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giovedì 16 aprile 2026

La nuova mappa coloniale del mondo - Iain Chambers

 

«La punizione dell’Iran o di Gaza non riguarda le libertà delle persone. È la negazione dei diritti altrui e comporta anche la riduzione del nostro diritto di dissentire», denuncia Iain Chambers, antropologo inglese, docente all’Università Federico II di Napoli.

Dopo Gaza l’Iran

«Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà. Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione potrebbe anche prendere pieghe inaspettate».

La mappa e le sorprese possibili

«La mappa si dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan…Tratta da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate». Apparenza neutrale del mondo accademico, chiamato anche Orientalismo. Vaga eredità culturale che oggi in Occidente passa per comprensione politica, l’ammonimento del Manifesto.

«Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino, ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa banale semantica».

Iain Chambers testualmente

In sostanza, il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che la narrazione continui.

Oriente, una costruzione immaginaria

Quindi, l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori ebrei – come risarcimento per l’Olocausto.

In questa logica coloniale, gli ‘indigeni’ non furono mai consultati. Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con l’impiccagione.

Le mappe-prigione e l’Iran persiano

I confini tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo, destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore. I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza.

L’Iran democratico

Nel 1953, il suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra dopo la repressione delle rivolte popolari della ‘Primavera araba’, per non parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo.

Colonialismo e repressione

Mentre il mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran, Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e punizione del dissenso pubblico in patria.

Netanyahu genocida

Osare criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione dello status quo. Questa non è democrazia.

Le diverse democrazie per Gaza, Iran o Ucraina

Cercare di piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica. Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i diritti e le libertà delle persone.

Una geografia coloniale

È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace, proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia.

da qui

mercoledì 11 marzo 2026

Le bambine in una scuola elementare, un sabato mattina - Riccardo Taddei

 

Khamenei aveva 85 anni. Trump ne ha 79. Putin 73. Netanyahu 75. Sono loro che decidono chi vive e chi muore. Sono loro — uomini che hanno già consumato la quasi totalità della loro esistenza, che non vedranno le conseguenze a lungo termine di ciò che fanno, che non manderanno i propri nipoti a combattere — a spostare truppe, a ordinare bombardamenti, a firmare operazioni con nomi epici e roboanti. Come se la Storia fosse ancora un film western e loro i protagonisti immortali. Come se il potere fosse un diritto di nascita che non scade mai, nemmeno davanti all’evidenza del tempo che passa.

Non è nostalgia per la giovinezza dei leader. Non è ageismo. È qualcosa di più preciso: è la constatazione che questi uomini governano come se il mondo appartenesse a loro, come se le nazioni fossero proprietà personali da difendere o attaccare secondo il proprio umore, la propria paura, la propria grandiosità. Ed è in questo che risiede il problema più profondo della politica contemporanea: non nella cattiveria dei singoli, ma nel sistema che permette a pochi individui di trasformare la propria visione soggettiva della realtà in destino collettivo per milioni di persone.

Il diritto internazionale sull’uso della forza è scritto in modo abbastanza chiaro, anche se spesso viene evocato solo quando fa comodo. L’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite prevede il principio della legittima difesa, invocabile solo dallo Stato aggredito illecitamente e soltanto fintantoché non intervenga il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Non è una norma elastica. Non è un principio interpretabile a seconda delle circostanze. È una regola precisa, costruita dopo i disastri della Seconda guerra mondiale per evitare che ogni potente si senta autorizzato a colpire chiunque ritenga una minaccia. La legittima difesa, anche nella sua versione più discussa e controversa — quella “preventiva” — è ammessa solo di fronte a un attacco militare certo, imminente e non ancora sferrato. Non basta la percezione del pericolo. Non basta l’impressione soggettiva che il nemico stia per fare qualcosa. Occorrono prove verificabili, condivise, sufficienti a convincere la comunità internazionale dell’esistenza di una minaccia reale. L’azione militare deve poi rispettare i parametri della necessità — non esistono alternative? — e della proporzionalità: la risposta non può essere sproporzionata rispetto alla minaccia. Nel caso dell’attacco all’Iran, nessuno di questi requisiti era soddisfatto. Nessun attacco in corso. Nessuna prova di un attacco imminente e accertato. Solo valutazioni soggettive, intelligence selettiva, narrazione politica costruita per giustificare una decisione già presa. L’art. 51 è stato invocato come scudo retorico, come si fa ormai da decenni ogni volta che una grande potenza vuole colpire qualcuno senza passare per il Consiglio di Sicurezza. Il problema è che questo uso distorto della norma non è neutro: ogni volta che avviene, si erode un po’ di più l’architettura giuridica internazionale. Ogni volta che un grande paese dice “ho il diritto di difendermi” senza prove, senza controllo, senza responsabilità, sta dicendo in realtà: “il diritto sono io.”

La liberazione delle donne a colpi di bomba

E poi c’è l’ipocrisia più stucchevole, quella che merita di essere smontata con cura: quella di chi dice di volere la libertà delle donne iraniane e le bombarda.

Il regime di Khamenei era indifendibile. L’oppressione delle donne in Iran — il velo obbligatorio, le galere, le esecuzioni, la violenza di Stato sistematica contro chi osa ribellarsi… — è una realtà documentata, brutale, che non richiede minimizzazioni né giustificazioni. Le donne iraniane hanno subito decenni di umiliazione istituzionale. Le manifestanti di “Donna, Vita, Libertà” hanno rischiato la vita in piazza, alcune l’hanno persa, molte sono ancora in carcere. Erano — sono — il simbolo più autentico di una resistenza reale, interna, che nasce dalla carne viva di quella società.

Ma che cosa hanno fatto i governi occidentali, e in particolare quello statunitense, quando queste donne erano in piazza? Poco o niente. Qualche dichiarazione di solidarietà. Qualche sanzione. Nessun cambiamento strutturale nella politica verso Teheran. E adesso, mentre le bombe Usa cadono sull’Iran, ecco tornare il lessico della liberazione: il popolo iraniano merita la libertà, le donne iraniane devono essere libere, il regime degli ayatollah è il male assoluto.

Tutto vero. Ma chi bombarda non sta liberando nessuno. Chi bombarda sta uccidendo. Tra le vittime, 148 bambine in una scuola elementare colpita nel sud del paese, bambine che non diventeranno mai donne, al pari dei 20.000 bambini uccisi a Gaza da Israele.

La liberazione — se ha un senso — non arriva dall’esterno. Non arriva con l’uranio impoverito. Non arriva dai B-2 che decollano da basi nel Pacifico. Arriva, quando arriva, attraverso i movimenti interni, attraverso le generazioni che si ribellano, attraverso la lenta e dolorosa trasformazione di una società. L’Occidente che ieri ignorava le donne iraniane in piazza e oggi le usa come argomento retorico per giustificare i bombardamenti non sta difendendo la loro libertà: sta strumentalizzando la loro sofferenza. Ed è una forma di violenza anche questa, più sottile ma non meno reale.

Il nuovo soggettivismo

C’è una parola che descrive bene ciò che stiamo vivendo: soggettivismo. In filosofia il termine indica quella tendenza a fare della propria percezione individuale la misura di ogni verità, a dissolvere la realtà oggettiva nell’esperienza del soggetto che la osserva. Applicato alla politica internazionale, il soggettivismo significa qualcosa di molto concreto e molto pericoloso: che le decisioni più gravi — la guerra, la pace, la vita e la morte di migliaia di persone — vengono prese non sulla base di fatti oggettivi, di norme condivise, di istituzioni terze e indipendenti, ma sulla base di ciò che un singolo leader crede, percepisce, vuole che sia vero. L’Iran era una minaccia? Per chi? Verificata come? Da chi? Sulla base di quali prove condivise con la comunità internazionale? Chi ha deciso che il pericolo fosse abbastanza reale, abbastanza imminente, abbastanza grave da giustificare decine di bombardamenti? Un uomo solo — o un piccolo cerchio di consiglieri — filtrato dalla propria visione del mondo, dai propri calcoli elettorali, dalla propria storia personale, dai propri interessi politici interni. Non un tribunale. Non il Consiglio di Sicurezza. Non un meccanismo di verifica indipendente. Lui. La sua percezione. Il suo “sentire” che qualcosa debba essere fatto. Questo è il soggettivismo politico: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, dell’istituzione con il capo, della norma condivisa con l’istinto del potente. Non è una novità assoluta nella storia, il potere ha sempre avuto questa tentazione totalizzante.

Ma ciò che rende la situazione attuale così pericolosa e così storicamente significativa è che questo soggettivismo viene praticato con disinvoltura proprio da chi aveva costruito, o almeno promesso, un ordine alternativo. Gli Stati Uniti non sono la Russia di Putin, che del soggettivismo ha fatto apertamente la propria dottrina, che non ha mai finto di rispettare il diritto internazionale mentre lo calpestava. Gli Stati Uniti sono il paese che ha fondato la Corte Penale Internazionale — e poi si è rifiutato di aderirvi. Sono il paese che ha scritto la Carta ONU — e poi ha invaso l’Iraq senza mandato. Sono il paese che si è presentato per decenni come garante di un ordine “basato sulle regole” — regole che tuttavia sembrano applicarsi agli altri, non a loro. Quando è Washington a violare quelle regole invocando percezioni soggettive, il danno non è solo geopolitico: è sistemico. Si sgretola l’idea stessa che esista qualcosa al di sopra della volontà del più forte. E quando quella idea si sgretola, ogni attore internazionale — dalla Russia alla Cina, dall’Iran alla Corea del Nord — può legittimamente dire: perché no? Perché a voi sì e a noi no?

Marx non ha usato il termine “soggettivismo politico” in modo esplicito, ma il concetto attraversa tutta la sua analisi del potere. Nell’Ideologia Tedesca e altrove, egli critica con durezza chi scambia gli interessi di classe particolari per interessi universali: la borghesia che presenta la propria visione del mondo come “naturale”, “razionale”, “necessaria”, mentre in realtà serve interessi storicamente determinati e storicamente contingenti. È il meccanismo dell’ideologia come mistificazione: il potere che si traveste da verità, l’interesse che si maschera da principio, la volontà che si spaccia per legge.

Marx era anche scettico nei confronti di chi attribuisce alla volontà dei “grandi uomini” il corso della storia. Si tratta di un errore idealistico e mistificante: travestire da scelta individuale eroica ciò che è in realtà il prodotto di forze sociali, contraddizioni strutturali, rapporti di produzione. Il grande uomo che decide le sorti del mondo è già, in questa lettura, una finzione — uno schermo che nasconde i meccanismi profondi del potere.

Il soggettivismo politico di oggi ne è una versione aggiornata e, per certi versi, ancora più scoperta. Non più la provvidenza o la ragione della Storia a legittimare la guerra — queste grandi narrazioni sono logorate. Non più la necessità storica o l’interesse di classe. Semplicemente il “sentire” del leader, la sua valutazione personale del pericolo, il suo istinto, la sua percezione. Una legittimazione ridotta al minimo, quasi nuda. Cambia il vocabolario: resta la mistificazione. Resta il meccanismo per cui chi ha il potere trasforma il proprio interesse particolare — geopolitico, elettorale, personale — in interesse universale, in necessità, in difesa della civiltà.

Il conto lo pagano le bambine in una scuola elementare

La domanda finale, quella che dovrebbe disturbarci il sonno, non è solo “era giusto o sbagliato?” La domanda è: chi paga il conto di questa concezione del mondo ?

Non i vecchi che firmano le carte nei loro bunker protetti. Non i consiglieri che costruiscono le narrazioni giustificative. Non i commentatori televisivi che spiegano la necessità strategica dell’operazione. Il conto lo pagano le bambine e i bambini in una scuola elementare un sabato mattina. Lo pagano le famiglie che perdono una casa, un lavoro, una vita in una guerra che non hanno scelto. Lo pagano le generazioni future di un paese che uscirà da questo conflitto più povero, più arrabbiato, più radicale di prima — producendo, con ogni probabilità, nuovi estremismi che richiederanno nuovi interventi “preventivi” tra vent’anni o meno.

L’Occidente che tace, che approva timidamente, che si limita a chiedere “de-escalation” senza nominare le responsabilità, non è neutro. È complice di un sistema in cui il diritto internazionale conta solo quando è conveniente, in cui la vita umana vale in proporzione inversa alla distanza geografica e culturale da chi detiene il potere, in cui la libertà delle donne è un argomento retorico da usare quando serve e da dimenticare quando non conviene. Questo dovremmo dire, ad alta voce, con chiarezza. Non per amore dell’Iran o del suo regime, che era — ripetiamo — indifendibile. Ma per amore di qualcosa che rischiamo di perdere definitivamente: l’idea che esistano regole valide per tutti, istituzioni al di sopra dei singoli, un principio di responsabilità che non si ferma ai confini del potente di turno. Quella idea vale ancora la pena difenderla. Anche — soprattutto — quando è scomoda.

da qui

mercoledì 3 settembre 2025

Dall’Ucraina a Gaza: il doppio standard dell’Occidente - Elena Basile

Se vogliamo avere contezza delle contraddizioni delle oligarchie illiberali bisogna concentrarsi sul pensiero progressista e stanare l’ipocrisia che lo domina. Sono colpita da come i media più ascoltati riescano a continuare a sabotare i deboli tentativi di mediazione che Mosca e Washington potrebbero raggiungere sull’Ucraina e presentarsi, insieme alle classi dirigenti europee, come i detentori di una morale basata su Rule of Law e diritti umani. Era chiaro ai più che la difesa di questa narrativa non era conciliabile con il sostegno al genocidio in corso a opera di Netanyahu.

Questo spiega come mai su alcuni giornali del mainstream la denuncia dei crimini di guerra in Cisgiordania, del genocidio di Gaza e del regime fascista di Netanyahu, Smotrich e Ben Gvir sia ormai comune. Articoli che ci consolano e che potrebbero uscire dalla nostra penna. La denuncia del terrorismo di Stato di Israele non è tuttavia accompagnata dalla proposizione realistica di politiche di concreto isolamento del Paese. L’unica possibilità di frenare la hybris israeliana sarebbe costituita dalla fine della cooperazione politico-militare, economica ed energetica con Israele da parte dei Paesi europei. Sanzioni dure, diciotto pacchetti di sanzioni alla stregua di quelle applicate alla Russia, dovrebbero essere fortemente sostenute. Ursula von der Leyen e Kallas potrebbero essere assediate e costrette ad affermare che l’UE ha raggiunto una decisione comune dalla quale si astengono l’Ungheria, l’Italia e pochi altri. Non avviene, purtroppo.

Messi alle strette, i Macron, Starmer e Scholz, per citare i più influenti, che fingono di disapprovare il genocidio, l’apartheid e l’invasione di Gaza, non oserebbero prendere alcuna misura concreta che penalizzi Israele. Si tratta della stessa posizione di tanta parte della diaspora ebraica che si mette la coscienza a posto con la critica al genocidio di Netanyahu, considerato un incidente di percorso di una storia di Israele mai esaminata nelle sue premesse, che hanno determinato i crimini odierni.

Si comprende allora come Trump, Meloni, Orbán e la destra radicale che sta crescendo in Europa non siano poi così differenti dal partito trasversale DEM al potere. È vero che la forma ha una sua rilevanza politica. Tra Hitler e i ceti capitalistici che si esprimevano nei liberali tedeschi, e che hanno permesso l’ascesa del dittatore al potere, esisteva una differenza. Churchill non era Hitler, sebbene durante i primi incontri sia stato favorevolmente colpito dalla personalità del razzista psicopatico. Rimane importante comprendere che la Meloni oggi è al potere perché abbiamo sperimentato la politica del pensiero unico DEM, la cui migliore manifestazione si è avuta in Draghi. E in effetti la destra radicale è oggi sdoganata e benedetta.

Il nostro Presidente della Repubblica, emblema del pensiero liberale e democristiano, progressista, filo-atlantico e subordinato alla lobby dei DEM, convive con la Meloni, sostiene la guerra in Ucraina e, molto cautamente, ha iniziato a pronunciare qualche parola di condanna contro la violenza esercitata contro i Palestinesi, i nuovi paria, i nuovi ebrei. Per stanare i farisei di regime, le opposizioni dovrebbero, con una mobilitazione costante in Parlamento e nella società civile, pretendere dai governi europei sanzioni durissime e l’isolamento dello Stato canaglia. Disperdersi in mille iniziative, rilevanti in quanto prova dell’indignazione civile ma prive di effetto, non giova alla nostra causa.

Ho letto con molto interesse gli articoli di Migone e D’Orsi, di cui ammiro da tempo il pensiero e la passione civile. Dubito tuttavia che riusciremo a resuscitare i caschi blu dell’ONU, che dovrebbero cimentarsi in un confronto militare con Israele coperto e difeso dagli USA. Cina, Russia e Paesi arabi non potrebbero sostenere un’azione in grado di provocare un’escalation verso la terza guerra mondiale. La sola azione unitaria che rimane è una guerra economica a Israele. Cerchiamo di svelare l’ipocrisia dei DEM al potere per mostrare all’opinione pubblica moderata e manipolata che essi non sono diversi da Trump o dalla destra radicale che si fa i selfie con Netanyahu. Si potrà in questo modo ricostruire il filo di una politica europea che ha tradito i suoi principi ed è divenuta, come volevano i suoi artefici da Draghi a Gentiloni, da Macron a Starmer, il braccio operativo della NATO per le guerre imperiali in Ucraina come in MO.

Nel discorso surrealistico di Rimini, Draghi ha criticato l’UE che si arrende a Trump, accettando i dazi e il diktat su energia e investimenti. Ha finto di non sapere che l’UE mercato e burocrazia sottomessa alle lobby degli affari è stata costruita da lui, da Monti, da Prodi, da Gentiloni e dai loro colleghi europei. Almeno i nordici e i britannici non piangono lacrime di coccodrillo. Loro sanno bene che l’UE odierna è una cinghia di trasmissione degli interessi di BlackRock. L’osmosi è evidente. Il cancelliere Scholz, come è noto, lavorava per Larry Fink. Le politiche neoliberiste e di austerità, volute fortemente da Draghi, sono state alla base della dipendenza dell’Europa dal capitalismo finanziario USA, dell’affossamento dell’euro, di una relazione debitori-creditori che è stata a vantaggio dei creditori. I debitori, chiamati gentilmente PIIGS, hanno ceduto sovranità economica senza ottenere solidarietà e meccanismi di compensazione.

L’accettazione del sistema creato a Maastricht e dei fiscal compact ha portato a un drenaggio di risorse dai più poveri Stati meridionali ai più ricchi del Nord. Il “quantitative easing”, le iniezioni di liquidità promosse da Draghi a imitazione di quanto andava facendo la FED a Washington, e le politiche di austerità hanno contribuito alla crescita dei profitti bancari e finanziari a spese delle classi lavoratrici europee. Chiedere oggi un mercato di capitali europei, debito comune, unione bancaria e fiscalità comune da parte di Draghi è un paradosso tragicomico.

L’UE che questa classe dirigente ha voluto è stata un’organizzazione burocratica, dominata economicamente dai tedeschi e colonia geopolitica degli USA. L’allineamento alle guerre dei neoconservatori USA in Ucraina e Medio Oriente ha tolto all’UE quel residuo di dignità che le era rimasto. Il tradimento degli interessi del popolo europeo è eclatante. Draghi ha inoltre difeso a Rimini l’integrazione UE, fingendo di non sapere che essa, senza legittimità democratica, rafforzerebbe la burocrazia al servizio dell’imperialismo USA.

L’UE federale non può essere costruita con piccoli emendamenti. Non è il voto a maggioranza che renderà l’UE capace di una politica estera autonoma e di perseguire gli interessi geopolitici ed economici delle classi lavoratrici europee. Il popolo europeo esiste se viene individuato un interesse comune basato sul compromesso geopolitico ed economico tra Nord e Sud dell’Europa. L’interesse comune esiste se ci limitiamo all’Europa continentale del nocciolo duro, non a quella dei 27 Stati, di cui una buona parte vuole soltanto partecipare ai benefici economici e obbedire agli interessi di Washington.

L’Europa federale, unione politica democratica, si può perseguire soltanto con una rivoluzione dell’impianto istituzionale e una revisione importante dei Trattati. Il progetto di Draghi e di Gentiloni è tuttavia differente: essi perseguono una UE burocratica e asservita agli interessi non di Trump ma dello stato profondo USA, del partito trasversale DEM di cui la loro carriera politica è debitrice. Bisogna vincere le resistenze nazionali e statali, la maggioranza deve schiacciare la minoranza per rafforzare il potere di un’organizzazione senza anima che ha tradito gli ideali di pace e prosperità, il sogno federale e di una politica estera basata sull’autonomia strategica da Washington, lo Stato sociale, un modello di società opposto a quello neoliberista statunitense. Lo stato profondo USA si sposta a Bruxelles. L’Occidente non si è spezzato: rantola e sopravvive nel contrasto ai parvenu alla Trump, generati da un sistema fallito.

Ripetita iuvant e con riluttanza ritorno sulla possibile pace in Ucraina. Premetto che la difesa delle ragioni geopolitiche della Russia mi porta soltanto svantaggi, ad esempio l’ostracismo dell’establishment, la mancanza di incarichi cosmetici e danarosi che tanti ex ambasciatori ottengono, soprattutto la mancanza di recensioni sui giornali più letti e nei media più ascoltati dei miei sette libri di narrativa. Sono l’unica donna in Italia, ex ambasciatrice, che scrive romanzi e racconti. Soltanto per questo dovrei forse ricevere un minimo di attenzione, di critica anche soltanto negativa. Premessa necessaria per rispondere ai filoatlantici, che dalle loro esternazioni a favore della narrativa NATO traggono benefici e prebende. Con una protervia unica gli stessi accusano i dissenzienti di filoputinismo, come se noi avessimo dei tornaconti personali, come loro, nell’ascoltare la nostra coscienza e nell’analizzare le dinamiche internazionali con onestà intellettuale.

La Russia non ha chiesto il vertice in Alaska ma lo ha concesso. Il Paese avanza sul campo militare e il tempo gioca a suo favore. Avanza lentamente per non sprecare le vite dei russi e per non commettere crimini di guerra contro una popolazione affratellata come quella ucraina. Potrebbe radere al suolo le città come noi abbiamo fatto con Dresda, oppure più recentemente con Baghdad. Invito coloro che si deliziano nel chiamare Putin il mostro, il macellaio, a spiegarmi il contrario. Contiamo le vittime civili di questo conflitto e paragoniamo il numero con altri conflitti durati tre anni. Cerchiamo di essere onesti. Soprattutto, vergognamoci di paragonare la Russia a Israele.

Mosca non ha cambiato la sua posizione. Vuole una pace durevole in Europa che annulli le cause del conflitto. La neutralità ucraina deve tornare in costituzione, il Paese deve essere smilitarizzato oppure contare su un esercito nazionale ridimensionato, non su una piattaforma occidentale, anglosassone per l’attacco alla Russia.

I territori occupati, soprattutto quelli già annessi del Donbass, le cui popolazioni russofone, bombardate dal governo centrale ucraino con la complicità occidentale durante la guerra civile durata otto anni, hanno da tempo espresso il desiderio di fare parte della Russia. Dopo tre anni di guerra Mosca, che per tasso demografico decrescente, estensione della sua superficie e materie prime non è interessata alla conquista di nuovi territori, non potrà che fare minime concessioni. La maggiore è fermarsi. No Ucraina nella NATO significa no NATO in Ucraina. La Russia considera la NATO ai suoi confini una minaccia esistenziale. Le garanzie di sicurezza NATO all’Ucraina permetterebbero a Kiev di ritornare con mille provocazioni al conflitto, trascinando i Paesi NATO o alcuni di essi. Le garanzie possono essere soltanto quelle dei Paesi europei e BRICS, come comprenderebbe anche un bambino, in nome dell’equità e di una pace duratura. Altre concessioni vi potrebbero essere in un negoziato aperto con un Occidente che ha cambiato postura, elimina le sanzioni e torna ai principi di Helsinki, difesi recentemente dal Papa.

Gli europei e il loro fantoccio, Zelenski, chiedono invece il cessate il fuoco che consentirebbe all’Ucraina di meglio armarsi e riprendere la guerra. Impongono condizioni alla potenza che vince sul campo militare, cosa mai vista nella storia, e accentuano una postura bellicista, continuando a utilizzare Kiev per erodere il potere russo, in accordo al piano ben illustrato da Brzezinski nella Grande scacchiera pubblicata nel 1997. Si permettono ancora di affermare che l’Ucraina entrerà un giorno nella NATO. Esitano tuttavia a farla entrare in Europa, malgrado Putin abbia affermato di non essere contrario a un percorso di avvicinamento di Kiev all’UE.

Qualcuno ha avuto la brillante idea di affermare che le sorti del conflitto con la Russia possono essere mutate come è avvenuto con la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Dimenticano che all’epoca non avevamo l’arma nucleare, un piccolo dettaglio che strateghi e politici occidentali continuano a cancellare. La Russia in caso di sconfitta, essendo la NATO molto più potente politicamente, economicamente e militarmente, ricorrerebbe all’arma nucleare in propria difesa, come è chiaramente sancito nella dottrina militare russa. A prescindere dal nucleare, Mosca può essere sconfitta da un’entrata in guerra, con gli stivali sul campo, di americani ed europei per contrastare un milione e trecentomila unità russe. Proporrei che i figli dei leader guerrafondai diano l’esempio e comincino da ora a combattere per Kiev.

Vaneggiano. Non so se ne sono consapevoli. In effetti per ora obbediscono agli ordini. Bisogna continuare il conflitto fino all’ultimo ucraino a beneficio della finanza e delle lobby delle armi. Naturalmente non lo confessano la sera guardandosi nello specchio. Non ascoltano il grillo parlante come Pinocchio, si sono ormai immedesimati nei loro alibi, nella favola di Parsi: la difesa di una democrazia aggredita contro un mostro, un autocrate senza scrupoli.

In Medio Oriente il progetto del Grande Israele continua. La tappa più recente è costituita dall’invasione di Gaza. Il governo neonazista di Netanyahu realizza in modo coerente la cancellazione di un popolo, massacrato, torturato, affamato. Bambini mutilati, denutriti, senza soccorsi sono ritratti da giornalisti e civili palestinesi. Al netto della retorica, dei piagnistei e dei finti riconoscimenti della Palestina, l’Occidente è complice del genocidio. Soltanto la fine di ogni cooperazione politica, economica e militare, accompagnata da sanzioni economiche durissime, potrebbe temperare la violenza di uno Stato canaglia come Israele. Tel Aviv attacca i vicini contro ogni norma internazionale. Gli Houthi sono, come gli Hezbollah, gli unici che sulla propria pelle si ribellano all’azione nazista di Israele, incarnando un’eroica resistenza. Sono puniti da una potenza militare, nucleare e tecnologica senza uguali nella regione.

Il governo della destra messianica israeliana ha bisogno delle guerre per restare in piedi. Le campagne contro la Siria, il Libano, l’Iran si alternano a quelle contro Gaza. Il 7 ottobre ha reso maggiormente evidente l’illegalità internazionale, l’ideologia nazista e razzista e la violenza militare di un Paese che, tuttavia, in passato non ha rispettato il diritto internazionale e le Risoluzioni, anche quelle vincolanti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha colonizzato terre non proprie, ha creato forme di apartheid, ha incarcerato minori, ha praticato la tortura contro civili inermi, non solo contro i miliziani di Hamas. In Cisgiordania il sopruso razzista e l’illegalità non sono cessati, malgrado Hamas non esista in questo territorio vessato da decenni da Tel Aviv.

Hamas è un’organizzazione dedita alla lotta armata, segretamente finanziata dalla CIA e da Israele contro al-Fatah al fine di rompere l’unità palestinese. È stata eletta democraticamente e nel 2007 ha cercato un dialogo politico. L’Occidente non ha mai voluto iniziare con Hamas quel processo virtuoso realizzato con l’OLP, nata come organizzazione terrorista e che ha permesso i negoziati di Oslo. Dal 2000 in poi la destra israeliana ha sconfessato la soluzione dei due Stati e il progetto del Grande Israele è stato portato avanti con la complicità dell’Occidente.

Queste premesse hanno portato al genocidio odierno, giustificato dall’attacco subito il 7 ottobre, un attacco feroce e terrorista anche contro la popolazione civile. Si attende, tuttavia, un’inchiesta indipendente internazionale al fine di verificare quanti morti siano dovuti al fuoco amico e alla direttiva israeliana Hannibal, che permette l’uccisione da parte dell’esercito nazionale di civili israeliani al fine di non farli divenire ostaggi. Le atrocità attribuite dalla propaganda occidentale a Hamas, quali decapitazione di bambini e stupri di donne, sono state smentite. Si deve ancora verificare se il governo israeliano ha peccato di negligenza o di complicità, al fine di permettere l’attacco del 7 ottobre, utilizzato da Netanyahu e dall’Occidente come alibi per giustificare il genocidio del popolo palestinese.

Tutti gli intellettuali, gli attivisti e gli esperti giuridici dell’ONU sono costretti dalla stampa di regime a una condanna astorica e moralistica del terrorismo di Hamas, per poter dare credibilità alla denuncia delle attività criminali di Israele.

La verità è che Hamas esiste perché esiste la violenza razzista e illegale di Israele contro una popolazione indifesa. Condannare Hamas senza tenere conto della realtà storico-politica nella quale nasce è un’operazione sottoculturale e di regime.

Se ci fosse stata la volontà politica israeliana e occidentale, oggi in Palestina avremmo due Stati che convivono e hanno risolto diplomaticamente le loro controversie. Come ho scritto in Occidente e il nemico permanente, il fallimento della diplomazia è dovuto in gran parte all’Occidente e alle lobby di Israele. I Paesi arabi hanno perseguito i propri interessi, utilizzando la causa palestinese per i propri giochi geopolitici. La miopia politica di al-Fatah e il massimalismo hanno contribuito a far morire un dialogo a vantaggio dei Palestinesi. Il terrorismo di Hamas è una conseguenza di un quadro geopolitico, di un processo storico e della distruzione del multilateralismo.

Repetita iuvant, ma la lotta è impari. Il soft power occidentale è invincibile. La maggioranza è manipolata o impotente. L’autoritarismo avanza. L’assurdo è che l’Occidente, artefice principale dell’illegalità internazionale e del disordine nel quale viviamo, si presenta come il difensore della pace, della democrazia e dei diritti umani. Orwell, uno scrittore visionario, aveva previsto la manipolazione a opera di un potere dittatoriale e l’adesione surrealistica della società civile. L’assurdo e il grottesco sono le dimensioni consone al XXI secolo.

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martedì 2 settembre 2025

Bye bye occidente: Lo SCO vara la sua Banca di Sviluppo - Giuseppe Masala

Uno dei punti pratici più importanti del vertice dello SCO a Tianjin in Cina è la creazione della Banca di sviluppo dell'organizzazione. A prima vista può apparire come un evento burocratico nell'ambito dell'organizzazione, ma che nella realtà si tratta di una decisione che può avere conseguenze strategiche molto importanti sia in ambito finanziario che in ambito geopolitico in generale.

Innanzitutto vi è un tema fondamentale legato ai pagamenti transfrontalieri tra paesi facenti parte dell'organizzazione. Infatti il commercio tra i paesi della SCO supera complessivamente ormai i 2000 miliardi di dollari ma dove la stragrande maggioranza dei pagamenti sono ancora legati a infrastrutture controllate dall'Occidente. Una evenienza questa che crea una vulnerabilità strategica esiziale perché - in un contesto di guerra sanzionatoria dove ormai si parla apertamente anche di sanzioni secondarie – potrebbe comportare un rischio sistemico per la sopravvivenza dell'organizzazione stessa.

È importante sottolineare subito un concetto fondamentale: per chi scrive la Banca di sviluppo della SCO non nasce come un analogo del FMI e dunque in sua concorrenza. Il FMI è certamente uno strumento figlio di un epoca ormai sul viale del tramonto sia perchè fondata sul dollaro sia perchè incentrata sul concetto di equilibrio della bilancia commerciale e del saldo delle partite correnti. Concetti questi fondamentali ma che, essendo applicati rigidamente, hanno evidentemente tagliato le ali allo sviluppo dei paesi del Sud Globale.

E' chiaro che in questa fase storica, questi paesi, grazie alle iniziative delle loro organizzazioni (come lo SCO, appunto) intendano superare il sistema nato a Bretton Woods incentrato sulle riforme e sulla riduzione della spesa pubblica come strumenti fondamentali per “abbattere la domanda interna” dei paesi in deficit strutturale verso l'estero e quindi come strumento di riequilibrio dei conti nazionali. Una logica che se dal punto di vista meramente economico era ed è impeccabile, perchè fondata sul principio che «A lungo termine, però, bisogna che quei flussi di capitali fisiolgicamente s’invertano: bisogna che i debiti degli uni siano ripagati, e che il denaro accumulato dagli altri sia speso.

Se invece i movimenti sono a senso unico, allora alimentano squilibri persistenti, e diventano i sintomi patologici di una crescita cancerosa» (cito i diari di Keynes dove sono annotate le sue riflessioni precedenti alla conferenza di Bretton Woods) e chiaro però che, dal punto di vista politico, i suoi prestiti si tramutavano in strumenti di controllo politico neocoloniale che spesso portavano a privatizzazioni e all'apertura dei mercati alle multinazionali occidentali. Il risultato definitivo è stato una trappola del debito e la perdita di sovranità per tutti i paesi del sud globale che finivano sotto la tagliola delle riforme strutturali chieste dall'FMI in cambio di prestiti emergenziali. E' evidente che in prospettiva i paesi del Sud Globale vogliano affrancarsi da questa trappola che li ha condannati al sottosviluppo e alla “minorità” politica rispetto agli occidentali che imponevano ricette dietro il paravento “tecnico” dell'FMI (ma anche della Banca Mondiale); ma ancora la strada e lunga e a mio avviso manca un corpus teorico in ambito economico in grado di superare il Washington Consensus.

Mi sembra corretto sottolineare che i paesi dello SCO siano pienamente consapevoli delle difficoltà a superare Bretton Woods nel breve e medio termine e che saggiamente si pongano obiettivi più raggiungibili. Sicuramente con l'istituzione della Banca di Sviluppo dello SCO uno degli obbietti principali che si vuole raggiungere è quello di costruire un'architettura finanziaria alternativa per i pagamenti transfrontalieri. Questo potrebbe voler dire, nel medio termine, una propria camera di compensazione per gestire i  pagamenti dell'Import-Export tra i paesi dell'organizzazione, magari anche con la creazione di uno SWIFT non occidentale e dunque indipendente da Bruxelles e Washington. La Cina ha già CIPS, la Russia ha SPFS, l'India ha UPI. La sincronizzazione di questi sistemi sotto l'ombrello della SCO permetterà di effettuare pagamenti direttamente nelle valute nazionali senza intermediari e soprattutto il commercio verrebbe posto al riparo da sanzioni secondarie occidentali in ambito finanziario spuntando così una delle più importanti armi occidentali.

Secondo l'importante analista geopolitica russa Elena Panina “anche il trasferimento del 30-40% del commercio reciproco (equivalente a circa 700-800 miliardi di dollari) su una piattaforma indipendente come quella della appena nata Banca di Sviluppo dello SCO creerà un potente centro di attrazione per i paesi che vogliono liberarsi dalla dipendenza occidentale. Dove peraltro tutto questo – sempre secondo la Panina – genererà un risparmio di miliardi di dollari in commissioni per le banche occidentali con un effetto economico importante  per i paesi del Sud Globale che si affrancherebbero da quello che viene percepito come un vero e proprio “pizzo”.

Un altro obbiettivo plausibile che potrebbe essere perseguito da questa nuova entità finanziaria è il finanziamento dello sviluppo dei paesi dell'area asiatica al momento più svantaggiati. Questo può essere fatto sia dal punto di vista del finanziamento alle infrastrutture sia alla delocalizzazione di aziende a basso valore aggiunto attualmente situate in Cina. E si, perchè ormai la Cina non è più un paese sottosviluppato che vive di sfruttamento del lavoro e dunque le aziende a basso valore aggiunto (per esempio, i produttori di abbigliamento) necessitano di nuove realtà dove insediarsi: è chiaro che una banca che finanzi il trasferimento per esempio in Kirghizistan o addirittura in un Afganistan finalmente pacificato è assolutamente necessaria.

Infine, la domanda fondamentale che tutti gli osservatori si pongono è quello se questa nuova entità finanziaria possa funzionare. La memoria di tutti va ovviamente alla Banca di sviluppo dei BRICS istituita una decina di anni fa tra squilli di tromba e tripudio degli astanti e che fino ad ora non ha mantenuto le aspettative a causa di burocrazia, dei disaccordi tra paesi e della dipendenza quasi “inerziale” nei confronti del dollaro e delle altre valute occidentali.  In questo caso le cose potrebbero andare meglio, perchè lo SCO è una organizzazione che appare molto più omogenea geograficamente e politicamente rispetto ai BRICS. Un fatto questo che permette di ragionare in termini più concreti e pragmatici rispetto a quanto si riesca a fare nell'ambito dei BRICS.

Infine una curiosità, i Paesi membri della SCO hanno concordato anche “la creazione di una rete indipendente di centri analitici per promuovere la cooperazione in ambito finanziario. priorità separata è l'indipendenza delle valutazioni” rispetto a quelli che sono i mantra delle società di rating occidentali. Quasi gramscianamente  i paesi dello SCO sembrano dire che l'ideologia delle agenzie di rating è quella dei paesi dominanti che le ospitano e che quindi è necessario fornirsi anche di questi strumenti se ci si vuole realmente affrancare dall'Occidente.

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venerdì 28 giugno 2024

L’Occidente in decadenza continua a essere un modello - Raúl Zibechi

 

 

È sempre più evidente: l’Occidente non ha più la completa egemonia, ma nessun altro paese ce l’ha. Il vero problema è che nel mondo non c’è al momento un’alternativa al capitalismo. Il rischio di una terza guerra mondiale è reale. Tra chi non smette di rifiutare quel dominio c’è chi, purtroppo, considera importante l’ascesa della Cina, come se fosse un’alternativa, molti altri restano invece schiacciati sotto un pensiero critico colonialista e non vedono qualcosa di diverso dagli stati-nazione come teatri di cambiamento. Le alternative, scrive Raúl Zibechi, possiamo rintracciarle nei popoli che hanno cominciato a organizzarsi per resistere e creare mondi nuovi. Ma sarà una lunga traversata. “Certamente non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro. Non esistono scorciatoie istituzionali né partitiche…”

 

 

La profonda opacità del mondo attuale ci impone almeno due compiti permanenti: mettere in dubbio le analisi unilaterali che tendono a semplificare le realtà complesse e, dall’altra parte, consultare fonti diverse, anche contraddittorie tra loro, per offrire almeno un panorama che permetta di dissipare l’oscurità che acceca la nostra capacità di comprensione.

Nel libro La sconfitta dell’Occidente Emmanel Todd afferma che il declino della nostra civiltà è inevitabile. In quest’opera ritiene che il decollo di Europa e Stati Uniti fosse intimamente connesso con l’ascesa del protestantesimo, per il suo approccio all’educazione che ha favorito l’efficienza e la produttività dei lavoratori. Ma la “scomparsa dei valori protestanti”, continua Todd, ha portato al fallimento educativo, al disordine morale e alla fuga dal lavoro produttivo favoriti dalle pratiche religiose.

Lo scrittore libanese Amin Maalouf ha appena pubblicato Il labirinto degli smarriti, in cui avanza altre ipotesi che non collidono con quelle di Todd e che possono essere anzi considerate affini. Sostiene che per cinque secoli “il dominio occidentale e più precisamente dell’Europa, non era in discussione. Chi si opponeva era umiliato e sconfitto. Ora le cose sono cambiate”, conclude (El Diario, 4/6/24). Così come Immanuel Wallerstein, assicura che l’Occidente non ha più la completa egemonia, però nessun altro paese ce l’ha negli ultimi anni. Aggiunge che nessuna potenza ha ancora la capacità di risolvere i conflitti, come quello di Israele contro la Palestina, non riuscendo neanche a impedire che scoppino. Per questo afferma che “l’umanità oggi sta attraversando uno dei periodi più pericolosi della sua storia”. Secondo me uno dei punti più forti delle interviste che ha rilasciato a diversi media in questa settimana è la sua potente affermazione che la decadenza dell’Occidente riguarda tutto il pianeta.

“Il declino occidentale è reale, ma né gli occidentali né i loro numerosi avversari riescono a condurre l’umanità fuori dal labirinto in cui vaga senza meta” (El Confidencial, 3/6/24).

Continua:

“Gli avversari del mondo occidentale non hanno dei reali modelli da proporre. Hanno molte critiche al modello occidentale, sul ruolo svolto dall’Occidente, sul perché l’Occidente prova a prendere le decisioni per il mondo intero. Però non c’è un’alternativa”.

Perciò dice che il naufragio è globale, “dell’insieme di tutte le civiltà”, non solo occidentale. Insieme a Europa e Stati Uniti, ci fa notare che anche la Russia sta seguendo un declino e che già affronta problemi simili a quelli delle altre potenze. Per quanto riguarda la Cina, Maalouf evidenzia che segue anch’essa il modello occidentale: non solo capitalista ma anche neoliberista e di accumulazione per sottrazione.

Il rischio di una terza guerra mondiale è “reale” secondo Maalouf, soprattutto perché le società non vogliono ammettere i pericoli evidenti nel frenetico sviluppo di nuove armi da parte delle grandi potenze.

Nella mia opinione le dure affermazioni di Maalouf sull’assenza di un’alternativa al modello capitalista, sono giuste, e la realtà odierna somiglia ai conflitti interimperialisti che portarono alla Prima Guerra Mondiale nel 1914. È doloroso osservare come movimenti che sono stati rivoluzionari, oggi celebrino l’ascesa della Cina e che alcuni la considerino un paese socialista retto da capi marxisti. Questo fa parte dell’enorme confusione che dilaga nell’ambito dell’emancipazione.

Il secondo problema è il tremendo radicamento del colonialismo all’interno del pensiero criticoche non riesce a vedere oltre gli stati-nazione come teatri di cambiamento e trasformazioni rivoluzionarie. Da un lato gli stati dell’America Latina sono un’evidente eredità coloniale, strutturati in maniera gerarchica e patriarcale e non possono essere modificati né rifondati, come cercano di sostenere alcune correnti progressiste. D’altro canto l’esperienza storica ci dice che le rivoluzioni vincenti che si sono circoscritte alle frontiere degli stati non sono potute andare avanti nelle trasformazioni che desideravano. Dobbiamo trarre alcune conclusioni da più di un secolo di rivoluzioni focalizzate in stati che non potrebbero mai essere democratici né democratizzati. Qualcuno può forse immaginare una qualche forma di democrazia in eserciti e polizia? O nel sistema giudiziario?

Le alternative che Maalouf non trova in Cina né in Russia né in Iran possiamo rintracciarle nei popoli che si sono organizzati per resistere e creare mondi nuovi, in molti angoli del nostro continente. Certamente non è sufficiente per abbattere il sistema capitalista, per questo l’EZLN punta a lavorare da oggi perché in centoventi anni, sette generazioni, le persone che nasceranno potranno scegliere liberamente il proprio futuro.

Non esistono scorciatoie istituzionali né partitiche.


Pubblicato su La Jornada. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo

 

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mercoledì 29 maggio 2024

La parabola dell'occidente e i nuovi Potlatch - Andrea Zhok

  

Nel quadro politico internazionale che caratterizza questa fase storica c’è un fattore che trovo estremamente preoccupante. Si tratta della combinazione, nel mondo Occidentale, di 1) un fattore strutturale e 2) un fattore culturale. Provo a tratteggiarne in modo volutamente schematico gli aspetti di fondo.


1) IL RETROTERRA STRUTTURALE. L’Occidente ha notoriamente acquisito una posizione globalmente egemonica negli ultimi tre secoli. Lo ha fatto in grazia di alcune innovazioni (europee) che gli hanno permesso di incrementare in modo decisivo la produzione industriale e la tecnologia militare.

 

Nel corso dell’800 l’Occidente ha imposto le proprie leggi, o i propri contratti, sostanzialmente a tutto il mondo. Alcune parti del mondo come il Nord-America e l’Oceania hanno
cambiato radicalmente configurazione etnica, divenendo insediamenti stabili di popolazioni di origine europea. Imperi asiatici millenari si sono trovato in condizione di protettorato, colonia o comunque di sottomissione. L’Africa è diventata un cespite cui attingere liberamente forza lavoro e materie prime.


Tutto ciò è avvenuto alla luce di un modello economico che aveva strutturalmente bisogno di crescere costantemente per mantenere la propria funzionalità, inclusa la pace interna.


La dinamicità espansiva occidentale è stata spinta in modo decisivo dal fatto che il sistema aveva bisogno di margini costanti di profitto e le imprese estere garantivano cospicui ritorni (rendendole perciò robustamente finanziabili).


Questo processo è continuato tra alti e bassi fino all’inizio del XXI secolo.


Più o meno con la crisi subprime (2007-2008) si segnala una difficoltà rilevante nel mantenere il dominio su un sistema-mondo demograficamente, politicamente, culturalmente troppo vasto. Il sistema di sviluppo occidentale, ampiamente basato sulla libera iniziativa decentrata, nella sua ricerca di margini di profitto ha commesso alcuni errori imperdonabili per un potere imperiale, quale ne frattempo era divenuto (prima come impero britannico, poi come impero americano). Siccome la sfera finanziaria presenta maggiori margini di profitto rispetto alla sfera industriale si è assistito in Occidente ad uno spostamento costante delle manifatture in paesi remoti con salari bassi. Mentre quest’operazione è riuscita in alcuni paesi con un’organizzazione interna fragile, che sono stati e rimangono dei semplici produttori sussidiari, politicamente subordinati a potenze occidentali, questo non è riuscito in alcuni paesi che offrivano per ragioni culturali maggiore resistenza, Cina in testa.

 

L’emergere di alcuni contropoteri nel mondo è oramai un dato storico incontrovertibile e inemendabile. Un Occidente che ha giocato per anni tutte le sue carte sul predominio finanziario e tecnologico si ritrova sfidato da contropoteri capaci di opporre efficace resistenza sia sul piano economico che militare. In questo senso la guerra russo-ucraina, con gli errori fatali commessi dall’Occidente, rappresenta un momento di passaggio storico: aver spinto Russia e Cina ad un’alleanza obbligata ha creato l’unico polo mondiale realmente invincibile anche per l’Occidente unificato. Gli USA erano così preoccupati di interrompere una possibile proficua collaborazione tra Europa (Germania in particolare) e Russia che hanno trascurato una collaborazione molto più potente e decisiva, quella tra Russia e Cina appunto.

 

Ma cosa accade nel momento in cui un Occidente a guida americana si trova di fronte ad un contropotere insuperabile? Molto semplicemente il modello – sperimentato nell’ultima fase sotto il nome di “globalizzazione” - basato sull’aspettativa di un’espansione incontrastata e di margini continuamente dilatabili di profitto si arresta bruscamente. Le catene di fornitura appaiono sovraestese e incontrollabili, nel momento in cui gli USA non sono più l’unico pistolero del paese. Si profila l’incubo sistemico del modello liberal-capitalistico: la perdita di un orizzonte di espansione. Senza prospettive di espansione l’intero sistema, a partire dalla sfera finanziaria, entra in una crisi senza sbocchi.

 


2) IL RETROTERRA CULTURALE


Ed è qui che subentra il secondo protagonista dello scenario corrente, ovvero il fattore culturale. La cultura elaborata negli ultimi tre secoli in Occidente è qualcosa di assai caratteristico. Si tratta di un approccio culturale universalistico, astorico, naturalistico, che – anche grazie ai successi ottenuti sul piano tecnoscientifico – ha finito per autointerpretarsi come Ultima Verità, sul piano epistemico, politico ed esistenziale. La cultura occidentale, che ha conquistato il mondo non per le capacità persuasive delle proprie virtù morali, ma per quelle dei propri obici, ha però immaginato che una cultura capace di costruire obici così efficienti non poteva che essere intrinsecamente Vera.

L’universalismo naturalistico ci ha disabituato a valutare le differenze storiche e culturali, assumendone il carattere contingente, di mero pregiudizio che verrà superato. Quest’impostazione culturale ha creato un danno devastante, che ha coinciso in Europa con la galoppante americanizzazione delle proprie grandi tradizioni: l’Occidente, divenuto il sistema di vassallaggio del potere americano, appare oggi culturalmente del tutto incapace di comprendere il proprio carattere di determinazione storica, non serenamente universalizzabile. L’Occidente, pensandosi come incarnazione del Vero (la Liberaldemocrazia, i Diritti Umani, la Scienza) non ha dunque gli strumenti culturali per pensare che un altro mondo (e anzi più d’uno) sia possibile.

 


3) IL VICOLO CIECO DELLA STORIA OCCIDENTALE

 

Ecco, se ora uniamo i due fattori, strutturale e culturale, che abbiamo menzionato ci ritroviamo con il seguente quadro: l’Occidente a guida americana non può mantenere il proprio statuto di potere, garantito dalla prospettiva dell’espansione illimitata, e d’altro canto non può neppure immaginare alcun modello alternativo, in quanto si concepisce come l’Ultima Verità.

Quest’aporia produce uno scenario epocale tragico.

L’Occidente a guida americana non è in grado di riconoscere alcun “Piano B”, e d’altro canto comprende che il “Piano A” è reso fisicamente impercorribile dall’esistenza di contropoteri innegabili. Questa situazione produce un’unica pervicace tendenza, quella a lavorare affinché quei contropoteri internazionali vengano meno.

Detto in termini semplificati: gli USA non hanno alcuna prospettiva diversa in campo da quella di ricondurre in una condizione subordinata – come fu in passato – i contropoteri euroasiatici (Russia, Cina, Iran-Persia; l’India è già sostanzialmente sotto controllo). Ma questa sottomissione oggi non può che passare attraverso un conflitto, o una guerra aperta o una sommatoria di guerre ibride volte a destabilizzare il “nemico”.

 

Ma, a questo punto, la situazione è resa particolarmente drammatica da un altro fattore strutturale. Per quanto gli USA sappiano di non poter affrontare una guerra aperta senza esclusione di colpi (nucleare), hanno un fortissimo incentivo a che la guerra non si mantenga sul piano ibrido “a basso voltaggio”. Questo per la ragione strutturale vista in precedenza: c’è bisogno di una prospettiva di incremento produttivo.

Ma come si può garantire una prospettiva di incremento produttivo in una condizione in cui l’espansione fisica non è più possibile (o è troppo incerta)? La riposta purtroppo è semplice: una prospettiva di incremento produttivo sotto queste condizioni può essere garantita solo se simultaneamente vengono create delle fornaci dove poter bruciare costantemente quanto prodotto. C’è la necessità sistemica di inventarsi dei colossali, e sanguinosi, Potlatch, che diversamente dai Potlatch dei nativi americani, non devono distruggere solo oggetti materiali, ma anche esseri umani.

 

In altri termini, l’Occidente a guida americana ha un interesse, inconfessabile ma imperativo, a creare in modo crescente ferite sistemiche da cui far defluire il sangue, in modo che le forze produttive siano chiamate a lavorare a pieno ritmo e i margini di profitto si vitalizzino. E quali forme possono prendere queste ferite che distruggono ciclicamente, e in modo poderoso, le risorse?


Di primo acchito direi che ne vengono in mente due: guerre e pandemie.


Solo un nuovo orizzonte di sacrifici umani può consentire alla Verità Ultima dell’Occidente di rimanere in piedi, di continuare ad essere creduta e venerata.

 

E se nulla cambia nella consapevolezza diffusa delle popolazioni europee – i principali perdenti di questo gioco – credo che queste due carte distruttive saranno giocate senza scrupoli, reiteratamente.

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giovedì 18 aprile 2024

L’occidente è un treno impazzito: fermiamolo – Elena Basile

 

John Mearsheimer è un professore all’Università di Chicago, eminente politologo appartenente alla scuola realista, ha pubblicato numerosi libri di successo di politica internazionale e (per informazione di coloro come Paolo Mieli secondo i quali i media mainstream non esisterebbero) si può ascoltare su YouTube non sulla Cbc, Nbc o Bbc. Con una battuta restata famosa, il politologo descriveva una situazione paradossale ma non lontana dalla realtà: “Certo, noi rispettiamo le regole del Diritto internazionale, perché le abbiamo create noi al fine di proteggere i nostri interessi”.

Questa perspicace e ironica intuizione descriveva la realtà del dopoguerra non certo quella odierna. Il multilateralismo e la governance economica internazionale hanno avuto un periodo d’oro, durato all’incirca fino alla fine degli anni 90. La dissoluzione dell’Urss, la nascita dell’Osce hanno fatto sperare in una possibile stabilizzazione dell’Europa, una convivenza con la Russia che avrebbe avuto la possibilità di recepire forme di democrazia liberale. Il commercio e i liberi investimenti dovevano moltiplicare la ricchezza e avvicinare i popoli. Il CdS delle Nazioni Unite riusciva ancora a raggiungere importanti mediazioni. Europa, Russia, Stati Uniti e Nazioni Unite cooperavano per una soluzione pacifica della questione palestinese. Il debito non aveva ancora raggiunto vette stratosferiche e il capitale Cloud non era stato ancora creato. Il Dark Deal basato sul reinvestimento del surplus commerciale e finanziario nella finanza e non in investimenti produttivi non vigeva ancora.

Con i bombardamenti Nato di Belgrado, le guerre di esportazione della democrazia, ha inizio la hybris e il nichilismo dell’Occidente che fa a meno del multilateralismo, della governance economica e di alcuni principi base del capitalismo liberale, abbandona gradualmente i principi democratici e si isola dal resto del mondo. Non rispetta le regole che esso stesso ha creato. Difende l’integrità territoriale e la non ingerenza negli affari interni di un altro Stato contro i nemici, ma si permette di violare questi stessi principi senza accusare contraddizioni. Abbraccia la retorica bellicistica. I vergognosi doppi standard lo fanno divenire complice del tentato genocidio di Israele in Palestina, mentre denuncia il macellaio Putin e definisce la Russia “Stato terroristico”. Non ha più senso del ridicolo e perde autorevolezza di fronte ai suoi stessi alleati. Turchia, Arabia Saudita, Egitto, India per menzionarne solo alcuni hanno ormai politiche autonome, si avvicinano alla Cina, creano alleanze tra emergenti e col Sud globale. Come uno struzzo impazzito l’Occidente nasconde la testa e si guarda bene da far fronte con una politica strategica al nuovo mondo che si delinea all’orizzonte. Gioca l’ultima carta rimasta: la superiorità militare preparando il conflitto con le potenze nucleari di Russia e Cina. Attraverso Israele destabilizza il Medio Oriente in un conflitto allargato. Non si può continuare a restare in silenzio o a votare per interesse e conoscenze. C’è in ballo il destino dei nostri figli. La comunità ebraica per il bene di Israele dovrebbe insorgere contro i crimini di guerra e le forme di apartheid in Cisgiordania. È possibile che l’unica democrazia del Medio Oriente sbatta i bambini in carcere e li torturi? Che sperimenti le sue armi su una popolazione inerme e collabori con i suoi strumenti di sorveglianza con il Sudafrica dell’apartheid, con le peggiori dittature dell’America Latina e con Modi contro i musulmani del Kashmir? Questo non è antisemitismo. La denuncia dei crimini è in linea con la più alta cultura ebraica come testimoniano Gideon Levy, Finkelstein e Moni Ovadia.

Il problema purtroppo non è solo Netanyahu. Katz non ha idee molto differenti. Il 67% degli israeliani si è dimostrato concorde con l’arresto degli aiuti umanitari a Gaza. Purtroppo il Paese si sta smarrendo. Abbraccia principi e metodi che lo hanno visto vittima. Se l’Occidente non ritorna alla difesa sostanziale dei diritti umani e della pace, se non riforma insieme agli emergenti il multilateralismo e la governance economica, se non ritorna ai principi di base delle democrazie liberali, accettando la concorrenza della Cina nei settori di punta tecnologici, se non ritorna allo Stato sociale e a una moderazione delle spinte animalesche della finanza, se non ritorna alla Politica e alla strategia, rinnovando le proprie classi dirigenti, rifiutando il dispotismo delle oligarchie finanziarie, allora avrà già perso la sua guerra.

Vogliamo restare su questo treno o fermarlo per poter scendere alla prima fermata?

Noi, i filo-putiniani, noi i filo-terroristi e antisemiti, noi che amiamo l’onestà intellettuale, faremo di tutto per fermare questo treno impazzito e per salvare l’Occidente, la sua cultura, la sua civiltà.

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sabato 16 marzo 2024

Manicomio militar-industriale - Toni Muzzioli

Ma come stanno i nostri dirigenti politici? Voglio dire i governanti della nostra parte di mondo, quella che un tempo (e oggi di nuovo) si autodefinisce ed autocelebra come “mondo libero”, democratico (la democrazia ci perdoni) e liberale (e ci perdoni anche il liberalismo)?

Crescente preoccupazione destano le condizioni mentali delle nostre classi dirigenti, soprattutto per quel che riguarda la gestione delle crisi internazionali, in particolare la guerra russo-ucraina. E non mi riferisco alle ormai non più occultabili costanti defaillances del POTUS, nonché futuro candidato alle elezioni presidenziali Usa Joe Biden (notevole una delle ultime, quando ha relazionato sull’incontro avuto qualche giorno prima con… Mitterrand!) – se il problema fosse questo staremmo tranquilli. Penso proprio alla lucida follia che presiede da due anni alla gestione della guerra Russia-Nato. Una follia che dilaga soprattutto tra le classi dirigenti europee, visto che per quanto riguarda gli Usa una sua sensatezza esiste, dal momento che questa guerra “da remoto” degli Usa contro la Russia su suolo ucraino in definitiva – e lo ha capito dal primo momento chi non aveva gli occhi ricoperti da spesse fette di salame di Felino – va a tutto vantaggio (1) del suo apparato militar-industriale1 e (2) del suo progetto geostrategico consistente oggi nel frenare l’avanzata di un mondo multipolare e più in particolare (3) nell’“abbassare la cresta alla Germania” (ricordiamo l’adagio che riassume la strategia statunitense dal secondo dopoguerra nell’area euroasiatca: « Keep the Russians out, the Amercans in, the Germans down »).2 Nel caso degli europei siamo invece in presenza di una follia autodistruttiva, nel senso che non solo siamo coinvolti direttamente per ragioni geografiche, ma soprattutto ci stiamo letteralmente autodistruggendo economicamente. Il sabotaggio del Nord Stream 2 nell’estate del 2022 è stata la rappresentazione plastica di questa situazione.3

Ecco, tale processo di impazzimento si arricchisce ora di un ulteriore passaggio, dovuto questa volta a quello da cui ce lo si aspetterebbe di meno, il presidente francese Macron (essendo la Francia sul piano geopolitico in Europa l’unica potenza a esprimere storicamente un po’ autonomia da Washington). È stato infatti il portaborsetta di Brigitte (copyright Dagospia) a dichiarare, alla conferenza internazionale dei sostenitori dell’Ucraina (Parigi, 26 febbraio), che l’Europa potrebbe in futuro partecipare direttamente con proprie truppe alla guerra. Il punto di partenza dello s-ragionamento è che «noi abbiamo la convinzione che la sconfitta della Russia sia indispensabile alla sicurezza e stabilità dell’Europa». Perciò «faremo tutto quello che c’è da fare affinché la Russia non possa vincere questa guerra (…). Per raggiungere quest’obiettivo, tutto è possibile» e anche l’invio di truppe non può «essere escluso». 4

Curioso che i primi a rispondere escludendo la prospettiva, in un primo momento, sono stati proprio gli Stati Uniti (salvo qualche giorno dopo, come vedremo, spararla grossa pure loro). Così hanno fatto un po’ tutti in Europa: dalla Germania alla pur bellicosa Polonia, fino allo stesso segretario generale Nato Stoltenberg («Non ci sono piani per truppe da combattimento della Nato sul terreno in Ucraina»).5 E da ultima è arrivata anche l’Italia, che con Tajani ha escluso del tutto questa possibilità. La Russia dal canto suo si è limitata, lapalissianamente e freddamente, a rilevare che lo scontro diretto sarebbe in questo caso «inevitabile», aggiungendo poi che in verità truppe occidentali sul campo ce ne sono da tempo (britannici e francesi in particolare), come del resto ha ammesso in un forse non involontario lapsus il cancelliere tedesco Olaf Scholz.6

Quella di Macron, in ogni caso, e al di là di motivazioni specifiche che andrebbero indagate,7 si inserisce in quella serie crescente di segnali paurosi che provengono dalle nostre cancellerie e che non fanno sperare niente di buono. Su questo stesso sito avevamo dato notizia (abbastanza in solitudine), poco più di un mese fa, della conferenza stampa congiunta dei capi militari Nato che, presentando la nuova esercitazione “Steadfast Defender 2024” (90.0000 uomini mobilitati fino a fine maggio), invitavano l’Europa a preparasi a un conflitto aperto con la Russia.8

Pochi giorni dopo, ecco le dichiarazioni del segretario Nato Jens Stoltenberg: attendiamoci – ha detto in un’intervista alla “Welt am Sonntag” – «decenni» di guerra contro la Russia. Decenni, non anni! «La Nato non vuole la guerra con la Russia, ma dobbiamo preparaci a un confronto che potrebbe durare decenni». Rilanciando poi la solita baggianata di una Russia intenzionata, in caso di successo in Ucraina, ad espandersi ulteriormente verso Occidente, ha aggiunto: «Dobbiamo ricostruire ed espandere la nostra base industriale più velocemente, in modo da poter aumentare le forniture all’Ucraina e rifornire le nostre scorte. Questo significa passare da una produzione lenta in tempi di pace a una produzione veloce, come è necessario in tempi di conflitto». 9

Insomma, la Nato continua a farci sapere che la guerra dell’Occidente contro la Russia non terminerà, anzi è destinata a cronicizzarsi per gli anni a venire (sempre che, per qualche “errore di calcolo” non debordi in conflitto nucleare, e allora… buona notte). Scordatevi, dunque, le trattative e la diplomazia, che anzi proporrei di superare proprio, sostituendola magari con qualche programma di Intelligenza Artificiale, visto che oggi va tanto di moda.

E ancora il 28 febbraio, all’assemblea plenaria del Parlamento europeo, quella nobildonna tedesca che risponde al nome di Ursula von der Leyen, e che per nostra sciagura presiede la Commissione europea, ha dichiarato, sulla stessa linea, che la guerra alla Russia deve continuare, anche perché «vediamo la potenza e i pericoli generati da una crescente e inquietante lega di Stati autoritari. La Corea del Nord sta consegnando ordini su ordini di munizioni alla Russia. E l’Iran fornisce droni d’attacco, e soprattutto la tecnologia che li supporta, per infliggere danni indicibili alle città e ai cittadini ucraini». In tale scenario «la minaccia di guerra potrebbe non essere imminente ma non è impossibile». Insomma, «i rischi di una guerra non dovrebbero essere esagerati, ma bisogna prepararsi. E tutto ciò inizia con l’urgente necessità di ricostruire, rifornire e modernizzare le forze armate degli Stati membri. L’Europa dovrebbe sforzarsi di sviluppare e produrre la prossima generazione di capacità operative vincenti. E di garantire che disponga della quantità sufficiente di materiale e della superiorità tecnologica di cui potremmo aver bisogno in futuro. Il che significa potenziare la nostra capacità industriale della difesa nei prossimi cinque anni».10

L’Unione europea, infatti, si sta impegnando in un progetto di riarmo, presentato il 5 marzo a Bruxelles, che per ora ha un nome e un acronimo, materie in cui alla Commissione sono maestri, ma non si sa quanta sostanza: “European Defence Industry Programme”, EDIP. Dal momento che la difesa resta di pertinenza dei governi nazionali, quello che la Commissione europea può fare è promuovere un programma di acquisto coordinato (almeno il 40% degli equipaggiamenti entro il 2030), fare in modo che gli acquisti riguardino in misura crescente aziende di paesi Ue 8almeno il 50% entro il 2030), e mettere a disposizione dal bilancio comune un fondo di… 1,5 miliardi di euro (e dire che il ministro francese della Difesa aveva parlato della necessità di almeno 100 miliardi, per fare le cose seriamente…).11

Insomma, l’Europa, già azzoppata economicamente (per scientifica decisione statunitense) da due anni di guerra, si appresta, almeno nella sua fantasia, a dotarsi di un suo piccolo complesso militar-industriale, anche se c’è da dubitare che possa andar molto al di là delle parole, mentre la cosa più probabile è che tutto si riduca a un centro unico d’acquisto UE sul modello, com’è stato detto dalla stessa ineffabile von der Leyen, dei vaccini anti-Covid (per cui, come ha notato un disegnatore satirico, aspettiamoci i carri armati… Astrazeneca).

Siamo insomma di fronte, almeno nelle intenzioni, a un… New War Deal. Dal green al war nello spazio di un mattino!

Chi invece il complesso militar-industriale ce l’ha davvero, e ce l’ha grosso, per dirla con Trump, sono gli Stati Uniti. E così pochi giorni dopo la sparata di Macron, è toccato a Lloyd Austin, segretario della Difesa, evocare anche lui lo scontro diretto con la Russia, se la Ucraina dovesse essere sconfitta («Se l’ucraina cadesse, penso davvero che la Nato potrebbe affrontare la Russia»), in un discorso alla Camera che, però, è stata soprattutto una chiara (e per noi molto istruttiva) perorazione a favore della guerra a uso interno (i dannati repubblicani che stanno bloccando i finanziamenti): «L’Ucraina è importante perché è importante innanzitutto per la nostra sicurezza nazionale. È un investimento: mentre forniamo risorse all’Ucraina, sostituiamo tali risorse con attrezzature più aggiornate presenti nel nostro inventario. Tutto questo fluisce attraverso fabbriche in diversi stati del paese. Ci sono miliardi di dollari investiti per espandere le nostre linee di produzione e aumentare la nostra capacità».

L’Ucraina sta collassando, non solo militarmente, come normale e prevedibile, e penso che prima o poi le nostre classi dirigenti lo dovranno ammettere; quella americana (la più razionale, in definitiva, nel senso che perlomeno persegue un interesse nazionale preciso) sembra la più vicina a farlo. Il momento però non è ancora arrivato. Ora bisogna alzare la voce e vari polveroni (vedi caso Navalny), almeno fino alla celebrazione delle elezioni europee e soprattutto fino alle presidenziali americane (né i governanti europei né quelli americani intendono andare alle elezioni in presenza di una conclamata “sconfitta” della propria guerra santa antirussa). Poi per l’Ucraina si vedrà, tanto più se andrà al governo Trump.

Quel che però si cerca di rendere irrimediabile, almeno da parte americana, è la nuova guerra di civiltà che è stata proclamata due anni fa (ma che veniva preparata da tempo) contro la Russia e tutte le altre “autocrazie” (parola in codice per indicare quelli che ci stanno sui coglioni), nonché uno stato di guerra permanente, vero e proprio ossigeno, oggi più che mai, per il sempre più asfittico, indebitato e finanziarizzato capitalismo Usa. Per Washington si tratta, in definitiva, di una prospettiva dotata di una sua razionalità, nonostante l’immane pericolo in cui getta il mondo intero: è il buon vecchio imperativo di tenere vivo, appunto, il complesso militar-industriale, con le sue oltre ottantamila unità produttive. Per gli europei è forse meglio dire, oggi… manicomio militar-industriale.


NOTE

1 Un recente dossier del “Wall Street Journal” rileva i notevoli profitti che stanno facendo due settori: quello militare-aerospaziale e quello dell’energia (cfr. Luca Incoronato, Russia e Ucraina, la guerra fa ricchi gli Stati Uniti, “QuiFinanza”, 22 febbraio 2024, https://quifinanza.it/politica/geopolitica/guerra-russia-ucraina-guadagni-stati-uniti/795215/ ).

2 Si tratta di una battuta pronunciata dal primo segretario generale della Nato (1954-57), il britannico Hastings Lionel Ismay (1887-1965).

3 Questo sito se ne occupò a suo tempo: cfr. Toni Muzzioli, Il nemico alla nostra testa, “ideeinformazione”, 27 ottobre 2022, https://www.ideeinformazione.org/2022/10/27/il-nemico-alla-nostra-testa/

4 Cfr. Guerre en Ukraine: Macron prévient que l’envoi des troupes occidentales ne peut «être exclu» à l’avenir, “20 Minutes”, 27/02/024, https://www.20minutes.fr/monde/ukraine/4078412-20240227-guerre-ukraine-macron-previent-envoi-troupes-occidentales-peut-etre-exclu-avenir ; Duda, truppe in Ucraina? Non c’è nessun accordo, “Ansa”, 27 febbraio 2024, https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2024/02/27/duda-truppe-in-ucraina-non-ce-nessun-accordo_15fc4761-5323-4c98-86c0-7ca10795d88c.html

5 Nato, ‘Non abbiamo piani di inviare truppe in Ucraina’, “Ansa”, 27 febbraio 2024, https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2024/02/27/nato-non-abbiamo-piani-di-inviare-truppe-in-ucraina_99f1d1d1-53d0-47c0-9957-66fee1bb9003.html

6 Scholz ha infatti dichiarato di essere contrario all’invio dei missili tedeschi Taurus in Ucraina, armi a lunga gittata e che richiedono personale molto preparato (e dunque truppe tedesche al seguito), perché la Germania non può fare «quel che fanno francesi e britannici» (cioè essere largamente presenti nel teatro di guerra). Immaginate la gioia di Parigi e Londra.

7 L’economista francese Jacques Sapir ha fatto varie ipotesi per questa intemerata: volontà di farsi valere all’interno del consesso europeo, tentativo di fare pressione su quella parte di schieramento politico Usa restio al sostegno all’Ucraina, mera operazione rumorosa ad uso interno in vista delle prossime elezioni europee (qui la traduzione del commento di Sapir, pubblicata sul suo profilo X, a cura di “Scenari economici”: https://scenarieconomici.it/perche-macron-parla-di-intervento-militare-linteressante-punto-di-vista-di-jacques-sapir/ ). In ogni caso si tratta di un comportamento altamente irresponsabile e incendiario per fortuna seccamente rifiutato dalla larga maggiornza del popolo francese (76%) secondo un sondaggio (https://scenarieconomici.it/il-76-dei-francesi-contrario-allinvio-di-truppe-in-ucraina/ ).

8 Cfr. Toni Muzzioli, Mobilitazione totale, “ideeinformazione”, 3 febbraio 2024, https://www.ideeinformazione.org/2024/02/03/mobilitazione-totale/ . La notizia è stata tenuta molto sotto traccia da tutta la stampa dominante, ma anche poco rilevata dai canali informativi critici. Fanno eccezione l’ottimo Stefano Orsi sui sui canali web (YouTube e Telegram) e OttolinaTV.

9 Stoltenberg, la Nato si prepari a un confronto dcennale con Mosca, “ANSA”, 10 febbraio 2024, https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2024/02/10/stoltenberg-la-nato-si-prepari-a-un-confronto-decennale-con-mosca_3aa05823-3536-40c3-9e54-a0e86ba0cd9a.html

10 Von der Leyen: “Guerra in Europa non imminente, ma neanche impossibile”, “Adnkronos”, 28/0272024, https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/ucraina-guerra-europa-von-der-leyen_3VQwsEwtybkDgI6rAtKbHy

11 Alfonso Bianchi, In Europa parte la corsa al riarmo: “Siamo in pericolo, dobbiamo agire insieme”, “Europa today”, 5 marzo 2024, https://europa.today.it/unione-europea/riarmo-ue-politica-difesa-comune-pericolo-agire-insieme.html

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