(di Alessio Marri)
A tutti gli agenti dell’Nsa e dell’Fbi impegnati a leggere questa mail: in
nome della Costituzione americana mi appello a voi affinché seguiate l’esempio
di Edward Snowden». L’originale inciso in capo alla mail rivela le attitudini
politiche e comunicative di Richard Stallman, attivista e intellettuale
newyorkese capofila del movimento per il software libero: «Ci troviamo
tutti implicati nostro malgrado in un perfetto panopticon tecnologico»,
spiega il padre del copyleft: «La sorveglianza digitale di massa è ormai un
fenomeno globale».
Stallman, una laurea in fisica ad Harvard e altre nove “honoris” causa sparse
per il globo, persegue con tenace coerenza la sua filosofia: l’unica
opposizione efficace alla violazione dei diritti nel Web è il ricorso a
programmi non proprietari, liberi di essere studiati, modificati, copiati e ridistribuiti.
«Laddove tutto questo è vietato», sostiene il presidente della Free Software
Foundation, «siamo di fronte a software in grado di reperire informazioni dal
nostro computer e dalla nostra vita privata».
Assistiamo a una mediatizzazione sempre più pervasiva delle nostre
esistenze. Da un lato smartphone e computer hanno rotto il monopolio dei mezzi
unidirezionali come la televisione, dall’altro sembrano diventati
imprescindibili per le nostre esistenze.
«La democrazia e le libertà individuali sono a repentaglio ugualmente. Avere un
cellulare oggi significa essere costantemente sotto la minaccia della
tracciabilità. E non solo. Ogni dispositivo ha una backdoor universale
comandabile da remoto che può trasformare in qualsiasi momento il nostro
microfono in un registratore permanente. Anche se non stiamo parlando al
telefono o ad apparecchio spento. È quello che ho chiamato “Stalin’s dream”, il
sogno di Stalin. L’unica soluzione è usarli il meno possibile. Una democrazia
che si rispetti sa tutelare i suoi cittadini, a partire dai suoi dissidenti».
Lei si è apertamente schierato contro i più grandi colossi
dell’hi-tech come Apple e Microsoft. Che cosa imputa a queste compagnie?
«Innanzitutto impediscono l’accesso ai codici sorgenti dei loro programmi ostacolando
qualsiasi cambiamento. Per me i prodotti Apple si dovrebbero chiamare tutti
“iPrison”, in quanto minano alla base le libertà informatiche dal momento che
accettano solo programmi sviluppati esclusivamente dalla compagnia. Ogni foto o
video prodotto su un dispositivo Apple finisce immediatamente sui server della
compagnia. Il livello di censura è allarmante: una applicazione di nome
Metadata+ che svelava informazioni sugli attacchi nel mondo da parte dei droni
statunitensi è stata bloccata per ben cinque volte. Lo stesso avviene su
servizi che riguardano il diritto all’aborto o l’occupazione dei Territori
palestinesi. La Microsoft ha inserito intenzionalmente su Windows dei bug e
backdoor per modifiche unilaterali a distanza. Per non parlare del controllo
che esercita: Windows 10 ha per esempio tredici schermate di opzioni sulla
sorveglianza di difficilissima disattivazione. Ognuna di queste compagnie
produce software intenzionati a captare informazioni ai propri utenti.
Ricorrere ai software liberi è sempre più urgente».
Le sue critiche non hanno risparmiato neanche Amazon e la
tecnologia e-book.
«I Kindle sono diventati un buon indice del livello toccato da queste compagnie
che in nome dei principi neoliberisti hanno perso ogni scrupolo. Se per usufruire
di un libro non avevi bisogno di alcuna tecnologia segreta, né firmare alcun
contratto, né essere identificato o dare informazioni su quali sono le tue
letture, con gli e-book s il mondo si è rovesciato. Non puoi prestare un file
né tanto meno rivenderne uno “usato”. Ma soprattutto sei costretto ad usare
carta di credito e pertanto a essere tracciato. Come su Amazon e
nell’e-commerce in genere».
Esistono delle contromisure per garantire la propria privacy?
«Innanzitutto non dare mai informazioni e dati personali a siti Web. Non uso la
carta di credito se non per acquistare biglietti aerei, sempre su browser
liberi come Tor in grado di rispettare l’anonimato. Accetto solo cookies
temporanei e i siti che non rispettano le mie condizioni, semplicemente li
evito. Come del resto Facebook: la sua unica funzione è quella di raccogliere
dati sulla nostra vita e le persone che ci circondano. Il sogno di ogni agenzia
di spionaggio. Scoraggio chiunque a postare foto mie e di altre persone, è il
modo più semplice per rintracciarne la posizione. Non ricorro mai al cloud
computing (immagazzinamenti on line della memoria, ndr). Anche se detesto
questa terminologia, non affido a nessuno la mia memoria elettronica:
consegnarla ad un esterno significa consentirne l’accesso perenne».
Veniamo alla politica. In Italia c’è il Movimento 5 Stelle che
nasce dalla Rete inseguendo il sogno di una democrazia diretta basata sul voto
on line. Che cosa ne pensa?
«Non affiderei per nessuna ragione al mondo qualsiasi consultazione elettorale
a un computer o a software informatici. Negli Usa questa tentazione sta
prendendo piede e ne sono fondamentalmente preoccupato. Per quanto riguarda il
Movimento 5 Stelle ho criticato con veemenza il ricorso a programmi proprietari
come Meetup e l’uso di tablet delle grandi compagnie. Se vuoi batterti
seriamente per la libertà, il primo passo per un partito sviluppatosi
attraverso Internet è la coerenza negli strumenti a cui ricorri».
Nelle scorse settimane gli Stati Uniti sono stati scossi dal ritorno
di un acceso scontro razziale. L’ennesimo assassinio di un afroamericano
trasmesso in diretta su Facebook, l’attentato di Dallas e infine le proteste
del gruppo Black Lives Matter con arresti di massa tra i manifestanti...
«È paradossale che da un prodotto come Facebook per cui nutro
un profondo disaccordo nasca una denuncia così costruttiva. Credo che
questa però sia una battaglia tutta politica, una guerra alla povertà. Non è
solo razzismo, abbiamo una parte consistente di poliziotti violenti che si protegge
credendosi al di sopra della legge. Credo che oggi essere un poliziotto inteso
come pubblico ufficiale negli States sia eroico. In Italia dovreste ricordare
quanto successo al G8 di Genova. Solo un’esigua minoranza denuncia i soprusi. A
questa violenza repressiva di sistema si aggiunge una discriminazione politica.
Seguendo le politiche neocon di non tassazione dei ricchi, si mira a colpire i
più deboli. Che in molti casi non hanno accesso al voto dal momento che l’id
card (la carta d’identità che garantisce l’accesso al voto, ndr) ha costi in
termini di tempo e denaro inaccessibili per molti. Infine la presenza massiccia
di armi acuisce la gravità degli abusi e delle reazioni di protesta. Condanno
nel modo più totale le risposte violente e gli omicidi di poliziotti, ma
l’equazione tra violenza della repressione e violenza dell’oppresso resta per
me inaccettabile».
Tutto questo potrebbe avere una ricaduta sulle elezioni di
novembre in un contesto internazionale incandescente, tra guerre, terrorismo globale
e fenomeni d’immigrazione che suscitano reazioni di chiusura.
«Ero un acceso sostenitore di Bernie Sanders. Hillary Clinton e Donald Trump,
come del resto Obama, appartengono alla stessa categoria. Siamo in piena
plutocrazia, comandano i miliardari. Basti pensare al disastro della guerra in
Iraq e all’alleanza ingiustificabile con quella che io chiamo “Arabia Salafita”
(Arabia Saudita, ndr) che propaga la Sharia, senza rispetto per i diritti
umani. Obama, nonostante abbia evitato guerre aperte, ha perseverato nell’usare
i droni che fanno molte vittime civili; sarebbe più intelligente bombardare
Daesh in campo aperto sovvenzionando le forze locali. Ah, smettiamo di
chiamarlo “Stato Islamico”, non rappresenta in alcun modo il variegato mondo
musulmano, prima vera vittima del terrorismo. Per il futuro sono molto
pessimista: in qualche decade, tra guerre e riscaldamento globale, non so
ipotizzare quali saranno le conseguenze di fronte ai milioni di rifugiati in
fuga alla ricerca delle più banali forme di sopravvivenza».