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martedì 20 ottobre 2020

Bolivia: sconfitti i golpisti - David Lifodi

Luis Arce è il nuovo presidente della Bolivia. Con il 53% dei consensi ha superato con uno scarto addirittura maggiore rispetto alle aspettative i candidati delle destre Carlos Mesa (31,2%) e Fernando Camacho (14,1%).

Jeanine Añez, la presidenta golpista, è stata costretta a riconoscere la vittoria di Luis Arce, per nulla scontata poiché fino al giorno precedente alle presidenziali circolavano voci di un probabile colpo di stato nel caso in cui l’economista fedele a Evo Morales avesse conquistato Palacio Quemado. Secondo quanto riportato dalla Red de Comunicación Popular, sul sito web kaosenlared.net, era già pronto un colpo di stato orchestrato dal Ministero della Difesa con il coinvolgimento di 11 militari vicini all’ultradestra nel caso in cui il Movimiento al Socialismo avesse trionfato. Si trattava, tra gli altri, dei colonnelli Ramiro Eduardo Calderón De La Riva Lazcano, Edwin Iván Suaznabar Ledesma, Saúl Torrico Peredo, Luis Sagredo Torrico e Grober Quiroga Gutiérrez.

Tuttavia, il sostegno ad Arce è stato tale che lo stesso ministro Arturo Murillo, uno dei più fanatici esponenti del golpismo ed ideatore della strategia dei falsos positivos volta ad accusare il Mas di aver promosso una improbabile guerra di guerriglia e di addossare al partito di Evo la responsabilità degli incendi nella Chiquitanía amazzonica, si è dovuto arrendere, almeno per il momento.

Il 24 e 25 settembre scorsi, il comandante delle Forze Armate Sergio Orellana, quello dell’Esercito Rubén Salvatierra e il colonnello Javier Spinoza Daza avevano organizzato una serie di riunioni per decidere il da farsi nel caso in cui Luis Arce avesse vinto. Ebbene, l’economista scelto dal Mas per la sua moderazione al posto candidati più radicali che avrebbero rischiato di spaventare la parte di elettorato non militante ha guadagnato la presidenza con una certa facilità, ma dovrà comunque guardarsi dalle destre, che faranno di tutto per costringere Evo Morales, tuttora rifugiato in Argentina, al processo.

Non a caso, nell’ambito del piano golpista svelato a ridosso delle elezioni, il colonello Oscar Pacello Aguirre era stato incaricato di collocare esplosivi per poi far ricadere la colpa sul Mas, il generale Marco Antonio Bracamonte ed altri avrebbero dovuto mobilitare, come se non ce ne fosse stato bisogno, gli evangelici ed altri loro colleghi si sarebbero dovuti occupare di scatenare le milizie paramilitari dell’Unión Juvenil Cruceñista, ma la destra boliviana, la cui credibilità è pari a zero come del resto quella venezuelana, ha pensato di dividersi tra i moderati o pseudotali che hanno sostenuto Mesa e i duri e puri fedelissimi di Camacho, permettendo così a Luis Arce di evitare un ballottaggio che avrebbe potuto verificarsi se tra il primo e il secondo candidato fosse stato rilevato uno scarto inferiore ai dieci punti percentuali.

Adesso la maggiore difficoltà di Arce sarà quella di governare un paese dove, c’è da scommetterci, le destre tenteranno ancora una volta la strategia della destabilizzazione, già messa in pratica durante tutta la campagna elettorale anche grazie al sostegno del segretario dell’Organizzazione degli stati americani Luis Almagro, il quale ha cercato di nuovo di far passare il successo elettorale del Mas come una frode.

Al tempo stesso, il nuovo presidente boliviano dovrà evitare che il Movimiento al Socialismo ricada negli errori e nelle contraddizioni del passato che hanno permesso alla destra golpista di rovesciare Evo, a partire dall’eccessiva identificazione in una sola persona al comando e dai tentativi, in parte riusciti, di cooptare una parte dei movimenti sociali. Questa è la sfida maggiore, insieme ad una gestione dell’emergenza sanitaria da Covid-19 che non ricalchi quella sciagurata di Añez, per un governo che da oggi tornerà nell’orbita dell’Alba, ma che dovrà contare sull’unità dei movimenti sociali indigeni e contadini per far fronte alle bande paramilitari che continueranno ad imperversare nel tentativo di mettere i bastoni tra le ruote a Luis Arce.

Nel frattempo, in attesa dei ministri che nominerà il nuovo presidente e dei suoi primi atti, per la Bolivia india, campesina e popolare si tratta di un primo passo avanti dalle giornate buie del colpo di stato del novembre 2019.

https://www.peacelink.it/latina/a/48078.html

venerdì 9 ottobre 2020

Bolivia: perché adesso a sinistra tacciono? - Itzamná Ollantay (*)

 

Il duro atto d’accusa di Itzamná Ollantay – nei confronti di indianisti, indigenisti, ambientalisti e femministe, di coloro insomma che, da sinistra, criticavano Evo Morales quando era a Palacio Quemado, senza peraltro preferire i golpisti (come è ovvio) – farà sicuramente discutere. A pochi giorni dalle presidenziali che, ci auguriamo, possano sancire la vittoria di Luis Arce e del Mas, il dibattito è aperto.

 

A quasi un anno dalla conclusione del colpo di stato e dall’istituzione del letale regime dittatoriale in Bolivia, continuiamo a chiederci dove sono i prolissi Indianisti, indigenisti, femministe, ambientalisti… che si sono scagliati duramente contro il dittatore indiano di Evo Morales?

I loro discorsi incendiari hanno sostenuto / promosso il colpo di stato del 10 novembre. Ma, una volta che il “presidente indiano” è stato “defenestrato”, e Jeanine Áñez ha assunto di fatto il potere, per volontà del governo degli Stati Uniti, gli Indianisti, gli indigenisti, gli ambientalisti e molte femministe, hanno mantenuto e mantengono un silenzio sepolcrale complice.

Hanno molestato nelle strade e nelle reti socio-digitali Evo Morales per la morte di uccelli negli incendi di Chiquitania (che Morales ha spento in modo esemplare), ma hanno negato l’esistenza del colpo di stato. Non hanno detto nulla sui due massacri di popolazioni indigene che resistevano al governo “di fatto”. Tanto meno, di fronte alla persecuzione / criminalizzazione / incarcerazione di difensori indigeni. L’Amazzonia boliviana continua a bruciare e gli aerei della droga decollano persino dagli aeroporti statali, ma Solón, Cusicanqui, Portogallo, Zibechi, Gutiérrez … e l’esercito di dirigenti di ong tacciono mortalmente. Perché?

La dittatura boliviana ha reso il paese una presa in giro. La Bolivia, ora, nella comunità internazionale è sinonimo di corruzione, narco-stato, improvvisazione, indebitamento, nepotismo, razzismo … Ma, da nessuna parte appaiono Indianisti, indigenisti, ambientalisti, moralisti … chiamare a “guardia sicura” il mostro politico che direttamente o indirettamente hanno inventato.

Le femministe per i movimenti indigeni erano a disagio con i micromachismi di Evo Morales. Ecco perché l’hanno reso la materializzazione del patriarcato in Bolivia, e l’hanno sopraffatto senza pietà. Ma il machismo di Camacho – Añez – Murillo e delle sciabole militari erano e sono troppo letali anche per loro. Perché tacciono adesso?

Gli Indianisti erano molto offesi dal fatto che i quadri dirigenti del governo Morales “monopolizzassero” la narrativa Indianista, lasciandoli orfani della parola, o almeno del pubblico. Ecco perché si sono scagliati duramente contro Morales definendolo un “pachamamista”, un “falso indigeno” dittatore … Ma il colpo di stato e il governo di fatto hanno mostrato loro cosa siano una dittatura e un governo etnofagico. Ora, gli Indianisti sono chiamati “bestie umane” “selvaggi”, dalle istituzioni statali. Perché sopportano così tanto oltraggio in silenzio?

Gli indigenisti, specialmente quelli con sede nelle ONG, hanno trovato difficile vedere che il presidente indiano, attraverso le politiche pubbliche, ha portato milioni di boliviani fuori dalla situazione di impoverimento nella nuova classe media. Ciò li ha colpiti perché in questo modo il paese ha cessato di essere una priorità della cooperazione finanziaria internazionale. L’indigenismo sussiste nella misura in cui ci sono sacche di folkloristi indigeni in povertà…. Ma, con la pandemia, il flusso di cooperazione finanziaria si è interrotto. Perché tacciono, adesso, in tempi di carestia?

Gli ambientalisti erano estremamente arrabbiati per il fatto che Morales si fosse rifiutato di dichiarare una “emergenza nazionale” di fronte agli incendi di Chiquitanía. Questa dichiarazione ha consentito loro di accedere alla cooperazione internazionale di emergenza. Ma Morales ha scelto di spegnere il fuoco da solo. Questo settore era già infastidito da García Linera, che con le sue dichiarazioni aveva “maltrattato” le ONG ambientali … Durante il governo di fatto gli incendi boschivi continuarono, i semi transgenici acquisirono una carta di cittadinanza … Ma, Fundación Solón, Fundación Jubileo, Lidema … tutte tranquillo Perché? Potrebbe essere perché le briciole che l’USAID ora distribuisce loro rassicura la loro fame?

Forse è la loro colpa che li costringe all’attuale silenzio mortale. Forse è la paura del bullismo che li limita nel commentare quello che hanno generato. Chissà.

L’unica cosa certa è che noi, gli indigeni, i contadini, le donne, i giovani, soprattutto i sopravvissuti ai massacri e alle prigioni, non dimenticheremo i danni che hanno inflitto ai popoli. E il rifiuto contro di loro e contro i loro capi non finirà il 18 ottobre.

 

(*) Articolo originale in spagnolo: 

https://ollantayitzamna.com/2020/09/23/bolivia-ahora-por-que-callan-tus-indianistas-indigenistas-ambientalistas-feministas/

Traduzione a cura di Gianni Hochkofler

 

da qui

martedì 17 dicembre 2019

Glenn Greenwald Intervista Evo Morales



Il 10 novembre, Evo Morales, che è stato presidente della Bolivia per 13 anni e ha permesso una straordinaria crescita economica e una riduzione della disuguaglianza elogiata anche dai suoi critici, ha annunciato che rassegnava le dimissioni alla presidenza sotto coercizione, con minacce implicite da parte dell'esercito boliviano . Morales in seguito ha chiarito di aver visto questi eventi come un classico colpo militare di destra del tipo di quelle che hanno afflitto il continente per decenni, spiegando che è stato rimosso dalla presidenza con la forza e poi alla fine è stato costretto da un ammutinamento della polizia e minacce militari a fuggire dal suo stesso paese.

Morales è andato in Messico, dove gli è stato concesso l'asilo politico, e da allora ha vissuto in sicurezza a Città del Messico (all'inizio di questa settimana gli è stato concesso lo status di rifugiato in Argentina). Il 3 dicembre mi sono seduto con Morales a Città del Messico per un'intervista di un'ora di ampia portata: non solo sugli eventi che hanno portato alla sua rimozione ed esilio dalla Bolivia, ma anche tendenze più ampie nella politica regionale e globale, anche come ruolo degli Stati Uniti in America Latina.

Abbiamo discusso di chi c’era dietro questo colpo di stato, quali sono le sue motivazioni, il ruolo svolto sia dagli Stati Uniti che dal Brasile, l'uso della violenza da parte del governo "ad interim" di destra contro i manifestanti indigeni, le critiche espresse contro di lui per aver cercato un quarto mandato nonostante i limiti costituzionali, e in che modo la sua rimozione da parte della forza militare a favore di un regime non eletto (espressione del colpo di stato) - guidato dalla destra, minoranza bianca e cristiana del paese - riflette le tendenze più ampie della politica latinoamericana e le tendenze politiche globali in generale.


Non ero sicuro di cosa aspettarmi da questa intervista. Dopotutto, Morales aveva subito un violento colpo di stato militare che lo aveva costretto a lasciare il suo paese solo poche settimane prima e pensavo che - pieno di rabbia e risentimento per gli eventi recenti - avrebbe potuto essere riluttante o incapace di fare molto di più che dire banalità sulle ingiustizie , repressione e violenza militare nel suo paese che lo hanno costretto a fuggire.


Ma quell'aspettativa si è rivelata non vera. Morales era incredibilmente lucido, riflessivo, perspicace e analitico su praticamente tutto ciò di cui abbiamo discusso, non solo sulla Bolivia ma anche sulla politica regionale e mondiale. Come qualcuno che e stato protagonista di una storia di successo di sinistra per 13 anni nel cortile degli Stati Uniti, ha ovviamente una prospettiva unica e sottile su una vasta gamma di eventi geopolitici e quell’esperienza ha modellato l'intervista. Di conseguenza, considero questo uno dei colloqui più istruttivi e convincenti che ho fatto. Spero che guarderai l'intero video di 50 minuti poiché credo che valga la pena dedicare il tuo tempo, fornendo una prospettiva raffinata raramente ascoltata dalla stampa mainstream.

martedì 12 novembre 2019

I golpisti si impadroniscono della Bolivia




Lo avevano promesso e lo hanno fatto. Fondamentalisti religiosi, esponenti dell’ultradestra, i comitati civici parafascisti dell’Oriente boliviano già prima delle presidenziali avevano detto pubblicamente che avrebbero tolto di mezzo Evo Morales. Certo, dopo aver perso nel referendum del febbraio 2016, il presidente boliviano non avrebbe dovuto ricandidarsi. Tuttavia, questo è un colpo di stato, con buona pace di chi ritiene oro colato le affermazioni della sempre più screditata Osa, secondo la quale le elezioni presidenziali del 20 ottobre sono state caratterizzate da brogli mai dimostrati. E quale sarebbe la credibilità di Carlos Mesa?
Javier Tolcachier, Gennaro Carotenuto, El Tiempo Argentino e El desconcierto lo dicono a voce alta, come la redazione della Bottega: QUESTO E’ UN COLPO DI STATO.

Ore di rabbia e tristezza per il golpe in Bolivia
di Javier Tolcachier (*)

La cronologia dirà che il 10 novembre 2019, Evo Morales Ayma, presidente costituzionale della Bolivia, ha rassegnato le dimissioni.
La storia raccontata dagli apparati di destra di fabbricazione del buon senso comune, i media privati dominanti, non insisterà sul fatto che Evo ha dovuto lasciare la presidenza per cercare di fermare il massacro che le orde fasciste stavano eseguendo contro funzionari governativi e loro parenti, militanti di partito e donne in abito andino.
Il falso racconto ometterà il fatto che, in realtà, il primo presidente indigeno della Bolivia è stato rovesciato da un colpo di stato. Un presidente che ha realizzato progressi sociali impressionanti, che ha permesso agli oppressi della Bolivia, per la prima volta nella loro lunga storia, di avere la dignità di cittadini con pari diritti. Un colpo di stato che non solo si rivolge a un solo leader ma a un intero movimento sociale, nel migliore stile repressivo delle dittature del secolo scorso.
La storia distorta non dirà che Evo è un vero rappresentante delle organizzazioni contadine, un uomo che ha lavorato instancabilmente ogni giorno fin dalle prime ore del mattino, un leader al quale non si poteva attribuire la corruzione o l’arricchimento personale. I giornalisti mercenari, invece, racconteranno che voleva “stare eternamente al potere”.
Questi tiranni della comunicazione daranno voce a coloro che definiscono la “fine della tirannia” un colpo di stato consumato contro un governo istituzionale. Nelle loro storie avvelenate glorificheranno i vandali che hanno bruciato urne, tribunali, sedi di partito, che hanno attaccato donne indifese a causa del loro aspetto e della loro identità.
Chiameranno “coraggiosi” coloro che per denaro o confusione hanno agito come una forza d’urto negli episodi iniziali del colpo di stato, quando il conteggio dei voti non era ancora finito. Anche se in seguito, per prendersi cura delle forme, quando la caccia alle streghe sarà scatenata dopo il colpo di stato,chiameranno “eccessi” la loro pianificata strategia.
I media del colpo di stato elogieranno la posizione “conciliante” di Mesa – che sarà una debole marionetta degli Stati Uniti, se gli verrà finalmente assegnato il seggio presidenziale – e la “fermezza”, “coraggio” e “integrità morale” della versione di Santa Cruz del Ku Klux Klan, Luis Fernando Camacho. Chiederanno “unità” e “pacificazione”, per cui gli attuali governanti dovranno essere esclusi dai futuri concorsi elettorali. Eviteranno accuratamente di parlare di “proscrizione”, anche se questo è il termine appropriato per le loro intenzioni.
Qualsiasi precedente dichiarazione di tinta fascista e razzista sarà cancellata o sfumata per nascondere il carattere manifesto del colpo di stato. I lupi indosseranno la pelle d’agnello, per piacere agli occhi del Signore. O i signori delle multinazionali, sempre pronti a demolire le aziende di risorse naturali nazionalizzate a beneficio di anonimi azionisti.
La manipolazione delle informazioni indicherà l’enorme “contributo” dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS) per “denunciare le frodi elettorali”. Nessuno oserà riordare che il rapporto di questa istituzione – finanziato al 60% dagli Stati Uniti – non parla nemmeno di frode, ma che certamente e secondo quanto era prevedibile, diffonde un manto di sospetto segnalando “irregolarità”.
Nessuno dirà in questi media che è stata una svista (forse forzata) del governo  mettere questa organizzazione di cospiratori come garante della democrazia. Un’organizzazione che, se vince chi non è funzionale ai disegni geopolitici del malvagio vicino del Nord, collabora pubblicamente per rovesciare il giusto vincitore e incoronare il perdente.
Nessun editorialista nei media concentrati criticherà il silenzio dei governi di destra solitamente “interessati” ai diritti umani e alla democrazia. Al massimo, alcune cancellerie esorteranno a riprendere i buoni costumi repubblicani, cioè quelli che favoriscono il potere stabilito.
La stampa disonesta ringrazierà la polizia e l’esercito per essersi schierati dalla “giusta causa del popolo oppresso”. Questa stampa metterà a tacere qualsiasi tentativo di indagare sui motivi dell’alto comando delle forze di sicurezza per non adempiere al loro dovere di proteggere i cittadini e di salvaguardare un governo eletto per volontà popolare. Abbonderanno per difetto le analisi che facciano riferimento allo spirito di colpo di stato delle loro azioni.
Non c’è dubbio che nessuno di questi media oserà inserire nei loro testi riferimenti a possibili piani e intrighi con interferenze esterne prima delle elezioni, che hanno posto come obiettivo preciso il rovesciamento di Evo Morales.
Lungi dal contestualizzare il colpo di stato come una mossa geopolitica per minare la sovranità e la possibilità di integrazione dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, qualche esaltato cronista, con il desiderio di un aumento  del suo stipendio – parlerà del passo importante per rompere la “nefasta influenza” di Cuba e Venezuela nella regione.
Come al solito, la vera storia si svelerà, poco dopo, come ha fatto in passato.
La verità è che oggi i potenti, la destra, i fascisti, i retrogradi e i violenti si strofinano le mani e celebrano la caduta di un governo popolare.
I poveri della terra piangono con angoscia e rabbia. E noi con loro.
(*) Fonte: Pressenza
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«Togliete di mezzo l’Indio»: il golpe in corso e il razzismo in Bolivia
Cronistoria dalle alture di La Paz per analizzare il torrido conflitto nel paese andino-amazzonico governato da Evo Morales in seguito alle elezioni presidenziali dello scorso 20 ottobre. I dubbi delle opposizioni e le loro marce dalle componenti razziste, il ruolo dell’Organizzazione degli Stati Americani e il fantasma della polarizzazione che ricorda i decenni passati.
Nelle ultime ore la situazione in Bolivia è precipitata: l’ammutinamento di diversi corpi di polizia a Cochabamba e a Santa Cruz segnala l’avanzata di un tentativo di golpe contro il presidente Evo Morales. Le proteste, che vanno avanti dalle elezioni del 20 ottobre, si sono intensificate in questi giorni, con un significativo aumento della violenza, come il sequestro e la violenza di gruppi paramilitari dell’opposizione contro Patricia Arce Guzmán, sindaca di Vinto, appartenente al MAS (Movimiento al Socialismo, il partito di governo). Dopo questi ultimi fatti, il presidente Evo Morales ha lanciato un appello chiamando alla resistenza e convocando alla mobilitazione pacifica in difesa della democrazia e della pace, denunciando un golpe in corso in Bolivia.
Negli ultimi giorni in aumento anche scontri tra sostenitori di Evo e gruppi legati al leader razzista di estrema destra Camacho, dei Comitati Civici di Santa Cruz, che ha preso il sopravvento nella leadership delle proteste e del tentativo di golpe contro Evo rispetto al candidato più votato dopo Morales, l’ex presidente Carlos Mesa. Le forze armate hanno dichiarato ieri che non interverranno né reprimeranno il popolo boliviano, in attesa di una soluzione politica, mentre l’opposizione ha lanciato per martedì la mobilitazione contro il governo, disconoscendo il voto e chiedendo che Morales abbandoni il potere, nonostante il riconteggio dei voti in corso. L’obiettivo delle destre, con un certo appoggio popolare nelle aree ricche del paese, a Santa Cruz e Cochabamba in particolare, è destituire Morales, non attendendo nemmeno il riconteggio dei voti.
La polarizzazione è estrema e sindacati, movimenti e organizzazioni legate al MAS stanno presidiando parti della città di La Paz e di El Alto e diverse aree del territorio nazionale. Continueremo a seguire nelle prossime ore e nei prossimi giorni l’evolversi della drammatica situazione boliviana. Pubblichiamo intanto un contributo di Pablo Mardones da La Paz (nota della redazione).

Manifestazione delle destre contro Evo Morale.Domenica 20 ottobre si sono svolte le elezioni presidenziali in Bolivia. Secondo il Tribunal Supremo Electoral (TSE) [Corte Suprema Elettorale – ndt], Evo Morales, presidente in carica dal 2006, ha vinto con il 47,08% dei voti contro il candidato Carlos Mesa che ha ottenuto il 36,51%. Mesa era già stato al governo nel 2003, dopo che Gonzalo Sánchez de Lozada aveva lasciato il paese. Si dimise appena 20 mesi dopo, dal suo esilio negli Stati Uniti.
Nonostante secondo la legge boliviana questa differenza del 10,57% dia a Morales la vittoria al primo turno, una parte importante dell’opposizione sostiene che ci siano stati dei brogli. È stata quindi scatenata una violenta crisi politica e sociale che ha risvegliato i fantasmi di un’epoca considerata già superata nel paese andino-amazzonico.
Giovedì 31 ottobre sono giunto a La Paz dal turbolento nord del Cile. Ospitato in pieno centro città, ho incrociato piccole manifestazioni a favore del governo e diverse contro. Le prime ripetevano lo slogan: «Evo non è solo»; le seconde, diversi cori allusivi di una Bolivia che non vuole una dittatura.
Mi ha colpito il fatto che due tassisti, sottolineando che non ci fossero dubbi sui brogli, hanno usato la parola “matrimonio” per riferirsi a una presunta rottura definitiva tra il popolo e il governo.
Nel pomeriggio sono andato fino a El Alto [comune limitrofo di La Paz, luogo delle proteste e della repressione per la Guerra del Gas che portò alle dimissioni del Governo nel 2003 – ndt] e poi in alcune comunità rurali del popolo Aymara vicino al lago Titicaca. Lì, diversi abitanti mi hanno detto che è tutto un complotto dell’opposizione.
La domenica delle elezioni, la trasmissione del conteggio rapido è stata interrotta per un certo tempo dal Consiglio Plenario del TSE, generando logicamente molta sfiducia.
Secondo il vicepresidente del TSE, Antonio Costas, questa situazione è stata la conseguenza di un errore mentre si cercava di controllare le informazioni dopo l’allarme di un possibile attacco informatico. Costas mente o dice la verità? Finora, le perizie non sono state in grado di determinare se questa interruzione fosse volta a cambiare o cancellare voti. Quello su cui c’è certezza – basta googlare “brogli in Bolivia” per averne conferma–  è che l’idea dei brogli fosse già presente nell’opinione pubblica da molto tempo.

In questo momento, l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) è responsabile di una revisione integrale basata sulla verifica del conteggio (compresi i verbali, le schede elettorali e i voti), sulla verifica del processo informatico, della componente statistica delle proiezioni e della catena di custodia delle urne. Bisogna sperare che dopo tutto questo si arrivi a un verdetto su cosa sia realmente successo.
Fino a sabato 2 ottobre la situazione in Bolivia era tesa ma controllabile: c’erano manifestazioni da entrambe le parti, in maggioranza dell’opposizione. Quella notte, in un accesissimo intervento, Fernando Camacho, leader del Comitato Civico di Santa Cruz, esortava il Presidente Morales a dimettersi entro 48 ore e annunciava che avrebbe inviato una lettera alle Forze Armate affinché si unissero all’opposizione.
Da qui è iniziata una polarizzazione che riporta alla mente eventi vissuti in Bolivia nel decennio passato. Diversi settori, minatori, funzionari e comunità indigene sono usciti a sostegno del governo, mentre l’opposizione ha mantenuto e continuato le manifestazioni contrarie.
Sono costretto a tornare in Cile, dove – per ragioni molto diverse – è presente lì anche una grande rivolta. Approfitto del viaggio per leggere tutti i giornali che sono riuscito a comprare, integrando con quanto sentito dai colleghi di zone diverse della città e della campagna, giungendo alla modesta conclusione che non ci sono stati brogli. Piuttosto, Evo Morales e il MAS [Movimento Al Socialismo, il partito di governo – ndt] sembrano pagare oggi i peccati di 13 anni di governo: accuse di essere attaccati alle poltrone e di corruzione, clientelismo e culto eccessivo della personalità.
Dovremo aspettare quello che dice la revisione dell’OSA. Quel che non lascia dubbi, è che con una forte componente razzista, le storture di questa opposizione promettono di essere molto peggio.
Pubblicato il 7 novembre 2019 su Tiempo Argentino, giornale recuperato ed autogestito dai propri lavoratori.
Traduzione a cura di Michele Fazioli per DINAMOpress
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Golpe in Bolivia
di Gennaro Carotenuto (*)

Il GOLPE è consumato. Evo Morales rinuncia alla presidenza in Bolivia per evitare una guerra civile voluta dai bianchi e dai ricchi e da quei poteri internazionali che male hanno digerito che la Bolivia, per la prima volta nella sua storia sia stata in grado di prendere in mano il proprio destino.
Ancora una volta nella Storia “coloro che hanno la forza ma non la ragione”, impongono la loro volontà. Evo deve piegarsi ai diktat dei militari golpisti d’accordo con la OEA. Ma neanche questa ha mai messo in dubbio che Evo abbia stravinto le elezioni per la quarta volta consecutiva.
A questo punto è chiaro che il conteggio dei voti, se Evo avesse vinto di poche migliaia di voti del margine per da evitare il ballottaggio contro Mesa o meno, sia sempre stato un mero PRETESTO. Evo non si dimette per i presunti brogli, Evo si dimette per un colpo di stato che doveva comunque arrivare e per il quale si attendeva solo una scusa, come in Cile dal 29 giugno all’11 settembre 1973.
La colpa di Evo? La colpa di Evo è quella di avere reso la Bolivia un paese produttivo, un paese in crescita economica, con una moneta stabile, di aver ridotto indigenza e povertà e fatto entrare milioni di boliviane e boliviani nelle classi medie. Ciò secondo qualunque fonte. La colpa di Evo è stata avere bene utilizzato i soldi della nazionalizzazione degli idrocarburi. Nel 2019, secondo l’FMI, la Bolivia crescerà del 4%. Secondo la Banca Mondiale, dal 2006 a oggi il PIL del paese è passato da 11 a 38 miliardi di dollari e la povertà è passata dal 60 al 36%. Di cosa si accusa Evo Morales?
La colpa di Evo è quella di non essere mai andato a Washington con il cappello in mano come qualunque presidente boliviano prima di lui aveva fatto. Soprattutto la colpa di Evo è stata aver fatto finire il regime di apartheid sul quale si è basata la storia della Bolivia per 500 anni. La Bolivia dei bianchi questo non lo ha mai perdonato.
Già nelle ore successive alle elezioni fu chiaro che Mesa fosse solo una figura di paglia, rispetto al vero potere che esprimeva Camacho a Santa Cruz. L’uso della violenza da parte dei paramilitari al servizio delle destre, sul quale c’è stato un silenzio complice dei media monopolisti, ha fatto da preludio all’intervento dei generali traditori. Non bastavano nuove elezioni? Non vogliono elezioni che Evo o un altro esponente del MAS rivincerebbe esattamente come pretendere il ballottaggio era un pretesto. Volevano il golpe. Vogliono il potere. L’etica superiore di Evo e di Álvaro García Linera sanno che anche la più importante esperienza di governo della storia del paese non valga una guerra civile, i morti, la tortura, i desaparecidos, che peraltro la Bolivia già conosce.
Ancora una volta nella storia latinoamericana va in scena la lugubre commedia dei generali rappresentati come se si facessero carico del potere per spirito di servizio, indegna menzogna alla quale i media monopolisti ancora una volta si prestano. Il posto dei militari è nelle caserme e da loro non verrà mai nulla di buono per le masse popolari né per la democrazia.
Integrazione dell’11/11:
Leggo e ascolto cose incredibili sulla #Bolivia e sul #golpe contro #EvoMorales, con un negazionismo sul #razzismo che manco Salvini. Voglio esporre in cinque tweet i punti sui quali si accanisce la #disinformazione, per farsi un’idea informata su quanto accade. Grazie.
1) Neanche la #OEA dubita che Evo Morales abbia vinto largamente le elezioni in #Bolivia. Contesta che abbia vinto con più del 10%. Evo ha ottenuto 2,9 milioni di voti, contro 2,24 voti di Mesa, 47% contro 36,5%. Si può deporre chi ottiene 650.000 voti in più dell’avversario?
2) Ci fu un referendum sulla ricandidatura di Evo Morales, che perse, ma una battaglia legale ne riconobbe diritto a partecipare. Critico da anni l’incapacità di ricambio dei leader latinoamericani, ma non c’entra affatto con le elezioni attuali e non può giustificare il #golpe!
3) Se è incontestabile la crisi economica in Venezuela, la #Bolivia di Evo è un modello di stabilità che (secondo l’FMI) nel 2019 cresce del 4%. È il caos il problema in Bolivia? Lo si accusa di corruzione? Di cosa lo si accusa? Di violenza? Evo si dimette per evitare violenza.
4) La disinformazione demonizzante sull’America latina è clamorosa. La condanna del golpe non viene solo da Russia, Cuba e Venezuela, come afferma il GR1, ma da tutto il mondo, a partire da Argentina e Messico. Ognuno scelga se stare con Evo e Lula o con Camacho e Bolsonaro.
5) Quelli che blaterano di dittatura o giustificano con presunti brogli qualunque violenza e addirittura un golpe militare come soluzione necessaria sono degli antidemocratici e non conoscono o disprezzano la storia latinoamericana. I MILITARI NON SONO MAI UNA SOLUZIONE.
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Chi è Luis Camacho, il fondamentalista religioso che guida il golpe in Bolivia?

A capo dell’ala più dura del golpisti dei golpisti boliviani c’è un personaggio forse poco conosciuto alle nostre latitudini, quanto cinico e inquietante. Parliamo di Luis Camacho. Cattolico però anche molto vicino alle chiese evangeliche, l’estremista che ha promesso di «riportare Dio nel Palacio Quemado».
Presidente del Comité Cívico della città di Santa Cruz, Camacho è stato il primo a convocare uno sciopero regionale, basato su quella che considerava una “enorme frode” nelle elezioni, ma le sue iniziative hanno iniziato rapidamente a svolgersi a livello nazionale.
Camacho è il proprietario del Grupo Empresarial Nacional Vida S.A., che possiede investimenti diretti o indiretti in società come Conecta, Tecorp, Xperience, Fenix ??Seguros, nonché Nacional Seguros Vida, della Metropolitan Clinic of the Americas project. È stato documentato che alcuni di quegli investimenti sono coinvolti nello scandalo dei cosiddetti “Panama Papers”, dove sono raccolti i dati sull’evasione valutaria nei paradisi fiscali centroamericani.
Oltre ad essere un uomo d’affari e un leader politico, è anche un avvocato, ha 40 anni e si vanta del suo fondamentalismo religioso. Sembra voler imitare il presidente brasiliano Jair Bolsonaro – fascioliberista come lui – un cattolico che è riuscito a stringere un’alleanza con i settori evangelici fondamentalisti – infatti, ha avuto un incontro a maggio di quest’anno con il ministro degli esteri brasiliano Ernesto Araújo a Brasilia, secondo quanto racconta il magazine brasiliano Revista Fórum.
I Camacho hanno legami politici con il fuggitivo Branko Marinkovic, che si rifugiò in Brasile nel 2010, dopo aver ricevuto accuse di sedizione e separatismo a Santa Cruz per aver organizzato e finanziato una banda armata che cercava l’indipendenza dei dipartimenti di Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija.
Comandata da un altro croato-boliviano: Eduardo Rózsa Flores.Camacho rappresenta quei settori che vogliono aumentare i loro privilegi in Bolivia e sono andati troppo oltre. Il colpo di Stato contro Evo Morales è un viaggio di sola andata nel peggio del passato, in quei tempi, che si sperava superati, della dottrina della sicurezza nazionale emisferica.
Le sue dichiarazioni denotano sete di vendetta, incitando a «annotare i nomi dei traditori del popolo perché vogliamo che vadano in galera ma non per il risentimento e l’odio, per la giustizia».
Anche se dice che non c’è risentimento e odio, le pratiche dei suoi seguaci lo negano, come è stato visto nell’azione barbara contro il sindaco Patricia Arce, della città di Vinto, che è stata attaccata e umiliata in una piazza pubblica.
Vi sono anche testimonianze di attacchi simili contro la gente comune, come una donna che è stata costretta a scusarsi in ginocchio per aver espresso il proprio disaccordo con lo sciopero indetto dal leader di destra.
Azioni che abbiamo già visto in Venezuela, dove l’opposizione fascioliberista ha mostrato al pari della destra venezuelana di essere mossa da razzismo e classismo, un vero odio contro le classi più umili.
Infine, ama definirsi “Macho Camacho”, un soprannome che viene anche usato dai suoi seguaci.
Fonte: Pagina 12 – El Desconcierto (ripreso in italiano dal sito web L’Antidiplomatico)


giovedì 31 luglio 2014

Israele è uno Stato Terrorista, dice Evo Morales

El gobierno del presidente Evo Morales decidió hoy denunciar (romper) el acuerdo sobre visas de 1972 suscrito con Israel y ubicarlo en la lista 3, que significa que a partir de ahora se le considera un "Estado terrorista".
"Pasar a la lista 3 significa, en otras palabras, que estamos declarando un Estado terrorista a Israel", explicó Morales en un acto público en Cochabamba (centro), tras justificar la decisión en rechazo a los ataques que Israel inició en la franja de Gaza…

Tras una reunión de gabinete el presidente Morales decidió hoy denunciar el acuerdo sobre visas de 1972 suscripto con Israel y pasar a ese país a la "lista 3". "Eso significa, en otras palabras, que estamos declarando a Israel Estado terrorista", precisó el mandatario.
Morales fundamentó su decisión en que "Israel no es un garante de los principios de respeto a la vida y a los preceptos elementales de los derechos que rigen la convivencia pacífica y armoniosa de nuestra comunidad internacional", por sus bombardeos e invasión de la Franja de Gaza…