Attiva sin dallo scorso giugno EgyptWide, rete che raccoglie
sessantaquattro organizzazioni della società civile di varie nazioni del mondo,
impegnata a richiedere ai propri Paesi, alle Nazioni Unite, allo stesso regime
guidato da Abdel Fattah al-Sisi un monitoraggio sulla situazione dei diritti umani
in Egitto, ha presentato oggi al Senato della Repubblica Italiana il proprio
documento “Mappare la repressione”. La denuncia è nota: da otto anni il grande
Paese arabo vive una drammatica riduzione dello spazio di vita pubblica. Non
sono perseguitati solo oppositori, sindacalisti, attivisti, giornalisti,
avvocati, ricercatori, il clima di terrore è diffuso fra la popolazione che
teme di finire in prigione o peggio di morire per via, in una stazione di
polizia, in un luogo di tortura segreto. Questo blocca da tempo la vita civile
di milioni d’individui. Tutto è giustificato da “operazioni di sicurezza
nazionale” che non riguardano affatto la sicurezza individuale e collettiva, al
contrario in maniera criminale attentano alle certezze e alla libertà, come
testimoniano i casi degli assassinati dal regime. Il meccanismo innescato punta
alla paura, cosicché ciascuno nel proprio ruolo ideale, professionale e nello
spirito critico del semplice cittadino perda la possibilità di esprimersi,
temendo di finire nel girone infernale delle detenzioni arbitrarie, dei
processi infiniti, delle vendette dirette o trasversali. I “sette passi”
che EgyptWide propone a chiunque voglia sostenerla nel grido
d’allarme sono così cadenzati: rilascio di tutti i prigionieri politici, blocco
delle rotazioni detentive, revoca dello stato di emergenza imposto dal 2017 in
violazione della Costituzione, rinvio delle condanne a morte emesse, fine dei
procedimenti penali contro i difensori dei diritti umani, dialogo su un diritto
di famiglia equo soprattutto per le donne, eliminazione della censura per gli
oltre seicento quotidiani online e siti Internet bloccati. Nel dossier son
menzionati anche alcuni fra i detenuti più noti: il giornalista e ricercatore
politico Ismail al-Iskandrani, condannato a dieci anni di
reclusione dopo l’arresto nel 2015 e oltre due anni di rinvii detentivi. La sua
colpa è studiare i gruppi islamisti. Sayed al-Banna, avvocato dei
diritti, è da oltre due anni in attesa di processo con l’accusa di adesione a
gruppi terroristi. E’ vittima della formula del rinvio in cella ogni 45 giorni.
Era già stato arrestato nel 2016 per aver partecipato alle proteste contro la
cessione ai sauditi delle isole Tiran e Sanafir.
Altro avvocato è Haitham Mohamadeen, in
custodia cautelare dal 2019 anch’egli accusato di terrorismo e per aver
pubblicato notizie false. Aderente del partito socialista rivoluzionario, ha
partecipato alle proteste sociali del 2008, alla rivolta di Tahrir, fondando
il Revolution Road Front e aderendo al Centro El
Nadeem contro le vittime di violenza. Arrestato più volte, sarebbe
dovuto tornare in libertà nel marzo di quest’anno ma il rilascio non c’è mai
stato. La giornalista Shaimaa Sami, ricercatrice e attivista dei
diritti. Nel maggio 2020 è stata sequestrata presso la sua abitazione ad
Alessandria, detenuta in luogo segreto per una decina di giorni, quindi
condotta nella Procura per la sicurezza nazionale e accusata di diffusione di
notizie false e terrorismo. Sarebbe dovuta uscire di prigione nel gennaio 2021,
ma la custodia del tutto illegale è proseguita, “giustificata” dal
rinnovo automatico ogni due settimane. Ramy Shaath, difensore dei
diritti e coordinatore in Egitto della campagna “Boicottaggio, Disinvestimento,
Sanzioni” per lo Stato d’Israele. Noto per il sostegno della causa palestinese,
anche per questo è accusato di rapporti con “gruppi terroristici” che
s’oppongono allo sgombero forzato delle case di Gerusalemme Est. Shaath ha vari
processi in corso e il suo stato detentivo risulta particolarmente
complesso. Walid Shawky è un medico dentista, impegnato sul
fronte dei diritti umani. Aderendo al movimento 6 Aprile si è ritrovato nel
2018 in manette nella sua clinica del Cairo con l’accusa di vicinanza a un
gruppo terrorista. A due anni dall’arresto non ci sono prove materiali contro
di lui, ma la regola dei rinvii ogni 45 giorni, lo tiene in cella. L’architetto
e ricercatore Ibrahim Ezz El-Din è in custodia cautelare dopo
aver conosciuto nel 2019 un rapimento e una detenzione in luogo non identificato
per cinque mesi e mezzo. Duramente torturato con vari arnesi, digiuni,
privazioni del sonno, a fine dicembre 2020 è stato prosciolto dalle accuse di
diffusione di notizie false (s’era occupato di lotte per gli alloggi e sgomberi
forzati di strati umili della cittadinanza), però non è mai uscito di galera.
Lo studente-ricercatore Ahmed Samir, residente in Austria, è statobloccato
dopo il suo rientro in Egitto, incautamente aveva pensato a una vacanza sul Mar
Rosso. Nello scorso febbraio, di ritorno dalla villeggiatura, s’era recato in
una stazione di polizia dove è stato trattenuto dal Servizio di Sicurezza
Nazionale. Incappato in interrogatori e torture per ritrovarsi bloccato di
quindici giorni in quindici giorni fino a oggi.
Sanaa Seif, regista e attivista, è stata condannata a un anno e
mezzo di reclusione una prima volta nel 2020. Nello scorso marzo la condanna
s’è ripetuta per l’aiuto offerto alla madre che inscenava un sit-in davanti
alla prigione di Tora 2 dov’è rinchiuso un altro membro della famiglia. Mohamed
Adel, blogger e attivista dei diritti umani, è fra i fondatori del
Movimento 6 Aprile, aveva dato vita alle proteste contro Mubarak nel 2008.
Fermato nel 2013, arrestato per tre anni e condannato ad altri tre di libertà
vigilata, ha subìto un ulteriore arresto nel 2018 per diffusione di false
notizie. Nel 2020 è stato inserito in un altro caso repressivo per terrorismo e
divulgazione d’informazioni sensibili. Resta in custodia cautelare per due
procedimenti. Mohammed al-Baqer è un difensore dei diritti che
dirige il Centro legale “Adalah”, è rinchiuso nella prigione di massima
sicurezza ‘Skorpion’. Venne rinchiuso in prigione mentre prestava
assistenza legale all’attivista Abdel Fattah e come lui accusato di terrorismo,
dopo più d’un anno e mezzo dall’arresto l’accusa non ha mostrato nessuna prova,
solo congetture. Alaa Abdel Fattah, blogger e attivista fu
rinchiuso per un caso del 2019, il refrain è il solito: notizie false e
terrorismo. Conosciuto per l’impegno libertario durante l’intera fase di
ribellione del 2011, è finito immediatamente nella rete repressiva dopo il
golpe del 2013 scontando cinque anni di libertà vigilata. Nel settembre 2019 è
stato nuovamente arrestato con le medesime accuse ed è tenuto in surplace,
ovviamente in galera. Di Patrick Zaky in Italia si sa tutto.
Anche i nostri senatori e il governo Draghi sono al corrente dei soprusi del
regime egiziano che l’incastrano. Assieme ai tanti compagni di sventura vessati
da Sisi riuscirà a ricevere quel reale sostegno internazionale invocato
da EgytpWide?
Alcuni articoli di giornale restano nella
memoria. Certe volte si tratta di titoli importanti che muovono le masse
come per la fine della guerra, la vittoria dei mondiali. Altre volte sono testi
che ritroviamo sui libri di scuola o dobbiamo commentare come l’articolo su
Gino Bartali all’esame di maturità pochi anni fa. Certe volte accendono
polemiche a distanza di decenni come “Il Pci ai giovani” di Pier Paolo Pasolini
sugli scontri di Valle Giulia.
Capita che certe parole colpiscano la nostra immaginazione, la nostra
intelligenza, i nostri sentimenti, solo i nostri. Quei ritagli di giornale ci
accompagnano ripiegati in un libro, tra i fogli sulla nostra scrivania. Ogni
tanto li rileggiamo, certe volte con inquietudine, per guardarci intorno, per
capire quale strada stiamo imboccando.
Un articolo del genere per me fu l’intervista a Francesco Cossiga nella
quale dava istruzioni per alzare i toni dello scontro nelle piazze. E lo diceva rivendicando questa
scelta come una che aveva già fatto lui da ministro ai tempi d’oro della
strategia della tensione. Parlava degli studenti e sosteneva chiaramente che
«…le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale.
Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà,
ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano». Diceva che «il
suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di
polizia e carabinieri».
Da metà
luglio penso sempre più spesso a un articolo uscito sul Corriere della Sera e
firmato Ernesto Galli della Loggia.
“L’assassinio di Giulio
Regeni chiama in causa tutti noi”, questo è il titolo. Può suonare
come un’incitazione a cercare la verità e la giustizia sulla sua morte. E
invece no. La verità è assodata e scrive chiaramente «che Giulio Regeni fosse
stato trucidato dagli sgherri dei servizi segreti del governo egiziano è stato
chiaro fin dall’inizio». D’altra parte, scrive, l’Egitto è «uno stato
ferocemente dittatoriale». E allora? Chiediamo giustizia per il
sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio? No. Perché «la partita con il
Cairo» è «una partita disperata». Noi italiani «contiamo troppo poco perché il
governo egiziano si senta spinto ad acconsentire alle nostre richieste di
giustizia». «Abbiamo bisogno del ben volere di Al Sisi perché l’Eni» … possa continuare a fare affari
con il suo paese. Dunque? Per il
nostro giornalista l’unica possibilità è «intitolare a suo nome una via o una
piazza in tutti i comuni della penisola». Punto. Nient’altro.
È una dichiarazione sconfortante. Penso a quelle parole mentre leggo
dell’arresto di Basma Mostafa.
E mi passa
velocemente per la testa la vicenda di Patrick Zaky, ma anche la strana morte di Mario Paciolla. Penso alla condanna
che un giornalista può scrivere su un giornale importante promettendo in cambio
di intitolargli una piazza o una strada. Siamo davvero diventati così disumani? Con quale faccia andremo
a scoprire la lapide che attaccheremo con il loro nome inciso sopra? E con
quella stessa faccia andremo a portargli fiori? Gli intitoleremo anche un’aula
all’università? Una scuola in periferia?
“Quanto pesa una lacrima? – si chiedeva Gianni Rodari – La lacrima di un
bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più
di tutta la terra”. E io mi chiedo quanto pesi un foglio di giornale…
Torturata in cella, si toglie la vita l’attivista Lgbtqi Sarah Hijazi
Era il settembre 2017 quando Sarah Hijazi, all’epoca 27enne, salì sulle
spalle di un amico e sventolò la bandiera arcobaleno. Era al Cairo, al concerto
dei Mashrou’ Leila, band libanese conosciuta in tutto il mondo, ma vittima di
censure in Medio Oriente (a partire dal Libano stesso) perché
accusata di difendere i diritti Lgbqti+.
Sarah era un’attivista Lgbtqi+. Si è uccisa domenica in Canada, dove aveva
trovato asilo dopo mesi di prigione in Egitto, torturata e violentata. Ha
lasciato un biglietto dove chiede perdono, la depressione che viveva dopo
l’esperienza del carcere l’ha sopraffatta: «Ho cercato di trovare redenzione e
ho fallito. Quell’esperienza è stata troppo dura, e io sono troppo debole per
resistere».
In prigione era finita per quel concerto e quella
bandiera, una delle almeno 57 persone arrestate per aver partecipato all’evento
dei Mashrou’ Leila, da allora banditi dall’Egitto. Unica donna a essere
detenuta in una campagna di arresti durata tre settimane con raid nelle case,
arresti e uso di app di incontri per individuare i sospetti.
All’epoca fu lo stesso procuratore generale Nabil Sadek (colui che, tra
l’altro, si occupa della morte di Giulio Regeni, per cui l’Egitto parlò di
incidente d’auto, droga e – appunto – relazione gay) a ordinare di investigare
il caso della bandiera come minaccia alla sicurezza nazionale. Sarah era stata
condannata, insieme ad altri, per «promozione della devianza sessuale e
dissolutezza».
Era stata rilasciata su cauzione tre mesi dopo. Aveva già tentato il
suicidio dopo quanto subito dalle guardie e da altri prigionieri: stupri,
torture, umiliazioni. All’epoca la sua legale, Hoda Nasrallah, aveva
raccontato: «È il solito gioco politico, soprattutto perché è una ragazza.
Incitano altri detenuti, dicono “questa qui vuole che uomini e donne siano
gay”, e loro la vessano. Ho visto graffi sulle sue spalle, mi è apparsa
esausta. È stata picchiata».
Se l’omosessualità in Egitto non è reato, abusi e discriminazioni sono
diffusi sul piano istituzionale e sociale. In carcere si va con altre accuse,
immoralità, blasfemia e violazione delle leggi che vietano «pensieri e atti
devianti contrari alla pubblica morale». Quando Patrick Zaki fu arrestato, una
campagna mediatica apposita lo accusò di omosessualità come fosse un crimine,
con commentatori tv e politici che infiammarono l’opinione pubblica accusando
la comunità Lgbqti+ di ricevere fondi da non meglio precisati paesi esteri.
I numeri della repressione sono cresciuti sotto al-Sisi: dall’ottobre 2013
al marzo 2017, secondo l’ong egiziana Eipr, sono state detenute almeno 323
persone, 90 nel 2019.
«Ai miei fratelli, ho provato a sopravvivere ma
ho fallito. Ai miei amici, l’esperienza è stata dura e io ero troppo debole per
lottare. Al mondo, sei stato davvero crudele, ma io ti perdono».
Mairead Corrigan
Maguire: "In nome di Sarah Hijazi, diciamo basta agli affari con i suoi
carnefici"
“Una notizia terribile, sconvolgente. Una giovane donna
che per ritrovare pace sceglie di togliersi la vita. Non riesco neanche a immaginare
quale peso insopportabile Sarah Hijazi portasse dentro di sé, i ricordi
atroci degli abusi subiti in carcere. Piango per lei, ma il dolore e la
preghiera non bastano. Perché questa terribile storia deve ricordare a tutti
noi che nel mondo vi sono migliaia di attivisti per i diritti umani che
rischiano ogni giorno di essere incarcerati, torturati, fatti sparire per aver
difeso quelle libertà, individuali e collettive, che regimi dittatoriali
considerano una minaccia da estirpare con ogni mezzo. E con molti di questi
regimi, l’Occidente, la civile Europa continua a fare affari e a vendere armi.
Porre fine a questi affari è il modo migliore per onorare la memoria di Sarah
Hijazi. A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa a Globalist è Mairead
Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace 1976. Nata
a Belfast da famiglia cattolica, Maguire, decise di dedicarsi alla pace nel suo
paese dopo che i tre figli della sorella furono investiti e uccisi da un’auto
di cui aveva perso il controllo un membro dell’esercito repubblicano irlandese,
colpito poco prima a morte da un soldato inglese. A seguito di quella tragedia
la sorella si tolse la vita e Mairead fondò con Betty William, con cui ha
condiviso il Nobel, il movimento “Donne per la pace”. Maguire
è stata anche presidente della Nobel Women’s Initiative, la fondazione che
unisce le donne insignite di questo prestigioso riconoscimento.
Il testamento spirituale di Sarah Hegazi: "Così il regime ha
scavato un buco nero nella mia anima"
Pubblichiamo un articolo
scritto nel 2018 dall'attivista per i diritti Lgbt egiziana suicida tre giorni
fa per il giornale egiziano indipendente Mada Masr: "Ecco perchè non
riesco a riprendermi"
di SARAH HEGAZI
Gli islamisti e lo Stato si fanno concorrenza
in materia di estremismo, ignoranza e odio, proprio come lo fanno in violenza e
brutalità. Gli islamisti puniscono chi dissente da loro con la morte, e il
regime al potere punisce chi la pensa in modo diverso con il carcere. La si
potrebbe descrivere come una battaglia di religione, intesa non come un insieme
di usanze religiose, bensì come il senso di orgoglio e di superiorità che
deriva dalla sola appartenenza ad una pratica di rituali precisi. Il
regime ricorre ai suoi sistemi – i mezzi di comunicazione e le moschee – per
far sapere alla società egiziana, che si sottintende essere ‘religiosa per sua
stessa natura’, che anch’esso “tutela la religione e la morale collettiva,
quindi non c’è bisogno che gli islamisti si mettano in concorrenza con lui!”
Lo Stato, e in particolare il regime al potere,
è puritano. Mentre mi arrestavano, in casa mia, davanti alla mia
famiglia, un agente mi ha chiesto cosa pensavo della religione, perché non
indossassi il velo e se fossi vergine o no. L’agente mi ha bendato nell’auto
che mi ha portato in un posto che non dovevo riconoscere. Sono stata portata
giù da una scala, senza sapere dove sarei arrivata. Ho sentito soltanto una
voce di uomo dire: “Portala da al-basha”, poi ho avvertito
un odore nauseabondo, e ho sentito gemiti di dolore. Mi hanno fatto sedere su
una sedia, con le mani legate e un pezzo di stoffa in bocca per motivi che non
riuscivo a capire. Non vedevo nessuno, nessuno mi rivolgeva la parola. Un
attimo dopo, il mio corpo si è contorto dalle convulsioni e ho perso
conoscenza. Non so per quanto tempo sono rimasta esanime.
Era una
scossa elettrica. Sono stata torturata con l’elettricità. Hanno minacciato di
fare del male a mia madre, se ne avessi parlato a qualcuno. Mia madre che poi è
morta poco dopo la mia partenza per il Canada. Torturarmi con le scariche
elettriche non era abbastanza. Gli uomini della stazione di polizia di Sayeda
Zeinab hanno anche aizzato le donne rinchiuse in cella con me perchè si accanissero
su di me sessualmente, aggredendomi fisicamente e a parole. La tortura non è
finita lì. È continuata nel carcere femminile di Qanater, dove sono stata
tenuta in isolamento molti giorni prima di essere trasferita in una cella con
altre due donne, alle quali mi è stato proibito di rivolgere la parola. Per
tutto il tempo della prigionia mi è stato proibito di uscire alla luce del
sole. Ho perso la capacità di guardare la gente dritto negli occhi.
L’interrogatorio che si è svolto presso la
Procura generale dello Stato è stata una dimostrazione di ignoranza. Il mio
aguzzino mi ha chiesto di fornire le prove secondo le quali l’Organizzazione
mondiale della sanità non considera l’omosessualità una malattia. Il mio
avvocato Mohamed Fouad ha contattato l’Oms e ha presentato un memorandum nel
quale si attesta che l’omosessualità non è una malattia. La mia avvocatessa
Hoda Nasrallah ha contattato le Nazioni Unite, e anche questa istituzione ha
rilasciato una dichiarazione secondo cui il rispetto per l’orientamento sessuale
dell’individuo rientra tra i diritti umani. Ahmed Alaa e io abbiamo dovuto
rispondere di tutto questo davanti ai Procuratori di Stato. Le domande di chi
mi sottoponeva a interrogatorio erano ingenue: mi è stato chiesto se il
comunismo equivale all’omosessualità. Con sarcasmo mi è stato domandato che
cosa impedisca agli omosessuali di praticare sesso con i bambini e gli animali.
Chi me lo ha chiesto non sa che fare sesso con i bambini è un reato, come è
reato fare sesso con gli animali. Non sorprende che avesse una mentalità così
limitata. Probabilmente considera Mohamed Shaarawy un grande sceicco e Mustafa
Mahmoud un illustre studioso di legge. Probabilmente pensa che il mondo stia
cospirando contro l’Egitto e che l’omosessualità sia una religione alla quale
vogliamo attrarre nuovi adepti. Non ha modo di formarsi un’opinione al di
fuori di quello che sente nella sua famiglia, dagli esponenti religiosi, a
scuola e dai media. DOPO Ho iniziato a temere tutti. Anche dopo essere
stata liberata, avevo ancora terrore di tutti, della mia famiglia, dei miei
amici, della gente per strada. La paura ha preso il sopravvento. Sono stata
colpita da una grave depressione e da disturbi post-traumatici da stress, ho
sofferto di ansia profonda e di attacchi di panico. Per questo sono stata
sottoposta a terapia elettroconvulsivante, che mi ha provocato problemi di
memoria. A quel punto, ho dovuto lasciare il Paese per paura di essere
arrestata di nuovo. In esilio, ho perso mia madre. In seguito, ho dovuto
sottopormi a un’altra serie di cure terapeutiche anticonvulsivanti, questa
volta a Toronto, e ho tentato il suicidio due volte. Quando aprivo bocca
balbettavo, in preda al terrore. Non riuscivo a uscire dalla mia camera. La
memoria mi si è venuta meno assai rapidamente. Ho evitato di parlare della mia
prigionia, mi sono tenuta alla larga da ogni tipo di assembramento, ho cercato
di non comparire nei media, perché temevo di perdere facilmente la
concentrazione e di sentirmi perduta, sopraffatta dal desiderio di silenzio.
Tutto ciò è accaduto mentre perdevo speranza nelle cure. Perdevo la speranza di
poter essere guarita. Questa è la violenza che mi è stata fatta dallo Stato,
con la benedizione di una società “religiosa per sua stessa natura”.
Tra un estremista religioso barbuto – che vuole
ucciderti perché crede di essere più in alto agli occhi del suo Dio e, di
conseguenza, incaricato di uccidere chiunque sia diverso da lui – e un
uomo vestito bene, sbarbato, con un telefono nuovo e un’auto costosa, che crede
di essere più in alto agli occhi del suo Dio e, di conseguenza, incaricato di
torturare e imprigionare chiunque sia diverso da lui istigando altri a
esercitare violenza, non c’è differenza. Chiunque sia diverso, chiunque non sia
un musulmano sunnita eterosessuale maschio che sostiene il regime al potere è
considerato perseguibile, impuro o morto. La società ha applaudito il regime
quando sono stata arrestata con Ahmed Alla, un amico che come me ha perso tutto
per aver sventolato la bandiera arcobaleno. I Fratelli Musulmani, i salafiti e
gli estremisti alla fine si sono detti d’accordo con il potere dominante: hanno
assunto una medesima posizione nei nostri riguardi. Hanno convenuto sulla
violenza, sull’odio, sul pregiudizio e sulla persecuzione. Forse, sono le due facce
di una stessa medaglia.
Non abbiamo trovato una mano tesa ad aiutarci
tranne che nella società civile, che ha svolto il suo lavoro malgrado le
restrizioni opprimenti. Non dimenticherò mai il gruppo dei miei difensori:
Mostafa Fouad, Hoda Nasrallah, Amro Mohamed, Ahmed Othman, Doaa Mostafa,
Ramadan Mohamed, Hazem Salah Eldin, Mostafa Mahmoud, Hanafiy Mohamed e altri.
Non riesco a ricostruire e ringraziare a parole per iscritto l’impegno della
società civile, anche dopo la mia liberazione, ma le parole sono tutto ciò che
ho. Quindi, chiedo scusa agli avvocati e al resto della società civile per la
mia incapacità a esprimere tutta la mia gratitudine se non con semplici parole
di ringraziamento. A un anno di distanza dal concerto di Mashrou’Leila, dopo che è stato vietato ai musicisti
del gruppo di rimettere piede in Egitto, dopo una campagna contro gli
omosessuali durata un anno, dopo un anno da quando ho annunciato di essere
diversa – “Sì, sono lesbica” – non ho dimenticato i miei nemici. Non ho
dimenticato l’ingiustizia che mi ha scavato un buco nero nell’anima,
lasciandola sanguinante – un buco che i medici non sono stati ancora in grado
di rimarginare.
A cura di Francesca Caferri. Traduzione di Anna
Bissanti Questo articolo di Sarah Hegazy, chiusa in carcere
e poi esiliata per aver sventolato la bandiera arcobaleno durante un concerto
nel 2017, in origine è stato pubblicato in arabo sul giornale indipendente
egiziano “Mada Masr” nel settembre 2018. Dopo questi anni di tormento in esilio,
pochi giorni fa Sarah si è suicidata. Mada Masr lo ha ripubblicato ieri da qui
Il sorriso
dell’arcobaleno. In memoria di Sarah Hegazi - Benedetta Pisani
Nel mondo in
cui viviamo, non essere eterosessuali e cisgender è pericoloso.
Un mondo
duramente improntato su un concetto di “selezione darwiniana”, patriarcale e
suprematista, in cui il più forte è l’uomo, bianco e
eterosessuale.
Un mondo che
strabuzza gli occhi per un bacio rainbow e li chiude di fronte
al buio dell’odio e della violenza.
Sarah
Hegazi, una delle più note attiviste per i diritti LGBT+ in Egitto, ci ha
provato a sopravvivere, in questo mondo. Ma il dolore era diventato
insopportabilmente logorante, portandola a scegliere la forma più estrema e
straziante di libertà.
Era il 22
settembre del 2017, quando Sarah è stata fotografata da un amico, al Cairo,
mentre sventolava fiera e sorridente una bandiera arcobaleno durante un
concerto dei Mashrou’ Leila, un gruppo di cinque ragazzi di Beirut
che, a suon di pop, sta cambiando la cultura musicale nel
mondo arabo, facendo da colonna sonora alle battaglie sociali e civili che
vedono in prima fila le giovani generazioni.
I testi
rivoluzionari, avvolti nel ritmo moderno di melodie tradizionali, toccano con
delicatezza e decisione tutti i tabù sessuali, socio-economici ed
etnico-religiosi di una società fortemente repressiva, soprattutto nei
confronti della comunità LGBT+.
L’Egitto – e
non solo, purtroppo – sembra essere immobile. Fermo ai tempi dei moti diStonewall.
Gli investigatori della polizia, sotto copertura, preparano agguati nei bar o
per le strade, dove aggrediscono e arrestano persone omosessuali. Viene da
chiedersi come facciano a riconoscerle… Hanno, per caso, qualche caratteristica
fisica singolare? Della serie, naso aquilino alla giudea?
L’idea è, più o meno, quella. E questa feroce stigmatizzazione costringe spesso
all’invisibilità.
Sarah non
voleva essere invisibile. Ma per il Paese in cui è nata, la sua anima, forte e
combattiva, era troppo. Troppo ingombrante. Troppo colorata.
Sarah è
stata incastrata. Arrestata e torturata. Umiliata e stuprata dalle altre
detenute su incitamento degli agenti penitenziari. Trattenuta per mesi nelle
carceri del Cairo, dove è stata sottoposta a elettrocuzione. Vittima di un
sistema corrotto, crudele e depravato, dal quale aveva deciso di allontanarsi,
trasferendosi in Canada. Ma né la lontananza dall’Egitto né il tempo hanno
potuto lenire l’atroce sofferenza di un animo traumatizzato dalle brutture del
mondo.
E la
responsabilità è nostra. Di una società che disprezza e zittisce chi non è
conforme alle regole eteronormate che essa stessa impone.
Il sorriso
di Sarah, incorniciato dai sei brillanti colori della rainbow flag,
pieno di fierezza e speranza, si è spento. È stato oscurato dall’ombra
dell’ignoranza e dalla torpidezza di un razzismo sistemico, occultato in nome
della cultura tradizionale.
E la
responsabilità è nostra, perché non siamo stati in grado di difendere lei e
tanti altri giovani attivisti/e, come Giulio Regeni e Patrick Zaky, desiderosi
di far emergere la crudele verità e debellare l’orrore che si cela dietro le
sbarre di un regime che non ci azzardiamo nemmeno immaginare.
Il
cambiamento può avvenire solo nel momento in cui lo si rivendica.
Quando a essere divulgata sarà la vera informazione, non quella manipolata per
compiacere lo spettatore sordo.
Quando chi è soggetto a un controllo sociale, cieco e spietato, sarà ascoltato.
E chi vi assiste muto, responsabile e vittima di quella stessa oppressione,
sarà educato ad agire per salvare se stesso e chi viene costantemente privato
della forza per salvarsi da solo.
Sanaa Seif rapita da agenti in borghese alla procura del Cairo - Chiara
Cruciati
Sanaa Seif, giovane attivista egiziana e sorella minore di Alaa Abdel
Fattah, prigioniero politico di lungo corso e volto della resistenza contro
ogni regime, da Mubarak ad al-Sisi, è stata rapita ieri in pieno giorno da
uomini in borghese nell’ufficio del procuratore generale.
Nemmeno due ore dopo era sotto interrogatorio, accusata di diffusione di
notizie false, abuso dei social media e incitamento al terrorismo. In serata le
sono stati comminati 15 giorni di detenzione cautelare.
È successo tutto in pochissimo tempo. La prima a denunciare la sparizione
di Sanaa è stata la sorella Mona Seif, anche lei nota attivista. Lo ha scritto
su Twitter, immediatamente: Sanaa è stata presa da uomini in abiti civili,
caricata su un furgoncino e portata via.
«USARE IL TERMINE “arrestata” – ha aggiunto in un tweet successivo – implica una
legalità del procedimento. Sanaa Seif non è stata “arrestata”, è stata rapita e
il suo rapimento è stato facilitato dalle guardie dell’ufficio del procuratore
generale. Le violazioni commesse contro la mia famiglia continuano e crescono
con la benedizione del procuratore generale d’Egitto Hamada El Sawy».
Ovvero l’uomo conosciuto in Italia per essere il responsabile della
pressoché nulla collaborazione tra procure sul caso della morte di Giulio
Regeni. È andata esattamente così, Sanaa è stata rapita mentre con la sorella
Mona e la madre Laila stava denunciando quanto accaduto appena il giorno prima,
il pestaggio subito di fronte
al super carcere di Tora dove è detenuto dallo scorso settembre Alaa Abdel
Fattah.
ERANO LÌ PER AVERE notizie, da tre mesi non possono vederlo per le
pretestuose misure di contenimento del Covid-19 ordinate dal governo del
presidente al-Sisi: visite familiari vietate, a fronte di carceri
sovraffollate, sporche, con pessime condizioni igieniche e di aerazione.
I dati a disposizione parlano di 28 prigioni colpite dal Covid, almeno
dieci prigionieri deceduti e 133 contagiati, insieme a 22 poliziotti.
A metà marzo le tre donne erano state arrestate per un sit-in di fronte a
Tora: chiedevano la liberazione di tutti i detenuti politici, circa 60mila,
sestuplicati dai tempi del non certo tollerante regime di Mubarak. Con loro era
stata arrestata anche Ahdaf Soueif, scrittrice e sorella di Laila.
Domenica una nuova vessazione, il pestaggio da parte di alcune donne –
probabilmente mandate dal regime – sotto gli occhi degli agenti che non sono
intervenuti. La denuncia si è trasformata, nell’arresto di Sanaa. Ventisette
anni, attiva dai tempi della rivoluzione del 2011 quando creò un giornale della
piazza che superò le 30mila copie, era stata già detenuta nel 2014 per sei
mesi.
I CRIMINI DEL REGIME egiziano proseguono, senza soluzione di
continuità. Il 17 giugno scorso la detenzione preventiva dello studente Patrick
Zaki, in carcere dal 7 febbraio, è stata rinnovata di altri 15 giorni. Per lui
è nata la campagna «100 Città con Patrick», lanciata dalla rete di studenti e
giovani GoFair,
che chiede ai comuni italiani di concedere al giovane la cittadinanza onoraria.
Shadi Habash, un nuovo caso oscuro dall’Egitto - Marco Magnano
Il regista e videomaker è morto nel carcere di Tora,
vicino al Cairo, dopo due anni di detenzione senza processo. La sua colpa? Un
videoclip
Ancora una volta, l’Egitto è protagonista di un caso di giustizia
negata che si somma alle numerose storie di cui il Paese, negli ultimi anni, si
è reso protagonista.
A rompere il generale silenzio sul sistema di incarcerazioni
e sparizioni forzate che gli organi di sicurezza egiziani hanno allestito sin
dal colpo di Stato che nel 2013 portò al potere Abdel Fattah Al-Sisi, è questa
volta la morte di un fotografo e regista egiziano, Shadi Habash, morto a soli
24 anni venerdì 1 maggio nel carcere di Tora, alla periferia del Cairo, lo
stesso in cui è rinchiuso Patrick George Zaki.
Habash era stato arrestato nel marzo 2018 e da allora era
detenuto in attesa di processo. «La sua salute è andata peggiorando per diversi
giorni», racconta all’agenzia stampa France Presse il suo avvocato, Ahmed
el-Khwaga, «era stato portato in ospedale, poi è stato rimandato in carcere,
dov’è morto». Le autorità egiziane non hanno commentato quanto accaduto, ma la
ragione dell’arresto è chiara a tutti. «Come videomaker - spiega Riccardo
Noury, portavoce di Amnesty International Italia - ha diretto una serie di
video, compreso quello incriminato di questo cantante esule in Svezia che aveva
scritto un brano satirico, Balaha, che in italiano si traduce con “dattero”,
rivolto al presidente al-Sisi». “Balaha” non è soltanto il frutto, ma è un personaggio
comico del cinema popolare egiziano degli anni Settanta, noto per mentire in
modo patologico. Un messaggio forte ed evidentemente vietato in un Paese in
cui, come ricorda ancora Noury, «c'è una linea rossa che supera
inavvertitamente, perché è mobile, separa quello che è lecito per quello che è
illecito e uno non si rende conto di averla oltrepassata fino a quando viene
portato in carcere».
La canzone, tuttavia, non era nemmeno stata scritta da
Habash, che aveva soltanto diretto il video, ma dal poeta Galal el Beheiry,
anche lui in carcere, insieme al cantante Rami Essam, una delle voci più note
della Rivoluzione del 2011, quando due suoi brani (Pane, libertà, giustizia
sociale e Irhal, ”vattene”, indirizzato a Hosni
Mubarak) furono cantati insieme a lui da milioni di manifestanti a piazza
Tahrir.
A pochi giorni dalle elezioni del marzo del 2018, che videro
la riconferma di al-Sisi, il video della canzone di Essam, che ora è in esilio
in Svezia, aveva superato i tre milioni di visualizzazioni su Youtube. Troppo
per un potere politico che non accetta di essere messo in discussione.
Proprio allora Habash venne portato in carcere, nella
prigione di Tora, e tenuto in detenzione preventiva per indagini che non sono
mai andate avanti. «È la prassi in Egitto. Quel carcere - continua Noury - o ti
uccide di botte o ti uccide di mancate cure mediche o ti uccide di isolamento.
Il 2 maggio è accaduto anche lui, così com’era accaduto ai suoi compagni di
prigionia, come stanno raccontando le cronache degli esuli egiziani di questi
ultimi giorni».
La condizione di sistematica incertezza a cui si è sottoposti
nelle carceri egiziane porta ancora una votla all’attenzione mondiale le
condizioni in cui i detenuti vivono all'interno delle prigioni del Paese, già
normalmente pericolose e sovraffolate e in queste settimane rese ancora più
pericolose dalla pandemia di coronavirus. In questa incertezza vive anche
Patric George Zaki, il cui arresto preventivo è stato prorogato di 45 giorni in
45 giorni senza nemmeno una formalizzazione delle accuse.
Martedì 5 maggio i giudici egiziani hanno deciso che lo
studente dell’Università di Bologna, rimarrà in carcere nonostante le sue
preoccupanti condizioni di salute. Zaki, infatti, soffre d’asma e ha problemi
respiratori seri, che nel contesto dell’emergenza sanitaria globale
rappresentano un ulteriore elemento di allarme. «Sappiamo che è vivo -
chiarisce il portavoce di Amnesty - per il semplice fatto che nessuno ci ha
detto che è morto. L'ultima visita i suoi familiari l'hanno potuta effettuare
il 9 di marzo, quindi siamo quasi a due mesi di distanza. Quello che sappiamo è
che dovrebbe essere scarcerato, prima di tutto perché è innocente, e poi perché
è un soggetto a rischio. E allora quello che Amnesty International ha deciso di
fare in queste ultime settimane insieme all'Università di Bologna e al Comune
di Bologna è di sollecitare un provvedimento umanitario di rilascio per motivi
di salute. Lo abbiamo fatto coinvolgendo l'ambasciatore italiano in Egitto,
Giampaolo Cantini, che ha risposto garantendo interessamento in una prima
occasione e gli abbiamo riscritto proprio in questi giorni per chiedere che dia
seguito alle sue buone intenzioni». Buone intenzioni che purtroppo, finora, non
hanno portato a risultati concreti.
Il fatto è che queste violazioni, così evidenti, così
documentate e dal rilievo internazionale, non sembrano avere alcuna
conseguenza. «Politicamente - riflette Riccardo Noury - l’Egitto non rende
conto a nessuno, perché i rapporti sono così forti sul piano bilaterale con
tanti Paesi e sono rapporti di convenienza, di armonia, di scambi di varia
natura. Dovrebbe rendere conto agli organi internazionali sui diritti umani, ai
meccanismi sui diritti umani delle Nazioni Unite che però hanno un potere
persuasivo pari a zero, possono fare dei report delle denunce e approvare delle
risoluzioni, condannare, però tutto questo non incide. Inciderebbe una presa di
posizione politica nei rapporti di alcuni paesi chiave con l'Egitto ma questa
presa di posizione manca».
È legittimo chiedersi se la crisi del mercato degli
idrocarburi, il crollo del prezzo del petrolio e in generale la flessione
economica globale, possano ridurre la posizione di forza dell’Egitto,
costringendolo a rendere conto delle proprie azioni di fronte alla comunità
internazionale. Tuttavia, il Paese non è così dipendente dalle esportazioni di
petrolio come lo sono altri nella regione, soprattutto nella Penisola arabica o
nel Golfo persico, quindi anche questa ipotesi sembra da scartare. «L'Egitto -
conclude infatti Noury - ha altre risorse che non sono semplicemente legate a
fattori economici. La sua posizione lo rende un Paese chiave nella zona
dell'Africa del Nord, in particolare rispetto alla Libia, ma anche rispetto a
fenomeni come l'immigrazione. È stato il primo Paese a raggiungere la pace con
Israele, quindi in qualche modo è considerato un esempio di moderazione e di
progresso. Queste sono carte che l'Egitto gioca con intelligenza, minacciando
che se venisse a mancare questo ruolo equilibratore e di pace nell'area il
terrorismo esploderebbe, l'immigrazione ripartirebbe e la Libia si spezzerebbe
ancora di più».
Egitto:
il laboratorio repressivo del Medio Oriente - Enrico Campofreda
La
guerra a bassa intensità, imposta dalla lobby militare del
presidente Al Sisi non tanto ai jihadisti dell’area del Sinai ma a qualsiasi
oppositore, è uno degli elementi più inquietanti della multiforme
reazione ai moti delle Primavere 2011. Se nell’ampia regione fra Mashreq e
Maghreb sono tuttora in corso guerre e stragi di civili, come in Siria, o azzeramenti
della forma Stato, in Libia, è nella più grande nazione araba che la reazione
sperimenta una repressione al tempo stesso spietata e sofisticata. La guida un
uomo che sembra un buon padre di famiglia, un volto talmente bonario che
avrebbe potuto sorridere dell’ironia con cui un noto rapper lo rappresenta,
definendolo balaha nel suo omonimo video musicale.
Balaha significa
“dattero”, un po’ come la faccia pasciuta e il corpo basso e tozzo dell’ex
generale. In realtà a chiamarlo così è la stessa gente d’Egitto, lo fa chi
lo disprezza e chi lo teme. Ovviamente quest’ultimo lo dichiara a mezza bocca,
fra conoscenti fidati, perché le orecchie dei mukhabarat [i
servizi segreti] o dei loro spioni prezzolati sono sempre in agguato. Quel che
è accaduto di recente, non al rapper Rami Essam che con l’aria che tira nel
Paese da tempo ha preso un volo per la Svezia, ma a un incauto fotografo e
regista, Shadi Habash, con- ferma i timori personali e la crudele realtà
quotidiana.
L’ESCALATION
DELLA REPRESSIONE
Per il video Balaha, che ovviamente spopola sui social,
il ventenne Habash – ahilui – rimasto in Egitto è finito in galera. Non in un
carcere qualsiasi, ma nella sezione Scorpion di Tora dove
polizia e Intelligence locali trascinano i cittadini infedeli
al culto del presidente. Shadi c’è rimasto due anni, per uscirne stecchito a
inizio maggio. Non è dato sapere la causa della morte.
Quando i militari iniziarono il repulisti, nell’autunno 2013, era da poco
avvenuto il golpe bianco che depose il presidente eletto
Morsi, Fratello musulmano e unico Capo di Stato non militare dell’Egitto post
monarchico. E c’era stata la mat- tanza della moschea Rabaa al-Adawiyya,
una ventiquattr’ore di sangue con cui fra i mille e i duemila attivisti della
Confraternita islamista (il numero dei morti è rimasto sempre segreto) vennero
passati per le armi da esercito e polizia.
Quella gente era accampata all’aperto, davanti alla moschea, protestava con un
gigantesco sit-in per l’incostituzionale rovesciamento di
Morsi del mese precedente. Furono uccisi singolarmente con armi leggere, presi
a fucilate, uno per uno. Non solo la strage passò quasi inosservata agli occhi
della po- litica internazionale, ma tante anime belle della democrazia interna e
mediorientale appoggiavano “l’esercito del popolo” che ristabiliva l’ordine
contro l’islamismo dilagante.
«Prima vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubavano...» il
famoso sermone del pastore Niemöller s’adatta perfettamente alla scalata
repressiva messa a punto, mese dopo mese, dal nuovo dominus della
“cricca delle stellette”.
LA
“CRICCA DELLE STELLETTE”
Essa
– neppure uno Stato nello Stato, ma semplicemente lo Stato – trovava
nell’ambizioso Sisi un uomo d’immagine e di elaborazione per riprendere in mano
il controllo d’ogni organismo nazionale che aveva subìto l’euforia dell’idea
di cambiamento di piazza Tahrir. Dal Parlamento alla magistratura, fino
all’informazione e ai sindacati. Forse solo l’Intelligence serbava
quel rapporto diretto con la vecchia guardia dei feloul [letteralmente
“gli avanzi” termine con il quale si indicano i fedelissimi di Mubarak]. Ma
anch’essa andava rivisitata, per evitare gli affarismi personali di soggetti
come Shafiq, il politico su cui puntavano i “mubarakiani” dopo la caduta
del raìs, e che invece fu sconfitto nel confronto alle urne con
Morsi. Dopo aver assassinato e arrestato migliaia di militanti del- la Brotherhood l’autoritarismo
militare puntò altrove. L’opposizione liberale e socialista d’Egitto, i
signori El Baradei, Moussa, Sabahi e soci capirono chi fosse Sisi e come
volesse agire, quando dopo l’investitura presidenziale del 2014, si trovarono
nuovamente i carri armati in piazza. Puntati stavolta non contro la Fratellanza
Musulmana, da essi stessi odiata, ma contro ogni protesta, ogni gesto, ogni
parola. Anche riunioni private ricevevano le visite poliziesche; militanti e
sindacalisti venivano colpiti dal piombo com’era accaduto alla gioventù
ribelle del sogno di primavera. La stretta sull’opposizione, che aveva
rinchiuso gli attivisti del “6 Aprile”, continuava sui giornalisti.
GUERRA
ALLE ONG: “MINACCE” ALLA SICUREZZA
Con
l’accusa di “attentato alla sicurezza nazionale, complotto e terrorismo”
venivano incarcerate migliaia di persone, gente che s’esprimeva per via,
sui blog, sui social media. Accanto a galere riempite
sino all’inverosimile, a ripetute torture, a sevizie sessuali – peraltro già
praticate durante l’interregno sempre militare del Consiglio supremo delle
Forze armate che agì dal marzo 2011 al giugno 2012 – le sparizioni di persone,
giovani uomini e motivate ragazze, sono diventate sempre più frequenti.
Fra quest’ultime operatrici di Ong e avvocati dei diritti, poste a difesa di
accusati e accusate esse stesse di collusione con un fantomatico terrorismo.
Verso
il vero terrorismo, autore inizialmente di attentati anche nella capitale e di
agguati contro l’esercito, la lobby militare pratica
operazioni di fac- ciata che non sradicano i gruppi jihadisti. La loro
sopravvivenza giustifica lo stato d’assedio perenne, allargato all’intera
popolazione metropolitana e rurale. Il gruppo di potere Al Quwwāt Al
Musal- lahat Al Misriyya – le moderne Forze Armate che col motto
“vittoria o martirio” hanno tracciato la via dell’Egitto contemporaneo – conta
480mila soldati effettivi (30mila gli avieri e altrettanti i marinai) e mezzo
milione di riservisti immediatamente disponibili.
Ma
l’età di abilità alle armi, compresa fra i 18 e i 49 anni, può portare più
d’un terzo degli egiziani (35 milioni d’individui) a rivestire quell’uniforme.
Del resto le Forze armate della vittoria e del martirio, occupano pur sempre la
dodicesima posizione fra gli eserciti del mondo. Al cordone ombelicale della
divisa indossata e vissuta come un’appartenenza, s’aggiunge l’interesse
economico per chi lavora nell’esercito e per l’esercito.
LA LUNGA MANO DEI
MILITARI
Le
mani dei militari sono ovunque: dall’edilizia alla logistica, dall’agricoltura
alla manifattura, dal commercio al turismo, chi vuol lavorare deve rapportarsi
a loro. Le aziende controllate da generali e ufficiali e dai propri compari non
solo rappresentano una po- tenza con cui imprenditori e tycoon locali
– laici e d’ogni fede come Sawiris o Al-Shater – hanno dovuto fare i conti, ma
condizionano il salario e la coscienza di milioni di egiziani. Questo spiega
l’acquiescenza d’una grossa fetta della popolazione, i silenzi davanti ai
soprusi, lo sguardo rivolto altrove, il mesto tirare a campare. Magari
vagheggiando la grandezza patria rilanciata da quegli specchi dell’illusione
che, come ogni megalomane del potere, Sisi prospetta coi progetti della nuova
capitale e del raddoppio del canale di Suez.
IL
"CASO REGENI"
Nel
2016 come una bomba scoppiò il “caso Regeni” con tanto di pedinamenti,
sequestro, sevizie, uccisione del ricercatore friulano trapiantato a Cambridge
e attivo al Cairo per ricerche sui sindacati indipendenti.
Differentemente da altri omicidi politici il ca- davere venne ritrovato,
sebbene poi vari organi della sicurezza hanno operato depistaggi, occultamenti
di prove, ostacoli alle indagini anche quella della Procura di Roma.
L’omicidio
Regeni e la sua gestione possono essere considerate una linea di confine nel
grande disegno repressivo del ceto militare egiziano. Poiché se da una parte
la società civile internazionale dormiente ha avuto la prova inconfutabile
d’un disegno criminoso mascherato da gestione democratica della vita nazionale,
l’impossibilità di scardinare il muro di gomma creato dal regime ha sdoganato
quell’il- legalità che toglie il respiro alla nazione e la vita a chi la
vorrebbe diversa. La prassi del tempo sospeso e della “libertà”
vigilata è l’infame passo con cui una magistratura complice aiuta i militari a
soffocare la vita quotidiana e l’esistenza di tanti egiziani.
IL
"CASO ZAKI"
Funziona
come per Shadi. Hai compiuto un gesto di protesta o una beffa verso gli uomini
di potere? Peggio per te. Sei considerato una mina vagante per la sicurezza
dello Stato. Perciò vieni fermato, interrogato, magari malmenato, se reagisci
torturato e accusato di resistenza e violenza. È un comporta- mento registrato
anche altrove, lì dove il potere fa abuso del suo potere.
Ma
questo regime fa di più: ti piega mentre simula una carezza. Pur considerato
un pericolo, finanche un potenziale terrorista, ti libera. Applica lo stop
and go: la detenzione, la scarcerazione e una nuova detenzione che illude
chi le riceve creando frustrazione, depressione, paura dell’oggi senza domani.
Crea il tempo in bilico, una vita incatenata al prossimo arresto. Ad
libitum. Sta accadendo allo studente universitario Patrick Zaki, in perpetua
“custodia cautelare” ogni quindici giorni, seppure fra poco i giorni
diventeranno quarantacinque. Un’esistenza dilatata per seppelliti vivi, in
attesa della dipartita. La storia di Zaki è finita sui media perché
il giova- ne studiava a Bologna, ed è stato arrestato solo per un pensiero
incollato su un noto social media. Ma in Egitto esistono migliaia
di Zaki di cui nessuno parla, lo fanno solo amici e sodali attraverso una
flebile rete di sostegno.
Il regime di Sisi è colpevole di repressioni stragiste e assassini mirati,
tiene in galera oltre sessantamila oppositori, giornalisti, avvocati e semplici
cittadini, attua la descritta sospensione della vita. Alla quale ultimamente
s’aggiunge un’altra bestiale “raffinatezza”: la repressione trasversale. Per
punire qualcuno di presunti reati, se l’accusato è riparato all'estero, si
arrestano i congiunti rimasti sulle rive del Nilo.
È un sistema scellerato verso cui il cosiddetto mondo libero, che si batte per
i diritti dell’umanità, non può restare a guardare come se nulla stesse
accadendo. Rivolgendo il pensiero all’affarismo del gas, al mercato dei caccia
Rafale, dei carri Abrams, degli elicotteri Leonardo, delle fregate di
Fincantieri. O sognando i resort vacanzieri sul Mar
Rosso.
Sanaa Seif rapita da agenti in borghese alla procura del Cairo - Chiara
Cruciati
Sanaa Seif, giovane attivista egiziana e sorella minore di Alaa Abdel
Fattah, prigioniero politico di lungo corso e volto della resistenza contro
ogni regime, da Mubarak ad al-Sisi, è stata rapita ieri in pieno giorno da
uomini in borghese nell’ufficio del procuratore generale.
Nemmeno due ore dopo era sotto interrogatorio, accusata di diffusione di
notizie false, abuso dei social media e incitamento al terrorismo. In serata le
sono stati comminati 15 giorni di detenzione cautelare.
È successo tutto in pochissimo tempo. La prima a denunciare la sparizione
di Sanaa è stata la sorella Mona Seif, anche lei nota attivista. Lo ha scritto
su Twitter, immediatamente: Sanaa è stata presa da uomini in abiti civili,
caricata su un furgoncino e portata via.
«USARE IL TERMINE “arrestata” – ha aggiunto in un tweet successivo – implica una
legalità del procedimento. Sanaa Seif non è stata “arrestata”, è stata rapita e
il suo rapimento è stato facilitato dalle guardie dell’ufficio del procuratore
generale. Le violazioni commesse contro la mia famiglia continuano e crescono
con la benedizione del procuratore generale d’Egitto Hamada El Sawy».
Ovvero l’uomo conosciuto in Italia per essere il responsabile della
pressoché nulla collaborazione tra procure sul caso della morte di Giulio
Regeni. È andata esattamente così, Sanaa è stata rapita mentre con la sorella
Mona e la madre Laila stava denunciando quanto accaduto appena il giorno prima,
il pestaggio subito di fronte
al super carcere di Tora dove è detenuto dallo scorso settembre Alaa Abdel
Fattah.
ERANO LÌ PER AVERE notizie, da tre mesi non possono vederlo per le
pretestuose misure di contenimento del Covid-19 ordinate dal governo del
presidente al-Sisi: visite familiari vietate, a fronte di carceri
sovraffollate, sporche, con pessime condizioni igieniche e di aerazione.
I dati a disposizione parlano di 28 prigioni colpite dal Covid, almeno
dieci prigionieri deceduti e 133 contagiati, insieme a 22 poliziotti.
A metà marzo le tre donne erano state arrestate per un sit-in di fronte a
Tora: chiedevano la liberazione di tutti i detenuti politici, circa 60mila,
sestuplicati dai tempi del non certo tollerante regime di Mubarak. Con loro era
stata arrestata anche Ahdaf Soueif, scrittrice e sorella di Laila.
Domenica una nuova vessazione, il pestaggio da parte di alcune donne –
probabilmente mandate dal regime – sotto gli occhi degli agenti che non sono
intervenuti. La denuncia si è trasformata, nell’arresto di Sanaa. Ventisette
anni, attiva dai tempi della rivoluzione del 2011 quando creò un giornale della
piazza che superò le 30mila copie, era stata già detenuta nel 2014 per sei
mesi.
I CRIMINI DEL REGIME egiziano proseguono, senza soluzione di
continuità. Il 17 giugno scorso la detenzione preventiva dello studente Patrick
Zaki, in carcere dal 7 febbraio, è stata rinnovata di altri 15 giorni. Per lui
è nata la campagna «100 Città con Patrick», lanciata dalla rete di studenti e
giovani GoFair,
che chiede ai comuni italiani di concedere al giovane la cittadinanza onoraria.
Come la Kabul talebana Alessandria d’Egitto moralizza la
vita vietando e arrestando. E’ accaduto a un giovane accusato di far volare
degli aquiloni. Avete capito bene, quella magnifica invenzione che, se
costruita artigianalmente, fa librare in aria carta colorata e due stecche di
bambù incrociate, con una coda di filamenti o catenine, sempre di carta
multicolore. Un gioco meraviglioso come l’infanzia che se ne serve sognando di
volare. Una gioia che sfida i singulti ventosi se accompagnata dall’abile mano
che, dopo il lancio, resta a terra a osservare un decollo alto quanto il filo
di cotone o di nylon è capace d’unire il motore umano alla sfida celeste.
Insomma sul lungomare di Alessandria un manipolo di militari della Marina e
agenti in borghese hanno fermato un ragazzo che si dilettava a lanciare
aquiloni e l’hanno condotto in un posto polizia. Hanno sequestrato l’oggetto
del reato: canne, carta telata, code celesti e rosse. Così agisce l’Egitto che
ammette solo la pratica del divieto, della repressione, della restaurazione, della
vita senza gioia e senza il diritto di poter far nulla che il Potere non
voglia. Pratica con zelo l’ossessione del controllo, l’invasione nel gesto e
nella fantasia altrui una sbirraglia pagata, poco e male, per assillare
l’esistenza di cittadini piccoli e grandi. Anche quando queste forme di
coercizione assumono aspetti grotteschi come inseguire gli aquiloni,
abbatterli, distruggerli - quasi si trattasse di aerei nemici, di pericolosi
invasori - i marcatori del territorio eseguono pedissequamente, senza battere
ciglio, né pensare.
Non possiamo verificare, non ci risponderebbero, ma non
crediamo che quei marinai e poliziotti abbiano agito di propria iniziativa. Il
clima fobico dei regimi ama creare limitazioni, e probabilmente il locale
governatore, o chi per lui, ha pensato di eliminare gli aquiloni dal panorama
cittadino perché fonte di disturbo e di chissà quale idea sovversiva. Librarsi in
volo rappresenta di per sé un gesto liberatorio che i grevi esecutori degli
ordini repressivi nella dittatura egiziana non contemplano e intendono
cancellare. L’Egitto che azzera il volo degli aquiloni è più vicino
all’oscurantismo talebano che alla modernità di cui si vanta il megalomane
dittatore del Cairo difeso dall’Occidente.
Il giornalista Mohamed e la dottoressa Alaa: cosa significa essere
egiziani - Chiara Cruciati
Sono le
storie dei singoli a far capire, all’estero, cosa significhi essere egiziani.
Khaled Said, Alaa Abdel Fattah, Mahmoud Abu Zeid, Giulio Regeni, Patrick
Zaki, Sarah
Hijazi, chi ucciso
per strada dalla polizia, chi torturato per giorni fino a morirne, chi detenuto
senza ragione se non quella della repressione politica, chi tanto umiliato e
abusato da voler abbandonare la vita.
LE LORO STORIE sono tanto più dolorose perché non sono
l’eccezione, ma la normalità. Una normalità fatta di (ed è una stima) due o tre
sparizioni forzate al giorno, di 60mila prigionieri politici, di leggi che
vietano lo sciopero e le manifestazioni di dissenso.
Vale la pena
raccontarne altre: a soffocare gli egiziani sono corpi militari e di polizia i
cui strumenti arrivano dall’Italia e l’Europa, armi leggere, sistemi di
intercettazione, veicoli blindati. Non ci sono solo le fregate.
Lunedì
scorso in prigione in Egitto è finito l’ennesimo giornalista. Mohamed Monir, 65
anni, è stato arrestato da agenti in borghese ed è al momento in detenzione
preventiva, i famosi 15 giorni rinnovabili senza limite. È accusato di
appartenenza a organizzazione terroristica, diffusione di notizie false e abuso
dei social media. Il motivo: era apparso su Al Jazeera,
emittente tv qatariota, considerata dall’Egitto quasi minaccia esistenziale.
LA RAGIONE È POLITICA: il Qatar è un sostenitore
dichiarato dei Fratelli Musulmani, dal 2013 messi al bando dal Cairo come
organizzazione terroristica, soggetti a processi di massa e massacri (come
quello di piazza Rabaa, agosto 2013, primo atto del regime di al-Sisi).
Dopotutto
Mahmoud Hussein, caporedattore di Al Jazeera in
Egitto, è agli arresti dal 20 dicembre 2015, senza che si sia mai arrivati a
processo. E senza che un’accusa formale nei suoi confronti sia mai stata mossa,
dopo oltre 1.270 giorni trascorsi in cella.
La polizia
era stata a casa di Monir già il sabato precedente senza trovarlo. Gli agenti
erano però stati “catturati” dalla videocamera di sorveglianza. Solo a maggio
sono stati quattro i giornalisti arrestati in Egitto, terzo paese al mondo per
reporter dietro le sbarre dopo la Cina e la Turchia, attualmente 26, numero che
comprende solo quelli arrestati in relazione diretta al lavoro svolto.
Non solo i
media. Negli ultimi mesi di epidemia di Covid-19 il sistema repressivo si è
scagliato anche contro gli operatori sanitari critici verso la mala gestione
della crisi.
C’è chi ha
scioperato, chi si è dimesso, chi ha raccontato in che condizioni si lavora
negli ospedali al collasso, privi di attrezzature e protezioni. Si finisce in
carcere: secondo Amnesty International tra marzo e
giugno l’Nsa, i servizi di sicurezza egiziani – gli stessi responsabili della
sparizione e le torture a Giulio Regeni, secondo quanto accertato dalla Procura
di Roma –, hanno arrestato sei medici e due farmacisti per aver espresso sui
social media le loro preoccupazioni.
Tra loro c’è
Alaa Shaaban Hamida, dottoressa di 26 anni, arrestata il 28 maggio all’ospedale
di Alessandria, dopo essere stata segnalata dal suo stesso direttore.
Hany Bakr,
oftalmologo di 36 anni, è stato portato via dalla sua casa a Qalyubia, nord del
Cairo, il 10 aprile per un post di critica al governo su Facebook. Il 27 maggio
è stato un medico la vittima dell’Nsa: aveva scritto un articolo sul
fallimentare sistema sanitario egiziano. Questi alcuni dei casi.
CE NE SONO TANTI ALTRI, denunciati dal sindacato dei
medici, che parla di minacce, interrogatori, multe, trasferimenti: «Stanno
costringendo i medici a scegliere tra la morte e la prigione».
Solo un mese fa l’International Presse Institute,
una rete di giornalisti e redattori che difendono lavoro, indipendenza e
libertà d’informazione aveva denunciato il pericolo corso dai detenuti nelle
carceri egiziane obbligati a una pesante quanto pericolosa promiscuità. Fra
essi una sessantina di giornalisti. E in quei giorni, precisamente il 15
giugno, un decano dei media del grande Paese arabo, Mohamed Mounir veniva
fermato e poi trattenuto in carcere per aver partecipato a un dibattito sul
canale televisivo Al Jazeera. Il tema trattato in quell’apparizione
riguardava un contrasto sopraggiunto fra la chiesa copta e il quotidiano Rose
al–Youssef per una copertina di quest’ultimo. Così il
sessantacinquenne Mounir, fondatore del “Fronte per la difesa dei giornalisti e
delle libertà”, oltre che memoria cronachistica e storica degli eventi interni
degli ultimi anni dalla caduta di Mubarak, all’elezione di Morsi fino al suo
arresto e al golpe bianco di Al-Sisi, finiva in prigione. Nei giorni
immediatamente successivi all’arresto la “Rete araba per i diritti umani” aveva
fatto appello alla Procura di sicurezza dello Stato che s’occupava del suo
caso, per liberare l’uomo cagionevole di salute, visto che aveva già subito due
infarti ed era affetto da problematiche renali. In carcere Mounir s’è
rapidamente infettato di Coronavirus, eppure nonostante gli appelli di colleghi
e amici non è stato immediatamente scarcerato né condotto in una struttura
protetta. Successivamente di fronte a un peggioramento è tornato libero finendo
in ospedale, però era tardi: dopo poco è sopraggiunto il decesso per
insufficienza respiratoria. Il cronista, da sempre impegnato con il sindacato
dei giornalisti, anche nei recenti anni in cui la scure della censura ha
ferocemente colpito la categoria, si era anche battuto contro la concessione
alla monarchia Saud delle isole di Tiran e Sanafir, un occhio strizzato da Sisi
al principe bin Salman per saldare buoni rapporti nel fronte arabo della
repressione nazionale ed estera. Mounir aveva già conosciuto la galera durante
il regime di Mubarak che l’accusava (senza prove) di un’adesione a
un’organizzazione segreta comunista. Chi ha avuto il piacere di frequentarlo ne
apprezzava la calorosa umanità e la coinvolgente ironia. L’informazione
egiziana e internazionale perdono un professionista onesto, coraggioso,
sensibile alla deontologia anche davanti alle minacce del potere, che in quel
contesto sono tutt’altro che verbali.
Giulio Regeni. Rete disarmo chiede di bloccare l’export di armi in Egitto La Rete disarmo interviene in relazione all'audizione del Ministro degli Affari esteri Di Maio nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni sulla concessione dell’autorizzazione alla fornitura all’Egitto delle due fregate Fremm «Rinnoviamo il nostro appello al Governo a sospendere tutte le esportazioni in atto e i contratti corso di autorizzazione per forniture di armamenti e sistemi militari all’Egitto fino a quando le autorità egiziane non faranno piena luce sulla morte del giovane ricercatore italiano, barbaramente torturato e ucciso nel loro Paese. Ribadiamo ai genitori di Giulio Regeni la nostra vicinanza, la nostra solidarietà e il nostro sostegno alla loro richiesta alle autorità di fare piena luce sull’uccisione di loro figlio affinché si giunga al più presto a verità e giustizia». Rete disarmo, di cui fa parte la Commissione Globalizzazione e ambiente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, interviene a proposito dell’audizione del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, in relazione alla concessione dell’autorizzazione alla fornitura all’Egitto delle due fregate Fremm già destinate alla Marina Militare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi). Rete disarmo chiede al Governo di sottoporre all’esame e al parere delle Camere la fornitura all’Egitto di altre quattro fregate, 20 pattugliatori, unitamente a 24 caccia multiruolo Eurofighter e 20 aerei addestratori M346 ed altro materiale militare del valore tra i 9 e gli 11 miliardi di euro. «La legge 9 luglio 1990 n. 185 – dice infatti una nota della Rete – stabilisce infatti il divieto ad esportare armamenti "verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere" (art.1, c.6 a)». Il comunicato ricorda anche che la legge 185/90 esplicita il divieto ad esportare armamenti verso paesi la cui politica contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana e verso i Paesi «i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa» (art.1, c.6 d). A questo proposito il “Comitato contro la tortura” delle Nazioni Unite, in un rapporto (A/72/44) inviato all’Assemblea Generale nel maggio del 2017, ha accertato tali violazioni giungendo «alla conclusione inevitabile che la tortura è una pratica sistematica in Egitto». Anche il Parlamento europeo ha evidenziato in due specifiche risoluzioni (Risoluzione 13 dicembre 2018 e Risoluzione 24 ottobre 2019) che in Egitto «continuano a essere commesse gravi violazioni del diritto alla vita attraverso la magistratura che ha emesso ed eseguito un numero mai così elevato di condanne a morte contro molti individui – minori inclusi – in particolare a seguito di processi militari e di massa privi delle garanzie minime di un processo equo». La Rete disarmo coglie l’occasione anche per sollecitare l’immediato e incondizionato rilascio di Patrick Zaky, lo studente dell’università di Bologna da oltre cinque mesi detenuto senza processo nella prigione di Tora. da qui