sabato 7 agosto 2021

Grand Hotel Abisso - Alberto Capece


Molti anni fa, György Lukács un filosofo di parte marxista oggi pressoché sconosciuto a quella parte di società  che si auto ritiene colta e proprio per questo rappresenta appieno l’ottusità contemporanea, disse riferendosi alla scuola di Francoforte, ma in generale a gran parte della sinistra europea, che essa  risiedeva nel Grand hotel Abisso, ossia era perfettamente in grado di criticare in maniera radicale la società capitalistica, salvo però temere che non ci fossero vie d’uscita e rimanere dunque immobile come il coniglio abbagliato dai fari. Ora non starò qui ad annoiarvi parlando della Dialettica negativa o della Dialettica dell’illuminismo, né di Marx o Hegel, ma mi limito ad osservare i limiti dell’ intellighenzia europea del dopoguerra  che è sempre rifuggita dalla complessità, dalle contraddizioni e dalle fatiche della prassi ossia della costruzione di un sistema politico alternativo o antagonista, arrivando ad una contraddizione esistenziale che ha finito per distruggerla: la consapevolezza  dell’ingiustizia fondamentale di una società fondata sul capitale e poi sul mercato, ma l’impossibilità di superarla. Perciò alla stratosferica quantità di analisi critiche per le quale si sono spese più parole degli atomi dell’universo, corrisponde un nulla di fatto della prassi politica, anzi un continuo arretramento di fronte a qualsiasi cosa. Ma se per Adorno e Horkheimer o Benjamin questo era il  dramma di chi aveva conosciuto il socialismo reale di stampo stalinista o i fascismi degli anni ’30 o ancora il nascosto cinismo del liberismo americano, se insomma tutto questo faceva parte della “coscienza infelice” per i loro nipoti e pronipoti è diventata più una sorta di disincanto, una sorta di commodity irresponsabile, quasi un mero rituale o un pourparler che denuncia apertamente la propria natura puramente declamatoria che spesso si rivela – come ha ottimamente detto Anna Lombroso – sotto la forma del benaltrismo che è un infinito rinvio e rinuncia sia all’azione che al giudizio.  “La via di chi teme di arrivare alla meta traccerà, facilmente, un labirinto” diceva Walter Benjamin.

L’hotel Abisso è infatti molto confortevole perché partecipa pienamente di quella che – non mi ricordo in questo momento se Adorno o Marcuse – chiamava “tolleranza repressiva”, ossia la tolleranza del sistema capitalistico ad ammettere critiche alla società purché esse non siano legittimate ad introdurre qualsiasi aspirazione a cambiamenti strutturali. E’ questo che tiene insieme la peggiore produzione pop hollywoodiana e le più sofisticate analisi: si può mettere alla sbarra un singolo problema, ma non il problema generale dal quale nasce. O tanto per essere più vicini a questi giorni si può accusare un’azienda farmaceutica di avere barato su un farmaco nocivo, ma non si può dire che questo nasce dalla struttura privatistica assunta dalla ricerca e dalla prassi medica.  Insomma si può nominare il peccatore, ma non il peccato. Questa  repressione,  tanto più efficace in quanto non si presenta come tale e dà alle persone l’impressione di essere libere, ha fatto un salto di qualità quando la cultura si è definitivamente trasformata in industria della cultura, concentrata in pochissime mani  e tesa a creare non soltanto vendite di qualcosa che siano libri, film, giornali, format televisivi, social  e quant’altro,  ma visioni del mondo, valori, agire politico, pulsioni, bisogni, gusti, orientamenti estetici, mode, linguaggi, che da una parte sostengono e perpetuano l’ideologia del consumo e parallelamente sono funzionali al mantenimento del potere delle classi dominanti. Il Grand Hotel «Abisso» è accuratamente arredato per tutti i gusti e per tutte le tendenze: nelle sue stanze è lecita ogni forma di ubriacatura intellettuale, di fideismo, compreso quello alimentare, di ascetismo, di autoflagellazione, di narcisismo sistemico, purché naturalmente tutto questo rimanga illusorio e l’apparente libertà e autonomia abbia il medesimo tintinnio delle catene.

Ma quando, come avviene  oggi, si cammina davvero lungo l’abisso, quando la manipolazione di masse rese passive, esce dalla propaganda diffusa diventando vero e proprio golpe messo in piedi da individuabile galassia di potere, allora ci si accorge della intollerabile leggerezza degli ospiti dell’hotel abisso che abbandonano qualsiasi critica, anche solo di facciata, per aggredire tutti coloro che non ci stanno proprio in nome di quei principi proclamati a gran voce nelle stanze di quell’albergo: del resto a forza di vivere di rendita e di fatuità accademica, di aver vestito abusivamente vesti non consone alla loro natura, dopo aver rinunciato per contratto ad ogni cambiamento reale in cambio di innocua immaginazione cosa potrebbero mai fare se venissero scacciati dall’ Hotel Abisso? Sarebbero costretti a guardare l’abisso che essi hanno contribuito ad aprire. E così diventano i perfetti complici di una menzogna, quelli che nascondono i fatti – perdonatemi il gioco di parole – dietro le frasi fatte, dietro le formule sempre uguali e paradossali sgranate impunemente come in un rosario tibetano. All’Hotel Abisso c’è posto per qualsiasi cosa salvo che per la verità e l’onestà. Essi sembrano incarnare alla perfezione i personaggi di una frase icastica di Foucault: “croyez-moi, la déraison es tout aussi oppressive“. L’irragionevolezza e la menzogna sono oppressione. E questi personaggi che squittiscono dalle televisioni e dai giornali sono la fauna perfetta della galera universale, ciò a cui saranno ridotti quando non ci sarò più bisogno di loro, non tanto da meritare una suite, quanto piuttosto una tana.

da qui

2 commenti:

  1. Riflessioni magistrali, su cui riflettere. Alex Langer non apparteneva sicuramente agli intellettuali così duramente descritti da Luxacs (che ho avuto la fortuna di studiare all'università). Buona domenica.

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    1. e purtroppo sono sempre meno quelli che sognano un mondo diverso (e ancora meno quelli che fanno qualcosa in quella direzione)

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