Visualizzazione post con etichetta Mimmo Lucano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mimmo Lucano. Mostra tutti i post

sabato 14 ottobre 2023

C’è un giudice a Reggio Calabria - Livio Pepino


C’è un giudice a Reggio Calabria. La Corte d’appello reggina ha assolto Mimmo Lucano (e, con lui, i suoi collaboratori di Riace) da tutte le accuse contestate, salvo la (ritenuta) falsa attestazione di un controllo in realtà non intervenuto su alcune spese in vista della liquidazione del contributo prefettizio (rischio del mestiere per ogni sindaco e, comunque, peccato veniale sanzionato con una pena di un anno e sei mesi di reclusione coperta da sospensione condizionale e in attesa del definitivo giudizio della Cassazione). E lo ha fatto con la formula più ampia: perché il fatto non sussiste. Detto in altri termini: la serie impressionante di delitti (associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa in danno dello Stato, peculato, falsità ideologica, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e chi più ne ha più ne metta) per i quali Lucano era stato condannato dal Tribunale di Locri a 13 anni e 2 mesi di reclusione (e i suoi coimputati a pene elevatissime) semplicemente non esiste. Si conclude così dopo cinque anni (salvo un probabile seguito in Cassazione) la vicenda iniziata, il 2 ottobre 2018, con il clamoroso arresto di Lucano: un incubo per lui e per tutta l’Italia per bene stretta intorno a Riace, una storia esemplare per il Paese.

Su queste pagine abbiamo commentato l’arresto dell’allora sindaco di Riace, il giorno stesso, parlando di “un mondo al contrario” (https://volerelaluna.it/commenti/2018/10/02/larresto-di-mimmo-lucano-il-mondo-al-contrario/) e, l’indomani della condanna in primo grado, abbiamo titolato, lapidariamente, “non è giustizia” (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/01/non-e-giustizia/). Potremmo, oggi, fermarci qui, richiamando quanto scritto allora e in tante altre occasioni in questi cinque anni, aggiungendo che avevamo ragione (come non abbiamo mai dubitato), che il processo di criminalizzazione mediatica e giudiziaria di Mimmo (come tutti abbiamo imparato a chiamarlo) è stato indegno, che adesso in molti dovrebbero chiedere scusa (anche se siamo certi che non lo faranno). Ma non sarebbe giusto: non per Mimmo e non per chi ne ha sostenuto le ragioni. E, dunque, provo a ripercorrere sinteticamente i passaggi fondamentali della vicenda (anche riprendendo cose già dette) e a fare alcune ulteriori puntualizzazioni.

1. L’iter del processo a carico di Mimmo è stato senza precedenti (o quasi) e dovrebbe essere studiato nella Scuola della magistratura come esempio negativo e da non seguire. Il suo riferimento non può che essere Il processo di Franz Kafka, cioè la storia di un uomo (Josef K.), arrestato e perseguito dall’autorità senza che sia dato sapere per che cosa. Non è un’esagerazione. Mimmo Lucano è stato arrestato per due reati minori (concernenti l’affidamento del servizio raccolta rifiuti di Riace e il tentativo di favorire l’ingresso in Italia di un cittadino etiope organizzando un falso matrimonio). Il giudice per le indagini preliminari ha, infatti, ritenuto insussistenti tutti i più gravi reati contestati dal pubblico ministero e, tuttavia, lo ha sottoposto agli arresti domiciliari evocando il rischio, ictu oculi inesistente a processo iniziato, di commissione di nuovi delitti collegati al ruolo di sindaco e affermando, contro ogni evidenza, che può «tranquillamente escludersi», in caso di condanna, la concessione della sospensione condizionale della pena. Gli arresti domiciliari, come prevedibile, sono stati revocati in sede di riesame. Ma, intanto, Lucano vi è stato sottoposto per quindici giorni e nei suoi confronti è intervenuta, in conseguenza dell’arresto, la sospensione dall’incarico di sindaco (con le evidenti conseguenze sull’andamento del progetto Riace). Non solo, ma gli arresti domiciliari sono stati sostituiti con il divieto di dimora a Riace. Se possibile, una misura ancora peggiore, pur se formalmente meno afflittiva, che ha separato Mimmo dalla sua comunità, come se la sua presenza fosse un pericolo per Riace. Dopo cinque mesi, la Cassazione ha annullato la misura cautelare, demolendo in toto l’impianto accusatorio, ma incomprensibilmente lo ha fatto con rinvio, cioè restituendo gli atti al primo giudice per un nuovo esame alla luce dei principi di diritto affermati. Nonostante ciò, il giudice per le indagini preliminari di Locri ha respinto la richiesta di revoca della misura e, successivamente, il tribunale della libertà di Reggio Calabria, in sede di giudizio di rinvio, l’ha confermata, in un crescendo privo di ogni logica. Poi, la sentenza 30 settembre 2021 del Tribunale di Locri (904 pagine che cercano, vanamente, di occultare la mancanza di rigore argomentativo con un’inutile e dispersiva lunghezza e con un collage di intercettazioni telefoniche e ambientali in gran parte irrilevanti). Con essa Lucano è stato ritenuto colpevole di tutti i delitti contestatigli e condannato a una pena spropositata, superiore persino a quella (già enorme) richiesta dal pubblico ministero. Ma non c’è solo l’entità della pena. La sentenza ha, infatti, sostenuto che Lucano aveva costituito, con i suoi più stretti collaboratori, un’associazione «allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio)» orientando i progetti di accoglienza finanziati dallo Stato «verso il soddisfacimento di indebiti e illeciti interessi patrimoniali privati». È questa la chiave di volta dell’intera vicenda giudiziaria. In essa l’imputato, a ben guardare, non è Mimmo Lucano ma il modello Riace, trasformato da sistema di salvataggio e accoglienza in organizzazione criminale. È, appunto, il mondo all’incontrario in cui la solidarietà e l’umanità sono degli optional e il modello è l’ottusità burocratica: l’importante non è accogliere, inserire, dare dignità alle persone ma avere i registri formalmente in regola. E tutto questo accompagnato da una sequela di giudizi morali impropri e indebiti fino a qualificare l’esperienza di accoglienza di Riace come un sordido caso di «logica predatoria» in cui le risorse erogate dallo Stato per i migranti sono state «asservite agli appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica» di un sindaco criminale e dei suoi complici. Con quella che Luigi Ferrajoli ha efficacemente definito una petizione di principio propria della logica inquisitoria: la mancanza di prove dell’arricchimento di Lucano dipende dalla «sua furbizia, travestita da falsa innocenza» e attestata dalla sua casa «volutamente lasciata in umili condizioni per mascherare in modo più convincente l’attività illecita posta in essere» (sic!).

2. Non c’è solo l’aspetto strettamente giudiziario. Quello a carico di Lucano è stato il più classico dei processi a mezzo stampa. Ha cominciato il Procuratore della Repubblica di Locri in persona, con una intervista rilasciata subito dopo l’ordinanza del giudice per le indagine preliminari che ridimensionava drasticamente l’impostazione accusatoria. In essa si legge, tra l’altro: «Mimmo Lucano? Ha operato non come sindaco, rappresentando i cittadini nel rispetto delle regole, ma come un monarca, ammettendo di fregarsene di quelle regole che sono una garanzia per tutti. Abbiamo un’idea fondata che siano stati commessi reati ben più gravi, tra cui la sottrazione di somme che lo Stato aveva erogato per quel progetto, almeno 2 milioni. Quei soldi non sono stati rendicontati, sono spariti. Riteniamo che Lucano li abbia utilizzati per fini personali». Smentito dal giudice, il pubblico ministero, forte del suo ruolo istituzionale, ha usato la stampa e si è rivolto direttamente all’opinione pubblica per riaffermare e definire fondate (bontà sua) le accuse che, nella sede propria, erano state ritenute inadeguate e prive di riscontri probatori. E – quel che è peggio – al pubblico ministero si è accodata acriticamente la totalità (o quasi) della stampa. Ovviamente quella di destra, che ha cavalcato entusiasticamente – e aggiungendoci del suo – la versione colpevolista, ma anche quella sedicente indipendente e progressista. Bastano alcune citazioni: «Nessun imbroglio, però regole violate. Questo è un punto fermo, un punto intorno al quale non ci sono spazi per discutere né piccoli né grandi. E non si può un giorno osannare la magistratura quando ha nel mirino Salvini e il giorno dopo demonizzarla quando il bersaglio è un personaggio come Lucano» (A. Bolzoni, Il sindaco e i confini della leggeLa Repubblica, 3 ottobre); «C’è qualcosa di commovente in Mimmo Lucano, sindaco di Riace, che imbroglia le carte per salvare una prostituta nigeriana e offrirle un domani. Ma se, come diceva Lucano, l’idea personale di giustizia superasse l’idea collettiva di legge, avremmo sessanta milioni di codici penali in più e una democrazia in meno» (M. Feltri, L’errore di AntigoneLa Stampa, 4 ottobre); «L’idea di fondo che ha mosso Lucano è molto difficile da contestare in buona fede. La strada assai vitale imboccata dal sindaco di Riace, però, sembra virare a un certo punto verso un’altra direzione, creando nel tempo una specie di repubblica autonoma sulle montagne calabresi. Del sindaco le carte mostrano, accanto a un grado quasi insostenibile di naïveté, una disinvoltura amministrativa spinta ben al di là dei fardelli penali. Il gip ha scagionato da altre e più gravi accuse (concussione, associazione per delinquere, truffa) il sindaco con parole che però ne velerebbero il profilo di amministratore quand’anche nelle prossime ore fosse revocata o alleggerita la misura cautelare» (G. Buccini, La triste storia di Riace che rende tutti più deboliCorriere della Sera, 4 ottobre); «Domenico Lucano è un fuorilegge onesto. Ma ha violato la legge sull’immigrazione. E i magistrati non solo potevano, ma dovevano far rispettare la legge: guai se qualcuno, tanto più se è il primo cittadino, fosse autorizzato a calpestarle» (M. Travaglio, I gonzi di RiaceIl Fatto Quotidiano, 3 ottobre). Nessuna cittadinanza per il beneficio del dubbio: la regola è la presunzione di colpevolezza.

3. Oggi, anche in sede giudiziaria è riconosciuto quel che a occhi non prevenuti era chiaro fin dall’inizio. Mimmo Lucano non è un “fuorilegge”, seppur “onesto”. È, semplicemente, un sindaco onesto che, nell’organizzare l’accoglienza dei migranti a Riace, ha fatto quello che dovrebbero fare tutti gli amministratori, ribellandosi ai clamorosi ritardi e alle continue inadempienze dell’Amministrazione dell’interno. Lo ha fatto con numerose e ripetute forzature amministrative: alla luce del sole e rivendicandolo in mille interventi e interviste. Può avere, a volte, sbagliato, ma cosa c’entra questo con un processo penale per associazione a delinquere concluso, in primo grado, con un condanna a oltre 13 anni di carcere? La mancanza di risposte a questa domanda ne introduce un’altra. Perché tutto questo? La risposta è, in realtà, agevole. Riace è stata, nel panorama nazionale, un unicum. Altri paesi e altre città hanno accolto migranti, anche in misura maggiore e con risultati altrettanto positivi. Ma Riace non si è limitata ad accogliere e a integrare. L’accoglienza è diventata il cuore di un progetto comprensivo di molti elementi profondamente innovativi: la pratica di una solidarietà gratuita, l’impegno concreto contro la ‘ndrangheta, un modo di gestire le istituzioni vicino alle persone e da esse compreso, il rilancio di uno dei tanti luoghi destinati all’abbandono e a un declino inarrestabile. Incredibilmente, quel progetto, pur tra molte difficoltà, è riuscito. La forza di Riace è stata la sua anomalia. La capacità di rompere con gli schemi formali e le ottusità burocratiche. Il trovare soluzioni ai problemi delle persone anche nella latitanza o nel boicottaggio di altre istituzioni. Tutto questo non poteva essere tollerato nell’Italia dei predicatori di odio, degli sprechi, della corruzione, dell’arrivismo politico, della convivenza con le mafie, dell’egoismo localistico, del rifiuto del diverso. Da qui la reazione dell’establishment, le ispezioni, il taglio dei fondi, la delegittimazione di Lucano e l’invocazione (a sproposito) della legalità. E, poi, l’arresto di Lucano, il processo e la condanna di primo grado (elementi tutti che dimostrano, se ancora ce n’era bisogno, la diffusa tendenza dei magistrati ad allinearsi alle politiche d’ordine).

4. Questa volta, peraltro, il disegno normalizzatore, pur provocando danni e sofferenze personali incalcolabili, non è arrivato a compimento. Grazie all’impegno e alle critiche di chi non si è arreso e anche, infine, alla serenità di valutazione della Corte d’appello di Reggio Calabria. Nel darne atto, credo che meritino di essere sinteticamente segnalati due dati, su cui bisognerà tornare in futuro. Il primo è l’atteggiamento tenuto, in questi lunghi anni, da Mimmo Lucano. A differenza dei potenti che ci governano, Mimmo non ha mai delegittimato i suoi giudici e si è sempre difeso nel processo e non dal processo. E così hanno fatto coloro che lo hanno sostenuto (tra i quali orgogliosamente ci collochiamo): criticando i provvedimenti e le sentenze ritenute ingiuste con grande durezza ma con la forza degli argomenti e non con insulti e attacchi personali. Non è una cosa di poco conto. Il secondo dato riguarda il futuro. La persecuzione amministrativa e giudiziaria ha fiaccato l’esperienza di Riace. Ma, grazie all’impegno e all’ostinazione di Mimmo Lucano e di chi gli è stato a fianco, non l’ha travolta. Riace ha resistito (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/08/16/riace-resiste/). Da domani sta a noi costruire un grande rilancio e una nuova vita.


da qui

venerdì 25 agosto 2023

Riace resiste - Emilio Sirianni

 

Oramai quattro anni fa parlavo di miracoli a Riace (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/05/13/riace-qui-si-fanno-miracoli/) e siamo ancora qui a sperare in quello più grande. Di questo borgo e del suo sindaco (per sempre suo sindaco, per me e migliaia di altri in mezzo mondo) ho, da allora, evitato di scrivere e parlare in pubblico e adesso me ne vergogno. Ho evitato di farlo per vicende personali che hanno messo scompiglio nel mio lavoro e nella mia famiglia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/07/19/un-giudice-pericoloso-o-un-ritorno-agli-anni-50/), ma non avrei dovuto. A fronte dei prezzi che si pagano in giro per difendere diritti come quello che ora esercito, un privilegiato come me, ben sistemato nella piccola parte privilegiata del mondo, avrebbe dovuto mostrare più coraggio. Proverò, da oggi, a rimediare.

Riace resiste ancora, questa è la buona notizia. Non parlo certo dell’amministrazione comunale, in mano alla Lega (quella che ieri tappezzava la Lombardia di cartelli contro i terroni e oggi lavora per scipparci, con l’autonomia differenziata, quel po’ di sanità, istruzione e welfare rimasti) che ha potuto conquistare il comune solo grazie alla magistratura e vi rimane avvinghiata, mentre gli anni scorrono e il cemento sulla costa pure. Parlo del borgo, instancabilmente percorso dal sindaco Lucano insieme a donne e uomini che accorrono a sostenerne il sogno. E che erano qui anche nei giorni scorsi per l’avvio dell’Estate del Villagio Globale, che prosegue e si concluderà il 18 agosto con un concerto di Eugenio Bennato.

Il borgo, le cui case (prive di agibilità, come segnalarono gli accigliati ispettori prefettizi: al pari del Tribunale, come ebbe a ricordar loro un magistrato che ne fu presidente) di emigrati nelle Americhe, concesse in fitto o in dono alle associazioni e restaurate in economia ancora accolgono una quarantina di famiglie di migranti richiedenti asilo. Grazie alle centinaia di migliaia di euro raccolti dall’associazione di Luigi Manconi. Inizialmente destinate a pagare le pesanti sanzioni pecuniarie inflitte a Lucano, che ha rifiutato di prenderli a tale scopo preferendo usarli per ospitare ancora.

Il borgo, dove Alex Zanotelli, missionario comboniano e profeta, conduce e raccoglie il suo piccolo gregge di boy scout, fra mille lavoretti di manutenzione, installazione di teepee e preghiere. Il borgo, dove i ragazzi di “Spostiamo mari e monti” continuano ogni anno a venire da Torino e Nichelino (luoghi superstiti in cui parole come socialismo e fraternità conservano un senso) per “impastare umanità”, donando a tutti il loro pane fragrante e profumato che sa di resistenza.

Il borgo, le cui strade e la cui storia ha percorso Donata Marrazzo per realizzare quel magnifico podcast in cui raccoglie decine di profonde e commoventi testimonianze di quel che Riace è stato e il mondo intero ha visto, ma non i giudici. Podcast intitolato con le parole che Lucano ha dedicato ai delitti di cui è accusato: “rifarei tutto” (https://www.spreaker.com/show/rifarei-tutto). Il borgo, in cui la luce arriva ancora nelle case dei migranti grazie a un altro di quei mille miracoli che genera: l’istituzione di una raccolta permanente di fondi che alcune belle persone di Bologna hanno messo in piedi chiamandola “diamo luce a Riace” (https://www.riacestoriasbagliata.org/la-raccolta-fondi/: c’è anche l’IBAN per contribuire…).

Il borgo, dove nelle giornate del 5 e 6 agosto abbiamo potuto ascoltare Luigi Ferrajoli, uno che fra i giuristi non ha bisogno di presentazioni (per gli altri basti dire che è uno dei più noti e importanti filosofi del diritto del mondo). Ferrajoli, venuto a parlarci della “Costituzione della terra”, non l’utopia, ma il solo realismo che ci è dato. Il realismo di chi vede, come noi tutti, i “crimini di sistema” costituiti dalla “terza guerra mondiale a pezzi”, dalla folle corsa agli armamenti, dalle diseguaglianze abissali e intollerabili (https://volerelaluna.it/materiali/2023/01/19/la-disuguaglianza-non-conosce-crisi/), dagli sfregi quotidiani a diritti, libertà e dignità in ogni angolo del mondo, dai cambiamenti climatici che legittimano il nome di antropocene dato a quest’era geologica che potrebbe esser l’ultima per l’umanità (https://volerelaluna.it/ambiente/2023/08/01/contro-lantropocentrismo-il-creato-non-e-solo-per-luomo/). Il realismo di chi, però, è anche in grado di regalarci una visione. L’ultima, probabilmente, cui aggrapparsi: quei 100 articoli della bozza di Costituzione della terra, che egli ci propone (L. Ferrajoli, Per una costituzione della terra, Feltrinelli, 2022), sollecitandoci a farne agenda di lotta culturale e politica dal basso in ogni luogo del mondo in cui vi è ancora resistenza. Ferrajoli, venuto a parlarci anche del processo a Lucano, con parole taglienti e nette come acciaio. Il più clamoroso esempio di processo offensivo – ci ha detto – nell’accezione datane da Beccaria. In cui il giudice non attende all’imparziale ricostruzione dei fatti, ma cerca nell’imputato le stimmate della colpa, dando rilevanza solo a ciò che la conferma e scartando tutto ciò che la nega, sentendosi perso se non riesce a perderlo. Un processo che a lui ha portato alla mente quello di Socrate, il quale sapeva che i suoi giudici sarebbero stati ben lieti di assolverlo se avesse fatto abiura delle proprie idee e della propria storia, ma non aveva intenzione di farlo, conscio che la sua condanna sarebbe stata la loro condanna. Come puntualmente avvenne. Esattamente quel che ci dice Lucano, con il suo “rifarei tutto”, terribile monito per noi giudici.

da qui

domenica 5 marzo 2023

Ribellarsi è giusto - Alessandro Portelli

 

I tempi sono fuori sesto, diceva Amleto, e mi fa rabbia che tocchi a me rimetterli a posto. Solo in un tempo scardinato è possibile rispondere a un’aggressione fascista minacciando di sanzioni un’insegnante antifascista, o dare la colpa di una strage in mare a genitori snaturati che, chissà perché, hanno portato con sé i figli su una barca clandestina e precaria.

Per questo tocca a noi, con rabbia serena, rimetterli a posto scendendo in strada come antifascisti a Firenze e come antirazzisti a Milano. Che poi è la stessa cosa.
Nel 1939, una nave chiamata Saint Louis attraversò l’Atlantico cercando di portare in salvo 937 ebrei rifugiati dalla Germania nazista. Le autorità del nuovo mondo - a Cuba, negli Stati Uniti, in Canada - furono tutte concordi nel rifiutargli il permesso di sbarcare.
La nave dovette riattraversare l’oceano e tornarsene in Europa, dove almeno un terzo di quelle persone furono assassinate dei campi di sterminio nazisti.
Nel 2023, i rifugiati delle guerre, delle catastrofi climatiche, della povertà e della mancanza di futuro non hanno nemmeno una nave che provi a portarli in salvo. Devono attraversare il mare come possono, ma ancora una volta trovano i porti chiusi e se muoiono è colpa loro.
In questi tempi fuori sesto i criminali sotto processo sono Mimmo Lucano che aveva provato ad accoglierli, o il contadino francese Cédric Herrou.
Colpevole di solidarietà verso i migranti attraverso le Alpi.
Ha proprio ragione l’improbabile ministro Valditara: non c’è pericolo di un ritorno del fascismo. Da un lato, è’ improbabile che torni il fascismo del folklore, coi gagliardetti, gli slogan, i gerarchi in camicia nera che saltano nel cerchio di fuoco, il fez con la nappa. Dall’altro, non “tornerà”, perché non se n’è mai andato, il fascismo che chiudeva i porti ai rifugiati ebrei del 1939 e che adesso li chiude ai rifugiati africani e mediorientali col colore sbagliato e la pelle sbagliata. Per questo le due manifestazioni di oggi a Firenze e Milano sono la stessa cosa: è lo stesso fascismo quello che aggredisce chi non è d’accordo e quello che lascia morire chi non è uguale. L’ipocrita «prima gli italiani» di Salvini e complici e successori significa solo gli «italiani»: sono non-italiani e non hanno diritti i “clandestini” fuori dei confini; e dentro i confini sono «antitaliani» (questi sì proprio come nel ventennio) quelli che non si accodano disciplinatamente al consenso verso chi comanda.
Nel 1984 immaginato da George Orwell, il senso delle parole si rovesciava: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza». Nel 2023 in cui viviamo noi, abbiamo fatto molti passi avanti su quella strada. Antifascismo e solidarietà sono reati, le vittime sono colpevoli, i carnefici buoni samaritani, lasciar morire la gente è pietà. Nei suoi discorsi, Giorgia Meloni - madre, cristiana, ma soprattutto italiana - ci insiste ripetutamente. «Siamo umani, noi», proclama, «noi siamo quelli umani che si pongono il problema del destino di persone che stanno in difficoltà e per evitare che muoiano in mare con nostro grande dolore gli diciamo di non partire, vantando una politica di respingimento come un atto umanità e di buoni sentimenti.
In quanto madre, Giorgia Meloni non ha una parola umana per i ragazzi massacrati di botte dai fascisti a Firenze; in quanto cristiana, non ha niente di umano da dire sugli esseri umani morti per mancanza di soccorsi nel mare della Calabria. D’altra parte, è in nome di umani sentimenti paterni che il suo accolito Piantedosi dà ai loro stessi genitori la colpa della morte di bambini che sarebbe stato suo compito salvare. E non ci dimentichiamo che il suo alleato Matteo Salvini schedava i rom perché «non come ministro, ma come papà» voleva «salvare quei bambini che crescono nella schifezza» di campi che sarebbe stato suo dovere rendere vivibili.
Ma sarebbe stato, ed è, anche dovere nostro. Abbiamo senz’altro il cuore dalla parte giusta, ma non basta. Anche una solidarietà rassegnata rischia di risolversi in inerzia, che è una forma attenuata di indifferenza. Ho cominciato con Amleto, finirei con Yeats: le cose vanno in pezzi, scriveva, perché «ai migliori manca ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensità appassionata». Basta ascoltare i comizi di Giorgia Meloni per capire di che cosa parlava. Ebbene, è arrivato il momento di scrollarci ci dosso il torpore interiorizzato di chi si sente sconfitto, e di ritrovare le nostre convinzioni , le nostre passioni, la nostra intensità. Forse non è troppo tardi per provare a rimettere il mondo in sesto.

(Pubblicato su il manifesto del 4 marzo 2023 con il titolo completo Mondo alla rovescia. Rimettiamolo in sesto, ribellarsi è giusto)

da qui

lunedì 10 gennaio 2022

L’insostenibile fascino della repressione

 


Le parole sono importanti.


Ecco la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di protesta e di contestazione” (qui)


 

Nel 1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte) degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, (qui la recensione del libro)

 

Nel 2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.

Non è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.

 

Intanto i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui), a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.

 

Da noi si usa molto l’associazione a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).

 

Per Paolo Persichetti la repressione è per rivelazione di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:

Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.

 

Della repressione dei militanti no Tav sappiamo molto (qui l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e qui Angelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia sarebbe un paese migliore.


qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione

 

Interessante ascoltare qui Federico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché si chiamano servitù militari).

 

Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce, sono diventate libertà da reprimere.

Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.


Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).

Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe, l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.

 

Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da Mimmo Lucano (qui un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato, inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.

Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.


mercoledì 22 dicembre 2021

Kafka nella Locride. Sulla surreale condanna di Mimmo Lucano - Marco Revelli

 

Non ho mai condiviso il luogo comune secondo cui le sentenze non si commentano né si giudicano, almeno fino a che non se ne leggono le motivazioni. Ci sono sentenze che gridano vendetta al cospetto di dio fin dal dispositivo. Quella finale che ha chiuso il processo per la strage di piazza Fontana senza nessun colpevole, per esempio. O quella sulla strage ferroviaria di Viareggio. O ancora quella sull’eccidio infinito dell’Eternit di Casale. La sentenza del tribunale di Locri contro Mimmo Lucano e il suo “modello Riace” aveva già fatto inorridire molti di noi al momento del giudizio (condanne doppie rispetto alle richieste dello stesso Pubblico ministero). Ora, lette le motivazioni (904 pagine), la sensazione di trovarsi di fronte a uno scandalo giudiziario è rafforzata. Non solo un’ingiustizia, ma un capovolgimento kafkiano della realtà: della stessa realtà documentata negli atti processuali ampiamente riprodotti, come se i fatti, nel loro passaggio attraverso il labirinto mentale del giudice, mutassero senso e natura, in una metamorfosi mostruosa che rende i protagonisti irriconoscibili per chiunque li abbia conosciuti, da vicino o da lontano.

Così il grande sogno di fare di questo piccolo borgo semiabbandonato della Locride un luogo dell’accoglienza dei migranti e insieme di recupero del territorio (la trasformazione del migrante da problema in risorsa territoriale: questa l’idea geniale che stava dietro quel “modello”) si rovescia, nella rappresentazione giudiziaria, in sordido esempio di “logica predatoria” in cui il denaro pubblico e i progetti ministeriali d’integrazione figurano come meri strumenti “asserviti agli appetiti di natura personale, spesso declinati in chiave politica”, di un sindaco criminale. Chiunque sia stato anche solo qualche giorno a Riace, e abbia visto quella comunità (ora distrutta) farsi giorno per giorno, e la vita ritornare tra le antiche pietre, sa quanto “pulito” fosse quel progetto. Evidentemente chi ha in mente solo la sporcizia della vita, vede tutto sotto questa forma. E infatti i soliti giornali della peggior destra si sono riconosciuti immediatamente in quell’aberrazione giudiziaria, facendola propria. “Libero”, quello che a suo tempo aveva sparato in prima sui migranti che “Dopo la miseria portano malattie” ora titola: “La sentenza che inchioda Lucano e la sinistra”. Gli fa eco il “Tempo” – che i migranti li butterebbe a mare – con “Lucano derubava i migranti”. Spiace che al coro truculento si accodi anche Marco Travaglio con un tombale “Accusati di essere troppo cattivi con Mimmo Lucano, dalle motivazioni della sua condanna scopriamo di essere stati troppo buoni”.

Lucano – a differenza di molti difesi da “Libero” e dal “Tempo” e fustigati da Travaglio – non si è messo nemmeno un centesimo in tasca. Lo scrive lo stesso giudice che “l’ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca”, anche se subito aggiunge che questo “nulla importa” perché lui sa bene che l’utile, il furbacchione (termine di Travaglio) lo lucrava comunque, in immagine, successo politico, investimento per la vecchiaia (l’estensore delle motivazioni immagina di entrare nella testa stessa dell’imputato, per leggervi le reali intenzioni, non suffragate da nulla). E qui davvero il carattere “bipolare” dello schema che sta dietro questa sentenza – oggetto più da scienze cognitive e della psiche che non di quelle giuridiche – travolge il lettore, come una sorta di play in the play: di vertigine psichica in cui appare piuttosto evidente che il profilo da Dottor Jekill e Mr. Hide di Mimmo Lucano quale emerge dalla lunghissima requisitoria del giudice di Locri altro non è, in realtà, che la proiezione esternalizzata in un contesto fantastico della struttura tendenzialmente sdoppiata o, appunto, “bipolare” [qualcuno potrebbe definirla “schizoide” nel senso non clinico del termine]  del testo letterale delle motivazioni nelle quali, senza praticamente soluzione di continuità, si susseguono un elogio sperticato del “modello Riace” e un’ altrettanto estrema deplorazione dell’uomo che l’ha inventato e realizzato, come se il diavolo potesse produrre l’acqua santa e viceversa. Da una parte “si dà atto dell’integrazione virtuosa e solidale che nei primi anni veniva senz’altro praticata su quel territorio, ove si era riusciti mirabilmente a dare dignità e calore a uomini e donne venuti da terre remote, cercando di alleviare i loro percorsi di vita fatti di stenti e dolore” (sic! p. 60);  si scrive addirittura che dall’indagine e dalle parole stesse di Lucano è “senz’altro emersa una pura passione che lui ha nutrito per anni per quel mondo nuovo che ha saputo creare, ispirandosi agli ideali utopici della Città del Sole di Tommaso Campanella, che egli ha inteso reinterpretare con un misto di genialità e di intuito politico ‘illuminato’, di cui occorre dargli merito, e che giustamente hanno ricevuto così tanta eco e apprezzamenti internazionali” (p. 96). Dall’altra si stigmatizzano i “meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull’avidità, che […] si sono tradotti in forme di vero e proprio ‘arrembaggio’ ai cospicui finanziamenti che arrivavano in quel paesino, che per anni era stato economicamente depresso, tanto da tradursi in una sottrazione sistematica di risorse …, che pure erano destinate a favore di quelle persone più deboli, del cui benessere e della cui integrazione, però, nessuno si interessava più” (p. 61). In mezzo, un capovolgimento assoluto della natura delle cose che nell’interpretazione giudiziale sarebbe maturato nel momento in cui il “sindaco santo” avrebbe capito che le risorse destinate ai migranti eccedevano le necessità e, tramutatosi in “sindaco dannato”, avrebbe deciso di lucrarvi; ma che in realtà, a leggere attentamente il testo della sentenza e gli ampi brani documentari frutto di costanti intercettazioni lì riportati, è l’effetto semantico di un clamoroso ribaltamento del senso delle frasi riportate, sistematicamente ricondotte a un significato esattamente opposto a quello del relativo significante (un senso perfettamente capovolto rispetto a quello letterale delle parole). 

Per avere pienamente la misura di questa “operazione” è bene a questo punto focalizzare sia pur brevemente l’attenzione sulla materia del contendere (in termini giudiziari). Cioè sulla sostanza delle accuse mosse a Lucano e alla sua “associazione a delinquere”. A ben guardare i crimini si ridurrebbero a tre: l’aver trattenuto più a lungo dei 900 giorni permessi un certo numero di migranti (i cosiddetti “lungo permanenti”, a cui sono dedicate decine e decine di pagine); l’aver investito alcune somme dei sussidi statali in migliorie del contesto (un frantoio, alcune case-albergo) per attrezzare il territorio ad una adeguata abitabilità; aver speso una parte di quei sussidi pubblici in concerti e spettacoli al fine di attrarre attenzione e turisti nel borgo. Le cose che ogni buon sindaco dovrebbe fare, soprattutto in quelle aree interne a rischio di abbandono di cui tanto si parla e per cui tanto poco si fa. Il tutto con un certo numero di forzature, di atti irrituali e di violazioni amministrative (che sono indubbie, ma che non meritano certo sanzioni riservate neppure ai colpevoli di reati di mafia). Del resto chi lavora in quei contesti sa benissimo che se non si consolida la permanenza nei luoghi, se non si radicano i nuovi abitanti in un tessuto vivo e capace di produrre reddito, le misure di accoglienza sono come acqua sulle pietre. E che un buon sindaco ha non solo il diritto ma il dovere di valorizzare e riqualificare il territorio del proprio comune, tanto più se questo ha subito un processo di spopolamento e dequalificazione, favorendo il ripopolamento con misure di stabilizzazione dei nuovi “arrivanti” ed evitando che le pratiche, spesso costose, di accoglienza, si riducano a effimeri passaggi e a flussi in costante movimento, che riprodurrebbero la medesima logica di abbandono e sradicamento che aveva impoverito quei luoghi. Questo facevano appunto Lucano e i suoi “criminali associati”, investendo in un frantoio, in abitazioni destinate all’accoglienza sia turistica che migrante, in botteghe artigianali ed etniche, che costituivano appunto la vita che “ritornava a Riace”. Ma né i giudici di Locri né i virtuosi della penna al veleno lo sanno, e comunque non gli interessa. Conta lo spettacolo crudele della virtù infangata nella terra dei troppi vizi ‘ndranghetisti.

 

Ora – è importante soffermarsi su questo aspetto, perché lì si incardina quello che ho definito il “capovolgimento semantico” che fa da baricentro alla sentenza – nei brani di interviste utilizzate dal giudice di Locri per elaborare la propria personale narrazione e costruire la figura del “criminale Lucano”, il sindaco di Riace parlava esattamente delle cifre necessarie a realizzare quegli investimenti virtuosi – i famosi “700 o 800.000 euro” -, necessari a garantire non il futuro personale di se stesso, come malignamente il giudice insinua, ma del territorio e dei suoi (vecchi e nuovi) abitanti. E lo ripeterà un’infinità di volte, nelle conversazioni oggetto d’intercettazione ambientale, che di quei soldi neppure un euro era (e sarebbe) rimasto attaccato alle sue mani. Ripeterà anche, in un passaggio davvero toccante, se ascoltato con animo equo, dichiarando tristemente la propria stanchezza, e la tentazione di chiudere lì quell’esperienza che aveva segnato la sua vita, che il suo futuro non sarebbe affatto dipeso da quelle risorse, ma se lo immaginava lontano, nel ritorno all’insegnamento o, successivamente, nel circuito della cooperazione internazionale, con uno stipendio mensile da 1200 euro, perché gli bastava poco per vivere. Dice anche che sul suo conto gli erano rimasti 700 o 800 euro, quanto gli serviva per pagare la rata della macchina. E che lo stesso ufficiale della Guardia di Finanza che aveva indagato sulle pratiche “incriminate” del Comune di Riace, il tenente colonnello Sportelli, aveva riscontrato la sua perfetta onestà e buona fede, l’assenza totale di qualsiasi uso personale di quel denaro. D’altra parte quell’ufficiale lo aveva ribadito anche in giudizio e la constatazione era stata fatta propria dalla stessa accusa. Ciò nonostante nella sentenza si continua ad affermare che a Lucano “sarebbe sempre rimasto il guadagno che aveva conseguito con le attività predatorie dell’accoglienza”. Che gli “investimenti” in strutture migliorative del contesto territoriale erano in funzione della preparazione di un suo futuro privilegiato economicamente e politicamente. E addirittura che le affermazioni registrate nelle intercettazioni (di cui l’imputato era all’oscuro) sarebbero state fatte allo scopo di ingannare consapevolmente gli inquirenti, con mefistofelica furbizia (lo si descrive come convinto di “aver attuato una simulazione perfetta, con la quale si era sforzato di apparire all’esterno come un uomo retto ed onesto”). Bizzarro esempio di come chi ha utilizzato “subdolamente” una tecnologia (quale quella destinata all’intercettazione) si convinca del carattere “subdolo” di ciò che quella tecnologia gli restituisce (feticismo della tecnica? O mimetismo informatico?) anziché accettare ciò che oggettivamente essa rivela.

 

La cosa è tanto più grave in quanto questa sentenza, nel suo carattere di “monstrum”, non pesa solo sulla esistenza personale di Domenico Lucano, che, come si legge nelle intercettazioni, voleva “uscire a testa alta” a conclusione di una vicenda più che trentennale in cui aveva pagato un costo altissimo in termini economici e di affetti famigliari e che invece è stato coperto di fango da un meccanismo inquisitorio dissennato. Pesa e peserà come un macigno anche su tutti quei sindaci e amministratori locali delle cosiddette “aree interne” che volessero darsi da fare per salvare i propri territori dal degrado e dall’abbandono. Essa sta lì come un memento mori, a dirgli che la loro solitudine non sarà perdonata, che nessuna buona intenzione li salverà dall’inflessibile meccanismo di una burocrazia che non ammette sbavature né scostamenti, anzi verrà guardata con sospetto e ostilità. Riace, nel quadro che emerge dallo stesso immenso castello di carte della sentenza, era sola, nel suo progetto visionario, schiacciata da un quadro regolamentare e normativo ingestibile da chiunque non avesse a disposizione una macchina organizzativa (uffici legali, commercialisti, consulenti capaci di muoversi nel ginepraio delle rendicontazioni, dei database, delle disposizioni prefettizie governative ed europee, SPRAR, CAS, MSNA…) che solo una multinazionale o una cosca mafiosa potrebbero permettersi. Con i suoi “dilettanti allo sbaraglio” – le Cosimine (Ierinò), i Tonini (Capone), le Lemlen – Mimmo Lucano e la sua Riace avevano la sorte segnata. Come, con sulla testa la spada di Damocle di una sentenza di tal fatta, chiunque, in una terra desolata, si mettesse in testa di sollevare lo sguardo e seguire un progetto di rinascita.

Infine, sia detto en passant anche se tocca un aspetto non secondario della faccenda ovvero la questione dei mandanti “di potere” di quanto è avvenuto, un’ultima domanda, che mi gira sullo stomaco: si è accorto Travaglio, leggendo “le carte”, del ruolo significativo nella damnatio di Mimmo Lucano, svolto da un certo Michele Di Bari, al tempo prefetto di Reggio Calabria: l’uomo che tenne nel cassetto una relazione dei propri ispettori elogiativa per Riace e che innescò l’azione della Procura contro il suo sindaco? E’ lo stesso alto funzionario voluto da Matteo Salvini, al tempo in cui era ministro dell’interno, al Viminale a occuparsi di contrasto ai migranti e costretto di recente alle dimissioni perché la moglie è indagata per una brutta storia di caporalato e di sfruttamento dei migranti. A ognuno i propri amici. E nemici.

da qui

giovedì 28 ottobre 2021

Milagro e Mimmo, la stessa persecuzione


La Rete Internazionale per la Liberazione di Milagro Sala manda tutta la sua solidarietà a Mimmo Lucano, ingiustamente condannato, come Milagro per la sua intensa e instancabile attività nei confronti degli svantaggiati.

I paragoni tra Milagro e Mimmo non sono pochi, ma non certo la curiosa coincidenza della condanna a 13 anni di prigione, condanna evidentemente sproporzionata. Come Milagro, Mimmo Lucano ha ricevuto soldi dal governo del suo paese e li ha usati intelligentemente per rendere vera ed efficace l’accoglienza dei migranti che gli erano stati assegnati, nello stesso modo in cui Milagro oltre a costruire le case richieste ha costruito scuole, piscine, centri sanitari e sportivi. Mimmo, nel suo paese del sud Italia, anch’esso vittima di immigrazione forzata, ha riportato a casa gli abitanti, ha creato lavoro, rivitalizzato l’artigianato, creato un modello apprezzato in tutto il mondo.

Come Milagro anche Mimmo ha subito l’uso politico della magistratura. A Jujuy questo uso disinvolto della giustizia ha avuto anche un aspetto istituzionale, la nomina diretta di giudici alla Corte Suprema della provincia da parte del Governatore Morales. Nel caso dell’ex sindaco di Riace si è trattata invece dell’influenza politica dell’allora Ministro dell’Interno, Matteo Salvini e poi di atti apparentemente “amministrativi” tesi a trovare irregolarità nella gestione. Ma, come per Milagro, se c’è stato errore questo è stato di superare la burocrazia e usare intelligentemente e funzionalmente i soldi ricevuti per il bene delle persone; come per Milagro, nemmeno un soldo è rimasto nelle tasche di Mimmo Lucano.

Per tutto questo il Comitato appoggia la Campagna Internazionale di informazione di Pressenza affinché il caso di Mimmo Lucano venga conosciuto a livello internazionale, così come è stato e deve ancora essere per Milagro Sala. Abbracciamo l’ex sindaco di Riace, così come abbracciamo tutti i lottatori sociali che dimostrano con i fatti che un altro mondo è possibile: un mondo solidale, giusto, che si preoccupa di ogni persona e che lotta per la realizzazione di questo mondo in ogni angolo del pianeta.

Rete Internazionale per la Liberazione di Milagro Sala


Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo


da qui

martedì 12 ottobre 2021

Maurizio Del Bufalo e Donatella Di Cesare su Mimmo Lucano

 

Domenico Lucano, il fuorilegge crocefisso - Maurizio Del Bufalo

 

Con la pubblicazione della sentenza di primo grado a carico di Domenico Lucano, ex Sindaco di Riace, stiamo vivendo in questi giorni in Italia, un momento di grande emozione collettiva, come non accadeva da tempo. L’esito di questa vicenda ha diviso in due un Paese già provato dalla pandemia e dalla crisi economica. Un Paese che non ha più fiducia nelle sue istituzioni e nella giustizia, purtroppo seriamente malate, nella cui storia riaffiorano continuamente fantasmi del passato peggiore.

Come nella vicenda delle stragi degli anni 70, una vicenda di formale legalità fa da schermo a quello che sta realmente accadendo nelle viscere del Paese dove, spesso, l’accoglienza dei migranti è diventata un business.

Lucano, bersaglio eccellente, leader e icona della sinistra, profondamente amato dalla gente, era da alcuni anni nel mirino di Prefetture e Procure calabresi e la sentenza di primo grado del 30 settembre scorso (colpevolezza punita con 13 anni e 2 mesi di reclusione) appare come un colpo profondo alla sinistra italiana.

Non è eccessivo definire Lucano un leader politico. E’ innegabile che egli abbia conquistato negli ultimi tre anni il ruolo di riferimento assoluto per tutti quelli che chiedono un cambiamento dal basso, cioè un’azione rivoluzionaria che, in alcuni punti d’Italia e d’Europa, si sta già conducendo contro il sistema di sviluppo industriale e finanziario che sta strangolando il pianeta. Nessuno in Italia ha finora raccolto tanta attenzione ed è arrivato al punto di sperimentare nuovi equilibri possibili come quelli di Riace. Questo dà la prova della gravità di quanto successo l’altro ieri a Locri.

Che Domenico sia il leader simbolico di tutta la sinistra italiana, lo provano le centinaia di interviste, articoli, conferenze e riconoscimenti che gli sono stati tributati in tutto il mondo, dall’Europa all’America; la sua intuizione, e anche la sua prassi, sono state apprezzate ovunque e sono un fattore di vera novità nel panorama del pensiero unico mondiale, un po’ come le dichiarazioni di Greta Thurnberg. Basti pensare alle parole di Wim Wenders, alla lettera del Papa e alle classifiche di Fortune, fino all’attenzione riscossa nelle più grandi Università italiane e straniere, per rendersi conto che non si tratta di un’esagerazione, ma di un primato morale, di un vero soffio d’aria nuova che ha attraversato la nostra società, affascinando giovani e meno giovani.

Lucano è dunque il simbolo più amato di quello che resta della sinistra italiana, in sintonia perfetta con le avanguardie tedesche e francesi, e le manifestazioni di protesta e indignazione che sono scattate in tutt’Italia confermano questo dato di fatto. Proprio per questo la nostra riflessione non vuole e non deve fermarsi alla mera speculazione processuale, ma partendo dalla gravità della pena inflitta, cercherà di capire il perché di un accanimento che dura da alcuni anni e che ha evidenti riscontri nell’agire ostinato delle Prefetture calabresi. E’ chiaro che colpendo Lucano si colpisce molto più in alto di Riace e del suo piccolo Villaggio Globale.

Mirare al bersaglio grosso

Lucano è un leader. Lo dicono scrittori, poeti, musicisti, missionari, filosofi, uomini politici e pensatori, saggisti, registi e attivisti dei Diritti Umani che gli hanno reso omaggio, sedendosi con lui sulle scale della taverna Donna Rosa, il suo quartier generale di Riace, dove fino a pochi mesi fa erano visibili i segni lasciati dai pallettoni della ndrangheta sparati contro le finestre del suo ufficio, per capire da dove venisse fuori tanta energia da sfidare il sistema politico europeo. Tutti hanno trovato un uomo semplice che raccoglie, nella sua storia personale, gli insegnamenti di molte generazioni e tanti sogni negati del suo popolo.

Eppure Domenico Lucano ha rifiutato di svolgere la parte dell’eroe che dispensa ricette, del padre nobile che prepara la successione e lascia un testamento di regole a cui attenersi; ha solo accettato di parlare con tutti e spiegare qual era il motore che lo muoveva e quanto bisogna rischiare in proprio per “restare umani”, come affermava Vittorio Arrigoni, altra figura profetica che voleva addirittura seminare la pace in Palestina.

I suoi miti sono stati uomini semplici del Sud d’Italia, martoriato dalle mafie: Peppino Impastato, Giuseppe Lavorato, Peppe Valarioti e poi don Natale Bianchi, il vescovo Giancarlo Bregantini, padre Alex Zanotelli. Preti e comunisti, come nella migliore tradizione della teologia della liberazione che ha impregnato quell’America Latina cui i calabresi sono legatissimi, per via di storie di emigrazione che affondano le radici nel Novecento. Già… l’emigrazione, tutto si tiene lungo il filo di memoria che Domenico tesse da anni e che lo ha spinto a cercare i suoi conterranei in tanti Paesi stranieri e poi lo ha portato sulle rive dello Ionio, dove, nel 1998, il vento spinse una nave di profughi curdi a Badolato, ad un passo da Riace. E lì cominciò il suo destino, collegando la storia dell’Oriente bruciato dalle guerre a quella del Meridione ospitale.

Ma stavolta la partita è diversa dal passato, c’è di mezzo l’economia. Le braccia dei migranti servono, ma non devono disturbare il circuito di interessi che si muove attorno alla migrazione. I migranti sono utili ma non sono sempre graditi e si preferisce pagare qualcuno che li tenga chiusi nei lager e torturarli, pensando che questo basti a fermare un continente alla deriva. Facciamo finta di non vedere che l’Africa e l’Asia ci stanno presentando il conto di tre secoli di colonialismo. Non sarebbe meglio accoglierli e aiutarli a ritrovare la propria giusta dimensione, anche nei loro Paesi d’origine?

È quello che sostiene Domenico Lucano, che non è pazzo o missionario e neppure un sempliciotto pasticcione come qualche giudice afferma, ma soltanto un uomo pragmatico, che sa che questo gioco di respingimenti, oltre che inumano, non potrà durare a lungo. Per questo, a mio avviso, chi tenta di ricondurre la persecuzione di Lucano alla semplice critica di gestione del progetto SPRAR ospitato nel paesino calabrese, non è sincero e finisce per chiudersi nella misera diatriba innocente/colpevole, che oscura il senso dell’agire umano e rivoluzionario di quest’uomo e quindi non spiega il vero motivo per cui è stato crocefisso.

E veniamo ad alcune delle ragioni di questa condanna mostruosa che ad alcuni può apparire eccessiva e immotivata, ma, a guardar bene, esprime tutta la paura di chi non vuole una vera accoglienza dello straniero.

Disobbedire per superare i limiti della legge

Ai suoi amici più fidati, Domenico ha più volte rivelato le continue pressioni che la Prefettura di Reggio esercitava su di lui, chiedendogli continuamente di accogliere nuove ondate di profughi perché era noto che a Riace questi avrebbero trovato un’accoglienza vera. Il punto è che la legge dello SPRAR imponeva tempi di permanenza molto brevi per gli ospiti (sei mesi) nei quali è praticamente impossibile garantire accoglienza, ospitalità e integrazione com’era annunciato nei principi della legge. Di fatto, i gestori dei progetti di accoglienza si sarebbero dovuti limitare a trattenere i migranti per pochi mesi, durante i quali l’unico obiettivo possibile era quello di assicurare un tetto e un pasto, null’altro. Ogni sei mesi si doveva scaricare la “merce” e caricarne di nuova. Un’ipocrisia sostenuta da somme considerevoli messe a disposizione dall’Europa per far fronte temporaneamente all’ondata migratoria, senza affrontare veramente i problemi di questa umanità in movimento.

Domenico Lucano non era d’accordo con questa continua movimentazione di esseri umani perché, oltre al rifiuto per questi metodi più adatti alle merci che alle persone, l’emergenza ha dei costi elevati e scarsi risultati, anche di efficienza. Per questo ha trasgredito la legge, allungando quasi sempre questi periodi di permanenza, nel tentativo di garantire ad ogni ospite un tempo minimo di inserimento nella situazione locale.

Spesso gli ho sentito dire che non è possibile strappare un bambino dalla scuola dove sta frequentando l’anno scolastico perché è scaduto il semestre di assegnazione al progetto dei suoi genitori. Non è così, diceva, che si può fare integrazione e accoglienza; questi atteggiamenti generano altri traumi e difficoltà alla famiglia migrante e tradiscono lo spirito della legge e della Costituzione. Per questo e altri motivi, la divergenza di Lucano dalle richieste “a tempo” della Prefettura è stata radicale e qui sta un primo motivo di disobbedienza. Chi ha intravisto in questo atteggiamento un delirio di onnipotenza non conosce l’uomo Lucano e non ha mai avuto a cuore la sorte umana, la giustizia, i Diritti Umani, ma solo il rispetto della norma.

Non è un caso che Riace, seguendo questa linea di umanità ad ogni costo, sia riuscita a ospitare un numero di migranti quasi uguale a quello della popolazione locale senza mandare le spese alle stelle, ma addirittura coinvolgendo i propri cittadini in questa rivoluzione, fino a creare un centinaio di posti di lavoro nuovi, tutti nel settore dell’ospitalità e dell’integrazione dei migranti. I migranti a Riace godevano di un trattamento umano e di una prassi di inserimento vera, partendo dal cibo e dalla casa fino al lavoro, ai corsi di italiano, alla salute e all’avviamento al lavoro. Di questo si parla troppo poco e spesso senza cognizione e si preferisce non fare confronti con gli altri centri di accoglienza.

In tutto questo, né lui né i suoi collaboratori hanno intascato nulla anche se le procedure di assegnazione degli appalti hanno molti punti di incongruenza. Ma qui va fatta un’altra considerazione, forse più importante.

Il valore del contesto

Oltre che soffermarsi sui criteri di assegnazione dei contratti di appalto, sarebbe il caso che chi ha il dovere di capire e giudicare, indagasse su quello che accadeva ordinariamente in Calabria, nelle altre esperienze di ospitalità. Ci sono alcuni casi di centri di accoglienza, soprattutto emergenziali come i CARA, in cui gli appalti venivano assegnati ai “soliti noti” cioè ad imprese in odore di mafia o controllate direttamente da mafiosi. Lo dimostrano le cronache giudiziarie degli ultimi anni.

Se Lucano ha ritenuto che la trafila ordinaria della concessione di appalti tramite evidenza pubblica lo esponeva al rischio di collusione e ha deciso di optare per l’assegnazione diretta, ha commesso un reato, ma ha anche interrotto il flusso di finanziamenti di danaro pubblico su cui la ‘ndrangheta poteva contare, sfruttando il fenomeno dell’accoglienza. Limitarsi quindi a reprimere e condannare questo sistema di assegnazione diretta adottato a Riace, peraltro assolutamente privo di interessi privati, è solo apparentemente corretto, perché ignora del tutto che in quell’area il crimine ha consolidato una prassi nota a tutti, specialmente alla magistratura che ne ha rilevato la presenza e l’adozione abituale, ma di cui evidentemente non si è avvertita tutta la pericolosità.

Se così è andata, Lucano appare come un fuorilegge che ha scelto la via della responsabilità personale per mostrare le storture di un sistema “legale” che finisce spesso per alimentare la mafia e da cui sarebbe ora di prendere le distanze. E paga per essersi battuto per difendere lo spirito della legge. E di questo tutti dobbiamo tenerne conto.

La stessa riflessione può essere fatta, in misura diversa, per i ritardi dei pagamenti dei fondi del progetto SPRAR. Trattandosi di cifre significative, considerato che il numero degli accolti era di molte centinaia, un ritardo di due-tre-quattro anni nei pagamenti avrebbe costretto il Comune di Riace a ricorrere a prestiti bancari che avrebbero portato, a causa degli interessi passivi, a una contrazione delle somme disponibili di circa il 30% cioè ad un taglio alle prestazioni dell’accoglienza.

Per questo Lucano inventò la “moneta di Riace”, ovvero delle banconote con l’effige di Che Guevara e altri, che servivano come garanzia ai fornitori locali e consentivano al Comune di fruire dei servizi, e ai migranti di spendere la loro “paga”, senza incorrere nel rifiuto dei commercianti. Anche su questo nessuna indagine ha riscontrato interessi privati o appropriazioni indebite, ma solo l’ovvio reato di “battere moneta” alternativa a quella in corso. Un reato talmente dichiarato e noto a tutti che stupisce lo stupore con cui è stato svelato.  

Non è il caso di andare oltre, il concetto di fondo mi sembra chiaro.

Quindi, se il progetto Riace ha funzionato, ha funzionato anche avvalendosi di stratagemmi come questi, altrimenti sarebbe diventato un ostello come tanti altri sistemi emergenziali di accoglienza, con carichi e scarichi periodici di persone, senza la possibilità e la capacità di offrire una vera integrazione, come stabilito dalla legge, perché le circostanze del contesto (un credito inefficiente, ritardi burocratici, infiltrazioni della malavita nei servizi essenziali etc) lo avrebbero impedito. E invece Riace ha indicato concretamente la strada del riscatto dei piccoli borghi abbandonati e molti, nel mondo, lo hanno capito e premiato.

Certamente l’esempio di Riace ha disturbato chi aveva scoperto il business dell’accoglienza e lo faceva funzionare rigorosamente, gonfiando costi e tagliando prestazioni. E questo, probabilmente, ha alimentato la campagna diffamatoria che ha accompagnato questi anni di persecuzione.

Forse l’errore più grande di Lucano, se di errore si può parlare, è stato quello di avere persistentemente voluto, per il suo paese, un ruolo di faro nell’accoglienza, senza ipocrite collusioni con le mafie e senza nascondere i punti critici del sistema SPRAR, le sue contraddizioni, ma affrontandole a viso aperto, gettando il cuore oltre l’ostacolo, anche nell’interesse di Riace e del suo riscatto.

Lucano ha voluto correggere certe storture, forzandole, ispirandosi ad alcune affermazioni costituzionali e alla profonda onestà personale. A conti fatti credo che la sua determinazione ci abbia illustrato la verità sottesa da certe leggi, l’ipocrisia nascosta in certe affermazioni ufficiali; una disobbedienza che Don Milani aveva benedetto come il coraggio degli umili.

Riflessioni conclusive

Pochi fanno notare che il progetto Riace ha mostrato che con le stesse somme stanziate dallo SPRAR e da altri progetti nazionali ed europei, si poteva ottenere molto di più e servire lo Stato e i migranti nel modo migliore, senza sprechi e favori, seminando fratellanza e lavoro, opportunità e solidarietà, in questa società malata in cui alcuni sono costretti a fuggire rischiando la vita in mare mentre altri (noi), possono solo guardare impotenti questo diluvio universale che si scatena attorno.

Lo scopo di queste parole è solo quello di spiegare alcuni aspetti di questa triste vicenda, sono solo riflessioni personali, ma sicuramente l’avere vissuto a fianco di Domenico Lucano alcuni momenti della mia vita, mi porta a riflettere sul senso della sua esperienza, sui rischi che si è accollato per poterci raccontare il suo punto di vista.

La sua è stata la scelta di un calabrese forte e autentico che è stanco di vedere emigrare la sua gente e riconosce nella forza dello Stato l’opportunità per risolvere antiche contraddizioni presenti nella sua terra; Domenico ha visto una luce in fondo al tunnel e ha pensato finalmente di fare vera solidarietà, di applicare i Diritti universali e costituzionali, senza però sprecare tempo e danaro in inutili giri burocratici. Lucano ha creduto veramente nello Stato e nella sua funzione unificante, di questo sono più che sicuro, ma non ha fatto bene i conti con altre categorie di istituzioni che forse hanno meno a cuore di lui i Diritti Umani ed universali.

Credo che in questo consista la sua colpa maggiore, nell’aver creduto nello Stato così come descritto nella Costituzione, negli uomini come descritti dal Vangelo, nell’avere contrastato la guerra e l’odio, nell’essersi battuto per l’uguaglianza di ogni essere umano. E non a chiacchiere, ma coi fatti. E senza protezioni di lobby e di partiti. Sostenuto dalla sua coscienza di uomo solo e libero. Per questo lo hanno punito, perché ha mostrato che si doveva fare diversamente e meglio.

Non so se ne è valsa la pena, dovrà dirlo lui e non so quanti altri possono vantare questo coraggio e tanta onesta determinazione. Ce lo diranno i prossimi anni in cui misureremo se questi messaggi, con tutti i loro limiti, sono arrivati al cuore e alla mente degli Italiani e dei legislatori. Tocca a noi, ora, agire perché Riace non muoia.

Personalmente, preferisco quella giustizia che non ignora il contesto in cui accadono certi reati e che non commina pene spropositate, sommando le violazioni e sottraendo i principi, ma considera attentamente le circostanze in cui i fatti sono avvenuti. Un innovatore, purtroppo, paga il peso della sua solitudine, ma il giudice ha facoltà di valutare tutto questo, anzi è questo il suo vero compito.

Io sto con Mimmo Lucano.

https://serenoregis.org/2021/10/05/domenico-lucano-il-fuorilegge-crocefisso/


Un cittadino esemplare - Donatella Di Cesare

Ci sono sentenze che, oltre a essere ingiuste, e perciò più che discutibili, sfidano apertamente la giustizia e il senso di ciò che è equo, retto, dovuto. Il verdetto dei giudici di Locri non è emesso in nome del popolo italiano, che oggi in gran parte è scioccato e profondamente indignato. Piuttosto appare la condanna ignobile decisa da uno Stato nazionale, repressivo e xenofobo, che all’insegna del sovranismo e dei confini chiusi conduce ormai da tempo una guerra non dichiarata contro i migranti. I modi di questo conflitto sono diversi: sequestrare le navi delle Ong, respingere indiscriminatamente, far torturare nei campi in Libia, lasciar morire in mare. Ma anche colpire chi non accetta di essere un cittadino complice e aiuta chi arriva qui. È in tale contesto che va letta la condanna a 13 anni e due mesi contro Mimmo Lucano, una sentenza eminentemente politica. Non solo perché è il doppio degli anni chiesti dalla pubblica accusa, non solo perché è pari a quella a cui è stato condannato Traini, il fascista che contro i «neri» sparava, o a quella inflitta a una ‘ndranghetista con parecchi delitti sulle spalle, ma perché è un messaggio esplicito contro chiunque in futuro si azzardi a ripeterne l’esempio. Chi accoglie è un criminale: ecco il messaggio.

E tuttavia la questione va persino al di là dell’accoglienza. Per capirlo occorre brevemente ripartire da quel giorno d’estate, quando venne avvistato a mare un veliero partito dalle coste turche. Portava un carico di profughi curdi scampati alle persecuzioni. Era il luglio del 1998. D’un tratto quel paese dimenticato, fermo al dopoguerra, svuotato quasi dall’emigrazione, assopito e rassegnato ai dettami della mafia più potente del mondo, si svegliò a nuova vita. Riaprì la scuola, si ripopolarono le vie del borgo, vennero restaurate le case abbandonate, riprese la vendita nelle botteghe.

A sua volta emigrato per anni, Lucano aveva fondato al suo rientro l’associazione Città Futura, ispirata all’utopia di Tommaso Campanella, il filosofo nato a Stilo (solo qualche chilometro da Riace), e morto a Parigi nel 1634, dopo anni di processi e di carcere. L’idea che guidò Lucano fu il superamento della proprietà privata. Riace diventò bene comune per stranieri e residenti. Innumerevoli furono le iniziative prese nel segno di questa politica. Le vecchie case del borgo vennero concesse in comodato d’uso ai richiedenti asilo, mentre per le attività commerciali si favorì l’autogestione. I benefici furono per tutti. Nel 2001 Riace fu il primo comune, insieme a Trieste, a inaugurare il sistema di accoglienza diffusa. In poco tempo varcò i confini e il «modello Riace» richiamò l’attenzione ovunque. Nel 2010 il regista Wim Wenders lo celebrò nel cortometraggio Il volo. Non si contano i riconoscimenti tributati ovunque a Lucano. Nel 2016 la rivista americana Fortune lo indicò tra i cinquanta leader politici più importanti e simbolici del mondo. Riace diventò il punto di riferimento per attivisti, intellettuali, artisti.

A partire dal 2017, mentre si alzava un minaccioso vento sovranista, tra Minniti prima e Salvini poi, ha cominciato a prendere piede un subdolo piano di smantellamento di tutto quel che era stato costruito. Sono stati tagliati i finanziamenti al comune e Lucano, sindaco per tre mandati, è stato arrestato con numerose accuse. Tra queste vanno ricordate due, le più gravi e le più significative: aver agevolato nella raccolta dei rifiuti due cooperative che impiegavano immigrati e aver aiutato una donna nigeriana, il cui bambino era gravemente malato, a ricevere un permesso di soggiorno grazie a un matrimonio. Se si parla di truffa, chi conosce Mimmo Lucano sa della sua onestà, dei suoi enormi sacrifici, di una vita di fatica e stenti. Di più non c’è da aggiungere. Rispetto alla denuncia di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina» Lucano ha sostenuto: «Se è reato soccorrere chi è in difficoltà, mi dichiaro colpevole».

Purtroppo le conseguenze della sentenza di Locri potrebbero essere devastanti sia per Riace, dove molto poco resta di quel modello famoso ovunque, sia per Mimmo Lucano che con comprensibile amarezza ha detto di essere «morto dentro». Quei giudici nemici stanno sfidando tutti noi e il nostro senso di giustizia. Quella condanna è una ferita inferta alla giustizia stessa, che va ben oltre il legalismo di un diritto meschino. Mimmo Lucano non è un fuorilegge, ma un cittadino esemplare che ha sempre agito in nome della giustizia. Sta a noi adesso la risposta a quella condanna infame con una mobilitazione di solidarietà con Riace e con Mimmo.

https://jacobinitalia.it/un-cittadino-esemplare/