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giovedì 16 dicembre 2021

L’ASCENSORE SOCIALE È ROTTO. SE NASCI POVERO, IN ITALIA, RESTI POVERO - Elisa Berlin

 

A ottobre di quest’anno Elon Musk, fondatore e CEO di Tesla, ha dichiarato di aver raggiunto, nel terzo trimestre 2021, il fatturato più alto mai registrato nella storia dell’azienda e pochi mesi prima Jeff Bezos, amministratore delegato di Amazon, chiudeva il 2020 con ricavi di 386 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto all’anno precedente. Ma questi non sono casi isolati: secondo l’annuale classifica stilata da Forbes, l’anno scorso i miliardari erano 660 in più del 2019 e, di questi, l’86% si era addirittura arricchito rispetto al periodo pre-pandemico. A favorire il guadagno dei più ricchi sarebbero state soprattutto le scommesse sulla ripresa dei mercati azionari, che hanno toccato il loro punto più basso durante il primo lockdown per poi risalire nei mesi successivi. Una sorte molto diversa ha riguardato però il resto della popolazione mondiale, economicamente penalizzata dalla pandemia con un’intensità inversamente proporzionale al suo reddito.

Jeff BezosElon Musk

In Italia, il divario socio-economico fra classi sociali continua ad ampliarsi. Dal report Time to Care di Oxfam, pubblicato a inizio 2020, emerge che il 10% più ricco della popolazione possiede circa sei volte la ricchezza della metà più povera, con un patrimonio complessivo che negli ultimi vent’anni ha seguito un trend crescente per i primi e decrescente per i secondi. Secondo l’ultimo rapporto Caritas, nel 2020 la quota dei “poveri cronici” (le persone che si rivolgono abitualmente alla Caritas da più di cinque anni) è cresciuta di oltre un quarto rispetto al 2019, mentre il numero di italiani in povertà assoluta ha superato i 5,6 milioni – la cifra più alta mai registrata. L’incidenza delle famiglie che faticano ad arrivare a fine mese è rimasta più alta nel Mezzogiorno, ma l’aumento della povertà da un anno all’altro ha riguardato soprattutto le regioni del Nord, in particolare le grandi città.

Le categorie più penalizzate dalla pandemia sono state quelle composte da giovani e donne, le stesse che già prima del lockdown versavano in uno stato di maggior incertezza economica. Le persone under 30 erano infatti le più concentrate nei contratti di lavoro atipici – quali contratti part-time, a chiamata o a tempo determinato – e nei settori più coinvolti nelle chiusure, a partire dal turismo e dalla ristorazione. Chi attendeva il rinnovo di un contratto a termine si è così trovato penalizzato dal calo della richiesta e dal blocco dei licenziamenti; nel frattempo, la chiusura delle scuole e dei servizi educativi, sommata alla necessità di prendersi cura delle persone più fragili, ha inevitabilmente aumentato il carico di lavoro familiare – soprattutto nel caso delle madri, spesso costrette a lasciare il lavoro a causa dell’implicita imposizione dei ruoli di genere e dello stipendio inferiore a quello dei partner.

 

La devastazione economica dell’ultimo anno e mezzo ha evidenziato quanto il patrimonio del nostro Paese sia distribuito in modo disomogeneo, ma il ruolo determinante della classe sociale di nascita sulle prospettive di arricchimento degli italiani era evidente anche prima della pandemia. Secondo il Global social mobility report del World economic forum l’Italia è il Paese europeo con la mobilità sociale più bassa: in altre parole, la percentuale più ricca (e minoritaria) della popolazione gode dei benefici maggiori in termini di servizi, mentre l’accesso alle opportunità – e, quindi, alla possibilità di migliorare la propria situazione economica – crolla al diminuire del reddito. In questo modo non solo la ricchezza rimane a disposizione di pochi, ma si tramanda dai genitori ai figli in modo sempre più circoscritto.

 

Tutto inizia dalla scuola, dove negli ultimi vent’anni l’ascensore sociale è rimasto sostanzialmente fermo. I figli e le figlie dei genitori più ricchi sono quelli che durante l’adolescenza frequenteranno i licei più rinomati, seguiranno corsi di lingua, trascorreranno periodi di studio all’estero; chi appartiene a famiglie meno abbienti e istruite tenderà, invece, a iscriversi a istituti tecnici o scuole professionali e meno probabilmente conseguirà una laurea. Dai risultati dei test Invalsi emerge come i livelli di apprendimento di chi proviene da una famiglia svantaggiata siano sistematicamente inferiori rispetto a quelli dei coetanei più ricchi. Questi, di conseguenza, saranno non solo i più culturalmente stimolati, ma anche quelli con più competenze e che, nella maggior parte dei casi, svolgeranno le professioni meglio retribuite.

 

Alla base di questa “povertà educativa”, un ruolo determinante è svolto dalle risorse pubbliche messe a disposizione degli istituti scolastici stessi. Spesso, infatti, le scuole che lavorano nei contesti più difficili sono anche le più ignorate dallo Stato, in un circolo vizioso in cui a rimetterci sono, di nuovo, gli studenti che appartengono alle famiglie più svantaggiate. Destinare la porzione maggiore di finanziamenti agli istituti che ne hanno meno bisogno – perché collocati nei quartieri più benestanti, più forniti di dispositivi tecnologici o frequentati dagli insegnanti più motivati – fa sì che alla segregazione abitativa legata al luogo di nascita si associ una altrettanto ingiusta segregazione scolastica e, di conseguenza, un divario educativo destinato ad alimentare quello economico. Le conseguenze di questa disparità, però, non riguardano solo la futura carriera lavorativa degli studenti: riprendendo l’analisi del World Economic Forum, infatti, una crescita della mobilità sociale del 10% favorirebbe un aumento del PIL di quasi il 5% in 10 anni, a conferma dei benefici che una maggior inclusione fra ceti diversi, a partire dall’età dello sviluppo, apporterebbe alla produttività del Paese e al benessere economico della collettività.

 

Il ruolo delle lacune formative nel mantenimento delle disuguaglianze non si limita però al contesto scolastico. La possibilità di migliorare la propria condizione economica, infatti, dipende anche dalle opportunità di formazione continua grazie alle quali lavoratori e lavoratrici potrebbero perfezionare le proprie competenze, acquisirne di nuove e ambire così ad un avanzamento di carriera. Opportunità che, in Italia, si riscontrano in meno del 13% delle aziende, per il 20% degli occupati totali – la metà della media Ue. Oltre a diminuire il potenziale competitivo delle aziende, la mancata formazione di chi lavora contribuisce a cristallizzare – quando non ampliare – il divario economico già presente fra persone che ricoprono ruoli diversi, con le posizioni di maggior responsabilità (e meglio retribuite) sempre meno accessibili e limitate ad un’élite ristretta – nella maggior parte dei casi benestante, di mezza età e di genere maschile.

 

Oltre a godere di maggiori prospettive di guadagno, le persone che nel corso del tempo hanno accumulato più ricchezza sono anche le meno penalizzate dall’attuale sistema fiscale. Come nota l’economista Marta Fana, per esempio, dalla riforma dell’Irpef approvata il 25 novembre non trarrà alcun vantaggio oltre il 42% più povero delle famiglie italiane, quelle cioè con un guadagno inferiore ai 20mila euro annui. Ripensare un modello retributivo che negli ultimi decenni è diventato sempre meno progressivo – a partire dall’introduzione di un’imposta patrimoniale – non è, quindi, solo la strada più sensata, ma anche l’unica umanamente accettabile in un momento in cui le fasce più fragili della popolazione faticano a immaginarsi un futuro che non le veda al di sotto della soglia di povertà.

La ricchezza che più contribuisce al mantenimento delle disuguaglianze rimane, tuttavia, quella che si trasferisce dai genitori ai figli. Nonostante l’Italia sia uno dei Paesi Ocse con la pressione fiscale più alta, nel 2019 è stata anche uno di quelli con il più basso gettito fiscale legato all’eredità (circa lo 0.1% delle entrate tributarie), in linea con un sistema economico strutturalmente fondato sui rapporti familiari e sull’accentramento dei capitali. Per favorire una redistribuzione più equa della ricchezza sarebbe necessario valutare l’introduzione di un’imposta di successione proporzionata all’entità del patrimonio tramandato (come ad esempio succede in Francia): difficilmente i più ricchi vedrebbero peggiorare il proprio stile di vita, e ne gioverebbe la mobilità dell’intero Paese.

 

Il Governo deve rivalutare le proprie priorità. Per far ripartire l’ascensore sociale è necessario agire concretamente a partire dalle sue basi, fissando una soglia al di sotto della quale nessuna persona possa essere pagata e promuovendo politiche di contrasto allo sfruttamento lavorativo e alla precarietà cronica. Non solo: consentire alle famiglie di uscire dalla povertà significa anche investire in asili nido, doposcuola e nell’intero settore della cura, a vantaggio delle migliaia di persone – perlopiù donne – che puntualmente si ritrovano costrette a scegliere se crescere i propri figli o guadagnarsi da vivere. Promuovere la mobilità implica, infine, smettere di stigmatizzare misure di contrasto alla povertà quali il reddito di cittadinanza o i sussidi di disoccupazione ma, al contrario, lavorare affinchè tali incentivi non siano più necessari, garantendo a tutta la popolazione un’istruzione di qualità e investendo in politiche attive e in formazione professionale su larga scala.

L’Ocse ha stimato che, in Italia, una persona nata nel 10% delle famiglie più povere potrebbe impiegare cinque generazioni per raggiungere il reddito medio. La possibilità di arricchirsi è sempre più legata alla propria condizione di partenza e, nonostante la narrazione prevalente continui a ripeterci il contrario, sempre meno dipendente dalla propensione dei singoli all’impegno o al sacrificio. Se è vero che il successo va conquistato, è altrettanto vero che tutti dovrebbero avere la possibilità di farlo. Altrimenti non si tratta di conquiste ma di privilegi, sintomi di una società strutturalmente classista che sopravvive grazie allo sfruttamento di chi non li detiene.

https://thevision.com/attualita/poverta-italia/?sez=all&ix=1

venerdì 30 luglio 2021

QUANDO PER UN ESPERIMENTO MEDICO CENTINAIA DI AFROAMERICANI FURONO LASCIATI MORIRE DI SIFILIDE – Elisa Berlin


Negli Stati Uniti del primo Novecento, le teorie di Darwin conobbero un’eccezionale popolarità. La loro influenza non si limitò al mondo scientifico: a partire dalla prima pubblicazione dell’Origine delle specie, nel 1858, la borghesia americana strumentalizzò le opere dello scienziato, appellandosi ai princìpi della selezione naturale per giustificare un sistema sociale profondamente discriminatorio – ma giusto, secondo alcuni filosofi dell’epoca, proprio perché fondato sulla naturale prevaricazione da parte dei “più adatti a sopravvivere”. L’idea che alcuni popoli fossero naturalmente più evoluti di altri era coerente sia con i princìpi che governavano il modello socio-economico del tempo – con il potere interamente nelle mani dei bianchi –, sia con la cultura razzista condivisa dalla maggior parte della popolazione e che, grazie al neonato darwinismo sociale, godeva ora anche di un’apparente legittimazione scientifica. 

A partire dal Diciannovesimo secolo, con l’abolizione della schiavitù, fra i pregiudizi perpetrati dal cosiddetto “razzismo scientifico” cominciarono a svilupparsi – insieme all’idea che gli afrodiscendenti fossero intellettualmente sottosviluppati e, quindi, più simili agli animali che agli esseri umani –, anche alcune teorie pseudoscientifiche riferite alla loro sessualità e ai loro organi genitali. Era opinione diffusa che gli uomini neri conducessero una vita sessuale sregolata, agissero guidati esclusivamente dai loro istinti e fossero, quindi, anche maggiormente propensi a contrarre infezioni sessualmente trasmissibili, a partire dalla sifilide, protagonista negli anni Venti e Trenta del Novecento di una vera e propria emergenza sanitaria. Con questi presupposti, nel 1932, in una cittadina dell’Alabama, lo Us Public Health Service (Phs) intraprese quello che settant’anni dopo gli esperti avrebbero definito “Lo studio più infame nella ricerca biomedica degli Stati Uniti”: l’esperimento sulla sifilide di Tuskegee (Tuskegee Study of Untreated Syphilis in the Negro Male). 

Fra il 1929 e il 1931, circa il 40% degli abitanti di Tuskegee (Alabama) soffriva di sifilide. Gli alti tassi di contagio non avevano nulla a che fare con la presunta ipersessualità, bensì con il fatto che la popolazione della regione, quasi interamente afroamericana, non era a conoscenza delle modalità di trasmissione dell’infezione – e continuava quindi ad avere rapporti sessuali senza ricorrere ad alcun tipo di precauzione – e a causa di povertà e segregazione non poteva contare nemmeno su alcun tipo di tutela sanitaria. Il Phs ritenne che rappresentasse il campione perfetto per studiare la naturale progressione della malattia – “Un’occasione unica”, per citare il dottor Taliaferro Clark, direttore dello studio, “per osservare gli effetti della sifilide non curata”. Secondo il pregiudizio condiviso dalla comunità scientifica, d’altra parte, le persone nere sarebbero comunque state troppo ingenue e testarde per accettare di sottoporsi a cure specialistiche, anche qualora avessero potuto farlo. La scelta ricadde così su 600 uomini di età compresa fra i 25 e i 60 anni – 399 malati e 201 sani –, tutti contadini, poverissimi, analfabeti e ignari non solo di essere malati, ma anche di essere stati reclutati per l’esperimento. 

La ricerca venne presentata ai partecipanti come un’opportunità per curare il cosiddetto “cattivo sangue” (bad blood), termine colloquiale riferito a una vasta gamma di patologie e disturbi come reumatismi, anemia e affaticamento, ma anche epatite B e mononucleosi. Per aggirare la diffidenza che gli afrodiscendenti nutrivano nei confronti dei bianchi, il Phs coinvolse nel reclutamento Eunice Rivers, un’infermiera afroamericana locale, ma anche le autorità ecclesiastiche, gli insegnanti, gli anziani della comunità e, in generale, chiunque potesse contare sulla fiducia dei contadini. A questi ultimi furono promesse, in cambio della loro partecipazione, assistenza medica gratuita, pasti caldi e persino un’assicurazione per coprire (previa autopsia) i costi del loro eventuale funerale. Lo studio divenne protagonista di una vera e propria campagna pubblicitaria: volantini che promuovevano “Esami del sangue gratuiti da parte dei medici governativi”, occasioni più uniche che rare per dei mezzadri neri del Sud, cominciarono a tappezzare i muri degli edifici. 

All’inizio dell’esperimento, il Phs fu costretto a stipulare un accordo con lo Stato dell’Alabama, per cui chi risultava positivo alla sifilide avrebbe dovuto essere sottoposto alle cure allora conosciute: tutti, ad eccezione dei partecipanti, sapevano però che le dosi di farmaco somministrate (generalmente a base di mercurio e arsenico e, in ogni caso, scarsamente efficaci) erano molto inferiori a quelle raccomandate e, quindi, completamente inutili. Meno di un anno dopo anche questi blandi trattamenti furono interrotti, ma i partecipanti – che non avevano acconsentito alla somministrazione di alcun medicinale, erano volutamente tenuti all’oscuro della diagnosi e non sapevano nemmeno di essere contagiosi – continuarono a essere visitati, affinché il medico potesse prendere nota dei progressi della malattia e proseguire con la fase di follow up. I controlli prevedevano, fra le altre cose, dolorosi prelievi spinali, i cui effetti collaterali duravano settimane. A causa della parziale “contaminazione” del campione che, nell’idea originale, non avrebbe dovuto ricevere alcun farmaco, l’esperimento era ormai completamente inattendibile: ciò nonostante, pur di non interromperlo, il Phs continuò ad attivarsi affinché nessuno ricevesse alcuna terapia, condannando alla sofferenza – e, talvolta, alla morte – non solo i partecipanti, ma anche le loro partner sessuali e i loro figli. 

All’inizio dell’esperimento, le malattie veneree erano generalmente incurabili. Negli anni Quaranta si assistette però alla scoperta della penicillina, che nel 1943 cominciò ad essere facilmente reperibile in tutto il mondo e a partire dal 1951 divenne la cura raccomandata per la sifilide. In quegli anni la nazione si riempì dei cosiddetti “centri di trattamento rapido per il controllo delle malattie veneree“, cliniche gestite dal Phs e in cui i pazienti infetti potevano beneficiare del nuovo antibiotico. Tutte le persone positive potevano accedere ai centri: tutte, tranne i 600 partecipanti della ricerca.

Lo studio di Tuskegee sarebbe dovuto durare fra i sei e i nove mesi: durò quarant’anni. Fino al 1972, anno in cui l’esperimento venne ufficialmente dichiarato “Eticamente ingiustificato” e i ricercatori furono costretti ad interromperlo, i contadini sopravvissuti continuarono a ignorare il fatto che i ricercatori li stessero trattando come cavie. Non si può dire lo stesso della comunità scientifica: i risultati della ricerca erano stati infatti resi noti fin dall’inizio e, negli anni Sessanta, diversi esponenti del Servizio sanitario nazionale avevano espresso serie preoccupazioni rispetto alla dimensione etica dell’esperimento, sollecitando il Center for Disease Control and Prevention (Cdc) ad interromperlo il prima possibile. Nemmeno la netta opposizione delle associazioni mediche era riuscito però a interrompere questa follia.

All’inizio degli anni Settanta Peter Buxton, investigatore del Phs che da anni ribadiva al Cdc la necessità di ultimare lo studio al più presto, si confrontò con Jean Heller, giornalista dell’Associated Press. Grazie alle sue rivelazioni, il 26 luglio del 1972 la prima pagina del New York Times titolava: “Syphilis victims in U.S. study went untreated for 40 years” (Vittime di sifilide coinvolte in uno studio statunitense e non curate per quarant’anni). Di fatto, fu quindi la stampa a decretare la fine dell’esperimento: nessun risarcimento, riconoscimento legale o messaggio presidenziale avrebbe potuto però restituire la vita alle almeno 128 persone morte a causa della malattia, né la salute alle decine di donne infettate e ai diciannove bambini già malati alla nascita.

Da un punto di vista prettamente scientifico, l’esperimento fu un totale fallimento. Nel 1970 uno dei ricercatori, il dottor James Lucas, dichiarava: “Nulla di quello che è stato appreso aiuterà a prevenire, trovare o curare un singolo caso di sifilide infettiva o ci porterà più vicini alla nostra missione di controllare le malattie veneree negli Stati Uniti”. Eticamente, si trattò invece di un vero e proprio abuso reso possibile dalla cultura razzista che regolava non solo la quotidianità della popolazione, ma anche l’atteggiamento della comunità scientifica. Un approccio ben riassunto dalle parole di John Heller, ex direttore del Dipartimento di malattie veneree del Phs, che in un’intervista del 1976 dichiarò: “La condizione dei partecipanti non meritava alcun dibattito etico. Erano soggetti, non pazienti; materiale clinico, non persone malate”.

Secondo alcune indagini, la divulgazione delle pratiche dello studio di Tuskegee fu responsabile nel 1980 di parte della differenza nell’aspettativa di vita tra uomini bianchi e neri. Se da un lato, infatti, le persone BIPOC (Black, Indigenous and People of Color) continuavano a essere discriminate anche sul piano sanitario a causa dei pregiudizi dei medici e delle difficoltà ad acquistare un’assicurazione, l’identificazione con persone che, per quarant’anni, erano state ingannate, manipolate e sfruttate dagli scienziati bianchi aveva infatti ulteriormente eroso la fiducia degli afrodiscendenti nel sistema sanitario, mettendo così ulteriormente a rischio la loro salute. Ma non è tutto. La memoria collettiva di Tuskegee continua ancora oggi ad alimentare lo scetticismo della comunità afroamericana nei confronti del mondo medico, con effetti tangibili anche rispetto alla scarsa fiducia riposta da molti, soprattutto fra i più anziani, nei confronti dei vaccini contro il Covid-19. A differenza delle tesi avanzate da negazionisti e complottisti, non si può dire che si tratti di una diffidenza immotivata.

Oggi, l’esperimento di Tuskegee rappresenta per la comunità scientifica uno dei pilastri del dibattito sulla bioetica. Soprattutto, però, la vicenda ci ricorda che quando pregiudizi, scienza e potere convergono nelle mani di una sola categoria, le conseguenze possono essere devastanti. Se non vogliamo che episodi simili si ripetano in futuro, è opportuno che tutto il mondo se lo ricordi.

da qui