venerdì 6 agosto 2021

EgyptWide: Mappare la repressione, un rapporto al Senato Italiano - Enrico Campofreda

 

Attiva sin dallo scorso giugno EgyptWide, rete che raccoglie sessantaquattro organizzazioni della società civile di varie nazioni del mondo, impegnata a richiedere ai propri Paesi, alle Nazioni Unite, allo stesso regime guidato da Abdel Fattah al-Sisi un monitoraggio sulla situazione dei diritti umani in Egitto, ha presentato oggi al Senato della Repubblica Italiana il proprio documento “Mappare la repressione”. La denuncia è nota: da otto anni il grande Paese arabo vive una drammatica riduzione dello spazio di vita pubblica. Non sono perseguitati solo oppositori, sindacalisti, attivisti, giornalisti, avvocati, ricercatori, il clima di terrore è diffuso fra la popolazione che teme di finire in prigione o peggio di morire per via, in una stazione di polizia, in un luogo di tortura segreto. Questo blocca da tempo la vita civile di milioni d’individui. Tutto è giustificato da “operazioni di sicurezza nazionale” che non riguardano affatto la sicurezza individuale e collettiva, al contrario in maniera criminale attentano alle certezze e alla libertà, come testimoniano i casi degli assassinati dal regime. Il meccanismo innescato punta alla paura, cosicché ciascuno nel proprio ruolo ideale, professionale e nello spirito critico del semplice cittadino perda la possibilità di esprimersi, temendo di finire nel girone infernale delle detenzioni arbitrarie, dei processi infiniti, delle vendette dirette o trasversali. I “sette passi” che EgyptWide propone a chiunque voglia sostenerla nel grido d’allarme sono così cadenzati: rilascio di tutti i prigionieri politici, blocco delle rotazioni detentive, revoca dello stato di emergenza imposto dal 2017 in violazione della Costituzione, rinvio delle condanne a morte emesse, fine dei procedimenti penali contro i difensori dei diritti umani, dialogo su un diritto di famiglia equo soprattutto per le donne, eliminazione della censura per gli oltre seicento quotidiani online e siti Internet bloccati. Nel dossier son menzionati anche alcuni fra i detenuti più noti: il giornalista e ricercatore politico Ismail al-Iskandrani, condannato a dieci anni di reclusione dopo l’arresto nel 2015 e oltre due anni di rinvii detentivi. La sua colpa è studiare i gruppi islamisti. Sayed al-Banna, avvocato dei diritti, è da oltre due anni in attesa di processo con l’accusa di adesione a gruppi terroristi. E’ vittima della formula del rinvio in cella ogni 45 giorni. Era già stato arrestato nel 2016 per aver partecipato alle proteste contro la cessione ai sauditi delle isole Tiran e Sanafir. 


Altro avvocato è Haitham Mohamadeen, in custodia cautelare dal 2019 anch’egli accusato di terrorismo e per aver pubblicato notizie false. Aderente del partito socialista rivoluzionario, ha partecipato alle proteste sociali del 2008, alla rivolta di Tahrir, fondando il Revolution Road Front e aderendo al Centro El Nadeem contro le vittime di violenza. Arrestato più volte, sarebbe dovuto tornare in libertà nel marzo di quest’anno ma il rilascio non c’è mai stato. La giornalista Shaimaa Sami, ricercatrice e attivista dei diritti. Nel maggio 2020 è stata sequestrata presso la sua abitazione ad Alessandria, detenuta in luogo segreto per una decina di giorni, quindi condotta nella Procura per la sicurezza nazionale e accusata di diffusione di notizie false e terrorismo. Sarebbe dovuta uscire di prigione nel gennaio 2021, ma la custodia del tutto illegale è proseguita,  “giustificata” dal rinnovo automatico ogni due settimane. Ramy Shaath, difensore dei diritti e coordinatore in Egitto della campagna “Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni” per lo Stato d’Israele. Noto per il sostegno della causa palestinese, anche per questo è accusato di rapporti con “gruppi terroristici” che s’oppongono allo sgombero forzato delle case di Gerusalemme Est. Shaath ha vari processi in corso e il suo stato detentivo risulta particolarmente complesso. Walid Shawky è un medico dentista, impegnato sul fronte dei diritti umani. Aderendo al movimento 6 Aprile si è ritrovato nel 2018 in manette nella sua clinica del Cairo con l’accusa di vicinanza a un gruppo terrorista. A due anni dall’arresto non ci sono prove materiali contro di lui, ma la regola dei rinvii ogni 45 giorni, lo tiene in cella. L’architetto e ricercatore Ibrahim Ezz El-Din è in custodia cautelare dopo aver conosciuto nel 2019 un rapimento e una detenzione in luogo non identificato per cinque mesi e mezzo. Duramente torturato con vari arnesi, digiuni, privazioni del sonno, a fine dicembre 2020 è stato prosciolto dalle accuse di diffusione di notizie false (s’era occupato di lotte per gli alloggi e sgomberi forzati di strati umili della cittadinanza), però non è mai uscito di galera. Lo studente-ricercatore Ahmed Samir, residente in Austria, è stato bloccato dopo il suo rientro in Egitto, incautamente aveva pensato a una vacanza sul Mar Rosso. Nello scorso febbraio, di ritorno dalla villeggiatura, s’era recato in una stazione di polizia dove è stato trattenuto dal Servizio di Sicurezza Nazionale. Incappato in interrogatori e torture per ritrovarsi bloccato di quindici giorni in quindici giorni fino a oggi. 

Sanaa Seif, regista e attivista, è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione una prima volta nel 2020. Nello scorso marzo la condanna s’è ripetuta per l’aiuto offerto alla madre che inscenava un sit-in davanti alla prigione di Tora 2 dov’è rinchiuso un altro membro della famiglia. Mohamed Adel, blogger e attivista dei diritti umani, è fra i fondatori del Movimento 6 Aprile, aveva dato vita alle proteste contro Mubarak nel 2008. Fermato nel 2013, arrestato per tre anni e condannato ad altri tre di libertà vigilata, ha subìto un ulteriore arresto nel 2018 per diffusione di false notizie. Nel 2020 è stato inserito in un altro caso repressivo per terrorismo e divulgazione d’informazioni sensibili. Resta in custodia cautelare per due procedimenti. Mohammed al-Baqer è un difensore dei diritti che dirige il Centro legale “Adalah”, è rinchiuso nella prigione di massima sicurezza ‘Skorpion’. Venne rinchiuso in prigione  mentre prestava assistenza legale all’attivista Abdel Fattah e come lui accusato di terrorismo, dopo più d’un anno e mezzo dall’arresto l’accusa non ha mostrato nessuna prova, solo congetture. Alaa Abdel Fattah, blogger e attivista fu rinchiuso per un caso del 2019, il refrain è il solito: notizie false e terrorismo. Conosciuto per l’impegno libertario durante l’intera fase di ribellione del 2011, è finito immediatamente nella rete repressiva dopo il golpe del 2013 scontando cinque anni di libertà vigilata. Nel settembre 2019 è stato nuovamente arrestato con le medesime accuse ed è tenuto in surplace, ovviamente in galera. Di Patrick Zaky in Italia si sa tutto. Anche i nostri senatori e il governo Draghi sono al corrente dei soprusi del regime egiziano che l’incastrano. Assieme ai tanti compagni di sventura vessati da Sisi riuscirà a ricevere quel reale sostegno internazionale invocato da EgytpWide?

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