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giovedì 4 marzo 2021

LE MONDE: “DRAGHI DICE NO AI VACCINI PER I SANITARI AFRICANI”. PERCHÉ IL GOVERNO NON SMENTISCE ?

“Draghi dice no alla proposta di Francia e Germania di donare 13 milioni di vaccini Covid al personale sanitario africano” titola il quotidiano francese Le Monde del 27 febbraio. La proposta, sarebbe stata avanzata durante il recente summit europeo dalla stessa Commissione Ue con il sostegno del presidente francese Macron e della cancelliera tedesca Merkel. Anche altri Paesi come Belgio, Svezia, Paesi Bassi o Spagna si sarebbero detti in principio favorevoli, anche se avrebbero proposto di procedere alle donazioni una volta ottenute dosi sufficienti per vaccinare la loro popolazione.

Il presidente del consiglio italiano avrebbe invece bocciato in toto l’iniziativa. La notizia, se confermata, ci pare particolarmente grave per due ragioni. La prima riguarda ovviamente il merito di una posizione del tutto contraria non solo ai basilari principi di solidarietà verso i paesi più svantaggiati ma anche alla strategia di cooperazione globale promossa dall’OMS, unica via per contrastare efficacemente questa feroce pandemia. L’altro aspetto, non meno grave, e per certi aspetti più inquietante, è il silenzio pressoché totale dei maggiori mezzi di comunicazione italiani su una notizia così rilevante. Nessuna trasparenza, nessun dibattito su una linea politica che sembra aver sostituito in un assordante silenzio la logica del “siamo tutti sulla stessa barca” con quella del “mors tua, vita mea”.

MEDU ritiene assolutamente necessario che a questo punto il governo italiano chiarisca la sua posizione, auspicando una smentita (seppur tardiva) di quanto riportato da autorevoli testate internazionali.

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lunedì 12 ottobre 2020

LA CATTIVA ACCOGLIENZA: UN NUOVO TRAUMA PER I RIFUGIATI - MEDU (Medici per i Diritti Umani)


Una ricerca di Medici per i Diritti Umani appena pubblicata sull’International Journal of Social Psychiatry evidenzia che fattori di stress post-migratori, come ad esempio condizioni di vita precarie in grandi e sovraffollati centri di accoglienza, producono effetti negativi sulla salute mentale dei rifugiati e dei richiedenti asilo al pari delle violenze subite nei paesi di origine o lungo la rotta migratoria. Nel caso specifico dello studio, i pazienti provenienti dal CARA di Mineo, prototipo dei mega centri nel nostro paese, presentavano un quadro clinico di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) significativamente più grave rispetto ai pazienti provenienti da centri di accoglienza di minori dimensioni. Questo aspetto è particolarmente rilevante in quanto rifugiati e richiedenti asilo sono sempre più ospitati in hotspot e centri di prima accoglienza enormi e sovraffollati, anche nei paesi occidentali ad alto reddito. Il campo di Moria in Grecia, recentemente devastato da un drammatico incendio, ne è uno degli esempi più eclatanti in Europa. Del resto, anche il nuovo patto per l’immigrazione e l’asilo appena presentato dalla Commissione europea rischia di alimentare proprio il modello dei grandi centri alle frontiere esterne dell’Unione europea. Le conclusioni della ricerca pongono questioni assai attuali anche per il nostro paese, posto che nelle prossime settimane il governo ed il parlamento si apprestano ad emendare i decreti sicurezza. Medici per i Diritti Umani auspica che le forze politiche sappiano trarre insegnamento dalle esperienze fallimentari del recente passato. E’ necessario promuovere un sistema di accoglienza basato su realtà di piccole dimensioni, dotate di servizi adeguati ed integrate nel territorio, in grado di favorire una reale inclusione per il beneficio delle persone accolte e di tutta la collettività.

 

Background. Come è noto, negli ultimi anni, un numero rilevante di richiedenti asilo e rifugiati è arrivato in Italia e in Europa dall’Africa sub-sahariana (secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati [UNHCR] [2020] più di 600.000 migranti e rifugiati sono sbarcati in Italia attraversando il Mediterraneo centrale nel periodo 2013-2019), la maggior parte dei quali ha subito detenzioni, gravi violenze e abusi nei paesi di origine o lungo la rotta migratoria e in particolare in Libia (Medici per i Diritti Umani [MEDU], 2020). Più in generale, nell’ultimo decennio, la popolazione globale di migranti forzati è cresciuta in modo allarmante, passando da 43,3 milioni nel 2009 alla cifra record di 79,5 milioni di persone nel 2019 (UNHCR, 2020). D’altra parte, rifugiati e richiedenti asilo non sono solo esposti in modo sproporzionato a ripetuti eventi traumatici nei loro paesi di origine o lungo le rotte migratorie, ma sperimentano anche una molteplicità di fattori di stress nella fase post-migratoria nei paesi di accoglienza (Li et al., 2016). Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è di conseguenza particolarmente frequente in tali gruppi (Bogic et al., 2015; Fazel et al.,2005; Steel et al., 2009). Sebbene sia estremamente rilevante dal punto di vista clinico e sociale comprendere le diverse modalità con cui il PTSD si manifesta nei rifugiati e nei richiedenti asilo, ad oggi poche ricerche hanno studiato il modo in cui i sintomi del PTSD si manifestano in queste popolazioni.

Obiettivi. Questo studio ha cercato di indagare le caratteristiche del PTSD in un campione di richiedenti asilo e rifugiati africani che si erano rivolti ai centri clinici di MEDU per situazioni di disagio psichico conseguenti a traumi subiti nel paese di origine o lungo la rotta migratoria. Abbiamo cercato di indagare anche quali fattori socio-demografici potessero facilitare l’insorgenza di particolari forme di PTSD.

Metodi. I partecipanti alla ricerca erano 122 rifugiati e richiedenti asilo africani residenti in Italia i quali hanno completato un questionario sull’esposizione a potenziali eventi traumatici ed un altro sui sintomi del PTSD secondo i criteri del DSM-5, uno dei sistemi di classificazione dei disturbi mentali più utilizzati nel mondo. E’ stato poi eseguito uno studio statistico chiamato analisi delle classi latenti (LCA) che ha permesso di identificare alcuni sottogruppi di pazienti con peculiari quadri sintomatologici di PTSD. Infine, un’ulteriore analisi statistica chiamata regressione logistica multinomiale ha permesso di identificare i fattori predittori di ciascuno dei sottogruppi identificati.

Partecipanti. I richiedenti asilo (94%) e rifugiati (6%) partecipanti alla ricerca erano giunti in Italia da poco tempo (in media da 11 mesi) ed erano ospitati sia in centri di accoglienza di grandi dimensioni con oltre mille ospiti (16%) sia in centri medio piccoli con meno di mille ospiti (80%) che in altre piccole strutture di accoglienza (4%). La maggior parte dei pazienti proveniva dall’Africa occidentale (91%) mentre un minor numero proveniva dal Nord Africa (6%) e dal Corno d’Africa (3%).La gran parte di loro (91%) aveva raggiunto l’Italia attraversando il Sahara, transitando per la Libia e poi affrontando il Mediterraneo centrale con imbarcazioni di fortuna. Tutta la rotta era ed è controllata da trafficanti di esseri umani e gruppi criminali. Il campione dei partecipanti rifletteva in termini di genere (86% uomini) ed età (25 anni in media) la composizione dei migranti e rifugiati giunti in Italia negli ultimi anni attraverso la rotta del Mediterraneo centrale.

Risultati. Tra i partecipanti alla ricerca, il 79,5% presentava una probabile diagnosi di PTSD. Studi precedenti hanno rilevato una prevalenza di PTSD nei gruppi di rifugiati di circa il 30% (Steel et al., 2009). Come considerazione generale, gli alti tassi di PTSD nella nostra ricerca sono probabilmente dovuti a due ragioni. In primis, il nostro campione non è stato reclutato tra la popolazione generale di richiedenti asilo e rifugiati bensì è rappresentato da pazienti inviati ai nostri servizi per la presenza di varie forme di disagio psichico per cui veniva ipotizzata una possibile origine post-traumatica. In secondo luogo, i nostri pazienti erano tutti sopravvissuti a molteplici traumi complessi, vale a dire ad eventi traumatici di natura interpersonale, ripetuti e prolungati nel tempo. Tali tipi di trauma sono quelli a più alto contenuto psicopatogeno; un’ampia letteratura attesta infatti che i tassi più alti di PTSD si riscontrano in seguito ad eventi psicotraumatogeni intenzionali (violenze, abusi, torture etc.) rispetto ai traumi di natura impersonale (per esempio incidenti). I pazienti del nostro campione erano stati esposti a una media di 8 tipi di eventi traumatici (ma alcuni sono arrivati ad affrontare 18 eventi traumatici!), tra i quali tortura (82%), detenzione (68%), aggressioni fisiche (65%), aver assistito all’uccisione di una o più persone (51%), essere vicini alla morte (47%), rapimento (46%), violenza sessuale (18%) e molti altri ancora.
L’analisi delle classi latenti ha poi permesso di identificare tre gruppi di pazienti con quadri post-traumatici che presentavano un differente profilo clinico: un gruppo caratterizzato da elevata probabilità di sintomi intrusivi e di evitamento (45%), come ad esempio ricordi intrusivi, incubi e flashback delle esperienze traumatiche oppure evitamento e tentativo di evitamento di ricordi, pensieri, emozioni o fattori esterni che richiamano le esperienze traumatiche; un gruppo con moderata severità clinica ed elevata probabilità di sintomi di evitamento (22%) ed infine un gruppo che presentava elevata probabilità di presentare tutti i sintomi (32%), vale a dire sintomi intrusivi e di evitamento, pensieri ed emozioni negativi, alterato arousal (insonnia, comportamento irritabile ed esplosione di rabbia, comportamenti autolesivi, difficoltà di concentrazione, persistente sensazione di essere in pericolo ecc.). Come è facile intuire, tale ultimo gruppo di pazienti, da noi definito PTSD pervasivo, è quello che presenta una maggiore severità clinica e che richiede pertanto gli approcci terapeutici più intensivi e prolungati. Un dato particolarmente interessante rilevato dal nostro studio è che nessuna delle variabili esaminate (status giuridico, sesso, età, istruzione, mesi trascorsi in Italia, numero di eventi traumatici, occupazione) ha predetto in modo significativo l’appartenenza ai tre gruppi con l’unica notevole eccezione delle condizioni di accoglienza. In particolare, vivere in grandi centri di accoglienza per richiedenti asilo (oltre 1.000 persone) piuttosto che in centri di piccole-medie dimensioni (meno di 1.000 persone) è stato associato a una maggiore probabilità di appartenere al gruppo con il quadro clinico più grave ed invalidante di disturbo da stress post-traumatico ovvero il gruppo PTSD pervasivo.

Conclusioni. Questa scoperta rafforza la crescente letteratura scientifica che sottolinea l’influenza dell’ambiente post-migratorio sulle condizioni di salute mentale di migranti e rifugiati. La nostra scoperta è anche coerente con il modello ecologico del distress nei rifugiati proposto da Miller e Rasmussen (2017) costruito sulle ricerche che dimostrano che la salute mentale dei rifugiati e dei richiedenti asilo dipende non solo dall’esposizione a eventi traumatici precedenti, ma anche dall’ecologia sociale di un individuo, comprendente sia i fattori di stress legati al percorso migratorio sia quelli legati alle condizioni di vita nei paesi di accoglienza. A questo proposito, i pazienti del nostro campione che vivevano in un grande centro di accoglienza provenivano tutti dal centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Mineo in Sicilia. Al momento della nostra ricerca questo centro, voluto nel 2011 dal governo Berlusconi come nuovo modello di accoglienza, era caratterizzato da un maggior numero di fattori di stress quotidiani rispetto a quelli dei centri medio-piccoli: forte sovraffollamento (la struttura è arrivata ad ospitare 4mila persone a fronte di 2mila posti disponibili); isolamento geografico e sociale della struttura; permanenza molto lunga, in attesa del completamento delle procedure legali per l’ottenimento del permesso di soggiorno (18 mesi in media); difficoltà di accesso al Sistema Sanitario Nazionale, difficoltà di accesso al supporto psicosociale e /o legale; episodi di degrado sociale, violenza e illegalità (MEDU, 2015). Del resto, numerosi studi sottolineano l’importanza, oltre ai traumi pre-migratori, di diversi fattori post-migratori come predittivi della sintomatologia PTSD nei rifugiati. Tra questi, vi sono diversi fattori che caratterizzano “il modello di mega-centro di accoglienza” di cui Mineo è stato il prototipo: difficoltà nella vita quotidiana (Minihan et al., 2018; Aragona et al., 2012), prolungato soggiorno in centri istituzionali (Porter & Haslam, 2005; Rangaraj, 1988), solitudine (Chen et al., 2017), scarsa integrazione sociale (Chen et al., 2017), difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi sociali (Steel et al., 1999) , attesa prolungata della concessione del permesso di soggiorno (Nickerson et al., 2019; Chu et al., 2012; Laban et al., 2004; Steel et al., 1999).
Tutti questi fattori costituiscono altrettanti elementi di stress quotidiani che generano insicurezza e paura, ovvero stati emotivi già elicitati dalle precedenti esperienze traumatiche dei migranti forzati. A questo proposito, i grandi centri di accoglienza, come il CARA Mineo, possono essere considerati a tutti gli effetti come “luoghi ri-traumatizzanti” con effetti deleteri sulla salute mentale dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Questo aspetto è particolarmente rilevante in quanto rifugiati e richiedenti asilo sono sempre più ospitati in centri di prima accoglienza enormi e sovraffollati, anche in paesi occidentali ad alto reddito (Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali, 2019). Il campo di Moria sull’isola di Lesbo in Grecia, recentemente devastato da un drammatico incendio, ne è uno degli esempi più eclatanti in Europa. Al momento del rogo, in uno spazio progettato per accogliere 3mila persone, vivevano in pessime condizioni di accoglienza circa 13mila profughi. L’hotspot di Moria era stato costruito nel 2015 per volere dell’Unione europea nell’ambito dell’Agenda europea sulle migrazioni che prevedeva che nel centro le persone arrivate dalla Turchia via mare rimanessero solo per pochi giorni, per essere identificate prima di essere trasferite sulla terraferma e in altri paesi dell’Unione europea attraverso i ricollocamenti. Nel 2017 tuttavia il programma di reinsediamento dalla Grecia e dall’Italia è stato sospeso e i tempi di permanenza a Moria si sono allungati a dismisura. Del resto, anche il nuovo patto per l’immigrazione e l’asilo appena presentato dalla Commissione europea rischia di alimentare proprio il modello dei grandi centri alle frontiere esterne dell’Unione europea.
Tornando dunque allo studio, mentre gli interventi di salute mentale per rifugiati e richiedenti asilo sono stati in gran parte incentrati sul trauma (Miller & Rasmussen, 2017), i nostri risultati implicano che anche le condizioni di accoglienza post-migratorie dovrebbero essere considerate nella concettualizzazione e implementazione dei trattamenti e della prevenzione del disturbo da stress post-traumatico. Ignorare i fattori di stress quotidiani subiti dai rifugiati che vivono in condizioni di accoglienza inadeguate può vanificare i risultati del trattamento. Il disturbo e la psicopatologia possono essere infatti erroneamente attribuiti in via esclusiva ai traumi subiti mentre gli individui potrebbero non avere la capacità emotiva e/o cognitiva per impegnarsi efficacemente nel trattamento prima che le negative e attuali condizioni di vita siano affrontate e modificate. A questo proposito il nostro studio sottolinea l’importanza per i paesi ospitanti di implementare modelli di prima accoglienza che forniscano protezione efficace, integrazione concreta, alloggi e servizi adeguati. Già nel 2002 Silove ed Ekblad osservavano acutamente che “sebbene la prevenzione dei traumi inflitti ai rifugiati nei paesi di origine possa essere al di fuori del nostro controllo, i paesi di accoglienza possono esercitare un’influenza decisiva sulle sfide post-migratorie affrontate dai rifugiati in arrivo. Nella loro risposta, è necessario che i paesi di accoglienza estendano le proprie iniziative oltre l’obiettivo a breve termine del controllo dell’immigrazione verso una prospettiva più globale di salute pubblica. In caso contrario, i sintomi post-traumatici nei rifugiati e nei richiedenti asilo potrebbero prolungarsi e intensificarsi e la società nel suo insieme dovrebbe poi in ultima analisi sostenere i costi (sanitari, sociali ed economici, ndr) di questo fenomeno”. É innegabile che le parole dei due autori suonino oggi come profetiche in Italia e in Europa. I quadri post-traumatici e le sindromi depressive ad essi spesso associate rappresentano infatti un formidabile ostacolo al processo di integrazione dei migranti forzati alimentando un circolo vizioso in cui il disturbo post-traumatico favorisce l’isolamento dell’individuo che a sua volta amplifica il disagio psichico.
In conclusione, riteniamo che un elemento di particolare interessa della nostra ricerca risieda nel fatto che, sebbene numerosi studi precedenti abbiano dimostrato l’impatto delle condizioni di vita post-migratorie sul disturbo da stress post-traumatico dei migranti forzati, essa è la prima indagine che dimostra in modo scientifico gli impatti negativi di uno specifico modello di accoglienza (i mega-centri sovraffollati e isolati dal contesto sociale di cui in Italia il CARA di Mineo è stato il prototipo) sulla salute mentale di richiedenti asilo e rifugiati.
In altri termini, i mega centri in cui ammassare richiedenti asilo e rifugiati, non solo si sono dimostrati dannosi per la salute dei migranti ma in ultima analisi rappresentano anche una scelta miope da un punto di vista meramente utilitaristico in quanto le conseguenze producono nel medio e lungo termine gravosi costi economici e sociali per l’intera collettività. Riteniamo queste considerazioni assai attuali per il nostro paese nel momento in cui nelle prossime settimane il governo ed il parlamento si apprestano ad emendare i due decreti sicurezza fortemente voluti da Salvini quando era ministro dell’interno e dunque a rivedere anche il sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati gravemente indebolito da questi provvedimenti legislativi. Auspichiamo che le forze politiche sappiano trarre insegnamento dalle esperienze fallimentari del recente passato per promuovere un sistema di accoglienza basato su realtà di piccole dimensioni, dotate di servizi adeguati ed integrate nel territorio, in grado di favorire una reale inclusione per il beneficio delle persone accolte e di tutta la comunità nazionale.

 

Bibliografia

 

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Il trasferimento di uomini e donne già presenti sul territorio italiano sulle navi quarantena è illegale - Tommaso Fusco

 

Il timore già espresso da avvocati e associazioni al momento dell’adozione della misura si sta rilevando fondato: le navi quarantena, da misura eccezionale destinata ai soli salvati in mare, rischiano di diventare nuovo luogo di detenzione per stranieri regolari e potenzialmente anche per italiani.

Le prime segnalazioni sono arrivate all’alba dell’8 ottobre: migranti con regolare permesso di soggiorno, uomini e donne “ospiti” dei Cas di Roma e di altre città d’Italia risultate positive al Coronavirus stanno per essere trasferite sulle così dette “navi quarantena”.

Di quarantena da svolgersi a bordo delle navi abbiamo iniziato a sentirne parlare dopo il 12 aprile, quando con il Decreto n. 1287/2020 del Capo Dipartimento della Protezione civile è stato affidata al Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’interno la gestione delle procedure legate all’isolamento fiduciario e alla quarantena dei cittadini stranieri soccorsi o arrivati autonomamente via mare “con riferimento alle persone soccorse in mare e per le quali non è possibile indicare il “Place of Safety” (luogo sicuro)”.

Già con il decreto Cura Italia, ai Prefetti era stato affidato il potere di requisire alberghi e altre strutture simili in cui poter far svolgere la quarantena o in cui sistemare le persone potenzialmente entrate in contatto con il virus e che non hanno un domicilio dove svolgere l’isolamento, come ad esempio nel caso dei senza fissa dimora.

Il problema si presenta ora perché le misure adottate, non trattandosi di primo arrivo via mare sarebbero ingiustificate e prive di base legale.

Come reagiremmo se a venire trasferito sulle navi quarantena, lontano dal suo luogo di residenza, fosse un paziente ricoverato nelle RSA?

Le misure inoltre erano state pensate per la quarantena della persone soccorse in mare da navi non battente bandiera italiana, di seguito allargate anche a quelle che invece la battevano, mentre in questa fase perdono addirittura la propria specificità.

Va inoltre ricordato come tali navi sin dalla loro istituzione siano finite sotto l’attenzione delle organizzazioni e del Garante per le persone recluse per il mancato rispetto di diritti essenziali. È notizia della settimana scorsa, invece, quella relativa alla morte di Abou – ragazzo di 15 anni, costretto a trascorrere i 15 giorni di isolamento necessari a causa dell’emergenza coronavirus a bordo della nave quarantena “Allegra”, nonostante fosse “in stato di salute molto grave” allo sbarco e il suo corpo presentasse segni di tortura

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Ci trattano come schiavi - Yasmine Accardo

 

Erano sulla nave quarantena GNV di fronte a Trapani. Ieri sera circa 200 persone sono state trasferite dentro il cara di Caltanissetta, in un’area posta proprio a fianco del cpr, al momento inagibile.
Giunti su loco intorno all’una di notte hanno trovato ad accoglierli materassi per terra in uno spazio circondato da polizia e militari. In condizioni disumane per tutta la notte hanno provato a protestare senza ottenere che parole monche e rimandi.

Il giorno successivo un unico operatore urlante insieme ad un mediatore ha spiegato a 200 persone, stanche e preoccupate di trovarsi in condizioni così degradanti quali sono le procedure: se vogliono chiedere la protezione la domanda verrà valutata dalla commissione in tempi rapidi: 5 gg. Chi non fa la domanda verrà rimpatriato.

Tra di loro vi sono persone vulnerabili con patologie croniche, come il diabete, che non hanno ricevuto i farmaci a loro indispensabili. Sulla nave hanno fatto il test per il covid risultando negativi, si aspettavano dunque di raggiungere un centro dia accoglienza degno di questo nome: invece il duro asfalto e materassi in gommapiuma a terra. Le condizioni dei bagni sono ovviamente impressionanti: “ se entri lì ci prendiamo una malattia certamente.

C’è grande preoccupazione inoltre per il covid-19. Alla fine del trasferimento gestito dalla Croce Rossa, si sono ritrovati tutti insieme gruppi provenienti da piani diversi del battello. Alcuni migranti dicono” al sesto ci stavano i negativi. Al 7 i positivi. Qui siamo tutti insieme. Tra noi ci sono alcuni positivi. Se eravamo negativi ora ci infetteremo tutti.  Altri ripetono “ ci hanno detto che proprio perché ci sono i positivi meglio che ci rimpatriano presto così non ci infettiamo”.

E’ il caos totale tra persone in lacrime e chi vorrebbe tentare il suicidio.  In una situazione di continui trattenimenti e scarsa informativa dove “ ci trattano come schiavi e peggio delle bestie. Può succedere qualsiasi cosa. Siamo tutti spaventati. Quanto manterremo l’equilibrio in questa situazione?” Anche le informazioni relativamente a chi è infetto e chi no derivano da una gestione delirante di chi ha mescolato persone senza spiegare nulla, come fossero chicchi di mais. Così aumenta la paura uno dell’altro e si rischi la caccia all’untore in un gruppo di persone già fortemente provato. Non hanno incontrato organizzazioni di tutela delle persone, tenute evidentemente alla larga o conniventi con quanto sta accadendo. Si tratta ancora una volta di situazioni di gravità assoluta che ricordano ancora una volta che in futuro sarà anche peggio e che dovrebbero portare ad una denuncia e mobilitazione univoca dell’intera massa di persone che ancora crede che esista un mondo di diritto.

I nuovi tanto acclamati decreti si inseriscono così perfettamente in questo contesto: lasciate ogni speranza voi che entrate.
Noi non ci stiamo! Chiediamo un’immediata mobilitazione perché vengano liberate queste persone trattenute illegittimamente ed in condizioni di trattamenti inumani e degradanti.

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sabato 31 agosto 2019

SE QUESTO È UN UOMO, UN’ALTRA VOLTA ANCORA - Alberto Barbieri




Il male del nostro tempo
“E se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei quest’immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero”. L’uomo è seduto davanti a noi nel posto medico per l’assistenza psicologica, un piccolo modulo di plastica, il caldo è soffocante. Siamo nel deserto, a pochi chilometri da Agadez, nel campo allestito dall’UNHCR per i rifugiati in fuga dalla Libia. L’uomo, sudanese, ha trenta, forse quarant’anni; racconta di come è fuggito dal Darfur, dove il suo villaggio è stato distrutto e parte della sua famiglia sterminata. Il resto delle persone a lui care, un figlio e un fratello, le ha perse nei campi di sequestro libici dove è rimasto quasi un anno; poi la fuga ancora in Algeria perché l’accesso alle coste libiche e all’Europa era bloccato e il respingimento da quel paese, con una marcia forzata nel Sahara nigerino, fino ad Agadez. L’uomo ha perso tutto; le persone, le cose, la sua terra. Racconta la sua storia con un tono di voce regolare, monotono, in un silenzio assoluto in cui anche il respiro di noi medici sembra essersi fermato, sembra che la sua voce debba spezzarsi da un momento all’altro e trasformarsi, se non in pianto, in lacrime. Ma non avviene. Al termine, il suo sguardo appare perduto, i suoi occhi vuoti, il suo corpo scarno e ripiegato su se stesso. Da un angolo della mia memoria riemerge la descrizione di un uomo ad Auschwitz, in Se questo è un uomo di Primo Levi.
Per ogni generazione c’è un momento in cui ogni certezza si sgretola e ciò che è umano sembra svanire. Per la nostra, quel momento è arrivato nel quotidiano incontro con uomini, donne e bambini migranti sopravvissuti alle atrocità commesse nei campi di tortura in Libia e sulle rotte migratorie del XXI secolo. Si dirà che l’accostamento dei campi di sequestro e dei centri di detenzione libici in cui dal 2011 almeno un milione di persone sono state rinchiuse per settimane, mesi o anni, all’Olocausto per eccellenza, ai campi di sterminio hiltleriani, sia del tutto pretestuoso data l’incomparabilità storica e oggettiva delle due vicende. Forse, probabilmente. Lascerò giudicare a chi leggerà queste righe. Mi limiterò ad elencare solo alcune delle volte (purtroppo gli esempi sarebbero assai di più, date le innumerevoli testimonianze di atrocità ascoltate come medico e psicoterapeuta in questi anni) in cui le storie e le evidenze raccolte dagli operatori di Medici per i Diritti Umani direttamente dai sopravvissuti mi hanno richiamato attraverso un prepotente meccanismo di associazione, le parole di Primo Levi. Faccio questo, lo ammetto, per impellente necessità personale, non pretendendo che le associazioni della mia testa abbiano sempre un’indiscutibile forze oggettiva.

Sonderkommandos (squadre speciali)
Così le SS chiamavano, in modo volutamente vago, i gruppi di prigionieri che venivano obbligati ad occuparsi dei forni crematori ad Auschwitz e negli altri lager nazisti.  “Aver concepito ed organizzato le Squadre (sonderkommandos n.d.r) è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani” (I sommersi e i salvati, Primo Levi). “Ho lavorato per la polizia libica ma non era proprio un lavoro. Loro mi usavano, io non mi potevo rifiutare. Quando ho provato a rifiutarmi mi hanno picchiato violentemente e hanno minacciato di uccidermi. Il mio compito era quello di recuperare i cadaveri dal mare, i cadaveri dei miei fratelli che morivano durante i naufragi. Li recuperavo e poi dovevo seppellirli. In questi due anni ho contato circa 3.000 corpi. Ho finito per farci l’abitudine. Alla fine non mi emozionavo più, non mi sconvolgevo più. Solo per le donne che erano visibilmente in gravidanza o per i cadaveri dei bambini non sono mai riuscito a farci l’abitudine. (L., 17 anni, dal Gambia, testimonianza raccolta presso l’Hotspot di Pozzallo, ottobre 2017).

La vergogna e la colpa
“L’uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici; quasi sempre ha coinciso con una fase di angoscia… A mio avviso, il senso di vergogna o di colpa che coincideva con la riacquistata libertà era fortemente composito: conteneva in sé elementi diversi, ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo…Si soffriva per la riacquistata consapevolezza di essere stati menomanti. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco”  (I sommersi e i salvati, Primo Levi).  “Vicino alla città di Ajdabiya siamo stati rapiti da militanti del Daesh (l’autoproclamato Stato Islamico, n.d.r) e per 3 mesi ci hanno tenuto in ostaggio. All’inizio ci maltrattavano con i fucili, con i coltelli, urinavano su di noi, facevano tutto quello che volevano senza pietà. Dormivamo ammassati in un capannone senza mangiare e senza bere. Io sono cristiano, ma quando ho capito che l’unico modo per salvare la mia vita era convertirmi l’ho fatto…” (M.I., dall’Eritrea, 22 anni, testimonianza raccolta a Roma presso la clinica mobile di Medu, novembre 2015). “Da lì, sono stato portato alla prigione di Al-Khums, lontano da Tripoli. C’erano più di 300 persone in ciascuna stanza, non c’era spazio per stendersi e per dormire. Ci davano poca acqua e poco cibo. Ogni giorno alle 13 ci portavano un pezzo di pane e un bicchiere di acqua. Questo era tutto ciò che abbiamo ricevuto per tutti gli 8 mesi in cui sono stato detenuto lì dentro.” (A. D, 20 anni, dal Gambia, testimonianza raccolta presso il CAS di Canicarao, Ragusa, novembre 2014).
“Più realistica è l’autoaccusa, o l’accusa, di aver mancato sotto l’aspetto della solidarietà umana   …quasi tutti si sentono colpevoli di omissione di soccorso…Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed, in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te ? … è una supposizione ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo… (I sommersi e i salvati, Primo Levi). “Il casolare dove eravamo tenuti prigionieri era a pochi chilometri dal mare, ad Al Zawiya. Quella sera le guardie entrarono nello stanzone in cui eravamo ammassati per portare via i cadaveri di alcuni di noi; poi iniziarono a picchiare selvaggiamente alcuni nuovi arrivati che, secondo loro, non obbedivano agli ordini abbastanza velocemente. Io e il mio amico approfittammo del trambusto; la porta era rimasta semi aperta. Iniziammo a correre senza guardare indietro, con tutte le forze che avevamo ancora nelle gambe. Eravamo quasi al sicuro in un campo di ulivi quando una raffica di mitra colpì il mio amico. Cadde a terra. Io mi fermai per un attimo, poi ripresi a correre perché le guardie stavano arrivando. Piango ora come allora. Lo porterò con me fino a che vivrò.” (A., 20 anni, dalla Sierra Leone, testimonianza raccolta al centro Medu Psychè, settembre 2017).
“E c’è una vergogna più vasta, la vergogna del mondo…c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato … nell’illusione che il non vedere sia un non sapere” (I sommersi e i salvati, Primo Levi). La vergogna del mondo, certo. Dell’Italia, dell’Europa, della comunità internazionale.  La nostra vergogna che è l’ostinazione a non voler vedere chi sta dall’altra parte del mare, per non sapere, per declinare ogni responsabilità. Oppure il voler credere, al di là di ogni evidenza, che sia tutto finto, sia tutta propaganda perché in realtà “qui da noi arrivano finti rifugiati, giovani palestrati con i cellulari di ultima generazione e le catene d’oro”. Chiunque abbia responsabilità di governo, qualunque cittadino degno di questo nome prima di formulare giudizi e intraprendere azioni dovrebbe riflettere su come i peggiori crimini del mondo contemporaneo siano sempre stati oggetto di incredulità e di ogni tipo di negazionismo; dovrebbe per lo meno porsi il dubbio prima di urlare il proprio verdetto.
Violenza inutile
“Violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo” (I sommersi e i salvati, Primo Levi). “La Libia è stato un inferno. Io sono maledetta, sono proprio maledetta. A Sabha mi hanno preso e portato in prigione, volevano da me dei soldi. Sono stata in prigione sette mesi: dal settembre 2016 all’aprile 2017. Mi hanno fatto di tutto! Ogni giorno ci prendevano e ci portavano da degli uomini per soddisfare le loro voglie. Mi hanno preso da davanti, da dietro, erano così violenti che dopo avevo difficoltà anche a sedermi. Mi filmavano mentre mi violentavano. Mi urinavano addosso! Un giorno mi hanno costretta ad avere un rapporto con un cane e loro mi hanno filmato. Sono maledetta” (N. S., dalla Costa d’Avorio, 40 anni, testimonianza raccolta presso il CARA di Mineo, giugno 2017). “Le guardie si divertivano a vederci soffrire. Ci portavano il cibo una volta al giorno e mentre ce lo davano ci torturavano con le scosse elettriche. Durante 3 mesi sono stato picchiato ogni giorno. Le guardie venivano, mi facevano togliere la maglietta e mi picchiavano sulla schiena con un bastone, dicevano che senza vestiti faceva più male e loro si divertivano. A volte invece di picchiarmi mi bruciavano, scaldavano un ferro da stiro e me lo appoggiavano addosso”. (G.O., 19 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta presso l’Hotspot di Pozzallo, agosto 2017). “Vivevamo nel terrore anche perché sembrava che i carcerieri ci facessero del male per puro divertimento o per proprio piacere. A volte la notte arrivavano ubriachi e se qualcuno passava sparavano. A volte lasciavano morire le persone dissanguate.”.  (O., 18 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta presso l’Hotspot di Pozzallo, 8 settembre 2017).
“Evacuare in pubblico era angoscioso o impossibile: un trauma a cui la nostra civiltà non ci prepara, una ferita profonda inferta alla dignità umana, un attentato osceno e pieno di presagio; ma anche il segnale di una malignità deliberata e gratuita” (I sommersi e i salvati, Primo Levi). “Il cibo veniva preparato negli stessi contenitori dove ci si lavava e si urinava. Le guardie del centro mescolavano gli escrementi che i bambini facevano nella spazzatura con gli alimenti ed eravamo costretti a mangiare quel cibo anche perché eravamo da giorni o settimane a digiuno.” (M., dalla Costa d’Avorio, 38 anni, testimonianza raccolta presso il CARA di Mineo, agosto 2017).

Kapò 
“(i Kapò, n.d.r.) erano liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno: fino a tutto il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo, senza che questo avesse da temere alcuna sanzione” (I sommersi e i salvati, Primo Levi). “Preciso che io mi trovavo a Sabha nel ghetto dei nigeriani ed il capo del centro era il nigeriano Rambo. Ho poi saputo che c’erano ghetti per ogni nazionalità, ma tutti facevano parte del grande Ghetto di Alì. Ogni ghetto aveva un capo, spesso della stessa nazionalità dei prigionieri che dipendeva dai padroni libici. Subivamo ogni giorno violenze atroci. Rambo era una presenza fissa. Era presente all’appello e procedeva personalmente a torturare i ragazzi che non pagavano per essere liberati” (W., 20 anni, dalla Nigeria, testimonianza raccolta al centro Medu Psychè, dicembre 2017).

Gli scopi del sistema
“Il lavoro non retribuito, cioè schiavistico, era uno dei tre scopi del sistema concentrazionario (nazista, n.d.r.); gli altri due erano l’eliminazione degli avversari politici e lo sterminio delle cosiddette razze inferiori … il regime concentrazionario sovietico differiva da quello nazista per la mancanza del terzo termine e per il prevalere del primo” (I sommersi e i salvati, Primo Levi). Estorsione di denaro e lavoro schiavistico, sono i principali scopi dei campi di sequestro e dei centri di detenzione libici. Come nei gulag, la morte è dunque “un sottoprodotto” mentre nei campi di sterminio hitleriani essa ero lo scopo ultimo. “Sono stato rinchiuso in una prigione per 2 anni. Non ci portavano niente da mangiare. Venivano per il cibo un giorno si e uno no e il cibo era solo un piccolissimo pezzo di pane. Durante questi due anni mi hanno picchiato tantissimo, tutti i giorni. E non mi facevano mai alzare, ero costretto a stare sempre seduto. Ho cominciato a non riuscire più a usare bene le gambe. Non riesco più a stendere le gambe, non riesco camminare e nemmeno a stare in piedi. Mentre ero in prigione non potevo muovermi, alla fine. Non sono riuscito nemmeno a salire sulla barca che mi portava in salvo. Un amico ha dovuto prendermi in braccio…Queste persone volevano da me un riscatto ma io non sapevo come pagare. Se sono libero oggi è perché mi hanno dato per spacciato, ero vicinissimo alla morte secondo loro. Per questo mi hanno liberato. Pensavano che da me non avrebbero potuto ottenere nient’altro.” (A., 20 anni, dalla Somalia, testimonianza raccolta presso l’Hotspot di Pozzallo, novembre 2017).
Sebbene non ne sia un aspetto fondante, il movente dell’odio e del disprezzo razziale è comunque rintracciabile anche per molte delle atrocità commesse in Libia. “Il trattamento che viene riservato agli eritrei e ai somali non è lo stesso. Gli eritrei in generale vengono trattati un po’ meglio, i somali invece vengono massacrati. Il cibo e l’acqua non ci sono per nessuno. Però ai somali fanno subire più violenze e crudeltà. Queste cose vengono fatte da Walid e dai suoi uomini che sono moltissimi. Si divertono a vederci soffrire. Di solito vengono la mattina e passano tutta la mattinata a giocare con noi. Ci costringono a farci del male l’uno all’altro. Per esempio se si accorgono che due persone sono moglie e marito chiedono ad uno di picchiare l’altra nel modo più forte possibile. Oppure se una persona sta molto male le guardie vanno lì e dicono “Tu non sei né vivo né morto, ti devi decidere”. E allora lo picchiano violentemente. Così la persona deve scegliere se riuscire ad alzarsi e continuare a vivere o lasciarsi andare e morire.” (G., 18 anni, dall’Eritrea, testimonianza raccolta presso l’Hotspot di Pozzallo, novembre 2017). “Sono stato quattro anni nelle mani di criminali e miliziani libici. Ho dovuto lavorare come schiavo. Ho subito violenze senza fine. Ma la cosa che ancora oggi più mi duole è che mi abbiano impedito di praticare la mia religione. Dicevano che un negro non può essere un vero musulmano.” (S., 31 anni, dalla Guinea, testimonianza raccolta al centro Medu Psychè, novembre 2017).

Umano e disumano
Non erano di “una sostanza umana perversa, diversa dalla nostra (i sadici, gli psicopatici c’erano anche fra loro, ma erano pochi): semplicemente “erano piuttosto bruti ottusi che demoni sottili. Erano stati educati alla violenza: la violenza correva nelle loro vene, era normale, ovvia.” (I sommersi e i salvati, Primo Levi). Auschwitz ritornerà? Era una delle domande più frequenti che veniva rivolta a Primo Levi e agli altri superstiti dell’Olocausto. I lager libici mostrano qui forse l’aspetto più inquietante: anche senza la letifera ideologia nazista, pezzi di quel mostro possono ritornare in altre epoche e con altri uomini. Il lettore avrà notato che le testimonianze riportate in queste righe si arrestano al dicembre del 2017. I lager libici sono ancora lì, intatte macchine di dolore e di morte. Semplicemente i migranti che dalla Libia riescono a raggiungere l’Italia e l’Europa sono oggi enormemente meno. Come ha scritto Levi “le verità scomode hanno un difficile cammino”.
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Dal 2014 Medici per i Diritti Umani gestisce in Italia, Egitto e Niger programmi medico-psicologici di supporto a migranti e rifugiati sopravvissuti a tortura e violenza intenzionale. La web map Esodi raccoglie migliaia di testimonianze raccolte sulle rotte migratorie dall’Africa sub-sahariana all’Europa.


giovedì 20 giugno 2019

Agadez, dove comincia la rotta del Mediterraneo centrale - Annalisa Camilli



“Facciamo in Niger le stesse cose che facevamo in Italia e ci troviamo di fronte la stessa tipologia di persone, con gli stessi problemi soprattutto di tipo psicologico”. Françoise Farano è italiana, ha una trentina di anni, sorriso smagliante e capelli ricci. Dopo essersi occupata per anni dell’accoglienza dei migranti appena sbarcati sulle coste italiane, da tre mesi si è trasferita insieme ad altri operatori dell’ong italiana Medici per i diritti umani (Medu) alle porte del Sahara, ad Agadez, la terza città del Niger.
Da quando il conflitto in Libia è peggiorato le condizioni per gli stranieri sono diventate proibitive, così molti migranti fuggono in Niger e chiedono asilo nel paese: è il caso di circa 1.600 sudanesi che dal 2018 vivono in un campo profughi gestito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) a 15 chilometri da Agadez, in mezzo al deserto.
Nourasham, 33 anni, è una di loro. È tornata in Niger dalla Libia insieme ai suoi cinque figli grazie all’aiuto di un amico di famiglia, dopo che suo marito è scomparso una mattina a Tripoli. Era uscito di casa per andare al mercato. “Eravamo arrivati in Libia un paio di anni prima, perché mio marito lavorava a Tripoli, poi un giorno non è più tornato a casa, non so che fine abbia fatto”, dice mentre si abbandona al pianto. “La Libia è il paese più pericoloso del mondo per gli stranieri, io vivevo chiusa in casa, non uscivo nemmeno per fare la spesa. Ma quando mio marito è sparito sono rimasta da sola con i miei figli: il più piccolo ha tre anni, il più grande tredici. Non potevo fare altro che venire in Niger, ma ora non ho niente da dare ai miei figli”, continua la donna, mentre una psicologa dell’Unhcr tenta di rassicurarla.
La incontriamo all’ombra di un’incannucciata costruita dagli stessi richiedenti asilo sudanesi nel campo profughi. È avvolta in un telo rosso che la protegge dal caldo e dalla sabbia, è seduta su una stuoia. Non smette di piangere: gli occhi grandi e neri sono coperti da lacrime che escono a fiotti e le fanno arrossare la pelle. Nourasham non può tornare in Darfur, non sa che fine abbia fatto la sua famiglia, in Libia non poteva rimanere e allora ha deciso di raggiungere il Niger, dove sperava di trovare un lavoro. Ma ora è spaventata: “Non ho niente, i miei figli mi chiedono continuamente del padre, io non so cosa dargli, mi sembra che non ci siano prospettive”.

Bloccati in Niger
I sudanesi hanno cominciato ad arrivare ad Agadez dalla Libia alla fine del 2017: per la prima volta dal 2011 i flussi migratori si sono invertiti e le persone hanno cominciato a spostarsi in cerca di protezione verso sud invece che verso nord. Inizialmente le organizzazioni internazionali presenti in città non disponevano di risorse sufficienti per accoglierli e i richiedenti asilo hanno cominciato a dormire per strada.
Questo ha creato tensione con la popolazione locale che accusava i sudanesi di commettere reati e di sporcare le strade. Anche il governo nigerino – generalmente accogliente verso i richiedenti asilo – ha mostrato ostilità verso questo gruppo accusandolo di appartenere ad alcune milizie del Darfur e di rappresentare una minaccia per la sicurezza. Il 2 maggio 2018 la polizia nigerina ha arrestato 160 sudanesi e li ha riportati in Libia, violando una serie di leggi internazionali come il principio di non-refoulement (non respingimento). Secondo alcuni report, parte dei deportati una volta arrivati in Libia avrebbero provato ad attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa, ma avrebbero perso la vita in un naufragio.

Per quelli che sono rimasti, l’Unhcr ha costruito un campo profughi e sta facendo pressioni sulle autorità nigerine affinché accolgano le loro richieste di asilo. “Alcuni hanno deciso di tornare dalle loro famiglie nei campi profughi in Ciad, dove sono cresciuti, gli altri sono in attesa che gli sia riconosciuto lo status, abbiamo fatto un lavoro importante anche con le autorità locali come il sultano dell’Aïr per trovare una soluzione”, afferma Alessandra Morelli capomissione dell’Unhcr in Niger. “All’inizio ci accusavano di essere un pull factor, di essere un fattore di attrazione. Se costruite un campo profughi, ne verranno degli altri”, ci dicevano. “Ma non è così, i flussi sono costanti e sono determinati dalla situazione nei paesi limitrofi”, conclude Morelli.
Solo nel 2018 l’Algeria ha deportato in Niger 25mila migranti subsaharianiirregolari e la Libia, divisa dal conflitto civile e controllata da decine di gruppi armati, è sempre più pericolosa per i migranti e i lavoratori stranieri che ci vivono. Questo ha determinato un flusso di ritorno verso il Niger. Per i sudanesi la situazione è particolarmente critica perché la maggior parte di loro non può tornare a casa: vivono come sospesi. “Nel campo incontriamo persone che hanno disturbi depressivi, attacchi di panico, disturbi di ansia generalizzata: le persone che troviamo nel campo sono pluritraumatizzate. Soprattutto le donne hanno vissuto episodi di violenza di cui fanno fatica a parlare e che fanno fatica a lasciarsi alle spalle”, spiega Anna Dessì, responsabile terapeutica di Medu. “In Libia le persone sono torturate dai trafficanti che chiedono il riscatto alle loro famiglie, se sopravvivono spesso si incamminano verso il Niger e poi si ritrovano in questo campo senza prospettive. La situazione non è facile”, conclude Dessì.

Guerra al traffico
Un tempo considerata la porta d’ingresso del deserto, Agadez è diventata famosa per essere la “città dei migranti”, stazione di posta obbligata di tutti coloro che dall’Africa subsahariana volevano raggiungere l’Europa attraverso la Libia. “Da qui comincia la rotta del Mediterraneo centrale”, spiega Alessandra Morelli. “Nel 2015 si stima che siano passati da questa rotta circa 300mila migranti”.
Dal maggio del 2015 però le cose sono drasticamente cambiate alla frontiera. Una legge “contro il traffico illegale di migranti” emanata dal governo di Niamey e fortemente voluta dai governi europei, ha messo fuorilegge il trasporto di migranti trasformando completamente la città del deserto e la sua economia che era fondata proprio su questa attività.
 “La popolazione locale viveva del trasporto delle persone attraverso la frontiera quindi ha preso molto male questo cambiamento: Agadez era una città di transito. Allo stesso tempo con il peggioramento delle condizioni nei centri di detenzione in Libia, abbiamo registrato il fenomeno delle persone che arrivano in Niger di ritorno dalla Libia e dall’Algeria”, spiega la coordinatrice di Medu Farano. “Questo ha cambiato completamente gli equilibri in città e sono nate molte tensioni nella popolazione locale legate alla presenza stanziale dei rifugiati”.
Prima dell’approvazione della legge contro il traffico, ogni lunedì partivano anche duecento pick up dalla stazione degli autobus di Agadez, diretti a Dirkou, a Madama e quindi in Libia. Ma a partire dai primi mesi del 2016 (quando la legge è stata applicata in maniera sistematica) decine di passeur sono stati incarcerati e i loro mezzi sono stati sequestrati. “C’è un cimitero dei pick up sequestrati in un campo vicino ad Agadez, proprio come a Lampedusa c’è un cimitero dei barconi usati per la traversata”, spiega Morelli.
Amadou Modou è un tuareg di una cinquantina di anni: occhiali da sole scuri e un lungo caftano marrone. Ha fatto il passeur per trent’anni, poi dopo che il traffico è stato criminalizzato, ha riconvertito la sua attività e ora fa il tassista. “Era tutto regolare in passato, eravamo iscritti a una lista ufficiale, portavamo persone e merci dal Niger all’Algeria e alla Libia: migranti ma anche sigarette, cibo, profumi”, spiega. “Fino al 2011 usavamo dei camion che potevano trasportare anche cento o 130 persone, poi abbiamo cominciato a usare i pick up che erano più veloci”, racconta Modou. “Nel 2015 nella regione di Agadez c’erano più di seimila persone che facevano questo lavoro”.

Dal 2015 alcuni passeur hanno deciso di riconvertire la loro attività accettando i fondi europei stanziati per questo tipo di progetti, ma solo una minoranza è riuscita a ottenere questi finanziamenti, tutti gli altri sono rimasti disoccupati oppure sono finiti nelle mani della criminalità organizzata, a gestire il traffico di droga e di armi, che nella regione è altrettanto fiorente. “Io sono stato tra i pochi a beneficiare dei fondi europei per riconvertire la mia attività, ma in ogni caso non guadagno più come prima. Molti passeur sono entrati in clandestinità, gli itinerari sono cambiati e attraversare la frontiera è diventato molto più caro”, spiega Modou. “Ma i passeur di Agadez sono nati nel deserto e conoscono il deserto molto meglio dei militari, perciò troveranno sempre delle strade alternative”.
Nel 2015, con l’Agenda europea delle migrazioni, i 28 paesi dell’Unione europea hanno deciso di offrire due miliardi di euro al Niger per costruire una specie di muro invisibile alla sua frontiera settentrionale e bloccare gli arrivi di migranti in Libia e le partenze verso l’Europa.
Il pugno di ferro di Niamey contro i passeur ha prodotto una serie di conseguenze negative: il traffico di esseri umani non si è fermato, ma sono state aperte rotte più pericolose attraverso il deserto, il viaggio è diventato ancora più costoso per i migranti, l’economia locale è stata indebolita e i giovani che prima facevano i passeur alla luce del sole, pagando anche le tasse, si sono affidati alla criminalità organizzata, il tasso di disoccupazione è aumentato.
“È come quando provi a spalmare la cioccolata sul pane, tu schiacci e la cioccolata si espande fuori dai bordi. Allo stesso modo con la criminalizzazione del traffico si sono aperte altre rotte più pericolose, si è creata molta disoccupazione in territori già depressi ed è stata colpita la libertà di movimento che caratterizzava tradizionalmente questa zona frontaliera e che permetteva ai lavoratori stagionali di muoversi periodicamente verso l’Algeria o la Libia, due delle economie più forti dell’area”, spiega Alessandra Morelli dell’Unhcr. “C’è un proverbio che dice: niente potrà fermare un ragazzo con la testa piena di idee e la pancia vuota”.

giovedì 10 maggio 2018

I dannati della terra - Medici per i Diritti Umani (MEDU)



Da dicembre 2017 fino ad aprile 2018 la clinica mobile di Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha operato per il quinto anno consecutivo nella Piana di Gioia Tauro prestando assistenza socio-sanitaria ai lavoratori migranti che anche quest’anno si sono riversati nella zona durante la stagione agrumicola.
Almeno 3500 persone, distribuite tra i vari insediamenti informali sparsi nella Piana, hanno fornito anche quest’anno manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi.
Condizioni lavorative di sfruttamento o caratterizzate da pratiche illecite e situazioni abitative di degrado e marginalizzazione continuano a rappresentare i caratteri dominanti in un contesto dove poco è cambiato rispetto agli anni passati.
La gran parte dei braccianti continua a concentrarsi nella zona industriale di San Ferdinando, a pochi passi da Rosarno, in particolare nella vecchia tendopoli (che accoglie almeno il 60% dei lavoratori migranti stagionali della zona), in un capannone adiacente e nella vecchia fabbrica a poche centinaia di metri di distanza.
Sono circa 3000 le persone che trovano alloggio qui, tra cumuli di immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o posizionati su vecchie reti e l’odore nauseabondo di plastica e rifiuti bruciati.
Le preoccupanti condizioni igienico-sanitarie, aggravate dalla mancanza di acqua potabile, ed i frequenti roghi che hanno in più occasioni ridotto in cenere le baracche ed i pochi averi e documenti degli abitanti (l’ultimo, il 27 gennaio scorso, ha registrato una vittima, Becky Moses, ed ha lasciato senza casa circa 600 persone nella vecchia tendopoli) rendono la vita in questi luoghi quanto mai precaria e a rischio.
Gli interventi istituzionali restano frammentari, parziali e inefficaci.
Nel mese di agosto dell’anno scorso è stata allestita un’ennesima tendopoli, la terza in ordine di tempo, che non ha tuttavia fornito una risposta adeguata – dal punto di vista numerico, logitico e dei servizi offerti – ai bisogni alloggiativi dei lavoratori migranti: con 500 posti disponibili a fronte delleoltre 3000 persone presenti, in assenza di assistenza medica, sanitaria e socio-legale e di mediatori culturali, si tratta ancora una volta di una soluzione di carattere puramente emergenziale, che confina le persone in una zona isolata e lontana da qualsiasi possibilità di integrazione ed inserimento sociale.
Un numero difficilmente quantificabile di persone si distribuisce anche tra i numerosi casolari abbandonati che popolano le campagne della Piana e che accolgono i lavoratori migranti tra mura umide e fredde, senza luce né bagni, mentre l’acqua viene attinta da fontane nei dintorni e trasportata in contenitori in bilico sulle biciclette.
Nei cinque mesi di attività la clinica mobile di MEDU ha prestato assistenza a 484 persone,
realizzando in totale 662 visite.
Si tratta per lo più di giovani lavoratori, con un’età media di 29 anni, provenienti dall’Africa sub-sahariana occidentale (soprattutto Mali, Senegal, Gambia, Guinea Conakry e Costa d’Avorio). Non mancano le donne, circa 100 provenienti dalla Nigeria, quasi certamente vittime di tratta a scopo di prostituzione.
Il 67% delle persone assistite è in Italia da meno di 3 anni, ma c’è anche chi vive nel paese da più di 10 anni (4,4%) ed è finito nel ghetto di San Ferdinando-Rosarno dopo aver perso il lavoro nelle fabbriche del nord Italia o dopo aver perso il titolo di soggiorno (soprattutto di lavoro, per mancanza di risorse economiche ritenute sufficienti al rinnovo).
Più della metà dei pazienti ha una conoscenza scarsa della lingua italiana, a testimonianza delle gravi carenze del sistema di accoglienza, di cui la maggior parte delle persone ha usufruito.
Dal punto di vista giuridico, oltre il 90% dei lavoratori incontrati è regolarmente soggiornante (92,65%, con un aumento di 13 punti percentuali rispetto alla scorsa stagione).
La maggior parte è in possesso di un permesso di soggiorno per motivi umanitari (45%) o per richiesta asilo (41,4%, di cui il 33% ricorrenti in primo o secondo grado avverso la decisione negativa della Commissione Territoriale). Oltre il 7% è titolare di un permesso per protezione interna- zionale (asilo o protezione sussidiaria).
Nonostante la regolarità del soggiorno, meno di 3 persone su 10 lavorano con contratto (27,82%), con un lieve, ma insufficiente, incremento rispetto agli anni precedenti: erano il 21% nella stagione 2016-2017, l’11% nella stagione 2014-2015).
Nella quasi totalità dei casi, tuttavia, il possesso della lettera di assunzione o di un contratto formale non si accompagna al rilascio della busta paga, alla denuncia corretta delle giornate lavorate ed al rispetto delle condizioni di lavoro così come stabilite dalla normativa nazionale o provinciale di settore e l’accesso alla disoccupazione agricola risulta precluso alla gran parte dei lavoratori.
Si tratta di dati particolarmente allarmanti, che denotano condizioni lavorative di sfruttamento o caratterizzate dal mancato rispetto dei diritti e delle tutele fondamentali dei lavoratori agricoli , che pure rappresentano tuttora il carburante per l’economia locale.
Dal punto di vista sanitario, le precarie condizioni di vita e di lavoro pregiudicano in maniera importante la salute fisica e mentale dei lavoratori stagionali.
Tra le patologie più frequentemente riscontrate, le principali interessano infatti l’apparato respiratorio (22,06% dei pazienti) e digerente (19,12%), riconducibili allo stato d’indigenza e di precarietà sociale e abitativa, ed il sistema osteoarticolare (21,43%), da ricollegare particolarmente ad un’intensa attività lavorativa.
Alcune persone inoltre presentano segni riconducibili a torture e trattamenti inumani e degradanti, per lo più connessi alla permanenza in Libia, e disturbi di natura psicologica. Sotto il profilo dell’integrazione sanitaria, circa la metà dei pazienti risulta iscritta al Servizio Sanitario Nazionale ed è in possesso di tessera sanitaria in corso di validità (48,64%), ma solo il 50% di questi ha un medico di medicina generale.
In generale, i diritti connessi all’accesso alle cure sono poco conosciuti e la maggior parte dei pazienti non sa a cosa serva la tessera sanitaria né dell’esistenza di un medico di base di riferimento.
Oltre che alle attività di cura, il team della clinica mobile si è dedicato all’orientamento ai servizi socio-sanitari territoriali, anche al fine di aumentare la consapevolezza dei pazienti in relazione ai propri diritti.
La dispersione sul territorio e la difficoltà a raggiungere autonomamente tali servizi, gli orari di accesso limitati e la complessità delle procedure da seguire rendono tuttavia il percorso di accesso alle cure frammentato e di difficile comprensione.
Non sono mancate, nel corso degli ultimi anni, le dichiarazioni da parte delle istituzioni per un maggiore impegno in direzione di un miglioramento delle condizioni complessive di vita e lavoro dei braccianti stagionali: dal “Protocollo operativo in materia di accoglienza ed integrazione degli immigrati nella Piana di Gioia Tauro”, firmato a febbraio 2016 dalle principali istituzioni territoriali (Prefettura, Regione, Provincia di Reggio Calabria, Comuni di Rosarno e San Ferdinando) in cui si delineava un impegno ad assicurare “la individuazione e celere realizzazione di politiche attive di accoglienza ed integrazione nel tessuto sociale locale […]” fino al recente Protocollo sottoscritto a marzo 2018 per la partecipazione della Città metropolitana di Reggio Calabria agli interventi in materia di inclusione dei cittadini immigrati nell’area del Comune di San Ferdinando, che prevede lo sviluppo di iniziative progettuali di integrazione sociale e di inserimento lavorativo degli stranieri specie in agricoltura. O ancora, l’adozione della “Convenzione di cooperazione per il contrasto al caporalato e al lavoro sommerso e irregolare in agricoltura” adottata dalla Regione Calabria a dicembre 2016, volta a favorire il libero mercato del lavoro nel settore agricolo e a prevenire forme illegali di intermediazione di manodopera e il lavoro irregolare, che prevedeva anche di promuovere “politiche abitative in favore dei lavoratori agricoli stagionali” e l’istituzione da parte dei Centri per l’Impiego di liste di prenotazione, così come l’attivazione di Sportelli Mobili Funzionali in prossimità dei luoghi di stazionamento dei lavoratori stagionali stranieri.
Nella stessa direzione andava la nomina governativa del Commissario straordinario per l’area di San Ferdinando, ad agosto dello scorso anno, con il compito di adottare un piano di interventi per il risanamento dell’area interessata, “anche al fine di favorire la graduale integrazione dei cittadini stranieri regolarmente presenti nei territori interessati...”
Quello che si è registrato finora è tuttavia un impegno sulla carta e a parole che non si è ancora tradotto in azioni concrete in grado di porre limiti al degrado e allo sfruttamento e di dare il via ad un processo di inclusione reale e tangibile capace di generare ricadute positive a beneficio di tutto il territorio.
Otto anni dopo la cosiddetta “rivolta di Rosarno” , i grandi ghetti di lavoratori migranti nella Piana di Gioia Tauro rappresentano ancora uno scandalo italiano, rimosso, di fatto, dal dibattito pubblico e dalle istituzioni politiche, le quali sembrano incapaci di qualsiasi iniziativa concreta e di largo respiro.
Oggi più che mai, la Piana di Gioia Tauro è il luogo dove l’incontro tra il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioninella gestione del fenomeno migratorio nel nostropaese e i nodi irrisolti ella questione meridionale produce i suoi frutti più nefasti.
Ancora una volta MEDU si trova a denunciare le vergognose condizioni di vita e di lavoro in cui si trovano costretti a vivere migliaia di lavoratori stranieri nel nostro Paese, in assenza di misure e azioni concrete da parte delle istituzioni e della politica.
Medici per i Diritti Umani avanza pertanto le seguenti raccomandazioni di medio e lungo termine per contribuire al superamento delle criticità descritte:
Condizioni abitative:
Si avvii un programma pluriennale di housing sociale, promuovendo iniziative per l’inserimento abitativo diffuso e servizi di intermediazione abitativa, con indicazioni chiare di tempistiche e fondi a disposizione per permettere con tempi certi il superamento delle misure emergenziali e contrastare la marginalizzazione – fisica e sociale – dei lavoratori stranieri.
Ogni ipotesi di sgombero venga concordata nelle modalità e tempistiche con gli abitanti degli insediamenti e si delineino preventivamente soluzioni alternative credibili ed attuabili,
che tengano conto delle esigenze in particolare dei soggetti più vulnerabili.
Vengano monitorate le condizioni di vita delle donne presenti nell’insediamento di San Ferdinando, avviando una collaborazione tra i servizi e gli uffici anti-tratta.
Condizioni lavorative:
Si potenzino i centri per l’impiego come luoghi di riferimento per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, con l’attivazione delle liste di prenotazione per il lavoro agricolo.
Vengano rafforzati i controlli sulle aziende da parte degli Ispettorati del Lavoro, e si introducano indici di congruità che consentano un più rapido monitoraggio.
Venga attivata in Calabria la Rete territoriale del lavoro agricolo di qualità e si introducano incentivi alle imprese agricole che si impegnino a garantire i diritti dei lavoratori agricoli ed a rispettare le condizioni contrattuali previste dai CNL e dai CPL.
Venga rafforzato il sistema di trasporto pubblico a beneficio di tutti gli abitanti della Piana e in modo che permetta anche ai lavoratori di raggiungere i luoghi di lavoro, dando inoltre attuazione all’impegno degli enti datoriali in relazione al trasporto dei lavoratori.
Vengano garantite opportunità formative e di specializzazione per i lavoratori.
I Sindacati riaffermino il proprio ruolo di assistenza ai lavoratori in condizioni di sfruttamento o di mancato rispetto – anche parziale – delle previsioni contrattuali.
Accesso alle cure:
Si faciliti l’accesso e la fruibilità dei servizi da parte dei lavoratori migranti, concentrando tali servizi in luoghi facilmente raggiungibili, potenziando il sistema dei servizi pubblici e mantenendo orari di apertura accessibile anche ai lavoratori.
Si provveda al miglioramento complessivo dell’ambulatorio STP/ENI di Rosarno sanando le deplorevoli condizioni in cui versa, rendendolo aperto ed accessibili a tutti gli stranieri (inclusi quelli con tessera sanitaria rilasciata da altra regione) e in grado di fornire orientamento sanitario, avvalendosi di mediatori culturali e di medici con conoscenze specifiche.
Si investa nella formazione di medici ed operatori sanitari in merito a salute e migrazione.
Si prevedano interventi e servizi di tutela della salute mentale, particolarmente necessari in un contesto di estrema precarietà delle condizioni di vita.
Situazione giuridica:
Venga garantito l’accesso alla richiesta d’asilo a chi non ha potuto accedervi al momento dell’arrivo in Italia, indipendentemente dalla nazionalità del richiedente.
Vengano velocizzate, anche potenziando gli uffici preposti, le pratiche per il rinnovo del permesso di soggiorno e l’accesso alla richiesta d’asilo , che in molti casi costringono per mesi le persone a condizioni di vita di assoluto degrado.
Venga favorita la concessione di permessi di soggiorno per motivi umanitari o di altro tipo alle persone che soggiornano da molti anni in Italia e che hanno perso il titolo di soggiorno per assenza dei requisiti.
Si favorisca la registrazione della “residenza virtuale” presso i luoghi di dimora abituale.
(*) Tratto da http://www.mediciperidirittiumani.org. La versione completa di “I dannati della terra. Rapporto sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nella piana di Gioia Tauro” si può scaricare qui.