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sabato 30 gennaio 2016

Tutte le colpe dell’Onu in Siria - Francesca Borri

A due anni di distanza dagli ultimi negoziati, dichiarati chiusi e falliti in meno di mezz’ora, a Ginevra in questi giorni si torna a discutere di Siria. L’obiettivo è un governo transitorio, ed entro diciotto mesi una nuova costituzione e nuove elezioni. Per la prima volta, sono al tavolo tutti i principali protagonisti del conflitto, incluso l’Iran. Sono a Ginevra la Russia e gli Stati Uniti, la Turchia e l’Arabia Saudita. Mancano solo l’Ahrar al Sham e il Fronte al nusra: mancano solo i combattenti.
Ma non è solo per questo, in realtà, che a questi negoziati non crede nessuno. In genere ogni responsabilità è imputata all’opposizione, all’assenza di una opposizione unita e rappresentativa – e possibilmente, non legata ad Al Qaeda. Ma la verità è che in Siria entrambi i fronti sono da tempo frantumati in decine, centinaia di milizie che cambiano continuamente nome e alleanza, e fondamentalmente non rispondono che a se stesse. Non combattono che per i propri interessi.
Se tra i ribelli si contano oltre duemila gruppi armati, anche Assad ormai è poco più che il sindaco di Damasco. Nelle aree sotto il suo controllo, non governa alcun governo: comanda Hezbollah, comandano le guardie rivoluzionarie iraniane, comandano mille signori della guerra. E ora, i russi. Tra morti e disertori, il suo esercito ha perso metà degli uomini. E quindi l’unica cosa chiara, in questa carneficina che si complica ogni giorno di più, è che in Siria non si avrà un happy ending hollywoodiano, per dirla con l’analista Aaron David Miller, non si avrà un accordo di pace globale. Risolutivo.
In Siria una serie di attori esterni che perseguono essenzialmente ognuno i propri obiettivi, la propria strategia, interagiscono con una miriade di gruppi armati dai caratteri spesso settari e tribali, milizie che dedicano larga parte delle loro energie alle battaglie interne per il potere, alle faide, le vendette, i regolamenti di conti: il tutto sullo sfondo di un mondo arabo che dalla Tunisia allo Yemen, è una polveriera di povertà, repressione, frustrazione. Un mondo arabo in cui il sogno per cui i ventenni sono pronti a morire in mare è venire a vivere una di quelle nostre vite di periferia da cui noi vorremmo fuggire.
In un contesto simile, l’unico tentativo di pace realistico è un tentativo graduale, costruito e consolidato passo a passo. Non un accordo di pace, cioè, ma piuttosto un processo di pace: perché un accordo di pace non si saprebbe neppure a chi farlo firmare. E il problema, però, è che in un processo di pace il ruolo fondamentale è quello del mediatore, chiamato a vigilare sulle parti e a sanzionare le inadempienze: mentre il mediatore, in Siria, è uno dei combattenti.
Perché è dell’Onu l’arma che in Siria si è rivelata più potente: gli aiuti umanitari.
Ed è per questo che a questi negoziati non crede nessuno.
Siamo abituati a pensare alla guerra come a uno scontro tra combattenti. E invece la guerra, in questi ultimi anni, ha cambiato profondamente natura: ora l’obiettivo, l’obiettivo intenzionale, non il danno collaterale, sono i civili. La strategia di Assad è stata chiara e ferma dall’inizio, dai giorni delle prime manifestazioni, quando davanti a ragazzi laici e pacifici, denunciò il pericolo di una deriva islamista, e con un’amnistia liberò non i prigionieri politici, non i suoi oppositori, ma gli oppositori dei suoi oppositori, i jihadisti: proponendosi al mondo come unico possibile garante della stabilità. “O io o l’anarchia”.
E ha funzionato. Con i suoi bombardamenti, Assad ha sistematicamente, e letteralmente, raso al suolo tutto quello che i ribelli hanno conquistato, metro dopo metro, per impedire che si radicassero delle istituzioni alternative a quelle di Damasco, delle forme efficaci di autogoverno, come stava avvenendo ad Aleppo prima che cominciassero a grandinare barili esplosivi.
Contemporaneamente, Assad ha cercato di indurre i siriani a rifugiarsi nelle aree sotto il suo controllo, assicurando cibo, medicine, elettricità, gasolio: assicurando una vita il più possibile normale, fedelmente pubblicizzata da Sana, l’agenzia di informazione di stato, che ancora oggi, come se niente fosse, aggiorna sui migliori concerti in programma a Damasco, sulla promozione del ciclismo per ridurre l’effetto serra, sui successi degli scolari alle competizioni di matematica – mai sui parchi giochi trasferiti sotto terra per evitare che quegli scolari, tra un premio e l’altro, finiscano uccisi dai mortai.
Ma la verità è che Assad è mantenuto dall’esterno, militarmente e finanziariamente. L’economia della Siria non esiste più: parliamo di un paese in cui l’80 per cento della popolazione è sotto la soglia di povertà, e i costi di ricostruzione sono stimati in dieci volte quello che gli Stati Uniti hanno speso per l’Iraq. Senza Hezbollah il fronte sarebbe crollato. Ma senza l’Onu sarebbe crollato tutto il resto.
Un milione di siriani sotto assedio
L’Onu ha consegnato gli aiuti umanitari sempre e solo ad Assad. Si è giustificata sostenendo che per statuto è tenuta a cooperare con l’unico governo riconosciuto, e cioè il governo di Damasco. E il diritto internazionale, in effetti, che è ancora basato sulla tutela della sovranità nazionale, impone di agire con il consenso dello stato territoriale: ma specifica anche che questo consenso non può essere negato per ragioni arbitrarie, o persino illegali – per esempio, affamare la popolazione per costringerla alla resa.
E comunque, anche dopo che sono state approvate le risoluzioni 2165 e 2258 che autorizzano la distribuzione di aiuti umanitari indipendentemente dal consenso di Assad, e sono sotto assedio quasi un milione di siriani, e tutti nelle aree militarmente più strategiche, l’Onu continua a chiedere il permesso. E quindi ha rinunciato a intervenire a Deir Ezzor, in cui sono in trappola duecentomila civili, perché Assad ha detto che l’aeroporto non è sicuro: anche se atterrano dieci aerei al giorno per rifornire i suoi soldati.
L’Onu non solo non ha mai distribuito direttamente gli aiuti, ma neppure ha mai pensato di tracciarli. Si limita a depositarli nei magazzini centrali di Damasco. Quando hanno conquistato Idlib, a marzo, i ribelli hanno trovato quintali e quintali di aiuti dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) nelle caserme.
Erano finiti ai soldati, invece che ai civili. Ad Aleppo, l’unico luogo in cui si vede il logo Unhcr è il mercato nero.
A Madaya, quarantamila abitanti, negli ultimi tre mesi sono entrati dieci chilogrammi di riso, quattro chilogrammi di zucchero, quattro chilogrammi di patate, due chilogrammi di spaghetti, cinque litri di olio e dei barattoli di fagioli. Un chilo di riso costa 256 dollari. L’unico intervento dell’Onu, per i siriani, è stato quello di Staffan de Mistura, che ha negoziato una serie di cessate il fuoco a livello locale: e cioè la resa dei ribelli in cambio dell’apertura agli aiuti umanitari. L’Onu, anche qui, non ha mai controllato cosa sia accaduto dopo la tregua. Dopo le conferenze e i comunicati stampa. E d’altra parte è difficile saperlo: di molti degli attivisti che si sono fidati, e sono tornati nelle aree del regime, non si hanno più notizie.
Ma l’Onu ha sempre negato tutto. Davanti alle prime, inequivocabili immagini di cadaveri scheletrici, ai giornalisti che scrivevano di “starvation”, di fame, ha risposto che, tecnicamente, si trattava di casi di malnutrizione. Oggi, con analogo cinismo, analoga complicità, a chi parla di aree assediate risponde che si tratta solo di “aree difficili da raggiungere”: perché l’assedio, come l’affamare la popolazione civile, è un crimine di guerra.
Perché la malnutrizione, la povertà, la difficoltà di movimento sono normali, in guerra, sono l’effetto inevitabile del collasso dell’ordine politico e sociale: mentre affamare, assediare sono verbi, non sostantivi. Sono azioni che implicano un soggetto. Una responsabilità.
Ma in Siria, invece che fermare i morti, l’Onu due anni fa ha fermato il conteggio dei morti.
I suoi documenti, come sempre infarciti di tecnicismi, a leggerli sembrano che non dicano niente. E invece quel linguaggio così asettico è più politico che mai. La guerra di Siria sarà ricordata come l’unico caso in cui l’Onu, in settant’anni di Bosnia e Ruanda e fallimenti di ogni tipo, è stata capace di giocare un ruolo effettivo. Purtroppo.
da qui

mercoledì 30 dicembre 2015

La leva internazionale esaspera i palestinesi - Francesca Borri

Ma tu che sei esperta, mi chiede una svedese: quando l'esercito attacca, io come contrattacco? Ha settant'anni, la maglietta di Yoko Ono e un caschetto da ciclista. A una così, cosa puoi risponderle? Signora, non si preoccupi. Se l'esercito attacca, lei muore subito. E' arrivata a Bil'in, 12 chilometri da Ramallah, a bordo di un furgoncino dell'Alternative Tourism Group. Come ogni venerdì, all'una, dopo la preghiera, i palestinesi protestano in corteo contro il Muro, contro l'occupazione: e gli israeliani rispondono con lacrimogeni e proiettili di gomma. A volte proiettili veri. E' così dalla fine della Seconda Intifada. Ogni venerdì. Da quando Israele, per fermare gli attentati suicidi, ha iniziato a costruire il Muro, e i palestinesi, un po' per opporsi al Muro un po' per riorganizzarsi dopo il fallimento della resistenza armata, si sono convertiti alla non violenza. E nei primi anni ha funzionato - nei limiti in cui le cose funzionano, qui: il Muro, dichiarato illegale dal tribunale dell'Aja perché ingloba terra palestinese, e il suo obiettivo, più che garantire la sicurezza, è frantumare la West Bank, e complicare la vita, è stato appena spostato di tracciato. A tratti demolito. Ma adesso, le manifestazioni del venerdì non sono che un'attrazione turistica. Tra stranieri e giornalisti, siamo più dei palestinesi. 

Come un circo turistico
Bil'in, Ni'lin. Nabi Saleh sono nomi ormai famosi. Ogni venerdì, all'una, puntuale, una manciata di ragazzini tira pietre: gli israeliani rispondono, e i palestinesi arretrano, si disperdono, aspettano cinque, dieci minuti, poi ricominciano, di nuovo tirano pietre, e di nuovo i soldati rispondono, di nuovo i palestinesi arretrano - quando un proiettile di gomma colpisce qualcuno, un'ambulanza si precipita a sirene spiegate a medicare il graffio. Contribuire al dramma. Il resto del villaggio, intanto, dalle retrovie, suona spazientito il clacson. E' venerdì, l'equivalente della nostra domenica, vogliono passare: stanno tutti andando in gita fuori. Per la nuova guida di Ramallah, d'altra parte, il Muro è tra le cose da non perdere. "Deprimente", dice la didascalia, "ma affascinante". 
Sono settimane di Intifada, tra israeliani e palestinesi. Un morto al giorno. Ma i veri protagonisti sono invisibili alla cronaca: sono gli internazionali. Gli scontri, infatti, gli accoltellamenti restano casi isolati. Non si ha una rivolta generale - Hamas e Fatah, al solito, sono ai ferri corti, impegnate a trovare un successore all'80enne Mahmoud Abbas: e nessuno è disposto ad avventurarsi in un'Intifada senza leadership né strategia. E una delle ragioni per cui la società civile è così debole, e fino a pochi anni fa invece era il contrario, i palestinesi erano l'avanguardia degli attivisti arabi, è che sono arrivate le nostre Ong a rafforzarla. 

Furono una svolta 
"I primi internazionali sono stati una svolta. Erano quasi tutti specialisti di diritti umani, e hanno tradotto in termini giuridici l'occupazione, impostando il ricorso all'Onu, al tribunale dell'Aja. Le convenzioni di Ginevra sono diventate la nostra nuova arma. Una delle più efficaci", dice Jamal Juma, il coordinatore delle iniziative contro il Muro. "Ma poi sono arrivate Ong di altro tipo: quelle di aiuto allo sviluppo. E un po' alla volta, si sono trasformate in una forma di welfare", dice. Oggi le Ong, qui, sono centinaia. Nessuno sa più neppure il numero preciso. "E la maggioranza si dedica a progetti inutili, il cui solo obiettivo è offrire uno stipendio ai palestinesi. E tenerli buoni". Anche perché i direttori di progetto sono stranieri: i palestinesi sono chiamati semplicemente ad attuare progetti pensati altrove. Il risultato è stato lo sfibramento della società civile. E soprattutto, il passaggio dalla politica alla tecnica. Quando l'esercito confisca una strada, si ha subito una Ong pronta a costruirne una alternativa. "Ma l'obiettivo", dice Jamal Juma, "dovrebbe essere combattere l'occupazione, non aiutarci a conviverci". 
Il dibattito, in questi giorni, è tutto sul traffico di Qalandia, il checkpoint che separa Ramallah da Gerusalemme. E in cui si rimane imbottigliati per ore. Ed è un dibattito sulla viabilità: sui sensi di marcia, le carreggiate. Gli svincoli. "Ma il problema è che Qalandia è lo snodo da cui è costretto a passare chiunque. Ovunque sia diretto. Il problema non è che mancano i semafori. Il problema è che di mezzo, tra noi, c'è un Muro". Ma soprattutto, c'è poi un altro tipo di internazionali, verso cui l'insofferenza è ancora più forte: né attivisti né professionisti, ma semplici avventurieri. Ventenni che vengono qui per uno, due mesi, e scroccano la vacanza ospiti di un'associazione in cambio di una mano nella raccolta delle olive, di un paio di lezioni di inglese ai bambini. E sono cani sciolti che finiscono per radicalizzare il conflitto. "Agiscono di testa propria. Si scontrano con l'esercito a ogni occasione. Perché tanto poi partono, tornano a casa. Non vivono le conseguenze delle loro azioni", dice Murad Shtaiwi, un altro degli attivisti storici della West Bank. "E comunque", dice amaro, "poi nelle battaglie vere non si vedono mai". 

Ragazzini. E dannosi 
Come quella di Kafr Qaddoum, il suo villaggio. Oltre metà della terra è stata ormai confiscata per fare spazio a un insediamento israeliano. Erano famiglie di agricoltori: ora lavorano tutti in città. Tutti a Nablus. Ma la strada è stata chiusa. E quindi a Kafr Qaddoum, in questi mesi, si ha l'unica vera manifestazione del venerdì: perché diversamente dalle altre, l'obiettivo, qui, è specifico: è la riapertura della strada. Arrivi, attraverso sentieri sterrati e scoscesi, e trovi i bambini tutti pronti con la maschera antigas. Sono gli israeliani a iniziare, qui. I palestinesi, all'una, bruciano vecchi copertoni per proteggersi dietro una barriera di fumo nero. Ma all'improvviso, semplicemente, un ragazzo è centrato da un proiettile. E in pochi minuti, l'esercito invade tutto. Per ore è battaglia metro a metro, con le donne dai tetti, dietro le finestre, che indicano a chi è giù in strada in che direzione tirare pietre. Tutti partecipano, tutti aiutano come possono: tranne gli internazionali. "Qui che si rischia davvero, non viene nessuno", dice Murad Shtaiwi. Per la verità, qualcuno viene. Un australiano che sta addobbando da guerrigliero un bambino per scattargli una foto, con kefiah, fionda, maschera antigas, si scaglia contro degli attivisti israeliani che gli dicono di lasciarlo in pace a guardare i cartoni animati. Se davvero siete dalla parte dei palestinesi, urla l'australiano, restituite la terra e tornatevene in Europa. Un ragazzo si precipita a separarli. Ma a te che importa?, gli dice. Devo viverci insieme io, mica tu. Ed è così anche a Hebron, l'epicentro di questa Intifada. I palestinesi accusano l'esercito di reagire con un eccesso di forza: di sparare ad accoltellatori che potrebbe invece disarmare, per provocare ulteriore violenza, e procedere così a ulteriori confische, ulteriori demolizioni, ulteriori arresti in un momento in cui i palestinesi sono politicamente divisi, economicamente stremati - e il mondo è tutto concentrato sull'Isis. 
"Per gli israeliani Hebron ha un valore speciale, perché è la sede delle Tombe dei Patriarchi. Se le altre città della West Bank possono diventare un giorno parte di Israele come oggi Haifa, città della minoranza araba, Hebron, come Gerusalemme, deve essere ebraica", dice Issa Amro, il più noto degli attivisti. "Avremmo bisogno di più internazionali. L'abbiamo visto mille volte: in presenza di stranieri, l'esercito è costretto a rispettare un minimo di regole. Ma stanno tutti a Ramallah. Dicono che Hebron è pericolosa. Invece di venire qui, aprono nuovi uffici a Nablus, a Betlemme. A Jenin. E non capiscono che questa è esattamente la strategia di Israele: la normalizzazione. Aiutarci a vivere bene sotto occupazione". "E qui se non lavori in una Ong", dice, "lavori nell'Autorità Palestinese o in Israele. In entrambi i casi, hai bisogno di una sorta di certificato rilasciato dall'intelligence, con cui si attesta che non sei un soggetto pericoloso. E cioè che non sei impegnato politicamente". 

Guide d'occupazione 
"Così", dice, "non avremo mai un'Intifada". Un'alternativa, in realtà, esiste: lavorare come guida turistica dell'occupazione. Nella città vecchia di Hebron, infatti, ormai deserta, i militari a ogni angolo, possono entrare solo i residenti e gli stranieri. Cammini, tra gli sputi e le sassate dei coloni, e decine di palestinesi alla fame, laurea e inglese impeccabile, si offrono di organizzarti un giro ai checkpoint, agli insediamenti, piuttosto che all'ultima fabbrica di kefiah ancora in funzione. Sono tutte prodotte in Cina.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 21-12-2015


giovedì 8 ottobre 2015

L’Italia va alla guerra per darsi importanza - Francesca Borri

A quanto pare nei prossimi giorni anche l’Italia comincerà a bombardare le postazioni del gruppo Stato islamico. E d’istinto viene subito in mente Massimo D’Alema, che ai tempi del Kosovo era presidente del consiglio (1999) e a proposito delle ragioni per cui l’Italia decise di entrare in guerra disse: “Di fatto ti rendi conto di essere entrato in una certa agenda di telefonate del presidente degli Stati Uniti”.
L’Italia è già parte della coalizione contro lo Stato islamico, ma al momento il suo ruolo è essenzialmente fornire armi e addestrare forze locali. Adesso invece i Tornado italiani potrebbero passare da missioni di ricognizione a missioni di attacco anche se, dopo un anno, è ormai chiaro che i bombardamenti sono inutili.
Contesti nazionali
Non solo perché il problema, com’è noto, è la mancanza di truppe di terra: Kobane ha dimostrato che solo un attacco coordinato dal cielo e da terra può sconfiggere i jihadisti. Ma soprattutto i bombardamenti sono inutili perché, nonostante la retorica del califfato universale, in realtà il gruppo Stato islamico è molto condizionato dai contesti nazionali, e in Siria è molto diverso che in Iraq.
In Siria il conflitto oppone ancora i sostenitori e gli oppositori di Bashar al Assad, e il gruppo Stato islamico, che ha rapporti ambigui di alleanza di fatto sia con alcuni gruppi ribelli sia con il regime, è un attore terzo, dominato da stranieri. Non ha un reale sostegno popolare.
Non è così in Iraq, dove il gruppo Stato islamico è ben radicato, creato dal disastro dell’invasione statunitense e rafforzato negli anni del governo di Nouri al Maliki, che trae origine dall’identificazione collettiva dei sunniti con il regime di Saddam Hussein e dalla loro emarginazione politica e sociale.
La guerra contro il gruppo Stato islamico sembra ormai il pretesto per perseguire gli obiettivi più svariati
In Iraq, il gruppo Stato islamico è la reazione di alcuni sunniti alla frustrazione e alla discriminazione. Per eliminarlo non servono bombardamenti ma riforme, quelle che da settimane migliaia di iracheni chiedono manifestando in tutto il paese. Non sono né sunniti né sciiti: sono laici. E sono completamente ignorati.
Ormai la Siria e l’Iraq sono terra di nessuno. Nei cieli iracheni sfrecciano gli aerei di 17 paesi, in quelli siriani di 16 paesi, ognuno con i suoi obiettivi. L’Iran, per esempio, bombarda l’Iraq ma non la Siria, Israele bombarda la Siria ma non l’Iraq, mentre la Siria, nel senso di Assad, invece che i combattenti bombarda i civili.
L’Arabia Saudita bombarda anche lo Yemen, l’Egitto bombarda la Libia, la Turchia bombarda i curdi. La guerra contro lo Stato islamico, che agli Stati Uniti costa 8,5 milioni di dollari al giorno, 250mila dollari per ogni jihadista ucciso, ha innescato guerre di ogni genere. Anche se poi in Siria solo il 3 per cento dei civili è stato ucciso dai jihadisti dello Stato islamico e il 95 per cento dalle forze di Assad.
La guerra contro il gruppo Stato islamico sembra ormai il pretesto per perseguire gli obiettivi più svariati. La Turchia, per esempio, si è unita alla coalizione contro i jihadisti a luglio, dopo l’attentato di Suruç, ma per ora bombarda più i curdi che i jihadisti: fino al 1 settembre aveva colpito 300 volte il Pkk e tre volte il gruppo Stato islamico. Soprattutto, non ha mai chiuso il confine con la Siria, e non è un segreto che il suo territorio sia la retrovia di tutti i ribelli siriani, jihadisti inclusi. Da lì entra anche il petrolio di contrabbando, la principale fonte di finanziamento dello Stato islamico.
L’ultima arrivata è la Russia che, ufficialmente, è intervenuta contro il gruppo Stato islamico, ma invece di bombardare Raqqa colpisce le basi dei ribelli. Più che militare, però, la strategia di Mosca è politica. Vladimir Putin non mira tanto a mantenere al potere Assad, anzi: ha spesso dichiarato, già dal 2012, che Assad non è irremovibile. Ma va sostituito con un accordo, un negoziato, non con una sconfitta. L’obiettivo di Putin è entrare nella partita. In una certa agenda internazionale di telefonate.
E così l’Italia. Che bombarderà perché a questo punto è importante esserci. Indipendentemente da chi e cosa c’è diecimila metri più sotto.

domenica 14 luglio 2013

Il lavoro di una donna. La realtà distorta di una giornalista freelance in Siria - Francesca Borri

Finalmente si è fatto vivo. Dopo oltre un anno che lavoravo per lui come freelance, periodo in cui mi sono beccata il tifo e un proiettile nel ginocchio, il mio editor avrà visto le ultime notizie e, pensando che fossi tra i quattro giornalisti italiani brevemente rapiti a inizio aprile, mi ha mandato una mail chiedendo: “Riesci a connetterti? Puoi mandare tweet sulla situazione?”   

La sera stessa sono tornata nella base dei ribelli che mi ospita, nel bel mezzo dell’inferno che è Aleppo, e tra la polvere e la fame e la paura, speravo di trovare un amico, una parola gentile, un abbraccio. Invece mi aspettava soltanto l’ennesima mail da Clara, che sta trascorrendo le vacanze a casa mia in Italia. Mi aveva già mandato otto messaggi con il titolo “Urgente!”. Oggi non riesce a trovare la mia tessera per la sauna, così da andarci gratis. Le altre mail erano del tipo: “Ottimo pezzo oggi; brillante come il tuo libro sull’Iraq”. Peccato che il mio non era un libro sull’Iraq, bensì sul Kosovo.  

 La gente coltiva quest’immagine romantica del giornalista freelance che ha barattato la sicurezza dello stipendio fisso per la libertà di seguire quelle storie che l’affascinano di più. Ma noi non siamo affatto liberi; piuttosto, l’esatto contrario. La verità è che l’unico lavoro che oggi mi sia capitato è quello di trovarmi in Siria, dove non vuole andarci nessuno. E non si tratta neppure di Aleppo, per essere precisi; è la linea del fronte. Perché gli editor in Italia non chiedono altro che il sangue, gli scontri a fuoco. Io parlo degli Islamisti e della loro rete di servizi sociali, le radici del loro potere – un articolo decisamente più complesso da costruire di un racconto in prima linea. Mi arrovello per spiegare al meglio, non solo per commuovere, per colpire chi legge, e mi sento rispondere: “Cos’è 'sta roba? Seimila parole e non c’è nessun morto?”  

In realtà avrei dovuto capire come stavano le cose quella volta che il mio editor mi chiese un pezzo su Gaza, perché, come al solito, era lì che piovevano le bombe. Ecco cosa mi ha scritto: “Conosci Gaza a occhi chiusi. Che importa se ora sei ad Aleppo?” Giusto. La verità è che sono finita in Siria dopo aver visto le fotografie di Alessio Romenzi su Time, il quale era riuscito a raggiungere Homs seguendo le condutture dell’acqua, quando nessuno aveva la più pallida idea di dove fosse Homs. Guardavo le sue istantanee al suono dei Radiohead, quegli occhi che mi penetravano, gli occhi delle persone massacrate dall’esercito di Assad, una dopo l’altra, e nessuno aveva mai sentito parlare di un posto chiamato Homs. Una morsa che mi stringeva la coscienza: dovevo andare immediatamente in Siria.   

Ma per gli editor non fa differenza se scrivi da Aleppo o da Gaza o da Roma. Tanto ti pagano la stessa cifra: 70 dollari. Anche in Siria, dove i prezzi triplicano per via della speculazione diffusa. Per esempio, solo dormire in questa base dei ribelli, sotto il fuoco dei mortai, con un materasso sul pavimento e l’acqua infettata da cui mi sono presa il tifo, costa 50 dollari a notte; 250 dollari al giorno per una macchina. Anziché ridurre i rischi si finisce così per massimizzarli. Non soltanto non puoi permetterti alcun tipo di assicurazione – quasi mille dollari al mese – ma neppure un aiutante o un traduttore sul campo. Ti trovi completamente sola nell’ignoto. Gli editor sanno bene che con 70 dollari a pezzo sei costretta a risparmiare su tutto. Sanno pure che se dovesse capitarti di essere ferita gravemente, emerge quella strana speranza di non sopravvivere, perché non puoi permetterti neppure di essere ferita. Però ti comprano lo stesso l’articolo, pur se non si sognerebbero mai di comprare un pallone di calco della Nike fatto a mano da un bambino pakistano...