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domenica 4 luglio 2021

Covid, Dad e salute mentale - Emilio Mordini

 


𝗧𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗳𝗿𝗮𝘀𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗲𝗽𝗶𝗱𝗲𝗺𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗖𝗢𝗩𝗜𝗗 𝗵𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗼 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶, una merita sicuramente un posto speciale: “Didattica a Distanza”, la DAD. Con il termine DAD si indica l’insegnamento (di ogni ordine e grado) condotto a distanza, utilizzando le nuove tecnologie digitali. Le opinioni di docenti e discenti sulla DAD sono varie e spesso discordi: c’è chi la ritiene sempre dannosa o, comunque, molto meno efficace della didattica basata sulla presenza fisica; c’è, invece, chi sostiene sia utile e possa costituire, soprattutto nelle scuole secondarie e università, una valida alternativa all’insegnamento tradizionale, tanto da prospettare un futuro in cui la DAD sarà la norma e la presenza fisica l’eccezione. 𝗜𝗼 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗳𝗶𝘀𝗶𝗰𝗮 𝘀𝗶𝗮 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗻𝘇𝗶𝗮𝗹𝗲 da un punto di vista educativo, proprio perché gli esseri umani usano contemporaneamente molteplici linguaggi, veicolati e catturati da diverse modalità sensoriali. La comunicazione digitale privilegia le comunicazioni acustiche e visive ed esclude tutte le altre. Tuttavia, gli altri linguaggi (spesso definiti “corporei”) sono altrettanto importanti e contribuiscono, in modo cruciale, anche se subliminale, a fissare nella mente del discente concetti, informazioni, modi di pensare, prospettive e a informare il docente del grado di ricezione del messaggio educativo. L’insegnamento non è, se non in minima parte, trasmissione di informazioni (che, tra l’altro, oggi possono essere rintracciate online con estrema facilità) ma è comunicazione di stili, di modi di apprendere, di pensare.

Naturalmente è impossibile escludere che in un futuro tecnologie di realtà aumentata possano mimare tutte le modalità sensoriali e riprodurre l’esperienza immersiva della comunicazione in presenza: a quel punto le persone vivranno in un perenne stato onirico, incapaci di distinguere tra sogno e realtà. Oggi, però, siamo ancora lontani da una simile condizione.

 

𝗡𝗼𝗻 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼, 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮𝘃𝗶𝗮, 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗗𝗔𝗗, quanto dei suoi effetti psicologici e sulla salute mentale di docenti e discenti. Per fare ciò, è essenziale distinguere due diverse situazioni: la 𝗱𝗶𝗱𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗻𝗼𝗻𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 e la 𝗱𝗶𝗱𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮. La “didattica nonostante la distanza” è la situazione in cui, per impedimenti di forza maggiore, non è possibile una didattica in presenza e quindi si ricorre a un insegnamento a distanza. È una condizione in cui si cerca di far buon viso a cattivo gioco, in cui ci si barcamena dinanzi a una impossibilità che va oltre la volontà di insegnanti ed alunni. La “didattica nonostante la distanza” non è certo una condizione ottimale: da un punto di vista educativo presenta numerosi problemi, ma non è di per sé pericolosa per la salute mentale dei protagonisti. Qualcosa di diverso accade, invece, con la didattica della distanza. Chiamo “didattica della distanza” quell’insegnamento che fa della distanza fisica il suo elemento essenziale, che lo ricerca come soluzione alternativa all’insegnamento in presenza, proponendosi come “nuova didattica”, come didattica dell’era digitale. La distanza non è subita, ma diventa il nucleo stesso dell’insegnamento: prima ancora che insegnare ciò che esplicitamente si prefigge, questa didattica insegna che gli esseri umani non hanno bisogno della presenza fisica dell’altro. Così intesa, la DAD non è solo educativamente dannosa, ma, a mio modo di vedere, anche pericolosa per la salute mentale di chi la usa. 𝗟𝗲 𝗽𝗶𝗮𝘁𝘁𝗮𝗳𝗼𝗿𝗺𝗲 𝗮𝘂𝗱𝗶𝗼𝘃𝗶𝘀𝗶𝘃𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗼𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗻𝗱𝘂𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘂𝘁𝗶𝗹𝗶. Il loro uso per obiettivi precisi e limitati nel tempo non è certamente dannoso. Quando però sono utilizzate in modo continuativo, per comunicazioni che possono avere una qualche intensità emotiva, diventano psichicamente rischiose. Si tratta di un fenomeno che si può osservare in una varietà di condizioni: dalle chat erotiche sino alle videoconferenze di lavoro, ai social e alla DAD. Per quanto diverse tra loro, tutte queste situazioni si basano su interazioni che possono essere emotivamente significative: più lo sono, più aumentano i rischi di danni psicologici.

La comunicazione online non è dannosa sinché si mantiene “fredda”, evento che si verifica però raramente perché il mezzo è di per sé (utilizzando la vecchia classificazione di Marshall McLuhan) un mezzo “caldo”: lo dimostra, senza necessità di lunghe analisi, la capacità di coinvolgimento – sino a creare vere e proprie forme di dipendenza – che hanno i social. 𝗦𝗲 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗼𝗻𝗹𝗶𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗶𝗻𝘃𝗼𝗹𝗴𝗲 𝗲 𝗰𝗮𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮, dall’altro, però, sconta una mancanza fondamentale, il corpo. Non che il corpo sia veramente assente nelle interazioni digitali: al contrario esso è in continuazione evocato, si pensi solo all’uso sessuale di internet, ma è un corpo “disincarnato”. Al centro di questo paradosso – un corpo disincarnato – c’è la questione del “tatto”, il più bizzarro tra i nostri sensi. Il tatto è alla base di tutte le altre modalità sensoriali, sia da un punto di vista fisiologico (i recettori relativi ad ogni altro senso sono recettori tattili specializzati), sia da un punto di vista concettuale (noi percepiamo solo ciò con cui siamo in contatto, siano vibrazioni dell’aria, onde elettromagnetiche, molecole in soluzione o pressioni esercitate sulla pelle). Il tatto coincide con il nostro corpo: mentre si percepiscono le sensazioni tattili, inevitabilmente si avverte la propria fisicità e si colloca sé stessi in relazione con l’ambiente circostante. Si potrebbe persino dire che non esiste altro senso che il tatto. Contemporaneamente, però, si tende a dividere i sensi in due grandi categorie: il tatto e i sensi ad esso più strettamente correlati (gusto ed olfatto), considerati “inferiori”, e due sensi “superiori”, udito e vista. Anche se i due sensi “superiori” sono a rigore forme di tatto, tutti noi percepiamo le sensazioni visive e acustiche come esperienze a sé stanti, quasi prive di una dimensione corporea. Anche per questo motivo il rapporto di questi due sensi con la realtà appare più labile, più soggetto a inganni. Qualcosa che “tocchiamo con mano” esiste sicuramente, mentre qualcosa che abbiamo “visto con i nostri occhi” oppure “udito con le nostre orecchie” può ancora essere un’illusione, un fraintendimento, un’apparizione. Quando il Cristo risorto appare ai discepoli, questi reagiscono increduli e con spavento. Per rassicurali, il Risorto invita a toccarlo, a verificare con mano che il suo corpo esiste ed è fatto di carne, non è un fantasma. 𝗨𝗻𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼, 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗼𝗰𝗲 𝗱𝗶𝘀𝗶𝗻𝗰𝗮𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗼𝗿𝘁𝗲 o, più precisamente, delle anime dei defunti. In tutte le tradizioni religiose, nei miti, nelle leggende, nelle favole e nella nostra immaginazione, i morti ritornano sotto forma di voci o figure disincarnate, ombre visibili e udibili ma non toccabili. Questa situazione è descritta in modo insuperabile nel canto decimo dell’Odissea, nel racconto del viaggio di Odisseo nell’oltretomba. Qui l’eroe greco incontra le anime dei trapassati, compresa la madre Anticlea, morta per il dolore di aver creduto il figlio morto: quando Odisseo cerca di abbracciare la donna, per ben tre volte afferra solo l’aria. I morti, commenta il poeta, sono come il fumo, privi di carne e di sostanza. 𝗟𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗽𝘂𝗼̀ 𝗮𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗱𝗲𝗳𝘂𝗻𝘁𝗶 𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝗶 non è così diversa da quella che si ha degli interlocutori nella comunicazione digitale. In entrambi i casi è possibile interagire ma è interdetto il contatto. Come con i fantasmi, se si cerca di afferrare un’immagine digitale, la nostra mano incontra solo aria. Accade quindi qualcosa che tutti noi conosciamo perché appartiene al mondo onirico: le persone care, ora scomparse, viste e udite nel sogno, evaporano al risveglio, lasciandoci solo nostalgia e una sensazione di mancanza. In modo non dissimile – terminata la lezione, la chat, la video conversazione – le persone svaniscono nel nulla, come spettri al levare del sole. Una condizione in cui le relazioni più importanti (come quelle che dovrebbero caratterizzare una vera situazione di insegnamento) si svolgono a distanza, per il tramite di un’effimera e inconsistente presenza digitale, è quindi inevitabilmente destinata ad evocare assenza, vuoto e morte.

𝗡𝗼𝗻 𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗮, 𝗱𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲, 𝘀𝘁𝘂𝗽𝗶𝗿𝘀𝗶 𝘀𝗲 𝗹𝗮 𝗗𝗔𝗗 – quando vi si ricorre non come ultima ratio ma come innovativa forma di insegnamento – rischi di scatenare profonde depressioni in coloro che sono inclini a questa patologia e in tutti, docenti e discenti, possa causare reazioni depressive più lievi ma, non per questo, meno preoccupanti.

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lunedì 17 maggio 2021

Gli esperti del Covid - Emilio Mordini


L’epidemia di Covid è coincisa con una pandemia di esperti, ce ne sono di tutti i tipi e per tutti i gusti: chi spiega se vaccinarci o no e quale vaccino faccia bene e quale male; chi dice che in India è un ecatombe e chi dichiara che invece manco se ne sono accorti; chi pensa che i bambini siano untori, chi li ritiene frugoletti innocenti. Gli esperti impazzano su giornali e in televisione, sproloquiando a più non posso, ignorando ciò che i Greci conoscevano: il dubbio.

I dizionari spiegano che l’esperto è una persona saggia per esperienza. La parola viene dal latino expertus, participio passato del verbo experiri, che significa “provare in modi diversi”, per vincere una sfida. Gli antichi greci usavano una parola simile, empeiros, che derivava dal verbo peirao. È probabile che sia i termini latini che quelli greci provengano da una più antica radice indoeuropea * pe (i) r, che esprimeva l’idea di “oltre”. In latino, questa radice ha dato origine anche a periculus (pericolo), pereo (morire, cioè passare oltre la vita), partus (partorire, parto), porta (che porta oltre, cioè cancello, porta), peritus (abile, che passa oltre una difficoltà), pirata (qualcuno che oltrepassa il baluardo di una nave, cioè un pirata). In greco antico, la radice * pe(i)r generava il verbo peirao (tentare di andare oltre un problema, e quindi, semplicemente “tentare”), e il verbo peiro (perforare, sputare). A sua volta, peiro ha generato i sostantivi peran (attraverso) e peras (fine, estremità), che, aggiungendo il prefisso privativo “a”, sono diventati a-poria (senza passaggio, cioè, incertezza) e a-peiron (senza un oltre, cioè infinito). L’idea di esperienza ha quindi a che fare con lo spettro dei significati legati all’idea di “oltre”. In altre parole, l’esperto è qualcuno che si occupa di un “oltre” (non di “altrove”, di cui si occupano invece i mistici).

Esistono due tipi di “oltre”. Ci sono grandi “Oltre”, scritti in lettere maiuscole, come il Futuro, l’Umanità, la Giustizia, la Legge, l’Amore: a me lasciano sempre un po’ a disagio. Poi, ci sono gli “oltre” delle piccole cose, che io amo molto: “oltre i miei problemi”, “oltre il nostro piacere”, “oltre quell’incomprensione”, “oltre il tuo rimprovero”, “oltre una mia paura o una mia pigrizia” e così via. Grandi e piccoli “oltre” sono per noi più essenziali dell’aria che respiriamo, perché permettono di superare lo stato di cose presente. Creano orizzonti – piccoli o grandi orizzonti – ma sempre orizzonti. Ogni orizzonte è infatti il ​​punto di congiunzione tra un “al di qua” e un “al di là”, che altrimenti non comunicherebbero. Come Giano, l’antico dio romano, l’orizzonte guarda sempre sia avanti sia indietro. Quando guarda indietro, ti dice dove sei e, usando l’orizzonte come riferimento, ti permette di localizzarti. Quando guarda avanti, l’orizzonte ti permette di immaginare – sognare e a volte temere – l’ignoto. Se l’orizzonte fosse chiuso, saremmo murati vivi nella nostra tomba. Se l’orizzonte fosse incondizionatamente aperto, ci sarebbe solo un infinito “qui e ora” in cui ci disperderemmo. Gli esseri umani non possono sopportare né la chiusura né apertura incondizionate. L’orizzonte è in definitiva la loro unica possibilità. Infatti, quando l’orizzonte “esce fuori dai cardini”, quando “al di qua” e un “al di là” si disarticolano, il nonsenso irrompe nella vita.

L’esperto dovrebbe essere quindi il “guardiano dell’oltre”, colui che cerca di tenere le cose in ordine, impedendo che (grandi e piccole) assurdità si impadroniscano delle nostre esistenze. Con la sua stessa esistenza, l’esperto testimonia che – al di là dei problemi, delle domande, delle incertezze – ci sono risposte e soluzioni. Non importa quanto il problema sia complesso: “when in trouble, call an expert” è stato per decenni il mantra della dell’ottimismo americano, dal presidente Roosevelt sino a Mister Wolfe di Pulp Fiction.

L’economia digitale rimuove l’intermediario dal rapporto acquirente-venditore e gli esperti sono una categoria peculiare di intermediari. Di conseguenza, l’era digitale stava liberando il mondo dagli esperti. Chi ha ancora bisogno di un esperto quando la maggior parte dei servizi e (quasi) tutte le informazioni rilevanti possono essere facilmente trovate online? Si potrebbe sostenere che non è possibile trovare “esperienza” online, quindi l’esperienza sarebbe il vero vantaggio offerto dagli esperti. Non è vero: in realtà, i “mercati online verticali” sono proprio mercati che offrono expertise e sono una delle evoluzioni più interessanti del web. Come dobbiamo quindi intendere l’attuale “pandemia di esperti”?

Credo che la si possa spiegare in due modi almeno.

Il primo è banale, ma pur sempre vero: un evento imprevedibile e misterioso (almeno per i più) come un’epidemia ha bisogno di qualcuno che fornisca alle persone un orizzonte, cioè che sappia dire alle persone dove sono e cosa vi sia al di là; l’esperto, l’ho detto, dovrebbe proprio essere costui. Tuttavia, è vero anche ciò che ho detto poco dopo, che il mondo digitale ha reso pleonastico questo tipo di esperto: le stesse informazioni che ci forniscono tutte le sere Antonella Viola o Matteo Bassetti si possono facilmente trovare su Wikipedia o sulle pagine – ben fatte – dell’Istituto Superiore di Sanità italiano, senza dover per forza ascoltare i programmi di Barbara Palombelli o Giovanni Floris.

C’è, però, una seconda spiegazione da considerare: gli esperti televisivi che ci affliggono (non solo in Italia ma in tutto il mondo) non sono esperti nel vero senso del termine, sono, in realtà aruspici. Gli aruspici erano nell’antica Roma, sacerdoti di origine etrusca che divinavano il futuro leggendo le viscere, il fegato in particolare, degli animali sacrificati. L’arte aruspicina si basava su una complessa distinzione dello spazio in zone familiaris (il regno dei vivi) e hostilis (il regno dei morti) e sul concetto di identità tra macro e microcosmo. In qualche modo, quindi, gli aruspici erano “costruttori di orizzonti” – proprio come gli esperti di cui ho parlato – ma costruivano grandi orizzonti cosmici e disprezzavano i piccoli eventi di ogni giorno. Erano un po’ come quei nostri virologi e clinici che ci sanno spiegare per filo e per segno gli influssi dei cambiamenti climatici sulla nascita di nuovi virus, ma che – quando chiedi loro se bisogna prendere l’aspirina ai primi sintomi di Covid – cambiano discorso. Li ascoltiamo con piacere un po’ per il gusto maligno di vederli sempre in disaccordo, punzecchiarsi, e un po’ perché ci regalano narrazioni, fiabe della buonanotte, a volte consolatorie a volte paurose, ma che sempre ci consolano dall’assurdo dandoci un senso.

Del resto, chi non ha mai notato quanto Massimo Galli assomigli a un vecchio nonno e Ilaria Capua a Nonna Papera?

da qui

venerdì 19 marzo 2021

Amore, contagio e conoscenza - Emilio Mordini

Una recente sentenza di un tribunale distrettuale di Weimar ha stabilito l’incostituzionalità dei provvedimenti presi dal governo tedesco in tema di distanziamento sociale: un divieto generalizzato, quale quello contenuto nelle disposizioni anti-pandemiche, non rispetterebbe il diritto fondamentale dei cittadini al contatto fisico reciproco. Questa sentenza mi ha incuriosito perché menziona un tema che, come psicoanalista, mi riguarda da vicino: il diritto al contatto fisico.

Non saprei dire se il contatto fisico sia un diritto, so che è una necessità fondamentale. Neonati con seri disturbi congeniti della sensibilità tattile sopravvivono molto raramente e a prezzo di deficit gravissimi, tanto che le attese di vita di infanti privi di vista o udito o di entrambi sono di gran lunga migliori delle loro (1). A partire dagli studi di René Spitz (2) si sa che il cucciolo umano muore se non è manipolato per lunghi periodi. Le stesse condizioni negli adulti conducono a gravi situazioni psichiatriche (3). Quando i contatti fisici sono soltanto limitati, le persone tendono a sviluppare un quadro clinico detto di “inedia o fame tattile” (touch starvation o hunger) – in parte osservato anche durante l’epidemia di Ebola come conseguenza dell’isolamento fisico dei malati – che include l’arresto dello sviluppo psicofisico durante l’infanzia e un significativo aumento dell’aggressività negli adulti (4).

Al centro del concetto di “contatto fisico” c’è quello di tatto. Il tatto è il più strano dei sensi, infatti si può guardare senza essere visti, ascoltare senza essere uditi, e così via, ma non si può toccare senza essere toccati da ciò che si tocca e senza toccare noi stessi: “il tatto, che sembra inferiore agli altri sensi, è, allora, in qualche modo il primo, perché è in esso che si genera qualcosa come un soggetto, che nella vista e negli altri sensi è in qualche modo astrattamente presupposto. Noi abbiamo per la prima volta un’esperienza di noi stessi quando, toccando un altro corpo, tocchiamo insieme la nostra carne” (5). Jean-Luc Nancy, filosofo, amico e discepolo di Derrida, ha sostenuto che il tatto coincide con il corpo, anzi con la “carne”: tutto ciò che è incarnato tocca e può essere toccato. Il mistero del tatto è grande, secondo Nancy, perché coincide con quello dell’incarnazione di Dio (6). Seguendo la stessa linea di pensiero, Marie-Laure Veyron, docente dell’università di Montpellier, ha sostenuto che i Vangeli possono essere letti proprio anche come un’opera sulla ”carne”, il corpo e i contatti tra corpi (7). Non c’è dubbio che vi sia una qualche verità in queste affermazioni, non foss’altro perché la visione del mondo cristiana si scontra con il rigorismo morale della legge mosaica che dettava rigide regole di purità rispetto al corpo (si pensi soltanto a Gesù che toccava i lebbrosi, individui in una condizione estrema di impurità). Così, in questi tempi cupi e calamitosi in cui sembra che il distanziamento sociale potrebbe non essere una misura momentanea, ma invece assurgere a nuova normalità, vorrei riflettere con voi su tre famosi episodi evangelici di trasgressione delle norme sul contatto fisico…

 

Prima della Dad e del distanziamento fisico

Amore, contagio e conoscenza sono tre forme – forse le più importanti – che possono assumere i contatti fisici tra le persone: il distanziamento sociale le rende tutte e tre più difficoltose e in parte le impedisce, ne vale la pena per evitare la sofferenza della malattia (ammesso che il distanziamento vi riesca)? Alcuni diranno di sì, altri di no, io chiedo solo a tutti di non essere ipocriti, di non negare ciò che ciascuno sa: il Covid non giunge a ciel sereno; indipendentemente dalla pandemia, i contatti fisici nelle nostre società stavano già diventando sempre più complicati o fasulli. A volte ho persino il sospetto che il Covid sia soltanto giunto a realizzare una “politique générale d’extermination des êtres capables d’amour” (11) che era in incubazione da tempo.

Prima che ci fosse la Dad, gli adolescenti trascorrevano già più ore sui social che in presenza dei loro coetanei; gli anziani morivano nelle Rsa soli, senza una carezza, ben avanti che il virus ne facesse strage. La nostra è una società da tempo caratterizzata dall’ossessione per tutte le forme, anche larvate, di intrusione sessuale, persino di seduzione; dal falso rispetto per l’intimità, trasformata contemporaneamente in pornografia ed esibizionismo digitali; dallo sfaldarsi dei legami familiari; dall’espulsione dalla vita sociale di moribondi, gravi disabili, anziani fragili.

Il distanziamento sociale era in corso ben prima dell’epidemia di Covid ma era mascherato dall’apparenza di una vita densa di “fisicità”, comprata a buon mercato sugli scaffali di un supermercato o su Amazon: massaggi, cure estetiche, ginnastiche dolci, sport di squadra, discoteche affollate all’inverosimile e spesso (con buona pace della psicoanalisi) anche rapporti sessuali usati come scusa per ricevere o dare un abbraccio e un po’ d’amore. La pandemia e il distanziamento sociale, arrestando bruscamente gran parte di queste attività, hanno forse soltanto svelato che l’imperatore era nudo.

Qualche tempo fa, Guido Silvestri ha scritto un bel libro intitolato Il virus buono (12), che a prima vista sembra un libro di divulgazione scientifica, gradevole e ben fatto; in realtà è un affascinate trattato sui “confini”. La chiave per capire il libro sta nelle prime pagine, quando Silvestri scrive “A me piace definirla [l’immunologia] come la scienza che studia le frontiere del corpo umano” (p.15). La frontiera è una linea di confine: Silvestri sa bene – e lo dice nelle pagine successive – che la nozione di confine è un concetto bifronte. Un confine è ciò che separa ed unisce perché è ciò che due o più hanno in comune. Ogni contatto è un confine, come ho cercato di dimostrare anch’io in questo articolo, e gli esseri umani sono fatti proprio dall’insieme di tutti questi contatti e confini. Silvestri ne elenca alcuni: tra self e non-self, individuo e specie, organico e inorganico, mente e corpo, clinica e ricerca. Giunto però al limitare di quello forse più importante, il confine tra vita e morte, si sgomenta, ha un attimo di esitazione e, un po’ timidamente, conclude che “a volte sostituire ‘senso della vita’ alla parola ‘Dio’ può aiutarci a ragionare sulle questioni ultime dell’esistenza”. A Silvestri, fondatore di PdO, dedico allora questa breve poesia di Giorgio Caproni:

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera.

da qui