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venerdì 24 marzo 2023

Alfredo Cospito sta morendo per continuare a vivere - Carmelo Musumeci


Mi è arrivato un appello da firmare per invitare Alfredo Cospito a sospendere lo sciopero della fame, ma non me la sono sentita di aderire perché ho iniziato a ricordare:

“Ho passato cinque lunghi anni nell’isola dell’Asinara sottoposto al regime di tortura democratico del 41 bis, di cui un anno e sei mesi in completo isolamento, passati in una cella e in un cortile dove non batteva mai il sole. Dalla mia cella d’isolamento mi era persino difficile vedere il cielo. In quegli anni non avevo nessuno con cui parlare o ridere. Per questo avevo imparato a parlare e a ridere da solo. Lo Stato ha sempre un alibi, quando tortura afferma che lo fa per la giustizia e la società. A volte dice che lo fa anche per il tuo bene. E usa molti mezzi per uccidere una persona poco per volta. Un anno e sei mesi d’isolamento senza mai parlare con nessuno sono stati molto duri. Settimane, mesi e anni sempre uguali. Giorni vuoti.  Il mio mondo non andava oltre il confine della mia cella. Ricordo che mi misero nella sezione “Fornelli”. I detenuti erano tutti in cella singola. Le celle erano venticinque. Sembravano degli armadi in ferro e cemento. Erano divise una dall’altra da uno spesso muro. E tutte avevano un blindato e un cancello davanti. Ogni blindato aveva uno sportellino di ferro con una fessura per consentire di far arrivare il cibo dentro la cella. C’era uno spioncino rotondo sul muro, dalla parte del bagno, che consentiva alle guardie di vedere l’interno senza essere viste. La stanza misurava circa tre metri d’altezza. Due metri di larghezza. E tre di lunghezza. Si potevano fare solo quattro piccoli passi in avanti e quattro indietro. La finestra era piccolissima, con enormi sbarre di ferro incrociate. Muri lisci. C’erano una branda, un tavolo e uno sgabello. Per pavimento una gettata di cemento grezzo. Stavamo chiusi ventitré ore su ventiquattro: avevamo solo un’ora di aria al giorno. In quella sezione eravamo tutti detenuti condannati a pene lunghe. E, la maggioranza, alla pena dell’ergastolo.”

Finito di ricordare, ho pensato che non ho nessun diritto di chiedere ad Alfredo Cospito di sospendere lo sciopero della fame perché lui sta morendo per poter continuare a vivere; perché ama così tanto la vita che non la vuole vedere appassire fra le mura di un carcere.

Solidarietà ad Alfredo perché anche se non può essere libero e felice continua ancora a lottare e ad amare la vita, e non è poco.

da qui

venerdì 13 gennaio 2023

Diritto di lottare: Alfredo Cospito - Carmelo Musumeci

 “Nella vita talvolta è necessario lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza” (Sandro Pertini)


C’è un anarchico nelle Patrie Galere italiane, sottoposto al regime di tortura democratico del 41 bis, che sta morendo di fame. Ed io non so cosa fare per trasmettergli la mia solidarietà, posso solo scrivere… ed immaginare che cosa accadrà:

Alfredo da molto tempo era convinto che solo gli stessi prigionieri potessero portare la legalità in carcere. E decise di lottare per i propri diritti. In carcere non c’è giustizia, ma non bisogna mai rinunciare a cercarla. E per cercarla bisogna muoversi, soffrire, sacrificarsi e attivarsi, lottando anche contro sé stessi.

Alfredo non era mai stato il migliore in nulla, ma quella volta decise di esserlo. E pensò di tentare di essere migliore dei suoi governanti, dei suoi “educatori” e delle guardie che lo tenevano prigioniero. Spesso in carcere non si ha che la vita per difendere i propri diritti, e Alfredo usò proprio quella. Iniziò uno sciopero della fame. Nel giro di una settimana perse dieci chili: da ottanta chili arrivò a pesarne settanta.

All’inizio era molto sicuro di sé. Poi iniziò a sentire i primi dolori. Al ventesimo giorno di sciopero della fame, Alfredo non riusciva più a muoversi come i primi giorni. Si sentiva sempre più stanco. Gli facevano male i muscoli. Gli si addormentavano le gambe. Riusciva a malapena a leggere qualche pagina di qualche libro, ma subito gli veniva sonnolenza. Con il passare dei giorni, il suo corpo si indeboliva sempre di più, ma la sua anima era ancora più forte di quando aveva iniziato lo sciopero della fame. E iniziò a sentirsi abbastanza debole da essere forte. Per lui la vita non valeva nulla senza la possibilità di lottare. E non avrebbe ceduto fin quando non lo avessero tolto da regime di tortura del 41 bis.

Con il passare dei giorni non aveva neanche più la forza di alzarsi dalla branda. Poi non ebbe più neppure la forza di avere fame. Ormai aveva solo la forza di non aver paura di morire. Alfredo si stava spegnendo come una candela. Eppure continuava a credere ciecamente che non ci fosse nulla di più bello che lottare per i propri diritti. La posta che riceveva continuava ad ammucchiarsi sul tavolino della sua cella. Lui si rifiutava di leggerla. Sapeva che se lo avesse fatto, avrebbe ceduto e avrebbe iniziato a mangiare. Lui non voleva questo. Lui voleva che venissero rispettati i suoi diritti. Alfredo arrivò al cinquantesimo giorno di sciopero della fame. Ed era arrivato a pesare cinquantacinque chili.

Stava morendo. Ormai era l’ombra di sé stesso. Non aveva più forza, né energia, né rabbia. Ormai non dormiva e neppure era sveglio, si trovava sospeso tra il cielo e la terra. Stava andando nel nulla, sapendo che poi non avrebbe più avuto la forza per tornare indietro. Aveva intuito che sia fuori che dentro si erano attivati per farlo ricoverare all’ospedale, per costringerlo ad alimentarsi con la forza. Negli attimi di lucidità, Alfredo sperava di morire prima che ci riuscissero, perché lui non avrebbe mai smesso lo sciopero della fame se prima non lo avessero tolto dal 41 bis. Questa volta lui voleva vincere. Ed era disposto, se non ci fosse riuscito, a morire.

Così Alfredo andò incontro al suo destino. E morì quasi senza accorgersene. La morte lo stava aspettando al di là del cancello. Gli sorrise con dolcezza. Gli venne incontro. Lo prese per la mano. Lui si voltò per vedere per l’ultima volta il suo corpo sdraiato sulla branda. Poi uscì dalla cella. Il cancello era chiuso, ma senza il corpo Alfredo lo attraversò con facilità. E la morte fu più buona dei suoi governanti, dei suoi educatori e dei suoi guardiani, perché lo portò per l’ultima volta a vedere il mondo anarchico che aveva sempre immaginato. Almeno così gli sembrò di immaginare, perché quando muori la morte ti fa vedere tutto quello che desideri vedere.

da qui

martedì 3 gennaio 2023

Buon anno all’anarchico Alfredo Cospito - Carmelo Musumeci


Quest’anno faccio i miei particolari auguri di buon anno 2023 a un prigioniero in sciopero della fame, un uomo solo contro tutti e tutto: è difficile non piegarsi e non spezzarsi quando si è sottoposti al regime di tortura democratico nella patria del Diritto Romano, ma Alfredo Cospito ci sta provando usando solo la sua vita. 

 

Buon anno pure ai prigionieri e a tutti i prigionieri di sé stessi e a tutti i prigionieri del mondo, pure a quelli con il fine pena nell’anno 9.999.

Buon anno a quelli che capiscono la giustizia vivendo l'ingiustizia fra le mura di un carcere.

Buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati.

Buon anno a tutti gli innocenti, pure ai colpevoli e a quelli colpevoli di essere innocenti.

Buon anno ai forcaioli purché si ricordino che il carcere è come un'autostrada e ci potrebbero passare pure loro.

Buon anno ai prigionieri che sono morti per essere vivi e a quelli che tentano di essere vivi per non morire.

Buon anno a tutti quelli che soffrono, piangono, a quelli che ridono e sono felici, ai pazzi e ai normali che fanno i pazzi per non impazzire.

Buon anno a quelli che hanno speranza, a quelli che l'hanno persa e a quelli che si illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza.

Buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere e a quelli che se la toglieranno in questo nuovo anno.

Buon anno a quelli che si sentono piccoli perché solo così si può essere grandi.

Buon anno a quelli che credono che una verità non è che un aspetto della verità.

Buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto, ma anche del bene che potrebbe fare, non solo della sua capacità di delinquere, ma anche della sua capacità di redimersi.

Buon anno a quelli che sono ciò che sono, che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano.

Buon anno anche ai deboli, che sono forti perché non lo nascondono.

Buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e ai prigionieri vittime di sé stessi e della società.

Buon anno a quelli che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma solo ci puniscono perché abbiamo sbagliato.

Buon anno a tutti i prigionieri che pure in catene pensano da uomini liberi.

Buon anno ai professionisti dell’antimafia che continuano a produrre solo altra mafia perché non comprendono che la devianza e la criminalità si sconfiggono soprattutto culturalmente.

Buon anno ai politici che usano i mass media per manipolare le coscienze.

Buon anno a quelli che pensano che la vita presenti sempre nuove sfide, che aiutano a crescere e a mettersi in discussione.

Buon anno a quelle persone che sono convinte che il terrorismo religioso o politico e la criminalità organizzata si combattano e si vincano con la pena di morte o con la pena dell’ergastolo, o con il regime di tortura del 41 bis, perché non sanno quanto si sbagliano: la storia ci insegna il contrario e il male, da solo, anche se dato in nome della legge o del Dio di turno, moltiplica altro male.

Buon anno a quelli che cercano di trasformare i cattivi in buoni, perché solo così le vittime dei reati vengono “vendicate”: con il senso di colpa di chi comprende il male fatto, e chi perdona trova un po’ di pace e si libera, almeno di un poco, del male ricevuto.

Buon anno ai deboli, ai derelitti, agli ultimi, ai poveri e ai ricchi che sono poveri, ai potenti della terra, a tutti noi che ci siamo e a quelli che non ci sono più.

da qui

martedì 5 gennaio 2021

Voci dal carcere

 


Carceri: “Io ho visto cose, che voi umani non potreste immaginare”- Carmelo Musumeci

In questi giorni, forse per ricordarmi da dove vengo, ho dato un’occhiata ai diari che scrivevo dal carcere e ho pensato di rendere pubblici alcuni brani. Non lo so perché lo faccio, forse perché m’illudo di poter seminare qualche dubbio in alcune persone che pensano che chi fa del male ne deve ricevere altrettanto. Forse semplicemente perché mi sento un po’ come un reduce di guerra e non riesco a scrollarmi il carcere di dosso, perché spesso mi tornano alla mente tutti i ventisette anni di carcere, con i periodi d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri all’ospedale per i prolungati scioperi della fame, le celle di punizione, ecc. Se vi va leggete, perché spesso in un prigioniero c’è un pezzo di cuore di ognuno di noi:

Oggi un compagno si è tagliato le vene… Tutto quel sangue mi ha impressionato: la limitatezza e la fragilità della natura umana in carcere è come uno specchio e ti senti emotivamente coinvolto… Insomma non è come vedere la sofferenza in televisione, è tutto molto più brutto, più vero, più crudele…”.

Verso le 16.00 mi hanno chiamato in matricola ed ho avuto l’occasione di vedere una donna detenuta con una bambina bellissima in braccio. Nonostante in carcere ne abbia viste tante, mi ha fatto molto effetto vedere un angelo dietro le sbarre… Mentre andavo via non ho resistito alla voglia di farle una carezza e lei mi ha sorriso come solo i bambini sanno fare. Aveva sul visino molte punture di zanzare e anche questo fatto mi ha fatto molta pena…”.

Oggi c’è stata una battitura alle sbarre, collettiva e spontanea… un detenuto che si sentiva male, per protestare perchè non veniva il medico, si è rifiutato di entrare in cella e per risposta è stato aggredito da due guardie… Abbiamo visto il compagno albanese con il sangue che gli colava dalla testa e poi l’hanno portato alle celle di punizione…”.

Agli ergastolani malati, per tirare su il morale, dicevo spesso che il destino, per farci soffrire di più, ci avrebbe fatto morire per ultimi, ma purtroppo non sempre è così. Oggi ho ricevuto la notizia che un altro ergastolano ha finito di scontare la sua pena prima dell’anno 9.999 perché è morto per un colpo al cuore”.

Sono partito da Nuoro verso le 11.00, con il solito blindato che sembra una scatoletta di sardine… Chi ha progettato questi furgoni blindati per trasportare i detenuti deve essere una persona che ha dei problemi mentali perché neppure gli animali sono trasportati in queste condizioni. Arrivo ad Olbia verso le 12.30. Dopo ore di attesa, dentro quella scatola di sardine, con un caldo soffocante, senza poter bere ed andare in bagno, prendo l’aereo verso le 16.00 e alle 17.00 arrivo a Firenze e dopo dieci minuti al carcere di Sollicciano. Come al solito mi assegnano alla sezione transito ma, peggio del solito, capito in una cella dove sembra che siano passati i vandali: il tasto del volume della televisione rotto, senza cuscino, senza luce artificiale, solo uno stipetto, muri della cella sporchi e in alcune parti macchiate di sangue. Pulisco come posso, mangio un pezzo di pane con un po’ di formaggio, che mi sono portato da Nuoro, e poi mi addormento, con il desiderio di non svegliarmi più”.

Ogni tanto penso a tutto il tempo che il mio magistrato di sorveglianza ci ha messo per rispondermi che devo morire in carcere. Prima di questa esperienza pensavo che la violenza fosse nelle urla, nelle botte, nella guerra e nel sangue. Adesso so che la violenza è anche nel silenzio delle cosiddette persone perbene. Loro vedono sempre la cattiveria degli altri, mai la loro”.

Oggi ho ricevuto una lettera da una detenuta, che mi ha raccontato di quando si è suicidato il marito (e padre di suo figlio) in carcere, che mi ha molto commosso. Le sue parole mi hanno confermato ancora una volta quanto spesso sono disumani gli umani: (…) Mia madre e mia zia, che non vedevo da anni, mi vennero a dire che Giampiero si era impiccato in carcere. Tre giorni prima nei sottotitoli del TG3 avevo letto una frase sfuggente, veloce, che mi aveva fatto venire i brividi: “Un altro suicidio in carcere”. Avevo pensato: “Non sarà mai il mio Giampy, speriamo che non lo sia…” (…) Mi diedero il permesso d’uscita per gravi motivi familiari con la scorta. Non mi tolsero neanche le manette dai polsi. Non ero mai entrata in un obitorio. Erano dei mostri. Aprirono uno di quei cazzo di orribili cassettoni frigoriferi davanti a me. Me lo portarono davanti agli occhi ancora chiuso nel sacco nero. Non l’avevano neanche vestito. Aprirono il sacco: era nudo, con i punti dell’autopsia sul torace fino al ventre, che deturpavano il suo bellissimo tatuaggio tribale. Non mi tolsero le manette. Ho dovuto accarezzarlo con i ferri ai polsi. Non mi hanno neanche concesso la pietà di salutarlo come avrei voluto. Il suo collo era pieno di lividi. Odiai Dio. Odiai la vita. Odiai me stessa. Odiai la morte. Odiai tutto l’universo. Lo baciai sulle labbra. E gli dissi: “Perdonami. Ti amo.” Poi me ne andai”.

Mi ha chiamato Nicola, il compagno che ha tentato d’impiccarsi lo scorso mese, e l’ho un po’ consolato. Lo stanno imbottendo di farmaci, io invece credo che più di psicofarmaci abbia bisogno di speranza e io gli ho dato proprio quella, promettendogli che gli farò una istanza di permesso”.

All’ultimo giorno utile per fare l’esame, mi hanno portato a Firenze. A parte i soliti disagi del viaggio, ho dovuto farmi Roma/Firenze con il furgone blindato senza la possibilità di urinare e di mangiare un panino… Sono arrivato a Sollicciano alle 17.00 ma mi hanno fatto salire alla sezione del transito alle 22.00 e non sono riuscito a trovare nulla da mangiare… Nel muro della cella, scritto con il sangue, ho letto: “Non t’impiccare, resisti, non devi avere paura dalla galera, è lei che deve avere paura di te”. Che cazzate! Mi sono addormentato subito dalla stanchezza“.

Oggi ho scritto un reclamo ad un compagno per un fatto che mi ha emotivamente colpito: per aver fatto una carezza alla moglie in gravidanza, per sentire il bambino/a muoversi, è stato sottoposto al 14 bis e dalla Sicilia l’hanno trasferito in Sardegna”.

Oggi un uomo ombra, che credevo fosse un duro, commentando il suicidio di un nostro comune amico ergastolano, mi ha confidato: Io non mi ucciderò mai, ma sento spesso il desiderio di farlo. Io ho pensato che sono proprio quelli che dicono che non lo faranno mai che sono più a rischio, ma non gliel’ho detto”.

Ho ricevuto questa lettera da una detenuta: Sono stata condannata ad anni quattro e mesi otto di reclusione. La cosa che mi preoccupa più di tutto è perdere il lavoro perché, credimi, l’unico mezzo di sostentamento per me e per mia figlia era proprio il mio lavoro. Ti parlo con il cuore in mano, sono molto giù. E ho paura che psicologicamente stia crollando. Sono una persona molto semplice, che ha sbagliato, ma erano dieci anni che non entravo più in carcere. Mi ero sistemata. Adesso mi sento di aver perso tutto. E non ho più voglia di vivere. Sono giorni che piango da sola. Penso al suicidio. Non so Carmelo, può la giustizia far perdere tutto ad una donna di 45 anni che con fatica e impegno era riuscita a trovare un posto di lavoro fisso e una casa popolare? Il mio avvocato continua a chiedere soldi, ma io non so dove prenderli”.

Ho letto di un altro suicidio in carcere. Ho perso il conto, nel giro di una settimana si sono tolti la vita 4 detenuti, a pochi giorni l’uno dall’altro. D’estate i suicidi in carcere aumentano. Sembra che i funzionari dell’Amministrazione penitenziaria abbiano diramato delle Circolari (che come al solito rimarranno carta straccia) per affrontare il problema. Eppure basterebbe poco per evitare alcune morti: un trasferimento in un carcere vicino a casa, una telefonata o un colloquio in più con i propri cari, una vivibilità migliore, un semplice ventilatore in cella o anche qualche ora d’aria in più nei cortili dei passeggi. E, soprattutto, un po’ di speranza e amore sociale. Spesso molti mi chiedono perché alcuni prigionieri si tolgono la vita. Non è facile rispondere a questa domanda, penso che purtroppo per alcuni detenuti non ci sia poi così tanta differenza tra trovarsi sepolti sottoterra o murati vivi in una cella“.

da qui

 

Uomini o topi? - Sergio Segio

Immaginatevi di rimanere bloccati in un vagone della metropolitana affollato, anzi sovraffollato. Le porte sono chiuse, i finestrini anche e sono per giunta oscurati. Le raccomandazioni sul distanziamento suonano beffarde, ci si trova inevitabilmente addossati gli uni agli altri. Gli odori e le paure si mescolano.

Passano i giorni, le settimane, i mesi, si avvicina il Natale e siete sempre lì. I telefoni non funzionano, non avete più notizie dei vostri cari. L’unica cosa che funziona è la televisione interna, le notizie giornaliere sulla pandemia sono bollettini di guerra. Alla paura si mescola la rabbia e l’impotenza. Nessuno vi dà risposte. Non sapete più cosa fare, se non sbattere la testa alla parete, come topi in gabbia. E in effetti lo siete diventati. Proprio come per i topi, quelli fuori hanno disprezzo per voi, forse anche loro hanno paura e ve la riversano contro. Vi vedono come diversi e minacciosi; si sentono più sicuri se voi siete chiusi in quel vagone e sperano che non ne usciate più.

Immaginatevi tutto questo e sappiate che quella è la condizione quotidiana di chi sta in carcere nel tempo del Covid-19. Potete certo pensare che chi ci sta è perché se l’è cercata; probabilmente lo pensate senz’altro, anche se vi ritenete sensibili e democratici. In ogni caso, siete convinti che non ci sia nulla da fare: così vanno le cose e i problemi urgenti sono ben altri. La pandemia, come prima e assieme la crisi economica e l’impoverimento generale, non consentono generosità verso chi ha sbagliato, a volte pesantemente. Neppure a Natale. Tanto più in questo Natale, in cui ci si sente tutti sacrificati, penalizzati, impossibilitati, preoccupati. C’è da pensare prima alle persone perbene. Il domani, poi, mostra solo nuvole scure.

Ma tornate a immaginare, solo per un momento ancora, di essere anche voi chiusi in quel vagone, sia pure per sbaglio, non volevate salirci davvero: vi è capitato, non sapete neppure bene come e perché. Mentre si avvicina il Natale, non potete fare e ricevere alcun regalo o conforto. Il riscaldamento funziona poco e male, assieme alla paura sale il gelo e cresce l’ansia; manca l’aria e sentite la pressione continua degli altri intorno a voi, a contendersi il minuscolo spazio.

Adesso chiedetevi se quella sia una condizione umana accettabile, se risponda davvero alla giustizia. O se non si possa, non si debba, invece trovare altri modi per riparare i danni e le offese, per pesanti che siano stati. E non per lo spirito natalizio, non per evanescente bontà, ma perché avete finalmente capito che il carcere è uno specchio, estremo ma reale, della società. È parte di essa, non un mondo alieno; chi ci abita è uguale a voi, ha le vostre stesse paure, desideri, aspirazioni. Avete compreso che se accettate che permanga come luogo senza speranza e senza diritti vorrà dire che scegliete di vivere in una società che ha perso la voglia di cambiare e di costruire un futuro diverso e più giusto. Per sé e per gli altri. Anche per quelli bloccati in quel vagone.

da qui


Il carcere al tempo del Coronavirus. XVI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione


No prison (Ovvero il fallimento del carcere) di Livio Ferrari




domenica 22 settembre 2019

Un Papa contro l’ergastolo - Carmelo Musumeci




Grazie Francesco di continuare a dare voce e luce agli uomini ombra (così si chiamano gli ergastolani fra di loro). E di avere abolito la pena dell’ergastolo nella Città del Vaticano, definendola “Pena di morte mascherata”.

Purtroppo, i politici italiani non ti danno retta; forse perché sono poco cristiani e continuano a fare orecchie da mercante. Grazie Francesco perché nell'incontro del 14 settembre in Piazza San Pietro, con tutti coloro che operano all'interno delle carceri, ancora una volta ti sei scagliato contro la pena dell’ergastolo con queste parole: “ L'ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere".

Francesco, ti ho scritto diverse volte e in una delle mie ultime lettere ti avevo detto che il carcere non rieduca nessuno, ti fa diventare solo una brutta persona. E se fai il “bravo” è solo perché sei diventato più cinico di quando sei entrato. Ti avevo scritto che è difficile spiegare cosa accade nella testa di un ergastolano quando in lui non c’è più futuro, perché il suo domani è un domani senza più sogni, progetti e speranze. L’unica ragione per pensare al futuro è il fine pena, ma noi ergastolani non lo abbiamo, perché gli uomini della nostra società ormai non ci vedono più come umani, ma come mostri, forse perché lo sono un po’ anche loro.

Ti avevo mandato anche questa preghiera che rendo di nuovo pubblica sperando che qualche politico la legga e si decida a fare qualcosa per abolire finalmente la pena dell’ergastolo.



Preghiera degli ergastolani

Dio, siamo i cattivi, i maledetti e i colpevoli per sempre: siamo gli ergastolani, quelli che devono vivere nel nulla e marcire in una cella per tutta la vita.

Dio, nelle carceri italiane ci sono uomini che sono solo ombre, che vedono scorrere il tempo senza di loro e che vivono aspettando di morire.

Dio, molti ergastolani, dopo tanti anni di carcere, camminano, respirano e sembrano vivi ma in realtà sono già morti.

Dio, l’ergastolano non vive, pensa di sopravvivere e, in realtà, non fa neppure quello, perché l’ergastolo lo tiene solo in vita, ma questa non è vita.

Dio, nessun “umano” o “disumano” meriterebbe di vivere una punizione senza fine, tutti dovrebbero aver diritto di sapere quando finisce la propria pena.

Dio, nessun’altra specie vivente tiene un suo simile dentro una gabbia per tutta la vita; una pena che non finisce mai non ha nulla di umano e fa passare la voglia di vivere.

Dio, dillo tu agli “umani” che gli ergastolani non hanno paura della morte perché la loro vita non è poi così diversa dalla morte.

Dio, dillo tu agli “umani” che la pena dovrebbe essere buona e non cattiva, che dovrebbe risarcire e non vendicare.

Dio, dillo tu agli “umani” che una pena che ruba il futuro per sempre leva anche il rimorso per qualsiasi male uno abbia commesso.

Dio, dillo tu agli “umani” che solo il perdono suscita nei cattivi il senso di colpa, mentre le punizioni crudeli e senza futuro fanno sentire innocenti anche i peggiori criminali.

Dio, dillo tu agli “umani” che dopo tanti anni di carcere non si punisce più la persona che ha commesso il crimine, ma si punisce un’altra persona che con quel crimine non c’entra più nulla.

Dio, come fa a rieducare una pena che non finisce mai? E poi che senso avrebbe morire in cella rieducati? Dio, pensiamo che a te importi più che si possa ritornare rieducati fra gli uomini, a portare buone parole, che un rieducato morto, di cui neanche tu forse sapresti cosa farne...

Dio, dillo tu agli “umani” che l’ergastolo è una vera e propria tortura, che umilia la vita e il suo creatore.

Dio, dillo tu agli “umani” che la miglior difesa contro l’odio è l’amore e la miglior vendetta è il perdono.

Dio, non so pregare, ma ti prego lo stesso: se proprio non puoi aiutarci, o se gli umani non ti danno retta, facci almeno morire presto.


giovedì 26 luglio 2018

Lettera aperta di Carmelo Musumeci al criminologo con l’amore sociale nel cuore



Gentile Professor Nils Christie,
non sono sicuro se riuscirò a farle avere questa lettera, se riuscirò a tradurla in inglese e non so neppure se lei mi risponderà, ma ci provo lo stesso perché mi piacciono le imprese impossibili. Innanzitutto mi presento: sono un “uomo ombra”, così si chiamano fra di loro in Italia gli ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio penitenziario.
Sono un “cattivo e colpevole per sempre” destinato a morire in carcere se al mio posto in cella non ci metto qualcun altro, perché sono condannato alla “Pena di Morte Viva”, infatti in Italia una legge prevede che se non parli e non fai condannare qualcun altro al tuo posto, la tua pena non finirà mai e si esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale. Questa condanna è peggiore, più dolorosa e più lunga, della pena di morte, perché è una pena di morte al rallentatore, che ti ammazza lasciandoti vivo.
Professor Nils Christie, un amico sconosciuto, (le amicizie con gli sconosciuti sono le più belle), Tommaso Spazzali, che ha fatto la postfazione al suo libro nella versione italiana, mi ha inviato e donato il suo saggio. L’ho letto in un solo giorno e condivido molto i suoi pensieri e tutto quello che ha scritto. Anch’io penso che la mafia e la criminalità organizzata come tutti i poteri nascono dall’alto e non dal popolo e dai poveracci, ma piuttosto dai potenti e dai ricchi. Poi quando lo Stato-Mafia è in difficoltà manda in catene le persone che ha usato per raggiungere e mantenere il potere. Spesso in Italia sono proprio i mafiosi che urlano di lottare contro la mafia, per far credere che non sono mafiosi. Lo so, non ho prove per dimostrare queste affermazioni, ma io non sono un giudice (e neppure un criminologo) e non ho bisogno di prove perché non devo condannare nessuno, tento solo di pensarla diversamente da come lo Stato-Mafia vuole farmi pensare. Non so cosa accade negli altri Paesi, ma il carcere in Italia non ti vuole solo togliere la libertà, ti vuole anche possedere. Credo che sia impossibile “rieducare” un uomo che ha commesso un crimine se questo non si sente amato e perdonato dalla società.
Professor Nils Christie, a questo punto lei si domanderà perché le sto scrivendo.
Ebbene, sono tanti anni che lotto contro i mulini a vento, quasi da solo, per l’abolizione dell’ergastolo ostativo in Italia. Leggendo il suo libro mi sono fatto un’ idea della sua coscienza sociale e penso che lei non sia d’accordo che una persona possa essere cattiva e colpevole per sempre e murarla viva fino all’ultimo dei suoi giorni, senza neppure la compassione di ucciderla.
Per questo ho pensato di scriverle per chiederle di aiutarmi a fare conoscere all’estero la “Pena di Morte Viva” che esiste in Italia, unico Paese al mondo che se parli esci e se no stai dentro, come nel Medioevo.
Se vuole sapere qualcosa di me e dell’ergastolo ostativo, potrà trovare i miei scritti sul sito www.carmelomusumeci.com, curato dalla figlia che il cuore ha adottato e dal mio angelo (anche i diavoli a volte ne hanno uno)
Le invio un sorriso fra le sbarre.
Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, marzo 2013


Il Professore Nils Christie, nato a Oslo nel 1928, docente all’Università di Oslo, uno dei più noti criminologi a livello mondiale, ha avuto la mia lettera e mi ha scritto:

Caro Carmelo, innanzitutto grazie per la tua lettera. L’ho ricevuta in un ottimo inglese. Avrei dovuto rispondere molto tempo fa ma ho avuto dei problemi di salute. Ora sto di nuovo bene e mi preparo per un viaggio in Italia.
Dunque il sistema ostativo mi pare orribile. Non riesco a capire come può essere in accordo con le norme e le regole internazionali. Contatterò degli esperti di diritto internazionale e chiederò, poi cercherò di farti avere la loro risposta. Certamente parlerò di questo durante il mio viaggio in Italia.
Indipendentemente da quanto gli esperti possono dire, io voglio dire da uomo normale che questo sistema, per come l’hai descritto, è in contrasto con le regole dei rapporti che le persone normali hanno. Se capisco bene ciò che dici, il sistema ti chiede di dare informazioni su una altra persona, spesso un amico, per avere dei benefici. Nelle torture delle dittature questo sistema è talvolta usato perché uno denunci un altro. Il sistema di cui ho sentito in Italia è come una tortura.
Carmelo Musumeci

giovedì 7 luglio 2016

La “strega“ Doina al rogo - Carmelo Musumeci

Desidero iniziare questo articolo citando queste parole dell'ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che in galera passò lunghi anni: “Ricordatevi, quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi“. Oggi nella redazione di “Ristretti Orizzonti“ del carcere di Padova si è parlato e discusso del caso di Doina Matei, che, appena diciottenne, il 26 aprile 2007, uccise Vanessa Russo colpendola con la punta dell'ombrello in un occhio, dopo una lite in una stazione della metropolitana di Roma.
Da poco tempo, dopo nove anni di carcere, era in regime di semilibertà e lavorava in un ristorante di Venezia. A causa di alcune sue foto finite in rete (Facebook) dove appariva sorridente al Lido di Venezia, il magistrato di sorveglianza le ha sospeso il regime di semilibertà. E ora la ragazza è tornata in carcere a tempo pieno.
Questo triste episodio ha rafforzato in me l'idea che la società chiede giustizia, ma in realtà vuole e pretende solo vendetta. Io penso invece che una pena non dovrebbe mai essere una vendetta, ma piuttosto una medicina che dovrebbe servirti a guarire. È comprensibile il senso di “vendetta“ dei familiari delle vittime, ma è incomprensibile la vendetta di tutta la società. Non si può considerare una persona colpevole per tutta la vita, perché le persone cambiano e la vera colpa te la senti addosso anche se hai finito di scontare la tua pena perché non serve una pena lunga per sentirsi colpevole.
Sembra che più diminuiscono i reati e più la cosa dispiaccia a certi politici che sulla emergenza criminalità hanno costruito la loro fortuna elettorale e tutte le occasioni sono buone per urlare parole forcaiole e di odio. Io invece provo tanta pena per la “strega“ Doina, di nuovo messa al rogo, chiusa in una cella, sola e abbandonata per colpa di un sorriso immortalato in qualche foto andata sulla rete.
Chissà perché mi piace pensare che la vittima del suo reato, Vanessa Russo (colgo l'occasione per manifestare tutta la mia sincera solidarietà a tutti i suoi familiari), non sia d'accordo con la decisione del magistrato che ha sospeso il regime di semilibertà alla “strega“ rumena. Coraggio Doina, buona parte della società ci odia e non ci perdonerà mai del male che abbiamo fatto, ma non per questo dobbiamo smettere di tentare lo stesso di dimostrare che possiamo diventare persone migliori. In tutti i casi in uno “Stato di Diritto“ o in uno “Stato Illuminato“ la pena non deve mai essere certa, ma piuttosto necessaria. E quando questa non è più necessaria dovrebbe cessare, anche prima della sua scadenza, perché al male e al dolore non si dovrebbero aggiunge altro male e altro dolore se non ci sono dei ragionevoli motivi.
Sì, è vero, Doina ha ucciso, ma i casi sono due: o la “bruciamo“ al rogo o la puniamo tentando di farla diventare una persona migliore. Non vedo altre alternative.
Carmelo Musumeci
Carcere di Padova

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qui ne parla Adriano Sofri