Visualizzazione post con etichetta Gwynne Dyer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gwynne Dyer. Mostra tutti i post

giovedì 29 settembre 2016

Il prossimo segretario generale dell’Onu sarà un altro sconosciuto - Gwynne Dyer


Alla fine dell’anno Ban Ki-moon lascerà la carica di segretario generale, e per le Nazioni Unite è giunto il momento di scegliere un successore. Al termine dell’assemblea generale che si terrà all’inizio di ottobre sapremo chi sarà. Il che pone due domande: come viene effettuata la scelta, e perché dovrebbe interessare a qualcuno?
Il segretario generale delle Nazioni Unite è, in un certo senso, il funzionario di più alto livello al mondo, ma il processo di selezione si può a malapena definire democratico. La realtà è che si tratta di un processo oscuro quasi quanto il conclave con cui viene scelto il papa.
Sono i quindici membri del Consiglio di sicurezza a scegliere il candidato, anche se tutti e 192 i paesi dell’Onu avranno il diritto di votare per esprimersi sulla loro scelta. Ma solo l’opinione dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza (i cosiddetti p5) conta davvero, perché solo loro hanno il diritto di veto.
Una pallida scelta
È per questo che la scelta non cade mai su chi ha opinioni forti e l’abitudine di agire con decisione. Una persona del genere finirebbe inevitabilmente per infastidire uno dei p5 (Russia, Regno Unito, Francia, Cina e Stati Uniti) o tutti. Perciò tutto il sistema è concepito per evitare che un anticonformista s’infili nei meccanismi e sia nominato.
Il segretario generale non può essere originario di uno di questi cinque paesi (perché potrebbe diventare pericoloso). Inoltre non deve avere carisma. Di solito si sceglie una persona affidabile, ovvero un diplomatico dal curriculum irreprensibile proveniente da un paese di piccole o medie dimensioni. Come l’attuale segretario: un diplomatico di carriera sudcoreano che si è piazzato al trentaduesimo posto nella classifica di Forbes degli uomini più potenti al mondo.
Di solito, quindi, i candidati sono relativamente sconosciuti. Se scorrete la lista attuale, gli unici due nomi riconoscibili anche a un manico della politica internazionale sono l’ex premier neozelandese Helen Clark, oggi amministratrice del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, e António Guterres, ex primo ministro del Portogallo e poi Alto commissario per i rifugiati dell’Onu.
Ma chi sono Irina Bokova, Natalia Gherman e Igor Lukšić? Si tratta, nell’ordine, dell’ex ministra degli esteri ad interim della Bulgaria, della ministra degli esteri moldava e del ministro degli esteri del Montenegro. Bokova è anche la direttrice generale dell’Unesco, ma scommetto che non la conoscevate comunque.
Il segretario generale non può agire in maniera indipendente dalla volontà delle grandi potenze
Perché otto candidati su dodici vengono dall’Europa orientale? Perché stavolta è il turno dell’Europa orientale. La regione è sempre stata esclusa durante la guerra fredda, perché i suoi paesi erano sottoposti al controllo sovietico e contravvenivano alla regola non scritta secondo cui il segretario generale non deve venire da uno dei p5.
Ci si potrebbe anche chiedere perché l’Europa dell’est sia considerata una vera e propria regione, visto che la sua popolazione totale è inferiore a quella di paesi come Bangladesh, Brasile, Indonesia o Pakistan. Il motivo è lo stesso: è considerata una regione a parte perché era occupata da truppe sovietiche e la gran parte dei suoi governi erano, in ultima istanza, manovrati da Mosca. Alle Nazioni Unite il peso della storia si sente.
Funzionari di stato
Ma ci sono stati alcuni passi avanti. Quest’anno le donne sono la metà dei candidati, e nel palazzo di vetro si sente che è giunto il momento di una segretaria generale. C’è anche il dichiarato impegno a rendere più trasparente il processo di selezione, che però resterà immutato. Il Consiglio di sicurezza proporrà un unico candidato che non sia sgradito a nessuna delle grandi potenze, e poi l’assemblea generale si limiterà a convalidare la sua scelta.
Si tratta fondamentalmente di un incarico da funzionario di stato, adatto a persone dal carattere prudente. Come potrebbe essere altrimenti? Nessuna grande potenza è disposta a cedere parte della sua sovranità o ad avere un leader indipendente e forte alle Nazioni Unite.
E comunque quale sarebbe il senso di avere un leader simile, dal momento che l’Onu non possiede forze militari o risorse finanziarie proprie? Ne deriverebbe solo frustrazione: il segretario generale non può agire in maniera indipendente dalla volontà delle grandi potenze, le stesse che hanno concepito questo sistema.
Si tratta comunque di un incarico importante, e i candidati non mancano mai. Il segretario generale può parlare a nome del mondo di fronte a gravi violazioni dei diritti umani, e una volta ogni tanto può anche organizzare una missione internazionale per mettere fine agli orrori (quando tutte le grandi potenze sono d’accordo).
E diventa così, in virtù della sua posizione, il simbolo stesso di quel mondo più collaborativo e meno violento a cui aspira la maggioranza dei politici, dei diplomatici e dei cittadini comuni. Ma la realtà è ancora molto diversa.
(Traduzione di Federico Ferrone)

lunedì 18 luglio 2016

In Turchia la democrazia è morta anche se il golpe è fallito - Gwynne Dyer

La democrazia turca è morta. In realtà stava già morendo da quando il presidente Recep Tayyib Erdoğan ha assunto il controllo dei mezzi di informazione, ha cominciato ad arrestare oppositori politici e giornalisti e, lo scorso autunno, per vincere le elezioni ha perfino ripreso la guerra con i curdi.
Non è stato un golpe molto efficiente. In questi casi la prima regola è arrestare o uccidere la persona che si vuole spodestare. Gli ideatori del colpo di stato avrebbero potuto facilmente prendere Erdoğan, che era in vacanza nella località turistica di Marmaris, ma non lo hanno fatto.
Non hanno bloccato internet e i social media, e quindi Erdoğan ha potuto usare un cellulare per trasmettere su FaceTime il messaggio in cui invitava i suoi sostenitori a sfidare i soldati nelle strade di Istanbul e di Ankara.
Non hanno bloccato neanche la televisione di stato, che ha diramato il messaggio di Erdoğan. Sono passate tre ore prima che occupassero gli studi della Trt, l’emittente nazionale turca, e sono stati cacciati via meno di un’ora dopo. Non hanno chiuso nemmeno le reti televisive private, che hanno un pubblico molto più vasto.
Hanno assunto il controllo dell’aeroporto di Istanbul, ma anche da lì sono stati cacciati via dai sostenitori di Erdoğan e il presidente è riuscito a tornare in città.
Forse i colonnelli (i generali erano già nelle mani dei fedeli a Erdoğan) non avevano abbastanza uomini per assumere il controllo di tutto quello che serviva per la riuscita del golpe. Può anche darsi che avessero paura di ordinare un massacro perché l’esercito turco è costituito da soldati di leva, molti dei quali sono giovani – praticamente civili in uniforme per un anno – e avrebbero potuto rifiutarsi di uccidere tanti loro concittadini. Comunque sia, presto sono stati costretti alla ritirata. Ma questa storia non può avere un lieto fine.
Ovviamente, se i ribelli avessero vinto, la democrazia sarebbe morta. Alle ultime elezioni, quasi metà della popolazione turca ha votato per Erdoğan, quindi un regime militare avrebbe dovuto rimanere al potere per molto tempo perché non avrebbe avuto il coraggio di indire libere elezioni e rischiare che tornasse al potere. Sarebbe morta anche se il golpe fosse riuscito in parte e l’esercito si fosse spaccato, perché questo avrebbe significato la guerra civile. Per fortuna, questa possibilità è stata scongiurata, ma in Turchia la democrazia è morta anche se il golpe è fallito.
Dopo questo trionfo, Erdoğan coglierà l’occasione per considerare la possibilità di assumere il controllo di tutte le maggiori istituzioni statali e dei mezzi di informazione, e di diventare veramente il “Sultano” della Turchia (come i suoi seguaci spesso già lo chiamano). Questa è una tragedia, perché cinque o dieci anni fa il paese sembrava sulla buona strada per diventare una sorta di democrazia, dove l’informazione è libera e regna la legalità, e dove un golpe simile sarebbe stato inconcepibile.
Quando nel 2002 Erdoğan vinse le elezioni promettendo di eliminare tutte le limitazioni imposte ai musulmani più religiosi da una costituzione rigorosamente laica, sembrava un passo avanti nel processo di democratizzazione. Erdoğan ha mantenuto quelle promesse, ma gradualmente è andato oltre e ha cercato di islamizzare il paese contro la volontà di metà della popolazione che preferirebbe uno stato laico.
Per sua fortuna, in quel momento l’economia turca era in pieno boom, e quindi ha continuato a vincere le elezioni e a concentrare tutto il potere che poteva sulla sua carica. Ha estromesso tutti i funzionari che non erano suoi convinti sostenitori, attaccato la libertà di informazione e impegnato il paese a dare il suo appoggio incondizionato ai ribelli islamisti della vicina Siria.
Gli ufficiali dell’esercito che si sono ribellati forse volevano fermare tutto questo, ma hanno commesso un terribile errore per il quale saranno severamente puniti. Come lo sarà chiunque verrà anche minimamente sospettato di aver simpatizzato con loro, ed Erdoğan ne uscirà come l’onnipotente “Sultano” della Turchia post-democratica.
Gli organizzatori del golpe hanno commesso lo stesso errore che fecero i liberali egiziani quando chiesero all’esercito di rovesciare il regime del presidente eletto Morsi nel 2013. Il paese aveva un presidente che temeva e odiava, ma aveva anche una democrazia che forniva mezzi legali e pacifici per mandarlo via. L’errore dei golpisti è stato quello di non avere la pazienza di lasciare agire quegli strumenti.
Con il tempo, Erdoğan sarebbe diventato sempre meno popolare. L’economia turca è stagnante, la sua politica siriana disastrosa, ed è sempre più difficile ignorare la palese corruzione delle persone che lo circondano. Prima o poi avrebbe perso le elezioni. Ma come i liberali egiziani, gli ufficiali turchi non avevano abbastanza fiducia nella democrazia per aspettare.
(Traduzione di Bruna Tortorella)

martedì 26 aprile 2016

Il Burundi è a un passo dal genocidio - Gwynne Dyer

La buona notizia è che le violenze in Burundi non sono ancora sfociate in una guerra civile come quella che ha ucciso trecentomila persone tra il 1993 e il 2005, né tantomeno un genocidio come quello che ne uccise ottocentomila nel vicino Ruanda nel 1994. La cattiva notizia è che questo potrebbe succedere presto.
È difficile dire qualcosa di positivo sull’ex presidente della Fifa Sepp Blatter. Ma l’Africa gli sarebbe stata molto riconoscente se fosse riuscito a convincere il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza a non presentarsi per un terzo mandato e ad accettare invece il ruolo di “ambasciatore del calcio” per la Fifa.
Poco tempo fa, quando questa storia è emersa nell’autobiografia di Blatter, il ministro degli esteri svizzero che aveva avuto quest’idea ha spiegato che “l’obiettivo era contribuire a una soluzione pacifica che evitasse l’attuale crisi in Burundi”.
La cosa avrebbe potuto persino funzionare. Nkurunziza è un appassionato di calcio e ha già messo da parte abbastanza denaro per la sua pensione. Ma ha deciso di restare al potere e presentarsi per un terzo mandato, rimettendo il Burundi in marcia verso l’inferno.
I presidenti africani hanno due gravi difetti. Il primo è che sono convinti di essere insostituibili: nel 2000 quasi due terzi dei paesi africani prevedevano un massimo di due mandati presidenziali nelle loro costituzioni, ma da allora in dieci di questi stati i presidenti hanno cercato di abolire tale limite. L’ultimo in ordine di tempo è stato il Ruanda, il cui presidente Paul Kagame potrebbe restare in carica fino al 2034.
Ma la scusa di Nkurunziza è stata particolarmente patetica. Era diventato presidente alla fine della guerra civile, nel 2005, quando la pace era ancora precaria. Non c’era tempo per organizzare delle elezioni, ed è quindi stato eletto presidente tramite un voto parlamentare.
Così l’anno scorso Nkurunziza ha cominciato a sostenere che il suo primo mandato non doveva essere considerato perché era stato scelto dal parlamento e non dal popolo. Anche il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, al settimo mandato, ha trovato la cosa divertente. “Dici che il primo mandato non conta, ma sei comunque rimasto in carica per cinque anni!”, ha dichiarato durante un vertice dell’Unione africana a giugno.
La Corte costituzionale del Burundi però ha accettato la rivendicazione di Nkurunziza, anche perché contraddirlo sarebbe stato pericoloso. In seguito uno dei giudici ha lasciato il paese e ha rivelato che lui e i suoi colleghi erano stati tutti minacciati. I partiti d’opposizione hanno boicottato le elezioni dello scorso luglio, e già allora il livello di violenza aveva cominciato a salire rapidamente.
Le violenze sono cominciate dopo un tentativo di colpo di stato per impedire le elezioni farsa. Il conto dei morti è attualmente intorno ai quattrocento. Le vittime note sono perlopiù attivisti politici e comuni cittadini assassinati dalla polizia nella capitale Bujumbura. Il vero numero è probabilmente molto più alto. È raro che gli omicidi nelle aree rurali vengano denunciati, ma nel 2015 almeno 250mila persone sono fuggite dal paese e vivono attualmente in campi profughi nei paesi vicini.
Fino a poco tempo fa l’unica consolazione era che non si trattava di uno scontro tribale. Sia il genocidio del Ruanda sia la guerra civile del Burundi hanno opposto la maggioranza hutu (85 per cento della popolazione) alla minoranza tutsi, un tempo dominante. Dai tempi della guerra civile, tuttavia, l’esercito del Burundi è equamente diviso tra i due gruppi etnici, e i gruppi d’opposizione comprendono sia hutu sia tutsi.
Purtroppo l’altro grave difetto dei presidenti africani, è che se appartengano al gruppo dominante (come spesso accade) quando sono in difficoltà la loro soluzione predefinita è rispolverare le alleanze tribali. Ed è proprio quello che sta facendo Nkurunziza. I tutsi vengono epurati dall’esercito, e i sostenitori hutu del presidente stanno cominciando a usare la stessa retorica che si sentiva prima del genocidio in Ruanda.
Révérien Ndikuriyo, il presidente del senato del Burundi, ha definito gli oppositori del regime “scarafaggi”, lo stesso termine usato per riferirsi ai tutsi dagli estremisti hutu in Ruanda. Ha persino invitato i sostenitori del governo a “mettersi al lavoro” (kora), la stessa parola d’ordine usata in Ruanda nel 1994.
Nkurunziza sta cercando di trasformare uno scontro politico che rischiava di perdere in un conflitto etnico che potrebbe vincere. Il prezzo da pagare sarebbe però un nuovo genocidio. Il futuro di tutto un paese potrebbe essere sacrificato alla sua ambizione personale.
L’Unione africana si è offerta d’inviare cinquemila soldati per sedare le violenze, ma ha fatto marcia indietro quando Nkurunziza si è opposto. Ci sono 19mila caschi blu delle Nazioni Unite appena al di là del confine con la Repubblica democratica del Congo, ma non c’è la volontà politica di impiegarli.
Finora i partiti d’opposizione (che naturalmente sono perlopiù hutu) stanno resistendo ai tentativi di Nkurunziza di usare i tutsi come capro espiatorio. Ma nel paese più povero del mondo molti hutu potrebbero sfruttare le bugie del regime per impadronirsi della terra dei loro vicini tutsi. Il prossimo genocidio africano potrebbe essere questione di giorni.
(Traduzione di Federico Ferrone)

giovedì 8 ottobre 2015

L’ipocrisia della Nato sui bombardamenti russi in Siria - Gwynne Dyer

I bombardamenti russi in Siria vanno avanti ormai da una settimana e la cosa non piace agli Stati Uniti e ad altri paesi della Nato, che già da un anno sono impegnati militarmente sullo stesso terreno. I russi, dicono, non stanno bombardando le persone giuste, uccidono i civili, sono spietati, pericolosi, semplicemente malvagi.
Lo scorso fine settimana la Nato ha messo in guardia contro “l’estremo pericolo derivante da un comportamento così irresponsabile”, e ha intimato alla Russia di interrompere le operazioni. Quando un aereo russo ha sconfinato in Turchia per qualche minuto, il segretario di stato americano John Kerry ha dichiarato che i turchi avrebbero avuto tutto il diritto di abbatterlo.
Il tempo era cattivo, l’obiettivo era vicino al confine e i russi si sono scusati, eppure il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha affermato che l’incursione “non sembra un incidente”. E quindi da cosa sarebbe stata motivata? Forse i piloti russi si annoiano e fanno a gara per vedere chi riesce a rimanere nello spazio aereo turco il più a lungo possibile senza essere abbattuto?
Che gli Stati Uniti diano lezioni etiche ai russi a proposito di bombardamenti aerei è particolarmente fuori luogo
In più, da quel che ci viene detto, i perfidi russi stanno uccidendo dei civili con le loro bombe. Sì, certo che è così. Ma lo stesso sta facendo la coalizione guidata dagli Stati Uniti con le sue, di bombe. A meno di non trovarsi in guerra in mare aperto o in pieno deserto, ci saranno sempre dei civili nella stessa area in cui si trovano i bersagli “legittimi”.
Che gli Stati Uniti diano lezioni etiche ai russi a proposito di bombardamenti aerei è particolarmente fuori luogo, visto che allo stesso tempo stanno cercando di spiegare perché il 3 ottobre la loro aviazione abbia bombardato un ospedale in Afghanistan, uccidendo 22 civili. Né gli statunitensi né i russi traggono alcun giovamento dall’uccidere dei civili: è solo un inevitabile effetto collaterale dei bombardamenti.
La critica principale degli occidentali è che i russi stanno bombardando le persone sbagliate. Ma contrariamente a quanto affermano gli statunitensi e gli europei, i russi stanno davvero bombardando le persone “giuste”, ovvero i jihadisti dello Stato islamico che le forze aeree occidentali hanno colpito nel corso dell’ultimo anno. Però i russi stanno bombardando anche il Fronte al nusra e Ahrar al sham. Potrebbero colpire anche le truppe dell’Esercito siriano libero, se riuscissero a trovarne.
Distinzioni che creano confusione
I russi non capiscono che queste persone stanno cercando di rovesciare il malvagio dittatore siriano Bashar al Assad, mentre i crudeli fanatici del gruppo Stato islamico stanno cercando di… Be’, stanno cercando anche loro di rovesciare il malvagio dittatore Assad. Il che ci porta al cuore della questione.
La propaganda occidentale fa una distinzione sistematica tra lo Stato islamico (cattivo) e le forze di “opposizione” (ovvero tutti gli altri gruppi). Il problema è che tra loro c’è davvero poca differenza: vogliono tutti rovesciare il regime siriano, e sono tutti jihadisti, fatta eccezione per quel che rimane dell’Esercito siriano libero.
Il Fronte al nusra è stato creato nel 2012 come filiale siriana del gruppo Stato islamico, da cui si è separata quest’anno in seguito a una disputa tattica e territoriale. Oggi è diventata la filiale siriana di Al Qaeda. Anche Ahrar al sham è stata fondata da un membro di Al Qaeda ed è alleata del Fronte al nusra. Prima che le esigenze propagandistiche del momento cambiassero, anche gli Stati Uniti ammettevano che c’era stato un tracollo tra gli elementi “moderati” dell’opposizione siriana.
Non ci sono statistiche affidabili al riguardo, ma è ragionevole pensare che il 35 per cento delle truppe ribelli che si oppongono al regime di Assad appartenga al gruppo Stato islamico, un altro 35 per cento al Fronte al nusra, il 20 per cento ad Ahrar al sham, mentre del restante 10 per cento fa parte l’Esercito siriano libero. In altre parole, almeno il 90 per cento delle opposizioni armate è composto da jihadisti, e probabilmente non più del 5 per cento da gruppi laici e favorevoli alla democrazia.
Una fantasia di troppo
Non ci sono tre alternative in Siria. Ce ne sono solo due: o Bashar al Assad resta al potere, oppure sarà sostituito dai jihadisti. Sono jihadisti che fanno sul serio, che odiano la democrazia, decapitano la gente e progettano di rovesciare tutti gli altri governi arabi prima di lanciarsi alla conquista del resto del mondo.
Forse puntano un po’ troppo in alto, ma diventerebbero davvero pericolosi se potessero disporre delle risorse dello stato siriano, e sarebbero una sciagura per tutti i siriani che non sono musulmani sunniti. I russi hanno deciso che è nel loro interesse che Assad sopravviva, e stanno agendo di conseguenza.
Gli Stati Uniti e i loro alleati, invece, insistono sul fatto che Assad se ne debba andare per i crimini che ha commesso. Non possono cambiare ritornello senza perdere la faccia. Per questo non bombardano l’esercito siriano ma continuano a coltivare la loro fantasia, ovvero che in Siria possa essere creata una qualche nuova forza capace di sconfiggere sia Assad sia i jihadisti dello Stato islamico.
Inoltre anche i leader dei due principali alleati degli Stati Uniti nel mondo musulmano, la Turchia e l’Arabia Saudita, sono convinti che Assad debba andarsene (principalmente perché lui è sciita e loro sunniti), e andrebbero su tutte le furie se gli statunitensi contribuissero a salvarlo.
Per questo, oltre che per il risentimento statunitense nei confronti della Russia a proposito dell’Ucraina e l’ostilità che va avanti dai tempi della guerra fredda, la Nato condanna l’intervento russo in Siria con tanta veemenza. Ma non sono altro che sciocchezze e ipocrisia.
(Traduzione di Federico Ferrone)