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lunedì 15 settembre 2025

Che fare se chi dovrebbe farlo non lo fa? - Guido Ortona

 

Tutto il mondo occidentale ha seri problemi economici. Ma quelli dell’Italia sono particolarmente seri, come evidenziato dal fatto che il nostro Paese sta rapidamente perdendo terreno nei confronti internazionali. Nel 1995, fatto 100 il PIL pro capite dell’Italia, il valore della Francia era 93.2, quello del Regno Unito 86.3, quello della Germania 101.5 e quello della Spagna 75.6. In sostanza, l’economia italiana stava bene come quella tedesca, stava assai meglio di quelle della Francia e del Regno Unito, e stava molto meglio di quella della Spagna. Nel 2022 la situazione era invece la seguente (sempre facendo 100 per l’Italia): Francia 111.6, Regno Unito 110.1, Germania 126.0, Spagna 92.4 (dati IMF a parità di potere d’acquisto). Tre anni fa quindi l’economia italiana stava poco meglio di quella della Spagna, assai peggio di quelle della Francia e del Regno Unito, e molto peggio di quella della Germania (forse ultimamente si è recuperato qualcosa, ma solo per i disastri degli altri paesi). È evidente che esiste un “problema Italia” specifico e, appunto, grave.

Cosa dovrebbe fare la sinistra in queste condizioni, se fosse al governo, e cosa deve quindi proporre dall’opposizione? I problemi da affrontare sono molti, ma due sono prioritari: quello del conflitto con l’Europa e quello della assenza di una seria imposta patrimoniale. Il motivo per il quale questi problemi sono prioritari è che qualsiasi politica di sinistra richiede risorse, e richiede che non si sprechino quelle che ci sono. Ne segue che l’Italia non può permettersi di continuare a versare parecchie decine di miliardi ogni anno nel pozzo senza fondo dei vincoli europei; e dato che non si può espandere ulteriormente il debito e che tassare i redditi elevati implica che questi scappino all’estero (cosa che in presenza di una legislazione opportuna la ricchezza non può fare) bisogna tassare la ricchezza dei più ricchi, preferibilmente quella finanziaria (non si faccia troppo affidamento sulla lotta all’evasione: i veri ricchi non evadono ma elidono, e obbligare l’idraulico a pagare è giusto, ma non si aggiungono risorse, si spostano solo risorse da un soggetto – l’idraulico – a un altro, lo Stato). E poiché i ricchi continueranno a portare i loro redditi all’estero, e i vincoli europei ci obbligheranno a sprecare sempre più risorse, il trend di decrescita dell’Italia continuerà, così come il suo progressivo allontanamento dall’Europa, se non si interviene con la necessaria energia.

Magari con qualche piccola variante, quanto sopra dovrebbe essere considerato corretto dagli economisti di sinistra. Sicuramente lo è per me (sono in pensione, ma prima ero professore ordinario di politica economica). Corretto e preoccupante; al punto che ho cercato di parlarne coi responsabili economici di Sinistra Italiana e del Partito Democratico, naturalmente (anche se non dovrebbe essere così) cercando di contattarli non tramite canali ufficiali ma tramite contatti personali. Non ci sono riuscito. In un primo tempo ho pensato a una normale maleducazione; poi mi sono accorto che la realtà è molto peggiore, e molto più preoccupante: i grandi problemi economici non interessano ai partiti della sinistraIl PD e SI non hanno un programma, e quindi a fortiori non hanno un programma sui temi di cui sopra; e più in generale gli uffici, dipartimenti o quello che sono che si occupano di economia in Sinistra Italiana e nel PD, non esistono – o se esistono sono ben nascosti, e le strategie da essi elaborate non sono rintracciabili sul loro sito.

Credo che sia impossibile sopravvalutare la gravità di questo fatto. Fermiamoci un momento a considerarne le implicazioni: di fronte a gravissimi problemi economici e alla necessità di interventi di ampio respiro, quei due partiti non hanno una linea, anzi non se ne occupano nemmeno. I motivi di ciò andrebbero studiati seriamente, e spero che qualcuno lo faccia, o lo abbia fatto; io posso solo suggerire delle ipotesi.

Un primo motivo, e il meno importante, che penso valga soprattutto per SI, consiste nel fatto che la selezione dei dirigenti si basa sulla militanza. Semplificando un po’, diventa dirigente la persona più attiva nella partecipazione e organizzazione di manifestazioni, nel volantinaggio e in attività simili. Questa persona avrà poco tempo da dedicare allo studio, ancora meno ad attività, come l’elaborazione di proposte, che allontanano dal lavoro di massa. (Un ricordo di gioventù: nel ‘68 spesso si usava dire “la questione è politica” per indicare qualcosa di cui si sapeva poco ma che andava affrontata con la mobilitazione, e che quindi non richiedeva di essere conosciuta meglio). Semplificando, i dirigenti hanno troppe cose da fare, e troppo poco tempo, per potere occuparsi di cose di cui sanno poco e difficili da capire, come le regole europee sul debito pubblico. Ciascuno avrà le sue idee, poco elaborate e poco sicure, e cercare di produrre una linea comune è inutile, dato che i partecipanti alla discussione sanno bene di saperne poco. Anzi, è sbagliato, perché si rischia poi di fare proposte campate in aria o contraddittorie; meglio restare sul terreno sicuro dell’opposizione senza proposte impegnative, peraltro anch’esso importante e nel quale c’è moltissimo da fare, per esempio per il salario minimo o per il rilancio della sanità. Che le politiche alternative a quelle del governo richiedano risorse può essere trascurato, si fa affidamento sulla (presunta) indignazione dei cittadini per avere il loro consenso.

Però il secondo motivo, che ritengo riguardi soprattutto (ma non solo) il PD, è più importante, ed è radicato nella natura stessa del partito. Esso rappresenta interessi di diversi soggetti più o meno potenti, più o meno onesti, più o meno importanti per l’economia locale, e così via; e quindi anche gli interessi dei dirigenti sono diversi, e facilmente contraddittori. In queste condizioni si hanno inevitabilmente due conseguenze negative. La prima è che i temi divisivi (e i grandi temi economici lo sono di sicuro) vengono messi da parte. La seconda è che ciascun dirigente deve fare molta attenzione alla sua carriera (il rapporto fra “carriera” e “affermazione delle proprie idee” è molto ambiguo, qui non ce ne occupiamo); sollevare grosse questioni riguardanti la “linea generale” del partito non propizia certamente tale carriera. Ci aspettiamo quindi che si cerchi di ovviare alla mancanza di idee sui grandi temi con molta demagogia su quelli enormi, molti compromessi su quelli locali e un’opposizione molto urlata, contando anche qui sulla (presunta) indignazione delle masse per avere comunque il loro appoggio. Ed è quello che vediamo.

Ma le masse sono davvero disposte a seguire queste politiche? Anche su questo punto sarebbe necessaria un’indagine specifica; il mio suggerimento è che sono stanche di sentire proposte generiche e/o demagogiche. Il soggetto tipico (come direbbe un sociologo; un economista userebbe la locuzione “elettore mediano”, meno chiara, che vuole dire la stessa cosa), sa benissimo, o almeno intuisce, che i suoi problemi quotidiani hanno molto a che fare col debito pubblico e le distorsioni del sistema fiscale, e – giustamente – considera poco serio chi gli dice che, per esempio, che bisogna rilanciare la Sanità Pubblica senza dire dove si trovano i soldi, o che la questione più importante è Fermare il Fascismo che avanza (tra l’altro, sappiamo che l’avanzata del fascismo è molto propiziata dall’incapacità della sinistra di affrontare i grandi problemi). Che le cose stiano così è dimostrato dalla enorme, e crescente, tendenza all’astensione. Ho interrogato un sito di IA su “cosa pensano gli italiani della politica”, ottenendo questa risposta: “Gli italiani percepiscono un diffuso clima di sfiducia e stanchezza verso la politica e i politici, considerandoli spesso inaffidabili e dediti a interessi personali piuttosto che al bene comune”. E che ciò dipenda dalla natura dei partiti è suggerito dal fatto che i partiti di sinistra fanno pochissimi sforzi per recuperare gli elettori che si astengono. Tipicamente, in presenza di “qualunquismo”, non modificano le loro proposte, ma aumentano le iniziative propagandistiche a loro sostegno.

Insomma, da qualsiasi punto di vista osserviamo la questione, vediamo che trascurare i grandi problemi economici (cioè l’Europa e le politiche fiscali redistributive) è molto dannoso per la sinistra, persino sul piano dell’esito elettorale, nonostante che il mettere al primo posto l’obbiettivo di “vincere comunque le elezioni” sia molto probabilmente, come abbiamo visto, il motivo principale di questa trascuratezza. Questa è la situazione, e questa situazione ha radici profonde e non può essere modificata solo con degli appelli o delle denunce.

C’è qualcuno che può fare qualcosa, possibilmente prima che la rabbia degli elettori li porti a guardare con speranza a un Uomo Della Provvidenza che risolva tutto lui? Forse siIn Italia ci sono molte e-riviste e molti blog di sinistra. Molti di coloro che scrivono o intervengono su di essi sono militanti e studiosi (e spesso militanti e studiosi) con buona preparazione e buone capacità di analisi. La maggior parte, anzi la quasi totalità dei loro interventi è finalizzata a criticare le scelte del governo e quelle della sinistra tradizionale, o ad avanzare proposte che si collocano su un piano troppo elevato (“come salvare il pianeta”) o troppo poco elevato (“occorre una riforma della sanità”) rispetto ai grandi problemi di cui sopra. In buona parte ci scambiamo messaggi solo fra di noi, dicendo l’uno all’altro cose su cui siamo sostanzialmente tutti d’accordo. Tutto questo non basta. Bisogna assumere un atteggiamento più politicobisogna porsi espressamente il compito di indicare una linea di politica economica su quei due grandi problemi. Occorrerà prendere delle iniziative e forse anche delle misure organizzative. E prima di tutto, quindi, cominciare a parlare di questa necessità. Mi permetto di chiudere suggerendo agli autori di interventi sui blog e sugli e-giornali (intendiamoci: sono molto spesso di alto livello e bene informati) di ridurre il peso del tradizionale approccio “dal basso in alto”, indicare cosa bisogna fare senza dare indicazioni su chi deve farlo, per assumere maggiormente un atteggiamento “dall’alto in basso”: individuare ciò che manca ai partiti di sinistra, e studiare il modo di rimediare a questa lacuna.

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domenica 27 novembre 2022

L’Ucraina senza dubbio vincerà la guerra: così continuano a dirci

articoli e video di Franco Astengo, Giulio Cavalli, Guido Ortona, Angelo Baracca, Riccardo Alberto Quattrini, Lorenzo Merlo, Stefano Orsi, Domenico Gallo, Lucio Caracciolo, Enrico Tomaselli, Fabrizio Casari, Tomaso Montanari, Giacomo Gabellini, Christian Marazzi, Rossana De Simone, Andrea Fumagalli, Riccardo Tristano Tuis, Leone Grotti, Retekurdistan Italia, Massimo Fini, Giulio Palermo, Andrea Zhok, Pepe Escobar, Davide Malacaria, Fabio Falchi

va tutto bene, dice Zelensky



Basta con l’arroganza di Zelensky – Massimo Fini

Adesso l’arroganza di Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto di venerdì: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Gurdonov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala,  il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov, e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.
Volodymyr Zelensky è un filo-nazista, non perché lo ha bollato così Putin, ma perché una parte del popolo, sia pur carsicamente, lo è, non solo i miliziani del battaglione Azov che lo sono apertamente, sono inglobati nell’esercito regolare ucraino e vengono continuamente esibiti e magnificati dal loro Presidente. Infatti due settimane fa, come già l’anno scorso, il suo governo ha votato contro l’annuale risoluzione Onu che condanna l’esaltazione del nazismo: l’aveva già fatto l’anno scorso, insieme agli Usa, mentre stavolta Kiev si è tirata dietro i principali Paesi europei, Italia inclusa.
Quando in Ucraina c’erano la Wehrmacht e la Gestapo, con cui non si scherzava, gli ucraini sono stati attori, in proporzione, di uno dei più grandi pogrom antiebraici.
Volodymyr Zelensky gonfia il petto per la resistenza all’“operazione speciale” di Putin. Ma con le armi che gli hanno dato gli americani e disgraziatamente anche l’Unione europea, che continua a non capire dove sono i suoi veri interessi, pure il Lussemburgo avrebbe resistito al tentativo di occupazione russa. Senza contare che in corso d’opera si è scoperto che l’Ucraina era già zeppa di armamenti sofisticati.
Lo so, lo so che è obbligatorio premettere che qui c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Tutto vero, però queste sottili distinzioni non si sono fatte quando gli aggressori eravamo noi, Germania in parte esclusa, in Serbia 1999, in Afghanistan 2001, in Iraq 2003, in Somalia, per interposta Etiopia, 2006-2007, col bel risultato di favorire gli Shabab che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, e infine in Libia, 2011, in una delle più sciagurate operazioni di alcuni Paesi Nato, Stati Uniti, Francia e Italia a governo Berlusconi. Però solo Putin continua a essere massacrato dalla cosiddetta “comunità internazionale” che altro non è che il coacervo di Stati stesi come sogliole ai piedi degli States e che è sì internazionale, ma non è mondiale perché a questa condanna sono estranei non solo la Cina e l’India, circa tre miliardi di persone, ma anche quasi tutti i Paesi sudamericani, tanto più che ora Lula ha cacciato a pedate il ‘cocco’ dell’Occidente, Bolsonaro. Inoltre in questa damnatio memoriae qualche ragione ce l’ha anche la Russia di Putin. Non è rassicurante essere circondati da Paesi Nato e filo-Nato cioè, attraverso gli Stati Uniti, da Stati potenzialmente nucleari, oltre che dai nazisti ucraini.
Pistola alla tempia io scelgo la Russia, anche l’attuale Russia, non l’Ucraina. E forse faccio anche a meno della pistola.

da qui

 

Dal canale telegram Retekurdistan Italia:

SITUAZIONE ATTUALE IN ROJAVA (23/11)

L’esercito di occupazione turco sta bombardando con gli obici il villaggio di Um El Xêr, a ovest del distretto di Til Temir.

A seguito del bombardamento dell’aeroporto di Minnix nella regione di Shehba da parte dello stato turco invasore, 2 soldati del regime siriano hanno perso la vita e 2 sono rimasti feriti.

L’esercito di occupazione turco sta anche bombardando il villaggio di Tıl Tewîl a ovest del distretto di Til Temir.

Gli insediamenti civili nel centro di Til Rifat continuano a essere pesantemente bombardati dallo stato turco invasore e dai suoi mercenari.

Un UAV appartenente allo stato turco invasore sta viaggiando tra il villaggio di Eyn Isa e Abu Sirra.

Centro di Zirgan/Abu Rasên; I villaggi di Şêx Elî e Qibûr El-Xercına di Til Temir vengono bombardati dallo stato turco occupante.

Il villaggio di Xanê nella campagna orientale di Kobani viene bombardato con armi pesanti dallo stato turco invasore.

L’UCAV dell’occupazione turca bombarda le vicinanze del giacimento petrolifero di Odeh.

Droni armati dello stato turco occupante hanno bombardato la stazione di servizio Dicle nel distretto di Çilaxa.

Due cittadini sono rimasti feriti quando lo stato turco invasore ha bombardato l’impianto di gasolio nel villaggio di Koçerata, nella regione di Qerecox di Derik.

Gli UCAV appartenenti allo stato turco invasore hanno bombardato la Ewda Petrol Company a Tirbespiye e la città Himo di Qamishlo.

SDF: L’esercito di occupazione turco sta prendendo di mira l’area intorno alla prigione dove sono detenuti i membri dell’ISIS a Qamishlo.

La regione vicino alla base russa sulla strada Til Temir-Zirgan è stata bombardata da un UCAV appartenente allo stato turco invasore.

Gli aerei da guerra dello stato turco occupante stanno bombardando l’area intorno al centro del distretto di Tirbespi.

————— RAPPORTI FINO ALLE 12:25. (ora del Rojava)

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L’Occidente “sfrutta” la guerra in Ucraina per testare nuove armi – Leone Grotti

 Se gli Usa non avessero inviato 18,6 miliardi di dollari di armi a Kiev, la Russia avrebbe già vinto. Ma secondo il New York Times uno degli obiettivi della Nato è testare nuovi armamenti in un vero conflitto. «È una vergogna»

Il sostegno militare che l’Occidente ha fornito all’Ucraina dall’inizio dell’invasione da parte della Russia non ha precedenti nella storia recente. Solo gli Stati Uniti, da febbraio, hanno inviato a Kiev 18,6 miliardi di dollari di armi. L’Unione Europea ha fornito 3,1 miliardi di euro in armamenti, mentre il Regno Unito 2,3 miliardi.

La Nato “sfrutta” Kiev per testare nuove armi

Gli aiuti militari sono stati certamente forniti dall’Occidente a Kiev per aiutare l’esercito ucraino a fronteggiare un avversario più forte e meglio equipaggiato, per difendere un popolo da un’ingiusta aggressione e per scoraggiare chiunque dal calpestare il diritto internazionale in futuro come fatto dalla Russia.

Ma c’è anche un’altra ragione, svelata dal New York Times, che ha spinto i membri della Nato a foraggiare l’Ucraina ed è molto meno nobile delle precedenti: testare in battaglia armi sofisticate di nuova generazione mai provate prima in un contesto di guerra reale.

Software, droni, sistemi missilistici di difesa

Tra le novità principali testate dagli ucraini c’è il sistema Delta, un software avanzato che raccoglie e processa informazioni in tempo reale sulle unità nemiche, coordina le forze di difesa e fornisce un quadro attendibile della situazione sul campo per aiutare l’esercito a definire la migliore strategia di attacco. Delta è in grado di fornire informazioni minuto per minuto su quanti nemici ci sono in un determinato territorio, come si stanno muovendo e dove si stanno dirigendo e addirittura con quale tipo di armamenti sono equipaggiati.

Oltre a Delta, i paesi occidentali hanno fornito all’Ucraina altre armi da testare in battaglia: navi-drone controllate e pilotate da remoto, il sistema di difesa anti-drone SkyWipers e la versione aggiornata di un sistema di difesa aereo costruito in Germania che Berlino non ha ancora mai utilizzato…

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Undici innocenti domande agli atlantisti – Riccardo Tristano Tuis

  1. Qual è la differenza tra l’intervento Nato in Jugoslavia e quello russo in Ucraina?
    2. Perché il Kosovo ha diritto all’indipendenza e il Donbass no?
    3. Perché la Germania Est può scegliere di riunificarsi a quella Ovest e la Crimea non può scegliere di riunirsi alla Russia?
    4. Perché l’Ucraina ha diritto di entrare nella Nato e le Isole Salomone non hanno diritto di ospitare basi militari cinesi?
    5. Perché Usa, Francia e Israele possono bombardare la Siria e se la Russia fa lo stesso in Ucraina è un crimine?
    6. Perché la Nato può bombardare la Libia e se la Russia fa lo stesso in Ucraina è il nuovo Hitler?
    7. Perché gli Usa e il Regno Unito possono fare la guerra preventiva contro l’Iraq ma la Russia non può farla contro l’ingresso dell’Ucraina nella Nato?
    8. Perché la Slovenia e la Croazia possono dichiarare l’indipendenza dalla Jugoslavia, mentre la Crimea e il Donbass non possono dichiarare l’indipendenza dall’Ucraina?
    9. Perché l’assalto a Capitol Hill è un attentato alla Democrazia mentre il golpe di EuroMaidan è una rivoluzione democratica?
    10. Perché Israele può violare la sovranità di tutti i suoi vicini e se fa lo stesso Russia è l’Impero del Male?
    11. Come mai l’Occidente non rifornisce di armi allo Yemen e non impone sanzioni all’Arabia Saudita?

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martedì 4 maggio 2021

La follia di non avere un’imposta patrimoniale - Guido Ortona

1.

Prima della pandemia eravamo sottoposti alle regole del Patto di Stabilità europeo. Senza entrare in dettagli, esso ci imponeva di usare ogni anno il 3% (circa) del PIL per rimborsare il debito pubblico, in aggiunta a un altro 3% (circa) per pagare gli interessi relativi. Dal momento che ciò era impossibile, ogni anno veniva concessa un’esenzione, con varie giustificazioni. Vi ricordate le Clausole di Salvaguardia sull’IVA, che scattavano sempre l’anno prossimo?

A molti economisti, me incluso, sembra chiaro che non si può tornare alle politiche follemente recessive di prima dell’epidemia. Ma se è vero che c’era della follia nel far calare il PIL per far calare il rapporto debito/PIL ‒ essendo il PIL il denominatore ‒ è anche vero che c’era della logica in quella follia, e non poca. Infatti con la nascita dell’euro si era creato un incentivo a emettere debito a dismisura, dato che la solidità cui guardavano i mercati finanziari non era più quella della moneta nazionale ma quella dell’euro, e che l’inflazione attesa era più bassa, essendo scomparso il rischio di svalutazioni competitive; e quindi gli interessi da pagare erano più bassi. C’era il pericolo di una corsa all’emissione di debito che avrebbe danneggiato tutti. La logica del Patto di Stabilità era allora «se un paese vuole espandere la sua spesa, deve ricorrere al debito solo entro certi limiti; e se va oltre questi limiti deve rientrarci, operando sui suoi cittadini. Come, è affar suo». E venivano previste sanzioni in caso di inadempienza. Si può discutere, e molto si è discusso, sul modo (spesso molto balordo) in cui tutto ciò è stato implementato, ma di per sé l’idea era sensata. Il guaio è che un po’ in tutti i paesi, ma soprattutto in Italia (e in Grecia: si legga cosa scrive Varoufakis in Adulti nella stanza, o si guardi il film che ne ha tratto Costa Gavras, che in Italia non è uscito nelle sale), alla frase precedente è stato aggiunto «fermo restando, naturalmente, che non si possono tassare i ricchi».

Personalmente sono convinto che buona parte del debito andrebbe cancellata. Per fare un esempio (ma non è il solo), andrebbero cancellate le varie centinaia di miliardi di debito detenute dalla Banca d’Italia, che sono un debito che i cittadini hanno con sé stessi. Ma non è di questo che voglio parlare. Come dicevo, c’è una logica nel patto di stabilità. Per motivi economici sarebbe giusto cancellare i debiti, ma la logica che sta alla base del Patto di Stabilità è appunto logica, e come tale viene presentata agli elettori di altri paesi, in particolare a quelli tedeschi; ed è sostenuta dai regolamenti europei, per dissennati che siano. È probabile quindi che ci verrà chiesto, sperabilmente in forma attenuata, di contribuire alla riduzione del nostro debito; ed è praticamente certo che dovremo comunque pagare interessi più alti di quelli attuali.

2.

Vengo allora al punto fondamentale. Sarebbe bene che queste spese venissero pagate in accordo con l’art. 53 della Costituzione, anziché in contrasto con esso, come finora è avvenuto. L’art. 53 stabilisce che «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Qualsiasi studente di legge vi potrà dire che la “capacità contributiva” è costituita dal reddito e dalla ricchezza, e qualsiasi studioso di storia del diritto (per esempio Francesco Pallante, nel suo ottimo Elogio delle tasse) vi potrà dire che usando quella espressione i Padri Costituenti intendevano proprio dire che bisogna adottare un mix di imposte sul reddito e sulla ricchezza tale da garantire (secondo comma dell’art. 53) che «il sistema tributario sia informato a criteri di progressività».

I grandi patrimoni finanziari (ma anche immobiliari) si sono formati perlopiù con redditi da capitale, che non sono tassati in modo progressivo ma in modo proporzionale, e con un’aliquota molto inferiore a quella massima dell’imposta sui redditi non da capitale (26% contro 43%). Quindi non c’è nessun motivo per cui i patrimoni dei ricchi non debbano essere tassati. Tassare i ricchi con un’imposta patrimoniale non solo non è ingiusto, è addirittura quanto ci viene chiesto dalla nostra Costituzione.

Ma è sensato dal punto di vista economico? Assolutamente sì. Come dicevo più sopra, è auspicabile che non si debba pagare ogni anno il 6% del Pil come rimborso e servizio del debito. Ma quand’anche si dovesse farlo, quel 6% del PIL equivale all’1% circa ‒ avete letto bene, uno percento ‒ della ricchezza degli italiani, e a poco più del 2% della sola ricchezza finanziaria. Entrambe sono molto concentrate, e quindi il gettito potrebbe essere ottenuto con aliquote appena leggermente più alte di quelle citate per i ricchi e una quota esente, tale da esonerare completamente il 60-70% delle famiglie. Uno dei motivi per cui si è ritenuto di abbassare le imposte sul reddito è che i redditi possono fuggire all’estero, e quindi tassare di più i redditi più elevati sarebbe impossibile. Si può dubitare che sia davvero così; ma comunque la ricchezza finanziaria non può farlo, a meno che non si cambi cittadinanza, e quella immobiliare nemmeno in tal caso.

Il 6% del PIL sono circa 100 miliardi (al 2019). Come abbiamo visto, l’Europa non ci ha obbligati a pagarli. Ci ha solo obbligati a qualcosa di meno grave, ma di più grottesco: fare comunque delle politiche di austerità in modo da potere giustificare l’assenza di sanzioni. Non abbiamo quindi risparmiato 100 miliardi, ma “soltanto” 70-80 circa. Pensate a quante cose si sarebbero potute fare negli anni scorsi con questa somma in più ogni anno. E pensate a quante cose si potranno fare dopo l’epidemia se si deciderà di introdurre un’imposta patrimoniale. Anche solo del 5 per mille: sarebbero già 50 miliardi. Sembra folle che invece di ricorrere a un’imposta patrimoniale, che darebbe un gettito elevato anche esentando la famosa “classe media” e con aliquote molto basse per i più ricchi, si sia preferito ridurre il numero di dipendenti pubblici (che oggi sono scandalosamente pochi), ridurre le spese per il welfare e per l’istruzione ecceteraE sembra ancora più folle pensare che a ciò si tornerà quando l’Europa ci chiederà di pagare qualche conto. Talmente folle che non può trattarsi di un errore. È una follia in cui c’è molta logica.

Quale è questa logica? Ci sono molti fattori implicati. Ma credo che il principale non sia la volontà di non pagare le tasse. Forse Ebenezer Scrooge si rifiuterebbe di pagare lo 0.5% della sua ricchezza finanziaria per avere in cambio servizi migliori per il popolo e in generale un paese più civile, ma non credo che questo sia il caso di Del Vecchio o Ferrero. Penso che i veri ostacoli nascano da chi preferisce che l’economia italiana vada male. Se bisogna usare i soldi per pagare i debiti non ce ne saranno per le scuole e gli ospedali, che “bisognerà” privatizzare ulteriormente. Se l’economia va male i lavoratori sono più ricattabili. Se le imprese sono in difficoltà si aprono praterie per la corruzione e per l’usura.

La conclusione che traggo da tutto ciò è che oggi la questione dell’imposta patrimoniale (che a mio avviso dovrebbe riguardare la sola ricchezza finanziaria, ma questo è un aspetto tecnico) è la vera discriminante fra sinistra e destra. La scusa addotta da molti che si dicono di sinistra per avallare le politiche recessive degli ultimi anni è stata: «i soldi non ci sono, perché ce lo chiede l’Europa». Invece ci sono, basta volerli prendere. Se vogliamo evitare che a furia di dare la colpa all’Europa (che peraltro ne ha molta) Salvini ci porti fuori dalla medesima, bisogna cominciare da qui.

da qui