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sabato 18 marzo 2023

Il corpo nero - Anna Maria Gehnyei

 All’inizio del libro Anna Maria è una bambina, figlia di genitori africani (che sono arrivati dalla Liberia, con l’aereo, non con il barcone).

È una bambina amata, ha una famiglia che la ama e cresce contenta come capita ai bambini fortunati.

Intanto scopre che abita in un posto sbagliato, secondo alcuni, nonostante l’articolo 3 della Costituzione italiana, in troppi le fanno capire che la sua casa è l’Africa, in Italia dovrà sudare per trovare uno spazio.

Anna Maria è nata a Roma, ma non è italiana, secondo le leggi (ingiuste) della penisola, finché non diventerà adulta e passerà un “esame”.

E l’Africa non l’ha mai vista, solo nei racconti dei genitori.

Intanto cresce, va a scuola, ha delle amiche e degli amici, si trova a combattere un razzismo strisciante, ma non solo.

E poi trova una sua strada, diventa una musicista (in arte Karima 2G), e riesce a vedere l’Africa, al paese del padre sembra che l’aspettino da una vita.

Il libro merita di essere letto, vi farà conoscere la storia di Anna Maria, che racconta la sua vita (anche le umilianti e offensive file in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno), ma non si piange addosso, trova la forza per occupare il suo posto nel mondo, in un Italia che non sa accogliere.

Intanto potete ascoltare la sua musica qui:

 

Per molto tempo ho trovato insopportabile il fatto di non essere italiana anche in via ufficiale, sentivo di non poetr più andare in giro bollata solo da un codice, in attesa di avere un permesso di soggiorno o la cittadinanza, né italiana né liberiana. Per anni sono stata un numero di pratica, ma quel numero non ero io, anche se finivo per identificarmici. Ricordo le file interminabili davanti all’ufficio Immigrazione. Avevo due anni quando una, se non due volte l’anno dovevo andare in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. In braccio alla mamma o al papà, aspettavamo il nostro turno. Ricordo tutte le volte in cui la maestra delle elementari entrava in classe dicendo che << i figli di immigrati non arrivano lontani nella vita. Sono incapaci di studiare in quanto figli di immigrati>>. Il suo buongiorno era: <<L’Italia è degli italiani>> e non <<degli immigrati che si sentono italiani>>. Per alcuni sono troppo nera per parlare egregiamente l’italiano, per altri sono troppo nera per essere istruita. Ciononostante partecipo alla vita politica e sociale di questo Paese. Un luogo, l’Italia, in cui il corpo nero è senza anima, un oggetto da non valorizzare o una pratica dimenticata tra gli scaffali della prefettura. Tra questi corpi sospesi vi sono bambini, ragazzi ormai divenuti adulti, scrittori, atleti e intellettuali, tutte e tutti parte del cambiamento per un futuro migliore. Sono anche loro figli dell’Italia che mira al successo e al progresso.

Anna Maria Gehnyei, nota con il nome di Karima 2g, è cantante, danzatrice, e producer italiana di origine liberiana. La sua carriera artistica inizia come danzatrice ma presto diventa vocalist professionista dalle consolle delle maggiori discoteche italiane. Nel 2014 esordisce come solista e i video dei primi due singoli, Orangutan e Bunga Bunga, provocano reazioni in pubblico e critica dalle riviste musicali passando per il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Vogue. Grazie al suo percorso artistico, la John Cabot University le riconosce una borsa di studio internazionale, e nel 2020 si plurilaurea in Communications e Political Science. Nel 2022 debutta con il suo primo spettacolo teatrale If There Is No Sun, di cui è anche autrice. Il corpo nero è il suo primo romanzo.

da qui

venerdì 9 aprile 2021

La lezione del Belgio sullo ius soli - Francesca Spinelli

Uno dei primi articoli che ho scritto dopo il mio arrivo in Belgio, nel 2009, nasceva dall’incontro con una donna eccezionale quanto il suo nome: Olinda Slongo. Prima di incontrarla avevo scoperto, visitando una mostra sull’immigrazione, il suo libro di memorie Et elle a voulu sa part, cette roche obscure (Éditions du Cérisier 1999). Nel 1947, incinta di otto mesi, Olinda aveva raggiunto in Belgio il marito Eugenio, partito per lavorare in miniera (un migrante economico, diremmo oggi). Eugenio si era ammalato poco dopo di tubercolosi e silicosi, e Olinda, con il suo lavoro nella fabbrica di armi Fn Herstal, era diventata l’unico sostegno della famiglia, permettendo ai due figli di continuare a studiare.

Quando andavo a trovarla a Herstal, in provincia di Liegi, nella casetta operaia dove abitava dal 1956, Olinda mi parlava in un italiano d’altri tempi, inframmezzato di parole francesi e modulato dalla sua cadenza settentrionale (lei e il marito erano originari di Anzaven e Montebello, due frazioni di Cesiomaggiore, nelle Prealpi bellunesi).

Olinda era una donna robusta e sorridente. Aveva una voce roca e pacata, il gusto del racconto e della compagnia, e una forza di volontà granitica che traspariva ancora, nonostante gli anni. Aveva deciso di scrivere le sue memorie in francese per i tre nipoti, che erano belgi e non parlavano italiano. È morta nel 2013, e uno dei miei grandi rimpianti è aver perso, in una di quelle operazioni informatiche di cui mi sfugge il pieno controllo, le registrazioni delle nostre lunghe chiacchierate.

Cittadini di seconda categoria
Olinda mi è tornata in mente ora che in Italia si ricomincia a discutere di 
riforma della cittadinanza. Ogni volta che se ne parla (ovvero, secondo Lucia Ghebreghiorges, ogni volta che a un politico fa comodo tirare fuori “una carta d’identità in cui c’è scritto progressisti”), penso a quanto in Belgio la storia della riforma della cittadinanza sia indissociabile da quella dell’immigrazione italiana, indissociabile dalla vita di Olinda, della sua famiglia e di innumerevoli famiglie coma la sua. Qui, fino a pochi decenni fa, gli italiani erano considerati cittadini di seconda categoria, ed è proprio per aprirsi a quei giovani figli e nipoti di immigrati (definiti in un servizio televisivo del 1985 dei “mutanti” – non più italiani, non ancora belgi) che negli anni ottanta si decise di semplificare le procedure per l’acquisizione della cittadinanza.

Un primo esperimento il Belgio lo aveva fatto già all’inizio del novecento, inserendo nel suo ordinamento giuridico lo ius soli temperato accanto allo ius sanguinis. La legge, approvata nel 1909, concedeva automaticamente la nazionalità belga, al compimento dei ventidue anni, alle persone nate in Belgio da almeno un genitore nato a sua volta in Belgio o residente nel paese da almeno dieci anni. La riforma non sopravvisse alla prima guerra mondiale e al suo strascico di xenofobia e nazionalismo. Nel 1922 il parlamento mise fine a un sistema giudicato troppo liberale, ribadì la centralità dello ius sanguinis e introdusse il concetto di “idoneità” come condizione necessaria per ottenere la cittadinanza: “Affinché lo straniero diventi belga, deve aver dato prova di assimilazione alla nostra vita nazionale, di attaccamento al Belgio, ai suoi costumi e alle sue istituzioni” (concetto tornato alla moda in tempi più recenti, e non solo in Belgio).

L’emigrazione verso il Belgio degli italiani in cerca di lavoro cominciò alla fine all’ottocento, aumentò tra le due guerre mondiali ed esplose nel secondo dopoguerra, continuando anche dopo la catastrofe del 1956 nella miniera di Marcinelle, in cui persero la vita 136 minatori italiani. Poi, negli anni settanta, ci si rese conto di due cose. “Innanzitutto”, spiega Andrea Rea, docente di sociologia all’Université libre de Bruxelles, “che gli immigrati non sarebbero tornati nei loro paesi di origine ma sarebbero rimasti in Belgio con le loro famiglie. E in secondo luogo che c’era un problema di integrazione”.

Una prima proposta di riforma della legge sulla cittadinanza fu presentata nel 1971, ma ci vollero tredici anni prima che il nuovo Codice della nazionalità venisse approvato, portando due grandi novità. La prima riguardava lo ius sanguinis, che fino ad allora si applicava solo ai figli di padri belgi (retaggio patriarcale che ancora resiste in venticinque stati del mondo). Con la riforma del 1984, in Belgio anche le madri poterono trasmettere la cittadinanza attraverso lo ius sanguinis. Fu poi adottato il cosiddetto doppio ius soli: diventavano belgi i figli di genitori stranieri se almeno uno dei due genitori era nato in Belgio e se i genitori presentavano una dichiarazione. Grazie a queste due novità, nella notte tra il 31 dicembre 1984 e il 1 gennaio 1985 circa 75mila persone diventarono belghe (il 10 per cento della popolazione straniera dell’epoca). Molte di loro erano giovani figli o nipoti di immigrati italiani.

Frenare e promuovere
“Il Codice della nazionalità era il versante positivo di un pacchetto di riforme sull’immigrazione promosso da un governo formato da liberali e socialdemocratici”, spiega Rea. “L’idea era: freniamo la nuova immigrazione ma promuoviamo l’integrazione degli immigrati ormai stabiliti in Belgio. La riforma passò senza troppe resistenze perché fu accompagnata da altre due novità che invece limitavano i flussi migratori. La prima fu l’avvio di una politica di rimpatri per incoraggiare le persone a tornare nei loro paesi di origine. Non fu molto efficace, dato che solo 250 persone accettarono di partire. La seconda misura era che in alcune circoscrizioni con una forte presenza di immigrati diventò possibile rifiutare l’iscrizione di un cittadino straniero”. Il Codice della nazionalità, inoltre, non prevedeva nessuna apertura verso le cosiddette seconde generazioni. Il Belgio aveva fatto dei passi avanti, ma non erano sufficienti.

Nel maggio del 1991 scoppiarono “les émeutes de Forest”: i giovani di questo quartiere popolare di Bruxelles si rivoltarono dopo un ennesimo controllo di polizia finito male. “Erano stufi del razzismo, delle discriminazioni e dei discorsi vuoti sull’integrazione”, afferma Rea, “anche perché i giovani di origine marocchina e turca, figli di un’immigrazione più recente, non avevano beneficiato della riforma del 1984”. Nel 1991 venne quindi approvata una nuova legge, che oltre a rendere automatico il doppio ius soli (non serviva più una dichiarazione dei genitori, la nazionalità era acquisita alla nascita), introduceva lo ius soli temperato anche per le seconde generazioni. “La riforma del 1991 cambiò profondamente le circoscrizioni con una grande popolazione di origine straniera, che in alcuni casi passò dal 57 per cento al 34 per cento”, osserva Rea.

Il Belgio ha portato avanti questo approccio inclusivo alla cittadinanza approvando una legge, nel 2000, che semplificava le procedure per la naturalizzazione. Da una decina d’anni, con l’affermarsi dei partiti nazionalisti nelle Fiandre e della lotta al terrorismo, il vento è cambiato. Oggi è più difficile accedere alla naturalizzazione e più facile essere privati della cittadinanza belga se si infrange la legge. C’è anche qualche nostalgico che sogna un ritorno allo ius sanguinis esclusivo.

Riguardo allo ius soli, come sottolinea Rea “è una condizione necessaria ma non sufficiente per l’integrazione”. Anche se in Belgio i giovani con una storia familiare di immigrazione non devono più lottare per una riforma della cittadinanza, continuano a battersi contro le discriminazioni e il razzismo strutturali, contro i controlli violenti da parte della polizia, contro un sistema scolastico che produce disuguaglianza più che in molti altri paesi europei.

L’Italia di oggi ricorda il Belgio di cinquant’anni fa. È un paese dove i figli di immigrati ormai hanno figli, e le vite di entrambe le categorie, come ha scritto il movimento Italiani senza cittadinanza nel suo appello al governo Draghi, “restano impantanate per legge”. E la legge, impantanata nel passato, deve cambiare.

https://www.internazionale.it/opinione/francesca-spinelli/2021/04/08/lezione-belgio-ius-soli

mercoledì 21 ottobre 2020

la compravendita degli esami (a proposito di ius soli e ius culturae)

 

Suarez e il linguaggio dei professori di Perugia - Romano Luperini

 

 I fatti sono noti, una inchiesta è aperta, TV e giornali ne parlano. L’università per stranieri di Perugia, d’accordo col Rettore della Università statale della stessa città, ha fatto un esame-farsa al giocatore Suarez per farlo diventare in pochi minuti cittadino italiano e permettere il suo acquisto da parte della Juventus. Pare che il giocatore fosse stato preavvisato delle domande e informato sulle risposte che doveva dare. E infatti il giorno stesso dell’esame (durato esattamente dodici minuti) Suarez ha ricevuto una certificazione per la quale solitamente occorrono 45 giorni.

Attraverso le registrazioni sono documentati gli interventi telefonici del Rettore della università statale, della Rettrice dell’Università per gli stranieri, degli avvocati della Juventus e del direttore della area tecnica Paratici, di un addetto al “Centro per la valutazione e la certificazione linguistica” dell’Università, e dei professori incaricati di far sostenere l’esame al giocatore. Non entro nel merito di quanto è accaduto e della sua rilevanza penale. Mi interessa un altro aspetto: il linguaggio. I dirigenti e gli avvocati della Juventus, i rettori delle due università, il direttore generale della Università degli stranieri (un grande burocrate, insomma), i professori incaricati dell’esame, parlano lo stesso linguaggio e hanno la stessa cultura e lo stesso sistema di valori. Per loro il suddetto Paratici «è più importante di Mattarella», è inconcepibile che un giocatore «che guadagna 10 milioni di euro a stagione» debba sottostare a un esame normale (quello che ogni anno affrontano altri stranieri, etiopi, cinesi, coreani, nigeriani…), essere invitati in tribuna vip allo stadio della Juventus è un privilegio per cui sarebbe impensabile non chiudere  occhi e  orecchie (per non sentire che il giocatore sa coniugare i verbi italiani solo all’infinito, come ammette un insegnante), aiutare un centravanti che «ci fa vincere la Champions» è cosa assolutamente fuori discussione. L’unica differenza linguistica percepibile è che i legali e i tecnici juventini non parlano ovviamente il romanesco becero dei professori perugini, personaggi del tutto degni (non solo per  lingua, ma per cultura e ideologia) dell’immortale tipo d’italiano rappresentato da Alberto Sordi. Gli investigatori cercano la prova della corruzione: ma i dirigenti della Juventus non hanno bisogno di corrompere o persuadere i rappresentanti della università perché questi sono già persuasi per proprio conto.

Due osservazioni: per allettare i dirigenti della Università per stranieri il Rettore della statale fa presente che promuovere Suarez «sarebbe stato un modo per fare pubblicità». Detto fatto: il giorno del cosiddetto esame giornalisti e telecamere sono convocati e si affollano intorno all’illustre esaminato (giunto, pare, con aereo personale) che alla fine sventola l’ottenuto certificato nel tripudio di docenti, discenti, burocrati universitari, tecnici juventini (che nel frattempo però hanno fiutato lo scandalo e rinunciato a comprare Suarez, ma ancora nessuno lo sa). A questo è ridotta la Università: a vendersi l’anima per attirare studenti e investimenti, e insomma per farsi un po’ di pubblicità.

La seconda osservazione riguarda gli insegnanti di Perugia, quelli più sbracati nel loro romanesco, un tempo tipico delle borgate e ora, come sapeva Pasolini, diventato il linguaggio di una universale piccola borghesia. La loro lingua un tempo era quella del popolo, del proletariato e del sottoproletariato. Oggi è segno della proletarizzazione del ceto intellettuale, una massa che talora può anche rivoltarsi ma che in genere, non avendo una cultura alternativa, finisce senza neppure accorgersene per essere subalterna ai gruppi dirigenti. L’egemonia culturale che questi esercitano compatta a suo modo il paese, diventando egemonia ideologica e politica. Da questo punto di vista lo sport industrializzato di oggi è un ottimo collante. E infatti questi insegnanti rivelano qui tutte le loro frustrazioni, ma queste non alimentano una presa di coscienza, e si traducono invece in sterili sogni di successo (oh, essere invitati nella tribuna vip!) e in facili miti (il giocatore che ci fa vincere la Champions e che guadagna 10 milioni all’anno!). Hanno rinunciato ai valori civili e umanistici che erano (e in parte fortunatamente sono ancora) propri del loro ceto e parlano ormai la lingua dei loro dominatori.

da qui

 


L’ipocrisia tutta italiana sul diritto alla cittadinanza - Joshua Evangelista

 

La Juventus ha bisogno di un centravanti e lo individua nel bomber del Barcellona Luis Suarez, in rottura con la società e il nuovo tecnico Koeman. Una notizia di questo tipo generalmente appassiona i tifosi e i fanatici del calciomercato e lascia indifferenti il resto dei lettori. E invece, in questo caso, il possibile approdo dell’uruguaiano Suarez in Serie A (che a oggi appare tuttavia remoto) diventa un’occasione di riflessione sulla tenuta democratica dell’Italia.

L’antefatto è che la Juventus ha terminato i suoi slot disponibili per calciatori extracomunitari e quindi non può ingaggiare Suarez, che avrebbe potuto ottenere la cittadinanza spagnola (bastano due anni continuativi di residenza e lavoro nel paese) ma non l’ha mai richiesta. Quando questa notizia diventa di interesse generale?

Nel momento in cui emerge la possibilità, per Suarez, di ottenere il passaporto italiano attraverso la moglie Sofia Balbi, il cui padre avrebbe origini friulane. Richiedere la cittadinanza per Suarez è una corsa contro il tempo: il mercato dei calciatori termina il 5 ottobre e le pratiche devono essere fatte in tempi record.

Ed è proprio questa corsa contro il tempo che ha portato amarezza alle tante e ai tanti nate/i e cresciute/i in Italia per cui la cittadinanza resta un miraggio. Si tratta di un’amarezza che del resto si è acuita proprio lo scorso weekend, quando gli italiani sono stati chiamati al voto per il referendum costituzionale, le suppletive del Senato della Repubblica, le regionali e le amministrative.

Sarebbe un errore ingiusto e grossolano prendersela contro chi può ottenere la cittadinanza attraverso il proprio background o quello dei propri cari; allo stesso tempo è arrivato il momento che tutte le persone dotate di sensibilità e senso di giustizia si battano strenuamente affinché la legge sulla cittadinanza venga riformata il prima possibile. Per farlo, è necessario che questa battaglia non cada solo sulle spalle delle associazioni delle seconde generazioni. Che rappresentano una comunità di persone esasperate. Su Domani, ad esempio, Igiaba Scego ha ricordato la storia della romana Alessandra Samira Mangoud, madre flilippina e padre egiziano, morta nel 2009 a 29 anni senza mai aver avuto il passaporto della sua terra natia, l’Italia.

Ma andiamo con ordine.

 

La legge sulla cittadinanza oggi

Ad oggi la cittadinanza italiana può essere acquisita automaticamente per nascita in caso di persona straniera nata da almeno un cittadino italiano. Lo ius soli si applica solo se i genitori sono ignoti o apolidi, se il minore è stato rinvenuto in stato di abbandono all’interno del territorio italiano o in caso di adozione da parte di almeno un cittadino italiano.

Poi c’è la cittadinanza degli italo-discendenti. Italiani che probabilmente non hanno mai visto l’Italia, un tempo chiamati oriundi. Centinaia di migliaia di richieste da evadere per chi, magari in difficoltà economica in Uruguay, Brasile o Argentina e con un avo veneto o siciliano può aspirare a un preziosissimo passaporto europeo. Quando era viceministro degli Esteri, Mario Giro aveva affermato che nel mondo c’erano 80 milioni di potenziali aventi diritto alla cittadinanza, più degli italiani residenti in Italia. Del resto, come dimenticare il boom di richieste di cittadinanza del 2002, dopo la crisi dei bond argentini? Si racconta che davanti all’ambasciata italiana a Buenos Aires si era formata una sorta di tendopoli di richiedenti.

E infine ci sono i casi più comuni, quelli dei nati e cresciuti in Italia o adulti che risiedono in Italia da decenni le cui vite sono appese alla burocrazia, alla mala politica, agli slogan. Ci occuperemo di loro nel prossimo paragrafo.

 

Per rimanere in ambito sportivo, da un lato ci sono quelli alla Mauro Germán Camoranesi, campione del mondo nel 2006 in Germania con la nazionale di Lippi, nato nell’estrema periferia di Buenos Aires, il suo bisnonno Luigi era nato a Potenza Picena nel 1873. Rimproverato perché non cantava l’inno di Mameli prima delle partite degli Azzurri, rispose in maniera un po’ naif – e per questo prontamente pizzicato dai giornalisti – che lui non intonava neanche il suo, di inno (riferendosi a quello argentino).

Dall’altra parte ci sono quelle e quelli alla Alessandra Ilic, 16enne nata nel vicentino, campionessa di takaewondo che non può partecipare alle gare internazionali perché non ha la cittadinanza italiana. A scanso di equivoci vogliamo ribadire che in questo articolo, pur sostenendo il paradosso italiano del riconoscimento della cittadinanza, sosteniamo i diritti delle Ilic così come dei Camoranesi, dal momento che riteniamo la cittadinanza un lasciapassare per il riconoscimento di tutti i diritti civili e non uno stendardo da sfoggiare, reminiscenza nemmeno troppo vaga di tempi molto bui del secolo scorso.

 

Essere cittadini dopo il decreto Sicurezza di Salvini

In un articolo dell’8 luglio 2020, Eleonora Camilli racconta un episodio molto interessante che può dare un’idea di che inferno sia quello della richiesta della cittadinanza. La storia in questione è quella della 23enne Erandika Conthrath Arachchige, attivista del movimento “Italiani senza cittadinanza”. Arrivata in Italia dallo Sri Lanka a sette mesi e attualmente studentessa a Milano, Erandika ha fatto richiesta a 18 anni; nel 2017 hanno accettato la domanda, la pratica andava avanti (“dalla fase uno alla fase tre con l’istruttoria completata”) fino a quando, l’iter è tornato indietro perché “si stavano facendo accertamenti”. Un racconto che spiega bene il caos post decreto Sicurezza.

La norma che regolamenta la cittadinanza è la legge numero 91 del 1992. La cittadinanza può essere richiesta dagli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e sono in possesso di determinati requisiti. In particolare il richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere precedenti penali, di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica. Si può diventare cittadini italiani anche per matrimonio. La ‘cittadinanza per matrimonio’ è riconosciuta dal prefetto della provincia di residenza del richiedente.

Il decreto unico “immigrazione e sicurezza” approvato dal governo Conte I, i cui viceministri erano Mattero Salvini e Luigi Di Maio (due dei tre politici appena citati sono ancora al governo) e firmato dal presidente Mattarella il 4 ottobre 2018 modificava la legge di cittadinanza italiana in alcuni punti nevralgici:

  • la cittadinanza per residenza, così come quella per matrimonio, ha subito un aumento nelle tempistiche per processare le richieste dai 2 ai 4 anni;
  • il contributo per la richiesta è passato da 200 euro a 250;
  • è stato cancellato il cosiddetto silenzio-assenso. Se prima, una volta passati i due anni, in caso di mancata risposta le domande di cittadinanza non potevano essere abrogate, ora la risposta negativa può arrivare anche dopo i 4 anni ordinari.

Una degenerazione della legge 91/92, cosiddetta legge Turco, che di partenza conservava l’approccio estremamente nazionalista della precedente legge sulla cittadinanza del 1912, privilegiando il fantomatico diritto di sangue rispetto a quello del territorio.

Nazzarena Zorzella dell’ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) nota altre storture. In primis a proposito dei nuovi requisiti, il test di lingua (che ha svolto anche Suarez, a Perugia) e la durata del procedimento “si applichino anche ai procedimenti in corso, dichiarando retroattiva la legge”. Ci sono storture anche nella comunicazione visto che le/i richiedenti vengono a conoscenza delle inammissibilità attraverso email che rimandano al sito del Ministero, “ancora una volta la creazione arbitraria di un diritto speciale per le persone straniere”. In più dal 2018 le inammissibilità sono “secche”, mentre prima “l’interessato poteva reagire mandando una memoria per spiegare il perché non ritiene giusto l’avviso di rigetto”. Come se non bastasse, le comunicazioni non hanno alcun numero di protocollo, quindi diventa impossibile rispondere e quindi interloquire con la pubblica amministrazione, “senza rispettare l’articolo 96 della Costituzione”.

 

E poi c’è il paradosso della revoca: il cittadino straniero può subire una revoca della cittadinanza per reati gravi. Anche su questo punto Zorzella non ha dubbi: “Si tratta di una condizione sempre sospesa. Vi sono, quindi, notevoli sospetti di illegittimità costituzionale per contrasto con l’articolo 22 della Costituzione, che vieta la revoca della cittadinanza per motivi politici”.

 

Cosa bolle in pentola oggi

“Credo che una riforma della legge sulla cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati e cresciuti in Italia, basata sullo Ius Soli, sia oggi urgente e prioritaria. Non possiamo lasciare un’intera generazione di figli di questo paese orfani di una chiara carta d’identità, una generazione di italiani di fatto ma stranieri per legge”. Lo diceva Pierluigi Bersani, nel 2012. Sono passati otto anni, la situazione è peggiorata drasticamente. E i diritti di chi vive in Italia da una vita o quasi sono rimasti totalmente inascoltati, fuori da ogni radar.

Marilena Fabbri, ex deputata del PD, “madre” e relatrice della legge sullo “Ius soli”, mai approvata dal Parlamento italiano ha raccontato a Repubblica che se potesse tornare indietro punterebbe sul concetto di “Ius culturae”. Che per molti è una briciola, un annacquare i diritti, ma che per altri “avrebbe fatto meno paura, perché affermava in modo estremamente semplice […] che la cittadinanza sarebbe stata concessa ai bambini nati in Italia, con almeno 5 anni di scuola primaria e comunque entro il 12° anno di età”. Un principio che per lo meno tutelerebbe quegli 800 mila bambini nati in Italia e che hanno compiuto un ciclo scolastico.

Forse davvero non è un granché, ma è un inizio. Il 3 ottobre a Roma un’ampia parte di quelle realtà che rappresentano coloro che sciattamente vengono chiamati “nuovi italiani”, oltre a organizzazioni come quella di Aboubakar Soumaoro, le Sardine, l’Anpi di Roma e l’Usb, tra gli altri, scenderanno in piazza per chiedere che la cittadinanza possa tornare a essere un diritto e non una concessione data in maniera schizofrenica, a partire da quell’articolo 3 della Costituzione che dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

La posta in gioco è alta, altissima. Del resto le sommosse in atto ovunque, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, ci dicono che ci sono in atto domande per diritti, inclusione e giustizia che vanno ben oltre i confini e le leggi nazionali. Sommariamente, da queste pagine facciamo il tifo affinché le persone come Suarez, quelle come Alessandre Ilic così come quelle bloccate alle porte d’Europa o negli hotspot africani possano essere giudicate in quanto portatrici di diritti universali non scalfibili da pezzi di carta il cui valore varia in base ai capricci dei governanti del momento o al sentire di chi li vota.

da qui

sabato 13 giugno 2020

Black Lives: invece in Italia


tanti in Italia si sono impressionati per lo spropositato numero di neri, e non solo, quasi sempre poveri, che perdono la vita troppo presto e con dolore, negli Usa, ma anche in Italia.
pretendiamo che i nostri parlamentari approvino domani, con voto di fiducia, una legge che dia la cittadinanza italiana a tutti i nati in Italia e a chi ha fatto le scuole pubbliche in Italia.
lo diciamo con parole italiane, non sapendo se tutti i parlamentari conoscono il latino.





Punjab-Italia, senza ritorno - Marco Omizzolo
Nelle campagne italiane, anche al tempo del Coronavirus e della difficile regolarizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno, la macchina dello sfruttamento continua a produrre schiavitù e morte. È accaduto, sabato 6 giugno, ancora una volta a Sabaudia, in pieno Agro Pontino. Nel residence «Bella Farnia Mare», proprio davanti al luogo in cui la cooperativa In Migrazione organizzò, nel 2015, il primo centro servizi avanzati a tutela dei braccianti indiani, ostacolato dalla politica di destra e non adeguatamente sostenuto da quella di sinistra e in particolare dalla Regione Lazio, Joban Singh, bracciante indiano di 25 anni impiegato in condizioni di grave sfruttamento nelle campagne circostanti, ha deciso di togliersi la vita.
ERA GIUNTO IN ITALIA mediante un trafficante indiano che era riuscito a vendergli, per circa 8 mila euro, il biglietto di sola andata per un sogno chiamato benessere. Si ritrovò invece a lavorare come uno schiavo in alcune aziende agricole pontine, sotto diversi padroni italiani e caporali indiani, ricevendo in cambio un salario che non superava i 500 euro mensili. Poi la notizia della regolarizzazione e con essa la possibilità di liberarsi dalle catene del caporalato. Per questo si reca ripetutamente, insieme a diversi compagni di lavoro, da vari padroni italiani per domandare di essere regolarizzato. Tutto inutile. La regolarizzazione non lo deve riguardare perché i padroni non la ritengono conveniente.
Troppi soldi e troppa esposizione. E poi perché regolarizzare un bracciante indiano senza permesso di soggiorno e senza contratto che lavora da anni per circa 500 euro al mese? Il rifiuto della regolarizzazione si associa, per Joban, alla notizia della morte del padre. Gli anni di soprusi subiti e di sfruttamento diventano improvvisamente neri. La speranza di riabbracciare la madre e le sorelle ancora in India, di prendersi cura di loro, di liberarsi dal giogo criminale dei padroni, caporali e trafficanti, si infrange definitivamente.
COSÌ, DOPO ESSERSI SFOGATO con alcuni amici e capi della comunità indiana, decide di tendere una corda in cima alle scale interne della sua abitazione e di farla finita. Lì verrà trovato, ormai senza vita, dai suoi coinquilini.
Come Joban, altri tredici braccianti indiani nel corso degli ultimi tre anni hanno deciso di suicidarsi. Alcuni di loro, ridotti in schiavitù ed emarginati, si sono impiccati dentro le serre del padrone, unica forma possibile di denuncia e dissenso loro rimasta.
L’ULTIMO CASO ERA ACCADUTO l’1 dicembre scorso a borgo Hermada, nel Sud Pontino, ed aveva riguardato un bracciante indiano di appena 38 anni. Una foto scattata da un suo collega di lavoro mostra Joban durante la pausa pranzo, seduto in terra nella serra, chino a mangiare pane e ceci tra i filari di ortaggi che raccoglieva tutto il giorno, domenica compresa. È la fotografia di un sistema agromafioso che sviluppa, ogni anno, come ricorda l’Eurispes, circa 25 miliardi di euro e che ancora oggi governa la vita di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne italiane.
Sono sicuro di avere incontrato Joban decine di volte. Proprio nel residence «Bella Farnia Mare» sono iniziati, circa tredici anni fa, le prime assemblee coi braccianti indiani per discutere della loro condizione lavorativa e di vita.
IN QUEI MICRO appartamenti di colore bianco, a richiamare le bianche case di Ibiza, sono stato centinaia di volte. Ho dormito al loro interno d’estate e d’inverno, aiutato a spegnere incendi notturni che rischiavano di sterminare famiglie intere, organizzato, ispirandomi alla pedagogia degli oppressi di Freire, corsi avanzati di italiano, educazione ambientale, diritto del lavoro, costituzionale e sindacale.
DURANTE IL PROGETTO «Bella Farnia» di In Migrazione, che ha portato ad organizzare, il 18 aprile del 2016, insieme alla Cgil, il più grande sciopero di braccianti stranieri in Italia, la porta di accesso al centro è sempre rimasta aperta, anche quando tentarono di intimidirci facendoci trovare sull’uscio una bombola del gas e un fornelletto.
SE LA POLITICA, AD OGNI LIVELLO, avesse deciso di far sopravvivere quell’esperienza di ricerca e impegno, forse Joban oggi sarebbe ancora vivo. Forse, trovando quella porta ancora aperta, avrebbe ricevuto il conforto, le informazioni e il coraggio necessario per continuare a vivere e denunciare caporali e padroni. Avrebbe potuto parlare con un mediatore indiano con esperienza di bracciante anche lui sfruttato nelle campagne pontine e con un’insegnante di italiano aperta alla didattica sperimentale. Invece, isolato ed emarginato, Joban ha deciso di suicidarsi. Sarebbe bastato poco per dargli una possibilità concreta di realizzare la sua speranza in una vita migliore. Magari il coraggio di investire in progetti qualificati e professionali «con la porta aperta».
NON CI RESTA, INVECE, ora, che spedire la sua salma in Punjab dalla madre e dalla sorella, chiedendo ancora una volta, dopo l’ennesima tragedia, anche per Joban un po’ di giustizia.

Caltanissetta, Adnan ucciso per aver aiutato un anziano vittima dei caporali: "Aveva fatto i nomi" - Francesco Bunetto
Le telecamere di Fanpage.it sono andate a Caltanissetta per raccontare la drammatica vicenda che ha coinvolto la comunità nissena, con l'omicidio di Adnan Siddique, un uomo pakistano di 32 anni, la notte del 3 giugno. Incontriamo Alì, amico di Adnan. Ha raccontato a fanpage.it che qualche giorno prima della morte di Adnan, ha ricevuto un messaggio vocale davvero misterioso:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli".
Camminiamo lungo la via San Cataldo -"Era un bravo ragazzo – si sente dal balcone". Sono i vicini di casa che hanno voluto ricordare il giovane pakistano, sempre con il sorriso sulla bocca. "Ha fatto una brutta morte – si sente ancora in quella via assordante – non meritava di morire così, hanno detto i vicini". La città di Caltanissetta è ancora scossa e allarmata da un fatto che conferma quanto la violenza sia radicata nel mondo del lavoro agricolo. Un sistema che sfrutta migliaia di lavoratori, rendendoli schiavi. Adnan Siddique sarebbe stato al fianco di alcuni suoi connazionali che lavoravano in campagna, e che sarebbero vittime del caporalato. Dall'autopsia è emerso che la vittima è stata colpita con cinque coltellate in diverse parti del corpo: due alle gambe, uno alla schiena, alla spalla e al costato. Quest'ultimo e' risultato quello fatale. I carabinieri, poche ore dopo il delitto, hanno trovato anche il coltello, lungo 30 centimetri, utilizzato dai presunti assassini.
Le prime denunce
Lungo la via San Cataldo, abbiamo incontrato la famiglia Di Giugno, che gestisce un bar, dove Adnan si fermava spesso a parlare con loro, fino a creare una splendida amicizia tanto da chiamare "Mamà" la signora Rita. "Questi signori hanno portato via un amico per i miei figli – ha detto Rita – e un figlio per me, ero una madre per lui, non posso dimenticarmi tanti gesti bellissimi che ha fatto nei confronti della famiglia – continua – e devono pagare perché hanno perseguitato da almeno un anno questo ragazzo". Aveva tanti sogni, sposare una donna italiana, trasferirsi per lavoro insieme a mio figlio – continua Rita – comprarsi una bella macchina, era una persona davvero buona". Anziani, bambini, animali, lui aiutava chiunque. Conclude – Attraverso Enti, faremo in modo di avviare una raccolta fondi per il trasferimento del corpo alla madre in Pakistan".

Già minacciato e aggredito
Manutentore di macchine tessili a Caltanissetta, "Aveva già ricevuto in passato minacce e aggressioni, racconta l'amico fraterno Erik – è capitato che gli hanno rotto la testa e ha subìto anche un furto, dove gli hanno portato via tutto e, nonostante questo, il giorno successivo era andato a lavoro in pigiama perché era fiero di ciò che stava costruendo".Spero che la verità venga a galla – conclude Erik – e spero che le persone paghino per quello che gli hanno fatto".

Al momento sono stati fermati cinque pakistani per l'omicidio del giovane. Si tratta di Muhammad Shoaib, 27 anni, Alì Shujaat, 32 anni, Muhammed Bilal, 21 anni, e Imrad Muhammad Cheema, 40 anni e il connazionale Muhammad Mehdi, 48 anni, arrestato per favoreggiamento, tutti interrogati ieri dal gip Gigi Omar Modica. I primi quattro rimangono in carcere mentre il quinto è stato rimesso in libertà ma con l'obbligo di firma. Un’altra persona è stata fermata questa mattina, su provvedimento della Procura di Caltanissetta, polizia e carabinieri hanno fermato un pakistano di 20 anni, Shariel Awan Muhammed con l’accusa di concorso in omicidio. Indagando su alcuni soggetti della comunità pakistana che da tempo si sono stabiliti a Caltanissetta e in provincia, la polizia avrebbe raccolto gravi elementi nei confronti del ventenne; per gli investigatori il delitto sarebbe stato commesso da un vero e proprio commando. Secondo la ricostruzione dei carabinieri Adnan, che per lavoro si occupava di riparazione e manutenzione di macchine tessili, aveva presentato denuncia per minaccia nei confronti dei suoi carnefici. Sta prendendo piede anche l'ipotesi che gli aggressori operassero una mediazione, per procacciare manodopera nel settore agricolo, tra datori di lavoro e connazionali. In cambio avrebbero trattenuto una percentuale sulla loro paga.
"Non meritava di morire così"
Successivamente al misterioso messaggio vocale di Adnan ai suoi amici connazionali:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli", chiama i genitori di Adnan e, attraverso una videochiamata, sentiamo parole spezzate in pakistano, tradotte da Alì:"Siamo distrutti, non ci sembra ancora vero" – dicono i genitori di Adnan. La madre piange in continuazione, l'unica cosa che desidera è riavere il corpo del figlio in Pakistan. "Adnan – racconta Alì – era una persona gentile, buona e speciale, aiutava tutti, forse questo è stato il suo ultimo sbaglio. Conclude Alì – Noi non vogliamo che questa gente delinquente entri a Caltanissetta, perché questo è un Paese civile, che paghino in Pakistan perché in Italia non gli fanno niente".


Una notizia e un cartellone: 3 bambini, 22 donne, 9 uomini - Doriana Goracci


L'ho messo da una parte come altre foto e scritti in sosta che non faccio scappare: Com'è che non riesci più a volare, me lo ricorda una canzone.
Stasera si è incontrato, a notte tarda, il cartellone, con questa notizia, quando mezza addormentata ho sentito il Tg3: "Sono 34 i cadaveri recuperati dalla Marina tunisina per naufragio di fronte alle coste tunisine, al largo della città di Sfax: decine di migranti risultano morti e dispersi, nell'affondamento di una precaria imbarcazione con cui volevano attraversare il Mediterraneo e arrivare in Europa. A comunicarlo è il sito informativo Tunisie Numerique precisando che i corpi rinvenuti appartengono a 22 donne, 9 uomini, 3 bambini, di vari paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino originario di Sfax, che sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Unità della Marina militare e della Guardia costiera con l'ausilio dei sommozzatori delle forze armate e della protezione civile sono attualmente al lavoro nel tratto di mare interessato dal naufragio alla ricerca di altri dispersi".
Dunque stanotte una notizia che si ripete da anni,come tanti tragici naufragi di migranti, si è incontrata con una foto, non consola nessuno e non aiuta nessuno, "ciononostante" si esprime come vuole esprimere l'avverbio; le ho coniugate, con uno sposalizio del mare,notizia e cartellone, ora che è iniziata la bella stagione che con tanti limiti mettiamo distanza, tra i corpi e il mare e la paura di dolorose contaminazioni.E mi ritrovo che "Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il fondo con i piedi...Non so cosa porterà il domani" come scriveva Fernando Pessoa.
Forse volevano arrivare a Lampedusa.

Le riammissioni illegali dei migranti: la rotta al contrario da Trieste alla Bosnia - Anna Spena

La Rotta Balcanica è una rotta dimenticata. Convenzionalmente la rotta inizia in Grecia, fisicamente finisce in Italia, a Trieste. Ma il viaggio di chi fugge inizia molti chilometri prima per finire poi nel Nord Europa. La maggior parte dei profughi in Bosnia Erzegovina sono concentrati nel cantone di Una- Sana, al confine con la Croazia. Ce ne sono circa seimila – i numeri ufficiali non esistono - e sono concentrati nelle città di Bihač e Velika Kladusa (Ne abbiamo parlato in questi articoli Rotta Balcanica, attraversare i confini è un game disperato e Rotta Balcanica, migranti trattati come gli animali).
Ma dalla scorsa metà di maggio i profughi che riescono ad arrivare a Trieste vengono riportati in Slovenia: «Non è legittimo», spiega Gianfranco Schiavone, vice presidente Asgi, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, «eseguire le riammissioni dei migranti in Slovenia senza un previo esame delle situazioni individuali ed un effettivo coinvolgimento delle persone interessate». Le riammissioni devono cessare chiede l’Asgi in una lettera aperta indirizzata al Ministero dell’Interno, alla Questura e Prefettura di Trieste oltre che alla sede per l’Italia dell’UNHCR.
Cosa sta succedendo a Trieste?
A metà di maggio 2020 il Ministero dell’interno ha annunciato l’impegno ad incrementare le riammissioni di migranti in Slovenia e l’invio, a tale scopo, di 40 agenti al confine orientale dell’Italia. Anche nel 2018 si erano registrati casi di respingimenti illegittimi ma in numero contenuto. Allora la risposta fu principalmente quella di negare i fatti. In ogni caso, oggi, il fenomeno dei respingimenti illegali è aumentato in termini di quantità. Non abbiamo numeri ufficiali dei profughi che sono stati riportato dall’Italia in Slovenia, possiamo stimare il dato a circa 200 persone dal 20 maggio ad oggi.
Come vi siete accorti di quello che stava succedendo?
Per due motivi, a Trieste arrivavano sempre meno ragazzi. Questo ci ha iniziato ad insospettire. Poi dalla Bosnia hanno lanciato l’allarme. I rifugiati che dall’Italia venivano portati in Slovenia, e dalla Slovenia alla Croazia e poi dalla Croazia alla Bosnia hanno denunciato quello che stava succedendo a una rete di volontari e informatori sul campo. Persone di massima affidabilità, ma che per adesso preferiamo rimangano anonime.
Rispetto al 2018 possiamo parlare solo di una differenza nel numero dei respingimenti?
No. Direi che la differenza oltre ad essere quantitativa appunto è anche, per così dire, ideologica.
In che senso?
Siamo nella più assoluta illegalità ma sembra che il fatto non interessi nessuno. Sappiamo che la gran parte delle persone che vengono respinte hanno manifestato la volontà di chiedere asilo. Mentre in passato la giustificazione poggiava sulla tesi che non si trattasse di richiedenti asilo oggi si tende a giustificare (pur usando volutamente un linguaggio ambiguo) che si possono respingere anche i richiedenti perchè la domanda di asilo si può fare in Slovenia. Si tratta di “ riammissioni effettuate non in ragione del ripristino dei controlli alle frontiere interne mai formalmente avvenuto ma in applicazione dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia sulla riammissione delle persone alla frontiera, firmato a Roma il 3 settembre 1996, che contiene previsioni finalizzate a favorire la riammissione sul territorio dei due Stati sia di cittadini di uno dei due Stati contraenti sia cittadini di Stati terzi. In primis occorre rilevare come tale accordo risulti illegittimo per contrarietà al sistema costituzionale interno italiano e per violazione di normative interne. È infatti dubbia la legittimità nell’ordinamento italiano dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia e di ogni altro analogo tipo di accordi intergovernativi per due ordini di ragioni: nonostante abbiano infatti una chiara natura politica, essi non sono stati ratificati con legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi dell’art. 80 Cost.;in quanto accordi intergovernativi stipulati in forma semplificata, in ogni caso essi non possono prevedere modifiche alle leggi vigenti in Italia (altro caso in cui l’art. 80 Cost. prevede la preventiva legge di autorizzazione alla ratifica) e dunque essi neppure possono derogare alle norme di fonte primaria dell’ordinamento giuridico italiano. In ogni caso, anche volendo prescindere da ogni ulteriore valutazione sui profili di illegittimità dell’Accordo di riammissione è pacifico che ne è esclusa appunto l’applicazione ai rifugiati riconosciuti ai sensi della Convenzione di Ginevra (all’epoca la nozione di protezione sussidiaria ancora non esisteva) come chiaramente enunciato all’articolo 2 del medesimo Accordo. Del tutto priva di pregio sotto il profilo dell’analisi giuridica sarebbe l’obiezione in base alla quale l’accordo fa riferimento ai rifugiati e non ai richiedenti asilo giacché come è noto, il riconoscimento dello status di rifugiato (e di protezione sussidiaria) è un procedimento di riconoscimento di un diritto soggettivo perfetto i cui presupposti che lo straniero chiede appunto di accertare. Non v’è pertanto alcuna possibilità di distinguere in modo arbitrario ed illegittimo tra richiedenti protezione e rifugiati riconosciuti dovendosi comunque garantire in ogni caso l’accesso alla procedura di asilo allo straniero che appunto chiede il riconoscimento dello status di rifugiato. Inoltre, va evidenziato come l’espressione, contenuta nell’Accordo in relazione alle riammissioni attuate “senza formalità” non può certo essere intesa nel senso che la riammissione possa avvenire senza l’emanazione di un provvedimento amministrativo in quanto in quanto è indiscutibile che l'azione posta in essere dalla pubblica sicurezza attraverso l’accompagnamento forzato in Slovenia produce effetti sulla situazione giuridica dei soggetti interessati. Il provvedimento di riammissione va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente va notificato all'interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile di fronte all'autorità giudiziaria. A chiudere del tutto l'argomento sotto il profilo giuridico, è il noto Regolamento Dublino III che prevede che ogni domanda di asilo sia registrata alla frontiera o all'interno dello Stato nel quale il migrante si trova. Una successiva complessa procedura stabilita se il Paese competente ad esaminare la domanda è eventualmente diverso da quello nel quale il migrante ha chiesto asilo e in ogni caso il Regolamento esclude tassativamente che si possano effettuare riammissioni o respingimenti di alcun genere nel paese UE confinante solo perchè il richiedente proviene da lì. Anzi, il Regolamento è nato in primo luogo per evitare rimpalli di frontiera tra uno stato e l'altro. Violare, come sta avvenendo, questa fondamentale procedura, significa scardinare il Regolamento e in ultima analisi, il sistema europeo di asilo. E' come se fossimo tornati indietro di trent'anni, a prima del 1990.
Dalle vostre testimonianze risulta che anche la polizia italiana, al pari di quella croata, ha esercitato violenza sui migranti?
No questo no. Sono stati riportati atti di scherno, ma non di violenza.
Come avviene concretamente la riammissione illegale?
I migranti vengono rintracciati nell'area di confine; passano diverse ore in Italia in stazioni di polizia e in tendoni allestiti allo scopo dove non possono accedere le organizzazioni umanitarie che si occupano della tutela legale dei rifugiati anche se le normative europee prevedono che deve essere consentito l'accesso a tali organizzazioni. A Trieste gli enti non mancano, ed anzi hanno una lunga ed autorevole storia, ma credo proprio per queste ragioni vengono tenute lontane. Nonostante l'importanza della rotta balcanica (più di 10mila ingressi nel 2019) l'UNHCR non mai ritenuto di inviare almeno un funzionario che stia in pianta stabile a Trieste effetuando un monitoraggio costante e diretto. Spero che, di fronte alla gravità della situazione attuale, UNHCR acquisisca la consapevolezza che è necessario monitorare da vicino la situazione. Nei luoghi di polizia i migranti che si decide di riammettere vengono identificati con rilascio delle impronte digitali e subito dopo vengono caricati su mezzi in dotazione alla polizia e consegnati (tutto si svolge il più rapidamente possibile) alla polizia slovena che a sua volta li ricarica su altri mezzi e li porta al confine con la Croazia. Come in una catena di montaggio, dopo avere attraversato il Paese con uso di furgoni chiusi,la polizia croata lascia i migranti al confine con la Bosnia-Erzegovina dove si verifica la parte più cruenta di questa catena dell’illegalità. Ci troviamo al confine esterno all'Unione Europea e per procedere con il respingimento fuori dell'Unione sarebbe necessario applicare precise procedure previste dal Codice frontiere Schengen con consegna alla polizia bosniaca. Poichè ciò non è possibile perchè il provvedimento svelerebbe la catena ovvero che si tratta di persone consegnate di mano in mano tra diversi stati, le stesse vengono lasciate in mezzo ai boschi, ma prima vengono denudate, picchiate e private delle poche cose che hanno. La Bosnia, che è uno Stato frammentato e debole riprende i rifugiati per molte ragioni legate a pressioni internazionali e a meccanismi economici (la gestione dei campi profughi muove molti interessi) e non ultimo perchè sa che sono persone che non rimarranno ma tenteranno di nuovo il "game".
Persone come fantasmi…
È inconcepibile che attraversino tre Paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, ed infine in Serbia o in Bosnia sebbene le stesse fossero intenzionate a domandare protezione internazionale all’Italia. Come detto il provvedimento di riammissione va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente, e va notificato all’interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria. A questi migranti non è mai stato rilasciato nessun tipo di documentazione sul loro respingimento.

L'allarme dei medici: morti in sei anni 1500 migranti sfruttati come braccianti
In un articolo pubblicato sul British Medical Journal i medici denunciano la situazione critica dei migranti che vivono nelle baraccopoli. In sei anni si sono verificate ben 1500 morti di braccianti sfruttati e tenuti in condizioni disumane in baraccopoli.
Fermare lo sfruttamento dei migranti che lavorano nell'agricoltura in Italia e che vengono pagati solo 12 euro per 8 ore di lavoro, schiavi dei campi che consentono di portare pomodori italiani a basso prezzo sulle tavole di tutto il mondo tutto l'anno.
È l'appello lanciato da un gruppo di medici italiani sul British Medical Journal. E sono oltre 1.500, denunciano, i braccianti agricoli morti negli ultimi 6 anni in Italia a causa del loro lavoro.
A questi morti, affermano i medici su Bmj, "si aggiungono altre vittime, quelle uccise dal Caporalato".
Queste persone, denunciano, "vivono in baraccopoli senza acqua, senza servizi igienici senza accesso ai servizi sanitari di base", spiegano Claudia Marotta e colleghi della Ong Medici con l'Africa Cuamm.
Dal 2015 l'organizzazione, in partnership con istituzioni locali, fornisce servizi sanitari di base a questo popolo di migranti sparsi per tutta Italia, che affollano in circa 100 mila 50-70 baraccopoli e che nonostante la legge 'sull'Agromafia', sono completamente privi di protezione.
"Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi - scrivono gli autori dell'articolo - ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi cura e dare voce a queste persone 'mute'".
"Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il razzismo e l'egoismo, in qualsiasi forma si presenti", concludono.

Strage di Kerkennah, sale a 53 il numero dei migranti morti nel naufragio. Intanto, a Borgo Mezzanone va a fuoco all'alba un'altra baracca: un uomo muore carbonizzato

Una persona è morta nell'incendio divampato all'alba di oggi all'interno di una baracca che si trova nel ghetto di Borgo Mezzanone, l'insediamento abusivo sorto nel Foggiano. La vittima non è stata ancora identificata. Le fiamme hanno avvolto un'abitazione di fortuna che si trova in una zona piuttosto isolata della "ex pista", dove risiederebbero numerosi cittadini di origini senegalesi. In un anno e mezzo è la quarta vittima registrata nel ghetto a seguito di incendi divampati nella baraccopoli.
Intanto, è salito a 53 il numero dei cadaveri recuperati dalla Marina tunisina nell'area del mare situata tra El Louza (Jebeniana) e Kraten al largo delle isole Kerkennah, teatro del naufragio di un barcone carico di migranti in maggioranza subsahariani, partito da Sfax nella notte tra il 4 ed il 5 giugno e diretto verso le coste italiane.
Il conteggio arriva dal direttore della protezione civile di Sfax che lo ha riferito all'agenzia tunisina Tap. Secondo il direttore regionale della Sanità di Sfax, Aly Ayadi, tra i corpi rinvenuti ci sarebbero quelli di almeno 24 donne di cui una incinta, una decina di uomini e tre bambini, tutti provenienti da vari Paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino 48enne di Sfax, che sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Dopo essere sottoposti ad un prelievo del Dna per tentarne l'identificazione, i corpi saranno inumati nel cimitero di El Saltnya, alla periferia di Sfax.

Black Lives Matter ma non in Italia. Il ritardo dell’arte e della cultura nel paese - Johanne Affricot

The Revolution will not be televised, cantava Gill Scott Heron nel 1971. Sono trascorsi quasi 50 anni, e le parole del poeta, musicista a attivista di Chicago risuonano come una profetica utopia di un nuovo capitolo della stessa rivoluzione, iniziata più di 400 anni fa. Una rivoluzione che negli anni si è alimentata di un’irosa sopportazione dell’oppressione e della discriminazione razziale, fino a esplodere nelle ennesime proteste, innescate dall’ennesimo martire involontario, derubato della sua biografia, ad eccezione di un’unica e familiarissima istantanea: la razza e la morte violenta. E la rivoluzione è davanti agli occhi di tutto il mondo.

“NO JUSTICE NO PEACE” LA REAZIONE DEL MONDO DELL’ARTE E DELLA CULTURA
L’8 giugno si sono tenuti i funerali di George Floyd, afroamericano ucciso dall’ex poliziotto Derek Chauvin, che per 8 minuti e 46 secondi fatali ha premuto il ginocchio sul collo dell’uomo. A tredici giorni dalla morte di Floyd, gli Stati Uniti sono tutt’ora attraversati da un’enorme ondata di proteste che ha assunto una portata globale, e che vede anche nell’abbattimento di statue simbolo di schiavitù e di regimi coloniali (anche qui in Europa e in Italia), violenza e oppressione, una necessità di fare i conti con un passato presente e pesante. Ma se la questione razziale e la violenza della polizia contro i neri sono il fattore che salta subito all’occhio, la pandemia Covid-19, che ha falciato soprattutto la comunità afroamericana in termini di contagi e decessi, ha portato ancora di più in luce il razzismo sistemico e istituzionale nel paese dell’American Dream. La sperequazione nella distribuzione della ricchezza ha effetti devastanti sulla vita quotidiana delle classi sociali più marginalizzate–dall’accesso alle cure sanitarie alle abitazioni dignitose; dall’accesso a un’istruzione di qualità all’alto tasso di disoccupazione; dall’approvvigionamento di generi alimentari salutari all’incarcerazione di massa. Va da sé che la lettura delle proteste dovrebbe quindi liberarsi di vizi spannometrici e includere più livelli nell’osservazione generale del quadro.
Eppure le reazioni del mondo dell’arte statunitense sono state un po’incerte e zoppicanti, alcune tardive, altre non pervenute, soprattutto alla luce del fatto che Floyd è morto il 26 maggio, e, poco prima di lui, altre due morti violente di cittadini statunitensi neri, disarmati e innocenti (Amhaud Arbery Breonna Taylor) avevano scosso gli Stati Uniti e l’occidente. Il mondo scientifico, per esempio, il 10 giugno ha scioperato contro il razzismo. Laboratori, università e società scientifiche hanno aderito alla giornata di sostegno al movimento Black Lives Matter e Nature, la rivista scientifica per eccellenza, ha espresso un mea culpa che paventa cambiamento: “Nature è contraria a tutte le forme di razzismo. Ma alle parole vanno seguiti fatti”,si legge nell’editoriale. La rivista riconosce di essere “una delle istituzioni ‘bianche’ responsabili del pregiudizio nella ricerca e borse di studio, negando spazio ai ricercatori neri. La scienza è stata, e rimane, complice di questo razzismo sistemico e deve lottare più duramente per correggere queste ingiustizie e amplificare le voci marginalizzate,” continua.

GEORGE FLOYD: I MUSEI AMERICANI
Ma tornando al mondo dell’arte e della cultura, e prendendo come riferimento tre importanti istituzioni museali americane presenti su Instagram e altri social network, notiamo che il New Museum ha postato solo il 2 giugno il quadrato nero in segno di solidarietà (#BlackOutTuesday), accompagnato da un laconico post che recita: “Alla luce dei recenti eventi, sospendiamo temporaneamente la nostra programmazione social. Black Lives Matter”,per poi elencare una serie di organizzazioni che si occupano di giustizia razziale cui fare una donazione. Stessa storia per il Guggenheim, in letargo sociale dal 2 giugno. Condivisione del box nero e una sintetica comunicazione in cui si legge “Il Guggenheim sta osservando il #BlackOutTuesday, sta ascoltando e accompagnando il lutto della famiglia di George Floyd e delle molte altre vite perse di neri. Esprimiamo la nostra solidarietà e siamo a fianco di coloro che chiedono giustizia e la fine del razzismo.” Il MOCA di Los Angeles invece non ha lasciato alcuna lettera di addio (temporaneo), preferendo far perdere le sue tracce dal 31 maggio.
In un momento in cui gli Stati Uniti stanno vivendo una forte turbolenza interna, che è anche e soprattutto di coscienza (la rivoluzione di Gil Scott di cui sopra), è impossibile non chiedersi perché il sistema dell’arte appaia disorientato, quasi spaventato, incapace di rispondere a degli avvenimenti che stanno producendo cambiamento. Lo stesso giornalista, intellettuale e scrittore americano Ta-Nehisi Coates (Tra me e il mondo, 2015), in una recente intervista con Ezra Klein evidenzia due aspetti interessanti: il primo è che in questo scenario di caos, lui vede speranza e progresso (consiglio di recuperare il suo intervento di giugno 2019 alla Sottocommissione di Giustizia della Camera dei Rappresentati legato alla richiesta di riparazioni per gli eredi degli afroamericani che furono schiavizzati); il secondo è legato a suo padre. In uno scambio di pensieri e comparazioni, il padre racconta al figlio come queste proteste siano più sofisticate rispetto a quella di Baltimora del 1968 a cui partecipò. “Bianchi e neri scendono uniti, c’è una ‘solidarietà multi-etnica’ che risuona in tante città americane.” L’immensa autrice, attivista e femminista Angela Davis (Donna, Razza e Classe, prima pubblicazione US, 1981; prima pubblicazione italiana, 2018) preferisce essere più cauta con i paragoni ma ferma anche lei su alcuni punti chiave, esposti in un’intervista su Channel 4 News: “Questo momento, questa particolare congiuntura storica ha in sé enormi possibilità che il nostro paese non ha mai visto. Non so se lo paragonerei alle proteste degli anni ’60, piuttosto è un continuum storico, e nel 2020 siamo finalmente testimoni delle conseguenze di decadi, secoli di tentativi di espellere il razzismo dalla nostra società,” riflette. […] “È un momento emozionante. Non credo di aver mai vissuto questo tipo di lotta globale al razzismo e alle conseguenze della schiavitù e del colonialismo” .

GEORGE FLOYD: LA PROTESTA DOPO LA PANDEMIA
Sarà forse che il tempo presente, con la pandemia di Coronavirus ancora fresca nelle nostre vite, stia offuscando la vista e danneggiando l’ascolto? O che i conseguenti tagli di budget dei musei, che hanno mandato a casa tante persone, stiano imponendo una ridefinizione delle priorità? Sarebbe interessante capire anche chi detta la linea di queste istituzioni, la maggior parte delle quali sono fondazioni private.
Il silenzio del Guggenheim in parte è stato interrotto dallo scontro innescato da Chaédria LaBouvier, guest curator afroamericana del museo per la mostra Basquiat’s “Defacement”: The Untold Story(2019). In un suo tweet del 2 giugno in risposta al museo, LaBouvier ha richiamato l’istituzione, denunciandola di razzismo istituzionale e ipocrisia, dopo che questa aveva condiviso il messaggio di solidarietà di cui sopra. “Get the entire f-ck out of here. I am Chaédria LaBouvier, the first Black curator in your 80 year history & you refused to acknowledge that while also allowing Nancy Spector to host a panel about my work w/o inviting me. Erase this shit”.Per continuare: “This is the same museum that made up an IMAGINARY designation of ‘first solo Black curator’ b/c they were too afraid to admit that they had not hired a Black curator to lead a show in 80 years and erased me and history in the process. They are full of shit”. Il Guggenheim, interpellato da Essence, ha offerto la sua versione che aggiusta alcune inesattezze di LaBouvier, e allo stesso tempo ammette i diversi errori fatti da quando è stato fondato, annunciando il proprio impegno a prendere misure adeguate per migliorare.
La scarsa rappresentazione dei neri americani (così come di donne e altre minoranze non bianche) nelle collezioni permanenti dei musei statunitensi è però un problema reale e sentito, e, nonostante gli sforzi più volte annunciati dal settore di procedere a una maggiore diversità, parità (che, a scanso di equivoci, si traduce anche in “qualità”) degli artisti, il processo è ancora lungo. Dai risultati di una ricerca condotta a maggio 2019 condivisa da Hyperallergic, emerge che l’85.4% delle opere nelle collezioni dei principali musei statunitensi sono di artisti bianchi, e l’87.4% di artisti uomini. Gli artisti afroamericani detengono la percentuale più bassa, 1,2% delle opere, mentre gli artisti asiatici sono al 9% e gli ispanici e latini al 2,8%.   Secondo i dati della Andrew Mellon Foundation, inoltre, i curatori neri rappresentano solo il 4% dell’intero staff curatoriale statunitense.

BLACK LIVES MATTER E IL SETTORE ARTISTICO E CULTURALE ITALIANO
Da un lato quindi abbiamo una società civile che in queste proteste appare più eterogenea e compatta rispetto al passato, che sta mandando un segnale, sia a livello locale che globale, anche se è ancora presto per delineare un quadro; dall’altro dei dati che rispondono alle nostre domande e che suggeriscono che se oggi fai dichiarazioni, quelle sono, e il lungo periodo è la temporalità a cui si devono legare.
E in Italia? Il MAXXI il 10 giugno ha lanciato tramite i propri canali social il progetto #MAXXIforBlackLivesMatter, iniziativa orientata a far conoscere il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013, attraverso l’arte. “[…] ci inginocchiamo, per i nostri fratelli e sorelle, per rialzarci insieme, per sempre.” Leggermente in ritardo, ma meglio tardi che mai. Un gesto necessario, ma sarebbe altrettanto necessario ideare e portare avanti un calendario di iniziative permanenti, prendendo spunto dagli appuntamenti organizzati nel 2018 in occasione della loro mostra African Metropolis.
La protesta pacifica che si è svolta a Roma (e in altre città italiane) lo scorso fine settimana ha direzionato anche l’attenzione sul razzismo istituzionale e strutturale presente nel nostro paese. In una piazza del Popolo picchiata dal sole e gremita di corpi, rigorosamente in mascherina, attivisti e artisti italiani afrodiscendenti hanno infatti riportato in superficie molti temi a me cari, tra cui la dimenticata riforma della cittadinanza legata allo Ius Culturae―di cui ha parlato la professionista in cooperazione internazionale Susanna Owusu―la cui lotta negli ultimi anni, prima del suo cestinamento, è stata portata avanti dal movimento Italiani Senza Cittadinanza e altre organizzazioni. In un appassionato intervento rivolto a migliaia di persone, l’attore italiano afrodiscendente Haroun Fall ha allacciato la questione cittadinanza alla scarsa e/o totale assenza di rappresentazione e inclusione di artisti neri, della classe creativa e culturale afrodiscendente nell’industria dei media, delle arti, della creatività, della cultura.
Il nostro sistema artistico, creativo e culturale infatti rispetto a queste questioni, e osservando gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, risulta completamente e colpevolmente addormentato da sempre, non solo a livello mainstream, ma anche più underground. Si fa fatica a comprendere come mai nessuna realtà italiana si sia mai veramente messa in discussione, abbia mai provato a cambiare lo scenario, a promuovere e favorire una rigenerazione che includa una pluralità di voci e di pensiero.
Se pensiamo al settore audiovisivo, il premio del MIBAC “MigrArti, la cultura unisce”, è stato congelato due anni fa e, seppure presentasse dei limiti almeno esisteva, e in parte contribuiva ad arricchire il panorama, ad educare. In essere c’è per fortuna il premio Mutti, destinato a registi di origine straniera, ma le risorse sono poche per essere considerato uno strumento alternativo per una maggiore emancipazione culturale e artistica del nostro paese. Oltre a questi, ad oggi non mi risulta esistano altri strumenti od opportunità culturali di rilievo per italiani con altre origini.
Partire dalle scuole primarie e secondarie è la chiave, la sfida più importante. Creare e mettere a disposizione degli strumenti che facilitino l’educazione e il progresso culturale è la base. Daniele Vitrone, in arte Diamante, rapper-educatore italiano afrodiscendente di origini brasiliane, con i suoi laboratori di musica nelle scuole di Milano sta già tracciando una linea di intervento da cui prendere ispirazione. Prima di lui, a Roma, il rapper italo-egiziano Amir Issa, che oggi troviamo a far lezione nelle università degli States, tra cui l’Università statale di San Diego, all’interno del Dipartimento di italianistica, lingua e cultura del nostro paese. Ai docenti interessa far conoscere ai ragazzi l’Italia di oggi, non più solo un paese di migranti ma una terra di approdo e di confronto per il multiculturalismo, e a tenere lezione chiamano un “italiano di seconda generazione”, uno che quei temi li conosce e che li ha vissuti in prima persona.

SPAZI DI SPERIMENTAZIONE: I CASI INTERNAZIONALI
Sono solo alcuni esempi, che si scontrano con l’amara realtà in cui versa il nostro paese. L’assenza è pesante, palpabile, e in questi ultimi cinque anni, con tutte le difficoltà immaginabili, abbiamo cercato e stiamo cercando riempire con GRIOT questo vuoto, nato da un’esigenza personale, dalla volontà e necessità di creare uno spazio di condivisione artistica e culturale transdisciplinare in cui potersi riconoscere, che ispiri, attraverso il quale sperimentare e creare, fare network con le diaspore dell’Europa, delle Americhe, con l’Africa. Ma non basta. La mancanza di un nostro spazio fisico sul territorio spezza l’idilliaca sensazione e contentezza di aver fatto dei passi in avanti, nonostante le numerose attività realizzate con istituzioni o altre realtà indipendenti, di settore, o meno mainstream. E se la riflessione vuole essere spostata sull’esistenza, esperienza e qualità artistica di artisti italiani afrodiscendenti o con altre origini, sarebbe errato non considerare il ritardo in cui siamo, che di fatto ha rappresentato una barriera, e che l’humus si genera se c’è scambio fisico, interazione e incontro, condivisione. The Studio Museum in Harlem(New York) è probabilmente uno dei principali e più prestigiosi poli per artisti afroamericani e della diaspora africana. Rimanendo nei confini europei, e ridimensionando le grandezze, in Francia, a Parigi, abbiamo La Colonie, spazio artistico cross-disciplinare, anti-accademico e di pensiero critico, co-fondato dall’artista Kader Attia; nel Regno Unito, a Londra, c’è l’Autograph ABP, una realtà che si avvicina molto alla nostra idea di luogo di arti e cultura, insieme allo spazio indipendente Savvy Contemporary di Berlino, fondato dal camerunense Bonaventur Soh Bejeng Ndikung (curator at large di documenta 14). E in Italia? Dov’è l’Italia? Perché manca all’appello?

BLACK LIVES MATTER: L’ESIGENZA DI UNO SPAZIO DI SPERIMENTAZIONE IN ITALIA
Anche se ai più sembrerà una forma di ghettizzazione chiudersi in uno spazio in cui si intende dare rilevanza specialmente ad artisti afrodiscendenti e di altre culture e contaminazioni, vi assicuro che non lo è. È un processo, piuttosto, per il quale, a mio avviso, è importante passare, e che prima e poi verrà superato. Si spera prima che poi. Ma i livelli di conoscenza e di pensiero rispetto a certe tematiche, di storie (individuali e collettive che siano) e dinamiche, richiamano a questa necessità e responsabilità. Un tentativo che si avvicinava a questa visione in realtà è stato fatto nel 2018 dal direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco. Attraverso la campagna trimestrale “Fortunato chi parla arabo” (i cui risultati del 2016 erano stati ottimi), voleva stimolare la fruizione dell’offerta culturale della città a un prezzo ridotto per consentire ai cittadini di lingua araba di essere sempre più parte della comunità con cui avevano scelto di vivere e condividere il futuro. Scoppiarono le polemiche, la leader di Fratelli di Italia Giorgia Meloni sostenne che l’iniziativa era un atto discriminatorio nei confronti delle famiglie italiane.
Consapevoli del diverso contesto culturale in cui ci troviamo e delle lacune rispetto alle realtà internazionali sopra citate, a GRIOT siamo pronti e intendiamo battere questa direzione. Il quando per noi è ora già da un po’. Perché se non ora, quando?

SE VI FOSSERO SFUGGITI ECCO ALTRI DUE LINK...
Mentre le lotte antirazziste oltreoceano rompono finalmente la bolla massmediatica, le lotte dei braccianti africani nei ghetti e nei distretti agroalimentari italiani sono sistematicamente isolate, represse e infine oscurate dai media mainstream.
Per i dettagli sulla campagna potete consultare il sito di Campagne in Lotta https://campagneinlotta.org/limmigrazione-non-e-un-crimine…/