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domenica 13 novembre 2022

Aspettando la pace sulle rive del fiume di Kherson

articoli, video e appelli di bortocal, Massimo Mazzucco, Roberto Quaglia, Kit Klarenberg, Glenn Greenwald, Nick Buxton, Francesco Masala, Alberto Negri, Antonio Mazzeo, Stefano Valentino, Stefano Orsi, Valerio Romitelli, Guido Viale, Nicolai Lilin, Francesco Gesualdi, Fulvio Scaglione, Mimmo Cortese, Manlio Dinucci e un ricordo di Antonia Sani


Sei per la pace, sei per mille



La pace non è semplice assenza di guerra, ma un percorso che si costruisce garantendo giustizia, luoghi per la ricomposizione dei conflitti e disarmo.

In un momento in cui le armi sono tornate a parlare nel cuore dell’Europa, è di prioritaria importanza lanciare un segnale concreto di volontà di disarmo da parte della popolazione.

Per questo è stata messa a punto la campagna “Sei per la pace, sei per mille” che chiede a tutti i contribuenti di versare il sei per mille della propria imposta Irpef a favore della protezione civile o altra istituzione pubblica che agisce nello spirito della difesa civile.

Un gesto concreto per dichiarare che non vogliamo più finanziare la difesa armata, bensì vogliamo costruire un percorso di difesa popolare e non violenta, come chiede da tempo la Rete Pace e Disarmo.

Per adesioni: peacelink.it/seipermille

da qui

 

I Promessi Sposi, Marx e l’ideologia ucraina – bortocal

a che cosa è servito avere studiato al liceo negli anni Sessanta? anche a leggere I Promessi Sposi.

In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo. I Promessi Sposi, cap. 8.

ti resta in mente, naturalmente se lo leggi con la mente sveglia dei quindici anni, e allora, in quegli anni di rovesciamento del conformismo di massa.

oggi non so più se qualche studente ci bada, anche se lo si legge o leggiucchia ancora a scuola.

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a che cosa è servito avere studiato al liceo negli anni Sessanta?

anche a leggere Marx, magari non in originale, e a comprendere che cosa vuol dire ideologia.

la parola l’aveva inventata Napoleone e gli serviva a deridere l’opposizione dottrinaria alla sua politica di potere.

ma è Marx che analizza il concetto a fondo e afferma, più o meno, che ideologica è ogni concezione che voglia rivestire di idee e principi astratti la concreta realtà dei fatti materiali, mascherandoli e dandone una surrettizia giustificazione – definizione di wikipedia.

Marx criticò e derise l’ideologia tedesca in una delle sue prime e fondamentali opere.

oggi bisogna fare altrettanto con l’ideologia ucraina: riderne.

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ovviamente i sostenitori di questa nuova ideologia parlano soltanto del sacrosanto principio della difesa dell’aggredito e del dovere di opporsi a un’invasione, come è giusto in generale.

peccato che il principio non risulta applicato praticamente mai, salvo quando fa comodo in vista di altri interessi, e comunque va commisurato sempre anche al proprio diritto alla vita e al benessere.

insomma difendere l’aggredito, sì, è un dovere morale, ma non a prezzo delle propria vita, vero?

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invasione è una parola che oggi è tornata spaventosamente di moda, tanto che tutto sembra un’invasione, non soltanto quella feroce di Putin in Ucraina,

ma perfino un rave party, i cui partecipanti, semmai, fanno male soltanto a se stessi.

oppure la richiesta di approdo di un gruppo di fuggiaschi in preda al mare.

ma anche qui Manzoni ci ricorda che l’aggredito e gli aggressori non sempre sono proprio quelli che sembrano.

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con questo non voglio dire che l’aggredito sia Putin, sia chiaro; però aggrediti erano certamente i separatisti russi del Donbass.

e chi non ha la memoria del lombrico, ricorda bene come la NATO nel 1999 bombardò per tre mesi la Serbia e Belgrado, facendo pure qualche migliaio di vittime e colpendo perfino l’ambasciata cinese, per costringere quel paese a concedere al Kosovo una indipendenza di fatto, oggi garantita dall’ONU.

e allora la cosa venne giustificata con massacri serbi, che erano in parte una invenzione mediatica, e comunque non avevano certamente raggiunto le dimensioni di quelli fatti dall’Ucraina nel Donbass.

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e allora? se parlassimo delle cose concrete, invece di parlare dei sacrosanti principi, sempre invocati per giustificare la cosa più lurida che ci sia nella cosiddetta civiltà umana, cioè la guerra?

siamo disposti a fare una guerra mondiale, forse anche nucleare solo per consentire agli USA di piazzare i loro missili in Ucraina, facendola entrare nella NATO, o per impedire l’autodeterminazione dei russofoni che vivono in quel paese?

nel 1962 Kruscev accettò all’istante di ritirare i missili sovietici da Cuba, pur di evitare un confronto nucleare e in cambio ebbe la garanzia che non ne sarebbero stati piazzati dagli USA in Turchi.

ma Kruscev, si sa, era un pericoloso comunista, anche se Mao lo definì revisionista proprio anche per questa sua decisione.

eppure oggi in Ucraina una pace ragionevole e relativamente giusta è a portata di mano, basterebbe volerla; è soltanto la ferocia della guerra condotta fin qui che la rende difficile e più difficile diventa via via che la guerra continua con le sue distruzioni e i suoi morti.

una guerra lunga lascia aperta soltanto la strada della pace imposta da un vincitore: e questa non è mai una pace giusta, e pone le premesse di guerre future.

ma noi in Occidente siamo i paladini della libertà, anzi della democrazia liberale.

così è stata ribattezzata la democrazia, con una parola foglia di fico, perché dire democrazia liberista proprio non si poteva, si sarebbe svelato l’inganno.

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è la stessa democrazia liberale che, per mano della declinante potenza inglese, si appresta dal mese prossimo ad attentare alla libertà dei commerci nei mari, per impedire le esportazioni russe, che l’Occidente ha liberalmente deciso di vietare a tutto il mondo, pare.

chi sono gli aggressori? chi sono gli aggrediti?

liceali di tutto il mondo, unitevi!

da qui

  

Resistenza o resa – Mimmo Cortese

Il solo suono della parola “resa” blocca il respiro. La guerra non è ancora un tabù (come invocava, inascoltato, Gino Strada), la resa, inequivocabilmente, sì. Tutti (si fa per dire) ambirebbero alla pace ma solo dei folli o degli infami prezzolati potrebbero pensare alla resa come uno degli strumenti possibili verso quella direzione.

Dietrich Bonhoeffer, uno dei massimi teologi del Novecento e figura luminosa dell’opposizione e della lotta tedesca al nazismo, nella celeberrima raccolta dei suoi ultimi scritti, Resistenza e Resa, afferma, in un passaggio fondamentale: “Spesso ho pensato a dove passino i confini tra la necessaria resistenza alla “sorte” e l’altrettanto necessaria resa”. Bonhoeffer, per cercare di esplicare questa affermazione, fa un riferimento diretto al capolavoro di Cervantes e al celeberrimo racconto di Kleist, Michael Kohlhaas. Definisce Don Chisciotte come “il simbolo della prosecuzione della resistenza sino all’assurdo, anzi alla follia” e Sancio Panza come “l’esponente dell’adattarsi alle circostanze, senza problemi, con furbizia”. Purtuttavia egli crede che debbano essere presenti ambedue, resistenza e resa, in un “atteggiamento mobile e vivo” per “reggere” in maniera forte e significativa alle “situazioni del presente e renderle feconde”.

Bonhoeffer scrive queste parole dalle prigioni della Gestapo – è quella la situazione del suo presente – poco prima di essere assassinato, con un’esecuzione capitale, nel campo di concentramento di Flossenbürg, all’alba del 9 aprile 1945, poche settimane prima della caduta definitiva del regime nazista.

Credo che molte delle proposte e delle riflessioni successive alla nefasta e inaccettabile invasione russa dell’Ucraina nascano dal significato, spesso nebuloso, confuso, oppure malcelato, che viene assegnato alle parole Pace, Resistenza e, giustappunto, Resa.

C’è la pace dei “pacifici”, una mistificazione profonda, che gode di un discreto consenso. É quella condizione che ti consente di intrattenere per decenni rapporti di fruttuosi affari, di buon vicinato, di “pacifiche relazioni”, con chiunque, anche con chi – nonostante evidenze indiscutibili – tenga in poco o nessun conto, nei rispettivi paesi, del rispetto di diritti umani, delle condizioni minime accettabili di libertà, giustizia, democrazia. Così si può essere, pacificamente, senza batter ciglio, buoni amici di nazioni che vanno dal quadrante nordafricano, all’Asia, ai paesi arabi, alla Cina, che sono inseriti, a vario titolo, nelle liste stilate da Onu e agenzie internazionali per violazioni, talvolta gravissime e reiterate, di quegli indicatori e di quei principi. Questi pacifici sono gli stessi che, dal lato oscuro del loro abisso, non esitano ad alimentare, supportare e proseguire, “fino alla vittoria”, come nel caso ucraino, la risposta armata contro la Russia, vecchio amico e partner d’affari e di commerci, fino al 24 febbraio del 2022. Questa pace è un’orrenda bestemmia. Eleva la più nauseabonda ipocrisia a criterio generale di ogni scelta politica. Il sangue e il dolore altrui, anche quando coinvolge migliaia, milioni, di persone, è una variabile dipendente: da affari, profitti e posizionamenti geopolitici di privilegio.

Il conflitto è una delle condizioni dei rapporti sociali, che si sperimenta con grande frequenza anche nei rapporti personali. Una di quelle situazioni che possiamo “rendere feconde”, secondo la lungimirante visione di Bonhoeffer, proprio con quell’atteggiamento mobile e vivo cui ci richiamava nelle sue ultime parole. Tuttavia ci sono modi, molti modi, di agire e gestire il conflitto in maniera non distruttiva, delle persone principalmente. Si può fare a meno dell’uso della violenza nel conflitto. Sia di quella fisica, sia di quella morale. In quel tanto citato “ama il tuo nemico” quest’ultimo non cessa di essere tale. È lì, davanti a te, in opposizione! Il “sono venuto a portare non pace, ma spada”, altrettanto citato, racconta esattamente l’essenza di quel conflitto, la scelta – netta, precisa, come il taglio di una spada – che siamo chiamati a fare in innumerevoli, spesso difficili e delicate, situazioni. Quei due passaggi biblici non sono in contrapposizione ma sono legati insieme, stretti. Poiché in quel frangente il conflitto non sarà agito con il linguaggio del discredito, dell’insulto, dell’infamia. La mia azione non sarà un tentativo di sopraffazione, di sottomissione, di coercizione, di ferimento, di annullamento. Cos’è la guerra – ogni guerra, anche quella delle candide e belle intenzioni difensive –  se non la sommatoria di questa sequela di ignominie elevate all’ennesima potenza?

Che esista un aggressore e un aggredito non traduce i primi nei cattivi e i secondi nei buoni se anche questi ultimi accettano di utilizzare gli stessi strumenti violenti, devastanti e distruttivi della guerra. Lo hanno certificato volumi di ricerche storiche e i dati raccolti dalle Nazioni Unite per tutto il secolo scorso e fino ad oggi: per ogni guerra – nessuna esclusa! – combattute da 1940 ad oggi le vittime civili, gli innocenti, sono sempre stati tra l’80 e il 90% del totale dei caduti sotto i colpi di entrambi i contendenti. Stragi di uomini e donne inermi, questo sono le guerre.

Ma allora come difendersi da regimi dittatoriali, da aggressioni armate e militari? La storia lunghissima e multiforme delle lotte nonviolente è una storia di resistenza. Una resistenza che ormai una lunga e approfondita elaborazione storiografica ha raccontato con grande precisione, nelle sue indubbie e ricorrenti difficoltà ma soprattutto nei suoi numerosi ed indiscutibili successi. Parlare di resistenza, nel ventunesimo secolo, senza mettere tra le prime e più feconde opzioni di gestione dei conflitti, in particolare di quelli più terribili e sanguinosi, la scelta nonviolenta – scegliendo al contrario, e senza indugio, l’opzione armata e militare della guerra – è un segno dell’assoggettamento, dell’asservimento al pensiero violento e brutale del più triviale patriarcato, una volontà di rimanere agganciati alla notte dei tempi della distruzione e dell’annichilimento dell’avversario, senza nessuna remora per l’uccisione indiscriminata di uomini, donne, bambini.

In decine di paesi, dalla caduta delle dittature sudamericane fino al crollo del blocco sovietico, la lotta a regimi sanguinari e militari, coronata dal successo, è stata preminentemente nonviolenta. Il crollo del regime sudafricano, solo per fare un esempio, dopo oltre 40 anni di apartheid, avvenne successivamente all’abbandono della lotta armata e alla scelta della resistenza nonviolenta degli oppositori al regime razzista. Avvenne solo dopo un lungo processo internazionale che isolò definitivamente i governanti segregazionisti in favore della parte di Nelson Mandela. Eppure questa lunga e significativa storia sembra ancora insufficiente a convincere dell’urgenza di abbandonare definitivamente l’opzione della guerra. Lo spettro, oggi, è la resa.

Nell’affrontare la prospettiva della resa emerge con inquietante evidenza quanto ancora profondo e diffuso nel globo sia il retaggio della sottocultura patriarchista e del suo potere marcescente e corruttore. Quell’atteggiamento mobile e vivo tra resistenza e resa cui ci invitava Bonhoeffer dalle carceri naziste, con una lucidissima e profetica visione, è ancora oggi sopraffatto dal miserabile accoglimento del fondamento patriarcale – da cui nasce ogni crimine – dell’occhio per occhio, dente per dente, attraverso il quale il maschio adulto lava ogni oltraggio, col sangue.

“Non si può cedere alla brutale invasione russa. Si consegnerebbe al massacro la popolazione ucraina”, questo l’assunto che obbligherebbe Kiev ad accettare il terreno della guerra.

Cedere. Cedere vuol dire abbassarsi, ritirarsi, può indicare il segno di una frattura, di una rottura ma significa anche dare, accordare, riuscire, avere esito. Cedere vuol dire anche passare e qui mi viene subito in mente un gioco dalle molteplici valenze simboliche, il rugby. Come tutti sanno si tratta di un gioco impegnativo, ruvido, dal forte contatto fisico. Nel rugby bisogna fare meta, superare con la palla la linea del fondo campo dell’altra squadra e fermare l’avversario, con il placcaggio, per impedirgli di compiere, a sua volta, la medesima operazione. Il placcaggio ha delle regole ma sostanzialmente bisogna afferrare l’avversario, bloccarlo, farlo cadere, farlo “cedere” cercando di impossessarsi della palla. È un gioco il cui il senso della squadra è fortissimo. Ma si diventa forti solo imparando l’arte di cedere, cioè allo stesso tempo accettare di cadere, di essere fermati, bloccati, momentaneamente vinti nel poter disporre del proprio corpo, della propria volontà, e nel medesimo momento apprendere la stessa arte del cedere, ma nell’altra accezione, cioè passare la palla al compagno libero, quello che sta dietro di te, ma che avanza con te pronto, a sua volta, a darti il suo “sostegno”, a smarcarsi, a cedere a sua volta fino che un giocatore – ma quello sarà il punto in cui si configurerà compiutamente il disegno dell’intero gruppo – non raggiungerà la meta. Nelson Mandela dovette intuire molto di questo gioco per assegnargli una così grande importanza, sia simbolica che materiale, nella ricostruzione di un Sudafrica libero.

Quindi cedere è anche un arrendersi. Nella gran parte delle volte è un atto nobile, un gesto di coraggio, soprattutto quando in ballo c’è la salvezza di vite umane, la cui perdita – quella sì – potrebbe essere un grave ed insuperabile vulnus. Nella resa quasi mai si può riscontrare infingardaggine, codardia, slealtà. Quelle si manifestano, spesso all’oscuro di molti, nella trama nascosta, nel mercimonio. La resa, proprio facendo tesoro delle riflessioni di Bonhoeffer, non coincide affatto con la fine della lotta. Tutt’altro, in molte situazioni rappresenta il suo più incisivo e duraturo inizio. Ogni conflitto ha i suoi momenti di cessioni, di cedimenti. Sono passaggi della lotta, in particolare di quella nonviolenta. Delle volte poi – la storia è piena di questi momenti – non è possibile chiudere o comporre un conflitto senza “intercessioni”. Che vuol dire proprio stare nel mezzo, interporsi tra due parti, accettandone rischi e responsabilità.

L’atto del cedere non ha assolutamente nulla di vergognoso. Sono l’ipocrisia, l’ambiguità, la pavidità ad averne.

La forza civile, l’opposizione di massa, la convinzione che senza consenso nessuna dittatura, nessuna occupazione militare può durare all’infinito sono stati l’autentico motore del cambiamento, di liberazione, scelti da Mandela o da Aung San Suu Kyi, per citare quelli più vicini a noi nel tempo. Una resistenza fatta di boicottaggi, di sabotaggi, di non collaborazione avrebbe, anche e soprattutto in Ucraina, enormi possibilità di successo per fare ripiegare l’invasore russo nei suoi confini e restituire a quel paese l’integrità territoriale e la libertà per il suo popolo. Nei primi giorni successivi all’invasione abbiamo visto diverse manifestazioni spontanee, potentissime, dei cittadini ucraini che andavano proprio in questa direzione. Purtroppo il governo ucraino, fino ad oggi, ha scelto la strada, sia pure comprensibile e legittima, della difesa armata attraverso una controffensiva militare. E tuttavia sarebbe compito di un consesso internazionale responsabile e lungimirante evidenziare le gravi conseguenze di questa scelta, non certo quella di supportarla ed alimentarla. Oltre a mettersi senza indugi dalla parte degli aggrediti esercitando tutte le innumerevoli pressioni internazionali, sempre più significative in un mondo interconnesso, anche a costo di pagare prezzi durissimi. La strada della conquista della libertà, del pieno esercizio dei diritti umani, della giustizia sociale e civile e della democrazia senza la più ampia condivisione è una radice tagliata, destinata al rinsecchimento, alla scomparsa.

da qui


Parole irrevocabili di presidenti degli Usa – Francesco Masala

La guerra finirà quando Putin lascerà l’Ucraina.

Il Vietnam non sarà mai comunista.

Resteremo in Afghanistan fino alla sconfitta definitiva dei talebani.






lunedì 2 marzo 2020

intervista a Zehra Doğan


Avremo anche giorni migliori - Mimmo Cortese

Nei dipinti stesi sugli asciugamani – come quello delicatissimo e straziante, dedicato a Muğdat Ay, un bambino di 12 anni ucciso a Nusaybin – l’uso del colore (una penna a sfera, il tè) si fonde magistralmente con la trama della spugna, il tessuto non è solo un supporto, da esso emana e trascolora una storia dolorosa e vitale, fatta dei radi incontri con i cari in parlatorio, del sudore amaro asciugato dalla fronte, del profumo pulito della cura, degli scambi clandestini per portare le opere fuori dal carcere. L’esile ordito di riccio, curato con maestria – come nelle biglie strette forti tra le mani del piccolo corpo esangue di Muğdat Ay, o nel piumaggio multiverso del rapace che scortica senza pietà uomini e donne innocenti in “Gever” – ondeggia lievemente davanti a noi, come una scultura vivente che irriducibile resiste ad ogni oltraggio, ogni sopruso, certa che “arriveranno anche giorni migliori”. Asciugamani, camicie, lenzuola, assieme a bucce di melograno, sangue mestruale, curcuma e caffè sono gli strumenti della resistenza. L’eros delle donne di Zehra, anche quando esse sono torte, violate e maciullate, è più forte, prorompente e vitale del thanatos brutale degli oppressori. I giornali dipinti, colorati e disegnati, sono una doppia voce, quella dell’arte e della denuncia, intrecciate assieme dall’amore, dal bisogno di giustizia e di libertà per il popolo curdo, per ogni popolo oppresso.

Nelle sue interviste lei ha affermato di trarre ispirazione dalle vicende e dagli avvenimenti del Medio Oriente. Secondo lei, quali sono i nodi principali della regione?
Il nodo principale è l’impossibilità di usare la nostra lingua. Soprattutto a livello scolastico (educativo), viviamo in una regione dove la lingua, la cultura e l’arte curda non sono valorizzate, quando non considerate proprio, mentre c’è una storia, una cultura artistica molto forte, che vorremmo semplicemente esercitare dove viviamo, in Turchia.

La Turchia preoccupa i paesi europei per le gravi restrizioni alla libertà personale e di espressione, per le incarcerazioni di intellettuali e di presunti oppositori. Come vede il futuro del suo paese?
Credo che, se non accadranno cambiamenti, il futuro sarà ancora più preoccupante e, soprattutto, riguarderà – e riguarda già – i paesi occidentali. Oggi in Turchia vige un sistema basato sul nazionalismo e su un’educazione a base religiosa che tende ad emarginare le opposizioni. Il radicalismo religioso porta a situazioni ed organizzazioni che conosciamo molto bene.

Il popolo curdo aspira a veder riconosciuta la propria identità nazionale, culturale e linguistica, ma da oltre un secolo si scontra con difficoltà politiche insormontabili. Pensa che un giorno potrà esistere uno Stato curdo indipendente?
Tutti i popoli hanno il desiderio di affermarsi, di potere amministrarsi, di avere un sistema scolastico e di parlare nella propria lingua. Purtroppo nella geografia del Medio Oriente, con amministrazioni così dure, come in Iran e in Turchia, tutto questo è impossibile. D’altra parte non è quello che vogliamo. Vorremmo un’autonomia e un sistema più democratico, in cui poter parlare, insegnare ed educare nella nostra lingua, dove soprattutto la componente femminile abbia un ruolo molto più forte. Non desideriamo che ciò avvenga separandoci da uno Stato. Chiediamo un’autonomia democratica all’interno dello Stato.

L’occupazione da parte delle forze armate turche dell’area del Rojava ha come obiettivo principalmente i curdi di origini siriane. Quanto è grave questo ostacolo per le aspirazioni del popolo curdo nel suo complesso?
La Turchia parla sempre dei “nostri fratelli curdi”, ma non c’è alcun comportamento che giustifichi questa definizione, al contrario i curdi sono considerati terroristi, come pure la popolazione civile di cui Hevrin Kahlef faceva parte, anche se era una donna politica (Hevrin Khalef, 1984-2019, curda con cittadinanza siriana, segretaria generale del Partito della Siria del futuro, è stata uccisa da miliziani islamisti appoggiati dalla Turchia durante l’operazione militare turca contro le Forze democratiche siriane in Rojava il 12 ottobre 2019 – n.d.r.). Quello che è stato fatto a lei, e alla società civile, non rende ragione dell’espressione “i curdi sono nostri fratelli”. Infatti, non sono normalmente considerati tali. Ad esempio quello che stiamo cercando di realizzare in Rojava è un sistema non sessista, dove tutte le funzioni pubbliche siano assegnate a un uomo e a una donna, su un piano egualitario anzitutto rispetto al genere. Un sistema antisessista, dove tutte le religioni possano convivere, pensato non solo per i curdi del Rojava, ma per tutte le componenti e i popoli di quella regione, cosa inaccettabile per Stati come la Turchia e la Siria, i cui governi hanno una forte propensione ad uniformare il paese attorno ad un nazionalismo monocolore. Il Rojava invece propone un sistema completamente diverso, che cambierebbe anche le politiche con questi Stati confinanti.

L’arte è sempre stata un potente strumento di lotta contro le dittature e gli assolutismi. Quale ruolo potrebbe avere la sua? È immaginabile un’iniziativa di artisti turchi, siriani e di altri paesi, uniti – a livello internazionale – dalla lotta contro le dittature, le violazioni dei diritti umani, civili e delle libertà di parola, di espressione e di movimento di ogni essere umano del globo?
È una cosa che penso spesso e a cui credo molto. L’arte e gli artisti possono – anzi devono – assumere una posizione di resistenza insieme, perché solo così riusciranno a fare qualcosa contro i sistemi di estrema destra che stanno diffondendosi un po’ in tutto il mondo. La forza di un artista solo sicuramente non basta. Ci vuole una presa di posizione comune. I curdi non sono certo l’unico problema del mondo (magari fosse così). Basta vedere quello che sta succedendo in molte altre zone: in Cile, in Amazzonia e in molti altri luoghi. Quindi, certamente, è necessaria una comunità internazionale di artisti con una precisa presa di posizione, perché l’arte ha un’influenza più forte delle parole ed è capace di trasmettere dei valori in grado di cambiare le cose. All’arte viene attribuito un valore, per cui, ad esempio io sono entrata in questo momento nella storia dell’arte turca come un’artista politica. Il mio lavoro fra qualche anno diventerà, probabilmente, un archivio, che avrà appunto un’influenza documentale su ciò che è accaduto in quel momento storico.

Ha qualche artista di riferimento nella sua opera?
Sono molti i riferimenti artistici, in particolare penso all’opera di Nusaybin, che era stata accolta nell’ambiente curdo come una sorta di Guernica dei curdi, così anche quando mi sono ispirata all’Urlo di Munch. Ho adottato e trasformato nelle mie opere questi riferimenti più per quello che esprimono che sul piano artistico. Sono opere famose nel mondo che, pur realizzate decenni, o quasi un secolo fa, sono ancora attuali e purtroppo rappresentano situazioni per le quali c’è ancora bisogno di quel tipo di manifestazioni espressive.

Lei è finita in carcere per aver fatto un disegno. Che cosa c’è di tanto spaventoso in un disegno per le autorità turche? Perché temono tanto l’arte?
Hanno avuto paura perché la foto di quegli attacchi, a cui si è ispirato il mio disegno, è stata scattata dai militari, mostrata nei media principali, i media ufficiali, come la foto della vittoria. Quando ho fatto il disegno della stessa situazione ho mostrato la distruzione, ho disegnato e illustrato la stessa immagine ma da dentro, dal lato di qualcuno che era vittima di ciò che era rappresentato – dall’altra parte – come una vittoria. È come se avessi tenuto uno specchio davanti a loro. È come se si facesse un discorso democratico, dando un’immagine pulita, senza fare vedere ciò che è stato fatto dietro. Allora ho messo uno specchio davanti ai loro discorsi e ho fatto vedere da dentro quello che realmente era accaduto, per questo hanno avuto così paura.

Lei ha pagato un prezzo altissimo alla libertà di espressione: tre anni di carcere, trascorsi in parte in un carcere di massima sicurezza. Dove ha trovato la forza di resistere e continuare la sua opera di artista?
Poiché sono stata arrestata a causa dell’arte, ho capito che era qualcosa che potevo fare. Quando ho disegnato il quadro per il quale sono stata arrestata, quello di Nusaybin, eravamo in una casa da cinque mesi, non potevamo uscire a causa del coprifuoco. Il disegno l’ho fatto con un’applicazione del telefono, il cellulare era caricato con un generatore perché non c’era la corrente. Forse anche per questo, una volta che sono entrata in carcere per me non è stato così drammatico riuscire a continuare a disegnare con mezzi limitati, era proprio così che ero riuscita a raggiungere un pubblico. Quando ho visto che quei disegni riuscivano ad avere una forte influenza e a raccogliere sostegno al di fuori del carcere, nell’opinione pubblica, ho continuato a farlo. Ho resistito in questa maniera.

Lei è un’artista famosa anche per il suo impegno politico e giornalistico: se potesse farlo, quale messaggio vorrebbe far giungere agli artisti, scrittori, intellettuali, giornalisti rinchiusi nelle carceri turche?
In carcere ho imparato molte cose, soprattutto dalle persone che erano con me, sia dal punto di vista artistico, sia da quello politico e femminista. Per me è stata come una scuola da cui sono uscita rinforzata. Tutto ciò che è accaduto ha dimostrato ancora una volta che tramite l’arte si possono buttare giù i muri. Questo voglio ricordare a chi è ancora in prigione. Col pensiero, con l’arte, si può raggiungere l’esterno.

Lei ha diretto un’agenzia di stampa di sole donne e in carcere ha collaborato con altre donne detenute: crede vi sia uno specifico femminile nella lotta per la libertà, la democrazia, la pace, la solidarietà?
Credo che senza la componente femminile la lotta sarebbe molto più oscura e stretta nella sua dimensione, quello che rende l’apporto femminile così importante è la fiducia, la fede, il credere. Sono vissuta lavorando cinque anni in un ambiente di guerra, di lotta, e ho visto – anche vivendo in carcere con loro – come le donne abbiano questo atteggiamento di fronte a qualunque cosa succeda loro, continuando a credere e a comportarsi come se non stesse accadendo nulla, pur essendo vittime delle peggiori tragedie. Pur avendo perso dei parenti, dei figli, riescono comunque a vedere l’orizzonte. Vorrei fosse chiaro che la fede di cui sto parlando non è una fede religiosa, è la fede nella propria forza, nel credere che ci sia un futuro. Vedere l’orizzonte è continuare a procedere verso la porta principale.

Oltre alla Francia e all’Italia, porterà il suo messaggio di libertà e pace in altri paesi?
Sì, in questo momento ci sono esposizioni in vari luoghi, negli Stati Uniti, a Washington, New York e in Svizzera. A febbraio ci sarà una mostra in Inghilterra. Ora vivo a Londra perché da lì ho ricevuto un invito, ma in realtà sono spesso in giro a presentare le mie opere. Soprattutto ho intenzione di costituire un atelier per sole donne e artiste in Rojava. Sto lavorando su questo, per continuare a diffondere queste esperienze di libertà e avere giorni migliori.

martedì 13 marzo 2018

Pasolini, manipoli e manipolazioni - Mimmo Cortese



“Legato mani e piedi e pestato a sangue. Ma essendo oggi il fascista vittima e non carnefice zero tweet di solidarietà. Bisognerebbe ricordare Pannella e Pasolini: non si può esitare a condannare il fascismo, ma non si può esitare a condannare il fascismo dell’anti fascismo”.
Claudio Cerasa, direttore de “Il Foglio“, tweet del 21 febbraio 2018

Riconoscere l’esistenza di contraddizioni, talvolta anche pesantissime, presenti nei diversi schieramenti sarebbe un atto di serietà e di responsabilità politica, sia per i soggetti direttamente interessati, sia per gli osservatori dei fatti pubblici, ammettere che esse ci accompagnano pressoché costantemente nel nostro cammino sulla terra, sarebbe segno di onestà intellettuale. Ma l’affermazione di Cerasa, sul pestaggio palermitano di un esponente di Forza Nuova, gioca con le parole fino a truccarne i significati e non vuole indagare affatto quell’aspetto. È un terreno irto e difficile, troppo faticoso, inadatto al tweet di giornata, soprattutto non ha nulla a che vedere con la tesi che l’autore vuole dimostrare.
Il direttore de “Il Foglio” mentre cita Pasolini sul “fascismo dell’antifascismo” – lasciando intendere di essere in consonanza con lui, chiedendo di ascoltare la sua lezione – nega radicalmente il suo pensiero, lo rovescia come un calzino e se ne pone agli antipodi. Se dovesse averlo fatto consapevolmente ci troveremmo davanti all’ennesimo caso di un giornalismo manipolatorio e truffaldino, se avesse scritto senza leggere le fonti, citando a casaccio, orecchiando dal cialtronesco tritume senza alcun fondamento che da decenni circola sul tema, sarebbe di certo ancora peggio.
Pasolini è angosciato dall’omologazione, la disperazione giunge al suo culmine quando inizia ad essere convinto che essa abbia rotto anche gli argini del campo antifascista. La sua invettiva, in quegli articoli del Corriere, raccolti successivamente negli “Scritti Corsari“, parte dalla Chiesa, dal Vaticano, “è molto tempo ormai che lì i cattolici si sono dimenticati di essere cristiani“, passa per la Democrazia Cristiana e arriva, transitando attraverso i partiti laici, fino al PCI. “Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili“. Pasolini non formula alcuna teoria degli opposti estremismi, tutt’altro, per questi ultimi quel medesimo identico processo omologatorio è solo una variante “più radicale” di una trasformazione generale.
Il principale obbiettivo di Pasolini, al contrario di Cerasa, non sono questi ultimi ma chi declama un “antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più“. Quella borghesia del paese, e non solo essa, che ha assunto, metabolizzato e trasformato “il vero fascismo [in] quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi»”, laddove ciò che è accaduto “nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo“, un fascismo che ha cambiato “l’anima” anche ai giovani, toccandoli nell’intimo. Pasolini chiude così: “se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo.

Naturalmente non è affatto obbligatorio essere d’accordo, del tutto o in parte, con Pasolini, citarlo in questa guisa però, ammiccando una convergenza d’opinione ma occultandone e negandone, di fatto, pensiero, obbiettivi e contesto sui quali quella considerazione si fonda e si sorregge, è un’operazione di grave disonestà intellettuale, filologica e, in questo caso, anche deontologica.
Per Cerasa l’omologazione odierna dei soggetti politici in campo sembra un dato acquisito, null’affatto preoccupante. Tutt’altro, ognuno – compreso il campo antifascista – ha il proprio angolino buio, da cui la parte buona deve prendere senza “esitare” le distanze, in questo modo tutto è sistemato, ogni cosa si mette al suo posto. Così ritorna, rinnovata nella veste lessicale, la teoria degli opposti estremismi, che mantiene intatto il suo fascino arido, triste e consolatorio, benché sempre discreto, come la penna di Cerasa mostra.
Naturalmente, nell’urgenza dell’impulso cinguettante, il direttore straparla dell’assenza di condanna di quel gesto orribile e violento laddove la condanna, sia pure ancora superficiale e insufficiente, soprattutto nell’analisi e nelle risposte, è stata invece amplissima.
Vorrei solo ricordare, in chiusura, che Pasolini scrive e articola il suo pensiero sul fascismo e l’antifascismo nei mesi immediatamente successivi alla “orrenda strage” di Piazza Loggia, le cui responsabilità “reali” egli assegna da subito al “governo e (al)la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state“. E’ vieppiù amaro allora, constatare come anche nella nostra città, così duramente colpita dalla barbarie fascista, ci sia ancora oggi chi sottoscriva questo superficiale e pericoloso modo di pensare indicato nel tweet di Cerasa, rispolverando opposti estremismi e una sciagurata e inaccettabile equidistanza tra fascismo e antifascismo.
Infine una nota su una assenza. Nell’articolo sul Corriere del 16 luglio 1964 ricordato sopra, Pasolini si occupa dell’antifascismo solo indirettamente, la gran parte del suo argomentare ruota attorno al digiuno di Pannella in relazione agli otto referendum proposti allora dai radicali e alle reazioni politiche conseguenti a quell’evento. Pasolini elabora in quel frangente, tra le altre, diverse considerazioni interessanti sul tema della nonviolenza. Ecco, questo tema risulta assente dalla quasi totalità delle proposte e delle carte dei principi dei soggetti politici presenti oggi nel paese e laddove fa, sommessamente, capolino è relegato ad ambiti di dettaglio, accuratamente recintati e circoscritti, senza diventare mai criterio e direttrice principale per orientare parti preponderanti di un progetto politico o assurgere a pilastro fondativo per il suo sviluppo.
Nessuna crisi, nessun conflitto, potrà essere seriamente affrontato e risolto con gli strumenti della violenza, della sopraffazione e della prepotenza. La strada, lunga e difficile, della nonviolenza non potrà essere elusa se ancora vogliamo dare un senso al nostro essere uomini e donne, alle relazioni che vogliamo stabilire tra di noi e con l’intero creato, alla parola futuro.