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lunedì 8 marzo 2021

Vel-ENI (ben piazzati) al ministero degli Esteri - Re:Common

Re:Common lancia oggi la sua pubblicazione “Tutti gli uomini del Ministero” nella quale l’associazione rivela l’esistenza di un protocollo tra l’Eni e il ministero degli Affari Esteri che permette al gigante petrolifero italiano di stanziare i propri uomini presso il dicastero per un periodo illimitato di tempo. Il tutto per facilitare un “raccordo” tra l’azione diplomatica italiana e gli interessi dell’azienda.

Il documento, di cui Re:Common è entrata in possesso, risale addirittura al 2008. Il fatto che non sia mai stato reso pubblico ribadisce da un lato il peso rilevante sulla politica estera del nostro Paese di cui gode Eni, tanto che la protezione dei suoi asset petroliferi ha motivato persino alcune delle missioni militari tutt’ora in corso, dall’altro come i meccanismi attraverso cui la società esercita questa influenza sugli apparati diplomatici italiani siano molto opachi. Un vuoto informativo che limita lo spazio di confronto su una materia di vitale importanza per la vita democratica dell’Italia, che racchiude temi come sicurezza, immigrazione, diritti umani, energia e clima.

A partire dal 2009 sono stati tre i manager del cane a sei zampe acquartierati al ministero degli Affari esteri: Giuseppe Ceccarini, Alfredo Tombolini e Sandro Furlan. In coincidenza con il loro impiego, al ministero sono state prese importanti decisioni sugli investimenti italiani in paesi sui quali i manager avevano una precedente competenza specifica, segnatamente Russia e Mozambico.

Vale poi la pena rammentare l’enorme importanza rivestita dalla Farnesina in merito alle politiche energetiche, tanto che all’interno dello stesso ministero sono presenti due cabine di regia proprio per indirizzare l’azione del nostro Paese in materia di energia, assicurando così un pieno coordinamento con la politica estera nazionale. È in queste cabine di regia che si discute il posizionamento dell’Italia nell’ambito dei vertici internazionali sul clima come la COP 26 e il G20. La presenza di Eni e delle altre compagnie fossili italiane all’interno di questi organi di coordinamento è notevole. Durante l’ultima riunione della Cabina di regia “Ambiente e Clima” erano presenti tre rappresentanti di Eni, due di Snam, due di Saipem, e uno di Enel.

«Quello in corso sarà un anno fondamentale per la politica energetica italiana. Il nostro Paese avrà la co-presidenza della prossima COP 26 e quella del G20. Un tema chiave sarà proprio quello dei finanziamenti pubblici a nuovi progetti fossili. Alla luce di quanto abbiamo scoperto, viene da chiedersi però quali siano le possibilità concrete che l’esecutivo smetta di finanziare i devastanti progetti di Eni, fintanto che la compagnia godrà di una posizione privilegiata all’interno della stessa Cabina di regia incaricata di coordinare la posizione dell’Italia nell’ambito di questi negoziati» ha affermato Alessandro Runci, campaigner di Re:Common e autore del rapporto.

 

(*) da www.recommon.org dove è possibile scaricare il pdf della pubblicazione

 

da qui

martedì 15 dicembre 2020

Il venticinquesimo anniversario della morte di Ken Saro Wiwa - Luca Manes

Oggi cade un anniversario triste quanto significativo: i 25 anni dalla morte di Ken Saro Wiwa. Il poeta, scrittore, drammaturgo ma anche attivista nigeriano che fu giustiziato dalla sanguinaria dittatura di Sani Abacha a Port Harcourt il 10 novembre del 1995.

Wiwa era “colpevole” di essere l’autore di pamphlet incendiari che denunciavano le devastazioni inferte alla sua terra, il Delta del Niger, in nome del petrolio, ma soprattutto di essere il portavoce delle rivendicazioni della propria etnia Ogoni, maggioritaria nella regione, vessata dal governo e dal gigante petrolifero Shell. Nel 1990 aveva fondato il Mosop (Movement for the survival of the Ogoni people), che il 3 gennaio 1993 riuscì a portare per strada ben 300mila persone, che dichiararono la Shell persona non grata e scacciarono in maniera pacifica il personale della compagnia impegnato nelle attività estrattive.

Un vero affronto per le élite politiche nigeriane, che fin dal boom del petrolio di inizio anni Settanta avevano considerato i ricchissimi giacimenti del Delta del Niger come una sorta di proprietà privata, da sfruttare a proprio piacimento. La Shell e le altre compagnie petrolifere, compresa l’italiana Eni, furono subito incoraggiate a “occupare” il Delta del Niger. Il tutto senza che spesso le potenti corporation pagassero le dovute compensazioni ai legittimi proprietari degli appezzamenti di terra, oppure provassero a mitigare i micidiali impatti derivanti dalle loro attività, in primis

le continue perdite di greggio che ancora oggi danneggiano le colture di sussistenza e l’ecosistema della zona. Contadini e pescatori che per generazioni erano riusciti a vivere in maniera dignitosa grazie alle abbondanti risorse del loro territorio, una sorta di paradiso in terra, si ritrovavano a fare i conti con un livello di inquinamento spropositato, come dimostra un accurato studio dell’agenzia ambientale delle Nazioni Unite, pubblicato nel 2011.

Arrestato nel 1994, con l’accusa di aver incitato all’omicidio di quattro presunti oppositori del Mosop, Ken Saro-Wiwa venne impiccato insieme ad altri otto attivisti al termine di un processo farsa che suscitò forti proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. L’impianto accusatorio era basato unicamente sulla testimonianza di alcune persone, che dopo l’esecuzione ritrattarono, confessando di essere state costrette a dire il falso.

La morte di Ken Saro Wiwa, o meglio il suo barbaro assassinio, scosse profondamente la società civile globale, capace di lanciare la più grande campagna della storia contro una multinazionale, la Shell. Una campagna di successo, se è vero che la società anglo-olandese fu costretta ad abbandonare l’Ogoniland, sebbene non in maniera definitiva.

Per noi di Re:Common la memoria di Ken Saro è viva nelle migliaia di lotte in corso sul Pianeta contro la maledizione dei combustibili fossili e contro lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, a danno di interi territori e comunità.

La memoria risuona ogni giorno nella richiesta di giustizia di centinaia di casi legali mossi contro le oil majors, dall’Ecuador, alla Nigeria, alle Filippine. Si rafforza quando attivisti e società civile pretendono che i loro governi, che spesso controllano in qualità di principali azionisti le grandi aziende petrolifere – come nel caso italiano dell’Eni – smettano di essere succubi e pongano fine al business distruttivo delle loro controllate. Oggi Ken Saro Wiwa ci avrebbe detto che la sfida climatica è in primo luogo una battaglia di giustizia e che ognuno in maniera non violenta deve scegliere da che parte stare.

da qui

 

martedì 4 agosto 2020

La grande illusione - Re:Common



Negli ultimi mesi le nostre vite sono cambiate drammaticamente. Molti di noi hanno perso il lavoro. Molti hanno continuato a lavorare in condizioni estreme. Diseguaglianza e disparità sociale sono divenute caratteristiche sempre più visibili, elementi caratterizzanti del sistema economico e della società in cui viviamo.
Che la pandemia abbia colpito tutti, ma non nella stessa maniera, è oramai assodato. Come è assodato che tra i settori a non avere sofferto, ma anzi ad avere guadagnato dalla crisi, ci sono le piattaforme di acquisto on-line, Amazon in primis, ma anche tutte le piattaforme di comunicazione online.
Ovvero quelle che sono divenute veicolo del trasferimento delle nostre attività lavorative, di studio, sportive, di socialità dalla “vita reale” a quella virtuale. In molti per fortuna si sono chiesti quali sarebbero state le implicazioni di tutto ciò, chi erano i soggetti che le gestivano, che cosa sarebbe successo ai dati generati dalle nostre vite on line, da chi e come sarebbero stati trattati e con quali implicazioni.
Un dibattito che speriamo rimanga aperto, perché riguarda aspetti per niente contingenziali rispetto alla crisi sanitaria, bensì un fattore strutturale per la riorganizzazione di quella che noi chiamiamo “la società estrattivista”, organizzata per permettere a poche elite di estrarre sempre più ricchezza materiale e finanziaria dai territori e le comunità locali che li abitano, espropriati così del potere di decidere sulle proprie vite.
Di quale riorganizzazione stiamo parlando, mentre buona parte degli opinionisti parla di crisi sanitaria, e della recessione che ne deriva? Parliamo di un processo iniziato prima della pandemia, in particolare di un nuovo modo di pensare e organizzare le grandi infrastrutture secondo la logica dei mega-corridoi, per ridurre tempo e spazio, con l’obiettivo di aumentare continuamente i profitti a fronte di un rallentamento della crescita del commercio mondiale e sbandierando il mantra del just in time su scala sempre più grande. 
Un processo solo in parte visibile, fortemente energivoro e radicato nell’economia dei combustibili fossili, che riguarda la costruzione di nuove ferrovie ad alta velocità per il trasporto di merci, di nuovi terminal portuali, data center e nuove centrali energetiche; ma anche di centri per la logistica di centinaia di ettari, così che la stessa logistica viene inglobata nel processo produttivo. Il tutto implica una trasformazione radicale e irreversibile dei territori a vantaggio dei grandi capitali privati, in cui porti e zone di produzione identificate come “di libero scambio”, o “Zone Economiche Speciali” (ZES), sono interconnessi.
Quali sono le manifestazioni in Italia e in Europa di questa agenda del capitale globale? In che modo modificherà la struttura sociale, economica e produttiva del nostro Paese e del Vecchio Continente? Quale impatto avrà sul clima e sull’ambiente, due variabili centrali dove sono già molto visibili i fallimenti e le contraddizioni sistemiche in atto?
La domanda è in parte retorica: difficile immaginare una “globalizzazione 2.0” che acceleri produzioni, trasporto e consumo di merci a una velocità senza precedenti capace allo stesso tempo di ridurre l’impatto sistemico sull’ambiente e sul clima, un impatto che va ben oltre il calcolo delle emissioni dirette e indirette generate.

Il grande progetto dei mega-corridoi infrastrutturali verrà messo in discussione nella crisi economica post-pandemia o invece questa sarà la scusa per accelerarlo? Saranno valutate le sue ricadute complessive, finora gestite come l’ultimo dei problemi da investitori e decisori politici, abbagliati da previsioni e dati su produzione, logistica e commercio globale che ripartono? In che modo risponde ai bisogni dei milioni di persone che già stanno pagando i costi più alti di un modello orientato al profitto a ogni costo?
In che modo risponde ai bisogni delle comunità che saranno allontanate dalle proprie terre per lasciare il posto a nuove mega infrastrutture e di chi vive nelle aree più remote del Pianeta, dove già prima della crisi sanitaria si stava avviando l’attacco finale alle ultime risorse naturali ancora da estrarre?

In che modo questo progetto ci renderà più resilienti alle grandi siccità, ai tifoni, alle piogge sempre più forti? In che modo contrasterà la cementificazione in aumento nei territori più intensamente popolati? In che modo aiuterà tutti ad avere un tetto sopra la testa?
Noi crediamo che questo sia il momento per aprire a queste domande di così ampia portata.