martedì 16 marzo 2021

Gratteri: ''Per proteggere i magistrati non basta la scorta''

 

 “Serve sinergia con apparati di Stato”, l’intervento del procuratore al master di Intelligence dell'Università della Calabria

Non basta la scorta per proteggere i magistrati che lavorano contro le mafie. A dirlo è il procuratore capo di Catanzaro, Gratteri: ''Per proteggere i magistrati non basta la scorta''

 “Serve sinergia con apparati di Stato”, l’intervento del procuratore al master di Intelligence dell'Università della Calabria

Non basta la scorta per proteggere i magistrati che lavorano contro le mafie. A dirlo è il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, partecipando al master di Intelligence dell'Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri. Il capo della Dda spiegando la sua affermazione ha fatto l’esempio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ricordando che "si è giunti ad emettere sentenze definitive di condanna a carico di coloro che avevano partecipato alle stragi di Capaci e via d'Amelio, per il lavoro incessante e serio svolto da grandi investigatori e grandi magistrati”. "L'omicidio di Falcone - ha detto - era imprevedibile perché da anni non era in prima linea. Mentre, forse, la morte di Borsellino poteva essere evitata. Sia Falcone che Borsellino si sono trovati di fronte ad una mafia violenta, rappresentata da Riina, che ha voluto lanciare un guanto di sfida, perché voleva dettare l'agenda allo Stato che ha reagito con forza". A questo proposito, ha detto ancora Gratteri, “è bene ricordare che per proteggere i magistrati non basta solo la scorta. Altrettanto importante è la condivisione e la sinergia con gli altri apparati dello Stato. La lotta ed il contrasto ai fenomeni mafiosi non è un derby tra magistrati da un lato e mafia, ‘Ndrangheta e camorra dall'altro, ma riguarda tutte le istituzioni della Repubblica, che nei momenti importanti devono fare squadra, dimostrando una visione e una strategia comune". Il procuratore ha poi ricordato che i rapporti tra 'Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra "risalgono al XIX secolo quando nel carcere di Favignana venivano reclusi gli esponenti di queste tre consorterie malavitose e si realizzavano i primi scambi anche linguistici. Per esempio, i termini ‘picciotto’ e ‘camorrista’ - ha spiegato - nascono all'interno della camorra e poi vengono adattati ed utilizzati rispettivamente dalla mafia siciliana e dalla ‘Ndrangheta. Quello mafioso - ha concluso sul punto Gratteri - è un fenomeno storico e per contrastarlo efficacemente abbiamo bisogno anche della politica ed in particolare di grandi politici, che siano in grado di disegnare scenari nuovi ed adottare strategie visionarie e lungimiranti". In questo senso secondo il magistrato servirebbero riforme “al nostro ordinamento giudiziario per meglio agire contro le mafie".
Inoltre, ha aggiunto in tema riforme, "credo che sia arrivato il momento di creare una specializzazione per i magistrati e per le forze di polizia. Occorre potenziare gli uffici delle indagini preliminari e porvi a capo magistrati attivi e brillanti. Per quanto riguarda la polizia giudiziaria, in particolare, andrebbe ridotta la scala gerarchica a livello burocratico, per renderla più snella e concentrarla nel lavoro sul territorio". In aggiunta secondo Nicola Gratteri "sarebbe importante prolungare il tempo di durata dei corsi di aggiornamento che riguardano, ad esempio, le tecniche dell'affiancamento, del pedinamento, degli appostamenti e della stesura delle informative".

"Urge una legislazione europea"
Durante l’appuntamento universitario Gratteri ha detto anche che occorre un sistema penale unico in tutta Europa per combattere le mafie. "Oggi, infatti - ha spiegato Gratteri - le mafie investono sempre di più all'estero, in paesi ricchi come la Germania, la Francia, la Svizzera ma anche nei Paesi dell'Est Europa, dove si stanno investendo consistenti fondi europei. Il problema dell'espansione delle mafie non riguarda solo il nostro Paese ma coinvolge tutto il mondo occidentale e l'economia globalizzata. Tuttavia, molti paesi europei sono restii ad adottare una legislazione antimafia più forte. In primo luogo perché non considerano un vero allarme le mafie; in secondo luogo perché un sistema giudiziario più pervasivo potrebbe minare la privacy dei loro cittadini, e per alcuni Stati questo non è immaginabile; in terzo luogo una legislazione più rigorosa, ad esempio, sul riciclaggio di denaro, potrebbe limitare i commerci e gli affari". "L'Italia - ha affermato - nonostante abbia uno dei sistemi normativi più evoluti del mondo nel contrasto alla mafia ed una conoscenza molto approfondita del fenomeno, non riesce ad essere incisiva in Europa per fare adottare una legislazione antimafia omogenea, che sia più incisiva nel contrasto alle mafie. Abbiamo grandi difficoltà - ha ribadito - ad essere ascoltati su questo tema fondamentale in Europa. Significativa è la circostanza, ad esempio, che le sedi dell'Eurojust, dell'Europol e dell'Interpol siano in Olanda. Oggi - ha affermato Gratteri - le mafie non si manifestano all'opinione pubblica e vengono identificate solo da chi ha un rapporto diretto con esse ossia dalle forze dell'ordine, dai magistrati e dagli usurati: per tutti gli altri non esistono. Per questa ragione il problema delle mafie non è nell'agenda politica, perché non crea allarmismo sociale. La politica - ha spiegato il procuratore - in genere si muove in funzione degli argomenti che i media di élite pongono all'attenzione in prima pagina dei quotidiani e nei titoli di testa dei telegiornali. Ed a volte il sistema mediatico diffonde notizie false che indeboliscono l'attività giudiziaria della magistratura".

da qui, partecipando al master di Intelligence dell'Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri. Il capo della Dda spiegando la sua affermazione ha fatto l’esempio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ricordando che "si è giunti ad emettere sentenze definitive di condanna a carico di coloro che avevano partecipato alle stragi di Capaci e via d'Amelio, per il lavoro incessante e serio svolto da grandi investigatori e grandi magistrati”. "L'omicidio di Falcone - ha detto - era imprevedibile perché da anni non era in prima linea. Mentre, forse, la morte di Borsellino poteva essere evitata. Sia Falcone che Borsellino si sono trovati di fronte ad una mafia violenta, rappresentata da Riina, che ha voluto lanciare un guanto di sfida, perché voleva dettare l'agenda allo Stato che ha reagito con forza". A questo proposito, ha detto ancora Gratteri, “è bene ricordare che per proteggere i magistrati non basta solo la scorta. Altrettanto importante è la condivisione e la sinergia con gli altri apparati dello Stato. La lotta ed il contrasto ai fenomeni mafiosi non è un derby tra magistrati da un lato e mafia, ‘Ndrangheta e camorra dall'altro, ma riguarda tutte le istituzioni della Repubblica, che nei momenti importanti devono fare squadra, dimostrando una visione e una strategia comune". Il procuratore ha poi ricordato che i rapporti tra 'Ndrangheta, Cosa nostra e Camorra "risalgono al XIX secolo quando nel carcere di Favignana venivano reclusi gli esponenti di queste tre consorterie malavitose e si realizzavano i primi scambi anche linguistici. Per esempio, i termini ‘picciotto’ e ‘camorrista’ - ha spiegato - nascono all'interno della camorra e poi vengono adattati ed utilizzati rispettivamente dalla mafia siciliana e dalla ‘Ndrangheta. Quello mafioso - ha concluso sul punto Gratteri - è un fenomeno storico e per contrastarlo efficacemente abbiamo bisogno anche della politica ed in particolare di grandi politici, che siano in grado di disegnare scenari nuovi ed adottare strategie visionarie e lungimiranti". In questo senso secondo il magistrato servirebbero riforme “al nostro ordinamento giudiziario per meglio agire contro le mafie".
Inoltre, ha aggiunto in tema riforme, "credo che sia arrivato il momento di creare una specializzazione per i magistrati e per le forze di polizia. Occorre potenziare gli uffici delle indagini preliminari e porvi a capo magistrati attivi e brillanti. Per quanto riguarda la polizia giudiziaria, in particolare, andrebbe ridotta la scala gerarchica a livello burocratico, per renderla più snella e concentrarla nel lavoro sul territorio". In aggiunta secondo Nicola Gratteri "sarebbe importante prolungare il tempo di durata dei corsi di aggiornamento che riguardano, ad esempio, le tecniche dell'affiancamento, del pedinamento, degli appostamenti e della stesura delle informative".

"Urge una legislazione europea"
Durante l’appuntamento universitario Gratteri ha detto anche che occorre un sistema penale unico in tutta Europa per combattere le mafie. "Oggi, infatti - ha spiegato Gratteri - le mafie investono sempre di più all'estero, in paesi ricchi come la Germania, la Francia, la Svizzera ma anche nei Paesi dell'Est Europa, dove si stanno investendo consistenti fondi europei. Il problema dell'espansione delle mafie non riguarda solo il nostro Paese ma coinvolge tutto il mondo occidentale e l'economia globalizzata. Tuttavia, molti paesi europei sono restii ad adottare una legislazione antimafia più forte. In primo luogo perché non considerano un vero allarme le mafie; in secondo luogo perché un sistema giudiziario più pervasivo potrebbe minare la privacy dei loro cittadini, e per alcuni Stati questo non è immaginabile; in terzo luogo una legislazione più rigorosa, ad esempio, sul riciclaggio di denaro, potrebbe limitare i commerci e gli affari". "L'Italia - ha affermato - nonostante abbia uno dei sistemi normativi più evoluti del mondo nel contrasto alla mafia ed una conoscenza molto approfondita del fenomeno, non riesce ad essere incisiva in Europa per fare adottare una legislazione antimafia omogenea, che sia più incisiva nel contrasto alle mafie. Abbiamo grandi difficoltà - ha ribadito - ad essere ascoltati su questo tema fondamentale in Europa. Significativa è la circostanza, ad esempio, che le sedi dell'Eurojust, dell'Europol e dell'Interpol siano in Olanda. Oggi - ha affermato Gratteri - le mafie non si manifestano all'opinione pubblica e vengono identificate solo da chi ha un rapporto diretto con esse ossia dalle forze dell'ordine, dai magistrati e dagli usurati: per tutti gli altri non esistono. Per questa ragione il problema delle mafie non è nell'agenda politica, perché non crea allarmismo sociale. La politica - ha spiegato il procuratore - in genere si muove in funzione degli argomenti che i media di élite pongono all'attenzione in prima pagina dei quotidiani e nei titoli di testa dei telegiornali. Ed a volte il sistema mediatico diffonde notizie false che indeboliscono l'attività giudiziaria della magistratura".

da qui

Nessun commento:

Posta un commento