Il disegno
di legge che ha ricevuto l’ok del governo in Consiglio dei ministri contiene
anche norme per impedire l’ingresso di navi nelle acque territoriali italiane.
“E’ inutile e per lo più illegittimo secondo la Convenzione delle Nazioni Unite
sul diritto del mare”, spiega senza incertezze Giuseppe Cataldi,
ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e
presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare. Ma andiamo
con ordine. Ecco cosa dice il testo sul tavolo del Cdm: “Nei casi di minaccia
grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del
limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con
delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno”.
Dove sta la novità? Fin qui non ce ne sono. Anzi, “l’articolo 19 della
Convenzione Onu sul diritto del mare, che è legge dello Stato perché l’Italia
l’ha ratificata, elenca già tassativamente i casi in cui il passaggio di una
nave può essere considerato “non inoffensivo” e dunque lo Stato può
ostacolarlo”, spiega il giurista. “Ma lo Stato non può aggiungere
arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso
e la tutela dei diritti fondamentali”.
In base alla
Convenzione (art. 17) a nessuna nave può essere impedito il passaggio nelle
acque territoriali finché è “inoffensivo“, compresa la sosta quando
comporta, ad esempio, l’assistenza a persone in pericolo. L’articolo 19 dice
che “il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace,
al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”. Il passaggio è invece
pregiudizievole quando, nel mare territoriale, la nave è impegnata in attività
come l’uso della forza, spionaggio, propaganda, esercitazioni militari,
traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate,
inquinamento grave o interferenze con comunicazioni e impianti. Ma torniamo al
ddl del governo, che di minacce gravi ne prevede quattro: “il
rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul
territorio nazionale”; “la pressione migratoria eccezionale tale da
compromettere la gestione sicura dei confini”; “le emergenze sanitarie di
rilevanza internazionale”; “gli eventi internazionali di alto livello che
richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. Casi in cui il
governo può disporre l’interdizione per un massimo di “trenta giorni,
prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi“.
Secondo
Cataldi, a parte il rischio terrorismo già perfettamente contemplato dalla
Convenzione, il resto sarebbe illegittimo secondo la norma
ONU. Che, tra l’altro, va applicata secondo proporzionalità e necessità:
“Senza stabilire una discriminazione di diritto o di fatto tra le navi
straniere”. Quanto alle minacce ipotizzate dal governo, per le “emergenze
sanitarie” Cataldi osserva che bisognerebbe adottare identici provvedimenti per
aeroporti e confini terrestri, “altrimenti è discriminazione”. Per gli “eventi
internazionali di alto livello” parla di “ipotesi ridicola, assolutamente
incompatibile con la Convenzione”. Infine, nel caso della “pressione migratoria
eccezionale”, Cataldi ritiene “impossibile negare il passaggio inoffensivo”
soprattutto se si tratta di navi che hanno soccorso naufraghi in un’operazione
SAR (search and rescue) e chiedono il noto porto sicuro (place of
safety). “Queste hanno sempre il diritto di entrare in acque
internazionali“, spiega, chiarendo che tale ingresso non equivale a
decidere autonomamente dello sbarco. Di più: “Non si può determinare a priori
che per un mese tutte le navi delle Ong siano pericolose: la minaccia deve
essere specifica e provata per la singola imbarcazione, e la
presenza di persone salvate in mare non costituisce di per sé una minaccia”.
A proposito
di Ong, il ddl del governo aggiunge che “i migranti eventualmente a bordo di
imbarcazioni sottoposte all’interdizione possono essere condotti anche in Paesi
terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha
stipulato appositi accordi o intese”. Ipotesi che però non avrebbe nulla
a che fare col passaggio in acque internazionali regolato dalla
Convenzione Onu. Nel coordinare un’operazione di soccorso, l’Italia potrebbe
decidere di assegnare – illegittimamente secondo Cataldi, che cita le
convenzioni internazionali in materia – un porto lontano, anche in un altro
Paese. Nondimeno, “l’imbarcazione ha sempre il diritto di entrare nelle acque
territoriali in base al diritto internazionale. E in caso di emergenza anche di
entrare in porto, come ribadito in diverse sentenze, come quella del caso di
Carola Rakete”. Ancora: “L’obbligo di soccorso prevale sulle norme interne
relative all’immigrazione: i naufraghi non possono essere considerati migranti
illegali nel momento in cui la nave comunica l’emergenza e richiede un “place
of safety””, ricorda Cataldi. Peraltro, aggiunge, “sono tutte cose già viste e
superate ai tempi in cui a tentare soluzioni identiche fu Matteo
Salvini col decreto Sicurezza bis (decreto-legge n. 53/2019), sempre
in virtù della pressione migratoria”. Il decreto fu poi modificato dal
governo Conte II che ricondusse la norma ai soli casi conformi
alla norme internazionali. Che, è bene ricordarlo, secondo l’articolo 117 della
Costituzione rappresentano un limite invalicabile per la legislazione
nazionale.
Strutture chiuse,
opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani
raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non
sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso
che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald
Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e
visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti
del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di
frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i
confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa
regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di
diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la
privazione amministrativa della libertà non è più misura
residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo
di quelle.
Il nuovo
rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle
organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI),
a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da
delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri
regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca, Macomer, Milano, Palazzo
San Gervasio, Roma, Torino e Trapani.
Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli
accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone,
tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una
ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un
approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso
di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei
centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”,
dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute
la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr
presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non
riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire
completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso
un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le
“fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come
già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”,
ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono
solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.
Tanto che si
può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità
dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle
persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente
rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso
oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo
costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più
remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa
della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un
elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono
affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è
insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso?
Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per
ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé:
assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta
legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E
questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma,
più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi
non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta
all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in
cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun
controllo, nemmeno se si tratta della salute.
Ci sono poi
le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman,
rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un
video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza
medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da
animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan,
lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif,
morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”.
Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”.
Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che
aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al
CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori
sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a
Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di
carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non
sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati
“invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali
svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come
Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di
“ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il
diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione
regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il
telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un
trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni
che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il
rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla
comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.
C’è infine
l’uso massiccio di psicofarmaciper anestetizzare e
spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le
persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici
avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi
tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa
europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in
infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di
sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la
vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio.
Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei
collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere
all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare
dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro
ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“,
che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi,
intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il
miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento
profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude
Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di
migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono
analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore
nell’attesa che vengano aboliti.
…L’11 maggio 2021, nel pieno del conflitto tra
Israele e Hamas, la leader venezuelana scriveva sul proprio profilo
Twitter: “Oggi, tutti noi che difendiamo i valori dell’Occidente siamo con lo
Stato di Israele; un genuino alleato della libertà”…
Lettera aperta di Adolfo Pérez Esquivel a Corina Machado
Da Nobel a Nobel
…Il governo venezuelano è una democrazia con le sue luci e
le sue ombre. Hugo Chávez ha segnato il cammino della libertà e della sovranità
del popolo e ha lottato per l'unità continentale, è stato un risveglio della
Grande Patria. Gli Stati Uniti l'hanno attaccata in modo permanente: non
possono permettere a nessun paese del continente di uscire dalla sua orbita e
dalla sua dipendenza coloniale; continua a sostenere che l'America Latina è il
suo "cortile di casa". Il blocco di Cuba da parte degli Stati Uniti
per più di 60 anni è un attacco alla libertà e ai diritti dei popoli. La
resistenza del popolo cubano è un esempio di dignità e di forza.
Sono sorpreso di come ti aggrappi agli Stati Uniti: devi
sapere che non hanno alleati, né amici, solo interessi. Le dittature imposte in
America Latina sono state strumento dei loro interessi di dominio e hanno
distrutto la vita e l'organizzazione sociale, culturale e politica dei popoli
che lottano per la loro libertà e autodeterminazione. I popoli resistono e
lottano per il diritto di essere liberi e sovrani e non una colonia degli Stati
Uniti. Il governo di Nicolás Maduro vive sotto la minaccia degli Stati Uniti e
del blocco, basta tenere a mente le forze navali nei Caraibi e il pericolo di
invasione del vostro paese. Non avete detto una parola e non avete sostenuto
l'ingerenza della grande potenza contro il Venezuela. Il popolo venezuelano è
pronto ad affrontare la minaccia.
Corina, te lo chiedo. Perché ha chiesto agli Stati Uniti di
invadere il Venezuela? Quando hai ricevuto l'annuncio di essere stato insignito
del Premio Nobel per la Pace, lo ha dedicato a Trump. L'aggressore del vostro
paese mente e accusa il Venezuela di
essere un trafficante di droga, una menzogna simile a quella di George Bush,
che accusava Saddam Hussein di avere "armi di distruzione di massa".
Pretesto per invadere l'Iraq, saccheggiarlo e causare migliaia di vittime,
donne e bambini. Ero alla fine della guerra a Baghdad, nell'ospedale
pediatrico, e ho potuto vedere le distruzioni e le morti di coloro che si
proclamano i difensori della libertà. La peggiore delle violenze è la menzogna.
Non dimenticare Corina che Panama è stata invasa dagli
Stati Uniti, che hanno causato morte e distruzione per catturare un ex alleato,
il generale Noriega. L'invasione lasciò 1200 morti a Los Chorrillos. Oggi, gli
Stati Uniti intendono impadronirsi nuovamente del Canale di Panama. È una lunga
lista di interventi e sofferenze in America Latina e nel mondo da parte degli
Stati Uniti. Le vene dell'America Latina sono ancora aperte, come diceva
Eduardo Galeano. Mi preoccupa il fatto che non abbia dedicato il Premio Nobel
al vostro popolo e che abbia dedicato il Nobel all'aggressore del Venezuela.
Penso Corina che devi analizzare e sapere dove ti trovi, se sei un pezzo in più
della colonizzazione degli Stati Uniti, soggetto ai suoi interessi di dominio,
che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositore del governo
di Maduro, le sue posizioni e opzioni generano molta incertezza, ricorre al
peggio quando chiede agli Stati Uniti di invadere il Venezuela.
L'importante è tenere presente che costruire la Pace
richiede molta forza e coraggio per il bene del vostro popolo, che conosco e
amo profondamente. Dove prima c'erano baracche sulle colline che sopravvivevano
alla povertà e all'indigenza, oggi ci sono alloggi decenti, sanità, istruzione
e cultura. La dignità del popolo non si compra né si vende. Corina, come dice
il poeta: non c'è sentiero in un viandante, un sentiero si fa camminando. Ora
avete la possibilità di lavorare per il vostro popolo e di costruire la Pace,
non di provocare una violenza più grande, un male non si risolve con un altro
male più grande. Avremo solo due mali e mai la soluzione del conflitto. Apri la
tua mente e il tuo cuore al dialogo, per incontrare il tuo popolo, svuota il
vaso della violenza e costruisci la pace e l'unità del tuo popolo affinché la
luce della libertà e dell'uguaglianza possa entrare.
se il premio nobel per la pace va ad una
sconosciuta donna politica venezuelana, nota agli addetti ai lavori per avere
invocato più volte un intervento armato straniero contro il governo populista
di sinistra di Maduro, il messaggio per Trump, che lo voleva, è chiaro:
invada prima il Venezuela, e poi lo
daranno anche a lui.
.
forse vale la pena di smettere di parlare
di questa buffonata del nobel per la pace:
e che diavolo, siamo pur sempre in tempi
di guerra mondiale a pezzi, ?a chi volete che lo diano?
ovvio: a quelli di cui parlava Tacito
quasi duemila anni fa: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant;
dove spianano tutto e fanno il deserto, lo chiamano pace.
così, giustamente, il premio per la pace
va ai desertificatori; ed è già tanto che non l’abbiano dato a Netanyahu.
Con Machado il Nobel per la Pace - Davide Malacaria
Il Nobel
per la pace non è stato assegnato a Trump, né era possibile nonostante
tanti abbiano solleticato il suo narcisismo che l’aveva portato a pretenderlo,
dal genocida Netanyahu (Timesofisrael),
per la tregua a Gaza, passando a Zelensky, che si è detto pronto a sostenerne
la candidatura se invierà i missili Tomahwak in Ucraina (Politico) – cioè se
aumenterà le probabilità di una guerra nucleare.
Ma, in
qualche modo, l’ha vinto per interposta persona dal momento che è stato
assegnato a María Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana che in questo modo è stata incoronata reginetta
del suo Paese. Pronta, cioè, a essere il volto nuovo del regime-change che
l’amministrazione Trump intende realizzare a Caracas.
Alle prime
navi da guerra se ne sono aggiunte progressivamente altre, tra cui un
sommergibile, e ieri è arrivata una nave adibita alle operazioni speciali, mentre una squadriglia di F-35 è stata inviata in una base di Porto Rico.
Le forze
statunitensi hanno già affondato alcune imbarcazioni venezuelane che sarebbero
state usate per il narcotraffico, accusa non verificata e che non giustifica un
crimine del genere, che peraltro è un atto di guerra.
Due giorni
fa, poi, l’affondamento di un naviglio della Colombia, che dovrebbe essere
fuori dal mirino degli Stati Uniti, ma che sembra esserci entrata a causa del
sostegno accordato dal presidente Gustavo Petro al Venezuela (peraltro, la nave
colombiana è stata affondata poco dopo la decisione di Petro di espellere la
delegazione israeliana dal suo Paese in reazione al sequestro della Samud
Flottilla, decisione che non è certo passata inosservata a Washington).
Di ieri,
poi, l’indiscrezione che l’amministrazione Trump
intenderebbe colpire target non più solo in mare, ma sul territorio
venezuelano. Minacce che arrivano dopo quelle pregresse, tra cui quella
esplicita di adire a un golpe contro Nicolás Maduro, e che seguono la
decisione di interrompere i negoziati avviati con il Venezuela per ricomporre le
tensioni in atto.
Curiosamente,
il giorno precedente l’interruzione dei negoziati, Jorge Rodríguez, a capo
dell’Assemblea nazionale venezuelana e della delegazione preposta alle
trattative, aveva comunicato in una nota che “attraverso ‘tre diversi canali’,
gli Stati Uniti erano stati avvertiti ‘di una grave minaccia’ da parte di
gruppi di destra che si spacciavano per seguaci del presidente venezuelano Nicolás Maduro”.
Si trattava
di un piano per compiere un attentato contro l’ambasciata Usa in Venezuela che,
cessata l’attività diplomatica, ospita però personale addetto alla manutenzione
e alla sicurezza dell’edificio. Sarebbe stata la scintilla per un attacco.
Se si sta
alla tempistica, sembra che l’allarme pubblico del capo della delegazione
venezuelana abbia irritato l’amministrazione Usa, che si è vista privare di
un casus belli, la quale ha deciso di evitare ulteriori rapporti
con la controparte.
Ora è
arrivata, a fagiolo, la figura che ha il phisique du rôle per
sostituire Maduro, baciata da un endorsement più che autorevole: il Nobel per
la pace. La Machado ha così preso il posto di Juan Guaidò come figura
immagine per promuovere il regime-change di Caracas, con il Nobel che gli
conferisce la visibilità necessaria a diventare l’ancella del cambiamento.
L’unico
Paese, oltre al suo, nel quale aveva certa notorietà prima di ieri erano gli
Stati Uniti, tanto da partecipare agli incontri dell’Americas Society/Council
of Americas (AS/COA), un centro di interessi fondato da David Rokefeller. In
quella sede, nel giugno scorso, squadernava la
meravigliose opportunità che offriva il suo Paese una volta rimosso Maduro e
avviato “una cambiamento strutturale”.
Il
Venezuela, non ha solo le riserve petrolifere “più ingenti del mondo”, ma
“anche abbondanti risorse di ferro, oro e minerali” vari e sovrabbonda di
“terre fertili non sviluppate”. Nel caso avesse termine l’attuale governo,
aggiungeva, in “soli 100 giorni” tutto ciò sarebbe a disposizione degli
“investitori esteri, che ne beneficeranno, sin dal primo giorno, avvalendosi di
condizioni senza precedenti”… un piano che porterà a creare ricchezza per “1000
miliardi di dollari” in pochi anni, come da titolo del report dell’incontro al
AS/COA.
Un piano di
privatizzazione ultraliberista, al modo di quello applicato dai Chicago Boys nel
Cile di Pinochet. In una
nota pregressa spiegavamo che, come recitano documenti ufficiali Onu e Usa, la
droga che arriva negli States non proviene dal
Venezuela.
L’interesse dell’amministrazione Trump per Caracas è tutt’altro. La Machado lo
ha spiegato molto bene.
Appena vinto
il Nobel, la Machado ha chiamato il suo alleato politico Edmundo González
Urrutia, che a gennaio 2025 sfidò e perse le presidenziali contro Maduro,
accusandolo poi di brogli che gli avrebbero tolto la vittoria.
Nell’occasione,
Urrutia e la Machado ricevettero la telefonata del ministro degli Esteri
israeliano Gideon Sa’ar, con genocidio palestinese in corso, che elogiava la
loro asserita vittoria elettorale, con la Machado che si felicitò per il “sostegno del governo di Israele al popolo venezuelano”.
D’altronde i
rapporti tra la Machado e Israele sono consolidati: nel 2020 siglò a nome del
suo partito, Vente Venezuela, un’alleanza strategica col Likud mentre, in un’intervista successiva a una Tv israeliana, dichiarò che se avesse vinto
le elezioni avrebbe spostato l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme.
In
quest’anno si poteva conferire il Nobel per la pace a qualcuno che si fosse
distinto nel portare sollievo ai palestinesi. Si è scelto altro.
Nobel a
Machado, perché la sinistra non festeggia? Dai rapporti con l’ultra destra
europea a quelli con Trump e Netanyahu – Franz Baraggino
L’assegnazione
del Premio Nobel per la Pace 2025 a Maria Corina Machado, leader
dell’opposizione venezuelana all’autoritarismo del governo di Nicolas
Maduro, sta causando molte polemiche, mentre le manifestazioni di giubilo
sono soprattutto a destra. Descritta da alcuni come una “trumpiana“, i
suoi detrattori la accusano di invocare l’uso della forza per ribaltare il
governo venezuelano e di essere troppo vicina agli interessi della Casa Bianca.
Ma anche all’ultra destra europea e a quella israeliana di Benjamin Netanyahu.
Critiche sono ovviamente arrivate da membri del partito di Maduro,
che la accusano di “favorire l’instabilità politica e colludere con potenze
straniere”. Ma non solo. La sintesi dell’indignazione l’ha fatta l’ex leader di
Podemos ed ex Vice Presidente del Governo spagnolo, Pablo Iglesias,
che sui social ha espresso un giudizio durissimo: “La verità è che per
assegnare il Premio Nobel per la Pace a Corina Machado, che da anni cerca di
organizzare un colpo di Stato nel suo Paese, avrebbero potuto darlo
direttamente a Trump o addirittura postumo ad Adolf Hitler. L’anno prossimo,
lasciate che se lo dividano Putin e Zelensky. Se è già finita…”.
Stando ai
fatti, lo scorso febbraio Machado ha preso parte con un videomessaggio al
vertice dell’ultra destra di Madrid intitolato “Make Europe
Great Again” e organizzato dal partito sovranista spagnolo Vox. “La
nostra è una lotta globale e voi siete i nostri alleati. Quelle che avvengono
in Europa, come quelle che combattiamo in Venezuela, hanno gli stessi obiettivi,
valori e nemici”, ha detto mentre ad ascoltarla c’erano, tra gli altri, Matteo
Salvini, Marine Le Pen e l’olandese Geert Wilders e
il primo ministro ungherese Viktor Orbán e quello
argentino Javier Milei. “Il Venezuela rappresenta oggi la più
grande minaccia che l’Occidente deve affrontare nel nostro continente. È il
centro nevralgico del crimine organizzato e il rifugio sicuro dei nemici della
democrazia nel mondo”, ha spiegato ai patrioti, ai quali ha dedicato un altro
videomessaggio per l’edizione di settembre intitolata Europa Viva 2025, dove ha
annunciato che “in Venezuela è partita la riconquista della democrazia”.
In queste
ore le si rinfaccia anche un accordo di cooperazione del 2020, quello che
promosse in qualità di coordinatrice nazionale tra il suo partito, Vente
Venezuela, e la destra israeliana del Likud, il partito del
premier Netanyahu. A rinfacciarle l’iniziativa è oggi il Council on
American-Islamic Relations (CAIR), gruppo statunitense per i diritti
civili musulmani, che definisce Machado una “fanatica anti-musulmano e
sostenitrice del fascismo europeo” e l’assegnazione del Nobel una scelta
“inconsciente”. Siglato nel 2020, il documento impegnava i due partiti a
rafforzare i legami su “questioni politiche, ideologiche e sociali, nonché compiere
progressi in materia di strategia, geopolitica e sicurezza”. A firmarlo insieme
a Machado fu Eli Vered Hazan, direttore degli affari esteri del
partito israeliano, ruolo nel quale ha preso parte alle reti internazionali
della destra conservatrice. “L’obiettivo – si legge ancora nel documento – è
avvicinare il popolo israeliano a quello venezuelano, promuovendo insieme i
valori occidentali a cui entrambe le parti aderiscono: libertà, indipendenza e
economia di mercato”.
C’è poi la
storia recente e qui le critiche le derivano dal sostegno esplicito alle forze
Usa, con l’amministrazione di Donald Trump che sulle navi nel
Mar dei Caraibi ha quasi raddoppiato il numero dei soldati da utilizzare per la
lotta al narcotraffico, della quale il Tycoon accusa
direttamente il presidente Maduro. Delle ultime ore le dichiarazioni dell’ambasciatore
di Caracas all’Onu, Samuel Moncada: “Le azioni guerrafondaie e la
retorica del governo statunitense indicano che ci troviamo di fronte a una
situazione in cui è razionale pensare che un attacco armato contro il Venezuela
verrà portato a termine molto presto”, chiedendo al Consiglio di
Sicurezza di intervenire per evitare “una catastrofe che potrebbe
sconvolgere l’intera regione per generazioni”. Niente che c’entri molto con la
pace e del resto Machado ha sostenuto più volte che per rimuovere
l’autoritarismo al governo in Venezuela servirà l’uso della forza. Mesi fa ha
applaudito al presidente americano sottolineando che “Trump non sta giocando”.
Dopo aver ricevuto il Nobel ha nuovamente ribadito che “oggi più che mai
possiamo contare sul presidente Trump” perché riporti “libertà e democrazia” in
Venezuela.
Il Nobel
per la Pace alla venezuelana Maria Corina Machado lo si potrebbe chiamare,
premio Nobel per la Guerra - Andrea Zhok
Comunque il Nobel per la Pace alla
venezuelana Maria Corina Machado è in perfetta sintonia con il cambio di nome
del ministero della Difesa americano in ministero della Guerra.
Visto anche il grande precedente di Obama lo si potrebbe chiamare, senza
tanti patemi, premio Nobel per la Guerra.
Dopo tutto, con le cannoniere – pardon, le portaerei – americane davanti
alla costa venezuelana, con il chiaro mandato di rovesciare il
governo Maduro, quale umile contributo poteva dare l’intellighentsia
europea?
Armi non le potevano mandare (non sono ancora riusciti a comprarle dagli
americani, per fare in tempo a portarle in supporto agli americani).
Genuflessioni, donazioni, ius primae noctis, abbiamo già dato.
Cosa ci restava come europei?
Ah, ecco, possiamo giocarci gli scampoli residui della famosa “autorevolezza
morale del Vecchio Continente”.
Possiamo conferire una bella botta di supporto morale alla spallata
militare in vista, conferendo il premio Nobel a un’attivista venezuelana
antigovernativa, distintasi nella vita per essere… un’attivista venezuelana
antigovernativa, educata a Yale, antichavista, filoatlantista, neoliberista, ma
che comunque resta umile. Pronta a farsi carico dell’onere del futuro governo,
nello sciagurato caso in cui a Maduro capitasse qualcosa.
In tempi
normali, i giuristi dediti al diritto pubblico, che regola l’organizzazione e
il funzionamento dello Stato, interpretano e insegnano la Costituzione e
assumono anche posizioni individuali sulla vita normativa della nostra
comunità. “Ci sono momenti però nei quali accadono forzature istituzionali di
particolare gravità, di fronte alle quali non è più possibile tacere ed è
anzi doveroso assumere insieme delle pubbliche posizioni”, avverte l’Appello
per la sicurezza democratica (testo integrale) firmato da 257
giuspubblicisti di tutte le Università italiane, compresi Presidenti e
vice-Presidenti emeriti della Corte costituzionale: Ugo de Siervo, Gaetano
Silvestri, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Cheli, Paolo
Maddalena. L’Appello si aggiunge a quelli dell’Associazione Magistrati,
delle Camere penali, dei professori di diritto penale per richiamare
l’attenzione dell’opinione pubblica verso il decreto sicurezza approvato
l’11 aprile dal governo di Giorgia Meloni. Un intervento che,
scrivono i promotori, “nel metodo e nel merito esplicita un disegno
complessivo, che tradisce un’impostazione autoritaria, illiberale e
antidemocratica, non episodica od occasionale ma mirante a farsi sistema, a
governare con la paura invece di governare la paura”.
“E’ raro che
un numero così alto di professori universitari prenda pubblicamente posizione
verso un singolo provvedimento legislativo”, spiega Roberto Zaccaria,
ordinario di Diritto Costituzionale già docente all’Università di Firenze, tra
i promotori dell’Appello. “Un atto di impegno civile”, lo definisce. Di fronte
a un intervento “che può ledere le libertà fondamentali ed essere addirittura
più pericoloso di una riforma costituzionale”. Tanto che, ammette, “non ricordo
in epoca recente interventi di sicurezza pubblica di questa intensità e forza”.
Il problema di fondo, spiega Zaccaria, è il rischio di trasformare il tema
della sicurezza “in un valore ideale fondante, in un limite generale
inaccettabile perché le libertà costituzionali non possono andare
incontro a limiti di carattere generale. Come l’ordine pubblico che nella
Costituzione non ha cittadinanza”. Peggio ancora se il piano si realizza
stracciando un disegno di legge già in dirittura d’arrivo. “Un vero e
proprio scippo nei confronti del Parlamento ed un clamoroso
aggiramento della Costituzione”, attacca Zaccaria. E cita Meloni: “Ha detto che
in occasione del 25 Aprile riaffermiamo la centralità di quei valori democratici che il regime
fascista aveva negato. Ma se tu fai approvare in questo modo un
decreto sicurezza col quale un cittadino rischia anni di carcere per un sit-in,
non stai comprimendo le libertà fondamentali?”.
“Confidiamo
che tutti gli organi di garanzia costituzionale mantengano
alta l’attenzione e censurino questo allontanamento dallo spirito della nostra
Costituzione, che fonda la convivenza della comunità nazionale su democrazia,
pluralismo, diritti di libertà ed uguaglianza di fronte alla legge, affinché
nessuno debba temere lo Stato e tutti possano riconoscerne, con fiducia, il
ruolo di garante della legalità e dei diritti”, conclude l’Appello dopo aver
elencato i profili di incostituzionalità del decreto. Nel
metodo, a sdegnare i giuspubblicisti è appunto l’utilizzo improprio della
decretazione d’urgenza. Con un cambio di passo: “In quest’occasione la
violazione è del tutto ingiustificata e senza precedenti, dato che
l’iter legislativo, ai sensi dell’art. 72 della Costituzione era ormai prossimo
alla conclusione, quando è intervenuto il plateale colpo di mano con cui il
Governo si è appropriato del testo e di un compito, che, secondo l’art. 77
Costituzione può svolgere solo in casi straordinari di necessità e di urgenza,
al solo scopo, sembra, di umiliare il Parlamento e i cittadini
da esso rappresentati”.
Quanto al
merito, “si tratta di un disegno estremamente pericoloso di repressione di
quelle forme di dissenso che è fondamentale riconoscere in una società
democratica”. In particolare, l’Appello denuncia l’equiparazione dei centri
per stranieri alle carceri e la resistenza passiva agli
atti violenti. Il cosiddetto “daspo urbano“, deciso dal questore, che
limita la libertà personale trattando allo stesso modo chi è condannato e chi è
solo denunciato. Preoccupa che la polizia possa portare armi non di
ordinanza anche fuori servizio, e l’inasprimento delle pene per
illeciti avvenuti “in occasione” di una manifestazione pubblica. Una
disposizione tanto vaga che “contrasta con il principio di tipicità delle
condotte penalmente rilevanti, violando per giunta la specifica protezione
costituzionale accordata alla libertà di riunione in luogo pubblico o aperto al
pubblico”. Altrettanto vaghe sarebbero infine le disposizioni che prevedono
pene fino a sette anni per l’occupazione di luoghi che
presentano un’estensione del tutto imprecisata e rimessa a valutazioni e
preferenze del tutto soggettive dell’interprete”. Scelte che mettono in
discussione la nostra forma di Stato perché, dice conclude Zaccaria, “l’eterno
equilibrio tra individuo e autorità è risolto solo a favore di quest’ultima,
con una “ossessione securitaria” che non appartiene alla visione
degli Stati democratici, ma che ricalca pericolosamente la logica degli Stati
di polizia”.