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martedì 31 marzo 2026

I favoriti di Mida – Jack London

Una storia di Jack London, pubblicata nel 1901 e ambientato nel 1899, in un dozzina di pagine racconta di un misterioso ricatto.

Borges l’ha tradotta (qui), il titolo è Las muertes concéntricas.mm

qualche anno fa, da questo racconto, in Spagna hanno tratto una serie tv interessante (qui), con Luis Tosar.

sabato 8 marzo 2025

Nughedu in Russia. Natale con Francesco Masala - Gianfranco Murtas

  


Cicito Masala l’abbiamo perso nel 2007, lui novantenne custode di mille memorie e capace di mille racconti. E il tempo veloce che tutti divora pare averne indebolito la cura del nome, e perciò delle sue poesie e dei suoi drammi, delle sue storie e, con tutto questo, della sua stessa persona che non si è consumata soltanto nella scrittura, originale e suggestiva, ma invece s’è spesa anche nella militanza civile: dico meglio, in una documentata militanza civile sorella gemella di quella culturale nei lunghi anni della ricostruzione postbellica (ancora macchiata dalla emigrazione contadina), e in quelli dello sviluppo pur contraddittorio (fra benessere e omologazione, e secolarizzazione valoriale) di società ed economia in Sardegna ed in Italia… Così, fino ad arrivare alle stagioni di fine Novecento in cui un certo radicale nazionalitarismo di stampo etnicista (e sbocco illusoriamente indipendentista) - in lui sviluppatosi progressivamente tanto da divenirne sistema dottrinario – è sembrato farsi corpo politico, seminando sensibilità e infine però crollando in macerie per i cattivi strumenti con cui lo si voleva, da parte dei più sulla scena, affermare.

Meriterebbe, merita Cicito Masala non tanto che lo si celebri, ma che lo si studi per quanto ci ha lasciato. Sono ormai anziane – ché soprattutto di donne si tratta – le sue lontane allieve dell’Istituto Magistrale di Cagliari e qualcuna dovrebbe farsi promotrice di uno o dieci incontri per riunire ricordi e testimonianze. Un po’ come hanno fatto gli allievi di Francesco Alziator nell’Istituto Agrario del nostro capoluogo, tanto da farne infine un libro… Ma poi c’è il tanto che Cicito ha pubblicato, come critico d’arte – e direi più d’arte che letterario, ma anche letterario – sulla terza pagina de L’Unione Sarda, tanto più negli anni ’50 e ancora nel decennio successivo.

L’indimenticato nostro Gianni Filippini promosse, nel 2010, una raccolta di scritti di Salvatore Cambosu dandola alla stampa nella collana della Biblioteca dell’identità (Cambosu giornalista): e certo si trattò di una selezione severa, fatta con l’accetta, e direi anche ingiusta, perché restarono fuori fior di articoli che avrebbero meritato rifugio in un secondo e in un terzo e anche quarto volume, così anche a dare energia e coraggio a L’Unione Sarda che, a mio modestissimo e personalissimo avviso, dopo le grandi direzioni di Crivelli e Filippini, ha perso la sua anima divenendo tante cose diverse né tutte commendevoli (perfino, per dieci anni, una specie di foglio iperconformista, tutto esplicativo, cioè laudativo, delle pochezze berlusconiane e di corte!).

Una serie di volumi con la generosa e ragionata raccolta degli interventi sul giornale di autori come Masala appunto, o Mario Ciusa Romagna, o Bachisio Zizi, o Antonio Romagnino e almeno altri dieci collaboratori e anche redattori di alto rango – da Peppino Fiori a Filippo Canu, da Angelo De Murtas ad Alberto Rodriguez, e da Giuseppe Dessì a Mario Pinna –, ristorerebbe memorie che vanno coltivate, e potrebbe anche – se l’editrice ne fornisse le scuole – favorire, nelle forme adeguate di recupero, una sana confidenza dei ragazzi con lo strumento “giornale”, intendo il giornale cartaceo, con quante potenzialità educative (oggi mortificate) esso contiene.

Torno a Cicito Masala. Il 7 settembre 2016 – onorandone nome e lascito, nel centenario della nascita in Nughedu San Nicolò (era il 1916, tempo di grande guerra e di battaglie sull’Isonzo, all’indomani della dichiarazione di guerra italiana alla Germania e della impiccagione di Cesare Battisti) – mi provai, riportandomi a lui, amico e maestro, con un lungo articolo postato nel sito di Fondazione Sardinia (Francesco Masala e le sue suggestioni egualitarie, fra poetica e politica), a proporre un dettagliato repertorio sfuggito in parte ad altri censimenti, ancorché limitato a tre riviste evidentemente di “nicchia” e che, in qualche modo, mi coinvolgevano per studi particolari consegnati a stampe e conferenze. Mi riferisco a Riscossa (il periodico della risorta democrazia sassarese affidato alla direzione di Francesco Spanu Satta nel triennio 1944-1946), Il Convegno (rivista degli Amici del libro con direzione dal 1946 ed eterna di Nicola Valle) e S’Ischiglia (mensile bilingue fondata nel 1949 dal bonorvese Angelo Dettori con la preziosa collaborazione di Antonio Sanna). Integrando il tutto, ovviamente, con nuovi e forse inediti riferimenti bio-bibliografici (si pensi a Ichnusa di Antonio Pigliaru ed anche ai Quaderni oristanesi) ed a militanze associative utili alla maggiore e migliore esplorazione dell’uomo e del letterato.

In un recente spoglio delle raccolte de L‘Unione Sarda riferite agli anni ultimi della direzione Spetia ed ai primi della direzione Crivelli ho incrociato un breve e delizioso articolo – uno fra i primi della lunga collaborazione al quotidiano – di Cicito Masala che, dato il calendario natalizio, mi è parso oggi cosa santa “esumare” anche perché direttamente ricollegabile alla prosa del celebratissimo Quelli dalle labbra bianche e a tutte quelle pagine – pagine sparse – in cui lo scrittore è tornato ad evocare la terribile esperienza dell’aggressiva guerra fascista (o nazi-fascista) in Russia.

Si tratta dell’articolo “Ricordo di un Natale lontano” uscito su L’Unione Sarda del 25 dicembre 1953, insomma di 71 anni fa… Eccolo.

 

Ricordo di un Natale lontano

La notta è discesa all’improvviso: dentro questa isba logora ed isolata (che i comandi militari si ostinano a chiamare caposaldo B della linea Z) ci guardiamo, pochi uomini, addossati l’uno all’altro, in silenzio.

Il vento, come un lupo affamato, morde con denti di gelo la sterminata pianura incredibile di neve e luna.

A quest’ora nella nostra terra cominciano a suonare teneramente le campane di Natale. Caliamo lentamente in ricordi lontani, il viso tra le mani, dentro la nostalgia di cose che ci fanno male.

Nessuno di noi ha paura, non è questione di paura (noi siamo un caposaldo) e non temiamo molto quello che ci sta intorno, la morte bianca e senza volto, la voce spettrale della mitraglia: il cuore si va consumando in una pena inestricabile.

Non vedo più il volto dei miei soldati, chiuso dentro una lacrima; la mia infanzia mi guarda sgomenta: mi sembra di essere ancora un fanciullo, vicino a mia madre, la notte di altri Natali.

Ecco: quando dal campanile veniva il rintocco dell’Avemaria, tutti entravamo nella vecchia oscura cucina del pianterreno e ci sedevamo intorno al camino. Mio padre prendeva il ceppo più grande di cuore di quercia, il più grande di tutto l’anno, e lo metteva sulle fiamme: esso doveva durare fin dopo mezzanotte e noi trattenevamo il respiro, attenti, per paura che il nostro alito lo consumasse anzitempo, giacché la fine del ceppo segnava l’ora di andare a letto.

Noi non eravamo bambini molto vivaci e non gridavamo mai esitanti fra il volto severo di nostro padre e il labile dolcedolente sorriso pallido di nostra madre: eravamo paghi di sedere, in silenzio, almeno una volta all’anno, in mezzo alla confidenza dei grandi. Così, in tacita soddisfazione, stavamo appena suonava l’Avemaria di Natale.

Intanto dalla chiesa usciva l’incenso sulle strade a profumare la neve che cadeva morbida, quasi calda, dal cielo.

Non occorreva molto incenso per riempire tutte le strade del mio paese, quel mio piccolo paese fatto di pietra grigia, stretto ad oriente e ad occidente da due alte montagne nere. La luce veniva, la mattina, filtrando dalle rame di un altissimo cipresso e se ne andava, la sera, molto presto, moderando al di là di un altro altissimo cipresso: ambedue i cipressi erano di uno strano colore verderame e da essi si partivano due sentieri che si perdevano nelle montagne verso i pascoli e i prati gialli d’asfodeli dove erano le capanne dei pastori.

Dai sentieri dei cipressi, nella notte di Natale, venivano in paese tutti i pastori, anche quelli che erano banditi: veniva mio zio e portava l’agnello di latte e il formaggio fresco per la cena. Mo zio era alto e barbuto, vestito d’orbace, si sedeva con noi, nel camino, vicino a mio padre, in silenzio.

Per ultima entrava in cucina mia nonna che scendeva dal primo piano: ci alzavamo tutti a salutarla: essa si sedeva e molte parole si scambiavano i grandi mentre la notte s’inoltrava.

Poi suonava la campana grande per la messa di mezzanotte: allora mio padre, mia madre e mio zio si alzavano ed andavano in chiesa. Noi allora ci avvicinavamo alla finestra e guardavamo al di là dei vetri nella notte: dai sentieri dei cipressi venivano gli ultimi pastori portando alle loro case gli agnelli di latte per la cena e noi sentivamo gli esili belati con doloroso stupore. Nella vita, sotto la nostra finestra, le figure passavano lente, vestite di nero, e la neve cadeva e sui loro abiti neri i fiocchi di neve sembravano stelle d’avorio.

Dalla chiesa in preghiera veniva più forte il profumo dell’incenso e si spandeva per le vie e penetrava nelle case: tutto il paese era un tempio in attesa: e la campana grande suonava, suonava.

Poi la nonna ci chiamava e ci faceva sedere vicino al camino e parlava.

Le sue labbra serene di antica maestra di scuola distillavano allora per noi incantati paesaggi di neve e luna, infinite mandrie di agnelli, meravigliosi e dolci pastori (affatto differenti da quelli del mio paese) buoni e miti come angeli, nitidissime comete. Mentre essa filtrava magiche parole saliva dalla via il suono delle cornamuse: erano i pastori d’Abruzzo venuti dal continente, sul mare, a portarci le loro melodie ed a solcare di tristezza le strade della nostra isola. Qualche anno gli zampognari non venivano (a noi ci dicevano che il mare era in collera ed aveva divorato le barche) ed allora si formava un gruppo di uomini e donne che andava di porta in porta a cantare antichissime ninnenanne: anninnia-anninare-anninnare-anninnia.

Mia nonna allora ci parlava di antichi popoli scomparsi vissuti nella notte dei secoli nella nostra isola: essi vivevano dentro quelle nere case di pietra che erano sul monte ed adoravano i loro terribili iddii fatti di ferro e mangiavano sangue e carne cruda. Ma poi – continuava mia nonna – dall’oriente era venuta sui neri nuraghi una stella incantata e gli uomini erano usciti dalle loro nere case e avevano sorriso alla stella e avevano imparato ad amare ed avevano appreso a cullare i loro piccoli figli con dolcissime nenie: anninnare-anninnia-anninnia-anninare.

E così, piano piano – mentre la nonna parlava – la nostra cucina diventava la grotta di Betlem: la stella incantata rideva sugli occhi mansueti di un bue, sulle orecchie lunghe di un asino, sul viso di luce di una madre, sull’ansia tenera di un padre e sul luminoso figlio di un dio iridato di stelle: e, anninnia-anninnare, la voce della nonna continuava esile e dolce, tenue e malinconica e noi ci addormentavamo, il viso tra le mani e dormivamo, così, cullati dalla voce della nonna, anninnare-anninnia, dormivamo, così, al tepore del ceppo grande di Natale.

Noi dormivamo ed essa rideva custodendoci nel sonno fino a quando i grandi tornavano dalla messa di mezzanotte.

Allora ci svegliavamo e ci sedevamo tutti attorno alla grande tavola della cucina e mangiavamo l’agnello arrosto, il formaggio fresco, l’uva passa e il miele dorato: i grandi ci guardavano con un sorriso nuovo.

Il ceppo grande intanto si era andato consumando nel camino ed allora mio padre si alzava e si avvicinava a noi e ci dava un bacio: era quello l’unico bacio paterno di tutto l’anno. Poi mia madre ci metteva a letto e, prima di addormentarci, ci faceva dire una sua preghiera.

Ecco: «Signor Tenente, è tanto che piange: non pianga, non pianga, è Natale»: è il caporale Del Fa.

Non so se mi capirebbe il caporale Del Fa (o forse, penserebbe che a me sta per accadere quello che è successo al soldato Riva Mario che una notte pianse e non la smise più, fin a che non lo rimandammo indietro all’ospedale, al reparto psichiatrico) ma vorrei dirgli, ecco: «Sta tranquillo, Del Fa, tu non sai chi piange; vedi, non piango io, vedi, ma piange un fanciullo che stava vicino a sua madre la notte di un altro Natale».

da qui

lunedì 1 luglio 2024

L’ODORE DELLE COSE BRUCIATE - Giovanni Gusai

 

L’uomo soffoca un grido di dolore. Il vetro scheggiato della finestra da cui cerca di accedere al capannone si è impigliato alla manica della camicia. Lui rischiava di restare appeso per il tessuto, ha dato uno strattone e il vetro ha reciso la carne. La vista del sangue gli è indifferente. Stringe i denti per soffocare un’imprecazione e salta dentro. Si guarda intorno, procede svelto e silenzioso. Comprime la ferita con la mano. Quando arriva di fronte al cumulo informe sul fondo del magazzino, scosta il telone di plastica ed estrae la busta di nylon dal retro dei pantaloni. La depone a terra, tendendo i bordi e dandole la forma di un cestino. Sotto il telone ci sono sei sacchi di mangime sigillati. Mangime per galline. Nel settimo non c’è quasi più niente. Lo svuota con le mani, dentro la busta informe depositata sul cemento. Fa un nodo con i manici del sacchetto, nasconde le sei confezioni di mangime rimaste con il telone occhiellato, ed esce. Sulla strada del ritorno guarda la terra impolverargli i piedi e vede cadere una goccia di sangue scuro. Osserva il braccio, la manica è macchiata. Non fa male. Di tanto in tanto l’uomo si china e raccoglie delle erbe selvatiche. Una dozzina di steli quasi secchi, il brodo non uscirà granché. Pensa che sei sacchi sono ancora tanti, dovrebbero bastare fino alla fine. Se sapessi quand’è la fine, aggiunge – e se nessuno mi segue e porta via i sacchi. Gli sfuggono due lacrime, ma ha giurato che non avrebbe più pianto. Le asciuga subito. Ora la manica della camicia è sporca di moccio e polvere, di sangue e lacrime. Il campo ricomincia all’improvviso. Tutto, di quel luogo, è disperato. Ma l’uomo non si guarda attorno e balbetta un canto nella lingua di sua madre per distrarsi dal suono della morte incombente, fatto di maledizioni, preghiere e silenzi rassegnati. Lui stringe il sacchetto sul torso, sotto la camicia insanguinata, accoglie la sensazione del sudore a contatto con la plastica, preme con la mano per riconoscere la forma del mangime in pellet. Evita di incrociare gli sguardi. Ignora le grida. La puzza delle cose bruciate, invece. Quella ha preso il posto dell’aria che si respira. Il fuoco ingoia ogni cosa e vomita quest’odore. Dei cadaveri, della plastica, dei tessuti delle tende, o di ciò che queste cose, tutte le cose, furono e non saranno più. L’uomo combatte i conati e accelera, si arresta sul bordo del loro pezzo di campo. Stanno sotto una copertura di lamiera, hanno trovato una poltrona sfondata. Sua moglie e i bambini dormono lì, a turno. Lui ha un tappeto. Recupera il pentolino, lo riempie d’acqua gialla e accende il gas. Usano un fornellino da campeggio. Chissà da quale negozio è stato rubato. Non lo ricorda più. A un certo punto l’acqua bolle, e lui ci butta dentro le erbe selvatiche che ha appena raccolto. I bambini si sono spostati a giocare. La donna dorme. Ha perso venticinque chili. Venticinque è un modo per dire tanti. La bilancia l’hanno lasciata a casa, ma non esiste più. La casa intera. Con la bilancia, i giocattoli, l’armadio con i vestiti, il bagno e la nuova pianta appena travasata, nel vaso grande in salotto. Non esiste più niente, ora c’è solo odore di cose bruciate. Quelle erbe servono a fare un brodo. È molto pallido. È così chiaro da farti preoccupare se lo guardi. Probabilmente il colore glielo dà l’acqua, mica le erbe. È essenziale avere il brodo. Quand’è in temperatura ci butti dentro il mangime e con il cucchiaio puoi mescolare fino a creare un impasto denso. Come una polenta, ma del colore delle pozzanghere e un fetore nauseabondo. Poi lo tiri fuori, lo stendi sulla carta stagnola, fai delle polpette, le schiacci e le ripassi in pentola per formare una crosticina croccante e sono pronte. È una ricetta che ha inventato lui. Puzza come la merda sul fondo del pollaio, guardi le polpette e ti chiedi come sia possibile che non ci siano delle piume, come quelle che trovi sulle uova. Neanche le uova esistono più. Comunque quell’odore di mangime bollito impastato steso e abbrustolito scompare. Si fonde con la puzza del resto e se uno si stringe le narici mentre manda giù neanche lo sente. È questo che l’uomo ha raccontato ai bambini, di tapparsi il naso e mandare giù. Sono poco lontani, li vede: hanno qualcosa tra i piedi e la prendono a calci verso una coppia o l’altra di pietre, andando a memoria per ricordare dove passino le linee di bordo campo, delle aree e di fondo, tutto quello che serve per una partita. È curvo sul pentolino, le polpette cominciano a emanare l’odore di bruciato oltre il quale non si deve mai andare. A quel punto bisogna fermarsi, perché diventano davvero immangiabili. Le ridispone sulla stagnola tesa lì accanto, la moglie si sveglia e sorride come se Dio le abbia portato in sogno tutto il senso di fatica dell’umanità. L’uomo si stringe le ginocchia, ricambia con una curva delle labbra e si mette dritto. Sposta le mani sui reni come per tenersi. La manica destra della camicia è nera di sangue rappreso. Socchiude gli occhi contro il vento e la polvere. Brilla qualcosa sul suo volto di padre, una specie di gioia commossa, ma è un attimo. Perché poi, senza poter stare appresso alle immagini del cervello, pensa che non avrebbe mai voluto un futuro del genere per i suoi figli, si dà del padre irresponsabile, in quel pezzo di mondo non c’è niente di buono e lui li doveva portare via, anni fa, si maledice perché chi cazzo lo vorrebbe mai mangiare il mangime delle galline, e io devo chiamare i miei bambini a costringerli, perché non ho alternative, li individua nella mischia dei loro coetanei, confusi nella stessa effimera spensieratezza. Stacca le labbra per gridare, piega la lingua sui denti, la mano destra già piegata sul lato della bocca. Prende fiato. Ora grida e li chiama. Anzi, no. 

Un sibilo spacca il silenzio, diventa fuoco appena tocca terra. È un tuono senza pioggia, un terremoto piovuto dall’azzurro del cielo. Al posto del campetto improvvisato lascia un cratere, mille membra scomposte, da qualche parte anche quello che resta dei figli dell’uomo. Col grido del nome del primogenito spezzato in gola, sua moglie che, lui non lo sa, è morta adesso anche se camminerà sulla terra per qualche tempo ancora, un abisso nello sguardo, una promessa che sta per tradire: perché ora piangerà senza pensare a come smettere. Non ha canzoni di madre per distrarsi, nell’aria c’è di nuovo l’odore delle cose bruciate. Di tutte le cose bruciate. I corpi, le attese, i destini, suoi figli, le polpette di mangime, la terra di suo padre, le tende del campo, la rabbia impotente.

da qui



Guerra a Gaza: “Non voglio morire, mamma”. – Eman Alhaj Ali

Durante l’attacco israeliano che ha ucciso più di 270 palestinesi a Nuseirat, una donna racconta il terrore di fuggire dalle bombe e dai proiettili in un campo vicino.

Palestinesi camminano nel fumo e nella polvere dopo un attacco israeliano al campo profughi Nuseirat di Gaza, 8 giugno 2024 (Bashar Taleb/AFP)

La mia famiglia si è abituata alla monotonia della sopravvivenza. Siamo stati ripetutamente sfollati a causa dell’implacabile assalto di Israele a Gaza, che continua da più di otto mesi.
Le continue evacuazioni, le condizioni di vita anguste e la scarsità di beni di prima necessità hanno avuto un loro peso. Lo scorrere del tempo sembra essersi deformato e distorto. La stanchezza, la paura e la disperazione si sono mescolate in una nebbia insensibile e inarrestabile.
Ogni giorno è una lotta. Le nostre vite sono prive di gioia o felicità, bloccate in una routine senza fine. I miei fratelli fanno domande che mi spezzano il cuore, ricordandomi tutte le cose che abbiamo perso e che non possiamo riavere.
Quando le cose si fanno davvero difficili, cerco di fingere che tutto andrà bene, anche se non sono sicura che sia vero. Questa guerra è terrificante. L’esercito israeliano sta distruggendo Gaza ed è difficile sapere cosa succederà poi.
Il mio letto a casa, nel campo di al-Maghazi, nel centro di Gaza, era morbido e confortevole e mi faceva sentire al sicuro. Qualche mese fa, dopo che la mia famiglia è stata trasferita a Rafah, sono stata costretta a dormire su un terreno duro che mi faceva soffrire ogni volta che mi muovevo.
Siamo tornati rapidamente a Maghazi dopo aver appreso che Israele progettava di lanciare una nuova invasione di Rafah, incurante del benessere dei civili sfollati. Ma ora viviamo con un parente, poiché la nostra casa è stata bruciata e danneggiata, insieme a molte altre, quando le forze israeliane hanno invaso il campo.
I nostri pasti sono diventati gradualmente più scarsi e meno frequenti. Non possiamo procurarci cibo fresco né i piatti tradizionali che eravamo soliti gustare. Ricordo quando era facile comprare latte e uova; ora scarseggiano. È difficile vedere i miei fratelli più piccoli crescere senza il cibo di cui hanno bisogno per essere sani.

Congelati dallo shock

Sabato 8 giugno è iniziato come un giorno qualsiasi nella logorante routine di questa guerra, mentre mio padre cuoceva il pane sul fuoco (dato che non c’è il gas per cucinare) e io e mia madre preparavamo la colazione. Ma poi tutto è cambiato.
L’area di Maghazi, non lontana dal campo profughi di Nuseirat, doveva essere una zona sicura, ma gli eventi dell’8 giugno sono ormai impressi nella mia memoria per sempre.
Mentre io e i miei genitori preparavamo il pasto, i miei fratelli e le mie sorelle, giovani e spaventati, erano stretti al nostro fianco. Sono sempre in ansia per la minaccia dei bombardamenti israeliani e ci teniamo continuamente aggiornati sulle ultime notizie, cercando di anticipare quello che succederà. Ma non avremmo potuto prevedere gli eventi di quel giorno.
All’improvviso, l’aria si è riempita dei suoni assordanti degli spari, come un diluvio incessante.
Abbiamo aperto la finestra e guardato il cielo e il paesaggio davanti a noi cercando di capire cosa stesse succedendo. Non avevamo motivo di aspettarci un’invasione, poiché non c’era stato alcun avviso di evacuazione della zona. Ma guardando fuori dalla finestra, abbiamo visto carri armati e artiglieria a pochi metri di distanza.
Mentre eravamo in piedi, congelati dallo shock, ci siamo resi conto che le nostre vite a Gaza potevano essere stravolte in un istante. La gente gridava per le strade, invitandoci a abbondonare l’area in fretta. È stato il momento più terrificante della nostra vita, quando abbiamo capito che eravamo circondati e non sapevamo dove andare.
Il caos nelle strade è stato spaventoso. Siamo fuggiti con i soli vestiti che avevamo addosso e una borsa con i documenti essenziali, abbandonando tutto ciò che possedevamo. I miei fratelli sono scoppiati in lacrime, in preda al panico improvviso.

Nessuna destinazione chiara

Mentre afferravo le loro mani, la mia unica preoccupazione era quella di garantire la nostra sopravvivenza. Pensavo solo a mantenere in vita la mia famiglia, a prescindere da ciò che avremmo perso. I suoni degli spari e dell’artiglieria riempivano l’aria e le strade erano un mare caotico di persone che fuggivano per salvarsi la vita.
Ho visto una madre che stringeva il suo neonato, un uomo che portava la madre anziana e una donna incinta che lottava per camminare, tutti disperati per sfuggire al pericolo.
Il bombardamento costante era terrificante. Correvamo per le strade, senza una chiara destinazione in vista. Le bombe esplodevano nel cielo mentre fuggivamo; persino il rifugio di un campo vicino sembrava essere in pericolo, mentre i residenti in fuga ci avvertivano che l’artiglieria si stava avvicinando e che dovevamo scappare il più velocemente possibile. Abbiamo continuato a correre per la nostra vita, incerti su ciò che ci aspettava.
A un certo punto, abbiamo dovuto attraversare la strada di fronte ai carri armati israeliani, sapendo che potevano prenderci di mira in qualsiasi momento. Il pensiero di essere colpiti da schegge o da un razzo vagante era terrificante.
Siamo sopravvissuti per miracolo, sfollati per la sesta volta in questa guerra. La mia sorellina piangeva: “Non voglio morire. Non voglio morire, mamma. Non abbiamo portato i giocattoli da casa”.
L’aria era bianca di polvere, non riuscivamo a vederci. I proiettili scoppiavano intorno a noi. Un elicottero volava basso, sparando a chiunque si muovesse per le strade. Abbiamo continuato a correre e alla fine abbiamo trovato rifugio a Zawayda.
Più di 270 persone sono state uccise nell’orribile massacro compiuto da Israele nel campo di Nuseirat e altre centinaia sono rimaste ferite. Le squadre di soccorso sono state sommerse da tutte le richieste di aiuto. Ringrazio Dio perché io e la mia famiglia siamo sopravvissuti all’attacco improvviso a Maghazi, dove ora siamo tornati, anche se solo per sopravvivere al prossimo massacro.

(Eman Alhaj Ali è una giornalista freelance, scrittrice e traduttrice con sede a Gaza.

Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org)

da qui

mercoledì 20 dicembre 2023

La svestizione – Tersite Rossi

 

Una storia che sa di cravatte inutili, lavori dannosi e savana rurale

 

Cominciai dalla cravatta.

Una mattina mi guardai allo specchio mentre mi facevo il nodo e mi domandai che senso avesse quel gesto, che avevo fatto centinaia e centinaia di volte. Che senso avesse quella cravatta. Che senso avesse la cravatta. Forse fu la difficoltà nel fare il nodo a quel particolare modello trendy che mi ero comprato da poco, forse che, nonostante la prima impressione in negozio, ora non mi piacesse proprio più, fatto sta che me la levai e al lavoro ci andai senza.

Nessuno si accorse di nulla, eccetto la mia segretaria, particolarmente attenta a ogni cosa mi riguardasse.

- Niente cravatta, oggi, dottor Campolongo?

Le sorrisi.

- No, niente cravatta.

Sorrise pure lei, a quel punto.

- Se posso permettermi, sta meglio così - mi disse.

La ringraziai ed entrai nel mio ufficio.

Quel giorno, trascorso senza cravatta, mi parve di aver lavorato meglio del solito.


Poi fu la volta della ventiquattrore. Me ne portavo sempre dietro una. Ma di fatto non c’era mai dentro niente d’importante. Eliminai pure quella. Senza cravatta e senza ventiquattrore, mi sentii più leggero, più libero. Decisi quindi di proseguire con sistematicità in quell’azione di alleggerimento.

Una sera aprii il mio enorme armadio con il proposito di sbarazzarmi di tutti i capi d’abbigliamento che non indossavo da oltre un anno. Quando finii, dentro era rimasto solo un quarto della roba che c’era prima. E pure quella, mi dissi, meritava una sfrondata, ma decisi di occuparmene in un secondo momento. Guardai i vestiti scartati: era impressionante, in particolare, e assolutamente ridicola, la quantità di calzini che avevo ammucchiato negli anni.

Feci la stessa cosa con le scarpe. Degli oltre quaranta paia in mio possesso, ne lasciai dentro la scarpiera soltanto otto. Come nel caso dei vestiti, quella scartata era tutta roba in perfetto stato, e pure particolarmente costosa, solo che non la usavo mai.

Caricai tutti gli scarti sull’auto e li consegnai a un’associazione benefica dove lavorava un mio conoscente. Stavolta immigrati e indigenti si sarebbero vestiti come signori e non con le solite cose sdrucite e strappate di cui in genere si sbarazza la gente.

Quell’operazione ecologica, come la chiamai, non si fermò lì. Era solo all’inizio.


Una sera, mentre cenavo, mi domandai a cosa servisse mai la tovaglia. La eliminai e iniziai a mangiare direttamente sul tavolo, senza sentirne affatto la mancanza.

Passai a occuparmi dell’utensileria da cucina. Vivevo da solo, eppure, complice il fatto di avere una lavastoviglie enorme, possedevo una quantità di pentole, piatti, bicchieri e posate sufficiente per un piccolo ristorante. Chiusi per sempre la lavastoviglie, tenni per me solo lo stretto necessario, lavandolo dopo ogni pasto, e mi sbarazzai del resto, che di nuovo andai a consegnare all’associazione del mio conoscente, dove tutti cominciavano a guardarmi con gratitudine, ma anche incredulità e persino preoccupazione, come si guarda un matto.

A un certo punto, quando casa mia, un appartamento di 160 metri quadri con quattro camere e due bagni, risultò così svuotata che a parlarci dentro si sentiva l’eco, decisi che era proprio di quell’appartamento enorme che dovevo sbarazzarmi, e così feci. Ne comprai uno grande meno della metà e mi fu più che sufficiente. In quella nuova casa, la lavastoviglie non c’era.


La vera svolta, però, arrivò solo quando mi liberai dello smartphone. Avevo già provveduto a eliminare tutti i miei account digitali, lasciando attiva solo la posta elettronica. Quando mi disfai anche dell’oggetto che principalmente mi era servito a gestire per anni tutta quella paccottiglia di notifiche, messaggi e comunicazioni completamente inutili, tutti mi presero per matto sul serio. Eppure, superate alcune iniziali difficoltà (tra cui la più grande fu trovare in sostituzione un telefono cellulare di vecchio tipo, forse non intelligente ma senz’altro più discreto), a tutti dimostrai che si poteva vivere tranquillamente anche senza uno smartphone (ci avrei messo poco a capire che si poteva vivere tranquillamente facendo a meno di un qualunque telefono). 

Fu quello il momento in cui tornai ad accorgermi piacevolmente, come non mi accadeva da quando ero un ragazzino, di quanto poteva essere lunga una giornata. Iniziai a impiegare il mio tempo passeggiando in campagna e leggendo saggi e romanzi presi in prestito dalla biblioteca, alla quale avevo già ceduto tutti i libri che avevo in casa (pochi a dire il vero, senz’altro meno dei calzini), e che nessuno mai avrebbe più riaperto, se lì fossero rimasti. L’unico che avevo tenuto era “Walden” di Thoreau, perché era diventato la mia guida nel mondo.


Fu proprio sulla scorta di Thoreau che capii qual era il successivo orpello di cui dovevo sbarazzarmi: il mio lavoro. In ufficio da tempo mi guardavano tutti con grande allarme, come fossi un alieno pericoloso. Arrivare indossando sempre gli stessi capi d’abbigliamento, non stirati e ormai piuttosto stazzonati, e le solite scarpe (me n’ero lasciate solo due paia, quelle invernali e quelle estive), aveva spinto non solo la mia segretaria, ma ogni altro mio collega a pensare che mi fosse venuta a mancare più di qualche rotella. Solo che io ero il loro capo, e nessuno poteva contestarmi niente. D’altronde, pur vedendomi mal vestito e mal calzato, non poterono certo dire che avessi iniziato a svolgere male il mio lavoro. Anzi, senza le distrazioni digitali e il conseguente sovraccarico cognitivo, ero più lucido e quindi prendevo decisioni migliori. Lo studio legale cominciò ad avere più successo di prima. Il problema era che anche quel lavoro, come in pratica ogni altra cosa della mia vecchia vita, era sostanzialmente inutile e a ben vedere dannoso: si faceva carico di questioni che avrebbero potuto risolversi in poco tempo col buon senso e invece, prese in mano dalla mia squadra di azzeccagarbugli, si ingigantivano sempre più fino a trasformarsi in vere e proprie guerre legali, infinite e senza quartiere. Fu così che presi la decisione di chiuderlo, ponendo fine anche a quell’insensatezza.

Il passo successivo, l’ultimo che potevo compiere, fu liberarmi del mio patrimonio, che non era poca cosa. Creai una fondazione che per statuto avrebbe dovuto preoccuparsi di rendere il mondo un posto migliore dal punto di vista sociale e ambientale, e le cedetti tutto quello che avevo, lasciandomi giusto il necessario per sopravvivere ancora per qualche tempo.

Poi chiamai (con un telefono pubblico che faticai parecchio a trovare) un mio vecchio amico, che da quasi vent’anni faceva il missionario in Africa, e gli domandai se laggiù avesse per caso bisogno di una mano.

- Ma non eri ateo? - reagì sorpreso.

- Sì, e lo sono ancora. È un problema? - gli domandai.

- No - mi rispose.


Charre è un villaggio nel nord del Mozambico, vicino al confine con il Malawi. Charre è l’Africa rurale. Charre è i baobab centenari in mezzo alla savana, che mentre scrivo si tinge di giallo in attesa delle piogge. Charre è la gente semplice, che vive coltivando mais e fagioli, allevando capre e mucche, gente che ancora si toglie il cappello quando ti incontra per strada, che ti stringe la mano incallita dalla zappa. Charre è dove manca tutto, tranne il sorriso e la voglia di vivere.

Qui alla missione siamo in quattro: Joaquin, Abelardo, Andrea e io, l’unico senza saio. I contadini ci accolgono come ospiti attesi da tempo, ci raccontano la loro vita, insegnano più loro a noi che noi a loro, e insieme a loro mangiamo con le mani polenta e gallina, ci laviamo come possiamo, dormiamo per terra in una capanna.

Per quattro mesi all’anno questi posti rimangono sommersi dalle acque. Ad aprile, quando le acque si ritirano, i contadini, dopo essersi rifugiati nelle zone più alte, tornano a valle, dove la terra è più fertile. Ogni anno, dopo le inondazioni, ricostruiscono le loro capanne. E io, che non ho più niente al mondo tranne loro, cerco di aiutarli.

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giovedì 13 luglio 2023

ricordo di Milan Kundera (anche con un film)

 

con un suo racconto (ripreso da sagarana.net), nelle parole di Francesco M. Cataluccio e Carlos Fuentes, in un documentario (sottotitolato in italiano), su Arte.tv, e in un gran film, in italiano (tratto da Lo scherzo di Milan Kundera, per la regia di Jaromil Jires)

martedì 13 settembre 2022

ricordo di Javier Marías

 

In viaggio di nozze - Javier Marías

Mia moglie si era sentita poco bene ed eravamo rientrati in fretta nella camera del nostro albergo, dove lei si era infilata a letto con i brividi e un po’ di nausea e un po’ di febbre. Decidemmo di non chiamare subito un medico e vedere se per caso non le passasse e perché quello era il nostro viaggio di nozze, e in quel viaggio non si vuole l’intrusione di un estraneo, sia pure soltanto per una visita. Doveva essere una lieve nausea, una colica, una cosa qualunque. Eravamo a Siviglia, in un albergo che si trovava al riparo del traffico grazie a uno spiazzo che lo separava dalla strada. Mentre mia moglie si addormentava (sembrò che si addormentasse non appena la misi a letto e la coprii), decisi di rimanere in silenzio, e il modo migliore per riuscirci e non vedermi tentato di fare rumore o di parlarle per non saper che fare era affacciarmi al balcone e guardare la gente che passava, i sivigliani, come camminavano e com'erano vestiti, come parlavano, anche se, a causa della relativa distanza della strada e del traffico, non sentivo altro che un brusio. Guardai senza vedere, come fa chi arriva a una festa in cui sa che l’unica persona che gli interessa non ci sarà perché è rimasta a casa con il marito. Quella persona unica era con me, dietro le mie spalle, vegliata dal marito. Guardavo fuori e pensavo a dentro, ma a un tratto individuai una persona, e la individuai perché a differenza delle altre quella persona se ne stava immobile al suo posto. Era una donna di una trentina d’anni a giudicare così da lontano, indossava una camicia azzurra quasi senza maniche e una gonna bianca e scarpe con il tacco alto anch'esse bianche. Stava aspettando, il suo comportamento era d’inequivocabile attesa, perché di tanto in tanto faceva due o tre passi a destra e a sinistra, e all'ultimo passo trascinava un po’ il tacco appuntito d’un piede o dell’altro, con un gesto di trattenuta impazienza. Sospesa al braccio aveva una grande borsa, come quelle che nella mia infanzia portavano le madri, mia madre, una grande borsa nera sospesa al braccio in modo antiquato, non appesa alla spalla come si portano adesso. Aveva gambe robuste, che si conficcavano saldamente a terra ogni volta che tornavano a fermarsi nel punto scelto per la sua attesa dopo il minimo spostamento di due o tre passi e il tacco trascinato dell’ultimo passo. Erano tanto robuste che finivano per annullare o assimilare quei tacchi, erano le gambe a conficcarsi nel pavimento, come un coltello a serramanico nel legno molle. A volte ne piegava una per guardare dietro di sé e stirare la gonna, come se temesse qualche piega che potesse imbruttirle il sedere, o forse si sistemava le mutandine ribelli attraverso la stoffa che le copriva.

Stava scendendo la sera, e la perdita graduale di luce mi faceva vedere quella donna sempre più solitaria, più isolata e più condannata ad aspettare invano. La persona che le aveva dato appuntamento non sarebbe venuta, Se ne stava al centro della strada, non si appoggiava al muro come fanno di solito quelli che attendono per non rallentare il passaggio di quelli che non aspettano e passano, e perciò aveva problemi a schivare i passanti, qualcuno le disse qualcosa, lei rispose stizzita e lo minacciò con la borsa enorme.

A un tratto sollevò lo sguardo, verso il terzo piano dove mi trovavo io, e mi sembrò che fermasse i suoi occhi su di me per la prima volta. Scrutò, come se fosse miope o portasse lenti a contatto sporche, stringeva un poco gli occhi per vedere meglio, mi sembrò che stesse guardando proprio me. Ma io non conoscevo nessuno a Siviglia, anzi, era la prima volta che andavo a Siviglia, nel mio viaggio di nozze con la mia moglie così recente, dietro alle mie spalle malata, c’era da sperare che non fosse niente. Sentii un mormorio venire dal letto, ma non girai la testa perché era un lamento che veniva dal sonno, si impara a distinguere subito il suono addormentato di colui con cui si dorme. La donna aveva fatto qualche passo, adesso nella mia direzione, stava attraversando la strada, schivando le auto senza andare a cercare un semaforo, come se volesse avvicinarsi in fretta per accertarsi, per vedermi meglio affacciato al mio balcone. Tuttavia camminava con difficoltà e con lentezza, come se non fosse abituata a quei tacchi o se le sue gambe così vistose non fossero fatte per loro, o le facesse perdere l’equilibrio la borsa o fosse in preda a un capogiro. Camminava come aveva camminato mia moglie quando si era sentita male, entrando in camera, io l’avevo aiutata a spogliarsi e a infilarsi nel letto, l’avevo coperta. La donna della strada finì di attraversare, adesso era più vicina ma ancora distante, separata dall’albergo dallo spiazzo che lo separava dal traffico. Continuava a tenere lo sguardo fisso in alto, guardava verso di me o alla mia altezza, l’altezza del palazzo in cui io mi trovavo. E allora fece un gesto con il braccio, un gesto che non era di saluto né di avvicinamento, intendo dire di avvicinamento a un estraneo, ma di appropriazione e di riconoscimento, come se fossi io la persona che aveva aspettato e il suo appuntamento fosse con me. Era come se con quel gesto del braccio, coronato da un mulinello veloce delle dita, volesse afferrarmi e dicesse: “Tu vieni qua”, o “Sei mio”. Allo stesso tempo gridò qualcosa che non riuscii a sentire, e dal movimento delle labbra capii soltanto la prima parola, che era “Ehi!”, detta con indignazione, come il resto della frase che non era arrivata sino a me. Continuò a venire avanti, adesso si toccò il retro della gonna con più ragione, perché sembrava che chi doveva giudicare la sua figura ormai fosse di fronte a lei, l’atteso poteva apprezzare adesso come le stava quella gonna. E allora potei sentire quel che stava dicendo: “Ehi! Ma che cosa ci fai lì?” Il grido era più udibile adesso, e vidi meglio la donna. Forse aveva più di trent’anni, gli occhi sebbene chiusi di continuo mi sembrarono chiari, grigi o color prugna, le labbra grosse, il naso un po’ largo, le narici veementi per la rabbia, doveva avere aspettato per molto tempo, molto più tempo di quello trascorso da quando l’avevo individuata. Camminava traballante e inciampò e cadde sullo spiazzo, macchiandosi subito la gonna bianca e perdendo una delle scarpe. Si rialzò con fatica, senza voler toccare il pavimento con il piede scalzo, come se temesse di sporcarsi anche la pianta adesso che la persona del suo incontro era arrivata, adesso che doveva avere i piedi puliti nel caso glieli avesse visti l’uomo con cui s’era data appuntamento. Riuscì a infilarsi la scarpa senza appoggiare il piede a terra, si passò una mano sulla gonna e gridò: “Ma che cosa ci fai lì? Perché non mi hai detto che eri già salito? Non lo vedi che t’aspetto da un’ora?” (lo disse con chiaro accento sivigliano, con il seseo). E mentre lo diceva, fece di nuovo il gesto dell’afferrare, un colpo secco del braccio nudo in aria e il roteare delle dita rapide che lo accompagnava. Era come se mi stesse dicendo “Sei mio” o “Io ti ammazzo”, e con il suo movimento potesse prendermi e poi trascinarmi, un artiglio. Questa volta gridò così forte ed era ormai tanto vicina che temetti potesse svegliare mia moglie nel letto.
– Che cosa succede? – disse mia moglie debolmente.
Mi girai, s’era messa a sedere sul letto, con occhi spaventati, come quelli di una malata che si sveglia e non vede ancora niente né sa dove si trova né perché si sente così confusa. La luce era spenta. In quel momento era una malata.
– Niente, torna a dormire, – risposi.
Ma non le andai vicino per accarezzarle i capelli o per rassicurarla, come avrei fatto in qualunque altra situazione, perché non mi sarei potuto allontanare dal balcone, e avrei potuto a malapena distogliere per un attimo lo sguardo da quella donna che era convinta di aver preso un impegno con me. Adesso mi vedeva bene, ed era indiscutibile che fossi io la persona con cui aveva fissato un appuntamento importante, la persona che l’aveva fatta soffrire nell'attesa e l’aveva offesa con la mia protratta assenza. “non l’hai visto che ti stavo aspettando lì da un’ora? perché non mi hai detto niente!”, urlava furiosa adesso, ferma davanti al mio albergo e sotto il mio balcone. “Mi sentirai! Io ti ammazzo!”, gridò. E di nuovo fece il gesto con il braccio e con le dita, il gesto che mi afferrava.
– Ma che cosa succede? – domandò di nuovo mia moglie, sconcertata, dal letto.
In quel momento mi feci indietro e socchiusi la portafinestra del balcone, ma prima di farlo potei vedere che la donna della strada, con l’enorme borsa antiquata e le scarpe con i tacchi a spillo e le gambe robuste e il procedere traballante, scompariva dal mio campo visivo perché ormai stava entrando in albergo, pronta a salire alla mia ricerca perché l’appuntamento avesse luogo. Provai un senso di vuoto nel pensare a che cosa avrei potuto dire a mia moglie malata per spiegare l’intrusione che era sul punto di verificarsi. Eravamo in viaggio di nozze, e durante quel viaggio non si vuole l’intrusione di un estraneo, anche se io non dovevo essere un estraneo, credo, per chi ormai stava salendo le scale. Provai un senso di vuoto e chiusi il balcone. Mi preparai ad aprire la porta.

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Javier Marías, c'è chi dice no

Letteratura, politica, premi e denaro. Sono questi i protagonisti di una vicenda particolare che ha visto lo scrittore spagnolo Javier Marías rifiutare il Premio Nacional de Narrativa, con cui il governo premia il miglior libro elargendo all'autore 20 mila euro

Marías è stato investito del riconoscimento grazie al romanzo Los enamoramientos, ma non ha voluto accettare il premio per motivi ideologici. «Lo Stato non ha nulla da darmi per il compito di scrittore che ho scelto di mia iniziativa.» Che dire, un tipo bello tosto, che non ha fatto una piega davanti a tutti quei quattrini perché, come dice, ha sempre rifiutato di legarsi alla politica, di qualsiasi partito, evitando di intascare denaro pubblico. All'inizio dell'anno aveva già rifiutato altri 15 mila euro per un premio analogo e ha chiesto di essere escluso dalla lista del prestigiosissimo premio Cervantes. Ovviamente la posizione dello scrittore ha alzato un polverone, suscitando l'irritazione di molti, compreso Marcos Giralt Torrente, il vincitore uscente del Premio Nacional.

Ma Javier Marías è irremovibile. La sua avversione nei confronti delle istituzioni governative ha ragioni profonde, legate alla storia del padre, l'illustre filosofo Julián Marías che non ottenne mai alcun riconoscimento ufficiale dalla Spagna. La sua scelta può far discutere, ma in un'epoca in cui la cultura si lega a doppio filo con il business e sembra essere lontana anni luce dalla tensione morale del passato, questo gesto acquista un valore particolare e ci dice che alla letteratura non serve la paghetta ministeriale, perché fortunatamente i buoni libri non scadono, mentre i governi sì.  

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“Ante la noticia de que mi novela Los enamoramientos ha sido distinguida con el Premio Nacional de Narrativa de este año, quisiera agradecer profundamente, antes de nada, la gentileza y la generosidad de los miembros del jurado por haberla tenido en tanta consideración.

Al ser este un galardón institucional, oficial y estatal, otorgado por el Ministerio de Cultura, no me es posible, sin embargo, aceptarlo. Lamentaría que esta postura mía se viera como un desdén hacia nadie. No lo es. Se trata solamente de una cuestión de consecuencia. Es decir, de mi deseo de ser consecuente.

Desde hace muchos años no he aceptado ninguna invitación de los institutos Cervantes, ni del Ministerio de Cultura, ni siquiera de las Universidades públicas o de Televisión Española. Durante todo este tiempo he esquivado a las instituciones del Estado, independientemente de qué partido gobernara, y he rechazado toda remuneración que procediera del erario público. (...) Y en verdad lamento no poder aceptar lo que en otras épocas habría sido tan sólo motivo de alegría".

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ricordi di Javier Marías


Pace e guerra - Javier Marías

La pace, purtroppo, è sempre solo apparente, e transitoria, una messinscena. Lo stato naturale del mondo è la guerra. Spesso aperta, e se no, latente, o indiretta, o semplicemente rinviata. Ci sono sempre vaste porzioni dell’umanità che cercano di danneggiarne altre, o di strappare loro qualcosa, regnano sempre il rancore e la discordia, e quando non regnano si preparano e stanno in agguato.

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martedì 26 luglio 2022

Genova, Bolzaneto - Simone Pieranni

 

Ma a Bolza in realtà ignoravano che dentro a quel delirio sarebbe finito anche il nostro piccolo stagno periferico, perché noi che abitavamo vicino alla caserma non eravamo di Genova ma neanche di Bolzaneto: eravamo in una zona senza nome

(Questo racconto del giornalista e scrittore genovese Simone Pieranni è parte del terzo numero di dinamoprint: Dov’è finita la globalizzazione? ORDINALO)

 

All’inizio a noi di Bolza dava un po’ fastidio che Genova (come chiamavamo noi il “centro”) fosse blindata. Significava non poter partire verso mezzanotte per andare andare in giro nella vicolanza a raccogliere quello che rimaneva dell’alcool nei locali – che non erano mica tanti come adesso, anzi – e cercare un po’ di scitto da fumarsi tornando indietro o da lasciare a quelli che poi andavano a fare le scianche sui rettilinei verso la Caserma o in Fillak che allora il Ponte stava su bello fermo e a noi piaceva tutto sommato, anche perché altrimenti per andare di là, a ponente, dovevi fare delle strade che puzzavano già di Savona al primo metro.

Dal fruttivendolo o nei bar marci, con vista campo rom e più indietro lo scheletro della raffineria Sanac abbandonato, c’era tutto sto parlare, in particolare delle mutande appese nei vicoli e del pesto senza aglio che voleva fortemente Berlusconi, infastidito da questa città di mare che con quelli come lui, come dire, aveva già ampiamente dato.

Anche se la scelta di Genova era stato di baffetto D’Alema, un’altra cosa che non dimentichiamo, neanche oggi.

La vita da reclusi dei fighetti del centro storico sinceramente ci faceva ridere, sai che menata, oddio, non poter comprare la spezia cool, non poter sfoggiare il vestito etnico comprato in Uganda o non poter fare i milanesi di merda con sti aperitivi ridicoli che noi a Bolzaneto i milanesi li avremmo impallinati già all’uscita dell’autostrada; i più social già allora, che significava leggere qualche giornale e farsi qualche domanda, il contrario di quanto significhi oggi, si chiedevano che delirio sarebbe successo.

 

Ma diciamoci la verità: sapevamo tutti che sarebbe venuto giù il mondo. Bastava passare per “le alte” per andare in centro, con la macchina di sera nei giorni precedenti al 19 luglio 2021, per capire anche senza averli vissuto che il clima era quello del 1960. Si sentiva che il momento sarebbe stato storico e secondi alcuni – ma eravamo ancora in vena di risate – tutto era cominciato con il concerto di Manu Chao e via a mettere gli Iron nello stereo della Ritmo nera. Solo che stavolta non ci sarebbero stati i fascisti dall’altra parte, ma tutto lo Stato, anzi gli 8 Stati.

E le avvisaglie erano già state abbastanza chiare, almeno che uno veramente non volesse vedere per principio: alle guardie a marzo era già stata concessa una giostra gratis a Napoli, per allenarsi.


Ma a Bolza in realtà ignoravano che dentro a quel delirio sarebbe finito anche il nostro piccolo stagno periferico, perché noi che abitavamo vicino alla caserma non eravamo di Genova ma neanche di Bolzaneto: eravamo in una zona senza nome, che infatti sarebbe stata da lì a poco perfino cancellata; quelle case non esistono più oggi, e non esistevano più prima che Genova tornasse nelle cronache quotidiane con un altro disastro, il crollo del ponte Morandi. Ora non è per questione di campanilismo ma quando dite Genova per parlare della caserma di Bolzaneto o del ponte Morandi dovreste imparare anche a dire dove si trovano: nella Valpolcevera.

Non so dire se ho mai visto in vita mia il Polcevera, questo torrente arido come i nostri sentimenti di allora, con un po’ d’acqua; forse in occasione di qualche alluvione, parola che dalle nostre parti impari presto, perché prima o poi accade.

E non pensavamo che nella nostra faretra delle sfighe dovesse arrivare anche quella di una caserma lì vicino, che quasi non sapevi neanche ci fosse, che lo sapevi perché qualche caramba ogni tanto si fermava in qualche bar e l’aria diventava pesante, che quelle erano zone vicino al Giro del vento, dove un tempo la malavita aveva detto la sua e che a nessuno piaceva frequentare granché.


E ovviamente poi sarebbero spuntati i grossi, quelli che fanno i pazzeschi e che in piazza mai visti: belin belan dovevamo menarli mentre si bevevano il bianchino, e giù leggende metropolitane di ho sentito un canazzo dire che, di ho sentito sbirri che avrebbero detto che, di giornalisti che avrebbero detto che. Ma poi il 20 e il 21 saranno stati a Vesima: di sicuro non erano in piazza. Resta il fatto che le abbiamo prese e le abbiamo date, sul campo. Ma in realtà abbiamo preso un cappotto storico, roba da 8-0 e a casa.

Via Tolemaide, foto in alto di Gianluigi Gurgigno e Valentina Fusco

Ancora oggi qualcuno mi chiede: ma dov’eri durante quei giorni? Ma davvero me lo stai chiedendo: dove poteva essere un avanzo di famiglia impiegatizia, fomentato dai racconti dei reduci a loro volta fomentati dai racconti dei reduci e chissà da quante generazioni di reduci che la voglia di menare le mani era talmente alta che quando si avvicinava i giorni clou sembravamo delle scimmie sotto cocaina.

Ma poi: ha davvero importanza dove era una persona, quando in trecentomila sono arrivati, si sono presi la città e per una volta i genovesi si sono mischiati e diventando parte di quei 300mila l’hanno anche lasciata a loro:

fate quello che volete e anzi vi diremo di più, se salta qualche aiuola me ne vado a battere il belino sugli scogli, “perché il 1960” e “La liberazione DA SOLI senza aiuto di nessuno”, e ci mancava che qualcuno tirasse fuori quando avevamo spaccato il culo ai pisani. Ha davvero importanza? No, non ne ha.


E quando poi torni a casa e dici, belin che delirio ma magari è finita, arriva una voce tonante e non è quella di tua madre che fa un sospiro quando sente le chiavi entrare nella stoppa e quando si apre la porta e vede che sei tu, e non uno sbirro, un infermiere, un amico con la faccia di chi sta per dire una cosa brutta, è una voce tonante interiore che dice, “ma magari”. Perché un ragazzo è morto intanto e hai voglia a consultare cartine, mappe e poi a distanza di anni rivedere video. E allora ti ritrovi lì, in via Tolemaide, ti volti e vedi i carabinieri che cominciano a caricare un corteo autorizzato e da lì parte quella gragnuola di sentimenti appesi ai caschi, agli scudi, svolazzanti tra bidoni della spazzatura e vie, via caffa, via crimea, via casaregis e indovina un po: piazza Alimonda.

Che fino ad allora ci andavo alle riunioni della Fossa, quando ancora si proponeva di buttare merda da un elicottero sulla gradinata di quegli altri. Ma non è finita lì, perché poi sto delirio arriva per forza e arriva sotto casa, anzi arriva vicino a casa. Camionette che scaricano immondizia: così ho immaginato, leggendo anni dopo gli atti del processo, le testimonianze, un due tre pinochet, ti stupro come in Bosnia, zecche, viva il duce e compagnia cantante, l’arrivo sul piazzale della caserma delle camionette piene di ragazzi e ragazze e a vedere le loro facce ci vuole poco a capire cosa è successo a Genova.

É successo che quelle facce non le abbiamo viste mai più, che a Genova via via si è passati dal dolore a una rabbia che è tornata a essere come quelle care ai genovesi, contenuta, repressa, sfogata via via con un po’ di cinismo o con l’oblio.

Se non fosse che quelle cazzo di giornate non finiscono mai, neanche vent’anni dopo. Perché prima c’è stato tutto il turbine processuale e quegli sguardi di quando dicevi che eri di Genova, se poi aggiungevi “di Bolzaneto”, ci voleva poco a vedere sbiancare chi era di fronte, come se dire di Bolzanetto volesse dire “della caserma”.

Ma che cazzo è, esiste forse un’osmosi carabinieresca che non conosciamo? Cioè abitare vicino a dove hanno menato, insultato, torturato è doversi portare anche sto fardello che hai quasi timore di dire che sei di Bolzaneto? Ma in fondo oggi finalmente ecco che quelle giornate il loro risultato forse lo hanno ottenuto ed eccomi a parlare come un reduce, che parla dei reduci, che racconta dei reduci, che quando eravamo noi giovani, eh belin mica come oggi che siete dei mollaccioni, noi abbiamo fatto cose.

Ma cosa? Abbiamo fatto cose che se oggi dici Genova, viene in mente il ponte Morandi. O che qualcuno dica ah sì Carlo Giuliani, ucciso dall’Isis (che è sempre più credibile che ucciso da un sasso).

O forse è che vivere vicino a quella caserma, più che a Genova o alla Diaz, che non so forse fa più glamour perché almeno c’era la crema della polizia italiana, che poi è la crema della polizia italiana di oggi, mentre a Bolzaneto c’erano mezze tacche, non può che farti sentire così: un posto che sembra non esistere più e infatti non esiste.

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domenica 1 maggio 2022

La sconfitta del partigiano - Tersite Rossi

 

Una storia che sa di liberazione

 

- Meno male che domani si sta a casa... - disse da dietro la mascherina l’infermiera più vecchia, ansimando, rossa in faccia e sudata, dopo aver adagiato l’anziano ospite sul materasso.

- Già - disse l’infermiera più giovane, finendo di sistemare le lenzuola del letto con le mani guantate. - Non mi ricordo mai perché si sta a casa, il 25 aprile, ma non è importante: basta che non si lavori.

- Si festeggia la vittoria della guerra, mi pare...

- Sarà... Ma quale guerra, poi?

- Credo la seconda. O forse era la prima?

L’anziano tossì violentemente. Le due infermiere non gli badarono. Quella più giovane si limitò a controllare che la flebo funzionasse. Funzionava.

- La festa dei comunisti - riprese la più vecchia. - Così la chiamava mio padre. Non la sopportava.

- Ma perché, scusa, la guerra l’hanno vinta i comunisti?

- Guarda, non chiedermelo: di politica io non ci ho mai capito nulla, né m’interessa.

- Idem. Però si sta a casa, e a me sta bene così.

- Oh, anche a me, se è per quello.

Senza altro da dirsi, le due donne lasciarono la stanza, avvolta dalla penombra del pomeriggio che iniziava a farsi sera.

L’anziano, rimasto solo, sospirò debolmente. Respirava a fatica. Era malato. Il virus aveva contagiato anche lui. Ma lo avevano lasciato lì, sul letto di quella casa di riposo, perché in ospedale non c’era più posto. Del resto, lo aveva capito: la priorità, in quella situazione di crisi, non ce l’avevano certo i vecchi. Loro potevano morire. Specialmente gli ultranovantenni come lui.

Odiava il 25 aprile, Saverio. Arrivarci in quarantena gli dava sollievo. Gli risparmiava, quell’anno, lo stanco rituale del partigiano. Partigiano per un giorno. Poi dimenticato per gli altri trecentosessantaquattro.

Odiava il 25 aprile, Saverio, perché gli ricordava ogni anno il loro fallimento. La vanità della loro lotta.

Avevano combattuto per un’Italia più libera, più giusta, più democratica, più solidale. Avevano combattuto per liberarla dalla prevaricazione, dallo sfruttamento, dalla diseguaglianza, dalla dittatura, dal mors tua vita mea.

Ma, dopo 75 anni, Saverio se la ritrovava ancora occupata, l’Italia. Occupata da chi il 25 aprile non festeggiava, ed erano sempre di più, neri di rabbia e di credo. Occupata dagli impostori in giacca e cravatta che, al contrario, si riempivano la bocca di retorica celebrativa, ma l’avevano resa un Paese servo di banchieri e mercanti, non più libero né capace di disegnare il proprio destino. Occupata da chi, come quelle due infermiere, nemmeno sapevano cos’era, il 25 aprile. Occupata da quelli che l’importante era stare a casa.

Stare a casa. Saverio si ricordò del lontano giorno in cui, nel 1944, lui l’aveva lasciata, la casa, per salire sulle montagne, in mano un fucile e in spalla una sacca con pochi viveri. L’importante, allora, per quelli come lui, era lasciarla, la casa, mica restarci.

Quelli come lui. Quanti ne rimanevano? Pochi, ormai, e forse, dopo quell’epidemia, sarebbero spariti del tutto, per sempre. Del resto, a chi sarebbe importato veramente?

Di colpo, Saverio si sentì completamente solo. Era da tempo che si sentiva solo, in effetti. Forse da sempre. Si era sentito solo quando era sceso dalle montagne e si era scoperto orfano, i genitori orrendamente trucidati dai nazisti. Poi quando il suo unico figlio era morto ammazzato sul lavoro, schiacciato da una pressa, ormai trent’anni prima, in un Paese già venduto anima e corpo al profitto a ogni costo. E infine quando la moglie, dieci anni dopo, se n’era andata con un tumore ai polmoni, come capitava a tanti, sempre di più, in quella pianura dei veleni che aveva preso il posto del loro vecchio mondo scomparso, fatto di campi, cascine e canti d’uccelli e di contadini.

Adesso, però, Saverio si sentiva più solo che mai. A mancargli non erano soltanto le persone in carne e ossa, ma anche i valori per i quali aveva combattuto. Non li vedeva più, attorno a lui, nemmeno a sprazzi, nemmeno guardando bene. Vedeva solo un grande vuoto.

Sospirò di nuovo. Faceva sempre più fatica a respirare, sentiva che dentro di sé il virus avanzava e si preparava a vincere. Ma lui non aveva nessuna intenzione di richiamare le infermiere. Che non si dessero pena, loro come chiunque, per un vecchio ormai inutile, per un vecchio al capolinea. Per un vecchio partigiano.

Chiuse gli occhi. Ripensò a tutto quello che aveva fatto, sulle montagne e dopo. Si disse che avrebbe rifatto ogni cosa. Non rinnegava nulla. Aver perso, in fondo, non era un problema. Perdere era una questione di metodo. E lui, il metodo, ce lo aveva sempre messo.

Riaprì gli occhi. Fissando la tenda grigia che impediva all’ultimo sole di entrare in quella stanza fredda e squallida, Saverio sorrise. Perché, di colpo, capì che crucciarsi era sciocco, e non ne aveva motivo. Semplicemente, doveva avanzare verso la sconfitta a testa alta. Una volta ancora. Come aveva sempre fatto. Con metodo.

La mattina dopo, il 25 aprile, mostrando in volto una serenità che dentro quella casa di riposo non aveva mai avuto, il vecchio partigiano morì.

Non gli fecero alcun funerale, perché le misure contro il contagio non lo permettevano. Fu cremato e dimenticato da tutti in poco tempo.

Appena prima che la vita lo abbandonasse, quella notte, Saverio aveva fatto un sogno. Al suo capezzale, c’erano sua moglie e suo figlio, ancora vivi. E fuori c’era l’Italia. Un Paese libero.

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