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domenica 2 novembre 2025

Il «treno della vergogna» a Bologna: una storia senza fondamento - Nicoletta Bourbaki

 

Un convoglio di esuli istriani dileggiato dai ferrovieri «rossi». Un episodio ambientato nel 1947, ma che non ha riscontro in nessuna fonte dell’epoca e ha preso la sua attuale forma soltanto nel XXI secolo.

 

INDICE
1. Filmati falsi fatti con l’IA e vecchie fantasie di martirio
2. Giornali, questura, prefettura: negli archivi nessuna traccia
3. Pola 1947
4. 1957, «il PCI contro il treno degli esuli!!1!»
5. 1991, Magris traghetta la storia nel mainstream
6. 2004, arrivano i sassi e il latte versato
7. Sempre più dettagli, sempre più incongrui, persino Vivoda smentisce
8. Wikipedia: Different Trains
9. Discorsi istituzionali e para-istituzionali: Meloni, Cristicchi & Co.
10. Un articolo mai esistito e la reale posizione del PCI
Flash forward: 2 agosto 1991

1. Filmati falsi fatti con l’IA e vecchie fantasie di martirio

Da alcune settimane circola un video intitolato «Il treno della vergogna». Lo si può reperire facilmente su YouTube ma preferiamo descriverlo, riportando in corsivo il testo letto dalla voce narrante.

Il video si apre sulle note di una musica drammatica, sembra un quartetto d’archi. Scorrono uno dopo l’altro vari filmati “d’epoca”. Un treno a vapore arriva in una stazione. Una voce impostata, mesta ma decisa, comincia subito a raccontare:

18 febbraio 1947: un treno merci arriva a Bologna, sotto il gelo dell’inverno. Dentro, donne, bambini, anziani. Si vedono donne, bambini e anziani sulla paglia dentro un carro merci.

Sono italiani, in fuga dall’Istria, dalle foibe, dalla fame. Un filmato mostra una famiglia che abbandona a piedi una città in fiamme.

Hanno affrontato un viaggio disperato. Li aspettano pasti caldi preparati dalla Croce rossa. Stacco su una cucina da campo.

Ma ad accoglierli c’è l’odio. Nuovo stacco, carrellata su un picchetto operaio. Un cartello compare per un momento in primo piano. C’è scritto:

«TO NOO TCNCOCTNJ INC NNDWAI DOWINO FACCISTS! FAFIASTI INNIFACAS».

Dai microfoni voci sindacali minacciano lo sciopero. Li chiamano fascisti. Dai marciapiedi volano sassi, pomodori. Gente scende dal treno sotto una gragnuola di sassi.

Il latte per i bambini versato con disprezzo sulle rotaie. Un tizio versa del latte sui binari da una grande bigoncia di alluminio. Zoom sulla mezza figura di una madre dal volto disperato.

Il treno riparte, umiliato. Solo a Parma troveranno assistenza. Quel convoglio è passato alla storia come il treno della vergogna. Un treno parte dalla stazione. Sulla fiancata, a caratteri cubitali, c’è scritto: «VERGOGNA».

Perché l’Italia quel giorno voltò le spalle ai suoi figli.

Fine.

Il video utilizza immagini e filmati generati digitalmente in modo da sembrare “autentici”. In questo caso l’utilizzo dell’IA è dichiarato mediante una scritta, e il lavoro è grezzo, come dimostrano le scritte senza senso sui cartelli. Tuttavia, l’estrema facilità e rapidità con cui, grazie all’IA generativa, si possono confezionare falsi storici – non dichiarati e ben più convincenti di questo – pone enormi problemi alla storiografia di oggi e ancor più ne porrà a quella di domani.

Lo scrisse già Marc Bloch ormai più di ottant’anni fa: «tra tutti i veleni capaci di viziare una testimonianza, l’impostura è il più virulento». E quanto a carica virale, rispetto al 1940-43 l’impostura ha fatto passi da gigante.

È necessario attrezzarsi, senza lasciarsi travolgere, senza ansie. «Quando tutto accade veloce, impara a essere lento», diceva il personaggio di un romanzo. Sulle sfide che ha di fronte il metodo storiografico nell’epoca dell’IA stiamo riflettendo fittamente e coi nostri tempi ne scriveremo.

Ma andiamo ora al contenuto del video in questione, alla storia che la voce fuori campo ci narra.

2. Giornali, questura, prefettura: negli archivi nessuna traccia

L’episodio, prima di ridursi a un prompt da far processare a un software, era già diventato nel corso dei decenni uno degli eventi canonici della narrativa sull’esodo istriano.

In questa storia, tuttavia, l’unica cosa di cui è possibile trovare un riscontro documentato da fonti coeve è la sosta a Bologna, il 18 febbraio 1947, di un treno che trasportava diverse centinaia di profughi istriani in viaggio da Ancona a La Spezia.

Su L’Avvenire d’Italia, quotidiano cattolico stampato a Bologna – in seguito sarebbe diventato semplicemente l’Avvenire – il 20 febbraio compare un trafiletto che riporta la seguente notizia:

Transitati da Bologna altri 2200 profughi di Pola.

Affettuosa assistenza della P.C.A.

Ieri sono passati dalla nostra Stazione diretti in varie città circa 2200 profughi di Pola. Accolti sempre dalla Commissione Pontificia e ristorati con vivande calde hanno proseguito il loro viaggio. Tutti sono gratissimi della accoglienza che loro riserva il Posto di Ristoro della Pontificia Commissione Assistenza. È sempre pressante l’invito per aiuti al Posto di Ristoro della Commissione Pontificia per poter dare ai fratelli di passaggio una accoglienza degna del loro grande sacrificio.

In tutto il mese di febbraio nessun giornale locale riporta notizie di disordini alla stazione di Bologna. Non c’è niente su l’Avvenire d’Italia, né sul Progresso d’Italia e nemmeno sul Giornale dell’Emilia, nome provvisorio, adottato in attesa che si calmassero le acque, del Resto del Carlino, testata troppo associata al collaborazionismo filonazista.

L’Avvenire d’Italia del 7 febbraio riporta in prima pagina la notizia di uno sgarbo dei ferrovieri di Vercelli, che non hanno permesso l’apposizione di striscioni di benvenuto ai profughi presso il punto di ristoro allestito nella stazione dalla Pontificia commissione di assistenza.

È dunque molto probabile che, se a Bologna si fossero svolti episodi analoghi o addirittura più eclatanti, il giornale ne avrebbe parlato. A maggior ragione ne avrebbe parlato l’anticomunista Giornale dell’Emilia.

È poi addirittura certo che, se vi fossero state contestazioni violente – o anche pacifiche – nei confronti dei profughi, ve ne sarebbe traccia negli archivi della Questura e della Prefettura, dove invece non risulta nulla.

I giornali dell’epoca li abbiamo consultati direttamente, mentre per le ricerche d’archivio in Questura e Prefettura facciamo riferimento alla tesi di laurea magistrale di Alberto Rosada intitolata The reception of the Istrian-Dalmatian refugees between history and memory, compilata sotto la supervisione della professoressa Giulia Albanese, che ci ha fornito molte conferme e ulteriori spunti per l’indagine.

La storia del «Treno della vergogna», raccontata proprio come nel video descritto sopra, è ritenuta praticamente da tutti un fatto storico acclarato. Talmente acclarato che quasi nessuno ha ritenuto di dover cercare riscontri nelle fonti coeve.

Ovviamente il cantante Simone Cristicchi l’ha inserita nel suo show Magazzino 18, insieme ad altri eventi “canonici” in cui la fantasia ha abbondantemente sopperito alla mancanza di fonti storiche.

Eppure, di quella storia non esistono tracce anteriori al 1957. Nemmeno nella pubblicistica di nicchia dell’associazionismo esule. E nel mainstream nazionale compare per la prima volta soltanto nel 1991.

Per ricostruire la genesi di questo mito dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e spiegare per sommi capi cosa stesse accadendo a Pola nel 1947.

3. Pola 1947

Dopo la liberazione dal nazifascismo, avvenuta il 5 maggio 1945 ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, Pola fu amministrata fino al 12 giugno dai poteri popolari instaurati dal partito comunista jugoslavo.

In seguito agli accordi di Belgrado tra jugoslavi e angloamericani, la città passò sotto il GMA, Governo Militare Alleato, insieme a Gorizia e Trieste.

Dopo l’arrivo degli alleati, nel giugno del 1945, fu fondato il CLN, Comitato di Liberazione Nazionale di Pola, di cui facevano parte democristiani, socialisti, liberali e azionisti, in contrapposizione ai comunisti che partecipavano invece all’UAIS, Unione Antifascista Italo-Slava, di orientamento filo jugoslavo.

A un lettore italiano l’espressione CLN richiama alla mente la lotta al nazifascismo nel periodo tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, ma quando ci si riferisce all’Istria la risonanza è fuorviante. Il CLN di Pola non nacque nella lotta contro il nazifascismo, ma solamente dopo la liberazione, in contrapposizione alla linea filojugoslava dei comunisti.

L’amministrazione angloamericana durò fino al 1947, quando fu firmato (10 febbraio) ed entrò in vigore (15 settembre) il trattato di Pace di Parigi, che assegnò Gorizia all’Italia e Pola alla Jugoslavia, e istituì il Territorio Libero di Trieste, sottoposto alla sovranità dell’ONU e diviso in due zone, una amministrata dagli angloamericani e una dagli jugoslavi.

Ricordiamo en passant che nei Balcani l’Italia aveva perso la guerra che essa stessa aveva cominciato insieme alla Germania nel 1941, invadendo la Grecia e la Jugoslavia. Aveva perso anche la guerra dichiarata a Francia e Regno Unito nel 1940, quella dichiarata all’Unione Sovietica nel 1941 e quella dichiarata agli USA sempre nel 1941. A Parigi dunque si presentò alle trattative da paese sconfitto, e in quanto tale subì perdite territoriali sia sul confine occidentale sia su quello orientale, e perse tutte le colonie.

A Pola il biennio 1945/47 fu un periodo torbido, ben descritto da Gaetano Dato nel suo libro Vergarolla 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda, ed. LEG, 2014. In città si fronteggiavano a viso scoperto i militanti filoitaliani e quelli filojugoslavi, e a viso coperto i servizi segreti angloamericani, jugoslavi e italiani. Erano inoltre presenti sul territorio diversi gruppi armati: ex partigiani comunisti, antifascisti italiani antijugoslavi e/o anticomunisti, e fascisti irriducibili.

Il giorno stesso della firma del trattato di pace il generale Robert de Winton, comandante delle forze britanniche a Pola, fu ucciso a colpi di pistola da Maria Pasquinelli, un’ex agente dell’intelligence della X MAS. Di lei e del suo ruolo nel raccogliere e diffondere leggende nere sulle foibe del 1943 abbiamo scritto a proposito del caso di Norma Cossetto.

Già nella tarda primavera del 1946 era ormai chiaro a tutti che la città sarebbe passata alla Jugoslavia, e il governo italiano, di concerto con il CLN di Pola e con la Pontificia Commissione di Assistenza, cominciò a organizzare l’evacuazione della componente italiana della città.

Non indagheremo qui le complesse dinamiche sociali, politiche, economiche e anche psicologiche che portarono alla partenza da Pola di quasi 30mila abitanti – quasi tutti italiani – sui circa 40mila totali. A chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, consigliamo di cominciare dal volume Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste 1980.

Riteniamo però importante sottolineare che non si trattò di una fuga rocambolesca di persone incalzate da un nemico in armi, come suggerisce il filmato fake che abbiamo descritto all’inizio di questo post. Si trattò invece di un’evacuazione ordinata, organizzata dal governo italiano – prima le masserizie e poi le persone –, con partenze regolari di grosse navi e liste di imbarco a cui i cittadini che volevano partire dovevano iscriversi.

Il grosso delle operazioni si svolse nei mesi di febbraio e marzo. I trasbordi di massa cominciarono già prima della firma del trattato di pace, e si conclusero con largo anticipo rispetto al passaggio di consegne tra angloamericani e jugoslavi, che avvenne solo in settembre.

Quasi metà dei profughi furono trasportati in Italia sul piroscafo Toscana, che compì in tutto dieci viaggi, sette da Pola a Venezia e tre da Pola ad Ancona. Altri profughi furono trasportati a Trieste sulle navi Pola e Grado, e altri ancora si mossero su navi più piccole o con mezzi propri.

Nel periodo che interessa a noi, quello tra il 15 e il 21 febbraio, il Toscana fece due viaggi: il 16 febbraio trasportò circa 2200 profughi ad Ancona, e il 21 febbraio trasportò circa 1000 profughi a Venezia.

L’episodio del passaggio del treno alla stazione di Bologna il 18 febbraio si riferirebbe ai profughi che partirono da Pola il 16 mattina e arrivarono ad Ancona la sera di quel giorno...

continua qui

giovedì 4 aprile 2024

Tumor Valley, un video prodotto dall’intelligenza collettiva delle lotte in Emilia-Romagna –Wu Ming

 

In val Padana si respira la peggiore aria dell’Europa occidentale. In tutte le mappe dell’inquinamento nel continente, questa zona è nera pece in un mare di giallino e arancione pallido. Ci sono lunghi periodi dell’anno in cui la regione in cui viviamo, l’Emilia-Romagna, è una gigantesca camera a gas. Nel discorso pubblico – quello degli amministratori e dei media – si dice che è «perché non piove». 

Nei primi due mesi del 2024 non si poteva respirare. Sindaci e tecnici Arpae dicevano di non fare attività all’aria aperta. In quelle settimane ci tornava in mente un passaggio del recente video istituzionale La terra dei motori: 

«È la ricerca del divertimento a farci vedere  un traguardo in fondo ad ogni rettilineo, a trasformare ogni curva in un circuito da percorrere a tutto gas.»

Il video è stato più volte citato come esempio di horror involontario nel recente convegno «La crisi del modello neoliberista, tra disastri ambientali e criticità economico-sociali: il caso dell’Emilia-Romagna», organizzato a Bologna da RECA, Rete per l’emergenza climatica e ambientale in Emilia–Romagna. 

La terra dei motori è un video istituzionale, perché rientra nel progetto «Via Emilia» di APT, cioè della Regione Emilia-Romagna. APT è una società costituita dalla Regione e si occupa di programmazione e promozione turistica in sinergia con le Camere di commercio.

Lo spot celebra senza ritegno la Motor Valley regionale, il culto dell’automobile che reclama sempre nuovo asfalto, il mito virile della “sgasata” che impregna di sé il nostro territorio. Il testo è di un giornalista che scrive sul Carlino e cura un blog dedicato a Formula 1, autodromi ecc. La voce è di un notissimo attore felsineo.

I movimenti che si occupano di ambiente, territorio, qualità dell’aria hanno però trovato le immagini irrealistiche, anzi, truffaldine. Quel truffaldino tipico delle pubblicità di auto, in cui il mezzo è associato alla libertà dell’individuo che va dove vuole lungo strade tutte a sua disposizione. Nella realtà, la maggior parte del tempo trascorso in automobile si passa fermi nel traffico, in prigionia.

Per questo l’intelligenza collettiva ha deciso di realizzare una versione del video con immagini più attinenti alla realtà quotidiana emiliano-romagnola.

Tumor Valley prende il nome dalla mobilitazione contro l’ampliamento dell’autodromo di Modena.  Sta girando nei canali Telegram dedicati alle lotte, è su varie piattaforme tra cui Vimeo e Daily Motion, ed è da lì che lo prendiamo e incorporiamo qui. Buona visione.




venerdì 19 maggio 2023

Non è «maltempo», è malterritorio. Le colpe del disastro in Emilia-Romagna - Wu Ming

 

La narrazione che imperversa sulle alluvioni in Emilia-Romagna è  tossica e nasconde le responsabilità reali. Responsabilità che non sono del «meteo». E nemmeno, genericamente, del «clima», termine usato da amministratori e giornalisti più o meno come sinonimo di «sfiga».

Le piogge di questi giorni stupiscono, sembrano più eccezionali di quanto non siano, perché arrivano dopo un inverno e un inizio di primavera segnati da una protratta, inquietante siccità. E di per sé non sarebbero affatto «maltempo», concetto fuorviante, deresponsabilizzante e dannoso. Come diceva John Ruskin, «non esiste maltempo, solo diversi tipi di buontempo». A essere mala è la situazione che il tempo trova.

Veniamo da lunghi mesi a becco asciutto: montagne senza neve, torrenti e fiumi tragicamente in secca, vegetazione e fauna in grave sofferenza, contadini disperati, prospettive cupe per l’estate prossima ventura (già quella scorsa è stata durissima)… In teoria, le piogge dovremmo accoglierle con giubilo.

Giubilo moderato, certo: chi conosce la situazione sa che, per vari motivi, queste piogge concentrate in pochi giorni non compenseranno la siccità. Quest’ultima tornerà ad attanagliarci. In Nord Italia – arco alpino e val padana – nel 2022 le precipitazioni sono state inferiori anche del 40% rispetto alle medie del ventennio precedente. Questo è il nuovo clima, ed è qui per restare. Non solo: gran parte dell’acqua venuta giù in questi giorni sarà inutile (ne parliamo tra poco).

Nonostante tutto ciò, a rigore, che finalmente piova è buona cosa. Piace a tutti che quando si apre il rubinetto esca l’acqua, no? Da dove si crede che venga, quell’acqua, se non dal cielo?

Il motivo per cui la pioggia sta avendo conseguenze dannose e a volte letali è presto detto: cade su un suolo asfaltato, cementificato, impermeabilizzato, che non può assorbirne una sola goccia, dunque quest’acqua non solo non rigenera la vita, non solo non ricarica le falde, ma si accumula in superficie e corre via, a grande velocità, travolgendo quel che trova. Spesso esonda da corsi d’acqua i cui argini – e spesso anche i letti – sono stati cementificati, e le cui aste sono state «rettificate». Corsi d’acqua intorno ai quali, dissennatamente, si è costruito e ancora costruito.

Malterritorio Emilia-Romagna

L’Emilia-Romagna è terra di grandi bonifiche, dunque, oltre ai tanti fiumi e torrenti che scendono dalle Alpi e dall’Appennino, ha migliaia e migliaia di chilometri di canali di scolo e di irrigazione. Ha uno degli assetti idrogeologici più artificiali e ingegnerizzati del mondo, dunque – a dispetto di un’autonarrazione vanagloriosa, ben incarnata dal suo guvernadåur Bonaccini – ha un assetto oltremodo fragile.

Con queste premesse, il nostro territorio dovrebbe essere pochissimo cementificato. E invece no: l’Emilia-Romagna è la terza regione più cementificata d’Italia, col suo 9% circa di suolo impermeabilizzato – contro il 7,1% nazionale, percentuale già altissima – ed è la terza per incremento del consumo di suolo nel 2021: oltre 658 ettari in più ricoperti, equivalenti al 10,4% del consumo di suolo nazionale di quell’anno.

Nel 2017 l’amministrazione Bonaccini ha prodotto una legge definita, in perfetta neolingua stile 1984, «contro il consumo di suolo». Una legge farlocca, truffaldina, il cui scopo reale era permettere la cementificazione, come denunciato invano da molti esperti – geografi, urbanisti, architetti, storici del territorio – e associazioni ambientaliste. Si veda il libro collettaneo Consumo di luogo. Regresso neoliberista nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna (Pendragon, Bologna 2017, disponibile in pdf qui).

Come volevasi dimostrare, anche grazie a questa legge si è continuato a costruire e asfaltare, in preda a un vero e proprio delirio. E dove si è costruito? Lo ha ricordato su Altreconomia Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano:

«nelle aree protette (più 2,1 ettari nel 2020-2021), nelle aree a pericolosità di frana (più 11,8 ettari nel 2020-2021), nelle aree a pericolosità idraulica dove l’Emilia-Romagna vanta un vero e proprio record essendo la prima Regione d’Italia per cementificazione in aree alluvionali: più 78,6 ettari nelle aree ad elevata pericolosità idraulica; più 501,9 in quelle a media pericolosità che è poi più della metà del consumo di suolo nazionale con quel grado di pericolosità idraulica: pazzesco.»

Ecco cosa sta accadendo dalle nostre parti, soprattutto in Romagna. Non è «maltempo», è malterritorio. Sono mille e mille nodi che vengono al pettine, i nodi di una gestione idiota e predatoria, portata avanti per decenni da una classe dirigente – politica e imprenditoriale – perdutamente innamorata di asfalto e cemento.

Love Story: il PD e il cemento

Parliamo di un amore tossico, ben peggiore di quello mostrato nel film di Caligari. Un amore che non accenna a finire, perché la suddetta classe dirigente ha in serbo per questa regione ancora e ancora asfalto, ancora e ancora cemento.

Quel che attende il territorio bolognese – ma Bologna e il suo passante sono solo l’epicentro, il maremoto di asfalto arriverà fino a Ferrara e alla Romagna – lo abbiamo descritto per filo e per segno qui. E quella è solo la cementificazione su larga scala, con un impatto molare sul territorio. C’è anche una cementificazione molecolare, capillare, fatta di speculazioni e inurbazioni meno visibili, che si insinua ovunque e che non sta raccontando quasi nessuno. A Bologna l’amministrazione Lepore-Clancy persegue una violenta messa a valore delle ultime parti di periferia non ancora consegnate all’edilizia.

Questa è la realtà dei fatti che il PD, complice un’informazione obnubilata e spesso asservita, copre con greenwashing e schleinwashing.

«Lavaggi» che si accompagnano a lavaggi di coscienza per mezzo del più grottesco scaricabarile. Il sindaco PD di Massa Lombarda ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità nazionale quando ha dato la colpa dell’inondazione… agli istrici e alle loro tane. Ma se ventiquattr’ore di pioggia bastano a fare morti e dispersi nel territorio ravennate, ci sembra più probabile che le cause siano altre. Come ricorda Pileri,

«la provincia di Ravenna è stata la seconda provincia regionale per consumo di suolo nel 2020-2021 (più 114 ettari, pari al 17,3% del consumo regionale) con un consumo procapite altissimo (2,95 metri quadrati per abitante all’anno); è quarta per suolo impermeabilizzato procapite (488,6 m²/ab).»

Se non sono gli istrici allora è «il clima»

C’è poi la tendenza a fare spallucce dicendo: «è il cambiamento climatico». Come a dire: non è colpa nostra, che possiamo farci?

A parte che invece sì, è colpa “nostra”, o meglio, colpa di chi ha portato e tuttora porta avanti acriticamente questo modello di sviluppo, nonostante dei possibili effetti del surriscaldamento globale si parli da decenni…

A parte questo, va detto con chiarezza che questo uso del clima è diversivo.

Certo, fa parte del cambiamento climatico il fatto che a lunghi periodi di siccità si alternino precipitazioni intense concentrate in pochi giorni, tuttavia…

Tuttavia che a primavera possa piovere a dirotto per diversi giorni di fila lo dicono anche i proverbi. Uno su tutti: «Aprile, o una goccia o un fontanile». Che ciò possa accadere soprattutto dopo un inverno secco, idem: «Hiver doux, printemps sec; hiver rude, printemps pluvieux». E potremmo citarne molti altri, in molte lingue.

Di lunghe piogge e nubifragi a primavera troviamo innumerevoli testimonianze in tutta la cultura europea. Uno dei più grandi classici del cinema italiano, Riso amaro, si svolge a primavera – nella stagione della monda del riso, appunto – e mostra un acquazzone di molti giorni, martellante, interminabile.

Se queste piogge hanno impatti sempre più devastanti in sempre meno tempo, è perché il territorio è sempre più deturpato. Ed è contro chi lo deturpa che dobbiamo lottare.

 

Postilla

Ora non appena le previsioni danno pioggia si chiudono le scuole, come è appena avvenuto anche a Bologna. Un tempo si chiudevano solo in caso di forti nevicate.

Mentre chiudiamo quest’articolo, primo pomeriggio del 17 maggio, giunge notizia che il Comune di Bologna – città dove al momento pioviggina e dove il trasporto pubblico ha continuato a funzionare – ha chiuso anche biblioteche, musei e centri sportivi. Se avete una sensazione di dejà vu è perché, sì, l’abbiamo dejà vu.

Si giustificano queste ordinanze col fatto che quando piove e magari le acque sotterranee straripano – nel corso del XX secolo le amministrazioni bolognesi hanno interrato e costretto in cementizi letti di Procuste tutti i canali e corsi d’acqua che attraversavano la città, compreso il torrente Ravone esondato nei giorni scorsi – il traffico si congestiona all’istante. Traffico prevalentemente privato e automobilistico, il che è al tempo stesso conseguenza e causa retroattiva delle politiche demenziali fatte sul territorio: nuove inurbazioni, sempre più strade, domanda indotta di spostamenti in automobile ecc.

La classe dirigente responsabile di quelle politiche, di fronte ai disastri che esse producono ha come risposta unica e automatica l’Emergenza. E magari, nello specifico, la DAD ogni volta che pioverà.

L’Emergenza – si è ben visto negli anni del Covid – serve a non affrontare le cause dei problemi né ora, perché gli eventi incalzano, né in seguito, perché a pericolo non più immediato si passerà ad altro… fino al prossimo disastro.

A meno di non spezzare questo circolo vizioso.

da qui

sabato 18 febbraio 2023

La storia in (nero) fumo - Wu Ming

 

Su una pessima campagna di comunicazione dell’Istituto Parri di Bologna 

L’Istituto storico Parri – Bologna Metropolitana, dal giugno 2020 presieduto dall’ex-sindaco di Bologna Virginio Merola*, compie sessant’anni. La settimana scorsa si è tenuto l’evento inaugurale delle celebrazioni, ospiti Lodo Guenzi e Bebo Guidetti de Lo Stato Sociale.

Nei giorni successivi sui muri di Bologna è apparsa una serie di manifesti dedicati alle sei decadi vissute dall’Istituto.

A ogni decennio corrisponde un’immagine corredata di titolo e slogan. Un paio di esempi: «1983-1993. Muri & Pupe. Reganismi [sic, col refuso], comunismi, edonismi»; «2003 – 2013. Social/ismi. Viva Marx, Viva Lenin, Viva Zuckerberg!».

Il manifesto dedicato al decennio 1973 – 1983 si intitola «NeroFumo». La scritta ha un carattere vagamente gotico e si staglia su volute di fumo denso. Lo slogan è: «Detestabili quegli anni»**.

Va bene che siamo a Bologna, che nel 1974 c’è stato l’attentato al treno Italicus e nel 1980 la strage alla stazione, ma che senso ha appioppare a un intero decennio un’etichetta così?

Parliamo del decennio in cui si vinse la battaglia sul divorzio (1974) e si conquistarono: la scala mobile per i salari dei lavoratori (1975); il nuovo diritto di famiglia (1975); i consultori familiari pubblici (1975); la legge sulla parità nel lavoro tra uomini e donne (1977); l’equo canone sugli affitti (1978); il diritto all’aborto (1978); libertà e dignità per i sofferenti psichici (legge Basaglia, 1978); il servizio sanitario nazionale (ancora 1978)… E se consideriamo il decennio tondo, ovvero gli anni Settanta, vanno inclusi lo Statuto dei lavoratori (1970), la legge a tutela delle lavoratrici madri (1971), la legge sull’obiezione di coscienza (1972) e svariate altre riforme sociali che seguirono le lotte dell’Autunno caldo. Per non dire del grandissimo fermento artistico, culturale, civile, in quasi tutti gli ambiti e settori.

Se restringiamo il focus sulla Bologna di quegli anni, vediamo all’opera un vasto, ineguagliato laboratorio culturale: è l’epoca d’oro del Dams (fondato nel 1971), in cui insegnano Umberto EcoGianni Celati, Giuliano Scabia e molti altri intellettuali di grande spessore; l’etere è crepitante di radio libere, la più nota delle quali è Radio Alice; tra Radio Alice e la Traumfabrik di via Clavature muovono i primi, decisivi passi artisti destinati a lasciare il segno, basti ricordare, per il fumetto, Andrea Pazienza e Filippo Scòzzari; in città c’è un proliferare di riviste e fogli autoprodotti, da A/Traverso alle numerose testate di poesia stampate in proprio da Roberto Roversi; suonano e incidono band come Skiantos e Gaznevada, e Bologna è fin da subito una capitale del punk, con nomi come Raf PunkNabat e molti altri, tanto che proprio al punk pensa l’amministrazione comunale quando, volendo “ricucire” col mondo giovanile dopo la traumatica frattura del ’77, invita i Clash a suonare gratis in Piazza Maggiore (1 giugno 1980). È una lista ovviamente lacunosa, l’abbiamo compilata in un baleno, off the top of our heads.

Questo per quanto riguarda la cultura e la società civile. Sul versante dell’amministrazione, delle politiche locali, sono gli anni del grande recupero del centro storico concepito da Pierluigi Cervellati; gli anni in cui vengono istituiti i poliambulatori di quartiere (1973); in cui vengono municipalizzati grandi spazi verdi come Villa Ghigi (1974) e, a Casalecchio, il Parco Talon (1975); in cui vengono introdotte fasce orarie gratuite sugli autobus per aiutare studenti e lavoratori (1973) ecc.

Sono dati incontrovertibili. Stanno dentro una grande stagione che le lotte di massa fanno vivere al paese. Non sono merito di virtù specificamente bolognesi, né specificamente dei partiti che amministrano città, provincia e regione (PCI e PSI), che spesso sono spinti ad agire da contraddizioni di cui in prima battuta non s’erano accorti.

La sinistra di governo bolognese, di cui Merola è un esponente di spicco, ricordando quegli anni – cosa che ha fatto sempre meno e ormai non fa quasi più – era solita celebrare quel «modello». Anche a involontario detrimento del proprio non esaltante presente.

Ora l’Istituto Parri, il cui compito è fare storia, se ne esce con una campagna di comunicazione in cui definisce quegli anni tout court «detestabili» , riproponendo il vieto cliché che si impose in Italia con la sconfitta dei movimenti, con il “riflusso”, con il progressivo deperire delle sinistre: quello di un decennio cupo, fatto solamente di odio politico e violenza, di strategia della tensione e trame eversive.

Quella strategia e quelle trame furono la reazione – in senso lato e in senso stretto – a tutto quanto abbiamo descritto sopra. Proprio perché si trattò principalmente di un decennio di grandi conquiste sociali e grande fermento creativo, qualcuno pensò di ricorrere a quel fumo nero.

A ciascun manifesto corrisponde, sul sito del Parri, una pagina di (relativo) approfondimento, che però non è linkata sul manifesto, né URL né QR code. Va cercata apposta. La stragrande maggioranza della gente non la consulterà, mentre il poster è sotto gli occhi di chiunque. In ogni caso, in quella pagina il rapporto tra vivacità dei tempi e durezza della reazione appare come rovesciato. Solamente dopo una lunghissima carrellata di tragedie, crisi, golpe, attentati, stragi ed eventi-chiave dei «detestabili anni di piombo» (sic)***, si concede che quella fu anche «la stagione dei grandi diritti civili» e si elencano alcune riforme dell’epoca. Dopodiché si conclude sbrigativamente con il ’77 e le morti di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi.

Ma se fu «la stagione dei grandi diritti civili» (e non solo), perché farla sparire dietro al nero fumo e all’epiteto di «detestabile»?

Da qualche anno il Parri dedica molte energie alla promozione della cosiddetta «Public History». Secondo la definizione della Treccani, «attività di ricerca, svolta sia al di fuori sia all’interno dell’ambito universitario, […] rivolta, attraverso diversi mezzi e occasioni di comunicazione, a un vasto pubblico, con finalità divulgative». Lungo questa via, l’istituto ha alternato iniziative apprezzabili con qualche grosso scivolone – ed è un eufemismo – come il progetto di museo sul fascismo nell’ex-Casa del Fascio di Predappio.

Ebbene, confermare gli stereotipi è un pessimo esempio di Public History.

Se il decennio 1983 – 1993 lo riassumi con «Muri & pupe» (!) e quello 1973 – 1983 lo esemplifichi col fumo delle bombe, cosa mi stai dicendo di diverso, di interessante o anche solo di storico? Confermi un cliché e basta, per giunta in un momento in cui governo nazionale e media compiacenti, facendo leva anche su quel cliché, mettono in scena il revival della «fermezza» e dell’«Emergenza», rispolverando la «minaccia anarchica» e l’«allarme terrorismo».

Se facessimo «storia pubblica» allo stesso modo, cosa diremmo del decennio “meroliano”, 2011 – 2021?

Negli anni in cui Merola è sindaco – e il futuro sindaco Matteo Lepore è assessore a cultura, turismo, «immaginazione civica», «marketing urbano» ecc. – Bologna diventa una città sempre più gentrificata e cementificata, sempre più a misura di un turismo mordi-e-fuggi, consegnata dalla sua classe dirigente a RyanairAirB&B e all’incultura del «food», mentre gli affitti diventano proibitivi, le occupazioni abitative e gli spazi sociali subiscono sgomberi polizieschi a tappeto e a chi rimane senza casa si commina il «Daspo urbano». Nel mentre, si tirano fuori dal cilindro — con grandissimo dispendio di danari pubblici – grandi opere tanto impattanti quanto inutili, come il People Mover e – ben peggiore – il Passante di Mezzo. E quanto a «immaginazione al potere», sono gli anni in cui si inaugura e si cerca di pompare in ogni modo un non-luogo come FICO, uno dei più grandi flop di cui si abbia memoria. Anche quest’elenco è, ovviamente, lacunoso.

Si può dire «detestabili quegli anni»?


NOTE

* In realtà, quand’è diventato presidente Merola era ancora sindaco. Il doppio incarico fu oggetto di polemica politica. Già che ci siamo: l’Istituto Parri di Bologna non va confuso con l’Istituto nazionale Ferruccio Parri.

** Trasparente l’intento polemico nei confronti di Mario Capanna, che nel ventennale del ’68 pubblicò un libro intitolato Formidabili quegli anni.

*** Ricordiamo che la formula «anni di piombo» durante gli anni Settanta non fu mai utilizzata. Deriva dal titolo italiano del film di Margarethe von Trotta Die bleierne Zeit [Il tempo plumbeo], che arrivò nelle sale italiane alla fine del 1981. Benché «tempo plumbeo» fosse riferito ai tardi anni Settanta in Germania, e non solo al piombo dei proiettili ma all’atmosfera di repressione che si respirava, «anni di piombo» fu applicato retrospettivamente agli anni Settanta italiani, banalizzandone il ricordo, e il piombo rimase solo quello dei proiettili, soprattutto se sparati da BR e Prima Linea.

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mercoledì 9 marzo 2022

Grande è la guerra sotto il cielo. La situazione è pessima



articoli, link e video di Lorenzo Guadagnucci, Marco Maurizi, Loris Campetti, Francesco Borgonovo, Gianni Tognoni, Gigi Proietti, Associazione Centro Documentazione Polesano, Fabrizio de Andrè, Jonathan Ng Truthout, Pepe Escobar, Domenico Gallo, Tiziano Cardosi, Wu Ming e Giuseppe Bruzzone

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sabato 11 settembre 2021

Ostaggi in Assurdistan, ovvero: il lasciapassare e noi - Wu Ming

 


INDICE DELLA PRIMA PUNTATA

0.      Introduzione.
1. Il lasciapassare quel che dice non lo fa (e quel che ti fa non lo dice)

■ Come strumento di profilassi il lasciapassare è una presa in giro
■ La gente si stava vaccinando anche senza lasciapassare
■ L’invenzione delle emergenze «medici no vax» e «insegnanti no vax»
■ «No Vax», nemici pubblici e nuclei di verità
2. Il lasciapassare ti convince che la colpa è tua (o meglio: del tuo prossimo)
3. Il lasciapassare non estende l’area del possibile, anzi, la restringe
4. Controllo padronale, invasione della privacy, discriminazione
5. «Tanto verrà applicato all’italiana» e altre belle obiezioni (e benaltrismi)

1.       

0. Introduzione

Questa è una miniserie da leggere con lentezza. «Chi è veloce si fa male», cantava Enzo Del Re. «Se non vale la pena impiegare tanto tempo per dire, e ascoltare, una qualsiasi cosa, noi non la diciamo», dice Barbalbero.

Nelle settimane scorse abbiamo ospitato o segnalato contributi critici sul cosiddetto «green pass», posizioni e analisi altrui che non coincidevano in toto con la nostra.

La nostra posizione l’abbiamo espressa solo tra i commenti, esplicitandola e rifinendola man mano, il che va bene, ma anche sparpagliandola, il che va male. Mancava un testo in cui, sul «green pass» e su questa fase dell’emergenza pandemica, dicessimo come la pensiamo in modo dettagliato e dal principio alla fine.

L’occasione di scriverlo ce l’ha data l’imminente ritorno all’attività on the road. Ci attendono presentazioni all’aperto, presentazioni al chiuso, reading, spettacoli… Volenti o nolenti, col «green pass» avremo a che fare. Ma appunto, che fare?

In questa prima puntata spieghiamo perché secondo noi il «green pass», detta come va detta, è una merda.

A partire dal nome che gli hanno affibbiato, a rigore ufficioso ma usato onnipervasivamente sui media e dagli stessi governanti e amministratori. È lo stesso anglicorum di «Jobs Act», «spending review» e altre nefandezze. È l’inglese usato come dolcificante artificiale, per far sembrare nuovi e “smart” provvedimenti che invece sono abbastanza vecchi da avere un nome nella lingua di Dante. Se il governo Renzi l’avesse chiamata semplicemente «Legge sul lavoro» sarebbe sembrata meno “innovativa”. In effetti, la libertà dei padroni di licenziare in tronco non è poi questa grande innovazione…

Nel caso del «green pass», la parola che già esiste è lasciapassare. Un lasciapassare definito «green», cioè verde, come il semaforo verde, in opposizione alle zone rosse. Ma anche qui l’inglese «green» viene preferito in quanto è l’aggettivo del momento, l’aggettivo che dà un salvacondotto a qualunque politica voglia spacciarsi per ambientalista e quindi al passo coi tempi: è il cosiddetto greenwashing. Tanto per autocitarci: «Nel mondo in cui il vero della devastazione ecologica e climatica diviene un momento del falso del tran tran capitalistico, ogni schifezza va definita “green”, anche provvedimenti come il pass sanitario, che con l’ecologia non ha alcun legame diretto.»

Nella seconda puntata, tra qualche giorno, ragioneremo da lavoratori della cultura e dello spettacolo quali in effetti siamo, esporremo a lettrici e lettori i problemi che abbiamo di fronte, e si capirà bene il perché del titolo.

Prendiamo a prestito le parole da un recente comunicato dei Cobas Scuola di Bologna, che definisce il lasciapassare «uno strumento prima di tutto inefficiente ed illogico in relazione alle pratiche di contenimento della pandemia e della sicurezza nelle scuole in genere […], che contiene sia nella sua definizione che nel prospettare una serie di sanzioni pesantissime, spropositate e ingiustificate, un forte profilo di incostituzionalità, configurandosi, nei fatti, come una sorta di implicito obbligo vaccinale, imposto surrettiziamente e senza alcuna assunzione di responsabilità, che sarebbe doverosa, da parte delle autorità che impongono tale pratica».

Questa problematizzazione si può facilmente estendere dalla scuola alla società in generale. È quanto faremo, sviluppando le tre principali ragioni della nostra critica al lasciapassare:

1. È incongruo e inutile ai fini dichiarati – o dati per intesi – da chi lo ha introdotto.
2. È l’ennesimo diversivo che serve a scaricare verso il basso le responsabilità della malagestione della pandemia.
3. È presentato come “liberatorio” ma in realtà è restrittivo, discriminatorio, invasivo.


1. Il lasciapassare quel che dice non lo fa (e quel che ti fa non lo dice)

All’osso, i fini del lasciapassare dichiarati – o dati per intesi – dal governo sono:
■ ridurre numero e frequenza dei contagi (il lasciapassare come strumento di profilassi);
■ convincere la gente a vaccinarsi (il lasciapassare come nudge, “spintarella” persuasiva);
■ garantire al maggior numero possibile di persone il diritto al lavoro e alla socialità in sicurezza (il lasciapassare come garanzia che «non si tornerà a chiudere»).

Cerchiamo di procedere con ordine.


Come strumento di profilassi il lasciapassare è una presa in giro

Il lasciapassare non può funzionare allo scopo di ridurre i contagi per la plateale incongruenza e incoerenza degli utilizzi prescritti. Le diverse disposizioni per diversi contesti e diversi comportamenti in diverse giurisdizioni sembrano buttate giù dal Cappellaio Matto e dalla Lepre Marzolina durante una gara di rutti al party di non-compleanno di Walter Ricciardi. Una cosa è certa: il criterio di fondo non è, non può essere sanitario.

Da oggi il lasciapassare viene richiesto per i treni a lunga percorrenza – «Frecce, Intercity, Intercity notte, EC, EN, Freccialink», come si legge sul sito di Trenitalia  – ma non sui treni locali. Peccato che i primi siano usati da una piccola minoranza di viaggiatori, mentre sui secondi si ammassa ogni giorno la gente che va a lavorare. Secondo il Rapporto Pendolaria 2021, nel 2019 «il numero di coloro che ogni giorno prendevano il treno per spostarsi su collegamenti nazionali era di circa 50mila persone sugli Intercity e 170mila sull’alta velocità, [mentre] sui treni regionali e metropolitani […] superano i 6 milioni ogni giorno».

E una volta che ci sei arrivato, al luogo di lavoro? Riprendiamo da una chat su Telegram l’utile riassunto di un compagno della Wu Ming Foundation:

«Al lavoro per accedere alla mensa devi avere il green pass (ma per bagni e docce no, e immagino la disinfezione degli spazi in un’azienda a fine turno) mentre in albergo, sia per soggiornare che per mangiare se sei ospite non è richiesto. Se lavori in trasferta e quindi la tua mensa è il ristorante dell’hotel non hai nessun obbligo, se te ne stai in sede invece ne hai (e in trasferta spesse volte ci stai con dipendenti di altri millemila appaltatori o sub, mandando in vacca qualsiasi possibilità di tracciamento). Al bar prima si poteva stare solo seduti ora seduti al chiuso obbligo di green pass, al bancone (il luogo più a rischio) no […]»

Ancora: il lasciapassare è richiesto per entrare in musei, cinema, teatri, ristoranti al chiuso, mense aziendali, spogliatoi sportivi. In altri luoghi dove la gente si addensa tanto quanto o di più, come shopping mall e supermercati, il lasciapassare non è richiesto, perché intralcerebbe il flusso delle merci e del denaro in settori che il governo vuole tutelare. Né è richiesto per assistere alla messa nelle parrocchie, perché dopo il «lockdown» dell’anno scorso, che ha interferito addirittura con la celebrazione della Pasqua, la Chiesa cattolica deve aver fatto capire a chi di dovere che non sopporterà altre interferenze col culto.

Un ulteriore ginepraio di assurdità lo scopriremo dando un’occhiata a come funzionano eventi artistici e culturali. Tempo al tempo.


La gente si stava vaccinando anche senza lasciapassare

Poiché quella in corso è una pandemia, è logico che se parliamo di immunità collettiva da raggiungere mediante vaccinazione la popolazione di riferimento è quella mondiale. Se ci tocca parlare della percentuale nazionale di vaccinati è perché un lasciapassare sanitario agganciato alla campagna vaccinale è stato introdotto in pochissimi paesi oltre al nostro, e con queste caratteristiche c’è solo da noi.

Nonostante tutti gli intoppi – la gestione certo non brillante dell’uomo dei fiori prima e dell’uomo in mimetica dopo, le dosi che arrivano in base a tempi e capricci delle multinazionali farmaceutiche… – tutti i dati dicono che la campagna vaccinale procedeva spedita già prima del 6 agosto, data di introduzione del lasciapassare. Se non sembra è perché un’informazione terroristica urla «ALLARME!!! 10% di NO VAX!!!11» quando il 90% dei lavoratori di un settore risulta vaccinato. Ora, checché se ne dica, la campagna è praticamente alla volata finale.

L’obiettivo non è vaccinare il 100% della popolazione italiana. Dal totale vanno esclusi gli italiani sotto i 12 anni, cioè più o meno sei milioni di persone, ergo circa il 10% della popolazione. Poi c’è chi non può vaccinarsi per motivi di salute, ci sono persone guarite che prima di vaccinarsi preferiscono aspettare, e c’è una percentuale di refrattari inconvincibili che alcune fonti stimano tra il 3 e il 6%. Poiché non è possibile una stima più accurata, di norma si fa coincidere la popolazione vaccinabile con l’intera popolazione over 12.

Quando abbiamo cominciato a scrivere questo post, cinque giorni fa, risultava completamente vaccinato – due dosi + monodose + dose unica per i guariti – il 61,6% della popolazione totale. In attesa di seconda dose – «parzialmente protetto» – era l’8,7% della popolazione totale, corrispondente al 9,6% della popolazione vaccinabile. Il che significa che potevamo già dare per acquisito il 70,3% della popolazione totale, corrispondente al 78% della popolazione vaccinabile. Alla data in cui terminiamo l’impaginazione, 1 settembre, risulta vaccinato il 71,9% della popolazione vaccinabile e «parzialmente protetto» il 79,8%. E ricordiamo che stiamo approssimando la popolazione vaccinabile per eccesso: la percentuale reale è certamente già di alcuni punti sopra l’80%. Insomma, la stragrande maggioranza dei vaccinabili è già vaccinata.

Dice: ma forse dopo il 6 agosto il lasciapassare ha avuto un effetto benefico. In realtà ad agosto il flusso delle somministrazioni è calato drasticamente. Dalle oltre 500.000 al giorno di fine luglio si è arrivati alle 50.000 di Ferragosto. È successo per vari motivi ricostruiti qui, il punto è che
1) la stragrande maggioranza dei vaccinati di oggi lo era già prima dell’introduzione del lasciapassare;
2) chi parla di un «effetto green pass» non sa quel che dice oppure ciurla nel manico. Anche senza la presunta “spintarella”, la campagna andava spedita.

Ma come spedita? Non era sabotata dai malvagi No Vax?


L’invenzione delle emergenze «medici no vax» e «insegnanti no vax»

L’estate che sta finendo non ha avuto un tormentone musicale degno di questo nome. In compenso ha avuto la campagna allarmistica sui «medici no vax» – e più in generale i «sanitari no vax» – e gli «insegnanti no vax»: giorni e giorni di terrorismo, titoli horror, numeri sparati ad altezza d’uomo, minacce antisindacali…

Partiamo dal settore sanitario. Due settimane fa uno di noi commentava:

«Perché proprio tra chi ha una formazione medica/clinica e cura le persone, stando a quanto si legge, è così diffuso il dissenso sulle mosse del governo? […] L’anno scorso chiunque lavorava nella sanità era un “eroe”, questa – anche solo applicando la legge dei grandi numeri – è la stessa gente del 2020 ma nel 2021 è stata scelta come public enemy e nessuno sembra interessato ad ascoltarla […] Se i professionisti della sanità che i media descrivono in blocco come “novax” sono tanti come dice questa campagna d’allarme, è stupido se non criminoso non chiedersi come mai ciò avvenga proprio nella sanità; se invece sono pochi, è stupido e criminoso accettarli come capri espiatori, rovesciando su di loro le colpe della situazione.»

Poi si è appurato che i numeri erano gonfiati. Come ha scritto Isver in un commento del 24 agosto:

 

«I lavoratori della sanità non vaccinati sono 35.691 su 1.958.461 totali, ovvero l’1,82%. Al di là delle questioni di principio […] risulta davvero difficile pensare a una situazione ingestibile. Ricordo ancora che si ragionava concretamente di messa in sicurezza del sistema sanitario ben prima che i vaccini comparissero all’orizzonte, anche se adesso pare che quei protocolli non interessino più a nessuno.

Va detto poi che quello sopra è il numero dei non vaccinati, non di quelli che non vogliono vaccinarsi. Perché ci sono anche lavoratori della sanità che non possono vaccinarsi avendo a loro volta problemi di salute. Era uno dei motivi per cui gli ordini professionali ridimensionavano il fenomeno, anche se non il principale.

Nel totale di quasi due milioni di lavoratori della sanità, sono comprese anche le professioni non strettamente sanitarie, come gli OSS.

Stando al presidente di FNOMCEO – Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri – i medici che non si sono vaccinati ad esempio sarebbero circa lo 0,2% del totale e forse anche meno. In regioni come Lombardia, Liguria e Puglia, dice, si contano singoli casi di ricorsi al TAR contro l’obbligo vaccinale da parte di medici. Singoli casi.»

 

E nella scuola?

A fine luglio appaiono sui giornali dati allarmanti sui non vaccinati nella scuola. Diverse realtà del mondo della scuola fanno notare che i conti non tornano. Il commissario Figliuolo intima alle regioni di fare chiarezza entro il 20 agosto, ma c’è chi non aspetta, non può aspettare, non ce la fa proprio: il 14 agosto l’immunologo superstar Roberto Burioni – per noi l’antropomorfosi di tutto quel che non funziona nella comunicazione scientifica e nell’informazione sulla pandemia – tuona in un tweet:

«Gli insegnanti che senza motivo rifiutano il vaccino mettendo a rischio i loro studenti (che dovrebbero proteggere e formare con il buon esempio) non dovrebbero essere tamponati gratuitamente ma licenziati immediatamente. Vergogna per i sindacati che li difendono.»

Si alza un polverone, e soprattutto si alzano strida giustizialiste contro i nemici pubblici, gli insegnanti No Vax. Ma il 20 agosto escono i dati aggiornati, e si vede che i non vaccinati nella scuola sono molti meno di quanto si diceva. Sul Fatto Quotidiano si spiega qual era uno degli equivoci [spoiler] il casino l’aveva fatto Figliuolo, passando all’improvviso dalla vaccinazione per settori professionali a quella per fasce anagrafiche [/spoiler]:

«la cifra stimata dei docenti ancora in attesa di prima dose era pari a 220mila persone (15%). In realtà è il risultato di una sovrapposizione. Fino al 10 aprile scorso il personale scolastico che si presentava a fare l’iniezione era registrato come categoria. L’11 aprile un’ordinanza firmata dal Commissario ha imposto come priorità di vaccinazione l’età e non più la per professione. Il personale del mondo dell’istruzione perciò ha continuato a farsi vaccinare ma è stato catalogato senza l’indicazione del ruolo.»

Il 28 agosto nuovo aggiornamento, ecco cosa si legge in un articolo su Il manifesto:

«I dati sulle vaccinazioni del personale scolastico e universitario si vanno aggiornando. A una settimana dalla scadenza data dal commissario Figliolo alle regioni per verificare i numeri, incrociando le banche dati per età con quella degli addetti, viene fuori che il 90,45% ha avuto almeno una dose o la dose unica […] Eppure è un mese che il personale scolastico viene additato come un fortino di no vax. La docente Gloria Ghetti, fra le fondatrici del movimento Priorità alla Scuola: “È stata buttata via un’altra estate, dopo quella passata a parlare di banchi a rotelle. Ancora una volta non sono stati affrontati i problemi veri come le classi pollaio, le strutture fatiscenti e l’implementazione del personale docente”. Di diverso c’è che è stato introdotto il green pass obbligatorio per i dipendenti: “Quella dei docenti è la categoria più vaccinata – prosegue – quindi mi chiedo perché solo a noi? Sembra quasi un accanimento. Personalmente vaccinerei tutti ma quello del pass mi sembra un grande specchietto per le allodole per evitare di affrontare i problemi veri”.»

Insomma, a giudicare da titoli di giornali on line, servizi tv e campagne social, i «no vax» ci terrebbero praticamente sotto assedio. Guardando i numeri, sia per settore sia totali, si vede bene che ciò è falso.

Il nemico pubblico`«no vax» è un capro espiatorio. «I NOVAX!!!» è l’ennesima falsa risposta data dal sistema alla domanda: «Perché non siamo ancora usciti dall’emergenza?».


«No vax», nemici pubblici e nuclei di verità

Detto ciò, nel paese un’area di esitazione/opposizione vaccinale esiste, e se non costituisce il pericolo descritto (pompato) dai media, è comunque da tenere in considerazione. Nel senso che noi – inteso come noi anticapitalisti – dovremmo tenerla in considerazione.

Intanto, una declaratio terminorum. Dovremmo saper riconoscere l’ideologia contenuta nelle parole che il potere usa con entusiasmo. «No Vax» è un’espressione apparentemente inglese che però esiste solo in Italia ed è di conio giornalistico recentissimo, nata nella seconda metà del decennio scorso come calco di «No Tav» per descrivere una fantomatica «Italia dei no» popolata di ignoranti: «Non se ne può più di tutti questi No Tav No Triv No Vax ecc.»

Oggi, come «negazionista» nel 2020, «no vax» è il nome separatore [1] usato per annullare ogni sfumatura e criminalizzare il dissenso. Il complesso politico-social-mediatico chiama «no vax» anche chi, come noi, ritiene utile il vaccino contro il Covid, ma critica il lasciapassare e alcuni aspetti della vaccinazione, ovvero della «politica attraverso cui attivamente si producono, distribuiscono ed inoculano i vaccini». Il nome separatore non solo non aiuta a indagare e comprendere quel che sta accadendo, ma dà proprio una grossa mano a occultare, mistificare, omologare posizioni diverse e alimentare l’idea di un tentacolare nemico pubblico: il «no vax», contro cui bisogna «difendere la società».

Stiamo parlando di un fenomeno composito, pieno di differenze al proprio interno: quello che, tagliando con l’accetta, abbiamo a volte definito «antivaccinismo». Oggi nemmeno quest’espressione rende l’idea, perché mette insieme semplice scetticismo, riluttanza, timori fondati e infondati, fantasie di complotto e discorsi più sensati, e mette insieme tutti i vaccini e qualunque circostanza.

Se esistono soggetti ideologicamente contrari a qualunque vaccino in qualunque circostanza, non sono la maggioranza di quelli che il sistema chiama «no vax». La maggior parte delle persone sono contrarie o quantomeno scettiche o anche soltanto titubanti di fronte ad alcuni vaccini somministrati in certe condizioni. Inoltre, da quando esistono i vaccini antiCovid le presunte schiere dell’«antivaccinismo» si sono ingrossate con l’afflusso di persone storicamente favorevoli a tutti i vaccini precedenti ma esitanti nei confronti di questi qui.

Nessuno dovrebbe stupirsi dell’esitazione/rigetto nei confronti dei vaccini anti-Covid, stante la comunicazione incoerente e sensazionalistica con cui il governo e i media mainstream ne hanno accompagnato l’arrivo e la somministrazione, e stante che problemi ne sono venuti fuori eccome: si va dal merdaio planetario riguardante AstraZeneca – che oggi,  per dirla con Repubblica, «nessuno vuole più» – al ritiro di 1,6 milioni di dosi di Moderna in Giappone. E sul medio-lungo periodo potrebbero venire fuori altre magagne (da vaccinati e da persone che hanno a cuore le sorti dell’umanità, speriamo ovviamente di no).

 

Semmai, dovremmo stupirci del fatto che, tutto sommato, tale esitazione/rigetto, pur rilevante e da interrogare, nel Paese rimanga minoritaria.

Noi Wu Ming ci siamo vaccinati [2] e non abbiamo mai subito l’incanto di sirene antivacciniste. Tuttavia, nelle discussioni su Giap e più compiutamente nel libro La Q di Qomplotto argomentiamo che l’antivaccinismo non ci si può limitare a “smontarlo”: ne vanno compresi i nuclei di verità, cioè va riconosciuto l’anticapitalismo – a volte esplicito, più spesso inarticolato e inconsapevole – che vi si esprime, per provare a prevenire la “cattura” di quel malcontento da parte del cospirazionismo, il suo essere incanalato in fantasie di complotto.

Che, “a sinistra”, allo sviluppo di quest’abbozzo di strategia si preferisca l’arrogante «blastaggio» – quando non la vera e propria criminalizzazione – per noi è una tragedia, una débâcle politica e umana. Tanto più in quest’emergenza, quando i suddetti nuclei di verità sono parecchio grossi e nessuno che si dica anticapitalista dovrebbe fingere di non vederli.

I «nuclei di verità» [kernels of truth] – espressione che riprendiamo dalle riflessioni di vari psicoterapeuti e in particolare da Gregory Bateson – non sono punti di arrivo, cioè asserzioni e conclusioni che possiamo condividere, ma punti di partenza: premesse generali, intuizioni monche nate da malcontenti anche vaghi, da collere poco o punto elaborate, e in generale dal mal di vivere nella società capitalistica.

Nell’antivaccinismo si trovano gli stessi nuclei di verità da cui in passato si sono sviluppati nobili filoni di critica alla medicina capitalistica, da Ivan Illich alla coppia Ongaro & Basaglia, da Michel Foucault all’SPK tedesco, da Félix Guattari agli antipsichiatri inglesi, fino a certi smontaggi del sapere medico-clinico in chiave femminista.

Subordinazione della salute alla ricerca del profitto; rapporto morboso tra medicina e mercato; dipendenza della ricerca medico-farmaceutica da imprese ad altissima concentrazione di capitale; crescente burocratizzazione e spersonalizzazione della cura; sfiducia nell’industria sanitaria dopo una lunga sfilza di scandali… A tutto questo dobbiamo aggiungere nuclei di verità più specifici, formatisi nell’ultimo anno e mezzo: tutte le fandonie raccontate, tutto il terrore seminato, tutti i “doppi legami”, tutta l’informazione tanto più urlata quanto più incoerente che ha accompagnato la campagna vaccinale… Ce n’è persino d’avanzo.

Ma perché da questi nuclei di verità si sviluppano così spesso fantasie di complotto? Perché quelle narrazioni diversive funzionano così bene?

La nostra risposta è: perché non ne trovano altre a contrastarle. Dov’è oggi la critica sensata, su basi di classe, alla medicina capitalistica? Se quel terreno era quasi spopolato già prima, dall’inizio della pandemia è rimasto pressocché deserto, perché la maggior parte delle compagne e dei compagni ha sposato la «Fiducia nella Scienza», che significa poi: fede nello scientismo. Si fa riferimento a una Scienza unica, neutra e universale nei suoi assunti e paradigmi, casomai (ma proprio casomai) si ritiene criticabile il rapporto tra scienza e politica in certe sue contraddizioni secondarie.

Sui siti “di sinistra”, quando va bene, si trovano discorsi al cui confronto il programma di Gotha criticato da Marx era all’avanguardia, cioè critiche tutte sul versante della distribuzione. Persino la sacrosanta polemica contro la proprietà intellettuale di farmaci e vaccini è articolata solo su quel piano. C’è pochissima critica della produzione di cura, dell’ideologia che orienta la clinica e ancor prima la definizione di malattia, del fatto che un paradigma epistemologico non è neutro ma plasmato da rapporti di produzione, di proprietà, di potere ecc.

Inutile girarci attorno: nel loro modo sballato e con tutti i bias cognitivi che vogliamo (e che vanno esposti e criticati con durezza), quelli che il mainstream  e la “sinistra” perbene chiamano «no vax» sono tra i pochi a tentare una critica alla scienza medica sul versante della produzione, dei rapporti di proprietà, della non-neutralità della scienza una volta vista dentro tali rapporti ecc. Nel loro confusionismo, alcuni di loro sono istintivamente più “marxisti” di certi eredi del marxismo smarritisi nello scientismo.

Sinceramente, con chi non riesce ad andare oltre la facciata dell’antivaccinismo, vedere tutto questo e ripartire da tutto questo, noi fatichiamo anche solo a discutere, perché viene a mancare proprio il terreno comune. Per questo battiamo tanto su questo chiodo.

In sintesi, noi siamo per scavalcare la trappola dicotomica vaccinismo / antivaccinismo perché:

1. Non è necessario essere contro i vaccini per essere contro la strumentalizzazione che ne fa il governo.

2. È necessario parlare ogni volta che è possibile con chi manifesta «esitazione vaccinale» o opposizione ai vaccini, e farlo senza burionismi, perché quelle posizioni si sviluppano a partire da nuclei di verità che dobbiamo saper riconoscere e perché va scongiurata la “cattura” di quel malcontento da parte di cospirazionismi vari.

3. Oggi molte persone che non sono mai state contro i vaccini sono additate come «novax», perché il «novax» è il nemico pubblico più facile da additare, il capro espiatorio dei fallimenti e delle porcherie della classe dirigente, e per quanto possibile dovremmo difendere le persone di cui sopra da questo mobbing politico-mediatico.

In quest’anno e mezzo è successo qualcosa, un cambiamento pesante nella testa delle persone. Governo e mass media ci hanno fatto credere e fare cose assurde, senza senso, scaricandoci addosso il peso morale di tutto pur di sottrarsi all’evidenza dell’inettitudine politica e del disastro sistemico. Ancora una volta: suona strano che ci sia gente che non si fida più, o che ha paura, o che pensa a un complotto? È gente che è stata vittima di un trattamento scriteriato e oggi non vuole più subire alcun trattamento, nemmeno sanitario. Soprattutto dopo essere stati trattati come cretini e delinquenti dalle autorità per diciassette mesi, sentirsi dare dei cretini e delinquenti non smuoverà di un millimetro chicchessia.

Da qualche giorno la colpevolizzazione sta raggiungendo il parossismo, con Repubblica in prima fila ad accusare in blocco i «no vax» di qualunque cosa: minacce, aggressioni, attentati, «escalation di violenza», tutto è gettato nel calderone e attribuito in maniera indiscriminata.

 

Simili campagne «d’opinione» sono sempre preludio a orrori concreti. E così, ecco l’aberrante annuncio dell’assessore alla sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato: i «no vax» che si ammaleranno dovranno pagarsi la terapia intensiva (1500 euro al giorno).

Ovviamente non può trattarsi di un’iniziativa individuale, questa trovata da flame sui social devono averla discussa in giunta regionale. E nella “sinistra” di questo paese molti si dicono d’accordo. E magari tra chi si dice d’accordo c’è qualcuno che fuma, e se un giorno si pigliasse un canchero non vorrebbe mai pagarsi la chemioterapia.

La verità è che costoro, nonostante sproloquino incessantemente di «bene comune», la sanità come servizio pubblico e universale non hanno proprio idea di cosa sia.

Del resto, come potrebbero, se ormai subordinano l’appartenenza stessa al consesso umano a una certificazione su base etica da parte dello Stato?

E in fondo, non sono proprio loro quelli che la sanità l’hanno aziendalizzata, tagliata con la mannaia, privatizzata e semi-smantellata, con le conseguenze che abbiamo visto l’anno scorso?


2. Il lasciapassare ti convince che la colpa è tua, o meglio: del tuo prossimo

Il lasciapassare è lo strumento con cui il governo prosegue la strategia adottata fin dall’inizio della pandemia, quella di metterci tutti sul chi vive gli uni contro gli altri. In questo caso potremmo dire: “sul chi merita di vivere” e chi invece deve stare chiuso in casa «come un sorcio».

Deviare l’attribuzione di responsabilità verso il basso e disperderla in orizzontale è ciò che ha fatto la classe dirigente fin dai primi di marzo del 2020.

Prima il nemico pubblico era chi faceva la «corsetta» o anche solo la passeggiata. Ricordiamo bene la volta in cui il sindaco di Bologna Virginio Merola paragonò le persone che continuavano a fare due passi o fare jogging a «sacche di resistenza» da sgominare, aggiungendo: «Ci sono ancora alcune zone, in particolare nelle periferie, dove il richiamo del verde è molto forte.»

Questo, rammentiamolo, mentre le fabbriche di Confindustria restavano aperte e treni e bus giravano carichi di pendolari.

Oggi è assodato che il divieto di camminare nei parchi e in generale di stare all’aperto non aveva il minimo fondamento scientifico. Qui citiamo il New York Times:

«There is not a single documented Covid infection anywhere in the world from casual outdoor interactions, such as walking past someone on a street or eating at a nearby table».

Poi c’è stata la campagna – forse la più demenziale – contro… i «furbetti di Pasquetta», gente che progettava di commettere gravi crimini come fare una gita in collina o raggiungere la propria casa delle vacanze.

 

Poi si è sferrato l’attacco alla «movida», termine spagnolo ma che si usa così solo in Italia. Ancora una volta gente che stava all’aperto, nelle piazze, fuori dalle rotte reali del contagio.

Poi è stato il turno degli stronzi irresponsabili che erano andati in ferie, molti dei quali… usando il «Bonus vacanze» dato loro dal governo.

Nel frattempo c’era la voga del dare a chiunque del «negazionista».

Poi c’è stato l’obbligo di mascherina all’aperto, e chiunque dicesse che era insensato – cioè dicesse la pura verità – era un «no mask», altro esempio di anglicorum di regime.

E mica li abbiamo elencati tutti, i diversivi e i capri espiatori.

Ogni volta si è trovato un modo di scaricare su bersagli implausibilissimi le colpe del governo e dei padroni, in modo da continuare a gestire l’emergenza in modo capitalistico, facendo leva sulla pandemia per un’enorme ristrutturazione.

Ora è il turno dei «no vax», e ormai viene chiamato così chiunque non abbia il lasciapassare, e persino chi ce l’ha ma non lo descrive in modo encomiastico.

A illustrare al meglio come funziona la deresponsabilizzazione, l’amore di Confindustria per il lasciapassare.

I lavoratori nelle aziende sanno bene che il rischio calcolato sulla loro pelle durante i picchi pandemici del 2020 è stato altissimo. Quante mense aziendali sono state chiuse per focolai Covid l’anno scorso? Nemmeno ne è giunta notizia. Se uno studente trovato positivo implicava il tampone per tutta la classe e la sospensione delle lezioni in presenza in attesa degli esiti, per gli operai non è mai stato così, o almeno nessuno ha controllato che lo fosse.

Nella maggior parte dei casi il lavoratore positivo al tampone veniva messo a casa in malattia per due settimane e amen. In malattia, non per infortunio come previsto dall’art. 42 del D.L. n. 18/2020. La differenza non è da poco: se sei in malattia l’Inail non riceve alcun avviso, tutto si ferma lì, i tuoi colleghi non vengono tamponati e la produzione non subisce stop né rallentamenti. È grazie a quest’escamotage che i focolai nelle fabbriche sono rimasti invisibili. Nel mondo sindacale lo sanno tutti, è un segreto di Pulcinella.

Massimo rischio per i lavoratori, minimo rischio per l’azienda.

Ora quegli stessi lavoratori si ritrovano appeso all’ingresso dello stabilimento un bel cartello del padrone che dice che chi non ha il lasciapassare per entrare a mensa deve fare il tampone rapido ogni 72 ore – cioè due tamponi a settimana – al costo di €25 cada uno, duecento euro al mese che verranno addebitati in busta paga. Non c’è bisogno di essere «no vax» per incazzarsi. Basta pensare che lo stesso padrone che prima se ne fotteva della tua salute, ora ti costringe ad assumerti la responsabilità che lui non ha mai voluto assumersi, sotto il ricatto di una penalizzazione salariale.

Ma l’amore di Confindustria – e Confapi, il suo corrispettivo per la piccola e media impresa – si è fatto ancora più forte. I padroni premono sui sindacati confederali e sul governo per ottenere – unici in Europa – l’obbligo vaccinale per gli operai. Chi non ha il lasciapassare non deve proprio poter lavorare.

Il lasciapassare degli operai è in realtà un salvacondotto per i padroni. Anche se la situazione dovesse peggiorare, la produzione non correrà mai il rischio di fermarsi.

Il lasciapassare è una garanzia che, qualunque cosa accada, si proseguirà coi diversivi.


3. Il lasciapassare non estende l’area del possibile, anzi, la restringe

Dal punto di vista dei comportamenti il lasciapassare non cambia nulla: rimane la mascherina al chiuso, rimane il distanziamento ecc. Viene però introdotta una discriminazione, in base alla quale certe persone potranno fare meno cose di quante ne potevano fare prima. Ancora una volta citiamo Isver:

«Prima fai di tutto per convincermi che in assenza di vaccini le regole di comportamento fanno la differenza. Poi arrivano i vaccini. Quindi per convincermi che sono i vaccini a fare realmente la differenza, metti in discussione l’utilità delle regole di comportamento. Ma non nelle condizioni di prima. Prima era prima. Le regole di comportamento non bastano più… adesso! Adesso che più di [sette] italiani su dieci sono vaccinati. Quindi in sostanza bisogna vaccinare tutti per ripristinare le condizioni di sicurezza di quando non c’erano i vaccini. Non fa una piega.

in assenza di vaccini, erano tutti assolutamente certi che per azzerare la circolazione del virus fossero sufficienti [portare la mascherina, lavarsi le mani e restare distanziati]. Adesso, con la maggioranza assoluta delle persone vaccinata, uno si aspetterebbe che a dover rispettare quelle sacre regole fosse la minoranza non vaccinata. E invece no! Sono i vaccinati a doverle rispettare, mentre per i non vaccinati non bastano più nemmeno quelle. Fra un po’ non potranno più nemmeno lavorare, quando appunto un anno fa era essenziale che rischiassero la vita anche per produrre cazzi di gomma.

Ora, a me sta benissimo che se prima nessuno poteva andare allo stadio, per dire, adesso possa andarci solo chi ha il green pass. È una condizione per la riapertura di uno spazio altrimenti chiuso. Quello che non mi sta bene è che adesso possa prendere il treno solo chi ha il green pass, quando prima lo potevano prendere tutti indistintamente. Questa per me è discriminazione e basta.

[…] Come abbiamo fatto a mettere in sicurezza gli ospedali e gli ambulatori prima che gli operatori sanitari avessero la possibilità di immunizzarsi? Eppure l’abbiamo fatto. Adesso però, col [70]% di popolazione vaccinata e il [99]% di operatori vaccinati, [descrivono] la situazione [come se fosse] peggiorata, anziché migliorare.»

Chi ha il lasciapassare può fare ciò che prima poteva fare anche senza. Chi non ce l’ha, non può più fare ciò che prima poteva fare purché con mascherina e distanziato.

L’asticella dei requisiti per poter vivere, lungi dall’abbassarsi, si è alzata. Senza alcun peggioramento della situazione da poter addurre a “giustificazione”.


4. Controllo padronale, invasione della privacy, discriminazione

Il lasciapassare è uno strumento di discriminazione dei lavoratori che facilita il controllo padronale, i licenziamenti, le vessazioni.

Chi può esserne esentato per motivi di salute – c’è gente che non può oggettivamente vaccinarsi – o non si vaccina per resistenze personali – giuste o sbagliate che siano, comunque legittime –, oltre a dover restare fuori da certi luoghi sarà tenuto a giustificarsi con il datore di lavoro, ovvero a dargli una serie di informazioni private sulla propria salute o sulle proprie convinzioni che resteranno nella disponibilità di quest’ultimo e che potrebbero esporre il lavoratore all’ostracismo dei colleghi (come sta avvenendo in certe fabbriche).

Fabbriche dove il lasciapassare alimenterà cultura del sospetto e della delazione. Come ha scritto in una discussione qui su Giap Ibnet:

«In questo ormai lunghetto periodo pandemico […] ne abbiamo vissute di tutte, tra gente armata nelle strade, balcodelazioni incoraggiate via TG, gogne social, fabbriche aperte vs cimiteri chiusi. Quello che il green pass spinge al livello successivo è la possibilità di ogni lavoratore, in scuole, uffici, ristorazione, fabbriche, di essere nominato dai padroni come responsabile del controllo di colleghi e clienti. Controllo di adesione a raccomandazioni governative, tutte emanate in stato di emergenza continuo senza alcun controllo (quello che ci piace) popolare verso i dirigenti. Controllo effettuato da gente non preparata e che non ha mai scelto di fare il controllore.»

Più in generale, come ha ricordato l’ex-magistrato Livio Pepino:

«Gli effetti a lungo termine dell’erosione di un principio o di un diritto fondamentale […] sono imprevedibili. Ed è per questo che la normativa europea (a cui pure la legislazione nazionale dovrebbe uniformarsi) è drastica nell’escludere la possibilità di strumenti siffatti. Il punto 36 del regolamento UE 953/2021 prevede, infatti, che “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che […] hanno scelto di non essere vaccinate” e ad esso si affianca la risoluzione n. 2361/2021 del Consiglio d’Europa, che, nei punti 7.3.1 e 7.3.2, prescrive di “assicurare che i cittadini siano informati che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno è politicamente, socialmente o altrimenti sottoposto a pressioni per farsi vaccinare” (punto 7.3.1) e di “garantire che nessuno sia discriminato per non essere stato vaccinato o per non voler essere vaccinato” (punto 7.3.2).»

E d’altro canto, anche l’OMS sostiene una posizione molto simile, quando sconsiglia l’introduzione dell’obbligo vaccinale [3].

 

5. «Tanto verrà applicato all’Italiana» e altre belle obiezioni (e benaltrismi)

– Ma sì, tanto sarà applicato a cazzo di cane, si risolverà in una cialtronata, non merita di occuparsene!

Il fatto che la gestione della pandemia sia cialtrona dovrebbe farci preoccupare di più, non di meno.

Non solo perché la cialtroneria – soprattutto in Italia – non è in antitesi con l’autoritarismo, anzi, ne è una caratteristica fondamentale (cosa c’era di più cialtrone del fascismo?). No, c’è di più di questo. Di mossa cialtrona in mossa cialtrona – regolarmente sottovalutata perché tanto è cialtrona – si stabiliscono precedenti via via più gravi.

Lo ha detto bene Wolf Bukowski: «I provvedimenti/sparate del governo sono random, ma quelli che sopravvivono, cioè diventano effettuali, sono quelli che mostrano maggiore adattabilità rispetto al sistema di governo e all’emergenza.»

– Ma perché vi scaldate tanto? Anche la patente è un documento senza il quale non puoi fare certe cose…

Ha già risposto perfettamente Livio Pepino:

«l’abilitazione alla guida (così come quella all’esercizio di una professione) riguarda l’esistenza o la mancanza dei requisiti tecnico-professionali per svolgere una specifica attività e pone una differenza di trattamento solo con riferimento a quella attività e non a una generalità (potenzialmente indeterminata) di situazioni.»

– Invece di perdere tempo col green pass che è un diversivo perché non parlate del fatto che la sanità è messa come prima se non peggio, della ristrutturazione, dei licenziamenti, delle devastazioni…?

Insomma, tu spieghi che il lasciapassare è un diversivo, e che anche grazie al lasciapassare il capitale potrà continuare a ristrutturare, licenziare, devastare e continuare a privatizzare la sanità; loro ribattono che… è tutta una perdita di tempo perché mentre noi parliamo del lasciapassare il capitale ristruttura, licenzia, devasta…

Logica ineccepibile.

Fine della prima puntata / 1 di 2

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N.B. I commenti saranno attivati solo con la pubblicazione della seconda puntata, che avverrà nei prossimi giorni (e includerà il calendario dei nostri appuntamenti pubblici da settembre a novembre 2021).

NOTE

1. Sul concetto di «nomi separatori» si veda qui.

2. Qui un interessante dibattito sulla questione: ha senso o no un tale disclaimer?

3. Il documento ufficiale «COVID-19 and mandatory vaccination: Ethical considerations and caveats» spiega perché in generale l’obbligo è raramente una buona idea, sia sotto vari aspetti concernenti l’etica e la bioetica, sia per quanto riguarda la sua efficacia. Va letto tutto, ma in sintesi si afferma che se un determinato fine di salute pubblica «can be achieved with less coercive or intrusive policy interventions (e.g., public education), a mandate would not be ethically justified, as achieving public health goals with less restriction of individual liberty and autonomy yields a more favourable risk-benefit ratio.»

 

da qui


INDICE DELLA SECONDA PUNTATA

6. voci contro il lasciapassare e l’Emergenza
■ Non ci sono più gli shitstorm di una volta
■ Dobbiamo camminare sulla fune giusta
■ La padella e la brace: occhio a non chiedere l’obbligo vaccinale
7. Ritorno a un paesaggio di macerie
■ Lo scambio spettacolare pro Confindustria
■ Primavera 2020, la cultura dalle luci intermittenti al blackout
■ Autunno 2020, la seconda chiusura, lo sconforto, la rabbia
■ 2021, il lasciapassare e poi che altro?
■ Vuoi farti una scarpinata culturale?
■ Suerte, cazzo, suerte!
■ Biblioteche: il fuori diventa dentro e viceversa
■ Kein Mensch Ist Illegal!
8. Calendario settembre-dicembre 2021
Appendice. Rassegna di interventi

6. Voci contro il lasciapassare e l’Emergenza

Non ci sono più gli shitstorm di una volta

La prima puntata di questa miniserie ha avuto molti riscontri. E stata discussa, citata e utilizzata come base per ulteriori riflessioni. È anche servita a molte persone per rintuzzare gli scomposti attacchi ad Alessandro Barbero – ne parliamo tra poco – e dimostrare che ci sono ottime ragioni per criticare la politica del lasciapassare sanitario.

Negli ultimi giorni si sono alzate nuove voci critiche, non solo sul lasciapassare ma, retrospettivamente, sull’intera gestione dell’emergenza pandemica. Voci provenienti dall’anticapitalismo, o quantomeno da ciò che resta di una sinistra che si oppone alle logiche neoliberali. In appendice a quest’articolo troverete una rassegna di quelli che ci sono parsi gli interventi più utili.

La sensazione è che ormai l’accerchiamento sia rotto. Come già detto, siamo sempre in minoranza. Lo siamo eccome, se non a pensare certe cose  – l’insofferenza è sempre più vasta –, quantomeno a cercare di esprimerle in modo articolato. Ma è lontano il tetro 2020, quando a noi tre e alla nostra community sembrava di essere Pike, Dutch e i fratelli Gorch nell’ultima, disperata camminata. Andavamo allo scontro così, con l’unico obiettivo di lasciare una testimonianza, le prove che qualcuno aveva detto qualcosa di diverso.


Nel 2020 e per buona parte del 2021 criticare l’Emergenza o anche solo un singolo provvedimento era garanzia di scomunica, amicizie rotte, isolamento, linciaggio via social e cavalloni di ingiurie su cui toccava manovrare l’asse da surf tipo Un mercoledì da leoni. Tutto questo c’è ancora, ma non ha più quella forza.

Lo sfondamento più clamoroso, l’apertura della breccia più grossa nell’opinione pubblica si deve all’ormai celebre appello dei docenti e ricercatori universitari contro il pass.

Il firmatario più famoso, il già menzionato Barbero, ha vissuto un suo, ehm, “momento Wu Ming”. Nella polemica che lo ha coinvolto abbiamo rivisto i «lettori delusi», i parrocchetti del «che-brutta-fine-ha-fatto», i cacatua del «bravo-quando-fa-storia-ma-non-deve-fare-politica» e altre figure di un folklore che noialtri ben conosciamo. In fretta e furia il nome dello storico e scrittore è stato aggiunto alla lista, se non dei «No Vax» (ma qualcuno ci ha provato), quantomeno degli «irresponsabili», degli «egoisti», di quelli che «forse non se ne sono accorti che la gente muore!!!1!!»

Reazioni che un anno fa avrebbero decretato la sua espulsione dal consesso dei nominabili in società, com’è capitato a Giorgio Agamben, ma che oggi, col clima in parte mutato, sono sembrate subito sdozze e curvate sull’effetto boomerang. Di fatto, hanno spinto molti a interrogarsi, leggere bene… e poi difendere Barbero.

A condannare il tentato linciaggio è stato anche uno che ne aveva appena subito uno di pari intensità, benché per motivi diversi: lo storico dell’arte Tomaso Montanari, che in un suo articolo apparso prima sul Fatto Quotidiano e poi sul blog Volere la luna ha citato e utilizzato proprio Ostaggi in Assurdistan.

Insomma, la critica non è più clamantis in deserto.

Di contro, ed è comprensibile, c’è ancora molta confusione.

Dobbiamo camminare sulla fune giusta

Troppi interventi mischiano più temi e piani del discorso di quelli che i loro autori possono gestire, fornendo così appigli a “svicolatori” e detrattori e risultando meno efficaci di quanto potrebbero.

Per fare un esempio: troviamo controproducente infilare a forza nelle analisi sul lasciapassare e altri diversivi riferimenti alle – vere o fantasticate che siano – «cure domiciliari». Noi lo abbiamo sempre evitato [1] perché:
a. non ne sappiamo un cazzo, non abbiamo le competenze per capirci davvero qualcosa e non vogliamo fare i tuttologi;
b. su quella china si finisce sempre per discutere non dell’Emergenza come metodo di governo, dei diversivi e quant’altro, ma di invermectina o idrossiclorichina, di quel che dice o fa il tale o il tal altro medico presuntamente “perseguitato” ecc. Ci si difende dall’accusa, fondata o meno, di credere a «pseudoscienze», ci si perde in minuzie e numerelli, e il dibattito si spoliticizza.

Troviamo problematiche anche le proposte d’azione incentrate sul rifiuto di scaricare il lasciapassare. Si tratta di esortazioni superate dai fatti, dal momento che già un mese fa più di quaranta milioni di persone l’avevano scaricato. Massimo rispetto per chi non vuole «farsi il green pass», ci mancherebbe. Ma un agire politico non può basarsi su una scelta tanto esclusiva, spesso – non sempre, ma spesso – compiuta da chi può permettersi di compierla.

La gente scarica il lasciapassare per poter lavorare e vivere. Questo dato di fatto sarebbe scalzabile solo da una disobbedienza organizzata e diffusa. Ma un’opposizione maggioritaria non si è materializzata. Del resto, come avrebbe potuto? In queste condizioni nemmeno noi, come spieghiamo sotto, possiamo concederci il lusso del “bel gesto”.

Se rifiutiamo la trappola dicotomica vaccinismo/antivaccinismo, a maggior ragione dobbiamo rifiutare l’altra falsa linea di frattura, quella tra chi ha e chi non ha il lasciapassare. Non possiamo sprecare fatica e senso dell’equilibrio camminando sulla fune sbagliata.

Del lasciapassare dobbiamo denunciare, tutte e tutti insieme, irrazionalità e secondi fini. Dobbiamo lottare perché venga richiesto in sempre meno circostanze e, meglio ancora, venga abolito. Gli argomenti a favore di quest’abolizione sono numerosi e facilmente spiegabili. A questo proposito, ricordiamo un paio di banalità di base.

■ Il lasciapassare è l’ennesimo provvedimento emergenziale descritto come inevitabile… eppure evitato nella maggior parte dei paesi. Quando qualche esperto da social vi dice che «il pass c’è in tutta Europa», sappiate che sta confondendo, forse a bella posta, due documenti diversi: il Certificato Covid Digitale dell’UE – che consente di viaggiare tra paesi membri e ha praticamente solo quello scopo – e il lasciapassare sanitario, che in questa forma esiste solo in Francia e, per frettolosa imitazione, da noi.

■ In Italia il lasciapassare è stato introdotto e viene usato in modalità – e per finalità – da cui la stessa OMS mette in guardia in questo documento ufficiale. Chi non ha tempo di leggerselo può farsene un’idea grazie al sunto di Fabio Chiusi.

La padella e la brace: occhio a non chiedere l’obbligo vaccinale

Nel frattempo, anche qui unici in Europa, si discute dell’obbligo vaccinale generalizzato. Draghi ha detto che se ci sarà l’ok dell’EMA (il che è improbabile) il governo andrà in quella direzione. Non è detto che lo faccia davvero. Finora ha avuto i suoi buoni motivi politici per non farlo e li ha spiegati Wolf Bukowski.

Secondo il duo Corbellini & Mingardi, storici liberali e liberisti e perciò molto distanti da noi, ovviamente i motivi del governo sono altri, ancorché sempre politici. Uno di questi è che «ci esporremmo al ridicolo mondiale». Citare le ragioni di una tale affermazione consente di dare informazioni interessanti:

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/micronesia.jpg«Oggi ci spiegano tutti, a cominciare dai più insigni giuristi, che l’obbligo vaccinale è costituzionale. Ci mancherebbe! Questo lo capiscono anche i bambini. Ma già qualche adolescente può dire: scusate, ma chi lo adotta l’obbligo? […] chi ha introdotto finora l’obbligo vaccinale anti-Covid per tutti? Solo quattro Paesi: le dittature del Turkmenistan e del Tagikistan, la democrazia islamica dell’Indonesia e la Micronesia […] Nemmeno Vladimir Putin, che non riesce a far vaccinare quasi nessuno e forse è meno liberale di Letta, Draghi, ecc. si è fatto venire l’idea di obbligare alle vaccinazioni.»

Dobbiamo stare attenti, nel criticare il lasciapassare in quanto obbligo surretizio e ipocrita, a non dare l’impressione di preferire l’obbligo tout court. Quest’ultimo è sconsigliato dalla stessa OMS se non come extrema ratio in particolari condizioni che oggi in Italia non si presentano.

Già che ci siamo: l’OMS ha pure criticato i paesi come il nostro che puntano a somministrare la terza dose di vaccino. «Non possiamo accettare che paesi che hanno già usato gran parte delle scorte mondiali di vaccini ne usino ancora di più», ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus. «È urgente invertire la tendenza, oggi la maggior parte dei vaccini va in paesi ad alto reddito, deve andare in quelli a basso reddito».

Vista in quest’ottica, la partita giocata dal governo Draghi/Speranza sulla terza dose mostra la sua vera natura. Radicata nell’ideologia – mai dichiarata ma sempre operante – della supremazia bianca, sfrutta e rafforza il privilegio occidentale. Come ha scritto Mattia Galeotti, studioso degli usi politici dei discorsi sulla scienza:

«i governi occidentali non pensano di poter eradicare il virus al di fuori dei loro confini, si muovono alla giornata mantenendo i loro privilegi e probabilmente intendono nel prossimo futuro barricarsi dentro frontiere fortezza, separati dai focolai a più alta infettività.»

Ma ora dobbiamo arrivare al punto: il lasciapassare e noi. Inteso proprio come noi Wu Ming. O meglio: noi Wu Ming e chi come noi lavora con la cultura.

Ennesima declaratio terminorum: nei paragrafi che seguono non diremo «lavoratori/lavoratrici di cultura e spettacolo» ma «della cultura» e basta, perché include già tutto: letteratura, musica, teatro, cinema, arti visive e plastiche, festival, musei, biblioteche ecc.

7. Ritorno a un paesaggio di macerie

Lo scambio spettacolare pro Confindustria

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/giuseppe-conte-con-mascherina-150x150.jpgNel 2020 la cultura, insieme alla scuola pubblica, è stata la prima a essere chiusa e l’ultima a riaprire.

Lo abbiamo raccontato diverse volte: il disastro della mancata zona rossa in bassa val Seriana – con il virus lasciato libero di correre in una delle zone più inurbate, popolose, collegate e trafficate d’Italia – spinse il governo Conte bis a metterci una toppa peggiore del buco, cioè il «lockdown» nazionale [2]… senza metterla sul buco, perché le aziende che Confindustria non aveva voluto chiudere in val Seriana rimasero aperte là e in tutta Italia. Nessuno tiri fuori la storia delle produzioni «essenziali», già l’1 maggio 2020 la raccontammo in forma di barzelletta.

Lavoratrici e lavoratori continuavano ad ammassarsi nelle fabbriche, e ad ammassarsi su treni e corriere, per poi ritrovarsi tappate in casa nel tempo libero, salvo qualche puntata al supermercato. Tutti spazi chiusi, quelli in cui il Sars-Cov-2 poteva gozzovigliare.

Nel mentre, governo e sceriffi locali combattevano il contagio dove era maggiormente implausibile: all’aperto, in parchi e piazze, sulle spiagge, nei boschi… E dagli al runner, al passeggiatore, al papà che porta il bimbo a giocare di nascosto! Le “pezze d’appoggio” le forniva una campagna mediatica che è corretto definire terroristica, volta a far credere con ogni mezzo – anche manipolando studi che dimostravano tutt’altro – che il virus fosse genericamente «nell’aria».

Repetita iuvant: all’aperto il contagio da Sars-Cov-2 è parecchio improbabile. Nessuno scienziato serio dirà mai che è impossibile, ma gli studi disponibili dicono che accade molto, molto di rado. Nell’aria aperta il virus non è nemmeno rilevabile.

Questi studi sono di svariati mesi fa, alcuni già del 2020, eppure ci siamo dovuti sorbire l’obbligo di mascherina all’aperto. Obbligo totalmente privo di senso, ma da poco reintrodotto in Sicilia. Negli USA questo genere di provvedimento è criticato con durezza nella stampa liberal. I nostri “liberal”, invece, aderiscono con zelo a un comportamento che non è profilassi, bensì superstizione  – è più o meno come portare con sé un ferro di cavallo – e spettacolo sociale.

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/SPERANZA.jpg

La società dello spettacolo, linea d’abbigliamento, mise 2020-2021.

Soprattutto, la mascherina all’aperto è un pericoloso diversivo, come ha fatto notare anche la sociologa Zeynep Tufekci:

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/plugins/a3-lazy-load/assets/images/lazy_placeholder.gif«Rendendo obbligatoria o comunque normalizzando la mascherina all’aperto in ogni circostanza mandiamo messaggi sbagliati su quali siano i veri fattori di rischio, che sono al chiuso, soprattutto in spazi affollati e poco ventilati. A più di un anno dall’inizio della pandemia, la gente continua a non essere informata in modo corretto su dove e come dovrebbe fare più attenzione.»

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Un nostro post del 3 aprile 2020, dedicato a uno dei peggiori esempi di propaganda pandemica.

Torniamo alla primavera 2020. Quanto descritto avveniva in uno scenario raggelante, città e paesi fantasma, luoghi senza più cultura né arte né svaghi, desertificati da una politica che, mentre tutelava gli interessi dei padroni più della salute dei cittadini, a tutti noi chiedeva contrizione. La stessa persona poteva (no, doveva!) assembrarsi con altre in fabbrica o sul treno, ma non per vedere un film o un concerto o una presentazione di libri. L’unico teatro ammesso era il teatro dell’igiene. L’unica rappresentazione ammessa era quella della penitenza, perché i morti erano colpa nostra. Indiscriminatamente colpa nostra.

Nell’aprile 2020 chiamammo quella grande manovra diversiva «scambio spettacolare» o, beffardamente, «grande sostituzione». Ma farci capire era difficile, quasi impossibile, tanta era la paura che attanagliava anche chi avrebbe avuto gli strumenti per comprendere.

Primavera 2020, la cultura dalle luci intermittenti al blackout

Che ne fu, in quella fase, di chi nella cultura lavorava e di cultura campava? Non solo gli artisti, ma i tecnici «intermittenti», i precari, le maestranze legate agli spettacoli… Tutti «liberi professionisti» rimasti senza alcun reddito, che avevano difficoltà a dimostrare formalmente quante entrate avessero perso, e quindi a farsi risarcire dallo stato. In quelle categorie c’è sempre stato molto lavoro grigio, per questo calcolare un rimborso a reddito non era facile. E anche quando calcolati e percepiti, i sussidi erano una miseria.

In quella fase molti lavoratori temettero che le strutture cedessero e non riaprissero più – cosa che in molti casi è accaduta – o riaprissero chissà quando. Con il sussidio sapevano di non poter andare avanti a lungo. Le email spedite al sindacato dai lavoratori di cinema e teatri sembravano scritte alla Caritas. Il tenore era questo: «Sono un tecnico del suono rimasto senza ingaggi a seguito dei decreti covid, ho un figlio a carico, seguito dai servizi sociali. Mi restano 50 euro in tasca per l’ultima spesa che posso permettermi. Aiutatemi, vi prego. Grazie». Quello fu l’inizio di una nuova sindacalizzazione.

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/presidio19giugno2020.jpg

Bologna, 19 giugno 2020. Presidio di lavoratrici e lavoratori della cultura in Piazza Maggiore.

Detta fuori dai denti: il virocentrismo [3] prevalse tra chi se lo poteva permettere, cioè tra lavoratori e lavoratrici tutelate nel reddito e nel posto di lavoro mantenuto anche in assenza. Per tutti gli altri la paura più intensa era ed è ancora quella di andare in rovina, il puro e semplice ricatto della miseria. Con l’aggravante di vedere scagliati contro le proprie legittime argomentazioni gli epiteti «negazionista» e – gergalità nel frattempo passata di moda – «riaperturista».

Autunno 2020: la seconda chiusura, lo sconforto, la rabbia.

Nella breve parentesi di ritorno all’attività, molte realtà del settore – spesso investendoci gli ultimi soldi – si adeguarono a ogni «protocollo di sicurezza». Cinema e teatri erano a ingressi “contingentati” e perciò più che mezzi vuoti; gli ingressi erano regolati e tracciati, con tanto di numeri di telefono degli spettatori…

Le richiusure dell’autunno 2020 suscitarono collera, e tagliarono il fiato e le gambe di tutti. Il 26 ottobre, ospitato sulle pagine bolognesi di Repubblica, il direttore della cineteca di Bologna Gianluca Farinelli scrisse:

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Gianluca Farinelli

«Sono sospesi gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto. Difficile trovare una logica. Sembra una commedia di Ionesco, un’esperienza surreale, un tragico errore. Da giugno, le varie forme di spettacolo sono faticosamente ripartite, adeguandosi a regole complesse e costose, cercando di ritrovare una relazione con il pubblico, tra infiniti e crescenti ostacoli. I cinematografi hanno visto scomparire i film, che erano stati promessi, per i quali avevamo riaperto. Eppure abbiamo continuato a programmare, a inventare proposte trovando un pubblico curioso, sempre attento alle regole e rassicurato, nel trovare sale e personale capaci di adeguarsi al rispetto delle regole.
Poi, ieri, di colpo, si richiude.
Senza che ci sia stato un solo focolaio originatosi in una sala di spettacolo, mentre si mantengono aperte attività che hanno certamente potenziali di pericolo molto più alti di un cinema, dove le persone arrivano, sono ben distanziate, guardano davanti a sé, verso lo schermo, non passano il tempo a parlarsi … Eppure i cinema sono attività economiche, come quelle che si è voluto tutelare mantenendole, almeno in parte, aperte [….]»

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Dario Franceschini

Farinelli rispondeva indirettamente al ministro Franceschini, che il giorno prima aveva dichiarato: «Chi protesta per cinema e teatri non capisce la gravità della situazione».

In realtà, era chi chiudeva cinema e teatri a gettare fumo negli occhi sulla gravità della situazione. Abbiamo già spiegato con quale escamotage molti focolai nell’industria manifatturiera furono resi invisibili, mentre governo e media compiacenti imponevano narrazioni diversive e additavano falsi bersagli: la cultura, la «movida»… Ma l’aspetto più grave era che il ministro fingeva di ignorare che la maggior parte dei lavoratori della cultura non aveva ammortizzatori sociali.

A riempire di rabbia i lavoratori della cultura era che tante attività fossero state chiuse alla cieca, non certo perché focolai di contagio. Ogni volta che si è dovuto chiudere qualcosa, è toccato alla cultura (e alla scuola).

2021, il lasciapassare e poi che altro?

È passato quasi un anno. Durante l’estate che sta finendo certi festival, feste e rassegne – letterarie, musicali, cinematografiche – sono riuscite a ripartire. Ad altre, come il Montelago Celtic Festival, è stato pretestuosamente impedito.

L’autunno è ormai qui. Tra chi non ha dovuto chiudere baracca c’è voglia/necessità di ripartire davvero, ma c’è anche incertezza per quel che il governo potrebbe ancora inventarsi.Già l’introduzione del lasciapassare tramite un decreto bizantino e pieno di buchi ha seminato dubbi e generato il caos, come si appura leggendo la stampa locale di ogni angolo d’Italia (qui un esempio).

Il lasciapassare va a impattare soprattutto sulla cultura. In questo prosegue l’andazzo che abbiamo appena descritto, cominciato nel marzo 2020. Del resto, dalle classi dirigenti la cultura è sempre vista come un “di più”, qualcosa di cui occuparsi, se proprio, dopo tutto il resto, ed è chiaro che ai nostri politici – anche a quelli che passano per intellettuali – viene automatico penalizzare questo settore.

Nel nostro settore il lasciapassare è richiesto per spettacoli aperti al pubblico, musei, altri istituti e luoghi della cultura e mostre, sagre e fiere, convegni e congressi, centri culturali, parchi tematici, centri sociali e ricreativi (questi ultimi limitatamente alle attività al chiuso e con esclusione dei centri educativi per l’infanzia, compresi i centri estivi). La presentazione di un libro è assimilata a eventi quali convegni e fiere, per i quali la legge non fa alcuna distinzione tra chiuso e aperto, ergo, a rigore, il lasciapassare andrebbe richiesto sempre.

Ma questi sono ancora discorsi astratti, non rendono l’idea del vivere e lavorare in Assurdistan. Servono esempi concreti.

Vuoi farti una scarpinata culturale?

Un ginepraio inestricabile di prescrizioni attende chi volesse organizzare una scarpinata letteraria, come quelle che spesso abbiamo proposto noi, nel rispetto della normativa Covid.

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Valle del Rovigo, Appennino toscoemiliano, 5 ottobre 2019. Trekking sulle orme della 36^ Brigata Bianconcini Garibaldi, organizzato da Grüne Linie e Resistenze in Cirenaica. Fotografia di Giancarlo Barzagli.

Anzitutto, ci sono le regole che riguardano le escursioni. Regole che non sono frutto di un provvedimento legislativo diretto – non le trovi sulla Gazzetta Ufficiale – ma nelle delibere delle varie associazioni di settore: guide ambientaliste, CAI e via discorrendo. In linea di massima:

■ i partecipanti devono prenotarsi in anticipo, devono avere il lasciapassare e non possono essere più di 20, tutti e tutte col lasciapassare. In caso di gruppi più numerosi, ci si deve attrezzare con più accompagnatori, per dividerli in sottogruppi da 20 che partano scaglionati lungo il percorso. Per dire: se hai 100 persone devi fare 5 gruppi e anche solo per farli partire tutti, scaglionati, ti va via almeno un’ora di tempo. Poi devi fare attenzione che un gruppo non vada più veloce di un’altro, se no ci si compatta e scatta l’assembramento.
■ Durante la marcia bisogna mantenere almeno due metri di distanza, altrimenti: mascherina.
■ Le soste devono essere in luoghi che consentano il distanziamento, altrimenti: mascherina.

Questo solo per quanto riguarda il cammino. Se poi nelle soste sono previste letture di attori, o performance di qualunque genere, allora si ricade nella fattispecie dello “spettacolo dal vivo”, e quindi, in aggiunta a quanto detto per le escursioni, cioè prenotazione anticipata e lasciapassare:

■ lo spazio sede dell’evento dev’essere delimitato, con un’entrata diversa dall’uscita.
■ Vanno predisposti dei dispenser con prodotti per igienizzare le mani.
■ Ci devono essere sedie distanziate e quindi inamovibili, ovvero picchettate a terra.

Gli organizzatori di “escursioni con performance” si sono dovuti inventare stratagemmi: ad esempio, se il musicista che intratterrà i camminatori salta fuori all’improvviso, lungo il percorso, senza un punto di sosta predefinito, allora pare non scattino le norme per lo “spettacolo dal vivo”: il tizio passava di lì, con il suo strumento, mica puoi impedirgli di suonare…

Suerte, cazzo, suerte!

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/circoelgrito.jpgNell’era del lasciapassare ci è già capitato di stare “dalla parte degli artisti” in uno di questi spettacoli all’aperto. E’ successo ai primi d’agosto, per le otto repliche di Suerte!, con il Circo El GritoAndrea Satta e Wu Ming 2, agli Orti Giuli di Pesaro.

In quel caso, oltre all’obbligo di lasciapassare – per le repliche dopo il 6 agosto – e oltre alle sedie picchettate a terra c’era anche un incredibile obbligo di mascherina, nonostante si fosse sotto il cielo stellato, vaccinati o tamponati, distanziate e igienizzate. Inoltre, nell’interagire col pubblico, bisognava fare attenzione a non toccare nessuno.

Non è tutto: gli spazi a disposizione, con le regole del distanziamento, permettevano di mettere a sedere non più di 50 persone. Ma con 50 persone per ogni replica lo spettacolo sarebbe andato in perdita, oltre a lasciar fuori molta gente. Ecco allora che ci siamo dovuti inventare una formula itinerante, con tre punti sosta e due gruppi di 50 spettatori, stabiliti all’ingresso, che si alternavano nelle tappe. Ad ogni replica, quindi, bisognava ripetere lo stesso “numero” per due volte, una per ogni gruppo, col risultato che dopo due repliche ognuno di noi aveva dovuto fare il doppio della fatica: il che, se usi la voce, come WM2, non è poi un gran danno, ma se fai evoluzioni su un palo alto sei metri o ti appendi a testa in giù a un nastro di stoffa, moltiplicare per due non è proprio indifferente.

Un altro stratagemma per gli spettacoli all’aperto ce l’ha illustrato un amico libraio e organizzatore di eventi:

«Noi, e altri come noi, abbiamo ovviato con un “trucco”: l’area andrebbe perimetrata […] essendo all’aperto è però pubblica e non la si può vietare a chi ne è sprovvisto. Abbiamo anche fornito sedie […] e fatto in modo che fuori dal perimetro non si perdesse qualità d’ascolto, chiedendo agli sprovvisti di pass di stare dietro al nastro che delimitava l’area.»

Tutta questa italica arte di arrangiarsi ha però un limite enorme: l’arbitrio. In ultima analisi, tutto dipende dal livello di vicinanza che gli organizzatori dell’evento hanno con il sindaco, il maresciallo, il teatro comunale, la Pro Loco… Se c’è una certa intimità, le soluzioni si trovano. Altrimenti, ogni pretesto è buono per mettere i bastoni tra le ruote a chi non è tanto gradito.

Biblioteche: il dentro che diventa fuori e viceversa

Un’altra vicenda che ci riguarda da vicino, per la sua funzione sociale e culturale, è quella delle biblioteche.

Senza lasciapassare non si può entrare, chiedere consigli di lettura, sedersi a un tavolo, scegliere un libro, fermarsi a leggere. Anche in questo caso, dal basso, bibliotecari e bibliotecarie hanno cercato di organizzarsi per non vedere del tutto svilito il loro ruolo e la loro presenza sul territorio.

Sappiamo di biblioteche dove sono state istituite delle zone di pre-ingresso, spazi liminari che non sono ancora “dentro” ma non sono nemmeno “fuori”, stanze dove si può accedere senza lasciapassare e trovare il libro che si è prenotato al telefono o via mail, e dove si può parlare con gli addetti, chiedere consigli e anche leggere un libro, pescato da una selezione che cambia ogni giorno e viene appositamente “liberata” dagli scaffali ormai off-limits per i nuovi “sans papier”.

Kein Mensch Ist Illegal!

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/LBPRoma.jpg«Luther Blissett ha vittoriosamente condotto a termine la prima battaglia della guerra psichica da lui scatenata a Roma contro il feticcio identitario. Al termine dalla puntata zerouno di Radio Blissett, intorno alle 3.00 di mattina una folla inferocita di circa settanta Luther si è concentrata in via Petroselli di fronte all’Anagrafe di Stato per dar corso all’attacco psichico “contro il nome proprio, per la gioia di scegliere liberamente il proprio nome in ogni occasione”. Come rito propiziatorio, su ordine di due poliziotti di passaggio che intimavano di attraversare sulle strisce, Luther Blissett ha bloccato il traffico, intervistando gli automobilisti in diretta e distribuendo volantini per l’abolizione del nome proprio.

Subito dopo, guidato dalla voce eterea di se stesso, ha inscenato il portentoso attacco psichico contro l’Anagrafe di Stato: per oltre due minuti, almeno cinquanta dei Luther presenti hanno pronunciato ossessivamente la sillaba OM in posizione di attacco, condensando un buon flusso di energia psichica, che è stato saggiamente interrotto al crollo dei primi cornicioni. Ciononostante la struttura dell’edificio non ha retto e, come sbriciolandosi, ha ceduto nei minuti immediatamente successivi.

Quando intorno alle 4.00 del mattino l’adunata sediziosa si è sciolta, continuavano ad arrivare Luther psicoarmati in assetto da combattimento.»

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/sanspapiers-1.pngQuesto comunicato di rivendicazione fu diramato all’alba del 28 maggio 1995.

Noi veniamo da lì, dal Luther Blissett Project.

Più in generale, veniamo da movimenti e cicli di lotte in solidarietà a chiunque si ritrovasse «clandestino». Abbiamo gridato: «No border!»; «Siamo tutti sans papiers!»; «Nessun essere umano è illegale!»

Figurarsi, dunque, se ci fa piacere che all’ingresso di un nostro evento sia necessario mostrare un documento altrimenti si resta fuori! È una cosa che ci dà la nausea, che ci suscita ribrezzo.

Nondimeno, dobbiamo tornare in strada. Per diversi motivi.

A parte Giap, per noi c’è solo la strada. Come riassumevamo due anni fa, noi «cerchiamo di evitare foto e video, non andiamo ospiti in TV, non offriamo le nostre vite al gossip. Appariamo soltanto dal vivo, di persona, nel modo meno mediato possibile. Se qualcuno ci riconosce per la via, significa che è stato a una nostra presentazione, reading, laboratorio, seminario, trekking urbano o quant’altro. Il suo corpo ha condiviso coi nostri uno spazio fisico e un’esperienza concreta.»

Nel lungo periodo in cui è stato impossibile organizzare eventi dal vivo, noi ci siamo rifiutati di surrogarli con “eventi” on line, perché per noi nell’incontro con lettrici e lettori si esprime, per dirla con Marco Bascetta,

https://www.wumingfoundation.com/giap/wp-content/uploads/2021/09/bascetta.png«la natura sociale, relazionale, affettiva, corporea, sensibile, dell’animale umano. La sua propensione ad attraversare situazioni e ambienti sempre diversi e a sperimentarvi tutti i suoi cinque sensi […] Che la dimensione telematica possa riassorbire e restituire tutto questo, o anche solo surrogarlo pro tempore è più che una cattiva utopia, una triste illusione. Dietro la mimica impoverita, lo sguardo perso nel vuoto, l’ordine sequenziale di ogni comunicazione virtuale si percepisce facilmente questa semplice verità. E poiché altra forma attualmente non ci è concessa (non è una possibilità “in più”, ma molte in meno) lo schermo ci appare più che altro come il parlatoio di un carcere con i suoi orari e le sue regole. Cosicché il risultato di questa costrizione nel mondo virtuale, più che a un generale apprezzamento delle sue potenzialità condurrà, probabilmente a una reazione di nausea.»

Non andiamo in tv, non stiamo sui social, non facciamo eventi on line. C’è solo la strada. Se d’ora in poi facessimo “obiezione di coscienza”, se ci rifiutassimo di fare iniziative «perché c’è il green pass» (alcuni artisti hanno già fatto dichiarazioni in questo senso), la quantità di autolimitazioni e rinunce si farebbe soverchiante e metterebbe a repentaglio la tenuta del nostro progetto.

Oltre a questo, sentiamo fortissima la responsabilità nei confronti di altri soggetti: associazioni, circoli, piccoli teatri, librerie, singoli promotori di eventi… Insomma, tutta la gente che si è sbattuta per organizzarci date. Sono quasi sempre realtà indipendenti, duramente provate da questi terribili diciotto mesi, che oggi provano a ripartire. Non possiamo lasciarli a terra per il lusso di prendere una posizione ipercoerente.

Insomma, siamo ostaggi in Assurdistan.

Come molte altre persone, ci toccherà fare lo slalom tra le norme, tentare stratagemmi, trovare escamotages… In sostanza, bere l’amaro liquido verde. Non possiamo nemmeno aggiungere «fino alla feccia», perché è tutta feccia, fin dal primo sorso. Dovremo sorbircelo, ‘sto lasciapassare.

Al contempo, continueremo a denunciarlo a gran voce, valorizzando come possiamo ogni resistenza, ogni mobilitazione contro l’Emergenza. Che almeno questa nuova branca del nostro never ending tour sia un’occasione per fare inchiesta, discutere e pensare insieme forme di lotta, spargere il contagio del malcontento.

E poi, può sempre capitare che gli ostaggi si ribellino, e abbiano la meglio sui loro carcerieri.

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Il lasciapassare per l’Assurdistan.

8. Calendario settembre-novembre 2021

Avvertenza importante: purtroppo il calendario è chiuso, non siamo in grado di prendere nuove date. Una volta terminata questa tranche di tournée ci fermeremo per diversi mesi, per lavorare unicamente al romanzo collettivo. Continuerà a girare solo lo spettacolo L’uomo calamita.

11 settembre
MACERATA
Presentazione del libro di Wu Ming 1
La Q di Qomplotto
h. 21, CSA Sisma, via Alfieri 8.
L’evento è stato preceduto da un po’ di maretta.

17 settembre
MILANO
Presentazione congiunta dei libri
Timira e Razza Partigiana
con gli autori Wu Ming 2, Antar Mohamed e Lorenzo Teodonio.
h.19.30, Parco Trotter, via Giacosa
A cura di Kyrikou e Amici del Parco Trotter

19 settembre
CASTELVETRO (MO)
Presentazione del libro di Wu Ming 2
Il sentiero degli dei – edizione aumentata
L’autore dialogherà con Ivano Gorzanelli
h.18, Castello di Levizzano.

18 settembre
TORINO

Incontro con Wu Ming 4 sul tema
«Il signore degli anelli, un classico della letteratura contemporanea»
Loving The Alien Fest
h. 16:30, Mufant – Parco del Fantastico, Piazza Riccardo Valla 5.

18 settembre
FANO (PS)
Presentazione del libro di Wu Ming 1
La Q di Qomplotto
h.17:30, spazio autogestito Grizzly
viale Romagna 55
nell’ambito di Barricate di carta.

19 settembre
RIVA DEL GARDA (TN)
Wu Ming 1 & Frastupac!
La rivoluzione di Franco Battiato
h. 21, Rocca, Piazza Cesare Battisti 3/A
Nell’ambito del festival Intermittenze.

25 settembre
IMOLA (BO)
Presentazione del libro di Wu Ming 1
La Q di Qomplotto
h. 17:00, Assemblea degli Anarchici Imolesi
Via f.lli Bandiera 19 Imola
entrata da Piazzale Giovanni Dalle Bande Nere,
dal parcheggio a fianco dell’ASL.

26 settembre
CORNO ALLE SCALE, LIZZANO IN BELVEDERE (BO)
Scarpinata-presidio contro il progetto
del nuovo impianto di risalita Polla – Scaffaiolo
Con incursioni musicali e letterarie.
A cura del comitato «Un altro Appennino è possibile».
Ne parleremo meglio, con tutti i dettagli, in un post dedicato.

26 settembre
MANTOVA
Presentazione del libro di Wu Ming 1
La Q di Qomplotto
h. 18, centro sociale LaBoje, strada Chiesanuova 10.

29 settembre
MILANO
Talk Show. Sotterraneo incontra Wu Ming 1
Conversazione su La Q di Qomplotto
h. 19, Piccolo Teatro Grassi, via Rovello 2.
Prenotazioni qui.

30 settembre
SAN SEVERINO MARCHE (MC)
Riparte la tournée de L’Uomo Calamita
Spettacolo di circo, musica e letteratura
con Giacomo CostantiniFabrizio “Cirro” Baioni e Wu Ming 2
Teatro Feronia, Piazza del Popolo
Dettagli a seguire.

2 ottobre
FORLÌ
Presentazione del libro di Wu Ming 1
La Q di Qomplotto
h. 17:30, Caffè del teatro, Corso Diaz 44.

2/3 ottobre
MONTE SAN GIUSTO (MC)
L’Uomo Calamita
sabato h. 21.30 e domenica h.15.30
Festival Clown&Clown, Piazza Aldo Moro

6-10 ottobre
IL CAMMINO DELLE CASE RIBELLI
Da Imola alla Toscana, con Wu Ming 2,
sulle orme della 36a Brigata Garibaldi.

8 ottobre
SAN GIORGIO DI PIANO (BO)
Presentazione del libro di Wu Ming 1
La Q di Qomplotto
Dettagli a seguire.

15 ottobre
FORLÌ (di nuovo)
Wu Ming 1 al Meet the Docs Film Fest
Dettagli a seguire.

29 ottobre – 1 novembre
LUCCA
Wu Ming 4 a Lucca Comics
Dettagli a seguire.

7 novembre
MENDRISIO (CH)
Wu Ming 1 dialoga con Ivan Cenzi (Bizzarro Bazar)
a partire dal suo libro La Q di Qomplotto
h.16, La Filanda, via Industria 5.
Nell’ambito della Biennale dell’Immagine
e a cura dell’associazione Chiassoletteraria.

Note

1. Le uniche due righe in cui abbiamo fatto riferimento alle «cure domiciliari» si trovano in questo commento.

2. Per una nostra critica dell’espressione «il lockdown» rimandiamo al punto 4 di questo post del maggio 2020.

3. «Virocentrismo. Insieme di pregiudizi cognitivi e fallacie logiche che falsano la percezione dell’emergenza Covid. La prima impressione ricavata in un momento di forte inquietudine e paura – “il virus ci ucciderà tutti!” – persiste e si rafforza: il pensiero è inesorabilmente catturato dal virus e dalla sua circolazione, ogni ragionamento gira intorno all’eventualità del contagio e ogni rischio che non sia il contagio passa in secondo piano.
Nel pensiero virocentrico:
– Il virus non è un fattore scatenante ma la causa prima, se non l’unica, dei problemi insorti durante l’epidemia. Il virus è il Nemico supremo ed è sovente descritto in modo personalizzante, come se fosse dotato di soggettività e malvagie intenzioni;
– l’urgenza di contenere il virus mette in secondo piano ogni altra esigenza e diritto e giustifica qualunque provvedimento, anche misure il cui impatto complessivo sulla società e sulla salute collettiva potrebbe rivelarsi più grave di quello dell’epidemia stessa.» (Wu Ming 1, La Q di Qomplotto, pagg.329-330)



Appendice. Rassegna di interventi

Gregorio Magini«Autoritarismo affettivo: come siamo finiti nella trappola fra comunitaristi e libertariani», L’Indiscreto, 6 settembre 2021.

Niccolò Bertuzzi«I no-vax devono morire (e dopo di loro gli altri). Estremismo di centro e marginalizzazione del conflitto», Infoaut, 2 settembre 2021.

Giuliano Santoro«Il fantasma dei No Vax si aggira sulla scena politica», Il manifesto, 3 settembre 2021.

Pier Giorgio Ardeni«Green Pass, quando il potere offende e abbandona pezzi di società», Il manifesto, 4 settembre 2021.

Mattia Galeotti«Vax governance. Appunti sul Green Pass e sulla morale vaccinale», Effimera, 7 settembre 2021.


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