venerdì 19 marzo 2021

Amore, contagio e conoscenza - Emilio Mordini

Una recente sentenza di un tribunale distrettuale di Weimar ha stabilito l’incostituzionalità dei provvedimenti presi dal governo tedesco in tema di distanziamento sociale: un divieto generalizzato, quale quello contenuto nelle disposizioni anti-pandemiche, non rispetterebbe il diritto fondamentale dei cittadini al contatto fisico reciproco. Questa sentenza mi ha incuriosito perché menziona un tema che, come psicoanalista, mi riguarda da vicino: il diritto al contatto fisico.

Non saprei dire se il contatto fisico sia un diritto, so che è una necessità fondamentale. Neonati con seri disturbi congeniti della sensibilità tattile sopravvivono molto raramente e a prezzo di deficit gravissimi, tanto che le attese di vita di infanti privi di vista o udito o di entrambi sono di gran lunga migliori delle loro (1). A partire dagli studi di René Spitz (2) si sa che il cucciolo umano muore se non è manipolato per lunghi periodi. Le stesse condizioni negli adulti conducono a gravi situazioni psichiatriche (3). Quando i contatti fisici sono soltanto limitati, le persone tendono a sviluppare un quadro clinico detto di “inedia o fame tattile” (touch starvation o hunger) – in parte osservato anche durante l’epidemia di Ebola come conseguenza dell’isolamento fisico dei malati – che include l’arresto dello sviluppo psicofisico durante l’infanzia e un significativo aumento dell’aggressività negli adulti (4).

Al centro del concetto di “contatto fisico” c’è quello di tatto. Il tatto è il più strano dei sensi, infatti si può guardare senza essere visti, ascoltare senza essere uditi, e così via, ma non si può toccare senza essere toccati da ciò che si tocca e senza toccare noi stessi: “il tatto, che sembra inferiore agli altri sensi, è, allora, in qualche modo il primo, perché è in esso che si genera qualcosa come un soggetto, che nella vista e negli altri sensi è in qualche modo astrattamente presupposto. Noi abbiamo per la prima volta un’esperienza di noi stessi quando, toccando un altro corpo, tocchiamo insieme la nostra carne” (5). Jean-Luc Nancy, filosofo, amico e discepolo di Derrida, ha sostenuto che il tatto coincide con il corpo, anzi con la “carne”: tutto ciò che è incarnato tocca e può essere toccato. Il mistero del tatto è grande, secondo Nancy, perché coincide con quello dell’incarnazione di Dio (6). Seguendo la stessa linea di pensiero, Marie-Laure Veyron, docente dell’università di Montpellier, ha sostenuto che i Vangeli possono essere letti proprio anche come un’opera sulla ”carne”, il corpo e i contatti tra corpi (7). Non c’è dubbio che vi sia una qualche verità in queste affermazioni, non foss’altro perché la visione del mondo cristiana si scontra con il rigorismo morale della legge mosaica che dettava rigide regole di purità rispetto al corpo (si pensi soltanto a Gesù che toccava i lebbrosi, individui in una condizione estrema di impurità). Così, in questi tempi cupi e calamitosi in cui sembra che il distanziamento sociale potrebbe non essere una misura momentanea, ma invece assurgere a nuova normalità, vorrei riflettere con voi su tre famosi episodi evangelici di trasgressione delle norme sul contatto fisico…

 

Prima della Dad e del distanziamento fisico

Amore, contagio e conoscenza sono tre forme – forse le più importanti – che possono assumere i contatti fisici tra le persone: il distanziamento sociale le rende tutte e tre più difficoltose e in parte le impedisce, ne vale la pena per evitare la sofferenza della malattia (ammesso che il distanziamento vi riesca)? Alcuni diranno di sì, altri di no, io chiedo solo a tutti di non essere ipocriti, di non negare ciò che ciascuno sa: il Covid non giunge a ciel sereno; indipendentemente dalla pandemia, i contatti fisici nelle nostre società stavano già diventando sempre più complicati o fasulli. A volte ho persino il sospetto che il Covid sia soltanto giunto a realizzare una “politique générale d’extermination des êtres capables d’amour” (11) che era in incubazione da tempo.

Prima che ci fosse la Dad, gli adolescenti trascorrevano già più ore sui social che in presenza dei loro coetanei; gli anziani morivano nelle Rsa soli, senza una carezza, ben avanti che il virus ne facesse strage. La nostra è una società da tempo caratterizzata dall’ossessione per tutte le forme, anche larvate, di intrusione sessuale, persino di seduzione; dal falso rispetto per l’intimità, trasformata contemporaneamente in pornografia ed esibizionismo digitali; dallo sfaldarsi dei legami familiari; dall’espulsione dalla vita sociale di moribondi, gravi disabili, anziani fragili.

Il distanziamento sociale era in corso ben prima dell’epidemia di Covid ma era mascherato dall’apparenza di una vita densa di “fisicità”, comprata a buon mercato sugli scaffali di un supermercato o su Amazon: massaggi, cure estetiche, ginnastiche dolci, sport di squadra, discoteche affollate all’inverosimile e spesso (con buona pace della psicoanalisi) anche rapporti sessuali usati come scusa per ricevere o dare un abbraccio e un po’ d’amore. La pandemia e il distanziamento sociale, arrestando bruscamente gran parte di queste attività, hanno forse soltanto svelato che l’imperatore era nudo.

Qualche tempo fa, Guido Silvestri ha scritto un bel libro intitolato Il virus buono (12), che a prima vista sembra un libro di divulgazione scientifica, gradevole e ben fatto; in realtà è un affascinate trattato sui “confini”. La chiave per capire il libro sta nelle prime pagine, quando Silvestri scrive “A me piace definirla [l’immunologia] come la scienza che studia le frontiere del corpo umano” (p.15). La frontiera è una linea di confine: Silvestri sa bene – e lo dice nelle pagine successive – che la nozione di confine è un concetto bifronte. Un confine è ciò che separa ed unisce perché è ciò che due o più hanno in comune. Ogni contatto è un confine, come ho cercato di dimostrare anch’io in questo articolo, e gli esseri umani sono fatti proprio dall’insieme di tutti questi contatti e confini. Silvestri ne elenca alcuni: tra self e non-self, individuo e specie, organico e inorganico, mente e corpo, clinica e ricerca. Giunto però al limitare di quello forse più importante, il confine tra vita e morte, si sgomenta, ha un attimo di esitazione e, un po’ timidamente, conclude che “a volte sostituire ‘senso della vita’ alla parola ‘Dio’ può aiutarci a ragionare sulle questioni ultime dell’esistenza”. A Silvestri, fondatore di PdO, dedico allora questa breve poesia di Giorgio Caproni:

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera.

da qui

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