giovedì 12 agosto 2021

Noi, il vaccino e la pandemia: il green pass è davvero la soluzione? - Livio Pepino

 

Il green pass (o passaporto vaccinale, per usare un termine meno fuorviante: https://volerelaluna.it/opinioni/2021/08/04/il-green-pass-quando-il-linguaggio-non-aiuta-a-capire/) è da oggi necessario – in forza del decreto legge n. 52/2021 convertito nella legge n. 87/2021 – per l’esercizio di molteplici attività (consumazione di cibi all’interno di ristoranti e bar, accesso a cinema, teatri, musei e mostre, partecipazione a concorsi pubblici e via seguitando) ed è stato esteso proprio in queste ore, sia pure con decorrenza differita, anche al personale di scuole e università, agli studenti universitari e per i trasporti a lunga percorrenza. La sua introduzione, seguendo il modello francese (unico nel panorama europeo), sta provocando dubbi, discussioni e proteste. Comunque non sarà indolore e vedrà il rifiuto e la contestazione non di alcuni sparuti no Vax ma di settori consistenti della società (calcolati da alcuni in diversi milioni di persone). Per di più essa ha già ampliato una spaccatura politica strumentale, foriera di ricadute imprevedibili nelle prossime elezioni (con una rappresentazione surreale in cui la destra eversiva invoca il rispetto della costituzione e delle libertà mentre quel che resta della sinistra si accoda acriticamente al Governo e declina slogan più che argomenti).

Naturalmente si schierano all’unisono in favore del green pass gli editorialisti dei grandi media ammonendo i dissenzienti con la solenne affermazione che «la libertà non è arbitrio». Quel che resta in secondo piano è l’analisi del rischio che in questo modo non si tuteli la salute della collettività (addirittura abbandonando o riducendo altri necessari presìdi) e si deteriori ulteriormente la situazione istituzionale (già in drammatica sofferenza tra governi tecnici, irrigidimenti decisionisti, emarginazione del Parlamento, strumenti normativi impropri, attribuzione di ruoli tipicamente civili a militari che ci tengono a mostrarsi in tuta mimetica o in divisa e via elencando).

Provo a spiegare perché.

Primo. Non esiste nel nostro Paese un obbligo generalizzato di sottoporsi a vaccinazione contro il Covid. Tale obbligo è previsto solo, ai sensi dell’art. 4 decreto legge n. 44/2021, convertito in legge n. 176/2021, per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori sanitari che svolgono la loro attività in strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, nelle parafarmacie e negli studi professionali. Ci sono, nel dibattito politico, proposte di questo genere ma, allo stato, non sembrano all’ordine del giorno. Non per una impossibilità giuridica, ché l’articolo 32 Costituzione prevede la possibilità, a determinate condizioni, di trattamenti sanitari imposti dalla legge e nel nostro sistema già esistono ben 10 vaccinazioni obbligatorie (tra cui quelle contro la poliomielite, il tetano, il morbillo, la rosolia e la varicella) ma per due ragioni fondamentali. Anzitutto per il carattere tuttora sperimentale (seppur con avanzato tracciamento) dei vaccini contro il Covid, con l’ovvia conseguenza, affermata in numerose sentenze della Corte costituzionale, che ove il vaccino possa comportare un rischio per la salute della persona sottoposta a vaccinazione, quest’ultima non può che essere rimessa alla scelta individuale. In secondo luogo per la perdurante incertezza, dimostrata dalla stessa evoluzione della pandemia pur dopo l’attuazione di piani vaccinali molto estesi, circa l’efficacia del vaccino al fine di impedire la trasmissione del virus a terzi (condizione, quest’ultima, necessaria, per l’introduzione dell’obbligo, la cui legittimità è legata alla tutela della salute pubblica e non di quella di chi si sottopone al vaccino). Correttamente dunque – per vincoli giuridici ma anche per evidenti ragioni logiche – l’incremento delle vaccinazioni è, e deve continuare ad essere, perseguito con l’informazione e la persuasione e non con obblighi.

Secondo. Nella strategia della persuasione può rientrare l’introduzione di un passaporto vaccinale che, consentendo l’accesso a determinati servizi e attività solo a chi ne è in possesso, incentivi a vaccinarsi gli incerti o i riottosi? O esistono delle controindicazioni all’uso di tale strumento? C’è, al riguardo, un punto di principio ineludibile. Un lasciapassare il cui possesso amplia la sfera dei diritti o delle opportunità e la cui mancanza restringe tale sfera produce, di fatto, un doppio livello di cittadinanza, introducendo nel sistema un virus pericoloso e ponendo un precedente suscettibile di seguiti assai gravi. Ma, sostengono i pasdaran del passaporto vaccinale, il rilievo è improprio perché, in questo caso, si è di fronte a una diversità di trattamento determinata da una scelta dell’interessato e, per di più, si tratta di una situazione già presente nell’ordinamento (posto che, per esempio, solo chi ha conseguito la patente di guida può condurre dei veicoli) senza che ciò determini contestazioni o scandali. L’obiezione è tanto suggestiva quanto infondata. In primo luogo, in questo caso non si è in presenza di una scelta tra due opzioni che stanno sullo stesso piano ma del rifiuto di un trattamento sanitario invasivo e potenzialmente rischioso (ché analoghi rilievi non sono emersi con riferimento a una scelta non invasiva come l’uso della mascherina). Il secondo luogo, l’abilitazione alla guida (così come quella all’esercizio di una professione) riguarda l’esistenza o la mancanza dei requisiti tecnico-professionali per svolgere una specifica attività e pone una differenza di trattamento solo con riferimento a quella attività e non a una generalità (potenzialmente indeterminata) di situazioni. Non è poca cosa. Né va trascurato il fatto che gli effetti a lungo termine dell’erosione di un principio o di un diritto fondamentale, seppur inizialmente limitata (e non è questo il caso…), sono imprevedibili. Ed è per questo che la normativa europea (a cui pure la legislazione nazionale dovrebbe uniformarsi) è drastica nell’escludere la possibilità di strumenti siffatti. Il punto 36 del regolamento UE 953/2021 prevede, infatti, che «è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che […] hanno scelto di non essere vaccinate» e ad esso si affianca la risoluzione n. 2361/2021 del Consiglio d’Europa, che, nei punti 7.3.1 e 7.3.2, prescrive di «assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è politicamente, socialmente o altrimenti sottoposto a pressioni per farsi vaccinare» (punto 7.3.1) e di «garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato o per non voler essere vaccinato» (punto 7.3.2).

Terzo. Ma c’è chi, considerando i vincoli giuridici alla stregua di semplici lacci e lacciuoli, invoca, per mali estremi (il Covid, nel caso specifico), estremi rimedi e considera chi si oppone alla vaccinazione obbligatoria o al green pass una massa indistinta di mestatori politici o di soggetti che confondono la libertà con il personale ed egoistico interesse (schiavi della incultura individualista che permea le società contemporanee). È una visione parziale e ingenerosa. C’è, soprattutto nell’area più radicale dei no Vax, una componente siffatta, ma c’è anche molto altro. E ci sono, soprattutto, molte ragioni che inducono, quantomeno, a dubitare della validità della soluzione adottata. In sintesi: a) lo Stato ha certamente il diritto-dovere di imporre ai cittadini obblighi e sacrifici nell’interesse generale, ma deve trattarsi di obblighi e sacrifici ragionevoli e proporzionati, mentre nel caso specifico sono tuttora in discussione sia le potenziali conseguenze negative a lungo termine del vaccino sui singoli (o su alcune categorie di soggetti) sia gli effettivi benefici (maggiori di quelli di altre misure) per la collettività ; b) introdurre delle rotture del sistema dei diritti e della eguaglianza dei cittadini di questa entità richiederebbe, quantomeno, un confronto ampio e articolato nel Paese e nel Parlamento e l’uso dello strumento fondamentale della legge, mentre ancora una volta, il Governo ricorre alla decretazione di urgenza (quando la pandemia perdura ormai da un anno e mezzo) così marginalizzando ulteriormente il Parlamento; c) è quantomeno dubbio che il green pass e gli obblighi e i limiti ad esso connessi siano più efficaci degli strumenti classici (uso di mascherine, distanziamenti, limitazioni generalizzati di ingressi in locali per evitare assembramenti etc.) opportunamente rimodulati; d) il green pass e i relativi obblighi e divieti sono spesso irrazionali o contraddittori: nella stessa comunità alcuni soggetti sono tenuti al passaporto vaccinale e altri no (si pensi alla scuola o ai trasporti) e luoghi simili ai fini della diffusione del contagio (come le chiese e i musei) sono trattati in modo diverso; e) a tali profili di irrazionalità del sistema si aggiunge un inevitabile basso livello di effettività, essendo il suo funzionamento in gran parte demandato a privati con modalità e limiti poco chiari e indeterminati; f) il problema principale, nella campagna vaccinale, è attualmente quello della mancanza dei vaccini sufficienti per chi vuole sottoporvisi: non sarebbe più razionale completare la vaccinazione di chi lo vuole e fare, all’esito, una valutazione della situazione? Si potrebbe continuare a lungo ma tanto basta a dimostrare che il sistema proposto non è certo esente da dubbi e che addirittura rischia di costituire un alibi per la mancata adozione o il mancato potenziamento di altri presìdi necessari.

Una conclusione. Potenziare la campagna vaccinale è importante: allo stato non è certa nei suoi effetti, ma i suoi vantaggi sono ampiamente superiori ai rischi connessi. Ma non è indifferente il modo in cui lo si fa. È vero che la libertà non deve sfociare in arbitrio e in egoismo individuale ma è altrettanto vero che le istituzioni e i poteri pubblici devono operare con razionalità, lungimiranza e nel rispetto delle regole. Soprattutto nei momenti difficili, quando è necessario stabilire un patto con i cittadini e non alimentare contrapposizioni, conflitti e disgregazione sociale.

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