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mercoledì 22 marzo 2023

I traditori di Julian Assange - John Pilger

  

Questo articolo “I traditori di Julian Assange” è una versione ridotta del discorso pronunciato da John Pilger a Sydney il 10 marzo in occasione dell’inaugurazione in Australia della scultura di Davide Dormino raffigurante Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden, “Figure del coraggio”.

 

Conosco Julian Assange da quando l’ho intervistato per la prima volta a Londra nel 2010. Mi è subito piaciuto il suo senso dell’umorismo secco e cupo, spesso dispensato con una risata contagiosa. È un fiero outsider: acuto e riflessivo. Siamo diventati amici e sono stato seduto in molte aule di tribunale ad ascoltare i tribuni dello Stato che cercavano di mettere a tacere lui e la sua rivoluzione morale nel giornalismo.

Il mio momento più alto è stato quando un giudice della Royal Courts of Justice si è chinato sul suo banco e mi ha ringhiato: “Lei è solo un australiano peripatetico come Assange”. Il mio nome era su una lista di volontari per la cauzione di Julian e il giudice mi ha individuato come colui che aveva denunciato il suo ruolo nel famoso caso degli espulsi delle isole Chagos. Senza volerlo, mi fece un complimento.

Ho visto Julian a Belmarsh non molto tempo fa. Abbiamo parlato di libri e dell’opprimente idiozia della prigione: gli slogan allegri e sdolcinati sui muri, le punizioni meschine; non gli lasciano ancora usare la palestra. Deve allenarsi da solo in un’area simile a una gabbia dove c’è un cartello che avverte di non lasciare l’erba. Ma non c’è erba. Abbiamo riso; per un breve momento, alcune cose non ci sono sembrate così brutte.

Le risate sono uno scudo, ovviamente. Quando le guardie carcerarie hanno iniziato a far tintinnare le chiavi, come amano fare, indicando che il nostro tempo era scaduto, si è zittito. Quando sono uscito dalla stanza ha tenuto il pugno alto e stretto come fa sempre. È l’incarnazione del coraggio.

Tra lui e la libertà si frappongono coloro che sono l’antitesi di Julian: coloro in cui il coraggio è inaudito, insieme ai principi e all’onore. Non mi riferisco al regime mafioso di Washington, la cui caccia a un uomo buono vuole essere un monito per tutti noi, ma piuttosto a coloro che ancora pretendono di gestire una democrazia giusta in Australia.

Anthony Albanese pronunciava la sua frase preferita, “quando è troppo è troppo”, molto prima di essere eletto primo ministro australiano lo scorso anno. Ha dato a molti di noi una preziosa speranza, compresa la famiglia di Julian. In qualità di primo ministro ha aggiunto parole di circostanza sul fatto che “non condivideva” ciò che Julian aveva fatto. Apparentemente dovevamo comprendere il suo bisogno di coprire la sua posteria appropriata nel caso in cui Washington lo avesse richiamato all’ordine.

Sapevamo che ad Albanese sarebbe servito un eccezionale coraggio politico, se non morale, per alzarsi in piedi nel Parlamento australiano – lo stesso Parlamento che si presenterà davanti a Joe Biden a maggio – e dire:

‘Come primo ministro, è responsabilità del mio governo riportare a casa un cittadino australiano che è chiaramente vittima di una grande e vendicativa ingiustizia: un uomo che è stato perseguitato per il tipo di giornalismo che è un vero e proprio servizio pubblico, un uomo che non ha mentito, o ingannato – come molti dei suoi omologhi nei media, ma ha detto alla gente la verità su come il mondo è gestito’.

Chiedo agli Stati Uniti”, potrebbe dire un coraggioso e morale Primo Ministro Albanese, “di ritirare la richiesta di estradizione: di porre fine alla farsa maligna che ha macchiato le corti di giustizia britanniche, un tempo ammirate, e di consentire il rilascio di Julian Assange senza condizioni alla sua famiglia. Il fatto che Julian rimanga nella sua cella a Belmarsh è un atto di tortura, come lo ha definito il relatore delle Nazioni Unite. È così che si comporta una dittatura”.

Ahimè, il mio sogno a occhi aperti che l’Australia si comporti bene con Julian ha raggiunto i suoi limiti. L’aver stuzzicato la speranza di Albanese è ormai prossimo a un tradimento per il quale la memoria storica non lo dimenticherà, e molti non lo perdoneranno. Che cosa sta aspettando, allora?

Ricordiamo che Julian ha ottenuto asilo politico dal governo ecuadoregno nel 2013 soprattutto perché il suo stesso governo lo aveva abbandonato. Già questo dovrebbe far vergognare i responsabili: il governo laburista di Julia Gillard.

La Gillard era così desiderosa di colludere con gli americani nel chiudere WikiLeaks per la sua verità, che ha voluto che la polizia federale australiana arrestasse Assange e gli togliesse il passaporto per ciò che ha definito la sua pubblicazione “illegale”. L’AFP ha sottolineato di non avere tali poteri: Assange non aveva commesso alcun reato.

È come se si potesse misurare la straordinaria cessione di sovranità dell’Australia dal modo in cui tratta Julian Assange. La pantomima di Gillard che si è prostrata di fronte a entrambe le camere del Congresso degli Stati Uniti è un teatro da far rabbrividire su YouTube. L’Australia, ha ripetuto, è il “grande amico” dell’America. O forse era “piccolo amico”?

Il suo ministro degli Esteri era Bob Carr, un altro politico della macchina laburista che WikiLeaks ha smascherato come informatore americano, uno dei ragazzi utili di Washington in Australia. Nei suoi diari pubblicati, Carr si vantava di conoscere Henry Kissinger; in effetti il Grande Guerrafondaio invitò il ministro degli Esteri ad andare in campeggio nei boschi della California, come si apprende.

I governi australiani hanno ripetutamente affermato che Julian ha ricevuto pieno supporto consolare, come è suo diritto. Quando io e il suo avvocato Gareth Peirce abbiamo incontrato il console generale australiano a Londra, Ken Pascoe, gli ho chiesto: “Cosa sa del caso Assange?”.

Solo quello che ho letto sui giornali”, ha risposto ridendo.

Oggi il premier Albanese sta preparando il Paese a una ridicola guerra con la Cina a guida americana. Miliardi di dollari saranno spesi per una macchina da guerra composta da sottomarini, jet da combattimento e missili in grado di raggiungere la Cina. L’entusiasmo per la guerra degli “esperti” del più antico quotidiano del Paese, il Sydney Morning Herald, e del Melbourne Age è un imbarazzo nazionale, o dovrebbe esserlo. L’Australia è un Paese senza nemici e la Cina è il suo principale partner commerciale.

Questo squilibrato servilismo nei confronti dell’aggressione è descritto in uno straordinario documento chiamato “Accordo sulla strategia delle forze USA-Australia”. In esso si afferma che le truppe americane hanno “il controllo esclusivo sull’accesso [e] sull’uso” di armamenti e materiali che possono essere utilizzati in Australia in una guerra aggressiva.

Questo include quasi certamente le armi nucleari. Il ministro degli Esteri di Albanese, Penny Wong, “rispetta” l’America su questo punto, ma chiaramente non rispetta il diritto degli australiani di sapere.

Questo ossequio c’è sempre stato – non è tipico di una nazione di coloni che non ha ancora fatto pace con le origini e i proprietari indigeni del luogo in cui vivono – ma ora è pericoloso.

La Cina come pericolo giallo si adatta alla storia di razzismo dell’Australia come un guanto.  Tuttavia, c’è un altro nemico di cui non si parla. Siamo noi, il pubblico. È il nostro diritto di sapere. E il nostro diritto di dire no.

Dal 2001, in Australia sono state promulgate circa 82 leggi per togliere i tenui diritti di espressione e di dissenso e per proteggere la paranoia da guerra fredda di uno Stato sempre più segreto, in cui il capo della principale agenzia di intelligence, l’ASIO, tiene lezioni sulle discipline dei “valori australiani”. Ci sono tribunali segreti, prove segrete ed errori giudiziari segreti. Si dice che l’Australia sia una fonte di ispirazione per il padrone del Pacifico.

Bernard Collaery, David McBride e Julian Assange – uomini profondamente morali che hanno detto la verità – sono i nemici e le vittime di questa paranoia. Sono loro, e non i soldati edoardiani che marciavano per il Re, i nostri veri eroi nazionali.

Su Julian Assange, il Primo Ministro ha due facce. Una faccia ci stuzzica con la speranza di un suo intervento con Biden che porterà alla libertà di Julian. L’altra faccia si ingrazia il “POTUS” e permette agli americani di fare ciò che vogliono con il loro vassallo: fissare obiettivi che potrebbero portare alla catastrofe tutti noi.

Albanese appoggerà l’Australia o Washington su Julian Assange? Se è “sincero”, come dicono i sostenitori del Partito Laburista, cosa sta aspettando? Se non riuscirà a garantire il rilascio di Julian, l’Australia cesserà di essere sovrana. Saremo dei piccoli americani. Ufficiale.

Non si tratta della sopravvivenza di una stampa libera. Non esiste più una stampa libera. Ci sono rifugi nel samizdat, come questo sito. La questione principale è la giustizia e il nostro diritto umano più prezioso: essere liberi.


Fonte: MintPress News

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis

da qui

giovedì 30 dicembre 2021

La vendita di Tim è la più grande cessione di sovranità della storia italiana - Stefania Maurizi

 

L’operazione TIM-KKR è la più grande cessione di sovranità e di diritti umani e civili nella storia della nostra Repubblica. Parola di Stefania Maurizi, giornalista investigativa, che ha lavorato sui documenti WikiLeaks e Snowden files.

Riproduciamo, vista la stringente attualità e dimensione strategica della questione, una serie di tweet della giornalista Stefania Maurizi

Partiamo da questo articolo di 2 giorni fa di Carlo Bonini per Repubblica: https://t.co/6qUaUcMWCg?amp=1

Bonini scrive che è attraverso TIM che l’Italia può interloquire “su base paritaria con i 5Eyes”,l’alleanza di intelligence più potente del mondo. In parte è vero.

E’ assolutamente vero che l’alleanza di intelligence tra Stati Uniti e Italia passa attraverso tanti fattori, tra cui, quello decisivo sono i cavi sottomarini a fibra ottica su cui viaggiano tutte le comunicazioni, quindi transazioni economiche, etc

Ma, contrariamente a quanto scritto da Carlo Bonini , l’Italia NON interloquisce AFFATTO su base paritaria con i 5Eyes, l’Italia è “Tier B”, cioè un partner di serie B. Come l’abbiamo scoperto? Grazie ai file top secret di Snowden.

Leggete questa spiegazione elementare che mi ha dato Glenn Greenwald in questa intervista, l’anno dopo che rivelammo i file di Snowden per l’Italia: https://t.co/DuSc6tgGse?amp=1

Glenn Greenwald spiega in modo elementare che i file di Snowden non lasciano dubbi: l’Italia è “Tier B”, ovvero “gli Usa guardano i partner ‘Tier B’ in primo luogo come nazioni da spiare e solo in secondo luogo come Paesi con cui collaborare a operazioni di intelligence”, dunque l’Italia NON interloquisce AFFATTO con i 5Eyes in modo paritario, AL CONTRARIO è una vittima del loro spionaggio che colpisce tutto: politica, economia, ricerca scientifica, etc.

Fino al 2013, potevamo immaginare, ma NON avevamo prove, con Snowden le abbiamo acquisite e gli USA e i 5Eyes NON hanno più potuto negare. L’ha capito perfino il Copasir: quindi l’hanno capito tutti, ma, ad oggi, questo spionaggio è stato quello che potremmo caratterizzare come un atto ostile nei confronti del governo e del popolo italiano. Ora con l’operazione TIM-KKR ci consegnano direttamente nelle mani della NSA, senza alcuna protezione.

Se l’operazione sarà finalizzata, gli italiani non avranno più alcuna protezione che deriva dall’essere europei e quindi protetti da Costituzioni e leggi che tutelano la privacy e i dati personali. E’ abominevole.

L’operazione TIM-KKR non è banale questione finanziaria: è la più grande cessione di sovranità e di diritti umani e civili nella storia della nostra Repubblica. E’ da opporre con ogni mezzo non violento.

da qui



Glenn Greenwald, così ho sfidato lo spionaggio - Stefania Maurizi

 

«Non ci sono dubbi sul fatto che i servizi segreti italiani abbiano una collaborazione con la Nsa e se il governo di Roma lo nega, allora vuol dire che mente. Ma bisogna anche riconoscere che la National security agency non vede l'Italia come uno dei suoi principali alleati nelle operazioni di sorveglianza di massa e considera il vostro Paese come un bersaglio della sua attività di intelligence». Glenn Greenwald ormai è un'icona del giornalismo indipendente: è a lui che Edward Snowden si è rivolto quando ha deciso di svelare al mondo i segreti della più grande agenzia di spionaggio delle comunicazioni. Uno scoop senza precedenti: la rete planetaria costruita dagli Usa per vigilare su tutte le telefonate, le email e gli scambi informatici del pianeta è stata messa a nudo, mettendo in crisi non solo l'intelligence americana ma lo stesso concetto di privacy.

A un anno esatto da quel contatto misterioso che ha innescato le più potenti rivelazioni della storia contemporanea, Greenwald ha scritto un libro. È un racconto che intreccia la sua avventura personale con le rivelazioni dei file di Snowden: “Sotto controllo”, edito in Italia dalla Rizzoli (373 pagine, 15 euro). Sulla copertina del volume, che Greenwald ha presentato a Milano discutendone in esclusiva con il nostro giornale, è rimasto anche il titolo originale: “No place to hide”, non c'è un posto dove nascondersi. La sintesi di come è cambiata la sua vita e quella di Snowden dopo la sfida al più grande sistema di spionaggio mai costruito.

«Quando ho visto quanti documenti aveva Snowden e quanto erano scottanti, mi sono immediatamente reso conto che i rischi sarebbero stati altrettanto alti. Sapevo che avrei dovuto essere molto aggressivo nel mio lavoro giornalistico e ho capito anche che sarei stato attaccato e minacciato in molti modi. Ancora prima dell'uscita delle rivelazioni c'era moltissima tensione a Hong Kong, dove Snowden si era rifugiato: eravano in tre, in un hotel, senza alcuna forma di protezione. Non avevamo idea di cosa il governo americano sapesse, cosa conoscessero le autorità di Hong Kong e in un certo senso ci aspettavamo che qualcuno potesse bussare da un momento all'altro alla porta. I files che aveva erano documenti su cui qualsiasi agenzia di intelligence del mondo avrebbe voluto mettere le mani”.

Navigavate in acque inesplorate: un'esperienza giornalistica del tutto nuova...
«Esatto. Una delle ragioni per cui ho fatto pressione per uscire presto con la prima tranche di rivelazioni è che ero convinto che la migliore protezione fosse l'interesse del pubblico che i documenti avrebbero sollevato, il clamore mediatico e l'attenzione dei cittadini avrebbero reso impossibile per il governo fare qualcosa contro di noi. I pericoli più seri li abbiamo corsi durante gli incontri iniziali, quando ci siamo visti di nascosto, prima della pubblicazione. E sicuramente abbiamo fatto errori perché non ci sono manuali che ti insegnano come gestire una situazione del genere. Avevamo dei modelli, come quello di WikiLeaks, su come si pubblicano documenti segreti in molte nazioni, come si proteggono i files, ma questa storia avevano anche delle caratteristiche uniche, senza precedenti».

Attualmente vive sotto una qualche forma di protezione?
«Il senato brasiliano ha votato per affidare alla polizia la protezione della mia casa e abbiamo preso alcune ragionevoli misure di sicurezza, ma quello che ho capito fin dall'inizio è che se qualcuno vuole davvero fare qualcosa contro di te, non ci sono difese al mondo salvo avere un intero esercito come quello che protegge Obama. Se vuoi cercare di condurre un'esistenza normale, sarai comunque vulnerabile. Non solo: è importante non essere così preoccupati per la sicurezza, sia per evitare la paranoia, che per evitare che la paura ostacoli seriamente il lavoro giornalistico. E così, all'inizio, il mio compagno, io, Laura Poitras e in un certo senso Edward Snowden abbiano parlato di alcune misure di sicurezza, e una volta messe in atto, non ci ho più pensato».

Grazie a Snowden abbiamo un dibattito mondiale sulla sorveglianza di massa. Come replica a coloro che sostengono che la Nsa non fa altro che quello che fanno le agenzie di intelligence cinesi e russe?
«Non c'è dubbio che Russia e Cina spiino. Tutti i governi lo fanno, ma la questione importante è in quale misura lo fanno e con quali finalità. E anche se tutti i governi spiano, nessuno si avvicina anche lontanamente ai livelli toccati dagli Stati Uniti, che veramente vogliono trasformare Internet in qualcosa in grado di controllare completamente, raccogliendo e immagazzinando tutto, eliminando letteralmente la privacy per tutti in Rete. A differenza dello spionaggio mirato contro obiettivi militari, agenzie di intelligence, leader politici, aziende, come fanno i cinesi e in una misura minore i russi, gli Stati Uniti vogliono avere uno spionaggio indiscriminato, illimitato. Basta vedere le dimensioni della Nsa: 30mila dipendenti, più 50-60mila lavoratori esterni. Nessuno in nessuna parte del mondo ha una simile armata di persone che lavorano alla sorveglianza. E secondo me il discorso della minaccia dei russi e dei cinesi invece è una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non dovrebbero minare i protocolli di sicurezza che ci proteggono sulla Rete. Oggi la Nsa spende 75 miliardi di dollari all'anno, la maggior parte dei quali per indebolire le misure che ci garantiscono la privacy su Internet o per distruggerle del tutto, mentre si potrebbe spendere una piccolissima frazione di quel denaro per rafforzarle, in modo da proteggere le comunicazioni delle popolazioni, delle aziende. A quel punto cinesi e russi potrebbero cercare di spiare quanto vogliono, ma con le giuste misure di protezione, sarebbe per loro molto più difficile comprometterne la sicurezza. È questa, secondo me, la reazione giusta allo spionaggio di Russia e Cina, non quella di indebolire tutto».

Lavorando con lei ai file di Snowden, Espresso e Repubblica hanno rivelato le attività della Nsa a danno dell'Italia, in particolare lo spionaggio ai danni della nostra ambasciata a Washington e la raccolta dei metadati relativi alle informazioni su 46 milioni di telefonate. Nonostante queste rivelazioni, il governo italiano nega questi fatti e nega qualsiasi collaborazione con la Nsa. Lei come replica?
«I documenti rendono chiaro al cento per cento e innegabile che la Nsa considera l'Italia un partner "Tier B". I partner “Tier A” sono i “Five Eyes”, i paesi anglofoni, Australia, Canada, Inghilterra, Nuova Zelanda, che sono partner degli Stati Uniti in ogni forma di spionaggio elettronico, e rarissimamente gli Usa spiano questi paesi. I partner Tier B, come l'Italia, collaborano nello spionaggio solo per compiti estremamente limitati e circoscritti, per esempio si può immaginare che lavorino insieme per controllare le comunicazioni in Afghanistan, o quelle di certe nazioni e determinati individui. Ma allo stesso tempo l'Italia e questi paesi sono un bersaglio per lo spionaggio da parte degli Stati Uniti. In particolare i documenti precisano che gli Usa guardano i partner "Tier B" in primo luogo come nazioni da spiare e solo in secondo luogo come Paesi con cui collaborare a operazioni di intelligence. Tutto questo è certo».

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Molti non credono che la raccolta di massa di metadati (l'insieme dei dati che identificano chi chiamiamo al telefono e chi contattiamo via email o sms) sia un problema. Tendono a liquidare a questione, dicendo: sono semplici dati telefonici, nessuno registra il contenuto. Eppure l'ex capo della Nsa, Michael Hayden ha dichiarato recentemente: «Noi uccidiamo utilizzando i metadati». Hayden si riferiva al fatto che grazie a queste informazioni gli Stati Uniti localizzano i presunti terroristi che eliminano con i droni. Cosa risponde a chi minimizza l'incidenza dei metadati sulla privacy?
«A chiunque pensa che la raccolta dei metadati non sia un problema vorrei chiedere una cosa: di mandarmi la lista di tutte le persone che chiama ogni giorno, la lista di quelle da cui riceve chiamate, scrive e risponde via email. Non ho bisogno di alcun contenuto delle conversazioni. Se ho la lista per ogni giornata, sono in grado di capire le cose più intime della vita di quella persona. Se chiama una clinica per gli aborti, un medico specializzato nella cura dell'Aids, un centro per il trattamento delle tossicodipendenze, un servizio per il supporto psicologico, o se è un whistleblower che vuole contattare un giornalista o un attivista per i diritti umani, se contatta un avvocato specializzato in certe questioni, ecco, sapere chiunque chiama quella persona, senza sapere cosa discute al telefono o via email, permette di rivelare informazioni molto invasive sulla vita di una persona. Si possono scoprire molte più cose guardando dall'alto i comportamenti di una persona, attraverso i metadati, che ascoltando le telefonate, perché è la ragnatela di interazioni che dipinge un quadro della vita di un individuo. E quelli che liquidano i metadati come un problema non rilevante, di norma, vengono smascherati proprio chiedendo loro di consegnarci i loro metadati».

Se guardiamo ai file di Snowden, emerge che ci sono anche ragioni per essere ottimisti: la Nsa non riesce a penetrare le comunicazioni protette con la crittografia forte e non riesce a penetrare la rete Tor. Lei crede che stiamo andando verso una società dove solo pochissime persone che hanno capacità di alto livello nel proteggere le proprie comunicazioni, saranno davvero uomini liberi?

«E' una domanda veramente importante: ora che la gente è consapevole del livello di sorveglianza messo in atto dalla Nsa, l'obiettivo più importante è incoraggiare più persone possibile a usare la crittografia e il problema è, come diceva lei, che la crittografia non è facile da usare, se non si è esperti o non si può contare su qualcuno che sappia usarla».

Qualcuno da cui poi ci si trova a dipendere assolutamente per mettere in sicurezza le proprie comunicazioni...
«Ma quello che sta succedendo è che gente di tutto il mondo ora vuole usare la crittografia per proteggersi, e così quello di cui abbiamo davvero bisogno è che queste tecnologie siano accessibili e facili da usare per tutti, senza dover ricorrere a esperti. Se invece di decine di migliaia di persone, saranno decine di milioni a usare questi sistemi criptati, allora la Nsa incontrerà seri ostacoli nello spiare tutti, perché diventerà un'attività estremamente costosa e che richiede molto tempo. E questa è assolutamente la chiave».

Cosa crede che stiano pianificando alla Nsa per uscire da questo scandalo? Secondo lei, aspettano semplicemente che sparisca dallo schermo del radar dell'opinione pubblica?
«La tecnica che usa ogni volta il governo americano quando finisce in una bufera è sempre la stessa: fingere di fare riforme che siano insignificanti e che siano semplicemente finalizzate a proteggere il sistema in modo che vada avanti. Lo stesso Obama è un perfetto esempio di questa tecnica: (prima della sua elezione ndr) gli Stati Uniti erano arrivati a un punto in cui erano visti dallo stesso popolo americano e da tutto il mondo così aggressivi, militaristi e corrotti che c'era bisogno di qualche simbolo che incarnasse le riforme, il cambiamento. Obama ha rimpiazzato Bush e la gente ora pensa che le cose siano migliorate, ma la realtà è che le cose sono andate avanti come prima e addirittura con maggiore forza, perché ora non sono solo i repubblicani a sostenere certe misure, ma anche i democratici. Quello che ora faranno sarà di varare qualche legge che promuovono come riforma. Credo che il compito dei giornalisti sia proprio quello di chiarire che quasi nulla è cambiato e di continuare a fare pressione. Credo che le aziende di tecnologia americane siano seriamente preoccupate per l'impatto di questo scandalo sul loro business, perché per quale ragione la gente dovrebbe comperare tecnologia da loro quando ci sono tante aziende in Germania, Brasile, Asia che dicono: non affidate i vostri dati alla Nsa, affidatevi a noi. Altre nazioni stanno cercando di evitare il dominio americano sulla Rete e a livello individuale la gente comincia a scegliere la crittografia. Sta ai giornalisti fare in modo che la tattica del governo americano non funzioni».

Lei si sente personalmente sotto pressione per il fatto di essere in grado di far cambiare qualcosa in seguito a questo scandalo?
«Avverto la pressione nel senso che mi sento in dovere di pubblicare queste rivelazioni in modo che il dibattito vada avanti in modo informato, ma non mi sento responsabile personalmente per il fatto che si arrivi a delle riforme: quella è una responsabilità di tutti, condivisa, tra giornalisti e gruppi per la difesa della privacy».

Parliamo di Snowden, crede che la Nsa smetterà mai di dargli la caccia?
«No, non credo, forse tra dieci o venti anni si occuperanno di altro, ma non credo che permetteranno mai a Snowden di tornare negli Usa, senza spedirlo in prigione per un lunghissimo periodo di tempo. E questo perché il governo americano è una macchina così grande e che dipende così tanto da un'enorme massa di informazioni digitali, che non c'è modo di prevenire un'altra fuga micidiale di documenti segreti. L'unico modo che hanno di prevenire una fuga di file simile a quella che abbiamo avuto con Chelsea Manning (il militare condannato per avere fornito a WikiLeaks l'archivio della diplomazia Usa ndr) e con Snowden è creare un clima di paura così forte da mandare un messaggio del tipo: se fai una cosa del genere, la tua vita sarà completamente distrutta. È per questo che sono stati così aggressivi con Chelsea Manning, che hanno torturato, così aggressivi nel perseguire WikiLeaks, e perché non potranno mai permettere a Edward Snowden di tornare negli Usa, senza che finisca in prigione. Sono mortalmente terrorizzati del pericolo che altre persone possano ispirarsi a questi esempi».

Ma in un certo senso è una battaglia già persa: dopo Chelsea Manning, e dopo il trattamento durissimo che le hanno riservato, è uscito comunque fuori un Edward Snowden. Il deterrente non ha funzionato.
«È vero. E prima di Chelsea Manning, hanno cercato di distruggere Thomas Drake (l'autore delle prime rivelazioni sulla Nsa ndr). Ma dopo Drake, c'è stata Manning e poi Snowden”.

Che cosa le racconta Snowden della sua attuale vita in Russia?
«Ero in Russia da lui qualche giorno fa: in generale sta molto bene, è lo stesso Edward Snowden che ho incontrato un anno fa a Hong Kong. Essere in un paese che non ha scelto, essere separato dalla sua famiglia è un'esperienza stressante e sono sicuro che lo sia anche per lui. Ma allo stesso tempo ha una pace interiore che gli deriva dalla scelta che ha fatto che gli conferisce una serenità profonda. Mi ha detto che è libero di girare per Mosca, perché il suo aspetto è un po' cambiato, quasi un ragazzo nella folla di Mosca».

Gira liberamente perché è camuffato in modo da passare inosservato?
«Non si camuffa, dall'intervista con la Nbc si vede che il suo aspetto è un po' cambiato, mentre quando l'abbiamo incontrato a Hong Kong è rimasto tre settimane chiuso in camera, ed era pallidissimo, ora ha un aspetto più salutare, cammina, va per negozi, non voglio dire che vive una vita completamente normale, ma molto più ordinaria di quanto non si pensi».

È un dato di fatto che se Snowden è vivo e libero è perché ci sono stati paesi che hanno saputo dire no agli Stati Uniti, a cominciare da Hong Kong, Russia, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Ecuador. Lei come replica a chi dice che Snowden non avrebbe dovuto chiedere aiuto a questi paesi, ma sarebbe dovuto tornare negli Usa e combattere la sua battaglia legale dagli States anche a costo di venire rinchiuso in una prigione di massima sicurezza?
«Posso garantirle che il 99.9 percento delle persone che dicono questo non accetterebbero mai di andare in una prigione di massima sicurezza negli Usa, se si fossero trovati in una situazione analoga. La cosa importante da capire è che la giustizia negli Stati Uniti è profondamente cambiata dopo l'11 settembre: chi è accusato di aver commesso crimini contro la sicurezza nazionale non può più contare su un processo veramente giusto, è quasi una garanzia che finirà condannato. Chi viene incriminato (come Snowden e Manning, ndr) sulla base dell'Espionage Act, non ha il diritto di appellarsi al fatto che ha rivelato certe informazioni perché l'opinione pubblica ha il diritto di conoscerle. E quindi la possibilità di avere un processo giusto non esiste. Perché avrebbe dovuto sottomettersi a un sistema di giustizia così ingiusto e a una prigionia così dura? È un'argomentazione idiota. E che il mondo possa vederlo libero, capace di contribuire al dibattito, è veramente importante per altri whistleblower che volessero seguire il suo esempio».

Hong Kong ha resistito alle pressioni Usa, la Russia ha resistito, ma la terra della libertà e dei diritti umani, l'Europa, ha completamente abbandonato a se stesso Snowden. Si aspettava questa risposta?
«Sì. Una delle cose che mi sorprende è quanta poca dignità i leader di questi paesi europei hanno. Sono completamente sottomessi e arrendevoli alle volontà degli Stati Uniti».

E' importante sottolineare il ruolo di WikiLeaks nel salvare Snowden. Senza la giornalista di WikiLeaks Sarah Harrison, che ha prelevato Snowden da Hong Kong, lo ha accompagnato nel suo volo alla ricerca di asilo, è rimasta con lui 39 giorni nell'aeroporto di Mosca e quattro mesi a Mosca con lui, Snowden non sarebbe libero. Il “Guardian” e il “Washington” Post hanno vinto il più importante premio giornalistico per il loro lavoro sui file di Snowden, non crede che anche WikiLeaks dovrebbe ricevere qualche riconoscimento pubblico per quello che ha fatto nel proteggere la fonte?
«Assolutamente, sono stati cruciali nell'impedire che finisse in una prigione Usa di massima sicurezza. Senza il coraggio di Sarah Harrison, non sarebbe mai accaduto. Sono stato e sono uno dei più grandi difensori di WikiLeaks e mi disturba profondamente quando chi crede nella trasparenza spara su WikiLeaks. L'organizzazione è imperfetta, Julian Assange è imperfetto, come tutti noi, ma il ruolo che giocano è così importante. E lo dico anche se qualche giorno fa WikiLeaks ha criticato me e The Intercept (il suo giornale, ndr), in modo duro: va bene così. Sono contento che ci siano e che facciano sempre pressione per una maggiore trasparenza. E non credo che ci sarebbe stato nessun altro gruppo o persona che avrebbe fatto in quel momento quello che WikiLeaks e Sarah Harrison hanno fatto per Edward Snowden: era il ricercato più ricercato del mondo, nel mirino del più potente governo del globo».

Nel suo libro lei è molto duro con i giganti del giornalismo: “New York Times”, “Washington Post” e perfino il “Guardian”. Cosa pensa di fare con la sua nuova creatura, “Firstlook”: lei si trova a operare nello stesso contesto legale e politico in cui operano gli altri giornali, come pensa di poter fare un giornalismo aggressivo?
«È esattamente la domanda a cui stiamo cercando di rispondere. E non è facile. La cosa per me più interessante, la ragione per cui sono ottimista sul futuro del giornalismo, è la Rete, perché Internet permette di fare giornalismo in un modo completamente libero. Il problema è che le persone che fanno quel tipo di lavoro, spesso non hanno le risorse necessarie per fare inchieste contro grandi agenzie del governo. E se invece si hanno risorse è perché si finisce per lavorare per i grandi gruppi editoriali che ti dicono cosa devi fare e non puoi metterci la tua passione. Vogliamo creare un'organizzazione giornalistica dove i reporter sono completamente liberi e indipendenti, ma allo stesso tempo hanno tutte le risorse necessarie. Puntiamo a potenziare il giornalismo indipendente».

Ha paura di finire come Bob Woodward e altri grandi del giornalismo che lei sembra considerare come i custodi dei segreti di Washington, che passano l'intero giorno a parlare con i papaveri alti del governo e a far uscire i segreti che le varie fazioni del governo vogliono fare uscire per promuovere questa o quell'agenda?
«Credo sia sbagliato assumere di essere immuni da tutte queste dinamiche che corrompono l'integrità di un giornalista. La ragione per cui si finisce compromessi è che le dinamiche sono così potenti. Più si diventa professionisti di successo, più si diventa visibili, più si guadagna, più si ha accesso agli alti livelli del potere, più il rischio di diventare compromessi è serio. E la ragione per cui si finisce corrotti è che ci si ritiene immuni. Personalmente cerco ogni giorno di essere consapevole di quelle tentazioni, ma questo non è di per se una garanzia che ci riuscirò. Una delle cose che mi rende felice è che, se si guarda alla recensione del “New York Times” del mio libro, mi considerano ancora un outsider, mi fanno capire che nonostante il Pulitzer, rimango fuori dal club. E questo mi rasserena, perché non mi fa sentire troppo avvolto nelle dinamiche dell'establishment del giornalismo, che di fondo, considero corrotto».

da qui

domenica 29 agosto 2021

Il mito dell’hacker: da eroe a spia - Nello Barile

 

Il mito dell’hacker ci induce a riflettere sulle capacità liberatorie della rete ma anche sui pericoli che si annidano nell’interconnessione dei sistemi informativi su scala globale. Tra tutti, Matrix (A. e L. Wachowsky 1999) raffigura l’essenziale opposizione tra l’istanza di liberazione che attraversa le reti digitali e quella di controllo e di assoggettamento. Nel suo protagonista, Neo, difatti convivono le due tensioni, come racconta l’immagine del suo corpo piegato sulla tastiera, dinnanzi allo schermo, all’inizio del primo episodio della saga. Nel film la soluzione di questa aporia è lo sdoppiamento delle soggettività̀ dei protagonisti che, per combattere il sistema, devono comunque farvi ingresso tramite un’immagine coerente al contesto. Neo originariamente è un hacker “integrato”, ovvero al servizio di una corporation, che viene convinto da Morpheus e compagni ad abbandonare l’esistenza inautentica, per divenire l’eletto che salva l’umanità̀ dalle macchine.

 

Anche l’abito diventa l’indicatore più potente dell’ingresso e dell’uscita dei protagonisti dai due livelli ontologici fondamentali: quello della realtà̀ reale e quello dell’iper-realtà prodotta dalla matrice. Se nel primo gli adepti alla comunità̀ sovversiva vestono con abiti in stile neopauperistico, alternativo oppure etnico (realizzati in fibre naturali) nel secondo la loro tenuta è nettamente minimalista, fetish hi-tech, fatta di una pelle alleggerita appositamente per facilitare i movimenti acrobatici degli attori. Gli abiti, disegnati dal costumista Kym Barret circoscrivono lo spazio dell’autenticità̀ nel quale si rifugia una neo-comunità in opposizione allo spazio artificiale, manipolabile e alienante della matrice. Tale opposizione è ulteriormente marcata dallo spazio “reale” che assume i contorni di “Zion”: l’ultima utopia in cui i ribelli si rifugiano e salutano il ritorno dei combattenti in riti neopagani e orgiastici al ritmo di musica techno

 

La figura dell’hacker nasce negli anni Sessanta nei laboratori del MIT di Boston e prende forma nell’intersezione tra controcultura e cybercultura. Il termine hacking deriva dalla “filosofia” degli studenti del MIT che lo usavano per descrivere scherzi sofisticati rivolti ai loro compagni. Secondo P. Flichy si tratta di un gruppo emergente che, insieme agli sviluppatori di Arpanet e di Unix, fonda il nuovo immaginario di internet (Flichy 2007, p. 11). Nel secondo capitolo del suo Hackers: Heroes of the Computer Revolution (1984), Steven Levy fa il punto sull’etica hacker, che è caratterizzata dai seguenti tratti distintivi: 

  • l'accesso ai computer e ad altri dispositivi informatici dovrebbe essere illimitato e totale;
  • l’accesso all’informazioni dovrebbe essere gratuito; 
  • diffida dell’autorità e promuovi il decentramento; 
  • gli hacker dovrebbero essere giudicati in base alle loro competenze; 
  • il computer può essere un mezzo di creazione di arte e bellezza; 
  • il computer può migliorare la tua vita. 

Oltre alle sue riflessioni su cultura open source e software libero, Richard Stellman è di solito citato per via della distinzione fondamentale tra hacker e cracker che è servita a evidenziare la vocazione etica dell’hacker contro quella distruttiva del vero pirata informatico. Tuttavia, lo stesso Stellman ha recentemente rivisto tale distinzione, considerando che anche l’hacker possa cimentarsi in azioni di “security breaking”, alla stregua del cracker (Stellman 2019). Tra anni Ottanta e Novanta la figura dell’hacker occupa un posto di rilievo nella letteratura cyberpunk, in cui è rappresentato come un “individuo che combatte per la sopravvivenza in un mondo di informazioni virtuali” e crea insieme ad artisti della West Coast, scrittori e nuovi capitalisti del Web la cosiddetta “ideologia californiana” (Barbrook, Cameron 1996, pp. 2, 1). Tra anni Novanta e Duemila, la figura dell’hacker acquista maggior peso sull’immaginario collettivo, cavalcando la crescente diffusione e pervasività della rete. Sul crinale del nuovo millennio, in molti hanno sottolineato il collegamento tra Culture Jamming, hacking e nuove forme di guerriglia semiotica contro i poteri forti della globalizzazione, da Mark Dery (1993) fino a Naomi Klein che in No Logo (2000) vede tale alleanza “tattica” come reazione contro l’aggressività delle aziende multinazionali. 

L’attivismo hacker ha assunto massima visibilità grazie al movimento Anonymous che, vocato alla lotta contro la cyber-sorveglianza e la cyber-censura, vanta una lunga lista di attacchi contro corporation, banche e istituzioni. Tra questi è noto quello dei DDoS (Distributed Denial of Server), utilizzati per chiudere i siti Web di PayPal, PostFinance, Visa, Mastercard e Bank of America. Lo studio di Fuchs su tale movimento evidenzia tuttavia alcuni “difetti” ideologici che esso condivide con altri movimenti dello stesso periodo (ad es. Occupy Wall Street). In primo luogo, il fatto che sia al contempo un movimento sociale e un anti-movimento (non politico e nemmeno definibile politicamente secondo le categorie classiche di anarchia, liberalismo, socialismo ecc.); in secondo luogo la sua elevata informalità è indicatore di un basso livello di fiducia dei membri che lo compongono (Fuchs 2013, pp. 347, 348). La sua bassa definizione identitaria è forse la chiave di spiegazione della sua trasformazione più recente. 

Nella fase successiva alla crisi finanziaria, l’immagine dell’hacker cambia sostanzialmente in funzione delle nuove frizioni geopolitiche e si avvicina a quella della spia in una società che nel frattempo è cambiata all’insegna della “sorveglianza liquida” (Lyon, Bauman 2014).

In essa si assiste alla proliferazione dei tanti piccoli fratelli di cui parla Andrew Keen (2013) che sostituiscono un potere centralizzato e panoptico con una sorveglianza decentrata, incrociata e diluita (Barile 2017). In questa fase di diluizione, la funzione della spia non corrisponde più alla figura dell’agente segreto super-eroico, ma si avvicina a quella del geek, e dell’hacker, che ha passato la vita a “craccare” codici per poi finire come protagonista nel gioco della geopolitica globale (Coleman 2015). In questa mutata cornice si colloca il caso WikiLeaks: l’organizzazione internazionale che attraverso un sito Internet riesce a drenare enormi quantità̀ di informazioni provenienti da fonti governative e/o diplomatiche sparse per il pianeta. Reso famoso dalla divulgazione di documenti prodotti durante la guerra in Iraq, il sito ha raggiunto visibilità mondiale grazie alla pubblicazione di un’enorme quantità̀ di dispacci diplomatici che riferivano pareri scottanti sui leader del pianeta. Ancora una volta l’opinione pubblica si è spaccata tra coloro che difendono il valore della trasparenza tout court e quelli che invece dipingono il suo fondatore, Julian Assange, come un mentecatto, pervertito, cyber-terrorista e via dicendo. Il caso avrebbe molto più a che vedere con le nuove frontiere della geopolitica che non con la società del gossip, ma una volta che i contorni che separavano la star, il politico e l’uomo comune saltano in aria, anche un evento rivoluzionario come WikiLeaks può ricadere in questa brodaglia informativa. In tal modo i documenti pubblicati da quel sito – forse meno wiki e molto più leaks – hanno mostrato come alla base della diplomazia mondiale ci sia, ancora una volta, l’umano troppo umano. In particolare, i dispacci interni del corpo diplomatico americano suonano spesso ridondanti, pleonastici, se non addirittura come il classico bagaglio di stereotipi che non dovrebbe in alcun modo inficiare le prassi di una diplomazia matura.

Con il caso Assange, la retorica della cyberutopia, a sua volta ribaltabile in una cyber-distopia, rende ambiguo, ma centrale, il ruolo e l’identità di questo nuovo status. Ci si può̀ chiedere se Assange sia stato a capo di un gruppo di hacker, ovvero di “informatici che violano i sistemi di sicurezza di istituzioni internazionali, ambasciate e quant’altro per uno scopo etico, oppure se sia invece un cracker” (Lovink 2012), ma resta la centralità̀ della sua figura ad animare le posizioni dell’opinione pubblica globale. Speculare ad Assange, Edward Snowden è un esperto informatico che decide di tradire la NSA, organizzazione per cui ha prestato servizio come consulente, per rivelare al mondo il complesso sistema spionistico attraverso cui gli USA hanno sorvegliato i potenti e i cittadini dell’intero pianeta. La sua immagine non coincide con quella dell’agente segreto ma con il “whistleblowler”, che nel suo caso si coniuga con quella tipicamente americane del geek, raccontata dal cinema americano a partire da Giochi di guerra di John Badham (1983). Ma questa volta al posto del giovane autodidatta informatico che salva il pianeta sconfiggendo il mega-computer dell’esercito, troviamo un tecnico, un uomo d’apparato che per motivi imperscrutabili decide di tradire il suo paese e consegnare l’allarmante verità al mondo intero. In tal senso è ancor più significativa la fine di Snowden che, inizialmente diretto verso l’Ecuador, è scomparso durante il suo scalo a Mosca. 

Tornando alla lampante intuizione di McLuhan, pare ancor più impressionante il modo in cui egli ha eletto la spia a figura chiave dell’era elettronica, ma anche e soprattutto come ha saputo tracciare le linee di trasformazione di tale figura, verso un mondo in cui saremmo tutti potenzialmente spie. Per questo i più recenti critici della rete, quale il già citato Andrew Keen (2013), hanno sottolineato come il nuovo Web abbia avverato il sogno più recondito della CIA: conoscere tutto di tutti, anzi attendere che gli “altri” si auto-denuncino tramite le tracce dei big data, risparmiando in tal modo risorse e mezzi. Non è forse un caso che una riflessione più attenta sulla storia dei big data ci conduce al mondo socialista (Morozov 2014), rinforzato dall’interesse della cultura sovietica nei confronti del potere dell’agenzia italiana per la cyber-sicurezza trasformativo della cibernetica. 

Ricostruendo la storia delle tipologie di attacchi e delle conseguenti risposte in termini di cybersicurezza, l’hacker viene fuori come il nuovo demone popolare che scatena correnti di panico morale (Cohen 2019) e che obbliga i legislatori a intensificare il controllo, come nella recente istituzione dell’Agenzia italiana per la cyber-sicurezza. Passiamo in tal modo dal mito anarcoide del pirata alla sussunzione di tale figura sotto le maglie schiaccianti della geopolitica globale. Ne sono un esempio le denunce sul presunto condizionamento delle elezioni americane del 2016 da parte degli hacker russi, passando per varie iniziative a sostegno della visione sovranista in Europa, fino al recente attacco alla regione Lazio, considerato come volgare cyber-criminalità da dark web, ma forse anch’esso prodotto dalle frizioni geopolitiche che investono le campagne vaccinali europee.  

 

Riferimenti

 

Richard Barbrook, Andy Cameron (1995), The Californian Ideology, “Alamut. Bastion of Peace and Information”August (www.alamut.com/subj/ideologies/ pessimism/calif Ideo_I.html).

Nello Barile (2017), “La spia nel corpo di qualcun altro. L’agente segreto da icona-chiave della società dei consumi a espressione culturale della “sorveglianza liquida”, in Bond, James Bond. Come e perché si presenta l'agente segreto più famoso del mondo, a cura di Alberto Abruzzese e Gian Piero Jacobelli, Milano, Mimesis.

Zigmunt Bauman, David Lyon, (2014), Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Roma-Bari, Laterza.

Gabriella Coleman (2015), Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces of Anonymous. New York: Verso.

Stanley Cohen (2019), Demoni popolari e panico morale. Media, devianza e sottoculture giovanili, a cura di Nello Barile, Milano, Meltemi. 

Mark Dery (1993), Culture Jamming: Hacking, Slashing and Sniping in the Empire of Signs. Open Magazine Pamphlet Series, Open Magazine. 

Patrice Flichy (2007), The Internet Imaginaire. Cambridge, MA: The MIT Press.

Christian Fuchs (2013), “The Anonymous movement”, Interface: a journal for and about social movements Article Volume 5 (2): 345 – 376. 

Andrew Keen (2013), Vertigine digitale. Fragilità e disorientamento da social media, Milano, Egea.

Naomi Klein (2000), No Logo: Taking Aim at the Brand Bullies, Knopf, Toronto.
Geert Lovink (2012), Ossessioni collettive. Critica ai social media, Egea, Milano. 

Marshall McLuhan, (1971), The Table Talk of Marshall McLuhan. Intervista di Peter C. Newman, “Maclean’s Magazine”, June, pp. 42-45.

Eugeny Morozov, (2014), The Planning Machine. Project Cybersyn and the origins of the Big Data nation, “The New Yorker”. 

Steven Levy (1984), Hackers: Heroes of the Computer Revolution, Garden City, NY: Nerraw Manijaime and Doubleday. 

Richard Stallman (2019), “On Hacking”, https://stallman.org/articles/on-hacking.html#starstarstar 

 

https://www.doppiozero.com/materiali/il-mito-dellhacker-da-eroe-spia

 

giovedì 29 luglio 2021

Pegasus, questione di morte

 


“Pegasus Project”: ecco come lo spyware dell’azienda israeliana NSO Group è usato contro attivisti, giornalisti e leader politici nel mondo

 

Secondo un’indagine che ha riguardato 50.000 utenze telefoniche divenute pubbliche e oggetto di potenziale sorveglianza – tra cui quelle di capi di stato, attivisti, giornalisti e i familiari di Jamal Khashoggi -, lo spyware “Pegasus” dell’azienda israeliana NSO Group è usato per facilitare violazioni dei diritti umani a livello globale e su scala massiccia. 

Il “Pegasus Project” nasce dalla collaborazione tra oltre 80 giornalisti di 17 mezzi d’informazione di 10 paesi, sotto il coordinamento di “Forbidden Stories”, un organismo senza scopo di lucro che ha sede a Parigi, con l’assistenza tecnica di Amnesty International che ha analizzato i telefoni cellulari per identificare le tracce dello spyware.

“Il ‘Pegasus Project’ rivela come lo spyware della NSO Group sia un’arma a disposizione dei governi repressivi che vogliono ridurre al silenzio i giornalisti, attaccare gli attivisti e stroncare il dissenso, mettendo a rischio innumerevoli vite umane”ha dichiarato Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“Queste rivelazioni smentiscono le affermazioni della NSO Group secondo cui questi attacchi sono rari e frutto di un uso improprio della sua tecnologia. L’azienda sostiene che il suo spyware sia usato solo per indagare legalmente su criminalità e terrorismo, ma è evidente che la sua tecnologia facilita sistematiche violazioni dei diritti umani. Afferma di agire legalmente, mentre in realtà fa profitti attraverso tali violazioni”, ha proseguito Callamard.

“Le attività di NSO Group evidenziano la complessiva mancanza di regolamentazione grazie alla quale si è creato un far west di violazioni dei diritti umani contro attivisti e giornalisti. Fino a quando le aziende del settore non riusciranno a dimostrare che rispettano i diritti umani, occorre un’immediata moratoria sull’esportazione, sulla vendita, sul trasferimento e sull’uso di tecnologia di sorveglianza”, ha sottolineato Callamard.

In una replica scritta inviata a “Forbidden Stories” e ai suoi partner, la NSO Group ha “fermamente negato (…) false accuse basate su ipotesi errate” e “teorie non avvalorate”, ribadendo che è impegnata in “una missione per salvare vite umane”. Una più ampia sintesi della riposta della NSO Group è disponibile qui.

L’indagine

Al centro dell’indagine è lo spyware Pegasus, prodotto dalla NSO Group, che quando s’installa subdolamente sul telefono della vittima, consente di accedere completamente ai messaggi, ai contenuti media, alle mail, al microfono, alla telecamera, alle chiamate e ai contatti.

Questa settimana i partner giornalistici del “Pegasus Project” – tra i quali The Guardian, Le Monde, Süddeutsche Zeitung e The Washington Post – pubblicheranno una serie di articoli sui leader mondiali, gli esponenti politici, gli attivisti per i diritti umani e i giornalisti individuati come potenziali vittime dello spyware.

Dai dati resi pubblici e attraverso le sue indagini, “Forbidden Stories” e i suoi partner giornalistici hanno identificato possibili clienti della NSO Group in 11 stati: Arabia Saudita, Azerbaigian, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, India, Kazakistan, Marocco, Messico, Ruanda, Togo e Ungheria. La NSO Group non ha svolto azioni adeguate per fermare l’uso del suo spyware per sorvegliare illegalmente attivisti e giornalisti, pur conoscendo o avendo dovuto conoscere che ciò stava avvenendo.

“In primo luogo, la NSO Group dovrebbe mettere subito fuori uso i prodotti forniti ai clienti di cui vi siano prove di un uso improprio. E il ‘Pegasus Project’ ne fornisce in abbondanza”, ha commentato Callamard.

La famiglia Khashoggi presa di mira

Durante l’indagine, nonostante i costanti dinieghi della NSO Group, sono emerse prove secondo le quali la famiglia del giornalista saudita Jamal Khashoggi è stata presa di mira dallo spyware Pegasus prima e dopo la morte di quest’ultimo, il 2 ottobre 2018, a Istanbul ad opera di agenti dello stato saudita.

Il Security Lab di Amnesty International ha verificato che lo spyware Pegasus si era installato sul telefono di Hatice Cengiz, la fidanzata di Khashoggi, quattro giorni prima del suo assassinio.

Erano stati sorvegliati anche la moglie di Khashoggi, Hanan Elatr, tra settembre 2017 e aprile 2018, il figlio Adallah e altri familiari in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti.

Nella sua nota, la NSO Group ha replicato che la sua “tecnologia non è collegata in alcun modo all’atroce omicidio di Jamal Khashoggi”. L’azienda “ha già indagato su queste accuse, subito dopo l’atroce omicidio, che ribadisce sono prive di fondamento”.

Giornalisti sotto attacco

L’indagine ha finora individuato almeno 180 giornalisti in 20 stati – tra cui Azerbaigian, India, Marocco e Ungheria, dove la repressione contro il giornalismo indipendente è in aumento – potenziali bersagli dello spyware della NSO Group tra il 2016 e giugno 2021.

L’indagine evidenzia i pericoli globali causati dalla sorveglianza illegale:

·         in Messico, il telefono del giornalista Cecilio Pineda era stato infettato dallo spyware Pegasus poche settimane prima del suo omicidio. Il “Pegasus Project” ha individuato almeno 25 giornalisti messicani presi di mira in poco più di due anni. La NSO Group ha dichiarato che, anche se il telefono di Pineda fosse stato infettato, le informazioni raccolte dallo spyware non avrebbero potuto contribuire alla sua morte;

·         in Azerbaigian, uno stato dove riescono ancora a operare ben pochi organi d’informazione indipendenti, sono stati spiati oltre 40 giornalisti. Il Security Lab di Amnesty International ha verificato che il telefono di Sevinc Vaqifqizi, un freelance della tv indipendente Meydan, è stato infettato per due anni fino al maggio 2021;

·         in India, almeno 40 giornalisti di praticamente tutti i principali mezzi d’informazione sono stati spiati tra il 2017 e il 2021. I telefoni di Siddharth Varadarajan e MK Venu, cofondatori dell’organo d’informazione indipendente “The Wire”, sono stati spiati anche nel giugno 2021;

·         sono stati scelti come potenziali bersagli dello spyware Pegasus giornalisti di grandi testate internazionali, come Associated Press, CNN, The New York Times e Reuters. Tra i giornalisti di più alto livello figura Roula Khalaf, direttrice del Financial Times.

“Il numero di giornalisti presi di mira illustra ampiamente come Pegasus sia utilizzato per mettere paura al giornalismo critico. Stiamo parlando del controllo della narrazione pubblica, della resistenza alle inchieste giornalistiche e della soppressione di ogni voce dissidente”, ha commentato Callamard.

“Queste rivelazioni devono generare un cambiamento. All’industria della sorveglianza non può più essere concesso un approccio indulgente proprio da parte di quei governi che hanno un interesse a usare la sua tecnologia per violare i diritti umani”, ha ammonito Callamard.

Amnesty International, che già aveva rivelato l’infrastruttura dello spyware Pegasus, ha reso noti tutti i dettagli tecnici attraverso i quali il suo Security Lab ha svolto le indagini nell’ambito del “Pegasus Project”, documentando l’evoluzione degli attacchi dal 2018, con oltre 700 domini riconducibili a Pegasus.

“La NSO Group afferma che il suo spyware non è rilevabile e che è usato solo per legittime indagini di natura penale. Abbiamo prove irrefutabili che queste affermazioni sono un ridicolo falso”ha dichiarato Etienne Maynier, del Security Lab di Amnesty International.

Nulla indica che i clienti della NSO Group non usino lo spyware Pegasus anche nell’ambito di indagini di natura penale e sul terrorismo e l’indagine ha rinvenuto utenze telefoniche appartenenti anche a presunti criminali.

“Le massicce violazioni dei diritti umani che Pegasus facilita devono finire. La nostra speranza è che le prove schiaccianti che saranno pubblicate questa settimana spingeranno i governi a mettere sotto controllo un’industria della sorveglianza che ora è fuori controllo”, ha aggiunto Maynier.

Rispondendo a richieste di commenti da parte delle organizzazioni giornalistiche coinvolte nel “Pegasus Project”, la NSO Group ha dichiarato di “negare fermamente” le accuse e ha affermato che “molte di esse sono teorie non confermate che sollevano forti dubbi sull’affidabilità delle fonti, così come sulle base delle vostre storie”.

La NSO Group non ha confermato né smentito quali governi siano suoi clienti, pur dichiarando che il “Pegasus Project” ha fatto “ipotesi scorrette” da questo punto di vista. Pur negando complessivamente le accuse a suo carico, la NSO Group “continuerà a indagare su ogni credibile denuncia di uso improprio e prenderà le misure adeguate in base ai risultati di tali indagini”.

da qui



Pegasus: nulla da nascondere? - jolek78

 

Si è tenuto, alle ore 08:00 PM BST un live event indetto dal Guardian intitolato:
The Pegasus project: Revealing a global abuse of cyber-surveillance

 

Nel panel erano coinvolti:
Paul Lewis, capo investigazioni del Guardian
Agnès Callamard, segreteria generale di Amnesty International
Stephanie Kirchgaessner, corrispondente investigativa del Guardian
Edward Snowden, whistleblower dell’NSA

Nel momento in cui scrivo l’evento è finito da pochi minuti. Nulla di nuovo in termini di rivelazioni – che verranno rilasciate a spizzichi e bocconi ritengo nei prossimi giorni – ma il dibattito è stato talmente interessante che credo valga la pena riportarlo per come è avvenuto, e cercare di creare una discussione attorno a esso.

La prima parte del dibattito

La prima mezz’ora è semplicemente stata un riassunto del progetto Pegasus, dei soggetti coinvolti, di Forbidden Stories, di Amnesty International, del Guardian e del pool di giornalisti che ci hanno lavorato. Si è spiegato quanto sia stato importante, in quanto a prove e dati empirici, avere l’analisi forense realizzata dal tech team di Amnesty per quanto riguarda l’identificazione del software Pegasus. Si è parlato inoltre dei meriti – è stato Ed Snowden a ringraziarli – di CitizenLab per aver identificato la NSO come minaccia fin dal 2013, e aver cominciato a pubblicare informazioni che mettevano in relazione l’omicidio di Jamal Khashoggi con la NSO. Questo è stato un dibattito molto interessante.

 

La seconda parte del dibattito

Poi si è passati – e questa è stata una domanda che Paul Lewis, giornalista del Guardian, ha fatto a tutti più e più volte – a cosa dovremmo fare noi singolarmente per modificare questo stato di cose. La risposta è stata piuttosto evasiva da parte di tutti per quanto riguarda le azioni personali da fare, ma è stata molto incisiva per quanto riguarda quelle globali. Snowden ricordava che dai suoi devices lui rimuove il microfono e fa alcune modifiche hardware che rendano difficile rintracciarlo ma, come ricordava, non tutti hanno le sue conoscenze tecniche, e nessuno vuole vivere ai margini della società come fa lui. Snowden ha ricordato che agire singolarmente non risolve nulla, e che ci vuole una pressione sui governi perché agiscano a livello globale per mettere un freno a questo tipo di tecnologie.

Moratoria sui software spia

E qui ha fatto un’analogia. Noi abbiamo delle moratorie per le armi nucleari, per le armi biologiche. Cosa ci vieta di avere delle moratorie per i software spia? Se un’azienda vende armi di distruzione di massa a un governo, e lì avviene un genocidio, noi abbiamo delle regole che possano sanzionare sia la nazione nella quale questa azienda risiede – perché è responsabile anch’essa – e regole che ci permettono di sanzionare l’azienda stessa. Si dice “è software, non fa male a nessuno“. E invece abbiamo la prova provata che ha permesso di uccidere vite, l’esempio di Khashoggi è soltanto uno dei tanti.

 

Inoltre ha spiegato qualcosa di molto interessante. Quello che distingue Pegasus dagli altri software spia è di essere un software a “zero click“. Gli hacker che lavorano alla NSO hanno investigato per trovare degli exploit che permettano d’infettare il telefono target senza che l’utente faccia un solo minimo errore. Nel passato succedeva che qualcuno ti mandava una mail, cliccavi il link sbagliato, cliccavi avanti avanti avanti. Insomma facevi un errore. Qui è diverso. L’errore non è richiesto per infettare il device, e questo è spaventoso. Inoltre questi exploit sono in se e per se armi, perché possono anche essere venduti ad agenzie di terze parti, o a singoli hacker che li possono utilizzare per i loro scopi.

Il ruolo dell’Europa – e il nostro

Sull’Europa inoltre Snowden si è sbilanciato: prima si guardava soltanto agli Stati Uniti, ma ora c’e’ un grande attore in campo che è l’Europa. Fino a ora sappiamo che sono stati oggetti d’intercettazione cittadini per esempio francesi, tedeschi e altri. Bisogna che l’Europa si sollevi e faccia la sua parte perché è anche sua responsabilità – se decide di non reagire – che queste cose accadano ancora nel futuro. Qui il giornalista del Guardian ha fatto un sospiro ed ha ricordato a Snowden la situazione del Regno Unito che non può più agire collettivamente ma solo per se stesso. Sembrava voler dire “fate qualcosa voi che potete…”

E se invece cominciassimo a fare qualcosa tutti quanti?


Per approfondire

https://citizenlab.ca/tag/nso-group/
https://forbiddenstories.org/case/the-pegasus-project/
https://www.theguardian.com/news/series/pegasus-project/
https://www.amnesty.org/en/latest/news/2021/07/the-pegasus-project/

 

da qui