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mercoledì 9 dicembre 2020

Libri contagiosi - Giovanna Lo Presti


I libri che val la pena di leggere hanno la caratteristica di essere dotati di un forte potere di suggestione – e intendiamo “suggestione” nei due sensi correnti e cioè come capacità di influenzare emozionando e come potenzialità di suggerire itinerari da percorrere, vie di pensiero da praticare. Nella confusione, nella babele di pensieri monchi e di parole imprecise (prime tra tutte quelle della cosiddetta “comunità scientifica”) generate dalla crisi pandemica il bisogno di ragionamenti essenziali e nitidi si è fatto sentire fortissimo.

Il primo libro, famosissimo, che mi è venuto in mente (naturalmente la scelta è mia, personale ma non immotivata) è stato scritto nel 1974 da Detienne e Vernante e si intitola Le astuzie della ragione nell’antica Grecia. Al centro del libro è il concetto di mètis, dell’astuzia intelligente, che consente di avvicinarsi al reale con strumenti diversi da quelli astratti del lògos. La mètis comporta flessibilità, soluzioni folgoranti, adattabilità al continuo mutare del reale; ma implica anche esperienza e progettualità, per cui l’agire guidati dalla mètis non è un agire impulsivo e privo di riflessione. Tutt’altro; in qualche modo lo si potrebbe accostare alla guicciardiniana “discrezione”, che presume la capacità di cogliere in ciò che avviene sia la somiglianza con eventi passati sia la specificità del nuovo. La mètis, per altri versi, va accostata alla ragionevolezza, un concetto che, sulla scia dei suoi maestri, Serge Latouche (secondo libro) contrappone all’idea di “ragione”. La mètis permea di sé la ragionevolezza, la quale, a sua volta, viene superata e spesso messa definitivamente da parte dalla razionalità, dal lògos; negli ultimi secoli la razionalità si è manifestata spesso nella forma della ragione economica, che ha saputo sviluppare effetti portentosi e, allo stesso tempo, si è allontanata sempre più dalla ragionevolezza, generando quella «megamacchina tecno-economica» che «rischia di fracassarsi contro il muro della dismisura (la hybris greca)» (S. Latouche, Mondializzazione e decrescita. L’alternativa africana, Dedalo, 2009, p. 82).

I segnali che il selvaggio sfruttamento della Natura stia minacciando in modo serio il vivente sono evidenti per chiunque li voglia vedere; per non percepirli bisogna essere abbagliati dal luccichio da Paese dei Balocchi che promana dal caotico insieme di merci in cui siamo immersi, atte a far dimenticare a che prezzo ne possiamo godere. E bisogna anche limitarsi a guardare ciò che avviene nella fase fatiscente del capitalismo occidentale, distogliendo lo sguardo dai miliardi di esseri umani che rischiano ancora ai giorni nostri di morire di fame. La ragionevolezza, la phrónesis, la prudenza, che, per Aristotele, è la caratteristica di chi è in grado di deliberare correttamente ciò che è buono e vantaggioso per lui, ha celebrato il suo divorzio dal discorso pubblico, troppo spesso pronunciato all’insegna della chiamata emotiva, in spregio, appunto, di ogni ragionevolezza. L’abbiamo appena verificato: la pandemia, che sembrava aver creato una frattura planetaria, è già stata metabolizzata e ridotta a evento gestibile, per un verso, con la razionalità tecnocratica di misure preventive, di cure efficaci, del vaccino. Per altro verso i negazionisti di ogni colore dimenticano anch’essi la ragionevolezza per dar voce a una emotività irriflessa.

«Andrà tutto bene» e «Niente sarà più come prima» sono stati i due slogan che ci hanno accompagnato nella primavera scorsa, mentre il contagio mieteva vittime e assistevamo, sgomenti, al tracollo del nostro sistema sanitario. È bastata l’estate, un’estate in cui la crisi economica ha sostituito nel discorso pubblico la crisi pandemica, per cancellarli.

L’«andrà tutto bene» ha ceduto il posto all’esortazione speranzosa a «convivere con il virus». Ma a quali condizioni tutto dovrebbe andare bene non è mai stato chiarito. Andrà tutto bene se ritorneremo a febbraio 2020, quando il “caso Codogno” non era ancora scoppiato? Andrà tutto bene se il virus si stancherà di propagarsi? Basteranno queste due condizioni perché tutto vada bene? La ragionevolezza ci porta a dire che, se non si affronteranno tutti i problemi che la crisi sanitaria ha portato a galla, prima tra tutte l’inaccettabile sfruttamento delle risorse naturali, non andrà affatto bene. Quanto al «Niente sarà più come prima», refrain che più dell’altro esprime la consapevolezza della gravità del momento, è affermazione che ci fa pensare che tutto potrebbe essere peggio. In questi mesi i segnali negativi sono stati numerosi: a parte la decisione della Commissione europea di sospendere (non annullare, sospendere) l’artificioso “patto di stabilità”, quel vincolo che impone di ridurre il deficit strutturale nei Paesi dell’Unione e che ha come obiettivo di medio termine quell’altro mito incarnato del “pareggio di bilancio”, tutto è stato come sempre. I fondi disponibili non sembrano, almeno per ora, essere stati impiegati con una logica di equità – anzi, molti provvedimenti hanno contribuito a far affluire risorse economiche nelle tasche di cittadini che non avevano alcun bisogno di incrementare il proprio reddito. La vita quotidiana intanto ci mette di fronte a un sostanziale peggioramento della situazione: le nostre città, che hanno goduto di un’aria meno tossica nei due mesi di “confinamento” sono inquinate come prima e attraversate – in nome della “mobilità sostenibile” – da orde di ragazzotti su monopattini che sfrecciano quasi sempre a velocità non regolamentare e rendono impossibile camminare sicuri sui marciapiedi; le grandi catene della distribuzione alimentare, che senz’altro non hanno visto decrescere il fatturato nei mesi scorsi, hanno ritoccato verso l’alto (e non di poco) i prezzi, e la stessa cosa hanno fatto immediatamente quasi tutti i professionisti e lavoratori autonomi, aumentando mediamente le loro tariffe tra il 10 e 20 per cento. In compenso, lo Stato continua a non onorare i propri debiti: non si sente parlare di rinnovo di contratti scaduti da tempo, né di perequazione degli assegni pensionistici. E noi cittadini ci aspettiamo di dover ripagare, con gli interessi, quei rivoli di denaro che stanno disordinatamente scorrendo nel nostro Paese.

L’Italia è un paese povero. Se vogliamo rendercene conto usando strumenti ufficiali, basta consultare il sito ISTAT, alla pagina in cui viene presentato un calcolatore (https://www.istat.it/it/dati-analisi-e-prodotti/contenuti-interattivi/soglia-di-poverta), preceduto da questa precisazione: «La soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza. Una famiglia è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario». Ora, data una famiglia di tre persone (due genitori e un figlio tra i 4 e i 10 anni), risulta che essa sia assolutamente povera nel momento in cui spende una cifra pari o inferiore a 1.862,832 euro. Visto che lo stipendio medio di un impiegato è valutato in 1.681 euro e quello di un operaio in 1.469 e che la più che decennale crisi economica ha reso rari i lavori stabili e ha inciso sull’occupazione in modo assai negativo, facendo crescere il numero delle famiglie monoreddito, non serve un economista per trarre le conclusioni. I dati reddituali che abbiamo riportato sono dati medi. Facciamo un esempio preciso: un insegnante di scuola superiore, sino a 14 anni di anzianità, guadagna poco più di 1.550 euro netti al mese. Se ha un figlio e il coniuge non lavora, si trova di 300 euro sotto la soglia minima calcolata per stabilire lo stato di povertà assoluta. L’aveva capito persino il “ministro della malavita”, Giovanni Giolitti: un paese di poveri è un paese povero. E se alla miseria materiale aggiungiamo la preoccupante “miseria di posizione” quella che Pierre Bourdieu ha indagato nel corposo studio La miseria del mondo (terzo libro) dovremmo davvero preoccuparci: la miseria è ben peggio della povertà. È qualcosa che ha a che fare con una carenza complessiva che tocca tutti i piani dell’esistenza, che rende difficili e conflittuali le relazioni sociali, che non riesce a individuare gli obiettivi per cui battersi, che fa sì che non si riesca ad immaginare un futuro migliore del meschino presente in cui si naviga, eterodiretti e consapevoli, in parte, soltanto del proprio disagio. Questo è oggi, troppo spesso, lo stato dei ceti popolari, che divengono gli interlocutori privilegiati, in mancanza di altri messaggi comprensibili e rispondenti ai loro bisogni, della peggiore demagogia e di discorsi politici in cui livore, qualunquismo, menzogna strumentale vengono astutamente mescolati da leader senza scrupoli e senza morale, nonostante esibiscano rosari e simboli religiosi, emuli di quei mafiosi che, sul loro comodino, tengono una vecchia Bibbia, ampiamente sottolineata.

Affinché nulla sia più come prima, affinché le cose migliorino le vie da intraprendere sono chiare: innanzitutto si deve operare affinché ci sia maggiore giustizia sociale. Il primo passo ha a che fare con una redistribuzione della ricchezza sociale, congiunta a un modello economico meno rapace e aggressivo nei confronti dell’ambiente. Non sono scelte semplici e immediate, ma la direzione da imboccare è quella. Perciò ci ha molto allarmato la ricomparsa di un fantasma sinistro, quello del Ponte sullo Stretto: siamo dunque fermi alle “grandi opere” come unica via d’uscite dal difficile momento economico? Ancora una volta si vogliono mettere da parte quegli interventi ad “alta intensità di lavoro” (quarto e quinto libro: Il lavoro non è una merce e Finanzcapitalismo) di cui parlava con intelligenza il sociologo Luciano Gallino, auspicando «una grande politica di transizione ordinata da un settore industriale energivoro e basato su produzioni tutto sommato tradizionali (dalle auto agli stessi computer, che sono ormai dei piccoli elettrodomestici prodotti a milioni e con grande automazione) verso settori produttivi ad alta intensità di lavoro. I settori di riferimento sono moltissimi: i beni culturali, l’incremento dell’efficienza energetica e nell’utilizzo di materia, la ristrutturazione degli edifici (si pensi che metà delle scuole non è ancora a norma dal punto di vista della sicurezza) o il dissesto idrogeologico, che costa all’Italia circa 12-15 miliardi di euro l’anno: una somma che potrebbe essere investita per creare centinaia di migliaia di posti di lavoro su un’ampia fascia di competenze professionale, che vanno dal badilante al geometra e all’architetto. Si tratta di un processo di transizione che richiederebbe però una robusta politica industriale da parte del Governo, invece questi blaterano di crescita e spesso non sanno nemmeno bene di cosa stiano parlando».

Seguendo queste indicazioni, niente sarà più come prima e, in tempi brevi, tutti staremo meglio, perché la costruzione di una società in cui tutti abbiano una parte e in cui non esistano più le “vite da scarto” non può che aumentare il benessere complessivo. Altrimenti, procedendo inerzialmente, guidati dai miti del PIL, dello “sviluppo”, della tecnologia ci ritroveremo presto in una situazione in cui, per dirla con Walter Benjamin, «neppure i morti saranno al sicuro».

da qui

lunedì 8 ottobre 2018

Occupazione, debito e moneta tampone - Francesco Gesualdi



Un tempo le procedure erano chiare: se il paese andava rilanciato sul piano occupazionale si faceva una politica di spesa in deficit, ma con un debito virtuale perché il denaro veniva ottenuto gratis dalla propria banca centrale. Se invece c’era bisogno di sollevare le sorti dei più poveri si procedeva ad una redistribuzione della ricchezza per via fiscale: si prendeva ai ricchi e si dava ai poveri aumentando le imposte sui redditi alti. Poi è cambiato il vento politico, sono mutati gli umori, i valori, gli assetti istituzionali e tutto si è fatto più opaco e confuso.
Da un punto di vista istituzionale la novità di maggior rilievo è rappresentata dalla rinuncia da parte dei paesi dell’eurozona a godere del sostegno della Banca Centrale Europa. Memori dei tempi in cui l’inflazione galoppava a due cifre anche per la disinvoltura dei governi a finanziare spese in deficit con nuova moneta, nel momento di definire l’assetto organizzativo dell’euro venne deciso di tagliare la testa al toro negando ai governi qualsiasi possibilità di accesso al rubinetto del denaro.
Obiettivo realizzato affidando il governo della moneta a una struttura indipendente che può prestare denaro a qualsiasi banca commerciale, ma neanche un centesimo ai governi. L’effetto è stato che i governi sono stati declassati al rango di aziende che non hanno altro modo di finanziare i propri deficit se non chiedendo prestiti al sistema bancario e finanziario privato. Con due conseguenze piuttosto serie. La prima di carattere finanziario: l’aggravio di spesa dei bilanci pubblici a causa degli interessi. Una somma che nel  caso italiano rappresenta circa il 10% del gettito fiscale.
La seconda  di carattere politico: l’inversione del rapporto di potere fra governi e mercati a causa della dipendenza dei primi nei confronti dei secondi. Dal momento che agli investitori  interessa solo la salvaguardia dei propri investimenti, essi vigilano di continuo sull’operato dei governi per capire se stanno compiendo scelte che possono compromettere la loro capacità di pagamento e al minimo dubbio alzano la posta secondo la regola che al debitore meno affidabile vanno richiesti interessi più alti. Il canale comunicativo utilizzato è quello dello spread che ormai è tenuto dai governi in maggior considerazione del voto popolare.

Da un punto di vista culturale la novità di maggior rilievo è rappresentata da un diverso approccio al tema della povertà, della ricchezza e dell’equità. In passato non era molto radicata l’idea del self made man che si arricchisce esclusivamente per capacità propria. Difficilmente si concepiva la ricchezza come esclusivo merito  personale, ma sempre come il frutto di un’azione collettiva che vedeva l’apporto della famiglia, dei lavoratori, dei fornitori, dello stato stesso. Specularmente la povertà non era concepita come una colpa personale, ma come una condizione dovuta in gran parte ad aspetti esterni: povertà familiare, ignoranza, malattia, incapacità di ottenere un lavoro.
In definitiva ricchezza e povertà non erano considerati fatti privati, ma fenomeni collettivi su cui lo stato ha il dovere costituzionale di intervenire per colmare le differenze. Per questo si concepiva il sistema fiscale non solo come una via di finanziamento della pubblica amministrazione, ma anche come canale di redistribuzione della ricchezza, attraverso la progressività fiscale prevista dall’articolo 53 della Costituzione. Ma oggi che ricchezza e povertà sono  concepite esclusivamente come virtù e colpa di tipo personale, si è persa di vista la funzione riequilibratrice del sistema fiscale e si reclama a gran voce la flat tax. Provvedimento che avvantaggerà inevitabilmente i ricchi aggravando ancora di più la situazione di ingiustizia odierna che secondo una fotografia scattata dall’Ocse vede il 52% del patrimonio familiare nelle mani del 13% delle famiglie più ricche, mentre quelle più povere, pari al 37%delle famiglie, detengono a mala pena il 3% del patrimonio familiare.
Pur avendo perso di vista la funzione sociale della ricchezza, il Movimento 5 stelle ha vinto le elezioni promettendo il reddito di cittadinanza. E benché nessuno abbia  ancora ben chiaro cosa sia, di sicuro c’è che richiederà molte risorse. Ma come ce la farà è un bel rebus considerato che il suo partner di governo gli ridurrà il gettito fiscale a causa della flat tax, mentre la prospettiva di fare più debito rischia di mettere in allarme i mercati che reagiranno imponendo tassi più alti sui nuovi prestiti. Quello che si prospetta insomma è una strada che forse può portare  qualche risultato elettorale, ma  che prepara le condizioni per l’impoverimento futuro perché a più debito corrisponderanno più interessi da pagare.
Un consiglio che si potrebbe dare a Di Maio per giocare un ruolo positivo, è quello di cambiare prospettiva: invece di puntare a mettere nelle tasche dei disoccupati un’indennità di 700 euro al mese, potrebbe attrezzarsi per offrire subito un lavoro retribuito a un milione di persone impiegandole in attività di pubblica utilità: difesa del territorio, recupero edilizio e stradale, potenziamento dei servizi alla persona. E poiché anche in questo caso salta fuori la domanda “con quali soldi?”, converrebbe rispolverare la proposta del compianto Luciano Gallino che proponeva di sopperire alla perduta sovranità monetaria in ambito euro, con la creazione di una moneta complementare sotto forma di certificati di credito fiscale. In pratica si tratterebbe di pagamenti da parte dello stato con dei “pagherò” che al momento della scadenza vengono quietanzati non con la restituzione di euro, ma accettandoli come pagamento delle imposte dovute.

E proprio perché circolanti con la garanzia che alla fine possono essere utilizzati per il pagamento delle tasse, nessuno avrebbe problema ad accettare i certificati di credito fiscale come mezzi di pagamento al pari degli euro, pur non essendo convertibili in euro, mettendo di fatto in moto quell’effetto di moltiplicatore tipico degli investimenti pubblici che oggi tutti invocano. Un modo emergenziale per recuperare, seppur transitoriamente, sovranità monetaria finalizzata al rilancio dell’occupazione, senza contravvenire alle regole europee. Del resto è ormai chiaro a tutti che questa Europa totalmente sbilanciata verso il mercato rischia di implodere per la sua incapacità di rispondere ai bisogni sociali. E allora qualche forzatura giuridico-economica può essere ciò che serve per rompere gli schemi e avviare quel processo di trasformazione democratica dell’Europa di cui tutti sentiamo il bisogno.




lunedì 8 gennaio 2018

La lotta di classe dopo la lotta di classe - Marco Revelli

La lotta di classe dopo la lotta di classe. Con questa formula, nel 2012, Luciano Gallino ci invitava a rileggere i decenni successivi agli anni Settanta per capire forme e cause di una tragedia sociale annunciata. «Non è affatto venuta meno la lotta di classe» – ci diceva uno dei pochi sociologi contemporanei rimasto fedele alla funzione della propria disciplina come coscienza critica della società. Semmai ha cambiato verso, non più dal basso verso l’alto ma viceversa, dal momento in cui il mondo del privilegio aveva dichiarato guerra al mondo del lavoro per riprendersi il terreno perduto, e molto di più. Per ristabilire brutalmente le distanze sociali. E aveva stravinto.
Ora i numeri gli danno platealmente ragione. Il più sistematico e approfondito studio sulle ineguaglianze sociali su scala globale, sintetizzato nel World Inequality Report 1918 (di cui il manifesto si è già occupato venerdì scorso) mostra con chiarezza le dimensioni di quella vittoria e di quella sconfitta. Gli oltre 100 ricercatori sparsi nei cinque continenti (coordinati da un gruppo di cinque autorità scientifiche tra cui Thomas Piketty) che costituiscono il World Inequality Lab e ne alimentano il gigantesco database, ci dicono che nell’ultimo quarantennio l’economia-mondo è cresciuta – pur tra crisi e scossoni – anche a tassi elevati, ma la nuova ricchezza prodotta non si è ripartita equamente, anzi: è stata ampiamente monopolizzata dalla sempre più esigua minoranza che sta in alto.
Quel sistema economico globale che Gallino aveva definito «finanz-capitalismo», per segnalare la rottura con il capitalismo industriale novecentesco, ha funzionato come una gigantesca macchina che ha centralizzato e verticalizzato la ricchezza, premiando chi già più aveva, rendendo i ricchi sempre più ricchi. E riservando alla massa sterminata di chi sta sotto le briciole, secondo una logica che con gli statuti della modernità progressiva ha sempre meno a che fare, richiamando piuttosto scenari di tipo feudale, o l’esempio biblico del ricco epulone.
Le cifre sono impressionanti: nel 2016 il 10% più ricco (il primo «decile», in linguaggio tecnico) si è arricchito a un ritmo superiore al doppio rispetto al 50% più povero. Con percentuali diverse, certo, tra aree geo-economiche: in Medio Oriente si sono accaparrati il 61% del reddito disponibile, nell’Africa sub-sahariana il 55% (poi ci si chiede come mai di lì i poveri debbano fuggire), negli Stati uniti e in Canada il 47%, in Europa «solo» il 37%. Ma con un tratto di tendenza omogeneo. Non solo: nemmeno quel 10% che sta al top mostra una dinamica egualitaria, per così dire, perché l’1% che sta sul limite superiore di quel decile fa registrare incrementi della propria ricchezza incomparabili con l’altro 9%. E lo 0,1% che costituisce il livello superiore di quell’1% a sua volta guarda infinitamente dall’alto gli altri che svettano al di sotto.
Di contro, spicca nel Rapporto il destino della classe media globale (concentrata soprattutto tra Stati uniti ed Europa, e comprendente anche buona parte della ex classe operaia beneficiata dalle politiche keynesiane del Novecento «social-democratico»), la vera sacrificata di questo modello di economia. Sono le famiglie che stavano in fasce di reddito intermedie (diciamo tra i 35 e i 90.000 dollari annui) e che sono state letteralmente «schiacciate» (squeezed, dicono gli autori, che vuol dire anche «spremute», «strizzate»). Del fenomeno c’è anche una rappresentazione grafica, piuttosto impressionante: si chiama The elephant curve perché la linea del grafico disegna il profilo di un elefante, in crescita nella parte posteriore, quella relativa ai redditi più bassi che, soprattutto nei paesi emergenti si sono avvantaggiati un po’ con la globalizzazione nel trentennio a cavallo del passaggio di secolo avendo comunque posizioni di partenza molto basse (hanno intercettato le briciole, appunto), poi in brusca caduta nelle fasce di reddito centrali (le «classi medie»), fino appunto al nono decile, e infine – è appunto la proboscide – in esponenziale crescita, che si fa addirittura verticale in corrispondenza dell’ultima frazione di punto (il percentile corrispondente al 99,999%, cioè i più ricchi tra i ricchi).
Chi si interroga sulle ragioni del diffondersi dei cosiddetti «populismi» tra quelle stesse classi medie che a lungo erano state il fattore di stabilizzazione nelle democrazie occidentali, dovrebbe studiarsi con attenzione questo elementare disegno. Così come dovrebbe meditare a fondo sulle proiezioni offerte dal Rapporto in cui si dice che nel prossimo trentennio la ricchezza dell’1% più ricco (e soprattutto quella dello 0,1% e più ancora quella dello 0,01%) crescerebbe ulteriormente fino a raddoppiare in valore percentuale (sfiorerebbe il 40% della ricchezza globale) mentre quella della middle global class continuerebbe a diminuire lungo un piano inclinato che – testualmente – potrebbe portare a «various sorts of political, economic, and social catastrophes», a meno che non intervengano decisioni politiche in grado di invertire questa tendenza e cambiare questo modello.
Questa nuova, perversa forma di accumulazione che ha come involucro ideologico il dogma neo-liberista e come pratica il dominio del capitale finanziario si rivela così radicalmente tossica nei confronti non solo delle classi meno privilegiate, ma della possibilità stessa di una qualche forma di società sostenibile. Di societas nel senso etimologico del termine: insieme di individui e gruppi associati tra loro, capaci di gestire i propri legittimi conflitti in una forma non distruttiva e in un contesto condiviso.
La sua logica interna è la frantumazione sistematica, la creazione su scala allargata delle linee di frattura: di ciò che i politologi e i sociologi chiamano cleavages, dislivelli di potere, ricchezza, controllo delle risorse per superare i quali sono occorsi secoli di mediazione e di elaborazione politica e istituzionale.
La geografia sociale del nuovo mondo è spaventosamente segnata da queste sconnessioni frattali. Basta dare un’occhiata alla mappa delle “diseguaglianze territoriali” che il Commissariat général à l’égalité des territoires (Cget) ha presentato in questi giorni al governo francese. Rappresenta un quadro della Francia in cui tutti i dislivelli territoriali si sono accentuati nell’ultimo trenta-quarantennio: quello centro-periferia e in particolare città-campagna (sempre cruciale per i francesi), con le zone rurali che arretrano e i poli urbani che concentrano servizi e occasioni d’impiego. Ma anche quello all’interno dei poli urbani, in cui convivono “concentrazioni di ricchezza” e “sacche di povertà”. E quello geo-economico che vede l’area centrale del paese svuotarsi di imprese e di risorse e la fascia atlantica-occidentale riempirsi, secondo un moto centrifugo simile a quello che caratterizza il paesaggio sociale americano. La «lotta di classe dopo la lotta di classe» è anche questo: un caleidoscopio di conflitti multiformi e complessi, in attesa di una cultura politica capace di ricondurli a un asse antagonistico efficace.

mercoledì 23 settembre 2015

Perché l'Italia può e deve uscire dall’euro - Luciano Gallino

L’Italia ha due buoni motivi per uscire dall’euro, un tema di cui si parla ormai in tutta Europa (Germania compresa). Il primo è che, sovrapponendosi alle debolezze strutturali della nostra economia, l’euro si è rivelato una camicia di forza idonea solo a comprimere i salari, peggiorare le condizioni di lavoro, tagliare la spesa per la protezione sociale, soffocare la ricerca, gli investimenti e l’innovazione tecnologica e, alla fine, rendere impossibile qualsiasi politica progressista. 

Risultato: otto anni di recessione, che hanno provocato la perdita di quasi 300 miliardi di Pil al 2014 rispetto alle previsioni del 2007; 25% di produzione industriale in meno, un mercato del lavoro di cui è difficile dire quale sia l’aspetto peggiore fra tre milioni di disoccupati, tre-quattro di precari e due o tre di occupati in nero. Grazie ai quali l’Italia detiene il primato dell’economia sommersa tra i Paesi sviluppati, pari al 27% del Pil e circa 200 miliardi di redditi non dichiarati. I costi economici e sociali dell’euro superano i vantaggi.

Il secondo motivo per uscire dall’euro è l’eccessivo ammontare del debito pubblico, il che rende di fatto impossibile per l’Italia far fronte agli oneri previsti dal cosiddetto Fiscal compact e a una delle clausole fondamentali dell’Unione economica e monetaria. Il Fiscal compact prevede infatti che in vent’anni dal 2016 il rapporto debito/ Pil, che si aggira oggi sul 138%, dovrebbe scendere al 60, limite obbligatorio per far parte dell’eurozona. In tale periodo detto rapporto dovrebbe quindi scendere di 78 punti, cioè 3,9 l’anno. In termini assoluti si dovrebbe passare dal rapporto 2200/1580 miliardi di oggi a 948/1580 nel 2035 (da convertire nel rispettivo valore del ventesimo anno).

Vi sono solo due modi di raggiungere tale risultato, e infinite combinazioni intermedie che però non lo cambiano: o il Pil cresce di oltre il 5% l’anno per un ventennio, o il debito pubblico scende di oltre 3 punti percentuali l’anno. Tenuto conto che le ipotesi più ottimistiche di crescita del Pil per i prossimi anni si collocano tra l’1 e il 2% l’anno, e che il servizio del debito — 95 miliardi nel 2015 — continuerà a ingoiare decine di miliardi l’anno, ambedue le ipotesi non sono concepibili.

In altre parole è impossibile che l’Italia riesca a rispettare il Fiscal compact. L’Italia si ritrova così nella condizione degli Stati membri della Ue che attendono di entrare nell’eurozona perché debbono soddisfare alcune clausole previste dal trattato sull’Unione economica e monetaria. Come dire che l’Italia è tecnicamente già fuori dall’eurozona, poiché non è in condizione di soddisfare a una delle clausole chiave: un rapporto debito pubblico/Pil non superiore al 60%. Tale situazione dovrebbe essere invocata per recedere dall’eurozona.

Non sono necessari sfracelli per arrivare a tanto. Basta far ricorso all’articolo 50 del Trattatto sull’Unione europea, comprendente le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona il 1° gennaio 2009. Esso stabilisce che “ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione (paragrafo 1)”. Il paragrafo 2 precisa quali vie il procedimento di recesso deve seguire. Lo Stato che decide di recedere notifica l’intenzione al Consiglio europeo. L’Unione negozia e conclude un accordo sulle modalità del recesso. L’accordo è concluso dal Consiglio a nome dell’Unione.

Dalla lettura dell’art. 50 si possono trarre alcune considerazioni: a) la recessione avviene dopo un negoziato; b) il negoziato è condotto sotto l’autorità del Consiglio europeo, organo politico; c) è dato presumere che quando uno Stato notifica l’intenzione di recedere, determinate misure tecniche, tipo un blocco temporaneo all’esportazione di capitali dallo Stato recedente, siano già state predisposte in modo riservato.

Mentre l’art. 50 ha posto fine all’idea che la partecipazione all’Unione sia per sempre irrevocabile per vie legali, qualche dubbio sussiste sulla possibilità di recedere dalla Uem — la veste giuridica dell’euro — senza uscire dalla Ue, poiché l’articolo in questione menziona soltanto questa. Peraltro la letteratura giuridica ha ormai sciolto ogni dubbio: poiché il trattato sulla Uem è soltanto una parte della struttura giuridica della Ue — esistono Stati membri della Ue ma non dell’eurozona — è arduo negare il principio per cui uno Stato membro possa recedere dalla Uem ma non dalla Ue. Per cui il negoziato per l’uscita dall’euro dovrebbe aprirsi con la dichiarazione di voler restare nella Ue. I costi per la recessione dalla Ue sarebbero superiori ai costi di una sola uscita dall’eurozona. Uno Stato che uscisse oggi dall’Ue si troverebbe dinanzi ad altri 27 Stati, ciascuno dei quali potrebbe imporgli ogni sorta di restrizioni al commercio, oneri doganali, aumenti del prezzo di beni e servizi. L’impossibilità di accedere ai mercati Ue costringerebbe uno Stato ad affrontare costi di entità paurosa.

Resta da chiedersi dove stia il governo capace di condurre un negoziato per la recessione dell’Italia dall’eurozona in base all’art. 50 del Trattato sulla Ue. L’attuale, come quasi tutti i precedenti, è un esecutore dei dettati di Bruxelles, Francoforte, Berlino. Chiedergli di aprire un negoziato per uscire dall’euro non ha senso. Si può coltivare una speranza. Che si arrivi a nuove elezioni, dove ciò che significa recedere dall’euro in termini di ritorno della politica a temi quali la piena occupazione, la politica industriale, la difesa dello stato sociale, una società meno disuguale, sia al centro del programma elettorale di qualche emergente formazione politica. Prima di cedere alla disperazione, bisogna pur credere di poter fare qualcosa.

venerdì 3 gennaio 2014

Contro la mistica dell’austerità, intervista a Luciano Gallino

Pro­fes­sor Gal­lino, la crisi è finita?
Per nulla. La Cina è un caso a parte, men­tre la situa­zione degli Stati Uniti non è affatto quella che si dipinge. L’attuale pre­si­dente della Fed, Ben Ber­nanke, ha detto che ormai il tasso di disoc­cu­pa­zione è un para­me­tro poco rap­pre­sen­ta­tivo. Infatti la disoc­cu­pa­zione effet­tiva, che com­prende sia gli «sco­rag­giati» o i part-time che vor­reb­bero lavo­rare a tempo pieno, è molto più ele­vata di quanto sem­bri. Gli Stati Uniti hanno potuto per­met­tersi di pom­pare migliaia di miliardi di dol­lari nell’economia, ma i risul­tati sono stati abba­stanza mode­sti. Il piano di ridu­zione degli sti­moli mone­tari (tape­ringndr.) è risul­tato meno effi­cace sull’occupazione di quanto si creda. A set­tem­bre c’è stato un calo dal 7,3% al 7,2%, ma c’è stato anche un calo dei posti di lavoro rispetto a quelli pre­vi­sti (148 mila con­tro 188 mila). Sul mer­cato del lavoro sono entrate quindi meno per­sone di quelle sti­mate. Que­sto signi­fica che il tasso di disoc­cu­pa­zione è più alto. Oltre 100 milioni di per­sone vivono in con­di­zioni di povertà, per pro­teg­gerle non basta nem­meno il sala­rio minimo che Obama intende aumen­tare a 10 dol­lari all’ora. Il sala­rio è fermo ai livelli del 1978, il che vuol dire meno red­dito per le fami­glie che hanno dovuto met­tere al lavoro tutti, nonni e figli compresi.
L’ex segre­ta­rio Usa al Tesoro Law­rence Sum­mers parla di «sta­gna­zione seco­lare». Tutto fa pen­sare che riguardi anche l’Eurozona.
Per un vec­chio neo­li­be­rale come Sum­mers è strano sen­tirlo rispol­ve­rare un con­cetto che ha più di 70 anni. Lui dice che senza sti­moli forti dall’esterno, una fru­strata, il sistema capi­ta­li­stico è ten­den­zial­mente pro­penso alla sta­gna­zione alla quale oggi con­tri­bui­scono molti fat­tori, dalla glo­ba­liz­za­zione alla crea­zione di nuove tec­no­lo­gie e alle delo­ca­liz­za­zioni. Ciò ha por­tato al para­dosso per cui gli Usa con­tri­bui­scono alla cre­scita della Cina ma non alla pro­pria. La sta­gna­zione carat­te­rizza anche l’Europa e allarga le dise­gua­glianze in tutti i suoi paesi. Non si dice mai che in Ger­ma­nia esi­ste una parte della popo­la­zione che ha inflitto costi umani e sociali ele­vati alla mag­gio­ranza e ne prende grandi van­taggi. In que­sto mec­ca­ni­smo ha influito nega­ti­va­mente sui bilanci degli altri paesi il suo eccesso di espor­ta­zioni. Siamo nel pieno di una sta­gna­zione che durerà molti anni per­chè non si vede bene cosa fare per uscirne.
Ritiene che l’uscita dalla crisi possa avve­nire con il rilan­cio della pro­du­zione e dei con­sumi di massa iden­tici a quelli del «tren­ten­nio glo­rioso», tra il 1945 e 1973?
Lo pen­sano i gover­nanti e alcuni eco­no­mi­sti che hanno sem­pre in mente il modello che ha pro­vo­cato la crisi: pro­durre di più tagliando il costo del lavoro, i salari, aumen­tando la pre­ca­rietà. Non credo a que­sta pro­spet­tiva. E se mai que­sto avve­nisse sarebbe un vero disa­stro, per­chè la crisi non è solo finan­zia­ria o pro­dut­tiva, è anche evi­den­te­mente una crisi eco­lo­gica che pro­duce la deser­ti­fi­ca­zione del pia­neta, distrugge risorse che hanno impie­gato migliaia di anni per accu­mu­larsi. Rischiamo inol­tre di essere sep­pel­liti dai rifiuti, uno dei pro­blemi pro­vo­cati dall’esplosione nel 2007 del modello pro­dut­tivo, come dimo­stra la Cam­pa­nia, che è un caso esem­plare di quanto sta accadendo...

mercoledì 30 gennaio 2013

dice Luciano Gallino


L’occupazione sarà ancora in calo fino al 2014: si parla di un tasso del 12% di disoccupazione, che penalizzerà soprattutto i giovani. Che fare? 
I giovani sono stretti in una tenaglia a causa della quale, da una parte, non si crea nuova occupazione e, dall’altra, s’innalza l’età pensionabile. Non c’è altro da fare che spendere per creare occupazione, bisogna che lo Stato spenda direttamente. La lezione viene dal New Deal, non ci sono altri mezzi efficaci. 

Che significa tutto ciò in termini di prospettiva?
Quando si ragiona su questo si parte da un presupposto errato: i media e la politica tendono a rovesciare la piramide, quando affermano che occorre in primo luogo la crescita per produrre l’occupazione e il lavoro. E’ vero invece il contrario: sono proprio l’occupazione e il lavoro a produrre la crescita, in quanto i salari si trasformano in consumo e i consumi generano altro lavoro; la domanda fa venire voglia agli imprenditori di investire; chi ha stipendi regolari, con il pagamento delle tasse, accresce le entrate dello Stato e così via. Pensare che prima venga la crescita e dopo l’occupazione è come pensare di correre un gran premio guidando a marcia indietro. Così avviene in Italia…

...“Cambiare si può”, di cui lei era tra i 70 promotori iniziali, resta in campo non come formazione politica, ma come movimento della società civile. Che programmi avete? 
Spero che il movimento, dopo le elezioni, continui a vivere e a fare proposte. L’idea di mettere insieme una lista consistente in così poco tempo era bella, ma molto ambiziosa. Ho partecipato anche a due o tre assemblee, piene di intelligenza, vitalità e buone proposte. Poi nel percorso pratico della formazione delle liste, molte cose non sono andate come dovevano. Ora aspettiamo i risultati elettorali. 


Lei chi appoggerà? 
Voterò per Sel. Bisogna augurarsi una vittoria del Pd e di Sel, tale che non abbiano bisogno di alleati. Ritengo infatti preoccupante la ventilata alleanza con Monti. Ci sono molte cose importanti da fare: ripensare la politica dell’occupazione in modo che lo Stato possa intervenire; rivedere il fiscal compact, il patto fiscale europeo che ha rilanciato il rigore; insistere affinché la Bce operi in modo differente, il che richiederebbe ritocchi anche a un paio di articoli del Trattato di Maastricht… Tutte cose lontane dalla cultura del Pd. Ma davvero impossibili se c’è Monti di mezzo.

venerdì 4 gennaio 2013

Cambiare si deve ma ancora non si può


Cambiare si può” è una proposta nata entro un progetto di rifondazione della politica sulle basi della democrazia partecipativa come unica possibilità per rispondere alla crisi del nostro tempo. Crisi che non è solo quella scatenata dalla finanza internazionale (arma letale di una lotta di classe delle classi egemoni nei confronti delle classi lavoratrici), ma anche, e nel medesimo movimento, crisi radicale della politica e delle forme della rappresentanza: – da cui derivano la sfiducia generalizzata, l’astensionismo altissimo, il consenso a Grillo, o anche il voto “a naso turato” a un centrosinistra prono ai diktat della finanza internazionale.
1. Quel che vogliamo.
Quando abbiamo promosso l’appello, intendevamo offrire a milioni di cittadini e cittadine un’alternativa, anche (ma non solo) in campo elettorale, fondata su due punti indissolubilmente legati fra loro. Da una parte, un programma forte e irrinunciabile che investisse i problemi centrali delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, dei disoccupati/e e dei precari/e, della scuola, dell’università, della ricerca, della sanità, del welfare, della cultura, dell’ambiente, della guerra e della pace. Dall’altra parte, un rinnovamento radicale nel metodo di selezione delle candidature, con persone (uomini e donne in misura uguale anche nelle teste di lista) che, fuori da prassi leaderistiche e verticistiche, rappresentassero fisicamente – con la loro faccia, le loro storie, il loro impegno nei movimenti, nelle associazioni e nei comitati di base – una vera alternativa alla “casta”. Essi dovevano essere espressione di un insieme di pratiche reticolari, dal basso: dei bisogni dei territori, delle istanze, delle lotte, dei processi reali. Solo così, crediamo, si può parlare a quei milioni di lavoratori e lavoratrici, giovani, precari, disgustati dalla politica, che soffrono della abissale crisi di rappresentanza. Solo così si può dare il segno di un processo nuovo all’altezza della devastazione della democrazia prodotta dal neoliberismo, capace di allargare lo spazio pubblico e riportare nella sfera politica l’intera vita di donne e uomini, di ragazze e ragazzi.
2- Quel che è stato.
Il percorso di formazione della lista Ingroia è stato totalmente diverso: ripropone forme e modalità politiche vecchie, con i candidati più visibili per lo più maschi e calati dall’alto sulla base di accordi di vertice tra le segreterie di quattro partiti, alcuni dei quali in netto contrasto con le istanze programmatiche di Cambiare si può, tanto che fino al giorno prima hanno provato a far parte della coalizione del centrosinistra. È poi, come si può avere come capolista un politico che da ministro ha sostenuto e promosso il programma delle Grandi Opere, compreso il Tav e ha difeso l’operato delle forze dell’ordine che hanno compiuto i massacri del G8 di Genova, ostacolando in ogni modo la ricerca della verità anche in Parlamento? E altro ancora. Questa lista non può essere “la nostra lista”. Essa non rappresenta quella prospettiva di reale discontinuità sia nei contenuti che nelle forme radicalmente democratiche che noi auspicavamo. Lo diciamo senza ostilità, e naturalmente rispettando la volontà dell’oltre 60% degli aderenti di continuare la trattativa con la lista Ingroia. Alcuni di noi, pur riconoscendo che quella lista non riflette il nostro progetto, la voteranno, e auspicano che si possano introdurre tra i candidati persone davvero espressione di una cittadinanza attiva. Altri faranno scelte elettorali diverse.
3. Quel che c’è da fare.
Crediamo che il percorso delineato da Cambiare si può comunque debba continuare al di là delle elezioni, certi che esista la necessità di un radicale rinnovamento. A questa necessità – indipendentemente dalle posizioni sulla lista Ingroia – vogliamo rispondere promuovendo una rete dove meticciare le identità, con forme di partecipazione rese accessibili a tutte e a tutti, vera cessione di potere, spazio di democrazia di prossimità, luogo di costruzione di comunità accoglienti, sobrie, solidali. Forse uno spazio così, un luogo così complicato e attraente, aveva poche possibilità, in generale, di formarsi in un clima elettorale, e in questo clima elettorale in particolare. Forse abbiamo preteso troppo da noi stessi e dagli altri. E’ indubbio che ne usciamo, almeno nell’immediato, con un esito negativo. Ma crediamo che questo percorso, con tutta la sua carica positiva di impegno, partecipazione e confronto, vada proseguito. Perciò già da subito continueremo ad adoperarci, insieme a tutte e tutti i firmatari dell’appello e ai partecipanti alle assemblee con entusiasmo, a dar vita ad un progetto politico e sociale radicalmente nuovo.
Andrea Bagni – Lorenzo Bicchi – Emilio Chiaberto – Ylenia Da Valle – Gianna De Masi – Donatella Della Porta – Flavia Fortunati – Dario Fracchia – Luciano Gallino – Sergio Labate – Rino Marceca – Teresa Masciopinto – Ugo Mattei – Andrea Morniroli – Clizia Nicolella- Rosangela Paparella – Riccardo Petrella – Nicoletta Pirotta – Leana Quilici – Marco Rovelli – Giuseppe Sergi – Giacomo Sferlazzo – Paolo Sollier – Guido Viale – Laura Vigni – Attilio Wanderlingh.

mercoledì 25 luglio 2012

Creare direttamente un milione di posti di lavoro - Luciano Gallino


La proposta:
  1. Istituire un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano (works = opere pubbliche). L’Agenzia stabilisce i criteri di assunzione, il numero delle persone da assumere, il livello della retribuzione, i settori cui assegnarle. Le assunzioni vengono però effettuate e gestite unicamente su scala locale, da comuni, regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, ecc.
  2. Per cominciare si dovrebbe puntare ad assumere rapidamente almeno un milione di persone. Poiché tale numero è inferiore a quello dei disoccupati e dei precari, occorre stabilire inizialmente dei requisiti in cui i candidati dovrebbero rientrare. Un requisito ovvio potrebbe essere l’età: p. e. 16-30 anni, oltre ovviamente alla condizione di disoccupato o precario.
  3. L’Agenzia offre un lavoro a chiunque, in possesso dei requisiti richiamati sopra, lo richieda e sia in grado di lavorare.
  4. Le persone assunte dall'Agenzia dovrebbero venire impiegate unicamente in progetti di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. (Le grandi opere non presentano né l’una né l’altra caratteristica). Progetti del genere potrebbero essere: la messa in sicurezza di edifici scolastici (oggi il 50% non lo sono); il risanamento idrogeologico di aree particolarmente dissestate; la ristrutturazione degli ospedali (nel 70% dei casi la loro struttura non è adeguata per i modelli di cura e di intervento oggi prevalenti). Per attuare progetti del genere sarebbero richieste ogni sorta di figure professionali.
  5. Finanziamento. Nell’ipotesi che ogni nuovo occupato costi 25.000 euro, per crearne un milione occorrono 25 miliardi l’anno (la maggior parte dei quali rientrebbero immediatamente nel circuito dell’economia). Si può pensare a una molteplicità di fonti: fondi europei; cassa depositi e prestiti; una patrimoniale di scopo dell’1% sui patrimoni finanziari superiori a 200.000 euro (la applica la Svizzera da almeno mezzo secolo); obbligazioni mirate. Andrebbero altresì considerate altre fonti. Ad esempio, si potrebbe offrire a cassaintegrati di lunga durata la possibilità di scegliere liberamente se lavorare a 1000-1200 euro al mese piuttosto che stare a casa a 750, a condizione che sia conservato il posto di lavoro (è possibile, con l’istituto del distacco). Qualcosa del genere andrebbe considerato per chi riceve un sussidio di disoccupazione. In questi casi l’onere per il bilancio pubblico (includendo in questo l’Inps) scenderebbe di due terzi. Infine va tenuto conto che molte imprese sarebbero interessate a utilizzare lavoratori pagando, per dire, soltanto un terzo del loro costo totale.