domenica 20 agosto 2017

La solidarietà che non può naufragare - Domenico Chirico


L’altra notte un filmato arriva sul mio cellulare. Da Raqqa a Napoli in un secondo. È il video appena girato di una donna ferita giunta in fin di vita in uno dei centri medici allestiti fuori dalla città siriana di Raqqa da Un ponte per… con la Mezzaluna Rossa Curda. In un minuto la donna è assistita, curata, riportata in vita. Grazie a medici e ai defibrillatori che abbiamo acquistato insieme a 15 ambulanze. Ambulanze che corrono senza sosta da Raqqa ai centri medici messi su in palazzi abbandonati e pieni di buchi di proiettili.
Oggi siamo di fronte a nuovi e – se mai possibile – peggiori rischi. Perché è diffuso il timore che Daesh possa sferrare attacchi chimici. Diversi sono i sospetti che a Raqqa siano conservate armi chimiche e varie organizzazioni dell’Onu si stanno organizzando per fare formazioni a chi opera sul campo su come affrontare un’emergenza sanitaria causata da agenti chimici. E su come lavorare sulla decontaminazione in un contesto dove gli ospedali sono pochi e non attrezzati.
La battaglia di Raqqa va avanti ormai da alcuni mesi senza sosta. Le forze curdo-arabe del SDF, con l’appoggio della Coalizione internazionale, e in particolare degli Stati Uniti, conquistano ogni giorno pezzi di territorio a Daesh. Raqqa sarà liberata nei prossimi mesi, ma intorno rimangono solo macerie e persone terrorizzate. Anche gli operatori umanitari sono spesso target di attacchi e molti presidi sanitari sono stati bombardati negli ultimi anni.
Nonostante gli incerti successi, vite salvate, persone accolte mentre fuggono, questi sono giorni molto tristi. Sono giorni in cui da un lato osserviamo sul campo gli effetti della guerra e cerchiamo di lenirli, con i nostri limitati mezzi e limitate forze; dall’altro ogni giorno leggiamo uno sproporzionato attacco alle Ong, che mina il senso del nostro impegno.

Un attacco condotto soprattutto in Italia e non in altri paesi dell’Unione Europea. Un attacco contro quel tessuto sano di solidarietà della società civile che ancora ci difende e ci protegge dalla barbarie che osserviamo in luoghi come la Siria. Chi ha orchestrato questo attacco e i suoi sostenitori di tante forze politiche dovrebbero esserne consapevoli. Perché ogni passo indietro contro la barbarie è un passo indietro per tutti. Come accettare i centri di detenzione in Libia la cui essenza di lager è nota da un decennio.
In Siria, come al largo della Libia, il problema è lo stesso. In che misura riusciremo ad arginare gli effetti nefasti delle guerre, della violenza cieca di questi anni? Facendo guerra ai più disperati? Respingendoli contro il Diritto Internazionale in alto mare? Lasciandoli soli fuori da Raqqa dopo anni alla mercé di Daesh? Infrangendo tutti e sistematicamente – non solo i brutti e cattivi – quel sistema di fragili regole di convivenza che il mondo si è faticosamente dato dopo la seconda guerra mondiale?

Questo attacco alle Ong ci rende tutti più deboli. Sia chi sta soccorrendo le vittime di Daesh, sia chi sta in mare. Tre Ong si sono già ritirate dalle acque a largo della Libia. Domani il nostro impegno darà fastidio anche altrove. E rimarranno un giorno tante persone bisognose sole. E ci sarà sempre più rabbia delle vittime e dei persecutori.

Ascanio Celestini parla del mare, anche

sabato 19 agosto 2017

Quando l’umanitario lo fa il capitale - Paola Somma


1. La feroce determinazione con cui si colpisce chi cerca di salvare vite umane mentre si lascia carta bianca alle multinazionali che si stanno spartendo la “risorsa rifugiato” sono due aspetti non disgiunti, ma complementari, dello stesso disegno di appropriazione del pianeta e di riduzione in schiavitù della maggioranza dei suoi abitanti perseguito dalle istituzioni finanziarie e dai governi che ai loro dettami ubbidiscono. Un disegno nel quale la crescente collaborazione tra il settore pubblico e le grandi imprese coinvolte nelle così dette “partnership per i rifugiati” ha un ruolo non irrilevante.
Più che dalla abusata motivazione che gli stati nazionali non hanno denaro e quindi devono collaborare con i privati ricchi di risorse ed esperienza manageriale, la diffusione di tali iniziative è frutto di una scelta strategica delle imprese.Molte, infatti, hanno capito che firmare un assegno o farsi un selfie con un rifugiato per migliorare l’immagine della ditta sono gesti che rendono poco rispetto ai profitti che si possono ricavare diversificando gli investimenti e destinando una quota di capitale alla filiera filantropica e hanno deciso di adottare linguaggio e metodi del capitale di ventura per conquistare il mercato dei beni e servizi per rifugiati.
Tale approccio è apertamente condiviso ai più alti livelli delle pubbliche istituzioni, come dimostrano, ad esempio, le dichiarazioni rilasciate durante il Summit per il rifugiato del settembre 2016 e la contemporanea iniziativa dell’allora presidente degli Stati Uniti Obama, che ha lanciato un call for action per spronare il settore privato a impegnarsi per “risolvere la crisi” dei rifugiati. All’appello hanno risposto con entusiasmo oltre 5corporations, da Google a Airbnb, da Western Union a Linkedin, oltre che Goldman Sachs e JPMorgan.

Anche l’UNHCR, l’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, ha avviato una serie di compartecipazioni con grandi imprese mondiali. Uno dei primi accordi è stato siglato con IKEA, le cui iniziative, abilmente propagandate da campagne pubblicitarie, hanno suscitato il plauso unanime dei commentatori. In particolare Better shelter, un ricovero prefabbricato di semplice montaggio, ha avuto numerosi riconoscimenti. Nel 2016 è stato premiato come miglior oggetto di design dal museo di design di Londra e un suo esemplare è esposto al Moma di New York. UNHCR ne ha installati 5000 in varie parti del mondo: Iraq, Gibuti, Niger, Serbia, Grecia. Pressoché sotto silenzio, invece, è passata la notizia che IKEA ha dovuto ritirare dal mercato 10000 scatole di Better Shelter, già acquistate da UNHCR, dopo che la città di Zurigo si è rifiutata di usare le casette perché non soddisfano le norme antincendio svizzere.
Per Heggenes, amministratore delegato della IKEA foundation, ha ammesso che sapevano che il prodotto “non è adatto a tutti i climi” e che ora lo stanno ridisegnando. Comunque, sono soddisfatti perché è stata una esperienza istruttiva dalla quale hanno imparato molto. Quando il business incontra le Nazioni unite, ha aggiunto, ci sono sempre dei problemi… abbiamo bisogno di tempo di capirci… «noi non siamo organizzazioni umanitarie, noi investiamo. Ma cerchiamo un ritorno sociale e non solo finanziario».
E la ricerca del ritorno sociale è l’obiettivo dichiarato del più recente progetto che IKEA sta mettendo a punto per far lavorare i rifugiati in Giordania, uno dei paesi confinanti con la Siria dove Banca mondiale, Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna sono a caccia di occasioni di investimento.

2. Il piano di Ikea è di creare una linea di tappeti ed altri manufatti tessili da far produrre dai siriani dei campi. Le prime 200 postazioni dovrebbero essere pronte entro pochi mesi, ma l’ambizione è di creare, entro 10 anni, 200 mila posti di lavoro in varie località.
Rispetto a better shelter, si tratta indubbiamente di un programma diverso, nel quale il valore aggiunto non deriva tanto dalla merce prodotta ma dal lavoratore, secondo la logica sintetizzata dallo slogan “rifugiato come opportunità” ed ampiamente illustrata in un rapporto di un consulente della Unione Europea dal titolo inequivocabile: il lavoro del rifugiato, un investimento umanitario che genera dividendi (Philippe Legrain, The refugee work, an humanitarian investment that yelds economic dividends, 2016).
Anche la scelta di cominciare dal campo profughi di Zaatari non è irrilevante. Creato nel 2012, il campo è ormai, per dimensione, la quarta città della Giordania e secondo gli esperti internazionali non solo è destinato a permanere nel tempo, ma rappresenta il modello di città del futuro. Ed in effetti, se si tiene conto che la Banca mondiale ha concesso fondi alla Giordania perché riformi il mercato del lavoro, che l’Unione Europea ha negoziato la qualifica di “mercato preferenziale” per le merci prodotte in 18 zone industriali dove almeno il 15% degli occupati sono immigrati e che gli Stati Uniti hanno firmato un trattato di libero scambio commerciale con la Giordania, il futuro della città/deposito di esseri umani a disposizione degli investitori sembra garantito. Come ha spiegato il sottosegretario al commercio degli Stati Uniti, accompagnando una decina di rappresentanti di grandi imprese, tra le quali Microsoft, Master card, Coca cola e Pepsi cola a visitare il campo, «non vi portiamo in gita a Zaatari per farvi parlare con dei disgraziati, ma perché cogliate l’opportunità commerciale connessa all’impegno per una causa umanitaria».

3. In questo fervore di iniziative benefiche poco si dice a proposito delle condizioni di lavoro, ed anche immani disastri, come l’incendio di un capannone o il crollo di un edificio, vengono rapidamente archiviati e le ditte continuano a profittare dei nuovi schiavi. Quando nel 2015 l’organizzazione britannica Business and Human Rights Resource Centre ha distribuito un questionario alle grandi firme del tessile operanti in Turchia, solo H&M e Next hanno ammesso di aver scoperto che nelle fabbriche dei loro fornitori erano impiegati bambini siriani. Le altre hanno risposto in termini evasivi o non hanno nemmeno risposto.
In un momento in cui le organizzazioni senza scopo di lucro vengono trattate come criminali, non dovrebbe essere difficile pretendere trasparenza su questo punto da Ikea, che legalmente, cioè fiscalmente, è una onlus. Ikea foundation, infatti, non è una società per azioni ma una charity, con sede in Olanda, controllata dall’azienda olandese Ingka holding a sua volta posseduta da una fondazione non profit e paga le tasse con aliquota del 3,5%. La fondazione è una delle più grandi non profit al mondo ed ha un patrimonio che supera i 35 miliardi di dollari. Come recita un famoso aforisma di Henry David Thoreau «la bontà è l’unico investimento che non fallisce mai».

Maledico questa mia vecchiaia - Giuseppe Aragno


Undicimila, afferma il cronista indifferente. Tanti gli uomini, le donne e i bambini che hanno attraversato il Canale di Sicilia. "Successo politico" della stretta di freni, sottintende, ma nulla dice dei morti affogati, di quelli rispediti nei luoghi di tortura, consegnati ai nostri complici macellai e restituiti alla disperazione da cui speravano fuggire. Le nostre "bombe intelligenti" sono sparite dalla scena, assieme a Giorgio Napolitano, anima nera della tragedia libica e autentico killer della repubblica. Non conosciamo i "numeri" della strage, non possiamo - e in tanti purtroppo non vogliamo - fermarci sulla tragedia cui assistiamo.
Quanti sono i morti? Quante le donne stuprate? Quanti i bambini uccisi o lasciati soli in balia di criminali? Le più atroci tempeste della vicenda umana si riducono a due parole nei manuali di storia e sono binari morti, rami secchi, passato senza presente. E' anche per questo che parlamentari illegittimi - eccoli i veri e autentici clandestini - hanno potuto approvare di nuovo leggi razziali e far passare il "Codice Minniti", mentre sotto i nostri occhi ovunque si rinnova in Europa la ferocia hitleriana.
E' ferragosto. Gli "esportatori di democrazia" riposano e nessuno chiede conto delle nostre giovani generazioni rapinate del futuro, dei vecchi condannati al lavoro forzato, di una infinita barbarie che i pennivendoli chiamano civiltà.
Se mai verrà il tempo delle ricostruzioni, si vedrà che la nuova banalità del male ha causato un genocidio. Il futuro è già scritto? No, il futuro lo scriviamo noi e perciò maledico questa mia vecchiaia che mi impedisce di ribellarmi in tutti i modi possibili, armi comprese, al nuovo fascismo che dilaga.

giovedì 17 agosto 2017

Moby Prince: il ricordo e l'incessante ricerca della verità - Eliana Catte



Ventisei anni di dolore e depistaggi, 140 morti, 2 inchieste, 3 processi e nessun colpevole.
La strage del traghetto Navarma Moby Prince, entrato in collisione con la petroliera Agip Abruzzo nella notte del 10 aprile 1991 e lasciato bruciare fino al giorno seguente, si è svolta in un particolare contesto: ''un incidente frutto di numerose contingenze, forse evitabili'' – come sottolineato dall'Assessore Regionale dei Trasporti della Sardegna, Massimo Deiana – succedutesi nell'affollato porto di Livorno, un porto delle nebbie (e non certo atmosferiche, giacché è stato ampiamente appurato il fatto che quella tragica notte il cielo fosse limpido), come da titolo di una celebre puntata de ''La Storia siamo noi'' di Giovanni Minoli.
Dopo più di vent'anni di silenzio pressoché assoluto sia da parte delle autorità – basti ricordare le affermazioni , datate 2007, di Andreotti e Cossiga, all'epoca rispettivamente Presidente del Consiglio e della Repubblica, i quali sostennero di ''non ricordare niente di quella storia'' – sia da parte di una larga fetta di mass media nazionali, la tragica vicenda torna alla ribalta con tutti i suoi chiaroscuri, gli stessi che l'hanno contraddistinta sin dal principio.
Infatti, a distanza di così tanti anni e nello stesso giorno, il 7 aprile, si sono verificati due eventi importanti: mentre a Cagliari si inaugurava la Piazza Vittime del Moby Prince, a Livorno la cordata di armatori capitanata dal Gruppo Onorato si è aggiudicata l'appalto per la gestione della società che opera nel settore traghetti e crociere, amministrando il terminal, la stazione marittima, i servizi informativi, i parcheggi e il trasporto passeggeri all'interno dello scalo toscano.
Mentre le compagnie del Gruppo Onorato Armatori – Moby, Tirrenia-CIN e Toremar – esprimevano ''grande soddisfazione per il risultato raggiunto'', i familiari delle vittime della strage della Moby Prince, il più grave incidente sul lavoro della storia italiana per numero di lavoratori morti, ben 74 membri dell'equipaggio (le altre 66 vittime erano passeggeri) che hanno lottato stoicamente restando a bordo fino a sacrificare la propria vita per salvare quelle altrui, hanno celebrato la giornata del ricordo nel capoluogo sardo, in Piazza Deffenu nello spazio antistante la Capitaneria di Porto, con la cerimonia d'intitolazione della Piazza alle vittime e, successivamente, con l'incontro e la proiezione del documentario del giornalista Paolo Mastino ''Buonasera, Moby Prince'' tenutisi nell'Aula del Consiglio Regionale della Sardegna.
A bordo del traghetto – che la famiglia Onorato aveva acquistato nel 1986, in servizio per la compagnia Nav.Ar.Ma, distrutto da un incendio nel 1991 e avviato alla demolizione nel 1998 in Turchia, dopo essere stato lasciato affondare nel porto di Livorno durante il periodo del sequestro da parte della Magistratura italiana – viaggiavano 141 persone. Si salvò solo uno di loro, il mozzo napoletano Alessio Bertrand, uno dei primissimi a dare versioni quantomeno contraddittorie del tragico accaduto (parlò di sopravvissuti a bordo, per poi ritrattare sostenendo che fossero tutti morti) [1].
Il ''miracolato'' non fu certo il comandante della nave Ugo Chessa, indicato però a livello processuale, di fatto, come unico responsabile della tragedia. Nessun uomo di mare, tantomeno un esperto come Chessa e gli altri professionisti della navigazione che erano in plancia comandi con lui, avrebbe commesso gli errori che, anche a causa di perizie a dir poco fallaci, sono stati loro attribuiti.
Attorno alla vicenda permangono dubbi e misteri, nonostante le pressanti richieste dei familiari delle vittime e il loro attivismo, soprattutto grazie alle attività delle associazioni 140 e 10 Aprile - Familiari Vittime Moby Prince, un dettagliato sito internet e le pagine social, tra le quali quella sempre aggiornata del gruppo pubblico ''Moby Prince: Quelli che esigono la verità''.
Da circa due anni a questa parte, come sostenuto da Luchino Chessa, uno dei figli del comandante e della moglie Maria Giulia Ghezzani, anch'ella deceduta nella tragedia, il lavoro di divulgazione e sensibilizzazione compiuto sta dando i suoi frutti: dalla campagna #iosono141 ai sempre più numerosi incontri pubblici, passando per i documentari sul tema fino ad arrivare, nel 2015, all'istituzione di una Commissione Parlamentare d'Inchiesta, ultima speranza di avere una verità che sia tale e non di comodo per i familiari, gli amici, i conoscenti delle vittime e ''per tutti i cittadini che chiedono a gran voce una giustizia necessaria ad un Paese che voglia dirsi veramente democratico'', come sottolineato sempre da Chessa.
Alla cerimonia di inaugurazione della Piazza, così come alla proiezione del documentario di Paolo Mastino, giornalista della redazione Tgr Sardegna, hanno partecipato personalità istituzionali di spicco quali Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, il Presidente della Commissione Parlamentare sopra menzionata, senatore Silvio Lai e Luciano Uras, senatore anch'egli membro della stessa, il Presidente del Consiglio Regionale sardo Gianfranco Ganau e il prima citato assessore regionale ai trasporti Massimo Deiana. Ma gli occhi erano tutti puntati su Luchino Chessa e sugli altri familiari, sempre presenti insieme alle loro famiglie, sviluppatesi nel corso di questi lunghi e dolorosi anni: la vita sfida sempre il dramma della morte, gli anni di attesa e speranze, di illusioni di giustizia, di depistaggi e mistificazioni.
La ''funzione catartica'' della Piazza, situata in una zona centralissima e perciò molto trafficata ma, allo stesso tempo, affacciata verso il mar Mediterraneo, come affermato da Chessa, l'ha sortita anche il documentario proiettato nell'aula del Consiglio Regionale, a pochi passi dalla Piazza stessa. Il pubblico, sia familiari che scolaresche e giornalisti, ha assistito con attenzione, a tratti inevitabilmente commosso dinnanzi alle interviste a Loris Rispoli, Angelo Chessa, fratello di Luchino e Stefania Giannotti, ed alle crude immagini del ritrovamento dei corpi a bordo di quella bara di fuoco a cielo aperto.
La rabbia che resta – tanto forte da far piangere mentre si ode la registrazione del Mayday e la disperata constatazione del marconista (''… Stiamo aspettando qui'', si dispera, ''… Ma nessuno viene ad aiutarci eh!'') – come sostenuto da Luchino Chessa, ''non è divenuta rassegnazione, ma resistenza contro una verità giudiziaria mendace che copre le reali responsabilità, i dati oggettivi, la realtà dei fatti, numerosi, drammaticamente concomitanti''. Parafrasando l'affermazione del marconista dell'Agip Abruzzo, Livorno ed una parte del nostro Stato non vollero vedere, vedere con gli occhi, quanto davvero accadde tra il 10 e l'11 aprile 1991 e negli anni successivi.
Gli interrogativi aperti, le nebbie processuali che la Commissione sta cercando di dipanare, sono molteplici: fermi restando punti ormai assodati quali l'assenza di nebbia, la non eccessiva velocità del traghetto e la concentrazione del comandante e del resto del personale di bordo – basti ricordare il celeberrimo depistaggio che li vedeva tutti impegnati a guardare la semifinale di Coppa tra Juventus e Barcellona, compreso il comandante che, per stessa ammissione dell'ex nostromo Ciro Di Lauro, ''non capiva niente di calcio'' – , quale fu la reale causa della collisione? O, per la precisione, quale evento straordinario costrinse il comandante ad una manovra di rientro in porto? E quale ostacolo improvviso portò la Moby Prince ad una virata ed allo schianto con la petroliera? La causa dell'avaria ai sistemi di governo e dell'accensione dei fari del ponte di manovra (e non, come erroneamente scritto nella richiesta di archiviazione del 2010, dei fari cercanaufraghi) può essere l'esplosione di un ordigno nel locale eliche di prua del traghetto?
Cosa stava accadendo nell'affollatissima rada di Livorno la sera del 10 aprile 1991, quali traffici stavano avvenendo e quale può essere stato il ruolo delle navi le cui comunicazioni sono rimaste incise nei nastri di comunicazione di Livorno Radio? Perché non si è indagato su di loro e per quale ragione la base americana di Camp Derby, dalla quale provenivano ed erano dirette le navi militarizzate e che, già da allora, era dotata di sofisticatissimi satelliti, si è sempre rifiutata di collaborare alle indagini (così come i carabinieri i quali avevano, all'interno della base, una loro caserma)? Per quale motivo il nastro registrato dalla videocamera della famiglia Canu è stato tagliato e per quale ragione i passeggeri, così come buona parte dell'equipaggio, erano radunati nel Salone Deluxe con indosso i giubbotti di salvataggio e le valigie pronte, nell'estenuante attesa di soccorsi che non arrivarono mai?
A tal proposito un punto fermo, che mette d'accordo tutte le parti in causa, è legato proprio ai soccorsi: perché si concentrarono interamente sulla petroliera Agip Abruzzo e non sulla nave passeggeri? Perché Bertrand ritrattò la sua versione e l'allora comandante della Capitaneria di Porto di Livorno, Sergio Albanese, lasciò morire atrocemente 140 persone, lentamente soffocate dal fumo, raggiunte dalle fiamme e carbonizzate dopo una disperata e vana attesa di ore ed ore, come dimostrato dalle attuali perizie medico-legali?
Quale fu il ruolo dell'armatore Onorato nei momenti successivi alla tragedia, e per quale ragione lo smaltimento della carcassa carbonizzata (ma non interamente) della Moby, lasciato affondare al porto di Livorno, fu smaltito anni dopo proprio in Turchia? A questi ed altri interrogativi la Commissione d'Inchiesta Parlamentare è chiamata a dare risposta: mentre a Livorno si attendono le celebrazioni dell'anniversario con un ricco programma di iniziative commemorative, si riusciranno a vincere, dopo ben 26 anni, le omertose resistenze attorno alla più grave tragedia della marineria civile italiana, portando alla luce la verità e cercando di ripristinare, per quanto possibile, una giustizia degna di uno Stato civile?


Note
[1] Ascoltato come testimone chiave durante un'udienza in Commissione Parlamentare, Alessio Bertrand ha negato di aver detto che a bordo non ci fossero sopravvissuti. Ha invece sottolineato di aver chiesto aiuto per i naufraghi. Questa è la versione da lui fornita adesso, ma si sa solo che i primi soccorritori - che l'avevano tratto in salvo ad un'ora e mezza dalla collisione - dapprima chiamarono Compamare Livorno per far giungere i soccorsi, poi ritrattarono, parlando di morti a bordo (tutti, nessun sopravvissuto): da chi avrebbero potuto sapere quest'informazione, con chi parlarono allora, chi li spinse a ritrattare, condannando di fatto a morte i passeggeri della nave?


mercoledì 16 agosto 2017

Lettera di John Berger, Noam Chomsky, Harold Pinter, José Saramago - 21 luglio 2006

Il capitolo più recente del conflitto tra Israele e Palestina è iniziato quando effettivi israeliani hanno prelevato con la forza da Gaza due civili, un medico e suo fratello. Di questo incidente non si è parlato da nessuna parte, eccetto sulla stampa turca. Il giorno dopo i palestinesi hanno catturato un soldato israeliano proponendo uno scambio con i prigionieri in mano agli israeliani: ce ne sono circa 10 mila nelle carceri di Israele.
Che questo "rapimento" sia ritenuto un'atrocità, mentre si considera un fatto deplorevole ma che fa parte della vita che le Forze di Difesa (!) Israeliane esercitino l'illegale occupazione militare della Cisgordania e l'appropriazione sistematica delle sue risorse naturali, in particolare dell'acqua, è tipica della doppia morale usata con ricorrenza dall'Occidente di fronte a quanto avviene ai palestinesi, negli ultimi 70 anni, sulla terra che i trattati internazionali hanno assegnato loro.
Oggi, ad atrocità segue altra atrocità: i razzi artigianali si incrociano con i sofisticati missili. Questi ultimi hanno il loro bersaglio dove vivono i poveri ed i diseredati che aspettano l'arrivo di quello che a volte si è chiamato giustizia. Entrambe le categorie di proiettili lacerano i corpi in maniera orribile; chi, salvo i comandanti in campo, può dimenticare questo per un momento?
Ogni provocazione ed il suo contraccolpo vengono impugnati e sono motivo di sermoni. Ma gli argomenti che seguono, accuse e solenni promesse, servono solo da distrazione per evitare che il mondo presti attenzione ad uno stratagemma militare, economico e geografico di lungo termine il cui obiettivo politico non è niente di meno che la liquidazione della nazione palestinese.
Questo bisogna dirlo forte e chiaro perché lo stratagemma, solo per metà manifesto, ed a volte occulto, avanza molto rapidamente col passare dei giorni e, secondo la nostra opinione, dobbiamo riconoscerlo tale e quale è, incessantemente ed eternamente, ed opporci ad esso.
(La Jornada, 21 luglio 2006)
Mieussy, Francia
(tradotto dal Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)

martedì 15 agosto 2017

Voice of Baceprot






Prendete School of Rock, sostituite a quell’esibizionista di insegnante che era Jack Black il volto coraggioso di un professore indonesiano, e al posto degli Ac/Dc fate suonare la musica degli Slipknot o dei Rage Against the Machine. No, non è il classico remake mal riuscito del successo cinematografico targato Richard Linklater, piuttosto la bellissima storia che da Java, passando da Giakarta, è già arrivata nel Vecchio Continente conquistando le colonne del Guardian. Quella delle Voice of Baceprot(Vob), la thrash-metal band composta da tre teenagers musulmane pronte ad abbattere stereotipi e superare pregiudizi a suon di musica…

Alabama Song



Bene, mostrami la strada
Per il prossimo whisky bar
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Mostrami la via
Per il prossimo whisky bar
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Perché, se non troviamo
Il prossimo whisky bar
Io vi dico che dobbiamo morire
Io vi dico che dobbiamo morire
Io vi dico, vi dico
Io vi dico che dobbiamo morire

Oh, luna dell'Alabama
Ora dobbiamo dire addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E deve avere il whisky, oh, è ora perché

Oh, luna dell'Alabama
Ora dobbiamo dire addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E deve avere il whisky, oh, è ora perché

Bene, mostrami la strada
Per la prossima ragazzina
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Mostrami la via
Per la prossima ragazzina
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Perché, se non troviamo
Il prossimo bambina
Io vi dico che dobbiamo morire
Io vi dico che dobbiamo morire
Io vi dico, vi dico
Io vi dico che dobbiamo morire

Oh, luna dell'Alabama
Ora dobbiamo dire addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E deve avere il whisky, oh, è ora perché


















lunedì 14 agosto 2017

il discorso per il Nobel, nel 2009, di Liu Xiaobo, letto da Liv Ullmann (con la traduzione italiana)





I Have No Enemies: My Final Statement
Non Ho Nemici: La Mia Dichiarazione Finale
December 23, 2009
23 dicembre 2009
In the course of my life, for more than half a century, June 1989 was the major turning point. Up to that point, I was a member of the first class to enter university when college entrance examinations were reinstated following the Cultural Revolution (Class of ’77). From BA to MA and on to PhD, my academic career was all smooth sailing. Upon receiving my degrees, I stayed on to teach at Beijing Normal University. As a teacher, I was well received by the students. At the same time, I was a public intellectual, writing articles and books that created quite a stir during the 1980s, frequently receiving invitations to give talks around the country, and going abroad as a visiting scholar upon invitation from Europe and America. What I demanded of myself was this: whether as a person or as a writer, I would lead a life of honesty, responsibility, and dignity. After that, because I had returned from the U.S. to take part in the 1989 Movement, I was thrown into prison for “the crime of counter-revolutionary propaganda and incitement.” I also lost my beloved lectern and could no longer publish essays or give talks in China. Merely for publishing different political views and taking part in a peaceful democracy movement, a teacher lost his lectern, a writer lost his right to publish, and a public intellectual lost the opportunity to give talks publicly. This is a tragedy, both for me personally and for a China that has already seen thirty years of Reform and Opening Up.
Nel corso della mia vita, più di mezzo secolo, giugno 1989 è stato il punto di svolta. Fino a quel punto, ero membro della prima classe ad accedere all'università, quando gli esami di ammissione all'università sono stati reintrodotti a seguito della Rivoluzione Culturale (Classe '77). Dalla Laurea al Master al Dottorato di ricerca, ho percorso senza difficoltà la mia carriera accademica. Dopo il Dottorato, sono rimasto a insegnare all’Università Normale di Pechino. Come insegnante sono stato ben accolto dagli studenti. Allo stesso tempo, ero un intellettuale pubblico, scrivevo articoli e libri che hanno creato molto scalpore nel corso degli anni ‘80, spesso ho ricevuto inviti a tenere conferenze in tutto il Paese, e sono anche andato all'estero come visiting scholar su invito di università in Europa e America. Quello che ho chiesto a me stesso era se, come persona o come scrittore, avrei condotto una vita di onestà, responsabilità e dignità. Dopo di che, poiché ero tornato dagli Stati Uniti per prendere parte al Movimento del 1989, sono stato messo in carcere per " reato di propaganda contro-rivoluzionaria e di incitamento contro-rivoluzionario." Ho anche perso la mia tanto cara cattedra e non potevo più pubblicare saggi o tenere discorsi in Cina. Per aver semplicemente pubblicato punti di vista politici diversi e per aver partecipato a un movimento democratico pacifico, un insegnante ha perso la sua cattedra, uno scrittore ha perso il diritto di pubblicare, e un intellettuale pubblico ha perso
l'opportunità di tenere discorsi in pubblico. Questa è una tragedia, sia per me personalmente sia per una Cina che ha già visto 30 anni di Riforma e Apertura.
When I think about it, my most dramatic experiences after June Fourth have been, surprisingly, associated with courts: My two opportunities to address the public have both been provided by trial sessions at the Beijing Municipal Intermediate People’s Court, once in January 1991, and again today. Although the crimes I have been charged with on the two occasions are different in name, their real substance is basically the same—both are speech crimes.
Quando ci penso, le mie esperienze più drammatiche dopo il 4 giugno hanno avuto a che vedere, sorprendentemente, con i tribunali: le mie due opportunità di rivolgermi al pubblico sono state entrambe fornite da processi presso la Corte Intermedia del Popolo a Pechino, una volta nel gennaio 1991 e un’altra oggi. Anche se i crimini di cui sono stato accusato nelle due occasioni differiscono nel nome, il loro vero contenuto è fondamentalmente lo stesso: sono entrambi crimini di espressione.
Twenty years have passed, but the ghosts of June Fourth have not yet been laid to rest. Upon release from Qincheng Prison in 1991, I, who had been led onto the path of political dissent by the psychological chains of June Fourth, lost the right to speak publicly in my own country and could only speak through the foreign media. Because of this, I was subjected to year-round monitoring, kept under residential surveillance (May 1995 to January 1996) and sent to Reeducation-Through-Labor (October 1996 to October 1999). And now I have been once again shoved into the dock by the enemy mentality of the regime. But I still want to say to this regime, which is depriving me of my freedom, that I stand by the convictions I expressed in my “June Second Hunger Strike Declaration” twenty years ago—I have no enemies and no hatred. None of the police who monitored, arrested, and interrogated me, none of the prosecutors
Venti anni sono ormai passati, i fantasmi del 4 giugno non sono ancora svaniti. Dopo il rilascio dal carcere di Qincheng nel 1991, ho perso, portato sulla strada del dissenso politico dalle conseguenze psicologiche del 4 giugno, il diritto di parlare pubblicamente nel mio Paese e potevo parlare solo attraverso i media stranieri. Per questo, sono stato posto sotto controllo per tutto l'anno, tenuto sotto sorveglianza domiciliare dal maggio 1995 al gennaio 1996 e inviato ai lavori forzati da ottobre 1996 a ottobre 1999. E ora sono stato ancora una volta spinto sul banco degli imputati dalla mentalità nemica del regime. Ma voglio ancora dire a questo regime, che mi sta privando della mia libertà, che credo ancora in quelle convinzioni che ho espresso con la mia "Dichiarazione dello sciopero della fame del 2 giugno" vent'anni fa - non ho nemici e non odio. Nessuna delle forze di polizia che mi ha controllato, arrestato e interrogato,
who indicted me, and none of the judges who judged me are my enemies. Although there is no way I can accept your monitoring, arrests, indictments, and verdicts, I respect your professions and your integrity, including those of the two prosecutors, Zhang Rongge and Pan Xueqing, who are now bringing charges against me on behalf of the prosecution. During interrogation on December 3, I could sense your respect and your good faith.
nessuno dei pubblici ministeri che mi ha accusato, e nessuno dei giudici che mi hanno giudicato sono miei nemici. Anche se non posso accettare il vostro controllo, gli arresti, i rinvii a giudizio e le sentenze, io rispetto le vostre professioni e la vostra integrità, comprese quelle dei due pubblici ministeri, Zhang Rongge e Pan Xueqing, che ora stanno sostenendo l’accusa contro di me in nome della procura. Durante l'interrogatorio del 3 dicembre, ho potuto percepire il vostro rispetto e la vostra buona fede.
Hatred can rot away at a person’s intelligence and conscience. Enemy mentality will poison the spirit of a nation, incite cruel mortal struggles, destroy a society’s tolerance and humanity, and hinder a nation’s progress toward freedom and democracy. That is why I hope to be able to transcend my personal experiences as I look upon our nation’s development and social change, to counter the regime’s hostility with utmost goodwill, and to dispel hatred with love.
L'odio può far marcire l'intelligenza e la coscienza di una persona. La mentalità del nemico avvelenerà lo spirito di una nazione, inciterà crudeli lotte mortali, distruggerà la tolleranza e l'umanità di una società, e ostacolerà il progresso di una nazione verso la libertà e la democrazia. Ecco perché spero di essere in grado di trascendere le mie esperienze personali, mentre guardo allo sviluppo della nostra nazione e al cambiamento sociale, per contrastare l'ostilità del regime con la massima buona volontà, e dissipare l'odio con l'amore.
Everyone knows that it was Reform and Opening Up that brought about our country’s development and social change. In my view, Reform and Opening Up began with the abandonment of the “using class struggle as guiding principle” government policy of the Mao era and, in its place, a commitment to economic development and social harmony. The process of abandoning the “philosophy of struggle” was also a process of gradual weakening of the enemy mentality and elimination of the psychology of hatred, and a process of squeezing out the “wolf’s milk” that had
Tutti sanno che sono state la Riforma e l’ Apertura a portare allo sviluppo del nostro Paese e al cambiamento sociale. Nella mia visione, Riforma e Apertura sono cominciate con l'abbandono dell’"utilizzo della lotta di classe come principio guida" della politica del governo di Mao e, al suo posto, è cominciato un impegno per lo sviluppo economico e l'armonia sociale. Il processo di abbandonare la "filosofia della lotta" è stato anche un processo di graduale indebolimento della mentalità del nemico e di eliminazione della psicologia dell’odio, e un processo di
seeped into human nature.1 It was this process that provided a relaxed climate, at home and abroad, for Reform and Opening Up, gentle and humane grounds for restoring mutual affection among people and peaceful coexistence among those with different interests and values, thereby providing encouragement in keeping with humanity for the bursting forth of creativity and the restoration of compassion among our countrymen. One could say that relinquishing the “anti-imperialist and anti-revisionist” stance in foreign relations and “class struggle” at home has been the basic premise that has enabled Reform and Opening Up to continue to this very day. The market trend in the economy, the diversification of culture, and the gradual shift in social order toward the rule of law have all benefitted from the weakening of the “enemy mentality.” Even in the political arena, where progress is slowest, the weakening of the enemy mentality has led to an ever-growing tolerance for social pluralism on the part of the regime and substantial decrease in the force of persecution of political dissidents, and the official designation of the 1989 Movement has also been changed from “turmoil and riot” to “political disturbance.” The weakening of the enemy mentality has paved the way for the regime to gradually accept the universality of human rights. In [1997 and] 1998 the Chinese government made a commitment to sign two major United Nations international human rights covenants,2 signaling China’s acceptance of universal human rights standards. In 2004, the National People’s Congress (NPC) amended the Constitution, writing into the Constitution for the first time that “the state respects and guarantees
eliminazione di quanto di rapace e bestiale era penetrato nella natura umana. È stato questo processo che ha procurato un clima rilassato, in patria e all'estero, per la Riforma e l’Apertura, basi di gentilezza e umanità per il ripristino dell’affetto reciproco tra le persone e la pacifica convivenza fra persone con interessi e valori diversi, fornendo così incoraggiamento ai nostri connazionali per mantenere armonia con l'umanità per lo sviluppo della creatività e il ripristino della compassione. Si potrebbe dire che rinunciare all’atteggiamento "anti-imperialista e anti-revisionista" nelle relazioni estere e alla "lotta di classe" a casa è stata la premessa di base che ha consentito alla Riforma e all'Apertura di continuare fino ad oggi. La tendenza verso l’economia di mercato, la diversificazione della cultura, e il passaggio graduale dell’ordine sociale allo Stato di diritto hanno beneficiato dell'indebolimento della "mentalità del nemico." Anche in campo politico, dove il progresso è il più lento, l'indebolimento della mentalità del nemico ha portato ad una sempre crescente tolleranza per il pluralismo sociale da parte del regime e alla sostanziale diminuzione della forza di persecuzione dei dissidenti politici, nonché al fatto che la definizione ufficiale del movimento del 1989 è stata anche cambiata da "turbolenza e sommossa" a "disordine politico". L'indebolimento della mentalità del nemico ha spianato la strada al regime per accettare gradualmente l'universalità dei diritti umani. Nel 1997 e nel 1998, il governo cinese si è impegnato a firmare due importanti convenzioni internazionali delle Nazioni Unite per i diritti umani, segnalando l'accettazione della Cina di standard universali di diritti umani. Nel
human rights,” signaling that human rights have already become one of the fundamental principles of China’s rule of law. At the same time, the current regime puts forth the ideas of “putting people first” and “creating a harmonious society,” signaling progress in the CPC’s concept of rule.
2004, il Congresso Nazionale del Popolo (NPC) ha emendato la Costituzione, scrivendo nella Costituzione, per la prima volta, che "lo Stato rispetta e garantisce i diritti umani", segnalando che i diritti umani sono già diventati uno dei principi fondamentali dello stato di diritto della Cina. Allo stesso tempo, l'attuale regime sostiene l’idea di "mettere il popolo al primo posto" e "la creazione di una società armoniosa", evidenziando il progresso nel concetto di governo del CPC.
I have also been able to feel this progress on the macro level through my own personal experience since my arrest.
Sono stato anche in grado di sentire questo progresso a livello macro attraverso la mia esperienza personale in seguito al mio arresto.
Although I continue to maintain that I am innocent and that the charges against me are unconstitutional, during the one plus year since I have lost my freedom, I have been locked up at two different locations and gone through four pretrial police interrogators, three prosecutors, and two judges, but in handling my case, they have not been disrespectful, overstepped time limitations, or tried to force a confession. Their manner has been moderate and reasonable; moreover, they have often shown goodwill. On June 23, I was moved from a location where I was kept under residential surveillance to the Beijing Municipal Public Security Bureau’s No. 1 Detention Center, known as “Beikan.” During my six months at Beikan, I saw improvements in prison management.
Anche se continuo a sostenere che sono innocente e che le accuse contro di me sono incostituzionali, durante l'anno e più da quando ho perso la mia libertà sono stato rinchiuso in due luoghi diversi e sono passato attraverso quattro interrogatori di polizia in attesa di giudizio, tre pubblici ministeri e due giudici, ma nella gestione mio caso essi non mi hanno mancato di rispetto, né hanno oltrepassato le scadenze temporali, o tentato di forzare una confessione. Il loro comportamento è stato moderato e ragionevole, inoltre, hanno spesso mostrato buona volontà. Il 23 giugno sono stato portato da un luogo dove ero tenuto sotto sorveglianza domiciliare al centro di detenzione n. 1 dell'Ufficio Municipale di pubblica sicurezza di Pechino, noto come "Beikan". Durante i miei sei mesi a Beikan, ho visto miglioramenti nella gestione del carcere.
In 1996, I spent time at the old Beikan (located at Banbuqiao). Compared to the old Beikan of more than a decade ago,
Nel 1996, ho trascorso del tempo nel vecchio Beikan (che si trova a Banbuqiao). Rispetto al vecchio Beikan
the present Beikan is a huge improvement, both in terms of the “hardware”— the facilities—and the “software”—the management. In particular, the humane management pioneered by the new Beikan, based on respect for the rights and integrity of detainees, has brought flexible management to bear on every aspect of the behavior of the correctional staff, and has found expression in the “comforting broadcasts,” Repentance magazine, and music before meals, on waking and at bedtime. This style of management allows detainees to experience a sense of dignity and warmth, and stirs their consciousness in maintaining prison order and opposing the bullies among inmates. Not only has it provided a humane living environment for detainees, it has also greatly improved the environment for their litigation to take place and their state of mind. I’ve had close contact with correctional officer Liu Zheng, who has been in charge of me in my cell, and his respect and care for detainees could be seen in every detail of his work, permeating his every word and deed, and giving one a warm feeling. It was perhaps my good fortune to have gotten to know this sincere, honest, conscientious, and kind correctional officer during my time at Beikan.
di più di un decennio fa, l'attuale Beikan è un enorme miglioramento, sia in termini di "hardware" - le strutture - che di "software" - la gestione. In particolare, la gestione umana sperimentata nel nuovo Beikan, basata sul rispetto dei diritti e dell’integrità dei detenuti, ha portato a una gestione flessibile per ogni aspetto del comportamento del personale correzionale, e ha trovato espressione nelle "confortanti trasmissioni”, la rivista “Pentimento”, e nella musica prima dei pasti, al risveglio e prima di coricarsi. Questo stile di gestione permette ai detenuti di sperimentare un senso di dignità e di calore, e suscita la loro coscienza nel mantenimento dell'ordine nel carcere e nel contrastare i bulli tra i detenuti. Ciò non ha solo fornito un ambiente di vita umano per i detenuti, ma ha anche notevolmente migliorato l'ambiente in merito ai loro litigi e al loro stato d'animo. Ho avuto uno stretto contatto con l’ufficiale correzionale Liu Zheng, che è stato incaricato di occuparsi di me nella mia cella, e il suo rispetto e la cura per i detenuti può essere vista in ogni dettaglio del suo lavoro, che permea ogni sua parola e azione, e dando una sensazione di calore. È stata forse la mia fortuna avere conosciuto questo ufficiale penitenziario sincero, onesto, coscienzioso e gentile durante il mio periodo a Beikan.
It is precisely because of such convictions and personal experience that I firmly believe that China’s political progress will not stop, and I, filled with optimism, look forward to the advent of a future free China. For there is no force that can put an end to the human quest for freedom, and China will in the end become a nation ruled by law, where
È proprio a causa di tali convinzioni e dell'esperienza personale che credo fermamente che il progresso politico cinese non si fermerà, e io, pieno di ottimismo, aspetto l'avvento di una futura Cina libera. Perché non c'è alcuna forza che può mettere fine alla ricerca umana della libertà, e la Cina diventerà infine una nazione governata dallo stato di
human rights reign supreme. I also hope that this sort of progress can be reflected in this trial as I await the impartial ruling of the collegial bench—a ruling that will withstand the test of history.
diritto, dove i diritti umani regnano supremi. Spero inoltre che questo tipo di progresso possa essere riflesso in questo processo, mentre attendo la sentenza imparziale del collegio giudicante - una sentenza che sosterrà la prova della storia.
If I may be permitted to say so, the most fortunate experience of these past twenty years has been the selfless love I have received from my wife, Liu Xia. She could not be present as an observer in court today, but I still want to say to you, my dear, that I firmly believe your love for me will remain the same as it has always been. Throughout all these years that I have lived without freedom, our love was full of bitterness imposed by outside circumstances, but as I savor its aftertaste, it remains boundless. I am serving my sentence in a tangible prison, while you wait in the intangible prison of the heart. Your love is the sunlight that leaps over high walls and penetrates the iron bars of my prison window, stroking every inch of my skin, warming every cell of my body, allowing me to always keep peace, openness, and brightness in my heart, and filling every minute of my time in prison with meaning. My love for you, on the other hand, is so full of remorse and regret that it at times makes me stagger under its weight. I am an insensate stone in the wilderness, whipped by fierce wind and torrential rain, so cold that no one dares touch me. But my love is solid and sharp, capable of piercing through any obstacle. Even if I were crushed into powder, I would still use my ashes to embrace you.
Se mi è consentito dirlo, l'esperienza più fortunata di questi ultimi venti anni è stato l'amore disinteressato che ho ricevuto da mia moglie Liu Xia. Non poteva essere presente come osservatore in tribunale oggi, ma voglio ancora dirti, mia cara, che io credo fermamente che il tuo amore per me rimarrà lo stesso, come è sempre stato. Durante tutti questi anni che ho vissuto senza libertà, il nostro amore è stato pieno dell’amarezza imposta dalle circostanze esterne, ma mentre assaporo il suo retrogusto, esso rimane senza limiti. Io sto scontando la mia sentenza in un carcere tangibile, mentre tu attendi nel carcere immateriale del cuore. Il tuo amore è la luce del sole che salta alte mura e penetra le sbarre di ferro della finestra della mia prigione, accarezzando ogni centimetro della mia pelle, riscaldando ogni cellula del mio corpo, permettendomi di mantenere sempre la pace, l'apertura e la luminosità nel mio cuore, e riempendo di significato ogni minuto del mio tempo in carcere. Il mio amore per te, d'altra parte, è così pieno di rimorso e di rimpianto che a volte mi fa vacillare sotto il suo peso. Io sono una pietra insensata nel deserto, sferzata dal forte vento e da piogge torrenziali, così fredda che nessuno osa toccarmi. Ma il mio amore è solido e forte, in grado di oltrepassare qualsiasi ostacolo. Anche se fossi ridotto in polvere, continuerei a utilizzare le mie
ceneri per abbracciare te.
My dear, with your love I can calmly face my impending trial, having no regrets about the choices I’ve made and optimistically awaiting tomorrow. I look forward to [the day] when my country is a land with freedom of expression, where the speech of every citizen will be treated equally well; where different values, ideas, beliefs, and political views . . . can both compete with each other and peacefully coexist; where both majority and minority views will be equally guaranteed, and where the political views that differ from those currently in power, in particular, will be fully respected and protected; where all political views will spread out under the sun for people to choose from, where every citizen can state political views without fear, and where no one can under any circumstances suffer political persecution for voicing divergent political views. I hope that I will be the last victim of China’s endless literary inquisitions and that from now on no one will be incriminated because of speech.
Mia cara, con il tuo amore posso tranquillamente affrontare il mio processo imminente, non avendo rimpianti sulle scelte che ho fatto e attendendo il domani con ottimismo. Non vedo che arrivi l'ora in cui il mio Paese sarà una terra con la libertà di espressione, dove i discorsi di tutti i cittadini saranno trattati ugualmente bene, dove diversi valori, idee, credenze e opinioni politiche … possano sia competere tra loro sia convivere pacificamente, dove sia le opinioni maggioritarie che quelle minoritarie saranno ugualmente garantiti, e dove le opinioni politiche diverse da quelle attualmente al potere, in particolare, saranno pienamente rispettate e protette; dove tutte le opinioni politiche si diffonderanno alla luce del sole affinché le persone scelgano, dove ogni cittadino potrà affermare le proprie opinioni politiche senza timore, e dove nessuno potrà in nessun caso subire persecuzioni politiche per aver espresso opinioni politiche divergenti. Spero che sarò l'ultima vittima delle infinite inquisizioni della Cina e che da ora in poi nessuno sarà incriminato a causa dei suoi discorsi.
Freedom of expression is the foundation of human rights, the source of humanity, and the mother of truth. To strangle freedom of speech is to trample on human rights, stifle humanity, and suppress truth.
La libertà di espressione è il fondamento dei diritti umani, la fonte dell’umanità, e la madre della verità. Soffocare la libertà di parola equivale a calpestare i diritti umani, soffocare l'umanità, e sopprimere la verità.
In order to exercise the right to freedom of speech conferred by the Constitution, one should fulfill the social responsibility of a Chinese citizen. There is nothing criminal in anything I have done. [But] if charges are brought against me because
Per esercitare il diritto alla libertà di parola conferito dalla Costituzione, si dovrebbe assolvere la responsabilità sociale di un cittadino cinese. Non c'è nulla di criminale in tutto ciò che ho fatto. [Ma] se delle accuse sono portate contro di me per questo, non ho
of this, I have no complaints.
lamentele.
Thank you, everyone.
Grazie a tutti.
Based on a translation by J. Latourelle.
Sulla base di una traduzione di J. Latourelle.

Filmmaker israeliana scopre nuove orribili testimonianze sul massacro di Deir Yassin - Áthar Barghouthi



Sono passati quasi 70 anni dal massacro di Deir Yassin. Il 9 aprile 1948 le milizie sioniste, Irgun e Lehi (a.k.a Stern Gang), attaccarono il villaggio di Deir Yassin uccidendo oltre 100 persone tra cui donne e bambini. I rapporti hanno dichiarato che i residenti del piccolo villaggio furono mutilati, decapitati, sventrati e violentati.
In un articolo pubblicato di recente dal quotidiano israeliano Haaretz, sono state riportate testimonianze inedite e nuove testimonianze scioccanti sul massacro.
Neta Shoshani, una regista israeliana che sta studiando la storia del massacro, ha intitolato il suo film più recente “Born in Deir Yassin”.
Shoshani ha intervistato e raccolto testimonianze di persone che erano presenti durante il massacro e testimonianze degli archivi israeliani secretati al pubblico.
Ha mostrato le prove al quotidiano israeliano Haaretz. Il film mostra “Un giovane  legato ad un albero e dato alle fiamme. Una donna e un vecchio colpiti alla schiena. Ragazze allineate contro un muro e mitragliate.”
Tra coloro che hanno testimoniato c’è Yehuda Feder, ex membro di Lehi: “Nel villaggio ho ucciso un uomo arabo armato e due ragazze arabe di 16 o 17 anni. Le ho spinte  contro un muro e le ho finite con due raffiche di mitra.” ha detto a Shoshani, aggiungendo: “Abbiamo sequestrato un sacco di soldi e ci siamo ritrovati con  gioielli d’argento e d’oro tra le mani”.
L’ex comandante  della banda Lehi di Gerusalemme, Yehoshua Zettler, ha raccontato: “Hanno preso i morti, li hanno accatastati e poi bruciati”, e ha descritto i residenti del villaggio dicendo che “correvano come gatti”. Gli aggressori hanno distrutto il villaggio usando esplosivi, e “in poche ore, metà del villaggio non c’era più”, ha raccontato Zettler.
Mordechai Gichon, prima di morire lo scorso anno, era  tenente colonnello dell’esercito israeliano; all’epoca dei fatti era un agente dell’intelligence della banda Haganah. Fu mandato a Deir Yassin dopo il massacro. “Sembrava qualcosa di simile a quando i cosacchi devastarono i quartieri ebraici,” ha affermato, confrontando Deir Yassin con i pogrom ebraici. “La mia impressione fu più di un massacro che di qualsiasi altra cosa. Se si tratta di uccidere civili innocenti, allora si può parlare di un massacro.” disse a Shoshani.
Yair Tsaban, membro delle brigate giovanili di allora, fu mandato a seppellire i cadaveri per paura che li vedesse la Croce Rossa,  “fu necessario cancellare ogni traccia delle uccisioni perché la pubblicazione di immagini e testimonianze su ciò che era successo nel villaggio sarebbe stata molto dannosa per l’immagine della nostra guerra di indipendenza “.
Tsaban ha affermato che durante quell’operazione non ha mai trovato tra le persone uccise una  che fosse armata, “per lo più donne e vecchi”. Ha anche testimoniato di aver visto civili colpiti alla  schiena: “un vecchio e una donna, seduti nell’angolo di una stanza con il viso rivolto verso il muro, colpiti alle spalle”.
Shraga Peled, all’epoca membro del Servizio Informazione dell’Haganah, ha raccontato  personalmente a Shoshani la sua storia; “Quando sono arrivato a Deir Yassin la prima cosa che ho visto è stato un grande albero al quale era legato un giovane arabo. Questo albero fu dato alle fiamme. Lo legarono e bruciarono insieme all’albero. L’ho fotografato.”
Peled era stato inviato per documentare gli eventi e diede la pellicola ai suoi superiori. Da allora non l’ha più vista.
Rappresentata nel film di Shoshani, ma nascosta negli archivi di Stato, è  la scena di bambini orfani i cui genitori sono stati uccisi a Deir Yassin. Questa, insieme a una quantità enorme di testimonianze saccheggiate e nascoste, rimane negli archivi militari israeliani. La richiesta di Shoshani, sostenuta da Haaretz, di rendere pubblico il materiale è stata respinta dalla High Court di Israele e pure dalla Corte Suprema nel 2010.
“Lo Stato ha spiegato che la pubblicazione delle immagini potrebbe danneggiare le relazioni estere di Israele e violare il “rispetto per i morti”, ha riportato Haaretz.
Il massacro di Deir Yassin è solo un singolo episodio. Settant’anni di storia rimangono censurati dallo stato d’Israele.

Trad. Invictapalestina.org
Fonte: https://www.welcometopalestine.com/article/israeli-filmmaker-uncovers-evidence-deir-yassin-massacre/

sabato 12 agosto 2017

Le uova di Genova arrivano da Mogadiscio? - Gianluca Ricciato



Molte persone come me si sono chieste come mai quelle 300.000 che eravamo sulle strade di Genova nel luglio 2001 e quelle milioni che eravamo nel mondo – a tentare di smascherare la dittatura finanziaria che di lì a poco sarebbe esplosa in tutta la sua violenza – invece di moltiplicarci in questi anni ci siamo divise. La risposta in realtà dovremmo già saperla da tempo, almeno da quando è finito il Novecento.
E’ vano fare la critica dell’esistente con lo scopo di cambiarlo: l’esistente si riproduce non perché sia giudicato buono ma perché lo riproduce un meccanismo che può risultare più forte delle nostre intenzioni e critiche, per quanto giuste. Il problema è, allora, di spezzare il meccanismo della ripetizione” (1).
Per spezzare quel meccanismo avevamo e abbiamo messo in atto pratiche che si sono troppo spesso interrotte. Fuori di noi e dentro di noi. E così, invece di queste esperienze, sono cresciute le devastazioni dei territori, i diktat finanziari delle multinazionali petrolifere e agrochimiche, l’alienazione delle nostre vite, l’impoverimento culturale, i sordidi conati razzisti delle masse, perfettamente funzionali alla crisi infinita del capitalismo del terzo millennio.
Ma i cambiamenti sono lenti e spesso occorre cogliere con precisione e dovizia di particolari i gangli esatti del potere, per poterne interrompere la riproduzione. E non potendo sapere tutto quello che dovremmo sapere – altrimenti saremmo già a metà dell’opera – occorre immaginare, collegare, mettere insieme i pezzi, confrontare le evidenze, essere intelligenti e sensibili e non automatici ripetitori di un sapere tecnico ipostatizzato. Occorre restare umani. Tentare di svelare gli intrighi, invece di perdersi nei dibattiti pro e anti complotto – cosa anche questa perfettamente funzionale al sordido razzismo delle masse e al tecnonazismo capitalista.
Questo tecnonazismo lo abbiamo visto all’opera nella pistola che ha ucciso volontariamente Carlo e nel meccanismo mediatico che ha protetto finora i responsabili; nelle mani criminali del medico che strappava orecchie e orecchini di giovani donne innocenti nella caserma di Bolzaneto; nei manganelli che hanno torturato anziani addormentati in una scuola genovese; in questori, vicequestori, parlamentari dichiaratamente neofascisti, capi di polizia e altri osceni burocrati, servi dell’economia globale, che assediarono e ossessionarono per tre giorni le strade di Genova. 
Ma quei tre giorni non sono isolati. Sono stati preceduti e sono stati seguiti da un contesto di eventi ben precisi che ha portato il nostro paese e il sistema economico internazionale in cui è inserito – la cosiddetta globalizzazione come si diceva allora – allo stato attuale.
Cosa è successo in Italia prima? Cosa ci facevano i nostri soldati in mezzo mondo, soprattutto dove morivano giornalisti indipendenti?
Chi ha ucciso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel marzo del 1994, visto anche che è stata appena annullata la sentenza di condanna di 22 anni fa e questo duplice omicidio è tutt’ora senza colpevoli?
Perché sono stati fatti sparire dei testi che parlavano dei legami tra servizi segreti, Gladio, Eni, mafia trapanese, traffico di armi e rifiuti speciali e questo duplice omicidio?
Perché numerose persone implicate in quell’affare erano presenti anche dove è stato ucciso Carlo Giuliani, in Piazza Alimonda a Genova, o meglio erano a capo delle truppe che avevano arbitrariamente e senza motivo da ore rinchiuso e assediato 400 persone in un reticolato mortale di stradine del centro storico?
Chi ha ucciso Ilaria Alpi è la stessa persona che ha sparato a Carlo Giuliani?
Quali sono i meccanismi del sistema di potere che si stava costruendo tra Novecento e Duemila, per arginare un crescente malessere che ora è quasi totalmente confinato nel neonazismo da tastiera o, come dice qualcuno, nella “dittatura dei vigliacchi” che riescono solo ad essere “forti con i deboli e zerbini con i potenti”? (2)
NOTE
1) in Luisa Muraro, “Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico dell’inimicizia tra metafora e metonimia”, Manifestolibri, 1998 (prima edizione 1981)
(2) in Frankie Hi Nrg Mc, “Quelli che ben pensano”  https://www.youtube.com/watch?v=vrpJB7ucC5Y


LA MADRE DELL’UOVO
Leggere libri non va più di moda, guardare video su youtube sì. Questo qui sotto dura mezz’ora, ma racchiudere in poco tempo la costruzione delle fondamenta della nuova architettura del potere italiano nell’era della globalizzazione non è facile.
Spoilerando:
– Giulio Laurenti, “La madre dell’uovo”, Effigie, 2013 (autore già noto ma testo rifiutato da mezza editoria italiana, stesura perseguitata da vicende fantascientifiche)
– Eurogendfor, corpo militare fondato nel 2004 con sede a Vicenza (Dal Molin, remember?): gode di extraterritorialità, cosa illegale e anticostituzionale. Pronti a gestire nuove forme di “democrazia”?
– Il Trattato di Velsen che garantisce l’extraterritorialità, quindi l’impunità delle forze armate: ad esso si richiama il presidente di Frontex nella polemica sulle Ong
– Fra Prima e Seconda Repubblica, Gladio e Sismi si ritrovano senza copertura politica e nasce una faida tra servizi segreti “deviati”
– Vincenzo Li Causi, del Sismi, viene ucciso in Somalia nel 1993, un anno prima di Ilaria Alpi
– Che Vincenzo Li Causi sia morto sembra non essere sicuro: durante le ricerche appare una fotografia di lui nel 2007 ma appena inizia a girare viene fatta sparire da tutti i computer e i server in cui si trova, archivio de “La Repubblica” compreso
– Il memoriale del maresciallo Aloi uscito nel 1997 parla di violenza, traffici di armi e rifiuti speciali e altro, durante la missione italiana in Somalia dei primi anni Novanta: il memoriale, prima diffuso sui media poi secretato, fa i nomi espliciti di 5 persone dell’esercito italiano presenti a Mogadiscio
– 4 di queste 5 persone della missione somala, citate nel memoriale, sono presenti a Piazza Alimonda fra le 17 e le 18 del 20 luglio 2001 (Carlo Giuliani viene ucciso alle 17.27. Entrambi i defender coinvolti nella vicenda dell’omicidio vengono gestiti da 2 di questi 4 uomini, 2 tenenti colonnelli per la precisione)
– In Somalia e in Piazza Alimonda c’è lo stesso fotografo, sempre presente dove sta per succedere un evento, che però fotografa anche il militare che massacra la testa di Carlo mentre è riverso a terra sanguinante e ancora vivo (dovrà servire per far credere che sia morto a causa di una sassata, cosa non creduta… almeno questa). Per queste foto, che non doveva fare, viene massacrato anche lui. A caldo, mezz’ora dopo, dice a un’intervistatrice: “ho avuto più paura che in Somalia”. Dopo questo messaggio subliminale non vuole più parlare di quello che ha visto e che sa, e mai più parlerà.
– Un pezzo di puntata di “Report” su Eurogendfor, di qualche mese fa, è scomparso nel nulla
– Minuti 22-24: il centro della questione. Per chi ha qualche interesse per la verità.
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INTERVISTA A GIULIO LAURENTI A BORDER NIGHT