sabato 6 marzo 2021

Complottismo e dissenso - Elisa Lello

  

Era convinzione diffusa che, con l’esperienza della pandemia, lo scetticismo e i timori nei confronti dei vaccini si sarebbero ridotti sostanzialmente, per lasciare posto a sentimenti di attesa e speranza. Qualcosa, tuttavia, è andato storto. Mentre arrivano notizie circa percentuali importanti, nelle varie Asl dislocate sul territorio, di personale sanitario e delle Rsa che non intende sottoporsi a vaccinazione anti-covid, sappiamo, da un’indagine di EngageMinds HUB-Università Cattolica di Cremona, che, all’inizio di dicembre 2020, solo il 57 per cento degli italiani si dichiarava disposto a vaccinarsi. Anzi, il numero dei nostri concittadini disposti a sottoporsi all’inoculazione è diminuito rispetto ai primi mesi di pandemia, passando, secondo i dati Demos, dal 68 per cento di maggio 2020 al 59 per cento di ottobre, cinque mesi dopo1.

Per tentare di capire le ragioni del diffondersi di paure e scetticismo si punta il dito verso il dilagare del complottismo e di atteggiamenti riduzionisti/negazionisti e verso quei canali informativi alternativi accusati di essere i principali responsabili della diffusione delle fake news. La ricerca di Mapping Italian News (Università di Urbino) ha effettivamente calcolato che, dall’inizio alla fine del 2020, sono più che quadruplicate le interazioni collegate a contenuti negazionisti sui social network, mentre sono sestuplicati gli iscritti ai vari gruppi e pagine FB riconducibili alla stessa galassia generalmente definita complottista2.

Ciò che però suscita forse ancora più stupore è la reazione che si sta mettendo in campo di fronte a questo fenomeno complesso che si vuole indicare come “complottismo”.

Si dà per scontato, innanzitutto, che chiunque esprima valutazioni critiche, pur di tipo differente, circa la lettura dell’emergenza sanitaria in corso e le strategie di risposta elaborate appartenga a questa schiera. Altrettanto scontato appare che queste opinioni siano frutto di ignoranza quando non di idiozia. Le persone che le esprimono, cioè, non avrebbero risorse culturali sufficienti per comprendere la realtà e nella loro ingenuità finirebbero “nella buca” di narrazioni palesemente false, risibili, pericolose. Accanto a questo tema appare quello del menefreghismo, dell’egoismo spensierato, narcisistico, edonistico di chi non accetta restrizioni alla propria libertà perché si sente, individualmente, forte e invincibile, e non ha voglia di accettarle per il bene delle componenti fragili. Da qui, fiumi di inchiostro sulla deriva individualistica della nostra società, e “signora mia” ma quand’è che si sono spezzati i legami di solidarietà ed empatia e che siamo diventati così brutti, cattivi e insensibili all’altrui sofferenza e fragilità.

Ci sono forse alcuni elementi di verità in tutto questo. O quanto meno vorrei sgombrare il campo dall’equivoco che, siccome – come si sarà intuito – intendo mettere in discussione questa visione, allora con questo voglia dire che le versioni “complottiste” hanno ragione, o che, più in generale, la “verità” stia tutta necessariamente da una parte o dall’altra.

Il problema di fondo è che le visioni riassunte sopra si basano su un ampio e generalizzato “dare per scontato”. Mentre, su questi fenomeni, sappiamo ben poco. Peraltro, è un argomento scottante, nel senso che solo a sfiorarlo ci si brucia: è un attimo venire etichettati come “complottisti” se solo si prova a prendere sul serio – unico modo per comprenderlo – il fenomeno, i suoi contenuti, le ragioni del suo evidente successo globale.

Eppure, limitarsi, di fronte a un fenomeno di tali proporzioni, al biasimo, alla riprovazione e all’indignazione pubblica, ripetendo argomenti tanto abusati quanto privi di alcun riscontro empirico è una strategia non miope, ma proprio cieca. Che può andare bene per sentirci nel giusto, scaldati dall’abbraccio di chi come noi si arrabbia e si indigna e confortati dall’approvazione dei media mainstream e delle istituzioni, ma certo non per affrontare quello che sta accadendo. Quando, invece, avremmo bisogno di strumenti di comprensione e di analisi, che ci mettano all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Comprendere ciò che accade

Ho avuto modo di lavorare su questi temi attraverso una ricerca sui movimenti che si sono mobilitati contro la legge Lorenzin (n.119/2017), che ha esteso il numero di vaccinazioni pediatriche obbligatorie e inasprito le sanzioni per gli inadempienti. Ho così avuto modo di analizzare i dati di una rilevazione quantitativa condotta su un campione di circa cinquecento questionari compilati da altrettanti partecipanti alla più importante manifestazione per la libertà di scelta, tenutasi a Pesaro nel luglio 2017. Poco dopo, attraverso uno studio di caso, ho raccolto anche materiale di ricerca di tipo qualitativo. Nel complesso, i risultati di quella ricerca3 e l’analisi della letteratura nazionale e soprattutto internazionale che l’ha accompagnata sono utili per capire diversi aspetti della resistenza/esitazione vaccinale, e possono dunque rappresentare una base dotata di qualche solidità per aiutarci a uscire dall’incertezza e muovere almeno qualche passo verso la comprensione di ciò che sta accadendo.

Innanzitutto, un risultato comune alle moltissime ricerche dedicate al tema riguarda la condizione socio-economica medio-alta e soprattutto il livello di istruzione: nel caso dei genitori che mostrano atteggiamenti di esitazione o rifiuto verso i vaccini (d’ora in poi VHR, Vaccine Hesitancy/Refusal4), il titolo di studio è nettamente più elevato rispetto alla media della popolazione, tanto che alcuni autori parlano addirittura di famiglie in situazioni di “privilegio” socio-culturale5. Il campione della mia indagine rivela una composizione socio-professionale mista con prevalenza dei ceti medi; al suo interno, il 43,9 per cento possiede una laurea o titolo superiore, a cui si aggiunge una quota pressoché identica (43,6 per cento) di diplomati, mentre nella popolazione italiana con più di quindici anni la percentuale di laureati si ferma al 14 per cento, e quella dei diplomati al 30 per cento (dati Istat.it relativi al 2017).

Si tratta di un punto importante, perché ci allontana sia dalle diagnosi che vorrebbero accomunare queste proteste alla rabbia populista derivante da situazioni di esclusione sociale, sia dall’interpretazione di VHR come risultato di ignoranza e mancata comprensione del metodo scientifico.

Non è, insomma, l’ignoranza a causare lo scetticismo e le resistenze nei confronti dei vaccini.

C’è chi, dopo aver passato in rassegna la «spiccata chiusura cognitiva», le «tendenze paranoidi» e la «mentalità dogmatica e tribale» di chi critica i vaccini (sebbene spesso ad essere oggetto di critica non sono i vaccini in sé, bensì determinati aspetti della legge e delle politiche vaccinali), cerca una via di uscita di fronte all’apparente paradosso per cui queste critiche vengono espresse da persone più istruite della media ricorrendo a complesse spiegazioni che affondano le proprie radici nella teoria della razionalità limitata di Kahneman6, per cui l’abbondanza informativa non porta necessariamente verso scelte ottimali7. Inoltre, si sottolinea come i più istruiti passino mediamente più tempo a cercare informazioni, aumentando così il rischio di incorrere in notizie inaffidabili. Si tratta di ipotesi e congetture che tuttavia continuano a non spiegare per quali motivi proprio le persone con un maggiore bagaglio culturale dovrebbero essere addirittura le più sprovvedute, tanto da diventare i bersagli principali della disinformazione, né perché dovrebbero essere più predisposte verso una forma mentis chiusa, dogmatica e paranoide.

Tanto più che la ricerca che ho condotto, anche in questo caso in accordo con diverse altre indagini internazionali, non rivela la presenza di atteggiamenti anti-scientifici tra i genitori VHR. Anzi, gli intervistati, facendo leva su un bagaglio culturale tendenzialmente ampio, sono persone che si sono informate facendo ricorso ad una pluralità di fonti, mettendo a confronto pareri discordanti, consultando ricerche scientifiche direttamente e in lingua originale; sono cittadini ben consapevoli dell’insidia delle fake news, riguardo alle quali rivelano però anche un approccio critico e attento ai rapporti di potere che ne informano la definizione. Soprattutto, mostrano una fiducia unanime nella scienza e chiedono più ricerche scientifiche indipendenti: la scienza è vista precisamente come l’attore cruciale da mettere in gioco per giungere alla chiusura della controversia. Il problema riguarda semmai la richiesta di apertura della black box, cioè una domanda forte di trasparenza circa i condizionamenti di tipo politico ed economico nelle attività di regolazione nonché nella selezione delle linee di indagine. Come scrive la filosofa Maya Goldenberg8proteste ed esitazioni non hanno a che fare con l’anti-scienza: esprimono piuttosto una domanda di partecipazione nel definire l’agenda di ricerca.

Se i complottisti amano la scienza

Già questi due risultati fanno cadere il castello della via italiana alla trattazione mediatica della questione.

Per anni abbiamo sentito ripetere come il problema derivasse dall’“atavica sfiducia degli italiani nella scienza”: eravamo decisamente fuori pista. Ma, a pensarci bene, l’assunto dell’ignoranza come base di VHR è anche alla base del famoso mantra per cui “la scienza non è democratica”, cioè della convinzione che gli uomini e le donne di scienza non si possano “abbassare” a discutere con chi, non avendo competenze, criticherebbe senza alcuna cognizione di causa.

La comunicazione istituzionale ha surrettiziamente recuperato modelli di rapporto tra scienza e società che la comunità scientifica aveva superato da decenni: un notevole balzo all’indietro, fino ai tempi del “rapporto Bodmer” (del 1985) e alla sua concezione paternalista di un pubblico ignorante, incapace di capire i benefici della scienza, e soprattutto incapace di esprimere alcun punto di vista degno di essere ascoltato e men che meno di essere preso in considerazione.

Eppure, il dibattito scientifico si è notevolmente allontanato da quelle concezioni, attraverso l’elaborazione di modelli differenti, come il PES (Public Engagement with science), oggi promosso da importanti istituzioni scientifiche e organizzazioni internazionali9, che, avendo ormai acquisito come critiche e resistenze non abbiano molto a che fare con presunti atteggiamenti anti-scientifici, e avendo d’altra parte riconosciuto il pubblico come non solo competente ma come portatore di interessi e punti di vista che non possono essere trascurati, auspica la creazione di percorsi e strumenti di confronto paritario tra scienziati e pubblico generale, nella convinzione che entrambi gli interlocutori possano trarne vantaggio.

E così, oggi, ci troviamo alle prese con la portata regressiva e autoritaria delle vere e proprie fake news che sono state diffuse.

Non solo, partendo da premesse sbagliate, sono state elaborate strategie comunicative scarsamente efficaci, che non hanno centrato il bersaglio.

Ancora più grave è che l’esclusione tramite ridicolizzazione (e criminalizzazione) delle critiche, insieme all’adozione di politiche di obbligatorietà e inasprimento delle sanzioni, hanno esasperato sentimenti di esclusione e sfiducia nelle istituzioni e innalzato muri di incomunicabilità all’interno della società tra fazioni opposte, inducendole entrambe verso la radicalizzazione nelle proprie posizioni10. Fenomeni di cui solitamente si attribuisce la colpa ai social e agli algoritmi che tendono a creare “bolle” in cui gli individui trovano ripetutamente contenuti coerenti con le proprie precedenti convinzioni11. Il che è probabilmente vero, ma, forse, prima ancora dei meccanismi di funzionamento della rete, occorrerebbe chiedersi quanto siano, a monte, le strategie comunicative istituzionali a innescare questi processi. E i meccanismi di funzionamento del web, semmai, a consolidarle.

Le posso chiedere in che cosa precisamente è laureato?

In questa luce, le avventure giornalistiche volte a suscitare indignazione circa la radicalizzazione dei cosiddetti “no-vax” costituiscono un esempio di giornalismo scadente e superficiale, incapace com’è di promuovere un ragionamento sulle dinamiche che hanno portato non solo una, ma entrambe le fazioni, a chiudersi sulle proprie indiscutibili verità essendo diventato impraticabile – per scelta dall’alto, però – il terreno del confronto.

Ma c’è di più. Tra i frutti (avvelenati) del mantra “la scienza non è democratica” annoveriamo anche la convinzione, che ormai ha largamente fatto presa sull’opinione pubblica, secondo cui non si può esprimere un’opinione su un tema a meno che non si sia (almeno) laureati, e per giunta nella disciplina ad esso più vicina. Ho notato che, in qualunque confronto sui social network mi capiti di seguire, specie su temi riguardanti la salute, più presto che tardi emerge qualcuna/o che cerca di mettere a tacere punti di vista anche blandamente eterodossi o critici, seppure espressi in maniera educata, argomentata ed appropriata, con la domanda di rito: “le posso chiedere in che cosa precisamente è laureato/a?”.

Abbiamo accolto in modo pressoché acritico un’idea reazionaria e classista, secondo cui sarebbe possibile esercitare i propri diritti di cittadinanza e di partecipazione solo se si è laureati – o se si ha la fortuna di esserlo, in un Paese a mobilità sociale ridotta come l’Italia – basata per di più su presupposti sconfessati dalla ricerca scientifica ormai decenni fa.

Tutto questo, quando la ricerca ci dice tutt’altro. Ci dice che non esistono i “complottisti” che cercano informazioni solo sui canali “complottisti” così, per partito preso. Esistono piuttosto persone del tutto normali, che, per motivi diversi, intendono approfondire determinate questioni tecnico-scientifiche che hanno effettivamente un impatto sulla propria vita, e non trovano una copertura adeguata, accurata e pluralista sui giornali o in Tv. E allora cercano altrove12. Del resto, anche l’associazione tra verità e fonti mainstream da una parte contro fake news e Internet dall’altra, è analogamente da mettere in discussione, come ci invitano a fare le ricerche che hanno messo in luce come sul web, proprio a proposito di vaccini, fosse presente un’informazione più corretta e accurata sotto il profilo scientifico, mentre i canali tradizionali si limitavano a fare da megafono a posizioni perentoriamente rassicuranti senza dare risposte a dubbi e domande dei cittadini13.

Interessante l’osservazione di Golbenberg14 secondo cui l’informazione istituzionale sui vaccini viene considerata, dai genitori VHR, come una too broad brush nel suo insistere sulla bassa probabilità di sviluppare reazioni avverse gravi a livello della popolazione, senza però dedicare attenzione alle variabili soggettive che possono determinare una maggiore probabilità di incorrervi, su cui invece si catalizza l’attenzione dei genitori. Quando i movimenti free vax chiedono di investire in questo filone di indagini avanzano quella domanda di partecipazione, che nulla ha a che fare con l’anti-scientificità. Lo stesso quando chiedono che si facciano comparazioni sullo stato di salute generale e sulle probabilità di sviluppare diversi tipi di patologie nel medio-lungo periodo tra bambini in regola con le vaccinazioni e bambini non vaccinati, o che si prendano in considerazione i risultati di alcune ricerche esistenti di questo tipo15.

Finché si trattava “solo” dei bambini, è stato possibile, anche se deleterio da tutti i punti di vista, far passare legittime domande di partecipazione – che in fondo coinvolgevano una minoranza – per atteggiamenti anti-scientifici. Ora che la vaccinazione contro il covid-19 riguarda l’intera popolazione, e che peraltro di fronte a nuove tecnologie e a una riduzione dei tempi di sperimentazione si registrano maggiori divisioni anche tra gli esperti, non è pensabile replicare la stessa strategia.

Non esiste un’unica idea di che cosa sia la salute

Per arginare il complottismo, è necessario che venga avviato un dibattito aperto, approfondito e pluralista negli ambiti istituzionali e sui mezzi di comunicazione di massa, in assenza del quale le persone continueranno a cercare informazioni altrove. A forza di dare addosso al “complottista” non si fa altro che spingere ancora più persone verso quella galassia della “disinformazione” che, a parole, si sostiene di voler combattere. Non meno importante è però anche riconoscere, al di là delle dinamiche comunicative e informative, i mutamenti strutturali da cui prendono forma scetticismo e atteggiamenti di contrarietà. “Prendere sul serio” i free-vax ci dice infatti molte cose circa la nostra società e il nostro rapporto con la medicina.

Nella mia ricerca sui movimenti free-vax, sostengo la necessità di abbandonare le lenti della devianza e del populismo per riconoscere una razionalità nella loro azione. Questa si collega all’emergere di un conflitto di natura epistemica intorno ai concetti di salute, malattia e medicina. In questo punto prende forma la questione, complessa e non banalizzabile, del rapporto tra VHR e familiarità con le tradizioni mediche alternative e olistiche. In sintesi, è necessario prendere consapevolezza dell’idea che non esiste un’unica idea di che cosa sia la salute e di quali siano le strategie più efficaci per conseguirla. Ci sono epistemologie concorrenti rispetto alla medicina biochimica occidentale che si basano su un’idea dell’organismo, e più in generale del rapporto tra uomo, ambiente e società, differente, e che di conseguenza perseguono un’idea diversa di salute, basata essenzialmente su prevenzione primaria, alimentazione, stili di vita; ma anche su auto-realizzazione, socialità e spiritualità. Non tutti i genitori VHR che ho intervistato fruiscono effettivamente di cure alternative, però quasi tutti condividono un approccio critico – con diverse intensità – su alcuni aspetti, interpretati come degenerativi, della medicina convenzionale: l’abuso di farmaci che sopperisce ad errori nello stile di vita, l’esproprio di competenze personali e diffuse su come stare in salute, la concezione meccanicistica e materialista dell’uomo, l’eccessiva specializzazione e concentrazione sui sintomi e non sulle cause, la trascuratezza delle relazioni tra la parte e il tutto, la spersonalizzazione del rapporto medico-paziente, solo per citarne alcuni.

In questo senso, la delegittimazione e l’esclusione (il “complottismo” usato come arma politica) di punti di vista critici possono essere interpretati come il tentativo di trovare una via di uscita (solo) apparentemente rapida e risolutiva di fronte a problemi e “nodi irrisolti” di un processo di riforma della biomedicina da molti anni invocato, ma ancora non avviato, che nasce dall’ardua coesistenza tra medicina biochimica occidentale e post-modernismo16.

Una via d’uscita che consiste essenzialmente nell’elusione, e che intraprende una direzione regressiva (chiusura del discorso prima ancora di averlo iniziato attraverso la delegittimazione della critica) anziché una progressiva, che si sarebbe potuta strutturare in un più difficile, ma ambizioso e lungimirante, percorso di apertura e coinvolgimento delle critiche e della domanda di partecipazione.

Il risultato è un autoritarismo privo di autorevolezza, che oggi lascia vedere tutta la fragilità dei piedi d’argilla su cui appoggia.

Oggi, ancor più di fronte alla mancanza di trasparenza nei contratti con le case farmaceutiche per i vaccini anti-covid e alle incongruenze in diverse scelte di gestione della pandemia, è ancora più necessario invertire drasticamente la tendenza.

È necessario scardinare una volta per tutte la contrapposizione – questa sì, davvero anti-scientifica – tra posizioni ufficiali e “complottismo”, da cui tutti abbiamo da perdere: pro-, free- e no-vax. E non perché il complottismo non esista, ma perché non può essere usato come arma politica per silenziare il dissenso. È ora di trovare il coraggio di trattare finalmente i cittadini come adulti, esigendo un dibattito davvero pluralista, approfondito ed esaustivo sui media e coinvolgendoli in percorsi partecipativi e di confronto in cui le tesi inattendibili possano venire rigettate in maniera condivisa e attraverso la partecipazione si pongano le basi di una ri-legittimazione delle istituzioni stesse.


Note

1 Demos & pi. Atlante politico n. 90, ottobre 2020, http://www.demos.it/a01775.php

2 Cfr. Giacomo Salvini, La seconda pandemia: il boom negazionista, su “Il Fatto Quotidiano”, 21/11/2020.

3 Presentati in Elisa Lello, Populismo anti-scientifico o nodi irrisolti della biomedicina? Prospettive a confronto intorno al movimento free vax, Rassegna Italiana di Sociologia, n. 3/2020, pp. 479-507.

4 Adottando criteri e terminologia di Attwell, K., Smith, D.T. (2017) Parenting as politics: social identity theory and vaccine hesitant communities, in «International Journal of Health Governance», 22, 3, pp. 183-98.

5 Per esempio: Gesser-Edelsburg, A., Shir-Raz, Y., Green, M.S. (2016) Why do parents who usually vaccinate their children hesitate or refuse? General good vs. individual risk, in «Journal of Risk Research», 19, 4, pp. 405-24; Smith, P.J., Chu, S.Y., Barker, L.E. (2004) Children who have received no vaccines: who are they and where do they live?, in «Pediatrics», 114, 1, pp. 187-95.; Wei, F., Mullooly, J.P., Goodman, M., McCarty, M.C., Hanson, A.M., Crane, B.,

Nordin, J.D. (2009) Identification and characteristics of vaccine refusers, in «BMC Pediatrics», 9, 18, pp. 1-9.; Anello, P., Cestari, L., Baldovin, T., Simonato, L., Frasca, G., Caranci, N., Pascucci, M.G., Valent, F., Canova, C. (2017) Socioeconomic factors influencing childhood vaccination in two northern Italian regions, in «Vaccine», 35, 36, pp. 4673-80; Grignolio, A. (2016) Chi ha paura dei vaccini?, Torino, Codice Edizioni; Reich, J.A. (2014) Neoliberal Mothering and Vaccine Refusal: Imagined Gated Communities and the Privilege of Choice, in «Gender and Society»,

28, pp. 679-704.

6 Kahneman, D. (2012) Pensieri lenti e veloci, Miliano, Mondadori.

7 Cfr. Grignolio (2016), cit.

8 Goldenberg, M. (2016) Public Misunderstanding of Science? Reframing the Problem of Vaccine Hesitancy, in «Perspectives on Science», 24, 5, pp. 552-81.

9 Coniglione, F., eds. (2010) Through the Mirrors of Science. New Challenges for Knowledge-based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm.

10 Cfr. Nyhan, B., Reifler, J., Richey, S. e Freed, G.L. (2014) Effective messages in vaccine promotion: a randomized trial, in «Pediatrics», 133, 4, 835-42; Atwell e Smith (2017) cit.

11 Pariser, E. (2011) The Filter Bubble: What The Internet Is Hiding From You, New York: The Penguin Press.

12 Come mostrano anche Quintero Johnson, J., Sionean, C., Scott, A.M. (2011) Exploring the presentation of news information about the HPV vaccine: a content analysis of a representative sample of US newspaper articles, in «Health Communication », 26, 6, pp. 491-501.

13 Bodemer, N., Müller, S.M., Okan, Y., Garcia-Retamero, R., Neumeyer-Gromen, A. (2012) Do the media provide transparent health information? A cross-cultural comparison of public information about the HPV vaccine, in «Vaccine», 30, 25, pp. 3747-56.

14 2016, cit.

15 Cfr. Lyons-Weiler, J., Thomas, P. (2020) Relative Incidence of Office Visits and Cumulative Rates of Billed Diagnoses Along the Axis of Vaccination, in «International Journal of Environmental Research and Public Health» 22;17(22):8674, e Hooker, B.S., Miller, N.Z. (2020) Analysis of health outcomes in vaccinated and unvaccinated children: Developmental delays, asthma, ear infections and gastrointestinal disorders, in «SAGE Open Medicine», 27;8:2050312120925344.

16 Cfr. Cavicchi, I. (2010) Medicina e società: snodi cruciali, Bari, Dedalo.

 

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