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venerdì 27 maggio 2016

ascoltare Marco Ongaro

ecco un cantautore bravissimo, ma quasi sconosciuto, ascoltare le sue canzoni non è tempo perso, almeno per me non lo è mai – franz

Una recensione di Leon Ravasi
Il nuovo disco di Marco Ongaro è un buon disco di solido rock e di verace impasto cantautorale. Uno di quei solidi prodotti medi di cui c’è tanto bisogno, con alcuni brani che si staccano nettamente dalle media, come la title track. Le sonorità sono volutamente e in modo ricercato occhieggianti ai sixties, con grande uso di organo hammond, svisate chitarristiche alla Hendrix, riff alla Elvis Presley e armoniche alla Neil Young, citazioni tutte quante volute e dichiarate in quanto tali. La voce di Ongaro è poi la parte più convincente: scura naturale, arrochita al punto da far pensare a una vita vissuta, ma non bruciata, è una voce che convince e affascina. Un buon disco.
Insomma non sarà il caso di gridare ogni volta al miracolo! Qualche volta ci si può accontentare delle cose fatte bene. E Dio è altrove?, forsse approfittando della distrazione del Dio in questione, è fatto come Dio comanda. Insomma Dio non è morto, ma è altrove, o almeno guarda altrove.
Lo spunto è letterario (Ongaro cita Potocki), ma lo svolgimento è dilaniano. Così come un po’ tutto il disco occhieggia a Dylan, tra citazioni e tributi d’autore: l’assolo di “All along the watchtower” in Ligabue, il suono dell’organo così Like-a-rolling-stoniano (quasi un omaggio ad Al Kooper da parte di Moreno Piccoli), la voce e la scelta dei temi e lo spirito, disingannato ma non annichilito, disposto ad ascoltare e a mettersi in discussione, che lo caratterizza.
Dieci canzoni che escono dopo un lungo periodo di silenzio da parte di Ongaro: un silenzio rumoroso, in realtà il suo, perché se è vero che non esce con dischi a suo nome dal 1995 (Certi sogni non si avverano), è altrettanto vero che nel 2000 ha composto e prodotto un intero cd per Grazia De Marchi – Lasciatemi vivere – e nel 2002 è uscito conShakespeariana, una ricca e interessante galleria di personaggi femminili tratti dalle opere di Shakespeare, interpretata da Giuliana Bergamaschi e tra le opere più votate all’ultimo Club Tenco. Oltre a numerose collaborazioni per recital ed eventi teatrali.
Fatto sta che per vedere uscire un uovo disco a nome Marco Ongaro si è dovuto attendere la nascita dell’etichetta D’Autore di Edoardo De Angelis. Ongaro canta molto bene, con una vocalità calda e profonda, capace di dare solennità e spessore, mentre, musicalmente, la direzione artistica e gli arrangiamenti sono di Roby Ceruti, che ha buona parte di “responsabilità” in questo ritorno alle atmosfere dei sixties.
Sotto questo aspetto il disco è addirittura rigoroso: spartano e vivido, suona forte come una roccia, senza concessioni alle mode di tendenza, ma con quel tanto di anacronistico che rende il prodotto gradito alle orecchie più gravate di anni. Sognare, dormire, forse svegliarsi, Ginevra, Tutto è secondario, assieme alla già più volte citata Dio è altrove sono i punti più alti del disco, ma il dato più rilevante è la qualità media che non scende mai sotto il livello di guardia.

Una recensione di Alessio Lega
“…singolare sorte per questi due album (Archivio postumia ed Eptalogia), che interamente arrangiati e registrati, non sono a tutt’oggi stati pubblicati. Per qualcuno è filtrato il contenuto, dal momento che Ongaro ne ha proposto, dal vivo, le scalette complete in più d’un occasione; alcuni estimatori dell’artista poi li posseggono in copie fortunosamente scippate all’autore sotto minaccia di torture e vessazioni. Rimangono però due opere sospese nel limbo, incredibilmente, visto che oltre ad essere due dischi di valore artistico assoluto, sono una chiave di volta fondamentale per capire l’evoluzione di questo cantautore; mi scuserete quindi se ne parlo, pur consapevole del fatto di parlare di opere che molto difficilmente potranno in qualche modo arrivare a chi mi legge, a meno che la Rosso di sera, che le ha prodotte e ne detiene i diritti, non decida di renderle pubbliche…”.
Così scrivevo 3 anni fa in un libro cominciato e mai finito, e di cui l’opera di Marco Ongaro era uno degli oggetti di studio più lungamente approfonditi. Passatemi questo vezzo iniziale… ma mi sembrava così terribilmente ongariano iniziare con la citazione di un proprio inedito, che non ho saputo resistere oggi che finalmente, a quindici anni di distanza dalla loro registrazione, le due opere vedono la luce.
Un problema: io conosco questi dischi perfettamente, li ho ascoltati dal vivo, li posseggo, come dicevo, in copia. Sono convinto che siano complessivamente un capolavoro, e non è l’impressione dettata dalla scoperta subitanea, dal sorgere dell’entusiasmo per una novità inaspettata. È piuttosto una convinzione meditata e perfettamente formata in me, solo che questo atteggiamento poco si addice al concetto di recensione… però non sono in grado di recensire questo disco più di quanto sarei in grado di recensire Le nuvole, The Wall o Dias y flores.
Ecco che dunque, più che recensire, mi proverò a manifestarvi le mie riflessioni su queste due opere raccolte in un solo CD.
Iniziamo dal titolo. Un’archivio dunque, un repertorio: repertorio di personaggi e situazioni. Ma perché postumia? O meglio perché l’autore sin dalle prime interviste ha adoperato per se la definizione di “cantautore postumo”?
Tutti i personaggi di Ongaro sono non vivi, a partire dall’autore, che parla appunto postumo, come la luce di una stella che ci giunge quando essa è spenta da chissà quanto, ma non per questo brilla meno. Non confondiamo però il postumo col morto, Ongaro parla da classico, dunque immortale, perciò fuori dalla storia. La sua è una riflessione sul sacrificio che la vita fa alla parola per divenire qualcos’altro. Un qualcos’altro che è Storia, storie o forse solo avanspettacolo, ma che non è più vita. L’arte, o in fin dei conti la comunicazione, inizia dopo la vita, appunto, postuma. Questa è l’amarissima riflessione che nutre l’opera ongariana. Finchè si vive è impossibile comunicare.
A noi, posterità vivente, l’autore invia bagliori da chissà quale altrove, da chissà quale pianeta, segnali di fine corsa, mappe, giornali di bordo. La sua poetica per questo deve rinunciare a possedere il senso, tutt’al più può affiancarlo, ci si può confondere senza intrappolarlo; per questo la sua parola è chiara ma imprecisa, la sua musica è evocativa, ma laddove sembra vertere a un crescendo viene a mancare.
Il procedimento compositivo di Marco Ongaro rifugge l’originalità bizzarra, il passaggio che lascia increduli. La sua cifra è nella perfetta comprensione dei meccanismi mitici della canzone, quelli fuori dal tempo, per riportare ogni parola a una casa/trappola, una casa dolce casa incantata e pericolosa, una casa di bambola risaputa e inquietante.
Questi dischi di Ongaro sono una sorta di casa di Hansel e Gretel, dove si sgranocchierà la dolcezza retrò al gusto di rosolio dei confetti, dei muri di marzapane, ma chissà, vi si potrà anche attendere la trappola di una profondità stregata.
Tutte le canzoni di questo CD appaiano frammentarie, come pezzi di un puzzle fra i relitti di un naufragio, che galleggiano suggerendo l’idea di un antica visione d’insieme irrimediabilmente perduta. Tutti i punti di vista proposti non trovano l’unità di fini, pur in qualche modo suggerita, Marco Ongaro sembra anzi compiacersi del binomio chiarezza/mistero che propone continuamente in questa tappa d’arrivo del suo stile ironico e swingante, in seguito abbandonato per il Rock di Dio è altrove e di Esplosioni nucleari a Los Alamos.
Tappa d’arrivo, dicevamo, ma anche mappatura di una crisi: non una crisi creativa ovviamente, le canzoni sono molto belle, ma il loro risolversi nel giro di pochissimi versi, il loro fare quasi sempre riferimento a topos letterari consolidati (a volte precisi: LolitaLandru; a volte generici: La signora Russa), pone falsi paletti in una sabbia mobile di informazioni, fa intravedere un’uscita che non esiste, promette una comprensibilità che non arriverà.
Emblematica la politicamente scorretta e avarissima di parole Lolita:
Forse c’è un bambino in me / ed è lui che ama te.
Ma se c’è un bambino in me / certo è lui che ama te (sempre se c’è!).
Lolita / finisci la tua pasta al burro
Lolita / quel telefono è un po’ troppo azzurro, mettilo giù
Se mi prometti, mi prometti che non lo farai più
Io ti prometto, ti prometto che non lo farò più.
nell’affrontare uno dei temi più scottanti e repressi della sessualità ecco che Ongaro non cerca la deflagrante sfida e passione della stupenda canzone di Léo Ferré Petite (Allora tu non mi andrai / perchè sotto la gonna non avrai più / il codice penale), sussurra piuttosto all’orecchio turbato dell’ascoltatore una tenerezza incoffessabile e affida ogni commento alla melodia che, retta dal sax e scossa dal contrabasso, si avvolge come un serpente sulle parole, e rabbrividisce strascicando la voce su quell’ineffabile e torbidissima pasta al burro (si suppone proveniente dallo stesso panetto usato da Brando in Ultimo tango a Parigi).
Arrangiato in maniera talvolta trionfalisticamente fastidiosa Eptalogia, pur meno unitario di Archivio, contiene brani stupendi, a partire dal primo Demian, di derivazione Herman Hessiana, questo personaggio rappresenta lo struggimento senza fine della memoria dell’antica amicizia, di un alleanza perduta.
Il sosia è un altro dei brani chiave del disco per il gioco di sovrapposizioni multiple, per la schizofrenia evidente del tema, per la bella invenzione che ricorda il famosissimo doppio perverso inventato da Gainsbourg nei suoi ultimi anni (Gainsbarre).
Sospesi così perfettamente, come fra le pagine mancanti di una rivista, questi pezzi rappresentano l’esito ultimo del gioco di rimandi e travestimenti iniziato dall’autore col suo primo disco AI: Ongaro è partito facendo canzoni che sembravano le Songs di un musical di cui non conoscevamo trama e dialoghi, ma a cui eravamo richiamati dai luoghi comuni, dagli spazi stabiliti per tacito accordi fra ascoltatore e narratore.
In questi due dischi però quel Musical è diventato la vita stessa, le paillettes si sono sbiadite e i confini fra vita e cultura, fra futuro e passato son diventati inestricabili.
Nella straordinaria L’hai voluto tu la crisi della coppia è tutta sancita da giochi con le (e non di) parole che si affiancano e si contraddicono, che restano le stesse per dire l’opposto:
Tu mi parlavi / io non capivo
probabilmente ti tradivo / poi te l’ho detto
che ti ho tradito / mi hai perdonato
mi son pentito
specularmente, nella seconda strofa rimane quasi tutto uguale, cambiando completamente il significato:
poi me l’hai detto / che mi hai tradito
ti ho perdonato / mi son pentito.
Cioè: mi son pentito d’averti perdonato, quando la prima volta il tuo perdono m’aveva fatto pentire d’averti tradito!
La conclusione della canzone scivola su una doppia citazione, anch’essa speculare, di due autori speculari e leggendari (che fra l’altro, racconta la leggenda, un giorno litigarono per una stessa donna):
mi lascerai / non che non ti lascerò
io si, io si / tu no, tu no.
la prima (Io si) è una canzone di Tenco, la seconda (Tu no) è una canzone di Piero Ciampi.
A giocare troppo col fuoco delle parole si rischia però di rimanere bruciati…raschiato il fondo del barile della comunicazione può cominciare l’afasia. Forse per questo l’autore trattò con le pinze questo materiale, lasciandolo alla fuggevole attenzione di qualche concerto, ma non premendo troppo per farlo pubblicare, annunciandolo postumo sin dal titolo.
Ongaro aveva intuito di aver toccato il fondo e che la risalita non sarebbe stata cosa facile: il suo linguaggio ha poi dovuto necessariamente riverginarsi attraverso la purezza popolare di Lasciatemi vivere. Ma per questo sarebbe dovuta passare una nottata di quasi dieci anni (giusto interrotta da quella sorta di autoantologia che fu Certi sogni non si avverano).
Oggi una delle più belle opere della canzone italiana, una delle più profonde riflessioni sul suo linguaggio, è finalmente disponibile. Come dissero Cafiero e Malatesta ai contadini del Matese: “I forconi li avete, i coltelli ve li abbiamo dati, se volete fate, se no vi fottete”.

Un’intervista di Giorgio Maimone
Marco Ongaro ha un viso schietto e sincero, di quelli che fanno subito simpatia e ispirano fiducia. E una bella stretta di mano salda. È vero che questo non basta, soprattutto in campo musicale, ma aiuta molto. È una persona con cui si può parlare della “sensualità dei cibi” e di “piatti di assoluta autorevolezza”. Se poi aggiungiamo che queste caratteristiche si traducono in un modo di far musica altrettanto schietto, abbiamo il disegno a tutto tondo di un cantautore anomalo, un cantautore “su commissione” come ama definirsi, in questa chiacchierata tutta vissuta con un sorriso sotto i (reciproci) baffi.
“Lavoro su commissione, sì. Come stimolo, scrivere per qualcuno che ti ordina una cosa è intrigante. È quasi uno spunto rinascimentale. Non mi sento pittore ma pennello e tavolozza. Se scrivo per Grazia De Marchi scrivo cose mie che parlano di lei. L’idea di “Shakespeariana”, invece me l’ha data il regista Paolo Valerio che più di me aveva .in testa Shakespeare. Cleo, l’ultima canzone, l’ho scritta a luglio dello scorso anno e prima di partire mi telefona questo chitarrista di Verona, Roberto Cerutti. Mi chiama e mi fa: “Senti io vorrei farti fare un disco. La formazione è questa: chitarra, basso, batteria, organo hammond. Il gruppo si chiama La Scorta”. Benissimo – gli ho detto – troviamo una cantante e io ti scrivo le canzoni. E lui mi ha detto voglio: “No, io voglio la tua voce “rovinata”. Queste esatte parole. E li mi ha convinto. Lui voleva la mia voce “rovinata”, quindi mi sono sentito tranquillo sul tornare a cantare. Ma ho scritto “Dio è altrove” come se fossi un autore. Ho scritto per “quella formazione” e per “questa voce”. Ero di nuovo un autore.Non un cantautore. Poi io sono la voce della Scorta…..”
È un caso?
“Non è proprio un caso, ma è un approccio differente. Una sfumatura”.
Ma sei tu nelle cose che scrivi.
“Sì sono io, ma mi piace la sfida. Esistono dei margini di sfida. È quello che mi piace. Il fatto che ci siano dei limiti. Il fatto che debba scrivere qualcosa su quello che Shakespeare ha già scritto. O su un episodio della vita della De Marchi. O sull’ecologia. Tra 10 anni non ci sarà più acqua sul pianeta. Io svolgo il tema, li c’è la sfida”.
Come se fossi un giornalista?
“Ho dei limiti. Mi piace aver dei limiti. Poter vincere la sfida all’interno di quei limiti è la sfida, quello mi stimola. Quando mi propongono un nuovo lavoro, come primo impulso dico no. Poi torno a casa e l’ho già scritta. Così funziona”.
E, a parte tutto, quando scrivi sei un autore molto prolifico. 
“Questo disco nuovo ha questa nascita su commissione ma devi sapere che c’è già pronto un nuovo lavoro con Grazia de Marchi, che ho scritto lo scorso luglio e in agosto me n’è stato commissionato un altro, simile a Dio è altrove, su tema ecologico, sempre dallo stesso chitarrista della Scorta. Ho scritto 16 brani per Grazia e 13 per lui, perché quando mi si chiede qualcosa io sono febbrile. Altrimenti il pianoforte resta chiuso, la chitarra nella custodia.
Ne esce fuori un mosaico a molte facce, ma quali sono le musiche di Marco Ongaro?
“Se compongo alla chitarra è impossibile che non esca Dylan. Se compongo al pianoforte ecco Paolo Conte. Se scrivo per la De Marchi mi ritrovo tra il De Andrè e il Branduardi. Sono forse l’ultimo in grado di definire il mio stile vocale; credo di avere varie sedimentazioni che vengono fuori a seconda delle occasioni. Il motivo per cui mi piace fare l’autore è che non devo pormi problemi di questo tipo. Devo pormi il problema di far cantare gli altri”.
Ti piace il tuo nuovo disco?
“Sì, mi piace, riconoscendo anche quello che non sono io di quel disco. Il lavoro che ho fatto su commissione mi piace. Sono io nei testi e nelle musiche; negli arrangiamenti non sono io, mai. Però ne sono contento: ero appena reduce da “Shakespeariana” in cui, sotto questo aspetto, ho sofferto moltissimo. Incidere un quartetto d’archi con quattro archi che non si sono mai incontrati tra loro è stata un esperienza terribile. Ci sono musicisti che non si sono mai conosciuti in quel disco e che suonano nella stessa canzone!”
“Dio è altrove” è tutta un’altra cosa. A parte che in certi momenti suona come se fosse in presa diretta. Addirittura in certi momenti ti dà l’idea del work in progress, di qualcosa non rifinita, interrotta a un certo punto. Sbozzata, ma non ultimata, ma forse questo è un po’ nel tuo stile. E lo dico come pregio del lavoro, sia ben chiaro, non come critica.
“Dio è altrove”, la canzone, a parte il fatto che è ovvio che per me è perfetta così (sorride mentre si brinda con un bicchiere di Ripasso dal titanico splendore), aveva lo spunto più che altro nell’emozione. Questa sorta di eresia nel fatto che Dio se ne sia andato altrove. L’inizio è una storia ebraica di un rabbino in Polonia che nella sua sinagoga trova Dio seduto. “Signore cosa fai qui? Gli chiede. “Non ti immagini quanto io sia stanco”.Il concetto dell’eresia è che Dio sia andato in un luogo così disperso dell’universo in modo da non sentire niente di quello che succede qui e che i messaggeri ci mettano così tanto ad arrivare e a riportare le notizie che qualcosa sarebbe inevitabilmente cambiato nel frattempo, ma lui non se ne preoccupa più.
E la “title track” è infatti il brano più di presa di tutto il disco,
“Ho imparato dopo molti anni ad aprire il disco con un pezzo “forte”.
Il motivo dei ringraziamenti del disco ha a che fare proprio con la scrittura in quel mese. Sono passato prima da Lecce dove c’era Max Manfredi, mi sono fermato a casa di Alessio Lega, abbiamo suonato per tre giorni poi sono andato in Calabria, sono arrivato caricatissimo. La prima canzone che ho scritto è stata Il Conte Max da Genova”
Quello con le dita insanguinate…
“Esatto. Gandalf Foschini è chi mi trascrive le musiche perché io possa depositarle in SIAE, Ferdinando Dolfo è l’autore del primo progetto di copertina (bocciato). George Steiner ha scritto “Morte della tragedia” che stavo leggendo in quel mese, il libro in cui si parla dell’eresia del Dio che è altrove. Nicola Nicolis è un cantautore veronese decano, “nonno” lo chiamano, che mi ha prestato il libro “Morte della tragedia”. Iole e Gaetano Mazzone mi hanno ospitato in Calabria. Poi c’è mio fratello: il fratello del cantautore come ha detto Micocci. Mi fa: “Tu come campi?” “Ho un fratello che mi aiuta”. “Il fratello del cantautore! Anche Tenco ne aveva uno!”. Ora fa il fotolito e mi prepara tutti gli impianti delle copertine.
Quindi ora sei soprattutto un autore. Ma nei primi dischi ti sentivi cantautore?
“Sì, li scrivevo senza un progetto. Apparentemente le cose che mi venivano fuori da sole. Vado al Tenco nell’82 ottengo un discreto successo. Il fatto è che il Tenco allora aveva un paio di giornali che scrivevano sulla manifestazione. Soprattutto la prima sera. Poi mi sono reso conto che effettivamente la discografia non era aperta a nuovi dischi di cantautori emergenti. Lucio Quarantotto ha vinto nell’84 e poi fino all’87 non è esistita una targa per opera prima. Perché non esistevano opera prime! Però c’era questa dance-music, disco-music. Anni ’82-83. Mi ricordo che anche qui è partito tutto con una commissione (eccoci che ci risiamo con le commissioni). Il tizio che me l’ha commissionata mi ha dato una cassetta e mi ha detto “Tu sapresti fare un brano come questo”. Era un brano dei Twins, un gruppo tedesco. Dopo un’ora gliel’ho consegnata la canzone. Arrangiata in modo identico. Ma la mia era più bella e cercava di dire cose intelligenti. E così è nato il mio alter-ego: O’gar, l’autore di disco-music. Ma cercavo comunque di dire cose intelligenti. Per questo poi O’gar è morto a Parigi nell’86. Per quanto cercasse di dire cose intelligenti le diceva in inglese a gente che l’inglese non capiva. Ha avuto successo in Spagna!
E a quel punto sei partito coi dischi a tuo nome.
“Sì, il primo disco è dell’87. Che ho dovuto forzare, perché ancora c’era questo blocco ai nuovi cantautori. Figurano tutti nei ringraziamenti del primo disco; tutti quelli che non mi hanno preso. Vincenzo Micocci, Lilli Greco, Sandro Colombini … Per cui ho detto a Venturiero che prima era il mio agente che cercava di procurarmi una casa discografica e che nel frattempo aveva fondato una sua etichetta, di farmi fare il disco. Venturiero era rimasto fuori alla mia esperienza di O’gar che sarebbe stata l’unica avventura in comune che gli avrebbe fruttato dei soldi in tutta la nostra carriera unità. Con me ci ha solo rimesso. Però è un collezionista privato. È una questione affettiva. Lui deve avere tutto quello che faccio. È una questione maniacale. Del primo disco mi ha detto: “Di questo disco non verrà mai trasmessa una canzone in nessuna radio” E il giorno stesso l’ha pubblicato. Se non è collezionismo questo!”
Ma dopo l’esordio più o meno faticato ci sono stati i sette anni di silenzio. Perché?
“Nel ’90 a fatica, quando cominciavano di nuovo ad uscire i cantautori, con lentezza terribile siamo riusciti a buttar fuori “Sono bello dentro”. Che è coinciso con l’incisione del Vino di Ciampi al Teatro Argentina, forse il massimo successo che abbia avuto. Da lì ho inciso “Archivio Postumia” nello stesso anno, con un gruppo, ed è l’unico disco che ho arrangiato completamente io.
Nel ’91 “Eptalogia” che è un altro progetto che avevo in mente. E la Rosso di Sera non li ha pubblicati. “Archivio Postumia” lo sapevo che non sarebbe potuto essere pubblicato prima di 10 anni. Per questo gli ho dato quel titolo. Suona ’90, ma con strumenti non datati. Poi ho fondato un gruppo: Le vittime del sesso, una rock-band con cui ho girato un paio di mesi. A quel punto non avevo più voglia neanch’io di pubblicare “Eptalogia” che era di stampo più jazzistico. Nel ’95 finalmente riesco ad uscire con il disco successivo: “Certi sogni non si avverano” ma a quel punto ero stufo dell’ambiente e mi sembrava un modo di concludere perfetto. Esce il disco e io invece di promuoverlo mi ritiro, altra prova di affetto del mio editore”.
Ma gradatamente, a forza di dischi su commissione, sei tornato.
“Questo disco è più rock dei precedenti perché mi è stato commissionato da un chitarrista rock. Ha una fender del ’68 in casa! Mentre Luca Olivieri ha vinto a Memphis la gara per i migliori Elvis”.
Si respira un aria vintage tra i solchi del tuo disco
“Ce l’hanno detto. L’arrangiatore fa a Cerutti: “Hai fatto bene a stare fermo trent’anni perché adesso sei tornato di moda!”. I ragazzi cresciuti coi suoni di plastica non li sopportano più e adesso riscoprono la chitarra di Hendrix.
Ogni disco una storia, completamente diversa.
“E paradossalmente abbiamo cercato di allontanarci dai riferimenti . Ma Dio è altrove suona come Like a Rolling Stone. La chitarra e l’hammond fanno lo stesso gioco. Così come Ginevra richiama Neil Young e così abbiamo inserito l’armonica a bocca, perché non ci nascondiamo. Lo facciamo proprio così, come deve essere il riferimento. È un disco ricco anche di citazioni italiane. L’assolo in mezzo a L’infermiere è degno di Solieri, il chitarrista di Vasco Rossi. Una canzone che ho scritto la De Marchi, Colombo, diceva: “ho passato metà della mia vita a cercare di non somigliare”, ma è quasi impossibile. Se non somigli a uno somigli all’altro. L’importante è rivendicarlo, non nasconderlo.

qui una pagina su Marco Ongaro


qui il suo sito


















venerdì 31 luglio 2015

Come scrivere un racconto in cinque minuti - Bernardo Atxaga

 Per scrivere un racconto in soli cinque minuti è necessario che si procuri - oltre alla penna e al foglio bianco tradizionali, naturalmente - una piccola clessidra, la quale la terrà puntualmente informato tanto del trascorrere del tempo quanto della vanità e dell'inutilità delle cose di questo mondo; e pertanto, anche dell'effettivo sforzo che ora sta per compiere.
 Non le venga in mente di mettersi davanti a una di quelle monotone e monocolori pareti moderne, no, non lo faccia; faccia sì, invece, che il suo sguardo si perda nel paesaggio aperto che si estende oltre la finestra, in quel cielo dove i gabbiani e gli altri uccelli vanno disegnando la geometria della loro soddisfazione volatoria.
 È necessario anche, sebbene in grado minore, che ascolti musica, qualunque canzone con il testo a lei incomprensibile: per esempio, una canzone russa.
 Ciò fatto, si ripieghi su se stesso, si morda la coda, guardi attraverso il suo telescopio privato il luogo dove le sue viscere lavorano silenziose, domandi al suo corpo se ha freddo, se ha sete, freddo-sete o qualunque altro tipo di angoscia.
 Nei caso in cui la risposta sia positiva, se, per esempio, sente un formicolio generale, eviti di preoccuparsi, dato che sarebbe molto strano se potesse avviare il suo lavoro già al primo tentativo.
 Osservi la clessidra ancora vuota nell'ampolla inferiore, verifichi che non è passato mezzo minuto. Non si innervosisca, vada tranquillamente in cucina, a passi corti, trascinando i piedi, se questo le fa piacere. Beva un po' d'acqua - se dal rubinetto esce gelata non perda l'occasione di bagnarsi un po' il collo - e, prima di tornare a sedersi al tavolo, faccia una soave pisciatina
(nel gabinetto, s'intende, perché pisciare in corridoio non è, in linea di principio, un attributo della letterarietà).

 Li ci sono sempre i gabbiani, lì ci sono sempre i passerotti e li c'è sempre - sullo scaffale che si trova alla sua sinistra - il grosso dizionario. Lo prenda con molta cura come si trattasse di una bionda platinata.
 Scriva quindi - e non tralasci di ascoltare con attenzione il rumore che fa il pennino sulla carta - questa frase: Per scrivere un racconto in soli cinque minuti bisogna che ci riesca.

 Ha già l'inizio, che non è poco, e sono quasi trascorsi due minuti da quando si è messo a lavorare. E non solo ha già la prima frase; ha anche, in quel grosso dizionario che regge nella mano sinistra, tutto quello che le occorre.
 Dentro quel libro c'è tutto, assolutamente tutto; il potere di quelle parole, mi creda, è infinito.

 Si lasci trasportare dall'istinto, e immagini che lei, proprio lei sia un Golem, un uomo o una donna fatto di parole, o meglio, formato da segni. Faccia in modo che quelle lettere che la compongono escano per incontrarsi - come le cartucce di dinamite che esplodono per simpatia - con le loro sorelle, quelle sorelle dormiglione che riposano nel dizionario.

 È ormai passato un po' di tempo, ma un'occhiata alla clessidra le dimostra che non è nemmeno passata la metà del tempo che ha a sua disposizione.

 E improvvisamente come se fosse una stella errante, la prima sorella si sveglia e viene da lei, le entra nella testa e cade, umilmente, nel suo cervello.
 Deve trascrivere immediatamente quella parola, e trascriverla a caratteri maiuscoli, perché durante il viaggio è cresciuta. E una parola corta, agile, veloce: è la parola RETE.

 Ed è questa la parola che mette in guardia tutte le altre, e un clamore, come quello che si udrebbe nell'aprire le porte di un'aula di disegno, pervade tutta la stanza. Di li a poco, un'altra parola scaturisce dalla sua mano destra; ehi, amico, lei si è trasformato in un prestigiatore involontario. La seconda parola scende dalla penna scivolando gattoni per saltare sul pennino e farsi, con l'inchiostro, uno scarabocchio. Questo scarabocchio dice: MANI.

 Come se aprisse una busta a sorpresa, tira l'estremità di quel filo (scusami il tu, in fondo siamo compagni di viaggio), tira l'estremità di quel filo, dicevo, come se aprissi una busta a sorpresa.
 Saluta questo nuovo brano, questa frase che viene impacchettata in una parentesi: (Si, mi coprii il volto con questa fitta rete il giorno in cui mi bruciai le mani).

 Proprio ora sono scaduti i tre minuti. Ma ecco che hai appena finito di scrivere la prima frase che già te ne vengono molte altre, moltissime altre, come farfalle notturne attirate da una lampada a gas.
 Devi scegliere. E doloroso, ma devi scegliere. Quindi pensaci bene e apri una nuova parentesi: (La gente provava pietà di me. Provava pietà soprattutto, perché pensava che fosse rimasta ustionata anche la mia faccia; e io ero sicura che il segreto mi faceva superiore a tutti loro e che con quel segreto mi prendevo gioco della loro morbosità).

 Ti restano ancora due minuti. Ormai non hai più bisogno del dizionario, non perdere tempo con esso. Bada solo alla tua fissazione, alla tua contagiosa malattia verbale che cresce e cresce senza fermarsi. Per favore, non perdere tempo e trascrivi la terza frase: (Sanno che ero una bella donna e che dodici uomini ogni giorno mi mandavano fiori).

 Trascrivi anche la quarta che tallona la precedente, e che dice: (Uno di quegli uomini si ustionò la faccia pensando che così tutti e due saremmo stati nella medesima condizione, nell'identica, dolorosa situazione. Mi scrisse una lettera dicendomi, ora siamo uguali, prendi il mio comportamento come prova d'amore).

 E l'ultimo minuto incomincia a scendere quando vai con la penultima frase: (Piansi amaramente per molte notti. Piansi per il mio orgoglio e per l'umiltà del mio amante, pensai che, per giusta corrispondenza, io dovevo fare quello che aveva fatto lui: ustionarmi la faccia).

 Devi scrivere le ultime righe in meno di quaranta secondi, il tempo sta per scadere: (Se non lo feci non fu per la sofferenza fisica, né per nessun altro motivo, ma perché compresi che una relazione amorosa che incominciava con questa veemenza avrebbe dovuto avere, per forza, un seguito molto più prosaico. D'altra parte, non potevo permettere che lui conoscesse il mio segreto, sarebbe stato troppo crudele. Per questo stanotte sono andata a casa sua. Anche lui era coperto da un velo. Gli ho offerto i miei seni e ci siamo amati in silenzio; era felice quando gli piantai questo coltello nel petto. Ora non mi resta che piangere per la mia mala sorte).

 E chiudi la parentesi - dando per terminato il racconto - nello stesso istante in cui l'ultimo granellino di sabbia cade nella clessidra. 

giovedì 4 giugno 2015

Essi, tutti lo sanno - Charles Bukowski


Chiedete ai pittori da marciapiede di Parigi
chiedete al sole su un cane addormentato
chiedete ai 3 porcellini
chiedete al giornalaio
chiedete alla musica di Donizetti
chiedete al barbiere
chiedete all’assassino
chiedete all’uomo appoggiato al muro
chiedete al predicatore
chiedete all’ebanista
chiedete al borsaiolo o al prestatore
      su pegno o al soffiatore di vetro
      o al venditore di letame o
      al dentista
chiedete al rivoluzionario
chiedete all’uomo che ficca la testa
      nelle fauci d’un leone
chiedete all’uomo che sgancerà la prossima
      bomba atomica
chiedete all’uomo che si crede Cristo
chiedete alla cutrettola che la sera torna
      al nido
chiedete al guardone
chiedete all’uomo che muore di cancro
chiedete all’uomo che ha bisogno d’un bagno
chiedete all’uomo con una gamba sola
chiedete al cieco
chiedete all’uomo che parla bleso
chiedete al mangiatore d’oppio
chiedete al chirurgo tremante
chiedete alle foglie sulle quali camminate
chiedete a uno stupratore o al bigliettaio
      di un tram o a un vecchio
      che strappa le erbacce nel giardino
chiedete a una sanguisuga
chiedete a un domatore di pulci
chiedete a un mangiatore di fuoco
chiedete all’uomo più miserabile che riuscite
      a trovare nel suo più miserabile
      momento
chiedete a un maestro di judo
chiedete a un guidatore di elefanti
chiedete a un lebbroso, un ergastolano, un tisico
chiedete a un professore di storia
chiedete all’uomo che non si pulisce mai
      le unghie
chiedete a un pagliaccio o alla prima faccia che vedete
      alla luce del giorno
chiedete a vostro padre
chiedete a vostro figlio e
      al suo figlio futuro
chiedete a me
chiedete a una lampadina bruciata in un sacchetto di carta
chiedete ai tentati, ai dannati, agli stolti,
      ai saggi, agli adulatori
chiedete ai costruttori di templi
chiedete agli uomini che non hanno mai portato scarpe
chiedete a Gesù
chiedete alla luna
chiedete alle ombre del ripostiglio
chiedete alla falena, al monaco, al pazzo
chiedete all’uomo che disegna le vignette
      del "New Yorker" 
chiedete a un pesce rosso
chiedete a una felce che balla il tiptap
chiedete alla carta geografica dell’India
chiedete a un viso gentile
chiedete all’uomo che si nasconde sotto il vostro letto
chiedete all’uomo che odiate di più su questo
      mondo
chiedete all’uomo che ha bevuto con Dylan Thomas
chiedete all’uomo che ha allacciato i guantoni di Jack Sharkey
chiedete all’uomo dalla faccia triste che beve il caffè
chiedete all’idraulico
chiedete all’uomo che ogni notte sogna
      gli struzzi
chiedete alla maschera di un baraccone
chiedete al falsario
chiedete all’uomo che dorme in vicolo sotto
      un foglio di carta
chiedete ai conquistatori di nazioni e pianeti
chiedete all’uomo che si è appena tagliato un dito
chiedete a un segnalibro nella bibbia
chiedete all’acqua che sgocciola da un rubinetto mentre
      squilla un telefono
chiedete allo spergiuro 
chiedete alla vernice blu scuro
chiedete al paracadutista
chiedete all’uomo col mal di pancia
chiedete all’occhio divino così mellifluo e lacrimoso
chiedete al ragazzo che indossa calzoni attillati
      nell’accademia dispendiosa
chiedete all’uomo che è scivolato nella vasca
chiedete all’uomo azzannato dallo squalo 
chiedete a quello che mi ha venduto i guanti
       spaiati
chiedete a questi e a tutti quelli che ho lasciato fuori
chiedete al fuoco al fuoco al fuoco
chiedete anche ai bugiardi
chiedete a chi vi pare quando
      vi pare il giorno che vi pare
      che stia piovendo o che sia
      nevicato o che stiate uscendo su una veranda
      gialla di sole caldo
chiedete a questo chiedete a quello
chiedete all’uomo con la cacca d’uccello sui capelli
chiedete al torturatore d’animali
chiedete all’uomo che ha visto molte corride
      in Spagna
chiedete ai proprietari di Cadillac nuove
chiedete alle celebrità
chiedete ai timidi
chiedete agli albini
      e all’uomo si stato
chiedete ai padroni di casa e ai giocatori di bigliardo
chiedete ai cialtroni 
chiedete ai sigari prezzolati
chiedete ai calvi e ai ciccioni
      e agli uomini alte e quelli
      bassi
chiedete agli uomini con un occhio solo,
      a quelli sempre arrapati e a quelli no
chiedete agli uomini che leggono tutti gli articoli
      di fondo
chiedete agli uomini che coltivano le rose
chiedete agli uomini che quasi non sentono dolore
chiedete ai moribondi
chiedete a chi falcia il prato e chi va alla
      partita di calcio
chiedete a qualcuno (uno qualsiasi) di questi o a tutti questi
chiedete chiedete chiedete e
      tutti vi diranno

"una moglie brontolona affacciata alla ringhiera
è più di quanto un uomo possa sopportare".

da qui

venerdì 24 aprile 2015

Alejo Carpentier smonta il mito delle razze pura



"El mito de las razas puras es una de las estafas más absurdas que se han tratado de imponerle al mundo.”
“El barroco es un lujo de la creación.”
“Cuando se produce una obra cumbre de la literatura universal como el Fausto de Goethe, no hay que olvidar que llega dos siglos después del Quijote, y muchos siglos después de La Divina Comedia.”
“Encontré a la gente que acaso más me haya enseñado en el mundo son esos que ha convenido en llamarse los salvajes.”

“El Quijote, digo, con el Ulises, son las dos únicas obras repito, donde se ha logrado de una manera absoluta la coexistencia de lo real y de lo maravilloso”

venerdì 3 aprile 2015

riscoprire Duilio Del Prete

Duilio Del Prete è stato un grande attore, oltre che un grande cantante, e viceversa.
 ecco la scena più famosa e divertente:


Duilio del Prete spiega la speculazione edilizia (Tribuna padronale)
Quando il PCI era il PCI, con un grandissimo Duilio del Prete, istruttivo e imperdibile, vedi qui

Ed è stato un grande cantante, ecco “L’isola”:


e poi leggete qui:
…dice Jacques Brel: «Lo so che in Italia mi amate molto. Ci sono dei bravi artisti da voi che mi hanno interpretato con traduzioni non solo appropriate, ma anche molto belle. Dalla Fondazione che porta il mio nome hanno dato il via libera a quelle di Duilio del Prete. Ci sono versioni che per ragioni diverse erano molto difficili da rendere in un’altra lingua, sia poeticamente sia con lo stesso contenuto. E anche ciò che ai miei tempi fece Herbert Pagani in Italia è passato quasi inosservato: ma ascoltatevi il Testamento all’Italiana che riprende Le Moribond, oppure Le plat pays, che invece di scimmiottare il mio testo che parla delle Fiandre traferisce le sue sensazioni e la sua arte descrivendo una regione d’Italia. Vorrei anche ricordare quel signore un po’ strano che in parte si è ispirato a me, Piero Ciampi. La sua Tu no ricorda tanto Ne me quitte pas, eppure è una canzone che ha una sua dignità. Bravo»…(da qui)
nel 2002 è apparso “Duilio Del Prete canta Brel”
qui Gianni Mura ed Enrico de Angelis scrivono di “Duilio Del Prete canta Brel”
qui e qui due bellissime canzoni del cd doppio
ecco qui l’elenco delle canzoni e i testi.
vogliatevi bene, regalatevi questo disco, vale molto più del prezzo che pagherete.
e buon ascolto!

mercoledì 27 agosto 2014

26 agosto 2006: muore (ammazzato) Enzo Baldoni

ecco il racconto del suo funerale, scritto da Enzo Baldoni:
Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: «Ora il figlio vuole dire qualche parola». Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature, né esagerazioni, né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo.
Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi dovesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso.
La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo.
Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una. gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra.
Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni.
Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.
Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.
Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffer con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.
Voglio che si rida — avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte -. E si fumi tranquillamente rutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.
Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega.
Enzo Baldoni

QUI e QUI si possono leggere tanti suoi reportages, rileggerli è rimpiangere un grande giornalista.

Alessio Lega parla di Enzo Baldoni:



Alessio Lega canta Enzo Baldoni:




Samuele Bersani canta Enzo Baldoni:





sabato 23 agosto 2014

25 agosto 1992: brucia la biblioteca di Sarajevo

…Il 25 agosto 1992, poco dopo la mezzanotte, i nazionalisti serbi spararono le prime bombe incendiarie sulla Vijećnica dalle colline che circondano la città. La Biblioteca Nazionale fu bombardata per tre giornate intere. La precisione dei lanci non lasciava dubbio che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica.
Il fuoco dei cecchini o delle armi antiaeree colpiva i vigili del fuoco, i coraggiosi bibliotecari e i volontari che avevano formato una catena umana cercando di salvare i libri. La giovane bibliotecaria Aida Buturović perse la vita in quell'occasione.
"Salvavano solo i libri degli autori musulmani", affermò un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo scappato a Belgrado.
Tre mesi prima della Vijećnica, i nazionalisti serbi avevano distrutto in modo identico l'Istituto Orientale a Sarajevo. Era la più grande collezione in Europa Sud-Orientale di manoscritti e testi rari, spesso documenti unici, in arabico, persiano o ebraico, che testimoniavano 500 anni di storia della Bosnia Erzegovina. Consapevoli di questa perdita erano soprattutto gli scienziati.
Ma quando bruciò la Biblioteca Nazionale, il dolore lo sentirono tutti i cittadini, compresi quelli che non avevano mai presso un libro in prestito dalla Vijećnica.
"Quel palazzo bellissimo, il simbolo della città, bruciava. E ho pensato che questa era proprio la fine. Presto, pensavo, ci sarà il nostro turno", ricorda Zlata Huseinćehajić, una commessa.
Lo scrittore bosniaco Goran Simić guardava dalla finestra la Biblioteca in fiamme e, disperato, scriveva: "Liberàti dalla canna fumaria, i personaggi girovagavano per la città, mescolandosi con i passanti e le anime dei soldati morti. Ho visto Werther seduto sul recinto del cimitero distrutto; Quasimondo dondolante sul minareto di una moschea; Raskolnikov e Mersault sussurravano, per giorni, nella mia cantina; Yossarian già commerciava con il nemico; il giovane Soyer era pronto a vendere, per pochi soldi, il ponte Principov."
L'immagine-simbolo della distruzione della Vijećnica è quella del violoncellista Vedran Smajlović. Ha sfidato i barbari suonando nella Biblioteca distrutta. I giornalisti lo fotografavano. Smajlović ha smesso di suonare, per un attimo, per asciugare le lacrime. Finito il lavoro, i fotografi gli hanno detto: "Stop, basta, abbiamo finito". "Credevano che facessi finta di piangere per il servizio fotografico. Ma io piangevo davvero, per la disperazione", ha raccontato poi Smajlović.
La Vijećnica era stata costruita nel 1894. E' un palazzo maestoso, di stile pseudo moresco, realizzato dagli austro-ungarici che all'epoca governavano la Bosnia. L'edificio fu eretto ai piedi delle colline dove, nel Medioevo, nacque Sarajevo. La Vijećnica si pone in netto contrasto con le case piccole, le viuzze strette e tortuose della parte ottomana della città. Come se gli austriaci avessero voluto dire che, con quel palazzo, nasceva una città moderna e cominciava una nuova epoca.
Il progetto della Vijećnica fu affidato ad un certo Karl Paražik, ma al governatore austriaco a Sarajevo, Kalaj, il disegno non piacque. Incaricò un altro progettista, Alexander Witek. Quello, dicono, fu talmente preso e tormentato dall'impresa che prima di finire i lavori si suicidò. Fu Ćiril M. Iveković, architetto serbo-bosniaco, a finire i lavori. La Vijećnica fu ufficialmente aperta nel 1896.
Una delle ultime foto dell'Arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sophie fu presa proprio sulla scala esterna della Vijećnica, il 28 giugno 1914. Poco dopo, furono uccisi.

Quella foto fa anche parte della storia della mia famiglia. La zia materna, Emla, era la ragazza che, vestita in costume nazionale, in quell'occasione consegnò i fiori agli ospiti. Il fatto non fu molto pubblicizzato e nessuno in famiglia se ne vantava, visto che fine aveva avuto la visita reale a Sarajevo e le conseguenze che l'assassino dell'Arciduca avevano avuto per tutto il mondo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la Vijećnica diventò sede della Biblioteca Nazionale e Universitaria. Ci hanno studiato intere generazioni di studenti provenienti da Sarajevo, dal resto della Bosnia Erzegovina e da tutta la Jugoslavia. Ci sono passati anche tanti scolari che arrivavano da Paesi poveri e lontani. Arrivavano a Sarajevo sostenuti dal governo jugoslavo, in omaggio alla solidarietà con i Paesi non allineati.
L'aula principale della Vijećnica era enorme, sembrava un salotto reale, o una grande chiesa trasformata in sala di lettura. Le finestre alte, di vetro intarsiato, davano sul fiume Miljačka e sul monte Trebević.
Dentro c'erano file di panchine, sedie e scrivanie di legno massiccio. Emanavano un odore misto di polvere, anni passati e del grasso che si usava per conservare il legno. Ci si entrava con cautela, in silenzio, con il fiato sospeso, cercando di attutire il rumore dei propri passi. L'importanza del posto proveniva dalla bellezza e grandiosità del palazzo e dal fatto che, da noi, il libro era considerato un oggetto sacro.
Siamo stati educati, in famiglia, a scuola e nelle varie associazioni, a considerare il libro come "il migliore amico". Le biblioteche erano ovunque, si facevano le gare per stabilire chi aveva letto di più.
Ancora oggi ricordo il mio primo libro nuovo. Me l'hanno comprato quando ero in seconda elementare. Tutti gli altri erano di seconda mano, o ereditati dalle sorelle più grandi. Tuttora posso rievocare l'odore della stampa fresca, le pagine lisce e satinate che sfogliavo delicatamente, per non rovinarle. Per lungo tempo quel libro è rimasto l'oggetto più prezioso che avevo.
Alla Vijećnica c'era un'atmosfera affascinante. Ci piaceva l'ambiente, ci dava la sensazione di far parte di un mondo importante, saggio, e bello. Da là, eravamo convinti, si aprivano le porte dell'ignoto, diverso, lontano, insomma, tutto quello che poteva essere il futuro migliore. Era il luogo dove nascevano e si sviluppavano le simpatie, gli amori e le passioni non solo per la conoscenza o per il sapere, ma anche per un'altra persona.
Là iniziavano le nostre paure per il prossimo esame, si progettavano le battaglie, si pianificavano le sfide, si pronunciavano le promesse, a se stessi e agli altri. E' là, in un piccolo bar, gestito dalla signora Alema, che festeggiavamo i successi, o ci consolavano, quando le cose non andavano proprio come avevamo sperato.

Alla Vijećnica a volte si andava anche solo per riscaldarsi, perché tanti non avevano il riscaldamento a casa propria.
Anche per quelli (rari) che non avevano mai messo piede alla Vijećnica, il posto era importante. Ci si andava per fare le foto espressive, o per vantarsi davanti agli amici che venivano a visitare la città. Le cartoline di Sarajevo portavano la sua immagine con la scritta obbligatoria "Saluti da Sarajevo". Per tutte queste ragioni, e per quelle intime mai pronunciate, la distruzione della Vijećnica fu vissuta come "la fine del mondo".
"Tutta la città fu coperta da brandelli di carta bruciata. Le pagine fragili volavano in aria, cadendo giù come neve nera. Afferrandola, per un attimo era possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere". Così ricorda quei giorni il bibliotecario, dr. Kemal Bakaršić…





…Vedran Smailovic ha suonato all'Opera di Sarajevo, nella Sarajevo Philharmonic Orchestra, nella Symphony Orchestra RTV Sarajevo e nel National Theatre of Sarajevo. Sopravvisse all'assedio di Sarajevo, durante la guerra in Bosnia, tra freddo, carenza di cibo e acqua, cecchini sparsi in città e pesanti bombardamenti.
Nel 1992, Smailović ha suonato sul suo violoncello l'Adagio in sol minore diTommaso Albinoni in diverse ore del giorno per 22 giorni, per onorare la memoria di 22 civili uccisi mentre facevano la fila per il pane. Smailović inoltre suonò gratuitamente a diversi funerali in città, incurante delle presunte storie circa il fatto che i funerali fossero presi di mira dalle forze serbe. Lasciò la citta alla fine del 1993, dedicandosi come compositore, direttore ed esecutore a diverse iniziative in campo musicale. Attualmente Smailović vive a Warrenpoint, nell'Irlanda del Nord…
da qui
 

Vedran Smailovic, il violoncellista di Sarajevo –Aldo Fiorenza 

Vedran Smailovic, all’anagrafe…
da Sarajevo defunta…
oggi?... redivivo in Irlanda!
Mi porto ancora dentro il cuore
la mia patria
come il mio fiore all’occhiello
una patriottica, pur se defunta ghirlanda.
Intonai l’Adagio di Albinoni
per 22 giorni consecutivi
all’interno della Biblioteca Nazionale
sventrata…uniche mie amiche:
le macerie
- niente rumori e suoni -
giacevano in silenzio sepolcrale
fra le rovine delle umane miserie.
Non smuovevano più
nemmeno un granello di polvere
e manifestavano silenziosamente
d’ogni guerra tanti sfracelli,
tanti morti in serie.
Se avessi smesso di suonare,
mi supplicavano i miei vicini,
Sarajevo sarebbe caduta.
Ed io, fin da quel primo momento
tutte le miserie umane ripresi
- con la corda del mio violino
straordinariamente acuta -
eppur silenziosamente in pianto
a provare a far dimenticare.
Sarajevo!
Era già marcia
come il più oscuro medioevo!
Una mattina me ne stavo alla finestra
con la paura nel cuore a dialogare.
22 persone il fila per il pane,
corteggiavano ancora la vita
come si può odorare un fiore di ginestra.
Osservavo quel paradiso violato
del mondo circostante
Una granata lo risucchiò tutto,
all’istante!
Rimasi con gli occhi fissi, incollati
all’oblò della morte.
Per non perdere il senno
presi proprio la morte a…sviolinare!
Intonai l’Adagio di Albinoni
per 22 giorni consecutivi
alla stessa ora di quel giorno
come tant’altri giorni insensati.
Poi ancora quattro anni d’assedio…
ormai dimenticati…
come un incubo da scacciare.
Per conto mio non ho mai smesso
l’adagio di Albinoni
e un pensiero maledetto di morte
a corteggiare.
Mai il nostro mondo è stato dei buoni...
mai, se non falsi proclami d’amore
e per i morti d’ogni tempo, d’ogni guerra
soltanto la memoria d’un’ipocrisia infinita.
Mi son detto: a che serve il cuore
e l’umana poesia della vita?
Proprio a nulla…
può darsi che non ci sia scelta
inutili pentimenti, inutili perdoni,
ma contro la miseria umana
ho deciso che suonerò fino alla morte
l’Adagio di Tommaso Albinoni.
Anche la sua opera fu ritrovata in frammenti
e ricomposta
tra le macerie d’una Libreria di Stato…
Dresda!... anche i tuoi morti erano morti buoni.

E in una notte di vent'anni fa a Sarajevo bruciarono un milione e mezzo di libri, seicento anni di percorsi di convivenza. «S'alzano i roghi al cielo, s'alzano i roghi in cupe vampe» cantavano i CSI parlando della Vijecnica, la biblioteca di Sarajevo bombardata e incendiata dagli obici e dai mortai dei cetnici, i nazionalisti serbi che volevano distruggere la città e i suoi abitanti. Era la notte tra il 25 e il 26 agosto 1992. Oggi, a distanza di vent'anni, l'edificio è quasi interamente ricostruito, dopo anni e anni di restauro reso difficile dalla mancanza di risorse.

La Vijecnica era stata costruita nel 1892-94 dagli austriaci, che da una decina d'anni amministravano la Bosnia: ospitava il Municipio di Sarajevo, lo stile architettonico "moresco" evocava l'Oriente, ma era estraneo alla tradizione locale ed era anche una rivendicazione del ruolo dell'Austria (nella foto: l'arciduca Francesco Ferdinando e la moglie escono dalla Vijecnica, pochi minuti prima dell'attacco di Gravilo Princip). Dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne "biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia Erzegovina". Nel 1992 - a cent'anni dalla nascita - divenne uno dei primi obbiettivi delle artiglierie dei cetnici serbo-bosniaci, con una scelta simbolica profonda: i nazionalisti volevanodistruggere la città come luogo della convivenza e dell'incontro tra i popoli e le culture. E la Biblioteca era il simbolo maggiore di quella convivenza, della città pluralista.

Tra le mura della Vijecnica era custodita - fino a poche settimane prima -l'Haggadah di Sarajevo, il più antico documento ebraico d'Europa, portato dagli ebrei sefarditi cacciati dai pii regnanti di Spagna e accolti in terra turca, nella "città serraglio" fondata da un governatore musulmano. Dopo l'inizio della guerra nell'aprile 1992, l'Haggadah - opera trecentesca, di valore inestimabile - era stata messa al sicuro nel caveau della banca nazionale di Bosnia, così sopravvisse alle fiamme. Non era la prima volta che era stata in pericolo: dopo il 1941 i nazisti diedero la caccia al prezioso documento, prova della presenza dei giudei in Europa. La salvò il capo bibliotecario Dervis Korkut: il funzionario d'origine albanese dal nome musulmano nascose l'Haggadah, la portò sui monti dove fu custodita da un imam in un villaggio della Bosnia rurale, nella modesta bibioteca della sua umile moschea. Oggi l'Haggadah è custodita in una stanza blindata al Museo di Storia, la si vede da uno spioncino (ma al museo d'arte ebraica, nell'antica sinagoga sefardita, se ne può sfogliare una copia). Il bibliotecario Dervis Korkut è considerato da Israele uno dei "giusti", perché oltre all'Haggadah salvò anche alcuni ebrei sarajevesi.

"S'alzano i roghi in cupe vampe": nell'incendio causato dai nazionalisti serbi bruciarono un milione di volumi, 155mila rari o preziosi, 478 manoscritti unici. Alcuni cittadini e bibliotecari furono uccisi o feriti dai cecchini, mentre tentavano di salvare i libri dal rogo. Rimasta per anni abbandonata, oggi la Biblioteca è fasciata dalle impalcature: le sue mura guardano da un lato il bazar della Bascarsija e le grandiose moschee, dall'altro i ponti in pietra sul fiume Miljacka, al di là dei quali stanno i quartieri Latinluk e Bistrik. Nell'arco di poche decine di metri lo sguardo coglie iminareti, il campanile della chiesa dei Francescani, la ciminiera della fabbrica di birra Sarajevsko, bevanda simbolo della città, in un Paese e in una città a maggioranza musulmana. A breve distanza, la sinagoga Ashkenazita, quella ancora usata per il culto dai 700 ebrei rimasti in città. Nel corso della guerra tutti i luoghi di culto finirono sotto il tiro degli assedianti, furono danneggiate persino la Cattedrale Ortodossa e la Chiesa vecchia (nella foto, il campanile ancora segnato), le chiese di quell'ortodossia a cui si rifacevano i nazionalisti serbi che volevano cancellare la città multiculturale. "Urbanicidio", lo chiamarono alcuni: non scontro tribale, non etnia contro etnia, ma campagna contro città, identità e fondamentalismo religioso contro sociatà aperta e multiculturale. A Sarajevo come a Vukovar, nell'estate del 1991. Sarajevo, dentro, la difesero in migliaia: cittadini musulmani, croati, "jugoslavi", anche serbi (come il generale Jovan Divjak). La difesero con i kalashnikov e i razzi anticarro Zolja, ma anche con le mostre d'arte e i concerti e il teatro e il festival del cinema.

Oggi musulmani, cattolici, ortodossi, ebrei, atei, "jugoslavisti" vivono ancora a Sarajevo insieme. Basta per dire che il multiculturalismo ha resistito? I partiti identitari - serbi, croati, musulmani - hanno guadagnato posizioni in Bosnia, complice l'architettura istituzionale inventata da USA ed Europa, per cui persino la presidenza della Repubblica è triplice, con un croato, un musulmano e un serbo che si alternano (alla faccia di chi non si riconosce nelle tre categorie). La società civile di Sarajevo - giornali, associazioni - combatte spesso le battaglie per il multiculturalismo in solitudine, arginando la spinta nazionalista rimasta dopo la guerra e dopo la divisione della Bosnia in due "entità", la Federazione e la Repubblica Serpska. Sarajevo sembra la capitale di un'Idea, più che di un Paese: ricostruire è difficile, la ricostruzione materiale - oggi la città è piena di turisti, i segni della guerra si vedono sempre meno - è più facile che non la ricostruzione degli animi e della cultura.

Anche la Biblioteca lo racconta: a inizio agosto 2012 - mancano ancora un paio di anni a finire il tutto - dietro le impalcature l'intonaco dei muri color senape e mattone è perfetto, un operaio lima già la lastra di marmo all'ingresso (nella foto). Ma la biblioteca vera e propria è ancora da ricostruire, come luogo di cultura - "i libri ricopiati a mano, possibili percorsi" cantati dai CSI. Ci lavora la società civile, ci lavorano le Ong europee e americane e quelle turche. C'è chi con la Bosnia ha un legame particolare e dà il suo contributo, come lo stimato avvocato di Vicenza che ha appena donato 1300 volumi. C'è spesso chi dice che è simbolico il ritardo nella ricostruzione: chiese e moschee restaurate in pochi anni, centri commerciali nuovi di zecca, ma ancora quel luogo d'incontro è da ricostruire. Crescono in Bosnia nuove moschee nate dal nulla, ma intanto chiude la Galleria Nazionale, rimasta senza soldi: anche in questa estate 2012 davanti al museo un grande cartello bianco-rosso grida lo sdegno dei sarajevesi. Per un certo periodo - il lustro dopo l'11 settembre - i media occidentali hanno dato manforte, dipingendo ossessivamente la Bosnia come luogo nelle mani degli integralisti islamici, con tanto di immancabili "foto shock" e servizi televisivi "shock".

Ma Sarajevo - nel 2012 come durante l'assedio - rimane un baluardo contro gli integralismi e i nazionalismi che la comunità internazionale ha sdoganato con gli accordi di Dayton del 1995 e che le campagne incarnano, con le loro divisioni e i villaggi etnici. Altre città, come Mostar, appaiono ormai irrimediabilmente divise in due. Sarajevo resta un baluardo per la Bosnia e forse anche, simbolicamente, per l'intera Europa, che ha ceduto molto al nazionalismo, alla chiusura identitaria, al tentativo di demonizzare ciò che altro da sè.
I turisti fanno le foto sulla sniper alley, davanti al celebre Holiday Inn e ai palazzi bombardati. Lo spirito della città esiste ancora, anche se la città è fragile. È la banale normalità delle relazioni umane: nonostante i nazionalisti, nonostante i mille partiti etnici, al tramonto - tra i minareti di Bistrik e il campanile di Latinluk - la ciminiera della fabbrica di birra Sarajevsko fischia vapore acqueo verso il cielo, nei bar si beve caffè turco e si stappano bottiglie. Mentre il muezzin annuncia la fine della giornata di Ramadan.
25/08/2012  Roberto Morandi