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lunedì 29 maggio 2023

Il Sistema Sanitario Nazionale è molto malato

 

In fin di vita: appunti dal capezzale del Sistema Sanitario Nazionale - Antonio Bove

 

Dopo la pandemia la speranza di un possibile cambiamento rispetto alle drammatiche condizioni del sistema sanitario si è arenata: nel silenzio dell’opposizione sociale la classe dominante si organizza e il progetto di autonomia differenziata firmato Calderoli sarà l’unica risposta concreta al dramma del Servizio Sanitario Nazionale italiano: la sua definitiva cancellazione.

 

Durante il primo lockdown la speranza in un possibile cambiamento del sistema dissestato in cui gli operatori si trovavano a lavorare era l’unico antidoto all’angoscia dei turni di Pronto Soccorso. Ripensando, però, alle condizioni storiche che hanno prodotto lo sfascio del nostro sistema sanitario, alle enormi responsabilità della stessa categoria medica e al sostanziale disinteresse del resto della popolazione per i temi della salute, è chiaro che quella fosse solo una forma disperata di autodifesa, il miraggio di una luce in fondo alla galleria. Terminata per decreto l’emergenza, infatti, la salute pubblica è tornata a essere l’ultimo problema dell’agenda politica. E non parliamo soltanto dell’agenda dei politici di professione, perché sarebbe troppo semplice quando, invece, è arrivato il momento di parlare di tutti noi.

La politica, del resto, una risposta al problema la sta elaborando, perché nel silenzio dell’opposizione sociale la classe dominante si organizza e il progetto di autonomia differenziata firmato Calderoli sarà l’unica risposta concreta al dramma del Servizio sanitario nazionale italiano: la sua definitiva cancellazione. Per il resto in Italia non si è avuta alcuna mobilitazione generale sulla «questione sanità» mentre nel resto d’Europa qualcosa si muove.

Una serie di scioperi ha attraversato il continente dallo scorso dicembre, quando i medici francesi sono scesi in piazza contro la proposta di riforma sanitaria seguiti a gennaio da infermieri e medici addetti alle cure primarie nel Regno Unito. A febbraio 250.000 operatori sanitari spagnoli hanno sfilato a Madrid contro i tagli alla sanità e in Portogallo e Germania a marzo sono scattati gli scioperi dei medici contro i tagli e per il rinnovo del contratto. Queste mobilitazioni, senza precedenti negli ultimi anni, sono il segnale di un rinnovato protagonismo del settore contro la chiara direzione delle politiche sanitarie europee in risposta alla crisi: tagli, deterioramento delle condizioni lavorative e la volontà di liberarsi della spesa sanitaria, ormai preponderante nei bilanci pubblici, per devolvere ai gruppi privati quello che ormai è un «problema» per governi centrali ed enti locali.

Una riforma sostanziale in grado di investire non soltanto gli aspetti organizzativi e quelli del lavoro ma lo stesso ruolo della medicina nella società necessiterebbe, infatti, di investimenti che le classi dirigenti europee non vogliono accollarsi perché significherebbe uno travaso di miliardi in un progetto a lungo termine che non produrrebbe profitti immediati e nemmeno facile consenso elettorale, per una classe politica che della borghesia industriale e finanziaria è, oggi più che mai, «comitato d’affari». Intanto nel summit organizzato da Oms, Ue e Ministero della Salute rumeno a marzo è stata firmata la Carta di Bucarest, un documento che risponde alla crisi con 11 punti nei quali si punta a intervenire, con una dichiarazione d’intenti ma senza progetti concreti, sulle condizioni lavorative e l’aumento di investimenti pubblici.

In Italia la risposta alla crisi del sistema, messa a nudo dalla tragedia del Covid, si è concretizzata nella fuga degli operatori verso il privato, emigrazione all’estero e rifiuto di intraprendere le attività più rischiose come quelle dell’area di urgenza-emergenza. Sono molti i concorsi per contratti a tempo indeterminato andati deserti o quasi, laddove un tempo ci sarebbe stata ressa per entrare a vita dentro la «Grande Madre» del Servizio sanitario pubblico.

Resta la domanda, a fronte delle mobilitazioni europee di settore, sul perché del silenzio italiano su un tema così rilevante. Una risposta esaustiva ha bisogno di tenere presente la condizione attuale in relazione ai processi storici che l’hanno prodotta, senza comprendere i quali si finisce con l’abbaiare alla luna.

Guardando all’Europa che si muove è evidente che quelle mobilitazioni, così come le lotte in Francia contro la riforma del sistema pensionistico, siano eventi dentro cui è forte l’impronta dei sindacati che, a differenza di quanto accade dalle nostre parti, gli scioperi li fanno invece che minacciarli di continuo. In Italia ormai l’idea dello sciopero generale è ridotta allo spauracchio di Cavallo Pazzo che a cavalcioni della ringhiera di Sanremo urla: «Mi butto! Guarda che mi butto! Oh, mi butto davvero ho detto!», aspettando che Pippo Baudo vada a recuperarlo.

Se si considera, invece, fuori dalle lotte di settore, la società nel suo complesso, va detto che nel nostro Paese mancano mobilitazioni concrete e di massa perché non esiste più una cultura della salute e delle politiche sociali a sua tutela, gli italiani considerano il servizio sanitario pubblico qualcosa di «naturale» e hanno interiorizzato il discorso del potere, ritenendo la questione salute un problema esclusivamente tecnico.

Esperienze di lavoro collettivo e mobilitazioni locali, che pure ci sono, rappresentano sicuramente momenti importanti ma la loro frammentazione e l’incapacità a produrre proposte politiche articolate è un elemento di debolezza strutturale determinante. Per quanto riguarda le diverse categorie di operatori del settore, invece, che abbiano dato prova, durante la crisi, di abnegazione e professionalità è indubbio ed è solo per questo che, per quanto disastrato, il Ssn non è ancora colato a picco. A proposito di tale «senso di responsabilità», però, andrebbe fatta una riflessione sull’altra faccia di questa dedizione al lavoro che è l’incapacità di protagonismo politico di chi ha «tirato la carretta» durante la crisi senza mai mobilitarsi a fronte della mancanza di percorsi di sicurezza nelle strutture ospedaliere, della carenza di presidi, della sostanziale arte di arrangiarsi delle direzioni sanitarie di gran parte delle strutture, tristemente rappresentata dalle buste della spazzatura legate ai piedi degli operatori privi di calzari per lavorare nei Pronto Soccorso.

La passività di fronte a questa situazione tragica è senso di responsabilità o il grado zero della capacità di iniziativa politica? La remissività di fronte al potere monocratico dei Direttori Generali rientra nella virtuosa abnegazione o è, invece, uno specchio drammatico dell’anemia politica del mondo degli operatori e delle loro rappresentanze sindacali?

Sarebbe onesto, a fronte di tale situazione, parlare chiaramente, a parte la meritoria resistenza in trincea, della resa collettiva di una categoria, in particolare quella medica, che non ha mostrato uno spessore culturale e politico adeguato a prendere in mano il proprio destino (inevitabilmente legato a quello collettivo) nemmeno di fronte a una simile catastrofe. In questo senso aveva ragione chi parlava di «apocalisse» perché la crisi pandemica è stata soprattutto una «rivelazione», in grado di mostrarci davvero chi siamo e dove stiamo andando.

Il silenzio italiano, del mondo del lavoro e della società del suo complesso, quindi, è frutto di un disastro culturale e politico prodotto da quarant’anni e oltre di arretramento delle lotte di classe e della disgregazione del tessuto politico che fino alla fine degli anni ’70 aveva tenuto testa alla ristrutturazione capitalistica. Se ci si vuole interrogare davvero su quello che sta accadendo nel nostro Paese, quindi, bisogna riflettere su quanto avvenuto in questi ultimi quarant’anni e sullo stato di agonia delle organizzazioni di classe e dei movimenti sociali, di cui il silenzio sui temi della sanità è uno degli aspetti.

All’indomani della riforma 833 del ’78 che istituiva il Servizio sanitario nazionale (Ssn) dopo un decennio di lotte di classe di intensità inaudita, si è avviato un immediato processo di controriforma, all’interno di un piano complessivo di ridimensionamento delle conquiste operaie del «decennio rosso», operato dalle classi egemoni italiane all’indomani della sconfitta di Mirafiori del 1980. La riforma del ’78 rappresentava un indubbio punto di svolta per le politiche di salute nel nostro Paese e sarebbe dovuta diventare la pietra angolare di un processo di evoluzione del servizio sanitario, in grado di rispondere in maniera dinamica alle esigenze di una popolazione in transizione demografica ed epidemiologica. Quel punto di svolta rappresentava una faglia che andava chiusa perché avrebbe significato investimenti continui, da stornare da altre voci di bilancio più redditizie e così a partire dal 1980 le classi dirigenti italiane si sono adoperate con ogni mezzo per azzerarne il portato. È evidente, quindi, che se la riforma 833 nasceva dalla spinta delle lotte di classe, l’attuale disgregazione delle organizzazioni di base e dei movimenti sociali è il vero responsabile del grande sonno in cui versa il dibattito sulla salute (e non solo) in Italia.

In questo senso solo un rinnovato protagonismo di queste organizzazioni può incidere in maniera significativa su quella che sembra un’agonia irreversibile e confidare, invece, in una iniziativa riformatrice guidata dagli «addetti ai lavori» significa confondere il ruolo dei tecnici con quello della direzione politica dei processi.

Che questo sia il nodo, del resto, lo dice la storia stessa della medicina, durante la quale i momenti più alti sono stati quelli in cui il protagonismo della «soggettività del servo» ha prodotto una filosofia del mondo e una dimensione storica all’interno delle quali le scienze, come prodotti storico-sociali, si avvicinavano alle reali esigenze umane. Pensiamo alla Rivoluzione francese e a tutte le esperienze storiche in cui l’emergere di questa soggettività ha spinto la medicina ad abbandonare il suo carattere esclusivamente «assistenziale» e perdere il suo aspetto di razionalizzazione e controllo per diventare scienza al servizio degli esseri umani.

Dalla Russia dei Soviet al Viet Nam della «medicina al servizio del popolo», dall’America Latina dell’esperienza di Allende fino alla rottura rivoluzionaria degli anni Settanta italiani, dentro cui matura un’esperienza della medicina sociale di grande rilievo. Questi esempi, nobili e purtroppo lontani, testimoniano che solo quando «i servi», sani o malati, si organizzano ponendosi di fronte alla scienza con l’esigenza che ne siano controllate la finalità possono costringerla a mettersi al servizio di una collettività non più inerte e passiva.

Il rapporto della scienza con i problemi concreti dell’uomo, infatti, è sempre relativo al grado di pressione che gli oppressi esercitano e, nello specifico, la vicinanza o la distanza della medicina da essi coincide con il ruolo che occupano dentro l’organizzazione sociale, soggetti protagonisti oppure oggetti subordinati.

La direzione della medicina, l’organizzazione sanitaria e i suoi aspetti tecnici sono un riflesso dell’ordinamento sociale e la separazione della scienza dall’umano che andrà aumentando sempre più dalla fine del XIX secolo per diventare smisurata ai giorni nostri coincide perfettamente con ciò che diventa l’umanità nella società del dominio capitalistico: un insieme di soggetti espropriati del corpo in funzione della produttività.

Ecco perché è fondamentale che un nuovo dibattito non solo sull’organizzazione sanitaria ma sulla medicina e il suo ruolo cominci non tra gli scranni parlamentari e nemmeno all’interno delle società scientifiche ma dentro il corpo vivo della società e all’interno delle organizzazioni di base, anche per evitare che una serie di istanze pur giuste e comprensibili, come quelle espresse da una parte della società durante la crisi pandemica, siano abbandonate all’influsso mefitico degli algoritmi e al veleno dei social network.

A tale proposito l’insieme dei movimenti sociali deve cominciare con urgenza ad analizzare la complessità di questa fase storica ponendo come prioritaria la questione culturale e la necessità di una nuova alfabetizzazione dei movimenti sociali e delle organizzazioni di base sui temi della salute, della medicina e della sanità, per evitare che le mobilitazioni si riducano a un insieme di proclami generici senza sostanza politica che fanno il gioco del nemico.

Ripartire da questo è un punto necessario, per cominciare almeno a chiarire alcuni nodi teorici e pratici essenziali, in un rinnovato rapporto culturale e politico tra tecnici e organizzazioni che provi a rianimare il paziente, prima che sia troppo tardi.

da qui

 

 

Il diritto alla salute è malato - Nicoletta Dentico

 

Il diritto alla salute non gode affatto di buona salute. E neppure l’Oms, sfregiata dalla tentacolare influenza di interessi privati. Ma guai a ritenerla frettolosamente inutile o spacciata

 

La comunità di salute pubblica internazionale è tutta a Ginevra questa settimana per la 76ma assemblea Mondiale della Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Un evento fortemente simbolico quest’anno. Settantacinque anni fa diventava operativa l’Oms, la prima agenzia tecnica delle Nazioni Unite, e il diritto alla salute era il primo a farsi diritto internazionale vincolante.

Un fatto che pochi conoscono, ma che interpreta un’inequivocabile visione, negli anni del dopoguerra. La classe politica sopravvissuta alla catastrofe di due conflitti mondiali, alla follia di due genocidi (contro armeni ed ebrei), alla ferocia di due ordigni nucleari sganciati in pochi giorni su Hiroshima e Nagasaki, non esitarono a incarnare un’aspirazione decisamente utopica, per rinascere dalle braci della distruzione.

Cooperare era meglio che farsi la guerra. Realizzare il più alto livello di salute possibile per tutta l’umanità era la strategia vincente per rendere il mondo un luogo più sicuro.

La Costituzione dell’sms, il cui preambolo si staglia come una delle più alte elaborazioni concettuali di politica internazionale, coniuga salute e pace come condizioni per la sostenibilità e la dignità di ogni persona sul pianeta. Che cosa resta oggi di quella visione?

È in chiaroscuro la lunga storia dell’Oms, certo, ma non possiamo liquidare le molti luci. In sette decenni l’aspettativa di vita nel mondo è aumentata da 46 a 73 anni, con i progressi più significativi nel Sud globale. La campagna contro il vaiolo, iniziata nel 1959, ha portato alla sua eradicazione nel 1980: il vaiolo resta la sola patologia della storia estirpata finora.

Siamo vicini a eliminare la poliomielite e il verme della Guinea. In 42 paesi è scomparsa la malaria e in 47 è stata debellata almeno una malattia infettiva. Prima che Covid sconvolgesse il pianeta, tubercolosi e HIV erano sotto controllo. La mortalità materna al parto è crollata di un terzo negli ultimi venti anni, del 50% quella dei bambini – anche se un recente rapporto dell’Oms lancia l’allarme di un pericoloso stallo sulla salute materno-infantile dal 2015, a confermare la fragilità di ogni successo anche nell’era della sostenibilità.

L’Oms ha saputo esprimere il meglio di sé quando, avvalendosi del suo potere normativo, ha agguantato la piaga del tabagismo e smascherato la lobby del fumo, che negava la sua connessione con il cancro.

La adozione nel 2005 della convenzione sul controllo del tabacco segna una pagina memorabile dell’Oms, e rimanda alla storica riluttanza dei governi di usare questa potenzialità enorme in altri ambiti.

Nel 1978 la prima conferenza internazionale sulla salute pubblica voluta dal direttore dell’Oms Halfdan Mahler ad Alma Ata si incuneava nelle pieghe della guerra fredda per proiettare una politica ispirata ai diritti sociali fondamentali e alla richiesta di un nuovo ordine economico internazionale, con lo storico orizzonte della salute per tutti entro l’anno 2000.

Questa pietra miliare della salute pubblica ha ridisegnato la cultura sanitaria nel mondo. Mahler ebbe a definire la Dichiarazione di Alma Ata «un momento sacro» e «un sublime consenso» della comunità internazionale. La sua attualità è intatta.

Ma nel 1981, a pochi anni da Alma Ata, negli Stati Uniti una nuova patologia del tutto sconosciuta colpiva la comunità gay, salvo poi diffondersi a macchia d’olio su persone di ogni genere ed età. Ci vollero due anni per trovarne l’origine nel virus dell’HIV.

 

Intanto un altro virus si faceva strada, ben più difficile da fronteggiare: l’ideologia dell’economia assolutizzata come mezzo e non come fine ha imposto l’universalizzazione del modello di sviluppo americano, combinato con forme selvagge di deregolamentazione e finanziarizzazione, in tutto il mondo.

Il vento del riduzionismo economico ha trasfigurato le politiche sanitarie, ampliando e stratificando le disuguaglianze sanitarie ovunque.

Se è vero che dal 2000 è aumentato l’accesso ai servizi sanitari essenziali, è altrettanto evidente che la adozione di programmi verticali su singole malattie, basati sull’approccio biomedico di matrice occidentale – l’opposto della visione di Mahler – ha neutralizzato la spinta di molti paesi – anche nel Sud del mondo – verso politiche correlate ai determinanti della salute.

L’agenda sanitaria neoliberale ha sospinto con forza una declinazione umanitario-medicalizzata della salute, con il preciso intento di aprire le porte ai privati. Una strategia che ha progettato gli interventi e deformato l’impianto dei sistemi sanitari dei paesi in via di sviluppo, asserviti alle priorità dei donatori.

Oggi, il 50% della popolazione mondiale non ha accesso a uno o più servizi sanitari di base, né al personale sanitario. Dal 2000, due miliardi di persone sono costrette a pagare di tasca propria, con sacrifici inenarrabili, i servizi sanitari essenziali: un terzo in più in 20 anni (Oms, 2023).

Aumentano intanto i bisogni della popolazione mondiale, sotto gli effetti intossicanti del modello di sviluppo imposto dalla globalizzazione sul suolo, l’aria, le acque, sul modo stesso di vivere delle persone. Cresce la popolazione che vive in uno stato di eccezione quasi permanente, discriminata e marginalizzata come se non fosse umana.

Cresce la massa di popoli in movimento alla ricerca di una via di salvezza o solo di una vita degna, costretta a scontrarsi con la ferocia di politiche sicuritarie che alterano lo stato di salute fisico e mentale di chi le subisce ma anche lo stato di salute civile e umana di chi le somministra.

Il diritto alla salute non gode affatto di buona salute. E neppure l’Oms, sfregiata nel suo mandato costituzionale dalla tentacolare influenza di interessi privati. Ma guai a ritenerla frettolosamente inutile, o spacciata.

L’Oms è la somma della volontà dei suoi stati, il mondo sarebbe ben peggiore senza. Così, tanto per cominciare da noi: che fa l’Italia per sostenere davvero questa organizzazione?

Articolo pubblicato su Il Manifesto

https://comune-info.net/il-diritto-alla-salute-e-in-gravi-condizioni/

mercoledì 8 marzo 2023

Trattato sulle pandemie: quella bozza zero scritta con la penna di Schwab - Gavino Piga

  

Tutto è pronto per trasformare l’OMS in un pezzo del nuovo governo mondiale. Nella bozza zero del nuovo Trattato Internazionale sulle Pandemie, combinata alle proposte di revisione del Regolamento Sanitario Internazionale del 2005, c’è tutto: il nuovo ruolo dell’organizzazione più controversa e fallimentare del momento, nuove misure contro la “disinformazione”, una rete logistica permanente per la distribuzione di vaccini, la condivisione con il privato della sfera decisionale pubblica. E c’è l’idea che la fase in cui viviamo è solo un momento inter-pandemico: il definitivo affermarsi del criterio tecnosanitario per misurare la storia. Così, alla scuola di Davos, l’OMS si avvia a diventare un presidio del futuro regime globale.

* * * *

In settimana cominceranno i negoziati sulla “bozza zero” del Trattato sulle Pandemie: lo ha annunciato Tedros Ghebreyesus in data 22 febbraio, ma i media per ora non spingono troppo sul pedale: l’importante è che tutto vada secondo i piani, almeno per quanto concerne la lunga marcia digital-sanitaria verso il “new normal”, che in questa fase procede più spedita se in modalità silenziosa.

Del resto, che la cupola finanziaria (quella che ogni anno bivacca a Davos) non avesse intenzione di deflettere dalla propria agenda era cosa nota. Lo spettacolino svizzero dello scorso gennaio – fra finti scoop, first ladies, palchi scintillanti, manipoli di gretini in fervorosa protesta e resilienze varie – qualche messaggio lo aveva fatto filtrare.

Ad esempio Tony Blair, ormai in veste di attivista per i diritti umani, aveva tenuto un illuminante discorsetto nella sessione intitolata “100 giorni per affrontare la prossima pandemia”. Un titolo che non a caso riproduceva esattamente lo slogan dell’ultrafinanziata CEPI, fiore all’occhiello della galassia “filantropica” gatesiana, la cui attività dal 2020 ruota intorno a domande come«Che cosa sarebbe accaduto se la revisione degli studi da parte degli enti regolatori fosse avvenuta con 7 mesi di anticipo? Che cosa sarebbe successo, cioè, se anziché avviare le iniezioni l’8 dicembre 2020 – quando erano stati confermati 67 milioni di casi di contagio – la campagna vaccinale fosse partita l’8 maggio 2020, quando erano stati registrati meno di 3,8 milioni di casi?». Domande che, man mano che la finestra di Overton si spalanca, suonano grossomodo così: possiamo davvero continuare a farci imbrigliare da una burocrazia lenta e inutile anziché lasciare libera la Scienza di salvare il mondo? E soprattutto, perché aspettare che un virus si diffonda quando si potrebbe agire prima ancora che compaia, ad esempio vaccinando preventivamente?

D’altronde, dopo la guerra preventiva o la dottrina del nucleare preventivo, nulla impedisce che un aggettivo transiti serenamente da una trincea all’altra. E comunque, che questo sia il nodo vero lo ha dimostrato appunto l’ex premier britannico – sotto gli sguardi compiaciuti di Albert Bourla – di fronte agli applauditori scelti di Davos. Blair ha ricordato che le sfide pandemiche prossime venture dovranno trovarci pronti, ossia già dotati di un’infrastruttura industriale e digitale per la produzione veloce di vaccini mRNA con richiamo ciclico, l’altrettanto veloce somministrazione massiva e l’immancabile verifica dell’avvenuto inoculo via QR Code. Una catena di montaggio permanente e pronta a partire in ogni momento, non solo al palesarsi della minaccia, ma addirittura prima, qualora la Scienza – cioè, fuor di metafora, gli stessi produttori di vaccini – ritenga anche solo probabile il ricomparire all’orizzonte di un virus. Cioè praticamente sempre: lo straordinario può finalmente diventare ordinario, strutturale, normale. Sarà un caso, ma quando Charles Michel e Tedros Ghebreyesus formalizzarono, nel 2021, l’idea di un nuovo Trattato sulle Pandemie, lo fecero con un documento che recitava: «Ci saranno altre pandemie e altre gravi emergenze sanitarie. La domanda non è se, ma quando. Insieme, dobbiamo essere meglio preparati a prevedere, prevenire, individuare, valutare e rispondere efficacemente alle pandemie in modo altamente coordinato».

Tutto si tiene, insomma: dalla partnership ormai collaudata fra Microsoft e Accenture (quest’ultima impegnata già nel progetto Good Health Pass Collaborative e ora anche nella costruzione del meta-villaggio davosiano, subdolo candidato a sostituire i Parlamenti), al progetto di vaccino universale targato Bill & Melinda Gates, annunciato già a margine del WEF 2022. E alla settimana che si apre.

 

La vita in tempi interpandemici

La bozza zero «concettuale» del WHO CA+ (Who convention, agreement or other international instrument on pandemic prevention, preparedness and response), presentata lo scorso novembre, parlava già piuttosto chiaro. Talmente chiaro che perfino una testata come Il Manifesto, ben lontana dall’avversare la narrazione ufficiale sul Covid, si permetteva un certo sgomento sul “soluzionismo farmaceutico” che permeava il documento: «Nella macedonia di proposte c’è di tutto sulla sola declinazione di salute che l’Oms e la comunità sanitaria internazionale sanno interpretare da decenni a questa parte: quella della sua medicalizzazione. Una agenda tecnologica occidentale decisamente egemonica, che piace alle case farmaceutiche perché conferisce loro sconfinato potere» scriveva Nicoletta Dentico. E nulla è cambiato nella bozza successiva, licenziata il 1° febbraio, cioè quella su cui si apriranno ora i negoziati. Circa questo punto, e non solo.

Tanto per cominciare, il documento chiarisce ancora una volta – se mai fossero rimasti dubbi – che ci troviamo a vivere in una fase non “post-pandemica” bensì “inter-pandemica”, adottando un criterio di periodizzazione della storia umana che non lascia spazio alle speranze. Ma questo era nelle premesse. Il punto è ora un altro: assodato che dopo una pandemia l’unica cosa da fare è prepararsi alla successiva, resta da definire il come. E qui – oltre alla costruzione della rete permanente in stile blairiano – emerge il concetto-chiave, a cui si dedica un intero articolo: la necessità di una stabile partnership pubblico-privato. L’articolo 1 di ogni strategia globalista – che tende a destrutturare i processi decisionali democratici dislocandoli in tavoli compositi o ambienti virtuali in stile Agile Nations – viene alleggerito rispetto alla precedente stesura, ma resta a chiare lettere: se prima si chiedeva in maniera perfino ridondante di «collaborare, anche con gli attori non statali, il settore privato e la società civile, attraverso un approccio onnicomprensivo, multigovernativo, multistakeholder, multidisciplinare e multilivello», ora, più discretamente, si invita a «promuovere la collaborazione con attori non statali, il settore privato e la società civile». Questa la formula ultrainclusiva attraverso cui passa, dietro un paravento partecipativo, l’espropriazione mondiale della salute. Del resto Tedros non fa che mettere a partito le indicazioni recentemente fornite proprio dal WEF, nel paper Public-Private Partnerships for Health Access: Best Practices, dove si sottolinea come in ambito sanitario il settore pubblico (reso inefficiente da risorse limitate, dipendenza da istanze politiche e da criteri burocratico-assistenziali) debba imparare a «condividere la propria autorità decisionale» col privato, ove gli investimenti in healthcare sono immaginabili solo dentro un modello di business sostenibile e se producono ritorni economici positivi. Per trovarne un esempio non si dovrà cercare troppo lontano: nel paper rincontriamo infatti il CEPI, l’«inspiring example» felicemente dominato dai soliti “filantropi” ai cui miliardi si assommano i grati tributi dei fedeli governi nazionali. Sappiamo bene com’è andata per doverci dilungare oltre.

 

Politica agile e scomparsa del cittadino

Ma non sarà inutile, per capirci meglio, tornare un attimo all’ultima edizione del WEF, inaugurata da Schwab sotto lo slogan «Cooperazione in un mondo frammentato», dove la lamentata frammentazione non era tanto un riferimento alle tensioni geopolitiche in corso: piuttosto si chiedeva di sanare la pericolosa “dispersione di poteri” – politico, economico etc. – interna al fronte occidentale, ossia virare verso un modello decisionale ancor più centripeto e totale. “Collaborativo”, come è di moda dire in quegli ambienti. E qualcuno ricorderà quanto lo stesso Schwab scriveva nel 2017: «Nella Quarta Rivoluzione Industriale, le politiche devono tenere conto dei sistemi industriali globali, regionali e intersettoriali che stanno plasmando il nostro mondo, e tutte le parti interessate – siano esse espressioni del governo, degli affari o della società civile – non hanno altra scelta che agire insieme, attraverso inedite forme innovative di collaborazione». Già allora questo era il preludio per una riforma della politica in senso “agile”. O, meglio, per la fondazione di una politica «tecnica e creativa» che emulasse le start-up e si ricreasse sulla lezione del settore tecnologico. Ecco: la declinazione di tali princìpi in termini sanitari è esattamente ciò di cui si discuterà (o si fingerà di discutere) nei prossimi giorni.

Per inciso, se mai qualcuno si chiedesse dove stia, in tutto questo, il popolo, sappia che ovviamente non c’è (o al limite è dall’altra parte della barriera algoritmica). Anzi, a detta nientemeno che di Antonio Guterres, segretario generale ONU (sempre al WEF di gennaio), la lezione del Covid è stata proprio questa: «I politici devono capire che a volte ci troviamo di fronte a questo tipo di sfide. È meglio prendere oggi decisioni che alla fine non saranno popolari ma sono essenziali, in grado di plasmare la stessa opinione pubblica». Tanto per fugare ogni ombra da questo folgorante brillare di collaborazioni e d’inclusioni.

Infatti, nella bozza del Trattato, la tanto decantata collaboratività si traduce in quel che, come dicevamo, esattamente è nel pensiero di Schwab e dei suoi apostoli: concentrazione di poteri a fini “agili”. All’art. 15 del documento si legge: «Le parti dovranno permettere all’Oms un rapido accesso alle aree colpite da pandemie con dispiegamento conseguente di team di esperti”. E ancora “dovranno riconoscere il ruolo centrale dell’Oms nel dirigere e coordinare il lavoro sanitario internazionale. Il direttore generale dell’Oms sarà colui che potrà dichiarare lo scoppio di pandemie». Non che i governi nazionali restino senza lavoro, per carità: a loro (art. 5) spetterà il compito di «accelerare il processo di approvazione di prodotti legati alla pandemia per utilizzo d’emergenza» (riducendo definitivamente gli Enti preposti a certificatori d’ufficio) e di «legiferare contro prodotti legati alla pandemia che non siano conformi» (ricordate lo Sputnik?). In maniera del tutto autonoma, è da immaginare.

 

I dibattiti fanno male alla salute (dell’industria farmaceutica)

Altro punto che gli estensori della Bozza Zero non potevano trascurare è quello dell’informazione, che del resto assilla lorsignori fin dai tempi di Atlantic Storm. Le proposte non sono particolarmente originali: «gestire le infodemie attraverso canali efficaci, compresi i social media; condurre regolari analisi per identificare la prevalenza e i profili della disinformazione; promuovere e facilitare lo sviluppo e l’attuazione di programmi educativi e di sensibilizzazione del pubblico sulle pandemie e i loro effetti». E poi addirittura «contribuire alla ricerca sui fattori [nella versione precedente: barriere comportamentali] che ostacolano l’adesione alle misure sociali e sanitarie pubbliche, l’adozione dei vaccini, l’uso di terapie appropriate, la fiducia nella scienza e nelle istituzioni governative». In breve, a parte la morality pill, il repertorio è integrale: dalle catechesi nelle scuole e sui media alla censura in stile Twitter Files fino sostanzialmente alla profilazione psicologica dei renitenti. Di nuovo sembra di poter dire che gli estensori della bozza avessero ancora nelle orecchie le melodie dell’ultimo festival davosiano, dove Stephan Bancel, CEO di Moderna, elogiava i «i Paesi in cui tutti i partiti dicevano: questi vaccini sono stati approvati dalle autorità di regolamentazione, gli studi clinici sono stati fatti, dovreste farli» rispetto a quelli in cui invece si sono avuti «dibattiti scientifici, dibattiti politici e [dibattiti sui] social media», tre cose che hanno rovinosamente reso «il tasso di vaccinazione molto, molto basso». Gli aveva fatto eco anche il carissimo nemico Albert Bourla (che, inseguito da due eroici attivisti, se l’era filata quasi gli dovessero consegnare una convocazione al Parlamento Europeo) lagnandosi dell’eccessiva “politicizzazione” dei vaccini, stizzito per aver dovuto costantemente fronteggiare domande sulla loro efficacia (visti gli esiti, del resto, erano davvero interrogativi oziosi). Senza dimenticare la preoccupazione espressa da Erik Brynjolfsson, dello Stanford Institute for Human-Centered AI, per il flusso delle cosiddette “informazioni polarizzanti“: troppo libero, a suo dire, in una società in cui è importante “comunicare la verità alle persone giuste”. Per classificare le quali, distinguendole da quelle sbagliate, speriamo possa presto avvalersi dei profili comportamentali previsti dalla bozza di Trattato sulle Pandemie. Così sarà sicuro di non sbagliare.

 

Tecnosalutismo green

Infine, i temi più cari ai vaccinisti di sinistra. L’ala progressista delle moderne borghesie vaccinali non può certo ottenere molto sul nodo dei brevetti e dell’accesso universale ai sieri (la foglia di fico egualitaria con cui s’era tentato di coprire un sostanziale conformismo), dopo i compromessi tentati a luglio in sede WTO e già ampiamente criticati da Ong e analoghi: la bozza resta giocoforza ancorata lì, all’idea della sospensione temporanea dei brevetti – oltretutto con forme assai timide, che improvvisamente passano dal “dovrà/dovranno” a “incoraggia” o “richiederà se del caso” – e agli angusti spazi di flessibilità del contestatissimo TRIPS, sia pure nel formato post-Doha. Più soddisfatti, invece, potranno dirsi sul fronte dell’approccio One Health, che del resto è ormai nel codice genetico della finanza green. Sì, perché dopo l’avvilente sequenza di certezze scientifiche e cicliche smentite circa l’origine del Covid, oggi i futuri firmatari del Trattato sono chiamati a riconoscere che «e la maggior parte delle malattie infettive e delle pandemie emergenti è causata da agenti patogeni zoonotici», come premessa essenziale perché la futurologia epidemica, combinata ai dogmi di Ultima Generazione, possa mantenersi in piedi. La miscela esplosiva di salutismo per decreto e radicalismo verde viene fuori infatti, in tutto il suo splendore, al comma 3 dell’art. 18: «Le parti identificheranno e integreranno nei pertinenti piani di prevenzione e preparazione alle pandemie interventi che affrontino i fattori che determinano l’insorgenza e la ricomparsa di malattie all’interfaccia uomo-animale, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, il cambiamento climatico, il cambiamento dell’uso del suolo, il commercio di fauna selvatica, la desertificazione e la resistenza antimicrobica».

Altro inciso: che la salute sia connessa anche alle condizioni ambientali in cui un individuo vive è la scoperta dell’acqua calda. C’era chi provava a evidenziarlo già quarant’anni fa, per non dire dei movimenti sviluppatisi negli anni contro i termovalorizzatori, i ripetitori a due passi dai centri abitati, i poligoni militari e via dicendo: tutti zittiti, ovviamente, con studi indiscutibili in nome della Scienza. La quale ora pare svegliarsi d’un tratto: il perché lo immaginiamo, e dove s’andrà a finire lo sappiamo. Ma se qualcuno ha bisogno di ulteriori didascalie, torni ancora una volta a Davos e ascolti le illuminanti considerazioni di Frédéric Thomas (CNRS) al meeting del 2022, circa l’urgenza di «creare sinergie fra salute pubblica e protezione naturale». Integrandole magari con le risultanze del Global Risk Report 2023 – sempre a cura del WEF – sulla priorità assoluta del clima nello spettro policritico gentilmente messo a punto dall’élite della filantropia globale. E con i picchi di fanatismo green di casa a Bruxelles.

 

E ora?

All’inizio di questa vicenda c’era ancora chi si domandava a cosa servisse un Trattato sulle Pandemie, essendo già esistenti e sempre perfettibili i Regolamenti Sanitari Internazionali del 2005, la cui inefficacia nella vicenda Covid è parsa, ad esser buoni, un pretesto piuttosto opaco. Ora si spera che la questione sia per tutti più chiara. E mentre quei Regolamenti vengono revisionati ad hoc (ossia adattati a farsi compatibili con il nuovo strumento e con la nuova prospettiva agil-verticistica: qui un’analisi puntuale delle proposte di revisione) comincia una partita negoziale che è essenzialmente geopolitica, ma in cui i rapporti di forza si annunciano già gravemente sbilanciati. L’obiettivo europeo e britannico (oltre che degli USA post-Trump, con buona pace del pur battagliero Ron Johnson) è ritrovare nell’OMS – ormai succedaneo del WEF – l’indiscusso centro di gravità permanente del potere sanitario mondiale. E pochi sono i dubbi che il ristretto ma solerte Intergovernmental Negotiating Body, messo in piedi per l’occasione, si spenderà per portare a casa risultati concreti.

Né vi sono dubbi che da qui si dovrà aprire una nuova, vigorosa stagione di lotte dal basso.

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mercoledì 21 luglio 2021

Avvocati indiani denunciano Oms e Fondazione Gates

  

L’Associazione degli avvocati indiani sta andando in rotta di collisione contro l’Oms e tutti i suoi sponsor: in una lettera al primo ministro indiano Shri Narendra Modi e al ministro degli Interni Shri Amit Shah , i legali hanno chiesto hanno chiesto di prendere atto di una denuncia presentata dal segretario generale del Consiglio di sicurezza dei diritti umani (HRSC) contro il dott. Soumya Swaminathan, capo scienziato dell’Organizzazione mondiale della sanità e altri tra cui il direttore generale Tedros Ghebreyesus. La denuncia di 132 pagine invita i ministri ad esaminare con urgenza la situazione e, in particolare, la “serietà” o “estrema gravità” delle questioni coinvolte, che non riguardano solo i cittadini dell’India ma anche la sicurezza, la sopravvivenza e il benessere di  tutta l’umanità. In particolare l’associazione degli avvocati intende colpire è il “divieto di cura” ovvero il tentativo da parte dell’Oms e dei suoi rappresentanti, di vietare l’uso di alcune sostanze  come ivermectina e idrossiclorochina  mentre la loro efficacia è testimoniata da decine di studi scientifici, da pareri di medici prestigiosi  come il professor McCullough e dall’esperienza sul campo di migliaia di medici indiani oltre che di altri Paesi.  Insomma il tentativo di escludere i trattamenti precoci per dare spazio esclusivamente ai vaccini.

Gli indiani sono stati esposti, agli stessi effetti della censura e della soppressione dei dati scientifici che si possono vedere in altri paesi e un’autorità sanitaria subordinata come il Directorate General of Health Services (DGHS) ha tentato in tutti i modi di sopprimere il trattamento precoce, “il che mostra la probabile subalternità ad alcune autorità da parte di influenze esterne”. ma dal momento che  Ministero della Salute ha comunque mantenuto il trattamento precoce nelle sue raccomandazioni in India la pratica , specialmente con l’Ivermectina. si è diffusa a tappeto e così i decessi legati al Covid o per meglio dire intervenuti in presenza di positività da tampone, sono in rapporto agli abitanti solo un decimo o un ventesimo di quello che possiamo vedere in Europa o negli Stati Uniti. A latere di questo l’associazione degli avvocati chiede inoltre che il governo dia istruzioni immediate per l’attuazione della raccomandazione della commissione parlamentare sui vaccini che prefigurava la necessità di indagare e perseguire i funzionari dei “filantropi tossici”,  dei sindacati dei vaccini (Gavi), della Fondazione Bill & Melinda Gates e dei funzionari dell’Indian Council of Medical Research (ICMR) responsabili dei decessi di 8 bambini a causa di vaccini  illegali e non approvati. E’ una vicenda di qualche anno fa che si è cercato di mettere nel dimenticatoio, ma che viene ovviamente richiamata  in un momento in cui si cerca di vaccinare le masse con preparati non approvati e per giunta si demonizzano le cure per poter distribuire  più vaccini.

Ad ogni modo il principale capo d’accusa che viene ravvisato per la vicenda delle cure d’urgenza è quella di associazione per delinquere per aver 1) diffuso dati errati, 2)soppresso i dati reali, 3)aver deliberatamente messo in atto sui social a politiche volte a sopprimere le informazioni reali, 4) aver diffuso  “fact check” fasulli e sponsorizzati pubblicati per contraddire la verità e quindi confondere il pubblico, 5) aver creato paura nella mente delle persone affinché il vaccino potesse  essere presentato come l’unica alternativa alla cura e quindi salvare le persone. Ma insomma il cuore della denuncia è l’aver portato alla morte delle persone impedendo loro di avere accesso a farmaci prontamente disponibili, sicuri e convenienti.

Come si vede si tratta di un j’accuse molto lucido e duro che ho voluto riportare per dimostrare che almeno fuori dell’occidente non hanno perduto la testa, che qualche autorità può essere corrotta, qualche governo blandito o minacciato, ma che esistono ancora un sistema immunitario contro la menzogna mediatica.

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domenica 7 marzo 2021

Covid-19: liberarsi dall’immaginario capitalista?

 

(Intervista con Isabelle Stengers di Naïm Kharraz )

 

Isabelle Stengers, filosofa che studia la produzione del sapere, in questa intervista rilasciata all’Atelier des Droits Sociaux [sotto il testo originale, in francese] sviluppa il modo in cui l’immaginario capitalista mette in pericolo scienze, democrazia e ambiente. Spiega come quest’immaginario abbia potuto provocare risposte nate nel panico più assoluto durante la pandemia del Covid 19. E ci ricorda che è essenziale continuare a sviluppare la nostra capacità di immaginario solidale per contrastare ciò che provoca le catastrofi, oggi la pandemia e disastri ecologici futuri.

Durante il confinamento, tutta una serie di persone è stata dimenticata. Possiamo citare i-le lavoratori-trici del sesso, i senzatetto, i-le migranti… Questa dimenticanza é volontaria? È il risultato di un’ideologia? O questa dimenticanza è inevitabile in tutte le società organizzate come la nostra?

«Non credo affatto che sia un problema legato ad una società che possa rendere inevitabile qualcosa. Ci sono molti modi di costruire una società. Quello che è stato fatto ai nostri anziani per esempio, con il pretesto che erano vulnerabili, sarebbe del tutto inconcepibile in società più tradizionali, dove si rispettano gli anziani. E rispettarli non significa rinchiuderli. Ma in ogni caso penso che la parola “dimenticare” sia quella giusta perché questo confinamento deve essere capito partendo da una reazione di panico. E quando c’è panico, si dimenticano molte cose! Si reagisce sotto l’influenza di un’emergenza che impedisce di pensare. Questo panico che ci ha preso ci ha guidato in una situazione che ha ovviamente accentuato tutte le disuguaglianze sociali, tutti i rapporti di forza… In fondo, credo che abbiamo notato un’indifferenza per tutto ciò che non era correlato al mantenimento dell’ordine pubblico. E abbiamo capito che l’ordine pubblico sarebbe stato devastato se l’intero sistema sanitario fosse stato sopraffatto. Quindi i vulnerabili erano soprattutto coloro che minacciavano di creare lo scandalo del sistema sanitario – orgoglio di un Paese sviluppato – che crolla. Che questo avvenisse non si è voluto. Il resto sono conseguenze. E penso anche che non dovremmo parlare troppo di scelta deliberata, sarebbe far troppo onore a ciò che è stata questa situazione».

In termini di intenzioni, sia per ragioni politiche, e forse elettorali, alcune categorie di popolazione sono screditate, poco prese in considerazione? Abbiamo citato i senzatetto o le persone praticamente inesistenti per la politica.

«Faceva parte delle disuguaglianze sociali. Ci sono persone che farebbero meglio a non esistere… O anche persone che non dovrebbero esistere: si potrebbe quindi parlare dei moltissimi lavoratori al nero che sono stati totalmente mollati a loro stessi. La nostra società è molto dura. Tutti coloro che non sono registrati come dipendenti, come aventi uno statuto, cadono attraverso le maglie e attraverso delle maglie sempre più larghe. Quindi, in effetti, potremmo parlare di un calcolo, ma è una logica. Logica che, in fondo, fa prevalere una qualità amministrativa su dei diritti umani o dei diritti sociali».

Per tornare a questo confinamento, abbiamo anche visto che è stata una prova per molte persone. C’è stata molta violenza (specialmente all’interno della famiglia), disturbi mentali e isolamento anche per molte persone. Cosa rivela questa situazione sulle nostre società?

«Qualcuno potrebbe essere tentato di dire che l’isolamento accresce, intensifica alcune delle caratteristiche della natura umana: la violenza per esempio, i rapporti disuguali tra uomini e donne … Ma non ne sono così sicura . Secondo me, parla più dello stato sociale violento che stiamo già vivendo.

Per quanto riguarda la natura umana, va ricordato che gli esseri umani non sarebbero mai sopravvissuti per decine di migliaia di anni se non avessero una capacità altamente sviluppata di aiuto reciproco, solidarietà e cooperazione. Gli esseri umani sono nati sociali. Ed essere sociale significa essere sensibile alle reciproche esigenze, e non determinato da una competizione dove vince il migliore. Il migliore sarebbe rapidamente morto se avesse vinto contro gli altri. Quindi, sono piuttosto le nostre società che fanno prevalere questa logica di competizione tra individui. E credo profondamente che ciò si realizzi in una violenza contro la natura umana con un’intero marchingegno sociale volto ad insegnare alle persone ad essere egoiste e a pensare solo ai propri interessi.

Quindi ho l’impressione che se qualcosa mi parla della natura umana, sono soprattutto queste persone che in gruppo o individualmente si sono organizzate all’interno del confinamento per aiutare gli altri, per rassicurarli, per portare loro del cibo, per mettersi a cucire maschere che distribuivano a chi ne aveva bisogno … Qui, come per altro in tanti disastri, si è creata una capacità di organizzarsi in maniera solidale e per la solidarietà sotto il naso delle autorità pubbliche, che non si sono opposte ma che non hanno aiutato veramente.

La natura umana non mi parla di queste violenze sistematiche dei forti contro i deboli. Mi parla della violenza che costituisce l’isolamento, e non solo l’isolamento del confinamento, ma l’isolamento che mette l’individuo in condizione di dover riuscire per sé stesso, e guai ai vinti».

Notiamo che la pandemia ha generato una messa in dubbio crescente dei processi decisionali politici e scientifici. Cosa ti ispira questa sfiducia?

«Credo sia più che giustificata. Ma parlare di “processi decisionali”, scientifici o politici, è già far loro un complimento! Perché un processo è qualcosa che è pianificato, che si ramifica, che si sviluppa ecc. Credo che il confinamento – e forse anche il deconfinamento – possano essere messi sotto il segno di un certo panico. Quello che colpisce è che si sapeva cosa stava succedendo in Cina, si iniziava a sapere cosa stava succedendo in Italia. E per un po ‘ci siamo comportati come se se nulla stesse succedendo. Si ha ancora il ricordo dei passeggeri in arrivo a Zaventem, tutti sorpresi di non essere sottoposti ad alcun controllo sanitario. Ma si ricorda anche il momento in cui i politici hanno scoperto improvvisamente di non avere l’ attrezzatura e i materiali necessari come le mascherine per esempio!

Non parlerei di impreparazione, come se fosse contingente, come se fosse stata una sorpresa. Perché no, non è stata una sorpresa: l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva avvertito che le epidemie che diventano pandemie, erano il nostro futuro. Si tratta piuttosto di un’incapacità di pensare veramente con questa possibilità che qualcosa venisse ad arrestare la normalità delle cose, la routine della crescita … Ciò a cui abbiamo effettivamente assistito, sono le conseguenze di un idealismo. Quella del rifiuto di prendere sul serio ciò che avrebbe potuto mettere in discussione l’onnipotenza di cio’ che è considerata l’unica legittima fonte di azione e di pensiero, in questo caso, per i nostri leader, la logica del mercato e della crescita. Per cui, quando l’idealismo si trova improvvisamente di fronte a qualcosa da cui non può più sfuggire, è il panico! Si trattava quindi piuttosto di un crollo del pensiero dello Stato, del pensiero di chi ci governa. Con tutta la brutalità del “non sappiamo piu’ cosa fare, quindi fermiamo tutto!”. Con tutte le dimenticanze e le crudeltà di cui abbiamo parlato. Ma anche con la totale mancanza di fantasia. In effetti, l’idealismo dei nostri governanti, è un immaginario che fa la realtà, è il loro orizzonte, è la loro realtà. Questo immaginario è quindi diverso dall‘immaginazione che è la capacità di prevenire le difficoltà, ad anticipare, a sapere che cio’ che è normale oggi potrebbe, improvvisamente, non esserlo più domani – e di pensarlo seriamente. Quindi l’immaginario è un’anestesia dell’immaginazione. Ed è proprio di questo che soffriamo.

E per quanto riguarda le scienze, il punto che mi ha veramente ferito è sentir dire – soprattutto dai medici – ” la scienza”. E di vedere i politici riprendere questo termine, dire ad esempio: “noi ascoltiamo la scienza ” perché gli conveniva. All’improvviso, in un nuovo riflesso di panico, la politica è stata dimenticata ed è “la scienza” che ha cominciato a guidarci. Ma è sempre una pessima idea di chiedere a “la scienza” cosa fare, perché non è per niente il suo lavoro. Il suo compito è cercare di porre domande pertinenti. Perché non appena diciamo “la scienza”, si dimentica la pertinenza delle domande. Si fa come se ci fosse un metodo scientifico unico che risponda a tutto in modo obiettivo. È anche un modo per mettere a tacere tutti, poiché si sa che le persone sono incapaci di comprendere la “scienza”. Mi ha molto colpito che la pluralità delle scienze sia esplosa con questo nome unificante di “la scienza”. Questa pluralità dipende proprio da quello con cui le scienze hanno a che fare, delle domande che si sollevano e a cui ciascuna scienza può rispondere in modo pertinente. Perché quando si è arrivati alla domanda “chi è questo virus?” – cioè in termini biologici “qual è il suo materiale genetico” – la risposta è arrivata in un modo del tutto sicuro. Tant’è che ora possiamo seguire l’epidemia del virus, i percorsi epidemici, secondo le mutazioni di questo materiale, che in fondo ha una storia. Quindi si sa praticamente tutto ciò che si deve sapere sul virus in quanto tale. Ma il virus in quanto tale non è granché al di là di cio’che è la sua ragion d’essere, per non dire la sua ragione di vivere perché prende vita quando trova un ospite che lo accoglie. E questo incontro, questo passaggio alla vita, non ha nulla a che fare con le questioni dello stesso tipo di quelle legate alla conoscenza del materiale genetico del virus: é tutto il corpo dell’ospite che si mette in movimento e che è messo in gioco. E qui, tutta la conoscenza che si ha sul virus diventa quasi inutile… Allora, i medici parlano de «la scienza » come se fosse soltanto un insieme di specializzazioni. L’epidemiologia, altro esempio, è una scienza assolutamente interessante ma crea dei modelli. E questi modelli possono informare il politico ma non dicono nulla a proposito delle conseguenze sociali delle misure da prendere per diminuire il tasso di trasmissione.

Quando si attiva “la scienza” per sostituirsi a un processo di pensiero collettivo con le persone, si perde i tre quarti dell’intelligenza e la si sostituisce con una buona dose di stupidità, di soddisfazione e di finzione. Ad esempio quando si sente che non è dimostrato che la maschera protegga. Per cui, se non è provato, allora non esiste. Adesso si sa che è uno scherzo, ma ovviamente era qualcosa che rassicurava i politici che potevano così dire “certo, non abbiamo maschere, ma non importa”. È stato anche detto che le maschere indossate dai Cinesi, dai Giapponesi ecc. erano della cultura, la loro cultura, ma che le maschere in realtà non servivano a nulla. Quindi, quando gli fa comodo, i politici si appropriano del “non è dimostrato” avanzato da alcuni, mentre gli altri tacciono perché non sta bene di ricordare che non si è cercato di provare. E questi politici non ascolteranno questi altri scienziati che sono gli psicologi che avrebbero potuto testimoniare dei danni causati ai bambini quando perdono la loro vita sociale. Era un problema che ovviamente è sorto dall’inizio ma che è diventato improvvisamente trattabile ed espresso quando si è iniziato a pensare al deconfinamento.

La scienza era quindi di fatto soggetta alla non-decisione politica. È un processo profondamente vizioso. E quello che è grave è che a causa di ciò si può facilmente perdere fiducia in delle  scienze che potrebbero avere qualcosa da dirci ed essere interessanti di fronte a questa pandemia. Ma quando si trattano le persone come degli idioti e che si chiede loro di fidarsi di ciò che è inaffidabile, generalmente ci si ritrova di fronte a degli scettici. E questa è una catastrofe culturale».

Si conosce il ruolo che gli esseri umani svolgono nelle modificazioni del loro ambiente, nel modo in cui queste modificazioni lo influenzano, in particolare su questo tema della pandemia. Si può sperare che quanto è successo metta in discussione e modifichi il nostro rapporto con l’ambiente?

«Si potrebbe sperarlo, soprattutto perché ci si può attendere un susseguirsi di pandemie. Questa è la prima che funziona meravigliosamente per il virus, ma che sicuramente non sarà l’ultima. I virus sono delle macchine da inventare. Parlo apposta di macchine e non di esseri viventi, perché la loro unica ragione d’essere è incontrare un ospite che li accoglie e gli dia ospitalità. A volte questo viene a scapito di quell’ospite, ma questo di per sé non è il progetto del virus. Il virus prende vita solo se incontra questo ospite, quindi i virus mutano velocissimi, innovano in tutte le direzioni per massimizzare le loro possibilità di incontrare l’ospite benedetto che gli permetterà di far parte della vita. Si potrebbe anche dire che è un esule dalla vita che cerca di trovare una terra di accoglienza! E a volte funziona. Quindi, molte cose che ci costituiscono in quanto mammiferi, lo dobbiamo a dei virus che hanno saputo esistere con e nelle cellule e permettere a dei tessuti cellulari di innovare. La placenta per esempio, che caratterizza i mammiferi, è un’invenzione virale. Il nostro genoma è pieno di resti di virus che sono riusciti ad acclimatarsi nel tempo!

Ovviamente, nel nostro mondo, le probabilità di incontri e le possibilità di fare un’innovazione fruttuosa per i virus sono moltiplicate per il fatto che tutti gli ambienti sono devastati e invasi dall’uomo, per non parlare degli allevamenti intensivi che sono meravigliosi incubatori di innovazione per i virus. Per cui il modo in cui maltrattiamo la natura, in cui maltrattiamo i nostri ambienti, proprio come maltrattiamo gli ambienti umani, è pieno di opportunità d’oro per i virus. E una volta che sono riusciti ad infettare un essere umano, scoprono un mondo, il mondo globalizzato dove tutto circola, un mondo che è quasi fatto perché possano diffondersi. Prima, potevano volerci anni prima che un’epidemia potesse attraversare un continente e passare da un continente all’altro. Qui ci é voluto qualche settimana grazie ai trasporti, all’aereo…Siamo dunque di un’imprudenza folle per quanto riguarda questa natura e il modo in cui puo’ diventare minacciosa.

Ma c’è di peggio. Una pandemia è una crisi. Non si sa ancora se finirà con centinaia di migliaia di morti o, come l’influenza spagnola, in milioni di morti, ma per definizione, una crisi alla fine passa. Questa crisi si installa, con la devastazione della natura, nell’insieme delle pratiche umane di sfruttamento, d’estrazione e di combustione che ci porta al mutamento climatico. Tuttavia, il mutamento climatico, lui, non è una crisi: non passerà. I nostri discendenti e i discendenti dei nostri discendenti dovranno ancora affrontarlo per secoli e secoli nella migliore delle ipotesi … cioè, se sopravvivono. E d’altra parte, questo mutamento climatico attiva ciò che gli umani stessi hanno messo in moto, vale a dire la sesta estinzione che ci minaccia non solo noi, umani, ma anche la maggior parte degli animali … I virus non sono esseri viventi ma i loro ospiti principali, che sono i batteri, loro, non moriranno: ci sarà vita sulla terra. Ma la vita della nostra era potrebbe benissimo estinguersi come si è estinta la vita all’epoca dei dinosauri».

Come capire che c’è questo mantenimento di un rapporto con l’ambiente che lo oggettivizza, che lo rende semplicemente inerte, come se si potessere usare a nostro piacimento senza conseguenze?

«Questa idea si tiene perché fa parte di questo regime chiamato capitalismo, capitalismo socialista incluso. Si sfrutta ciò che può essere sfruttato, si estrae ciò che può essere estratto e il resto sono rifiuti. Fa parte della storia in cui siamo stati imbarcati e in cui abbiamo imbarcato il resto del mondo con la colonizzazione. Abbiamo distrutto stili di vita attenti alla natura. Abbiamo infranto ogni possibilità di prestare attenzione, ogni preoccupazione per le conseguenze. Questa idea che sia nostro ruolo dominare la natura fa qui encora parte dell’immaginario. Proprio quello che ci dice: “quelli che hanno paura sono quelli che rifiutano il progresso”.  La immaginazione, lei, ci parlerebbe dei rischi … Ciò che colpisce quando si parla dell’insieme dei disastri climatici che sono già iniziati è che si tratta dell’idealismo di cui ho parlato sulla pandemia, ma questa volta su tempi più lunghi: ben sappiamo che succederà, ma continueremo a comportarci come se nulla stesse per accadere, come se un miracolo stesse per salvarci … È una reazione tipicamente idealistica non fare altro che rispondere con una retorica rassicurante.

Capisco gli attivisti quando dicono: “Noi non difendiamo la natura, siamo la natura che difende sé stessa”. Perché questa capacità idealistica di non fare nulla, questa anestesia dell’immaginazione, si è imposta là dove tutte le interdipendenze, tutte le solidarietà sono state, e sono sempre, minate e ridotte all’impotenza. O ancora, ridotte a una sorta di sacrificio “altruistico”: ciò va bene ai santi che si sacrificano per gli altri, ma l’uomo normale veglia sui suoi interessi da buon egoista nativo quale sarebbe… Ebbene se la natura fosse stata popolata di egoisti non ci sarebbe più natura. Sappiamo ormai che la natura esiste attraverso interdipendenze multiple e intricate, e che la devastazione della natura, è precisamente la distruzione di mondi, o d’ecosistemi, tenuti insieme dall’interdipendenza tra gli esseri viventi che vi coesistono. Quindi distruggere le interdipendenze che si tessono nel suolo significa uccidere la sua fertilità, significa avere solo raccolti che vivranno solo di input, cioè i fertilizzanti e i pesticidi che ci avvelenano. Sono le monocolture che sono vulnerabili alle epidemie ormai quanto lo siamo noi».

Sottolinei chiaramente il pericolo del mutamento climatico e la mancanza di risposte ad esso. Si vede che a ciò si accompagna anche il pericolo sui diritti sociali, se segue la tendenza iniziata negli ultimi anni, si può temere il peggio per il futuro. Si deve anche temere il peggio sulle questioni della democrazia e della convivenza che dovrebbero essere le fondamenta delle nostre società?

«La democrazia può assumere molte forme, può seguire due estremi. Da un lato, ridursi all’arte di condurre un gregge senza che si rivolti, rendendolo docile con tutti i mezzi. D’altra parte, tendere verso l’esigenza costantemente rinnovata e costantemente approfondita che le persone pensino insieme. Ci può essere tensione e conflitto, ma le persone pensano insieme e cercano di dare un senso in comune al futuro che sarebbe possibile per loro. È quindi una forma di interdipendenza: si pensa con gli altri e grazie agli altri. Questa forma di democrazia per la quale l’interdipendenza e la crescente consapevolezza delle interdipendenze (e quindi l’arricchimento a cui danno luogo) è effettivamente minata da tutte le parti si chiama democrazia sociale. E’stata portata dai movimenti operai. I diritti sociali, o meglio la solidarietà sociale, non sono stati creati dallo Stato, ma lo Stato li ha ripresi in mano. E adesso può dire a coloro che ora sono chiamati beneficiari, che lui li ha assegnati e che lui può tagliarli e persino portarglieli via. Lo Stato può quindi effettivamente distruggere i diritti sociali man mano che la democrazia diventera’ sempre più l’arte di guidare le greggi.

Ad esempio indirizzando il gregge contro coloro a cui si dice che sono le pecore nere come i disoccupati, questi pigri, questi profittatori. I disoccupati sono diventati i sospetti contro i quali si ribellano le persone oneste che lavorano e che chiedono di essere protette. Quindi non è più solo “guai ai vinti” ma “guai a tutti”! Perché tutti imparano a pensare come parte di un branco dove ognuno si contrappone all’altro, dove ognuno accusa docilmente gli altri di essere responsabile della propria situazione. Ci vuole fantasia per resistere alla tentazione del “il disoccupato deve solo trovarsi un lavoro”. Un’immaginazione solidale. Sono entrata ai Diritti dell’Uomo e all’atelier dei diritti sociali, in particolare a causa della sorte del disoccupato. Al momento in cui si installava la crisi dell’impiego, sono state imposte misure contro i disoccupati sotto sorveglianza. Poi delle misure per motivare i disoccupati, ovvero per forzarli a vivere nell’immaginario di trovare un lavoro, ad agire come se ci credessero: è tutto quello che chiediamo loro ma devono farlo. Lì mi sono detta che ci forzavano a pensare contro la realtà. Questa non è più una democrazia, non direi nemmeno che è una democrazia in pericolo, è una democrazia in putrefazione». 

Il confinamento potrebbe essere stato un momento di accresciuta consapevolezza per molti che si sono trovati in questa situazione eccezionale. E allo stesso tempo c’è questo ritornello che ci dice: “non è che una parentesi, si deve continuare come prima”. Quali sono giustamente le prospettive per coloro che ora dicono che è ora di cambiare rotta?

«Prima di tutto, credo che non dovremmo farci troppo l’idea che la sfiducia nei confronti di chi ci governa ci renderà liberi e che il “prossimo mondo” sarà diverso perché avremo capito quello che noi dobbiamo alle infermiere, ai netturbini, agli autisti di autobus… Perché la sfiducia può anche produrre disprezzo, risentimento, xenofobia. Naturalmente, non dobbiamo lasciare passare nulla, essere recalcitranti, non ammettere alcun argomento senza sapere che racchiude una trappola. Ma soprattutto sapere che non faranno un po’ diversamente se non li si costringe a farlo. Non bisogna credere che loro abbiano imparato la lezione. Ad esempio, dobbiamo ricordare che dopo la crisi finanziaria, ci è stato detto che tutto sarebbe cambiato e abbiamo avuto l’austerità … Dobbiamo conservare ricordi e storie, dobbiamo raccontare come succederà prima che accada. Dobbiamo crearci delle immunità contro ciò . E senza dubbio stringere le alleanze che sono assolutamente necessarie. In azione, gli attivisti anti-capitalisti e i sindacalisti possono intendersi e fare causa comune di fronte a ciò che sta accadendo. Credo sia giunto il momento di scavare in queste storie di solidarietà improvvisate perché ci saranno ricatti sul lavoro, perché diranno “noi, noi difendiamo chi vuole davvero lavorare” etc. Ci sarà un mucchio di manovre di divisione, è già in preparazione. Quindi c’è da aspettarselo. Occorre riuscire a fare che ciò che ha potuto nascere come immaginazione e come rifiuto si difenda contro tutti i veleni che verranno somministrati. Siamo in un momento in cui non possiamo sperare, perché non lasceranno andare nulla e perché sono molto forti. D’altra parte, è un momento in cui non si ha il diritto di disperare. Perché tutto ciò che impareremo per resistere saranno cose che permetteranno ai nostri discendenti di aiutarsi a vicenda e di sfuggire alla barbarie del ciascuno per sé».

Se ci fosse una cosa da dire su ciò che il nuovo coronavirus ha avuto o avrà di positivo a cosa penseresti?

«Non ho voglia di rispondere a questa domanda perché fa troppa distinzione fra le persone. Ce ne sono stati troppi per i quali è stato un calvario. Durante il confinamento io non ero infelice. Non la smettevo di stare all’erta, cercando di vedere cosa stava succedendo, insomma ero curiosa ed è stato straordinariamente interessante notare le piccole cose in rapporto a quelle grandi. Quindi ho imparato molto. Ma non posso dire che sia stato un felice apprendimento. È stato semplicemente un momento intenso dal punto di vista della questione “cos’è un mondo che vive quando le risposte ovvie si sono dissolte?”, del “Cos’è un mondo che cerca la sua strada nell’incertezza?”. E trovare a volte le parole per dirlo, per farlo capire, per celebrare l’importanza di questo momento e le molteplici risonanze che ha avuto. E’ stata un’attività che in definitiva era molto filosofica anche se era il tempo stesso ad essere filosofico, vale a dire che poneva il problema stesso di “che cos’è questa vita?”».

 

https://www.agirparlaculture.be/entretien-avec-isabelle-stengers-se-liberer-de-limaginaire-capitaliste/

 

traduzione di Tiziana Saccani

 

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