All’inizio del libro Anna Maria è una bambina, figlia di genitori africani (che sono arrivati dalla Liberia, con l’aereo, non con il barcone).
È una bambina amata, ha una famiglia che la ama e cresce contenta come capita ai bambini fortunati.
Intanto scopre che abita in un posto sbagliato, secondo alcuni, nonostante l’articolo 3 della Costituzione italiana, in troppi le fanno capire che la sua casa è l’Africa, in Italia dovrà sudare per trovare uno spazio.
Anna Maria è nata a Roma, ma non è italiana, secondo le leggi (ingiuste) della penisola, finché non diventerà adulta e passerà un “esame”.
E l’Africa non l’ha mai vista, solo nei racconti dei genitori.
Intanto cresce, va a scuola, ha delle amiche e degli amici, si trova a combattere un razzismo strisciante, ma non solo.
E poi trova una sua strada, diventa una musicista (in arte Karima 2G), e riesce a vedere l’Africa, al paese del padre sembra che l’aspettino da una vita.
Il libro merita di essere letto, vi farà conoscere la storia di Anna Maria, che racconta la sua vita (anche le umilianti e offensive file in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno), ma non si piange addosso, trova la forza per occupare il suo posto nel mondo, in un Italia che non sa accogliere.
Intanto potete ascoltare la sua musica qui:
“Per molto tempo ho trovato insopportabile il fatto di non essere italiana anche in via ufficiale, sentivo di non poetr più andare in giro bollata solo da un codice, in attesa di avere un permesso di soggiorno o la cittadinanza, né italiana né liberiana. Per anni sono stata un numero di pratica, ma quel numero non ero io, anche se finivo per identificarmici. Ricordo le file interminabili davanti all’ufficio Immigrazione. Avevo due anni quando una, se non due volte l’anno dovevo andare in questura a rinnovare il permesso di soggiorno. In braccio alla mamma o al papà, aspettavamo il nostro turno. Ricordo tutte le volte in cui la maestra delle elementari entrava in classe dicendo che << i figli di immigrati non arrivano lontani nella vita. Sono incapaci di studiare in quanto figli di immigrati>>. Il suo buongiorno era: <<L’Italia è degli italiani>> e non <<degli immigrati che si sentono italiani>>. Per alcuni sono troppo nera per parlare egregiamente l’italiano, per altri sono troppo nera per essere istruita. Ciononostante partecipo alla vita politica e sociale di questo Paese. Un luogo, l’Italia, in cui il corpo nero è senza anima, un oggetto da non valorizzare o una pratica dimenticata tra gli scaffali della prefettura. Tra questi corpi sospesi vi sono bambini, ragazzi ormai divenuti adulti, scrittori, atleti e intellettuali, tutte e tutti parte del cambiamento per un futuro migliore. Sono anche loro figli dell’Italia che mira al successo e al progresso.“
Anna Maria Gehnyei, nota con il nome di Karima 2g, è cantante, danzatrice, e producer italiana di origine liberiana. La sua carriera artistica inizia come danzatrice ma presto diventa vocalist professionista dalle consolle delle maggiori discoteche italiane. Nel 2014 esordisce come solista e i video dei primi due singoli, Orangutan e Bunga Bunga, provocano reazioni in pubblico e critica dalle riviste musicali passando per il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Vogue. Grazie al suo percorso artistico, la John Cabot University le riconosce una borsa di studio internazionale, e nel 2020 si plurilaurea in Communications e Political Science. Nel 2022 debutta con il suo primo spettacolo teatrale If There Is No Sun, di cui è anche autrice. Il corpo nero è il suo primo romanzo.
Uno dei primi articoli che ho scritto dopo il mio arrivo in Belgio, nel
2009, nasceva dall’incontro con una donna eccezionale quanto il suo nome:
Olinda Slongo. Prima di incontrarla avevo scoperto, visitando una mostra
sull’immigrazione, il suo libro di memorieEt elle a voulu sa part, cette
roche obscure (Éditions du Cérisier 1999). Nel 1947, incinta di
otto mesi, Olinda aveva raggiunto in Belgio il marito Eugenio, partito per
lavorare in miniera (un migrante economico, diremmo oggi). Eugenio si era
ammalato poco dopo di tubercolosi e silicosi, e Olinda, con il suo lavoro nella
fabbrica di armi Fn Herstal, era diventata l’unico sostegno della famiglia,
permettendo ai due figli di continuare a studiare.
Quando andavo a trovarla a Herstal, in provincia di Liegi, nella casetta
operaia dove abitava dal 1956, Olinda mi parlava in un italiano d’altri tempi,
inframmezzato di parole francesi e modulato dalla sua cadenza settentrionale
(lei e il marito erano originari di Anzaven e Montebello, due frazioni di
Cesiomaggiore, nelle Prealpi bellunesi).
Olinda era una donna robusta e sorridente. Aveva una voce roca e pacata, il
gusto del racconto e della compagnia, e una forza di volontà granitica che
traspariva ancora, nonostante gli anni. Aveva deciso di scrivere le sue memorie
in francese per i tre nipoti, che erano belgi e non parlavano italiano. È morta
nel 2013, e uno dei miei grandi rimpianti è aver perso, in una di quelle
operazioni informatiche di cui mi sfugge il pieno controllo, le registrazioni
delle nostre lunghe chiacchierate.
Cittadini di seconda categoria
Olinda mi è tornata in mente ora che in Italia si ricomincia a discutere
di riforma della cittadinanza. Ogni volta che se ne parla (ovvero,
secondo Lucia Ghebreghiorges, ogni volta che a un politico fa comodo
tirare fuori “una carta d’identità in cui c’è scritto progressisti”), penso a
quanto in Belgio la storia della riforma della cittadinanza sia indissociabile
da quella dell’immigrazione italiana, indissociabile dalla vita di Olinda,
della sua famiglia e di innumerevoli famiglie coma la sua. Qui, fino a pochi
decenni fa, gli italiani erano considerati cittadini di seconda categoria, ed è
proprio per aprirsi a quei giovani figli e nipoti di immigrati (definiti in
un servizio televisivo del 1985 dei “mutanti” – non più italiani,
non ancora belgi) che negli anni ottanta si decise di semplificare le procedure
per l’acquisizione della cittadinanza.
Un primo esperimento il Belgio lo aveva fatto già all’inizio del novecento,
inserendo nel suo ordinamento giuridico lo ius soli temperato
accanto allo ius sanguinis. La legge, approvata
nel 1909, concedeva automaticamente la nazionalità belga, al compimento dei
ventidue anni, alle persone nate in Belgio da almeno un genitore nato a sua
volta in Belgio o residente nel paese da almeno dieci anni. La riforma non sopravvisse
alla prima guerra mondiale e al suo strascico di xenofobia e nazionalismo. Nel
1922 il parlamento mise fine a un sistema giudicato troppo liberale, ribadì la
centralità dello ius sanguinis e introdusse il
concetto di “idoneità” come condizione necessaria per ottenere la cittadinanza:
“Affinché lo straniero diventi belga, deve aver dato prova di assimilazione
alla nostra vita nazionale, di attaccamento al Belgio, ai suoi costumi e alle
sue istituzioni” (concetto tornato alla moda in tempi più recenti, e non solo
in Belgio).
L’emigrazione verso il Belgio degli italiani in cerca di lavoro cominciò
alla fine all’ottocento, aumentò tra le due guerre mondiali ed esplose nel
secondo dopoguerra, continuando anche dopo la catastrofe del 1956 nella miniera
di Marcinelle, in cui persero la vita 136 minatori italiani. Poi, negli anni
settanta, ci si rese conto di due cose. “Innanzitutto”, spiega Andrea Rea,
docente di sociologia all’Université libre de Bruxelles, “che gli immigrati non
sarebbero tornati nei loro paesi di origine ma sarebbero rimasti in Belgio con
le loro famiglie. E in secondo luogo che c’era un problema di integrazione”.
Una prima proposta di riforma della legge sulla cittadinanza fu presentata
nel 1971, ma ci vollero tredici anni prima che il nuovo Codice della
nazionalità venisse approvato, portando due grandi novità. La prima riguardava
lo ius sanguinis, che fino ad allora si applicava solo ai
figli di padri belgi (retaggio patriarcale che ancora resiste in venticinque stati del mondo). Con la riforma del 1984,
in Belgio anche le madri poterono trasmettere la cittadinanza attraverso
lo ius sanguinis. Fu poi adottato il cosiddetto
doppio ius soli: diventavano belgi i figli di genitori
stranieri se almeno uno dei due genitori era nato in Belgio e se i genitori
presentavano una dichiarazione. Grazie a queste due novità, nella notte tra il
31 dicembre 1984 e il 1 gennaio 1985 circa 75mila persone diventarono belghe
(il 10 per cento della popolazione straniera dell’epoca). Molte di loro erano
giovani figli o nipoti di immigrati italiani.
Frenare e promuovere
“Il Codice della nazionalità era il versante positivo di un pacchetto di
riforme sull’immigrazione promosso da un governo formato da liberali e
socialdemocratici”, spiega Rea. “L’idea era: freniamo la nuova immigrazione ma
promuoviamo l’integrazione degli immigrati ormai stabiliti in Belgio. La
riforma passò senza troppe resistenze perché fu accompagnata da altre due
novità che invece limitavano i flussi migratori. La prima fu l’avvio di una
politica di rimpatri per incoraggiare le persone a tornare nei loro paesi di
origine. Non fu molto efficace, dato che solo 250 persone accettarono di partire.
La seconda misura era che in alcune circoscrizioni con una forte presenza di
immigrati diventò possibile rifiutare l’iscrizione di un cittadino straniero”.
Il Codice della nazionalità, inoltre, non prevedeva nessuna apertura verso le
cosiddette seconde generazioni. Il Belgio aveva fatto dei passi avanti, ma non
erano sufficienti.
Nel maggio del 1991 scoppiarono “les émeutes de Forest”: i giovani di questo
quartiere popolare di Bruxelles si rivoltarono dopo un ennesimo controllo di
polizia finito male. “Erano stufi del razzismo, delle discriminazioni e dei
discorsi vuoti sull’integrazione”, afferma Rea, “anche perché i giovani di
origine marocchina e turca, figli di un’immigrazione più recente, non avevano
beneficiato della riforma del 1984”. Nel 1991 venne quindi approvata una nuova
legge, che oltre a rendere automatico il doppio ius soli (non
serviva più una dichiarazione dei genitori, la nazionalità era acquisita alla
nascita), introduceva lo ius soli temperato
anche per le seconde generazioni. “La riforma del 1991 cambiò profondamente le
circoscrizioni con una grande popolazione di origine straniera, che in alcuni
casi passò dal 57 per cento al 34 per cento”, osserva Rea.
Il Belgio ha portato avanti questo approccio inclusivo alla cittadinanza
approvando una legge, nel 2000, che semplificava le procedure per la
naturalizzazione. Da una decina d’anni, con l’affermarsi dei partiti
nazionalisti nelle Fiandre e della lotta al terrorismo, il vento è cambiato.
Oggi è più difficile accedere alla naturalizzazione e più facile essere privati
della cittadinanza belga se si infrange la legge. C’è anche qualche nostalgico
che sogna un ritorno allo ius sanguinis esclusivo.
Riguardo allo ius soli, come sottolinea Rea “è
una condizione necessaria ma non sufficiente per l’integrazione”. Anche se in
Belgio i giovani con una storia familiare di immigrazione non devono più
lottare per una riforma della cittadinanza, continuano a battersi contro
le discriminazioni e il razzismo strutturali, contro i controlli violenti da parte della polizia, contro
un sistema scolastico che produce disuguaglianza più che in molti
altri paesi europei.
L’Italia di oggi ricorda il Belgio di cinquant’anni fa. È un paese dove i
figli di immigrati ormai hanno figli, e le vite di entrambe le categorie, come
ha scritto il movimento Italiani senza cittadinanza nel suo appello al governo Draghi, “restano impantanate per legge”. E la legge,
impantanata nel passato, deve cambiare.
Suarez e il linguaggio dei professori di Perugia - Romano Luperini
I fatti sono
noti, una inchiesta è aperta, TV e giornali ne parlano. L’università per
stranieri di Perugia, d’accordo col Rettore della Università statale della
stessa città, ha fatto un esame-farsa al giocatore Suarez per farlo diventare
in pochi minuti cittadino italiano e permettere il suo acquisto da parte della
Juventus. Pare che il giocatore fosse stato preavvisato delle domande e
informato sulle risposte che doveva dare. E infatti il giorno stesso dell’esame
(durato esattamente dodici minuti) Suarez ha ricevuto una certificazione per la
quale solitamente occorrono 45 giorni.
Attraverso
le registrazioni sono documentati gli interventi telefonici del Rettore della
università statale, della Rettrice dell’Università per gli stranieri, degli
avvocati della Juventus e del direttore della area tecnica Paratici, di un
addetto al “Centro per la valutazione e la certificazione linguistica”
dell’Università, e dei professori incaricati di far sostenere l’esame al
giocatore. Non entro nel merito di quanto è accaduto e della sua rilevanza
penale. Mi interessa un altro aspetto: il linguaggio. I dirigenti e gli
avvocati della Juventus, i rettori delle due università, il direttore generale
della Università degli stranieri (un grande burocrate, insomma), i professori
incaricati dell’esame, parlano lo stesso linguaggio e hanno la stessa cultura e
lo stesso sistema di valori. Per loro il suddetto Paratici «è più importante di
Mattarella», è inconcepibile che un giocatore «che guadagna 10 milioni di euro
a stagione» debba sottostare a un esame normale (quello che ogni anno
affrontano altri stranieri, etiopi, cinesi, coreani, nigeriani…), essere
invitati in tribuna vip allo stadio della Juventus è un privilegio per cui
sarebbe impensabile non chiudere occhi e orecchie (per non sentire
che il giocatore sa coniugare i verbi italiani solo all’infinito, come ammette
un insegnante), aiutare un centravanti che «ci fa vincere la Champions» è cosa
assolutamente fuori discussione. L’unica differenza linguistica percepibile è
che i legali e i tecnici juventini non parlano ovviamente il romanesco becero
dei professori perugini, personaggi del tutto degni (non solo per lingua,
ma per cultura e ideologia) dell’immortale tipo d’italiano rappresentato da
Alberto Sordi. Gli investigatori cercano la prova della corruzione: ma i
dirigenti della Juventus non hanno bisogno di corrompere o persuadere i
rappresentanti della università perché questi sono già persuasi per proprio
conto.
Due
osservazioni: per allettare i dirigenti della Università per stranieri il
Rettore della statale fa presente che promuovere Suarez «sarebbe stato un modo
per fare pubblicità». Detto fatto: il giorno del cosiddetto esame giornalisti e
telecamere sono convocati e si affollano intorno all’illustre esaminato
(giunto, pare, con aereo personale) che alla fine sventola l’ottenuto
certificato nel tripudio di docenti, discenti, burocrati universitari, tecnici
juventini (che nel frattempo però hanno fiutato lo scandalo e rinunciato a
comprare Suarez, ma ancora nessuno lo sa). A questo è ridotta la Università: a
vendersi l’anima per attirare studenti e investimenti, e insomma per farsi un
po’ di pubblicità.
La seconda
osservazione riguarda gli insegnanti di Perugia, quelli più sbracati nel loro
romanesco, un tempo tipico delle borgate e ora, come sapeva Pasolini, diventato
il linguaggio di una universale piccola borghesia. La loro lingua un tempo era
quella del popolo, del proletariato e del sottoproletariato. Oggi è segno della
proletarizzazione del ceto intellettuale, una massa che talora può anche
rivoltarsi ma che in genere, non avendo una cultura alternativa, finisce senza
neppure accorgersene per essere subalterna ai gruppi dirigenti. L’egemonia
culturale che questi esercitano compatta a suo modo il paese, diventando
egemonia ideologica e politica. Da questo punto di vista lo sport
industrializzato di oggi è un ottimo collante. E infatti questi insegnanti
rivelano qui tutte le loro frustrazioni, ma queste non alimentano una presa di
coscienza, e si traducono invece in sterili sogni di successo (oh, essere invitati
nella tribuna vip!) e in facili miti (il giocatore che ci fa vincere la
Champions e che guadagna 10 milioni all’anno!). Hanno rinunciato ai valori
civili e umanistici che erano (e in parte fortunatamente sono ancora) propri
del loro ceto e parlano ormai la lingua dei loro dominatori.
L’ipocrisia
tutta italiana sul diritto alla cittadinanza - Joshua Evangelista
La Juventus ha
bisogno di un centravanti e lo individua nel bomber del Barcellona Luis
Suarez, in rottura con la società e il nuovo tecnico Koeman. Una notizia di
questo tipo generalmente appassiona i tifosi e i fanatici del calciomercato e
lascia indifferenti il resto dei lettori. E invece, in questo caso, il
possibile approdo dell’uruguaiano Suarez in Serie A (che a oggi appare tuttavia
remoto) diventa un’occasione di riflessione sulla tenuta democratica
dell’Italia.
L’antefatto
è che la Juventus ha terminato i suoi slot disponibili per calciatori
extracomunitari e quindi non può ingaggiare Suarez, che avrebbe potuto
ottenere la cittadinanza spagnola (bastano due anni continuativi di residenza e
lavoro nel paese) ma non l’ha mai richiesta. Quando questa notizia diventa di
interesse generale?
Nel momento
in cui emerge la possibilità, per Suarez, di ottenere il passaporto
italiano attraverso la moglie Sofia Balbi, il cui padre avrebbe
origini friulane. Richiedere la cittadinanza per Suarez è una corsa contro il
tempo: il mercato dei calciatori termina il 5 ottobre e le pratiche devono
essere fatte in tempi record.
Ed è proprio
questa corsa contro il tempo che ha portato amarezza alle tante e ai tanti
nate/i e cresciute/i in Italia per cui la cittadinanza resta un miraggio. Si
tratta di un’amarezza che del resto si è acuita proprio lo scorso weekend,
quando gli italiani sono stati chiamati al voto per il referendum
costituzionale, le suppletive del Senato della Repubblica, le regionali e le
amministrative.
Sarebbe un
errore ingiusto e grossolano prendersela contro chi può ottenere la
cittadinanza attraverso il proprio background o quello dei propri cari; allo
stesso tempo è arrivato il momento che tutte le persone dotate di sensibilità e
senso di giustizia si battano strenuamente affinché la legge sulla cittadinanza
venga riformata il prima possibile. Per farlo, è necessario che questa
battaglia non cada solo sulle spalle delle associazioni delle seconde
generazioni. Che rappresentano una comunità di persone esasperate. Su Domani,
ad esempio, Igiaba Scego ha ricordato la storia
della romana Alessandra Samira Mangoud, madre flilippina e padre
egiziano, morta nel 2009 a 29 anni senza mai aver avuto il passaporto della sua
terra natia, l’Italia.
Ma andiamo
con ordine.
La legge sulla cittadinanza oggi
Ad oggi la
cittadinanza italiana può essere acquisita automaticamente per nascita in caso
di persona straniera nata da almeno un cittadino italiano. Lo ius soli si
applica solo se i genitori sono ignoti o apolidi, se il minore è stato
rinvenuto in stato di abbandono all’interno del territorio italiano o in caso
di adozione da parte di almeno un cittadino italiano.
Poi c’è la
cittadinanza degli italo-discendenti. Italiani che probabilmente non hanno mai
visto l’Italia, un tempo chiamati oriundi. Centinaia di migliaia di richieste
da evadere per chi, magari in difficoltà economica in Uruguay, Brasile o
Argentina e con un avo veneto o siciliano può aspirare a un preziosissimo
passaporto europeo. Quando era viceministro degli Esteri, Mario Giro aveva
affermato che nel mondo c’erano 80 milioni di potenziali aventi diritto alla
cittadinanza, più degli italiani residenti in Italia. Del resto, come
dimenticare il boom di richieste di cittadinanza del 2002, dopo la
crisi dei bond argentini? Si racconta che davanti all’ambasciata italiana a
Buenos Aires si era formata una sorta di tendopoli di richiedenti.
E infine ci
sono i casi più comuni, quelli dei nati e cresciuti in Italia o adulti che
risiedono in Italia da decenni le cui vite sono appese alla burocrazia, alla
mala politica, agli slogan. Ci occuperemo di loro nel prossimo paragrafo.
Per rimanere
in ambito sportivo, da un lato ci sono quelli alla Mauro Germán Camoranesi,
campione del mondo nel 2006 in Germania con la nazionale di Lippi, nato
nell’estrema periferia di Buenos Aires, il suo bisnonno Luigi era nato a
Potenza Picena nel 1873. Rimproverato perché non cantava l’inno di Mameli prima
delle partite degli Azzurri, rispose in maniera un po’ naif – e per questo
prontamente pizzicato dai giornalisti – che lui non intonava neanche il suo, di
inno (riferendosi a quello argentino).
Dall’altra
parte ci sono quelle e quelli alla Alessandra Ilic, 16enne nata nel vicentino,
campionessa di takaewondo che non può partecipare alle gare internazionali
perché non ha la cittadinanza italiana. A scanso di equivoci vogliamo ribadire
che in questo articolo, pur sostenendo il paradosso italiano del riconoscimento
della cittadinanza, sosteniamo i diritti delle Ilic così come dei Camoranesi,
dal momento che riteniamo la cittadinanza un lasciapassare per il
riconoscimento di tutti i diritti civili e non uno stendardo da sfoggiare,
reminiscenza nemmeno troppo vaga di tempi molto bui del secolo scorso.
Essere cittadini dopo il decreto Sicurezza di Salvini
In un articolo dell’8
luglio 2020, Eleonora Camilli racconta un episodio molto interessante che può
dare un’idea di che inferno sia quello della richiesta della cittadinanza. La
storia in questione è quella della 23enne Erandika Conthrath Arachchige, attivista del
movimento “Italiani senza cittadinanza”. Arrivata in Italia dallo Sri Lanka a
sette mesi e attualmente studentessa a Milano, Erandika ha fatto richiesta a 18
anni; nel 2017 hanno accettato la domanda, la pratica andava avanti (“dalla
fase uno alla fase tre con l’istruttoria completata”) fino a quando, l’iter è
tornato indietro perché “si stavano facendo accertamenti”. Un racconto che
spiega bene il caos post decreto Sicurezza.
La norma che
regolamenta la cittadinanza è la legge numero 91 del 1992. La cittadinanza può
essere richiesta dagli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni e
sono in possesso di determinati requisiti. In particolare il
richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al
sostentamento, di non avere precedenti penali, di non essere in
possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica. Si può diventare
cittadini italiani anche per matrimonio. La ‘cittadinanza per matrimonio’ è
riconosciuta dal prefetto della provincia di residenza del richiedente.
Il decreto
unico “immigrazione e sicurezza” approvato dal governo Conte I, i cui
viceministri erano Mattero Salvini e Luigi Di Maio (due dei tre politici appena
citati sono ancora al governo) e firmato dal presidente Mattarella il 4 ottobre
2018 modificava la legge di cittadinanza italiana in alcuni punti nevralgici:
la cittadinanza per residenza,
così come quella per matrimonio, ha subito un aumento nelle tempistiche
per processare le richieste dai 2 ai 4 anni;
il contributo per la richiesta
è passato da 200 euro a 250;
è stato cancellato il
cosiddetto silenzio-assenso. Se prima, una volta passati i due anni, in
caso di mancata risposta le domande di cittadinanza non potevano essere
abrogate, ora la risposta negativa può arrivare anche dopo i 4 anni
ordinari.
Una
degenerazione della legge 91/92, cosiddetta legge Turco, che di
partenza conservava l’approccio estremamente nazionalista della precedente
legge sulla cittadinanza del 1912, privilegiando il fantomatico diritto di
sangue rispetto a quello del territorio.
Nazzarena
Zorzella dell’ASGI (Associazione per gli studi giuridici
sull’immigrazione) nota altre storture. In primis a proposito dei nuovi requisiti, il test
di lingua (che ha svolto anche Suarez, a Perugia) e la durata del procedimento
“si applichino anche ai procedimenti in corso, dichiarando retroattiva la
legge”. Ci sono storture anche nella comunicazione visto che le/i richiedenti
vengono a conoscenza delle inammissibilità attraverso email che rimandano al
sito del Ministero, “ancora una volta la creazione arbitraria di un diritto
speciale per le persone straniere”. In più dal 2018 le inammissibilità sono
“secche”, mentre prima “l’interessato poteva reagire mandando una memoria per
spiegare il perché non ritiene giusto l’avviso di rigetto”. Come se non
bastasse, le comunicazioni non hanno alcun numero di protocollo, quindi diventa
impossibile rispondere e quindi interloquire con la pubblica amministrazione, “senza
rispettare l’articolo 96 della Costituzione”.
E poi c’è il
paradosso della revoca: il cittadino straniero può subire una revoca della
cittadinanza per reati gravi. Anche su questo punto Zorzella non ha
dubbi: “Si tratta di una condizione sempre sospesa. Vi sono,
quindi, notevoli sospetti di illegittimità costituzionale per contrasto con
l’articolo 22 della Costituzione, che vieta la revoca della cittadinanza per
motivi politici”.
Cosa bolle in pentola oggi
“Credo che
una riforma della legge sulla cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati
e cresciuti in Italia, basata sullo Ius Soli, sia oggi urgente e prioritaria.
Non possiamo lasciare un’intera generazione di figli di questo paese orfani di
una chiara carta d’identità, una generazione di italiani di fatto ma stranieri
per legge”. Lo diceva Pierluigi Bersani, nel 2012. Sono passati otto anni, la
situazione è peggiorata drasticamente. E i diritti di chi vive in Italia da una
vita o quasi sono rimasti totalmente inascoltati, fuori da ogni radar.
Marilena
Fabbri, ex deputata del PD, “madre” e relatrice della legge sullo “Ius soli”,
mai approvata dal Parlamento italiano ha raccontato a Repubblica che se potesse tornare indietro punterebbe sul
concetto di “Ius culturae”. Che per molti è una briciola, un annacquare i
diritti, ma che per altri “avrebbe fatto meno paura, perché affermava in modo
estremamente semplice […] che la cittadinanza sarebbe stata concessa ai bambini
nati in Italia, con almeno 5 anni di scuola primaria e comunque entro il 12°
anno di età”. Un principio che per lo meno tutelerebbe quegli 800 mila bambini
nati in Italia e che hanno compiuto un ciclo scolastico.
Forse
davvero non è un granché, ma è un inizio. Il 3 ottobre a Roma un’ampia parte di
quelle realtà che rappresentano coloro che sciattamente vengono chiamati “nuovi
italiani”, oltre a organizzazioni come quella di Aboubakar Soumaoro, le
Sardine, l’Anpi di Roma e l’Usb, tra gli altri, scenderanno in piazza per
chiedere che la cittadinanza possa tornare a essere un diritto e non una
concessione data in maniera schizofrenica, a partire da quell’articolo 3 della
Costituzione che dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono
eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di
religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
La posta in
gioco è alta, altissima. Del resto le sommosse in atto ovunque, dagli Stati
Uniti alla Gran Bretagna, ci dicono che ci sono in atto domande per diritti,
inclusione e giustizia che vanno ben oltre i confini e le leggi nazionali.
Sommariamente, da queste pagine facciamo il tifo affinché le persone come
Suarez, quelle come Alessandre Ilic così come quelle bloccate alle porte
d’Europa o negli hotspot africani possano essere giudicate in quanto portatrici
di diritti universali non scalfibili da pezzi di carta il cui valore varia in
base ai capricci dei governanti del momento o al sentire di chi li vota.
tanti in Italia si sono impressionati per lo spropositato numero di neri, e non solo, quasi sempre poveri, che perdono la vita troppo presto e con dolore, negli Usa, ma anche in Italia.
pretendiamo che i nostri parlamentari approvino domani, con voto di fiducia, una legge che dia la cittadinanza italiana a tutti i nati in Italia e a chi ha fatto le scuole pubbliche in Italia.
lo diciamo con parole italiane, non sapendo se tutti i parlamentari conoscono il latino.
Punjab-Italia,
senza ritorno - Marco Omizzolo
Nelle
campagne italiane, anche al tempo del Coronavirus e della difficile
regolarizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno, la macchina dello
sfruttamento continua a produrre schiavitù e morte. È accaduto, sabato 6
giugno, ancora una volta a Sabaudia, in pieno Agro Pontino. Nel residence
«Bella Farnia Mare», proprio davanti al luogo in cui la cooperativa In
Migrazione organizzò, nel 2015, il primo centro servizi avanzati a tutela dei
braccianti indiani, ostacolato dalla politica di destra e non adeguatamente
sostenuto da quella di sinistra e in particolare dalla Regione Lazio, Joban
Singh, bracciante indiano di 25 anni impiegato in condizioni di grave
sfruttamento nelle campagne circostanti, ha deciso di togliersi la vita.
ERA GIUNTO
IN ITALIA mediante
un trafficante indiano che era riuscito a vendergli, per circa 8 mila euro, il
biglietto di sola andata per un sogno chiamato benessere. Si ritrovò invece a
lavorare come uno schiavo in alcune aziende agricole pontine, sotto diversi
padroni italiani e caporali indiani, ricevendo in cambio un salario che non
superava i 500 euro mensili. Poi la notizia della regolarizzazione e con essa
la possibilità di liberarsi dalle catene del caporalato. Per questo si reca
ripetutamente, insieme a diversi compagni di lavoro, da vari padroni italiani
per domandare di essere regolarizzato. Tutto inutile. La regolarizzazione non
lo deve riguardare perché i padroni non la ritengono conveniente.
Troppi soldi
e troppa esposizione. E poi perché regolarizzare un bracciante indiano senza
permesso di soggiorno e senza contratto che lavora da anni per circa 500 euro
al mese? Il rifiuto della regolarizzazione si associa, per Joban, alla notizia
della morte del padre. Gli anni di soprusi subiti e di sfruttamento diventano
improvvisamente neri. La speranza di riabbracciare la madre e le sorelle ancora
in India, di prendersi cura di loro, di liberarsi dal giogo criminale dei
padroni, caporali e trafficanti, si infrange definitivamente.
COSÌ, DOPO
ESSERSI SFOGATO con
alcuni amici e capi della comunità indiana, decide di tendere una corda in cima
alle scale interne della sua abitazione e di farla finita. Lì verrà trovato,
ormai senza vita, dai suoi coinquilini.
Come Joban,
altri tredici braccianti indiani nel corso degli ultimi tre anni hanno deciso
di suicidarsi. Alcuni di loro, ridotti in schiavitù ed emarginati, si sono
impiccati dentro le serre del padrone, unica forma possibile di denuncia e
dissenso loro rimasta.
L’ULTIMO
CASO ERA ACCADUTO l’1
dicembre scorso a borgo Hermada, nel Sud Pontino, ed aveva riguardato un
bracciante indiano di appena 38 anni. Una foto scattata da un suo collega di
lavoro mostra Joban durante la pausa pranzo, seduto in terra nella serra, chino
a mangiare pane e ceci tra i filari di ortaggi che raccoglieva tutto il giorno,
domenica compresa. È la fotografia di un sistema agromafioso che sviluppa, ogni
anno, come ricorda l’Eurispes, circa 25 miliardi di euro e che ancora oggi
governa la vita di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne
italiane.
Sono sicuro
di avere incontrato Joban decine di volte. Proprio nel residence «Bella Farnia
Mare» sono iniziati, circa tredici anni fa, le prime assemblee coi braccianti
indiani per discutere della loro condizione lavorativa e di vita.
IN QUEI
MICRO appartamenti
di colore bianco, a richiamare le bianche case di Ibiza, sono stato centinaia
di volte. Ho dormito al loro interno d’estate e d’inverno, aiutato a spegnere
incendi notturni che rischiavano di sterminare famiglie intere, organizzato,
ispirandomi alla pedagogia degli oppressi di Freire, corsi avanzati di
italiano, educazione ambientale, diritto del lavoro, costituzionale e
sindacale.
DURANTE IL
PROGETTO «Bella
Farnia» di In Migrazione, che ha portato ad organizzare, il 18 aprile del 2016,
insieme alla Cgil, il più grande sciopero di braccianti stranieri in Italia, la
porta di accesso al centro è sempre rimasta aperta, anche quando tentarono di
intimidirci facendoci trovare sull’uscio una bombola del gas e un fornelletto.
SE LA
POLITICA, AD OGNI LIVELLO, avesse deciso di far sopravvivere quell’esperienza di ricerca e
impegno, forse Joban oggi sarebbe ancora vivo. Forse, trovando quella porta
ancora aperta, avrebbe ricevuto il conforto, le informazioni e il coraggio
necessario per continuare a vivere e denunciare caporali e padroni. Avrebbe
potuto parlare con un mediatore indiano con esperienza di bracciante anche lui
sfruttato nelle campagne pontine e con un’insegnante di italiano aperta alla
didattica sperimentale. Invece, isolato ed emarginato, Joban ha deciso di
suicidarsi. Sarebbe bastato poco per dargli una possibilità concreta di realizzare
la sua speranza in una vita migliore. Magari il coraggio di investire in
progetti qualificati e professionali «con la porta aperta».
NON CI
RESTA, INVECE, ora,
che spedire la sua salma in Punjab dalla madre e dalla sorella, chiedendo
ancora una volta, dopo l’ennesima tragedia, anche per Joban un po’ di
giustizia.
Caltanissetta,
Adnan ucciso per aver aiutato un anziano vittima dei caporali: "Aveva
fatto i nomi" - Francesco Bunetto
Le
telecamere di Fanpage.it sono andate a Caltanissetta per raccontare la
drammatica vicenda che ha coinvolto la comunità nissena, con l'omicidio di
Adnan Siddique, un uomo pakistano di 32 anni, la notte del 3 giugno.
Incontriamo Alì, amico di Adnan. Ha raccontato a fanpage.it che qualche giorno
prima della morte di Adnan, ha ricevuto un messaggio vocale davvero
misterioso:"Se mi succede qualcosa, loro sono i colpevoli".
Camminiamo
lungo la via San Cataldo -"Era un bravo ragazzo – si sente dal
balcone". Sono i vicini di casa che hanno voluto ricordare il giovane
pakistano, sempre con il sorriso sulla bocca. "Ha fatto una brutta morte –
si sente ancora in quella via assordante – non meritava di morire così, hanno
detto i vicini". La città di Caltanissetta è ancora scossa e
allarmata da un fatto che conferma quanto la violenza sia radicata nel mondo
del lavoro agricolo. Un sistema che sfrutta migliaia di lavoratori, rendendoli
schiavi. Adnan Siddique sarebbe stato al fianco di alcuni suoi
connazionali che lavoravano in campagna, e che sarebbero vittime del
caporalato. Dall'autopsia è emerso che la vittima è stata colpita con
cinque coltellate in diverse parti del corpo: due alle gambe, uno alla
schiena, alla spalla e al costato. Quest'ultimo e' risultato quello fatale. I
carabinieri, poche ore dopo il delitto, hanno trovato anche il coltello, lungo
30 centimetri, utilizzato dai presunti assassini.
Le prime
denunce
Lungo la via
San Cataldo, abbiamo incontrato la famiglia Di Giugno, che gestisce un bar,
dove Adnan si fermava spesso a parlare con loro, fino a creare una splendida
amicizia tanto da chiamare "Mamà" la signora Rita. "Questi
signori hanno portato via un amico per i miei figli – ha detto Rita – e un
figlio per me, ero una madre per lui, non posso dimenticarmi tanti gesti
bellissimi che ha fatto nei confronti della famiglia – continua – e devono
pagare perché hanno perseguitato da almeno un anno questo ragazzo". Aveva
tanti sogni, sposare una donna italiana, trasferirsi per lavoro insieme a mio
figlio – continua Rita – comprarsi una bella macchina, era una persona davvero
buona". Anziani, bambini, animali, lui aiutava chiunque. Conclude –
Attraverso Enti, faremo in modo di avviare una raccolta fondi per il
trasferimento del corpo alla madre in Pakistan".
Già
minacciato e aggredito
Manutentore
di macchine tessili a Caltanissetta, "Aveva già ricevuto in passato
minacce e aggressioni, racconta l'amico fraterno Erik – è capitato che gli
hanno rotto la testa e ha subìto anche un furto, dove gli hanno portato via
tutto e, nonostante questo, il giorno successivo era andato a lavoro in pigiama
perché era fiero di ciò che stava costruendo".Spero che la verità venga a
galla – conclude Erik – e spero che le persone paghino per quello che gli hanno
fatto".
Al momento sono
stati fermati cinque pakistani per l'omicidio del giovane. Si tratta
di Muhammad Shoaib, 27 anni, Alì Shujaat, 32 anni, Muhammed Bilal, 21
anni, e Imrad Muhammad Cheema, 40 anni e il connazionale Muhammad Mehdi, 48
anni, arrestato per favoreggiamento, tutti interrogati ieri dal gip Gigi Omar
Modica. I primi quattro rimangono in carcere mentre il quinto è stato rimesso
in libertà ma con l'obbligo di firma. Un’altra persona è stata fermata
questa mattina, su provvedimento della Procura di Caltanissetta, polizia e
carabinieri hanno fermato un pakistano di 20 anni, Shariel Awan Muhammed con
l’accusa di concorso in omicidio. Indagando su alcuni soggetti della comunità
pakistana che da tempo si sono stabiliti a Caltanissetta e in provincia, la
polizia avrebbe raccolto gravi elementi nei confronti del ventenne; per gli
investigatori il delitto sarebbe stato commesso da un vero e proprio commando.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri Adnan, che per lavoro si occupava di
riparazione e manutenzione di macchine tessili, aveva presentato denuncia per
minaccia nei confronti dei suoi carnefici. Sta prendendo piede anche l'ipotesi
che gli aggressori operassero una mediazione, per procacciare manodopera nel
settore agricolo, tra datori di lavoro e connazionali. In cambio avrebbero
trattenuto una percentuale sulla loro paga.
"Non
meritava di morire così"
Successivamente
al misterioso messaggio vocale di Adnan ai suoi amici connazionali:"Se mi
succede qualcosa, loro sono i colpevoli", chiama i genitori di Adnan e,
attraverso una videochiamata, sentiamo parole spezzate in pakistano, tradotte
da Alì:"Siamo distrutti, non ci sembra ancora vero" – dicono i
genitori di Adnan. La madre piange in continuazione, l'unica cosa che desidera
è riavere il corpo del figlio in Pakistan. "Adnan – racconta Alì – era una
persona gentile, buona e speciale, aiutava tutti, forse questo è stato il suo
ultimo sbaglio. Conclude Alì – Noi non vogliamo che questa gente delinquente
entri a Caltanissetta, perché questo è un Paese civile, che paghino in Pakistan
perché in Italia non gli fanno niente".
Una notizia
e un cartellone: 3 bambini, 22 donne, 9 uomini - Doriana Goracci
L'ho messo
da una parte come altre foto e scritti in sosta che
non faccio scappare: Com'è
che non riesci più a volare, me lo ricorda una canzone.
Stasera si è
incontrato, a notte tarda, il cartellone, con questa notizia, quando mezza
addormentata ho sentito il Tg3: "Sono 34 i cadaveri recuperati dalla
Marina tunisina per naufragio di fronte alle coste tunisine, al largo
della città di Sfax: decine di migranti risultano morti e dispersi,
nell'affondamento di una precaria imbarcazione con cui volevano attraversare il
Mediterraneo e arrivare in Europa. A comunicarlo è il sito informativo Tunisie
Numerique precisando che i corpi rinvenuti appartengono
a 22 donne, 9 uomini, 3 bambini, di vari paesi dell'Africa
sub-sahariana e un tunisino originario di Sfax, che sarebbe stato al timone del
peschereccio affondato. Unità della Marina militare e della Guardia costiera
con l'ausilio dei sommozzatori delle forze armate e della protezione civile
sono attualmente al lavoro nel tratto di mare interessato dal naufragio alla
ricerca di altri dispersi".
Dunque
stanotte una notizia che si ripete da anni,come
tanti tragici naufragi di migranti, si è incontrata
con una foto, non consola nessuno e non aiuta nessuno,
"ciononostante" si esprime come vuole esprimere l'avverbio; le
ho coniugate, con uno sposalizio del mare,notizia e cartellone, ora che è
iniziata la bella stagione che con tanti limiti mettiamo distanza, tra i
corpi e il mare e la paura di dolorose contaminazioni.E mi ritrovo che
"Ho fatto naufragio senza tempesta in un mare nel quale si tocca il
fondo con i piedi...Non so cosa porterà il domani" come scriveva Fernando Pessoa.
Le
riammissioni illegali dei migranti: la rotta al contrario da Trieste alla
Bosnia - Anna Spena
La Rotta
Balcanica è una rotta dimenticata. Convenzionalmente la rotta inizia
in Grecia, fisicamente finisce in Italia, a Trieste. Ma il viaggio di chi fugge
inizia molti chilometri prima per finire poi nel Nord Europa. La maggior parte
dei profughi in Bosnia Erzegovina sono concentrati nel cantone di Una- Sana, al
confine con la Croazia. Ce ne sono circa seimila – i numeri ufficiali non
esistono - e sono concentrati nelle città di Bihač e Velika Kladusa (Ne abbiamo
parlato in questi articoli Rotta Balcanica, attraversare i confini è un game disperato e Rotta Balcanica, migranti trattati come gli animali).
Ma dalla scorsa metà di maggio i profughi che riescono ad arrivare a Trieste
vengono riportati in Slovenia: «Non è legittimo», spiega Gianfranco Schiavone,
vice presidente Asgi, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione,
«eseguire le riammissioni dei migranti in Slovenia senza un previo esame delle
situazioni individuali ed un effettivo coinvolgimento delle persone
interessate». Le riammissioni devono cessare chiede l’Asgi in una lettera aperta indirizzata al
Ministero dell’Interno, alla Questura e Prefettura di Trieste oltre che alla
sede per l’Italia dell’UNHCR.
Cosa sta
succedendo a Trieste?
A metà di maggio 2020 il Ministero dell’interno ha annunciato l’impegno ad
incrementare le riammissioni di migranti in Slovenia e l’invio, a tale scopo,
di 40 agenti al confine orientale dell’Italia. Anche nel 2018 si erano
registrati casi di respingimenti illegittimi ma in numero contenuto. Allora la
risposta fu principalmente quella di negare i fatti. In ogni caso, oggi, il
fenomeno dei respingimenti illegali è aumentato in termini di quantità. Non
abbiamo numeri ufficiali dei profughi che sono stati riportato dall’Italia in
Slovenia, possiamo stimare il dato a circa 200 persone dal 20 maggio ad oggi.
Come vi
siete accorti di quello che stava succedendo?
Per due motivi, a Trieste arrivavano sempre meno ragazzi. Questo ci ha iniziato
ad insospettire. Poi dalla Bosnia hanno lanciato l’allarme. I rifugiati che
dall’Italia venivano portati in Slovenia, e dalla Slovenia alla Croazia e poi
dalla Croazia alla Bosnia hanno denunciato quello che stava succedendo a una
rete di volontari e informatori sul campo. Persone di massima affidabilità, ma
che per adesso preferiamo rimangano anonime.
Rispetto al 2018
possiamo parlare solo di una differenza nel numero dei respingimenti?
No. Direi che la differenza oltre ad essere quantitativa appunto è anche, per
così dire, ideologica.
In che
senso?
Siamo nella più assoluta illegalità ma sembra che il fatto non interessi
nessuno. Sappiamo che la gran parte delle persone che vengono respinte hanno
manifestato la volontà di chiedere asilo. Mentre in passato la giustificazione
poggiava sulla tesi che non si trattasse di richiedenti asilo oggi si tende a
giustificare (pur usando volutamente un linguaggio ambiguo) che si possono
respingere anche i richiedenti perchè la domanda di asilo si può fare in
Slovenia. Si tratta di “ riammissioni effettuate non in ragione del ripristino
dei controlli alle frontiere interne mai formalmente avvenuto ma in
applicazione dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e
il Governo della Repubblica di Slovenia sulla riammissione delle persone alla
frontiera, firmato a Roma il 3 settembre 1996, che contiene previsioni finalizzate
a favorire la riammissione sul territorio dei due Stati sia di cittadini di uno
dei due Stati contraenti sia cittadini di Stati terzi. In primis occorre
rilevare come tale accordo risulti illegittimo per contrarietà al sistema
costituzionale interno italiano e per violazione di normative interne. È
infatti dubbia la legittimità nell’ordinamento italiano dell’Accordo bilaterale
fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di
Slovenia e di ogni altro analogo tipo di accordi intergovernativi per due
ordini di ragioni: nonostante abbiano infatti una chiara natura politica, essi
non sono stati ratificati con legge di autorizzazione alla ratifica ai sensi
dell’art. 80 Cost.;in quanto accordi intergovernativi stipulati in forma semplificata,
in ogni caso essi non possono prevedere modifiche alle leggi vigenti in Italia
(altro caso in cui l’art. 80 Cost. prevede la preventiva legge di
autorizzazione alla ratifica) e dunque essi neppure possono derogare alle norme
di fonte primaria dell’ordinamento giuridico italiano. In ogni caso, anche
volendo prescindere da ogni ulteriore valutazione sui profili di illegittimità
dell’Accordo di riammissione è pacifico che ne è esclusa appunto l’applicazione
ai rifugiati riconosciuti ai sensi della Convenzione di Ginevra (all’epoca la
nozione di protezione sussidiaria ancora non esisteva) come chiaramente
enunciato all’articolo 2 del medesimo Accordo. Del tutto priva di pregio sotto
il profilo dell’analisi giuridica sarebbe l’obiezione in base alla quale
l’accordo fa riferimento ai rifugiati e non ai richiedenti asilo giacché come è
noto, il riconoscimento dello status di rifugiato (e di protezione sussidiaria)
è un procedimento di riconoscimento di un diritto soggettivo perfetto i cui
presupposti che lo straniero chiede appunto di accertare. Non v’è pertanto
alcuna possibilità di distinguere in modo arbitrario ed illegittimo tra
richiedenti protezione e rifugiati riconosciuti dovendosi comunque garantire in
ogni caso l’accesso alla procedura di asilo allo straniero che appunto chiede
il riconoscimento dello status di rifugiato. Inoltre, va evidenziato come
l’espressione, contenuta nell’Accordo in relazione alle riammissioni attuate
“senza formalità” non può certo essere intesa nel senso che la riammissione
possa avvenire senza l’emanazione di un provvedimento amministrativo in quanto
in quanto è indiscutibile che l'azione posta in essere dalla pubblica sicurezza
attraverso l’accompagnamento forzato in Slovenia produce effetti sulla
situazione giuridica dei soggetti interessati. Il provvedimento di riammissione
va motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente va notificato
all'interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile
di fronte all'autorità giudiziaria. A chiudere del tutto l'argomento sotto il
profilo giuridico, è il noto Regolamento Dublino III che prevede che ogni
domanda di asilo sia registrata alla frontiera o all'interno dello Stato nel
quale il migrante si trova. Una successiva complessa procedura stabilita se il
Paese competente ad esaminare la domanda è eventualmente diverso da quello nel
quale il migrante ha chiesto asilo e in ogni caso il Regolamento esclude
tassativamente che si possano effettuare riammissioni o respingimenti di alcun
genere nel paese UE confinante solo perchè il richiedente proviene da lì. Anzi,
il Regolamento è nato in primo luogo per evitare rimpalli di frontiera tra uno
stato e l'altro. Violare, come sta avvenendo, questa fondamentale procedura,
significa scardinare il Regolamento e in ultima analisi, il sistema europeo di
asilo. E' come se fossimo tornati indietro di trent'anni, a prima del 1990.
Dalle vostre
testimonianze risulta che anche la polizia italiana, al pari di quella croata,
ha esercitato violenza sui migranti?
No questo no. Sono stati riportati atti di scherno, ma non di violenza.
Come avviene
concretamente la riammissione illegale?
I migranti vengono rintracciati nell'area di confine; passano diverse ore in
Italia in stazioni di polizia e in tendoni allestiti allo scopo dove non
possono accedere le organizzazioni umanitarie che si occupano della tutela
legale dei rifugiati anche se le normative europee prevedono che deve essere
consentito l'accesso a tali organizzazioni. A Trieste gli enti non mancano, ed
anzi hanno una lunga ed autorevole storia, ma credo proprio per queste ragioni
vengono tenute lontane. Nonostante l'importanza della rotta balcanica (più di
10mila ingressi nel 2019) l'UNHCR non mai ritenuto di inviare almeno un
funzionario che stia in pianta stabile a Trieste effetuando un monitoraggio
costante e diretto. Spero che, di fronte alla gravità della situazione attuale,
UNHCR acquisisca la consapevolezza che è necessario monitorare da vicino la
situazione. Nei luoghi di polizia i migranti che si decide di riammettere
vengono identificati con rilascio delle impronte digitali e subito dopo vengono
caricati su mezzi in dotazione alla polizia e consegnati (tutto si svolge il
più rapidamente possibile) alla polizia slovena che a sua volta li ricarica su
altri mezzi e li porta al confine con la Croazia. Come in una catena di
montaggio, dopo avere attraversato il Paese con uso di furgoni chiusi,la
polizia croata lascia i migranti al confine con la Bosnia-Erzegovina dove si
verifica la parte più cruenta di questa catena dell’illegalità. Ci troviamo al
confine esterno all'Unione Europea e per procedere con il respingimento fuori
dell'Unione sarebbe necessario applicare precise procedure previste dal Codice
frontiere Schengen con consegna alla polizia bosniaca. Poichè ciò non è
possibile perchè il provvedimento svelerebbe la catena ovvero che si tratta di
persone consegnate di mano in mano tra diversi stati, le stesse vengono
lasciate in mezzo ai boschi, ma prima vengono denudate, picchiate e private
delle poche cose che hanno. La Bosnia, che è uno Stato frammentato e debole
riprende i rifugiati per molte ragioni legate a pressioni internazionali e a
meccanismi economici (la gestione dei campi profughi muove molti interessi) e
non ultimo perchè sa che sono persone che non rimarranno ma tenteranno di nuovo
il "game".
Persone come
fantasmi…
È inconcepibile che attraversino tre Paesi e che non ci sia la minima traccia
di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone
riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono
ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, ed infine in Serbia o in
Bosnia sebbene le stesse fossero intenzionate a domandare protezione
internazionale all’Italia. Come detto il provvedimento di riammissione va
motivato in fatto e in diritto, seppure succintamente, e va notificato
all’interessato e, anche se immediatamente esecutivo, deve essere impugnabile
di fronte all’autorità giudiziaria. A questi migranti non è mai stato
rilasciato nessun tipo di documentazione sul loro respingimento.
L'allarme
dei medici: morti in sei anni 1500 migranti sfruttati come braccianti
In un
articolo pubblicato sul British Medical Journal i medici denunciano la
situazione critica dei migranti che vivono nelle baraccopoli. In sei anni si
sono verificate ben 1500 morti di braccianti sfruttati e tenuti in condizioni
disumane in baraccopoli.
Fermare
lo sfruttamento dei migranti che lavorano nell'agricoltura in
Italia e che vengono pagati solo 12 euro per 8 ore di lavoro, schiavi dei campi
che consentono di portare pomodori italiani a basso prezzo sulle tavole di
tutto il mondo tutto l'anno.
È l'appello lanciato da un gruppo di medici italiani sul British Medical
Journal. E sono oltre 1.500, denunciano, i braccianti agricoli morti negli
ultimi 6 anni in Italia a causa del loro lavoro.
A questi morti, affermano i medici su Bmj, "si aggiungono altre vittime,
quelle uccise dal Caporalato".
Queste persone, denunciano, "vivono in baraccopoli senza acqua, senza
servizi igienici senza accesso ai servizi sanitari di base", spiegano
Claudia Marotta e colleghi della Ong Medici con l'Africa Cuamm.
Dal 2015 l'organizzazione, in partnership con istituzioni locali, fornisce
servizi sanitari di base a questo popolo di migranti sparsi per tutta Italia,
che affollano in circa 100 mila 50-70 baraccopoli e che nonostante la legge
'sull'Agromafia', sono completamente privi di protezione.
"Salute, migrazione, economia, sviluppo sostenibile e giustizia sono tutti
aspetti del nostro mondo tra loro interconnessi - scrivono gli autori
dell'articolo - ed è un dovere per la comunità scientifica e clinica prendersi
cura e dare voce a queste persone 'mute'".
"Tutti dobbiamo batterci contro lo sfruttamento, la discriminazione, il
razzismo e l'egoismo, in qualsiasi forma si presenti", concludono.
Strage di
Kerkennah, sale a 53 il numero dei migranti morti nel naufragio. Intanto, a
Borgo Mezzanone va a fuoco all'alba un'altra baracca: un uomo muore
carbonizzato
Una persona
è morta nell'incendio divampato all'alba di oggi all'interno di una baracca che
si trova nel ghetto di Borgo Mezzanone, l'insediamento abusivo sorto nel
Foggiano. La vittima non è stata ancora identificata. Le fiamme hanno avvolto
un'abitazione di fortuna che si trova in una zona piuttosto isolata della
"ex pista", dove risiederebbero numerosi cittadini di origini
senegalesi. In un anno e mezzo è la quarta vittima registrata nel ghetto a seguito
di incendi divampati nella baraccopoli.
Intanto, è salito a 53 il numero dei cadaveri recuperati dalla Marina
tunisina nell'area del mare situata tra El Louza (Jebeniana) e Kraten al largo
delle isole Kerkennah, teatro del naufragio di un barcone carico di migranti in
maggioranza subsahariani, partito da Sfax nella notte tra il 4 ed il 5 giugno e
diretto verso le coste italiane.
Il conteggio arriva dal direttore della protezione civile di Sfax che lo ha
riferito all'agenzia tunisina Tap. Secondo il direttore regionale della Sanità
di Sfax, Aly Ayadi, tra i corpi rinvenuti ci sarebbero quelli di almeno 24
donne di cui una incinta, una decina di uomini e tre bambini, tutti provenienti
da vari Paesi dell'Africa sub-sahariana e un tunisino 48enne di Sfax, che
sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Dopo essere sottoposti ad
un prelievo del Dna per tentarne l'identificazione, i corpi saranno inumati nel
cimitero di El Saltnya, alla periferia di Sfax.
Black Lives Matter ma non in Italia. Il ritardo dell’arte e della cultura
nel paese - Johanne Affricot
The
Revolution will not be televised, cantava Gill Scott Heron nel 1971.
Sono trascorsi quasi 50 anni, e le parole del poeta, musicista a attivista di
Chicago risuonano come una profetica utopia di un nuovo capitolo della stessa
rivoluzione, iniziata più di 400 anni fa. Una rivoluzione che negli anni si è
alimentata di un’irosa sopportazione dell’oppressione e della discriminazione
razziale, fino a esplodere nelle ennesime proteste, innescate dall’ennesimo
martire involontario, derubato della sua biografia, ad eccezione di un’unica e
familiarissima istantanea: la razza e la morte violenta. E la rivoluzione è
davanti agli occhi di tutto il mondo.
“NO JUSTICE
NO PEACE” LA REAZIONE DEL MONDO DELL’ARTE E DELLA CULTURA
L’8 giugno
si sono tenuti i funerali di George Floyd, afroamericano ucciso
dall’ex poliziotto Derek Chauvin, che per 8 minuti e 46 secondi fatali ha
premuto il ginocchio sul collo dell’uomo. A tredici giorni dalla morte di
Floyd, gli Stati Uniti sono tutt’ora attraversati da un’enorme ondata di
proteste che ha assunto una portata globale, e che vede anche nell’abbattimento
di statue simbolo di schiavitù e di regimi coloniali (anche qui in Europa e in
Italia), violenza e oppressione, una necessità di fare i conti con un passato
presente e pesante. Ma se la questione razziale e la violenza della polizia
contro i neri sono il fattore che salta subito all’occhio, la pandemia
Covid-19, che ha falciato soprattutto la comunità afroamericana in
termini di contagi e decessi, ha portato ancora di più in luce il
razzismo sistemico e istituzionale nel paese dell’American Dream. La
sperequazione nella distribuzione della ricchezza ha effetti devastanti sulla
vita quotidiana delle classi sociali più marginalizzate–dall’accesso alle cure
sanitarie alle abitazioni dignitose; dall’accesso a un’istruzione di qualità
all’alto tasso di disoccupazione; dall’approvvigionamento di generi alimentari
salutari all’incarcerazione di massa. Va da sé che la lettura delle
proteste dovrebbe quindi liberarsi di vizi spannometrici e includere
più livelli nell’osservazione generale del quadro.
Eppure le reazioni del mondo dell’arte statunitense sono state un po’incerte e
zoppicanti, alcune tardive, altre non pervenute, soprattutto alla luce del
fatto che Floyd è morto il 26 maggio, e, poco prima di lui, altre due morti
violente di cittadini statunitensi neri, disarmati e innocenti (Amhaud
Arbery e Breonna Taylor) avevano scosso gli Stati Uniti e
l’occidente. Il mondo scientifico, per esempio, il 10 giugno ha scioperato
contro il razzismo. Laboratori, università e società scientifiche hanno aderito
alla giornata di sostegno al movimento Black Lives Matter e Nature, la rivista
scientifica per eccellenza, ha espresso un mea culpa che paventa cambiamento: “Nature
è contraria a tutte le forme di razzismo. Ma alle parole vanno seguiti fatti”,si
legge nell’editoriale. La rivista riconosce di essere “una delle istituzioni
‘bianche’ responsabili del pregiudizio nella ricerca e borse di studio, negando
spazio ai ricercatori neri. La scienza è stata, e rimane, complice di questo
razzismo sistemico e deve lottare più duramente per correggere queste
ingiustizie e amplificare le voci marginalizzate,” continua.
GEORGE
FLOYD: I MUSEI AMERICANI
Ma tornando
al mondo dell’arte e della cultura, e prendendo come riferimento tre importanti
istituzioni museali americane presenti su Instagram e altri social network,
notiamo che il New Museum ha postato solo il 2 giugno il
quadrato nero in segno di solidarietà (#BlackOutTuesday), accompagnato da un
laconico post che recita: “Alla luce dei recenti eventi, sospendiamo
temporaneamente la nostra programmazione social. Black Lives Matter”,per poi
elencare una serie di organizzazioni che si occupano di giustizia razziale cui
fare una donazione. Stessa storia per il Guggenheim, in letargo
sociale dal 2 giugno. Condivisione del box nero e una sintetica comunicazione
in cui si legge “Il Guggenheim sta osservando il #BlackOutTuesday, sta
ascoltando e accompagnando il lutto della famiglia di George Floyd e delle
molte altre vite perse di neri. Esprimiamo la nostra solidarietà e siamo a
fianco di coloro che chiedono giustizia e la fine del razzismo.” Il MOCA
di Los Angeles invece non ha lasciato alcuna lettera di addio
(temporaneo), preferendo far perdere le sue tracce dal 31 maggio.
In un momento in cui gli Stati Uniti stanno vivendo una forte turbolenza
interna, che è anche e soprattutto di coscienza (la rivoluzione di Gil Scott di
cui sopra), è impossibile non chiedersi perché il sistema dell’arte appaia
disorientato, quasi spaventato, incapace di rispondere a degli avvenimenti che
stanno producendo cambiamento. Lo stesso giornalista, intellettuale e scrittore
americano Ta-Nehisi Coates (Tra me e il mondo,
2015), in una recente intervista con Ezra Klein evidenzia
due aspetti interessanti: il primo è che in questo scenario di caos, lui vede
speranza e progresso (consiglio di recuperare il suo intervento di giugno 2019
alla Sottocommissione di Giustizia della Camera dei Rappresentati legato alla
richiesta di riparazioni per gli eredi degli afroamericani che furono
schiavizzati); il secondo è legato a suo padre. In uno scambio di pensieri e
comparazioni, il padre racconta al figlio come queste proteste siano più
sofisticate rispetto a quella di Baltimora del 1968 a cui partecipò. “Bianchi
e neri scendono uniti, c’è una ‘solidarietà multi-etnica’ che risuona in tante
città americane.” L’immensa autrice, attivista e femminista Angela
Davis (Donna, Razza e Classe, prima pubblicazione US, 1981;
prima pubblicazione italiana, 2018) preferisce essere più cauta con i paragoni
ma ferma anche lei su alcuni punti chiave, esposti in un’intervista su Channel 4 News: “Questo momento,
questa particolare congiuntura storica ha in sé enormi possibilità che il
nostro paese non ha mai visto. Non so se lo paragonerei alle proteste degli
anni ’60, piuttosto è un continuum storico, e nel 2020 siamo finalmente
testimoni delle conseguenze di decadi, secoli di tentativi di espellere il
razzismo dalla nostra società,” riflette. […] “È un momento emozionante. Non
credo di aver mai vissuto questo tipo di lotta globale al razzismo e alle
conseguenze della schiavitù e del colonialismo” .
GEORGE
FLOYD: LA PROTESTA DOPO LA PANDEMIA
Sarà forse
che il tempo presente, con la pandemia di Coronavirus ancora fresca nelle
nostre vite, stia offuscando la vista e danneggiando l’ascolto? O che i
conseguenti tagli di budget dei musei, che hanno mandato a casa tante persone,
stiano imponendo una ridefinizione delle priorità? Sarebbe interessante capire
anche chi detta la linea di queste istituzioni, la maggior parte delle quali
sono fondazioni private.
Il silenzio del Guggenheim in parte è stato interrotto dallo scontro innescato
da Chaédria LaBouvier, guest curator afroamericana del museo per la
mostra Basquiat’s “Defacement”: The Untold Story(2019). In un
suo tweet del 2 giugno in risposta al museo, LaBouvier ha richiamato
l’istituzione, denunciandola di razzismo istituzionale e ipocrisia, dopo che
questa aveva condiviso il messaggio di solidarietà di cui sopra. “Get the
entire f-ck out of here. I am Chaédria LaBouvier, the first Black curator in
your 80 year history & you refused to acknowledge that while also allowing
Nancy Spector to host a panel about my work w/o inviting me. Erase this shit”.Per
continuare: “This is the same museum that made up an IMAGINARY designation
of ‘first solo Black curator’ b/c they were too afraid to admit that they had
not hired a Black curator to lead a show in 80 years and erased me and history
in the process. They are full of shit”. Il Guggenheim, interpellato da Essence, ha
offerto la sua versione che aggiusta alcune inesattezze di LaBouvier, e allo
stesso tempo ammette i diversi errori fatti da quando è stato fondato,
annunciando il proprio impegno a prendere misure adeguate per migliorare.
La scarsa rappresentazione dei neri americani (così come di donne e altre
minoranze non bianche) nelle collezioni permanenti dei musei statunitensi è
però un problema reale e sentito, e, nonostante gli sforzi più volte annunciati
dal settore di procedere a una maggiore diversità, parità (che, a scanso di
equivoci, si traduce anche in “qualità”) degli artisti, il processo è ancora
lungo. Dai risultati di una ricerca condotta a maggio 2019 condivisa da Hyperallergic, emerge che l’85.4%
delle opere nelle collezioni dei principali musei statunitensi sono di artisti
bianchi, e l’87.4% di artisti uomini. Gli artisti afroamericani detengono
la percentuale più bassa, 1,2% delle opere, mentre gli artisti asiatici sono al
9% e gli ispanici e latini al 2,8%. Secondo i dati della Andrew Mellon Foundation, inoltre, i
curatori neri rappresentano solo il 4% dell’intero staff curatoriale
statunitense.
BLACK LIVES
MATTER E IL SETTORE ARTISTICO E CULTURALE ITALIANO
Da un lato
quindi abbiamo una società civile che in queste proteste appare più eterogenea
e compatta rispetto al passato, che sta mandando un segnale, sia a livello
locale che globale, anche se è ancora presto per delineare un quadro;
dall’altro dei dati che rispondono alle nostre domande e che suggeriscono che
se oggi fai dichiarazioni, quelle sono, e il lungo periodo è la temporalità a cui
si devono legare.
E in
Italia? Il MAXXI il 10 giugno ha lanciato tramite i propri
canali social il progetto #MAXXIforBlackLivesMatter, iniziativa orientata a far
conoscere il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013, attraverso
l’arte. “[…] ci inginocchiamo, per i nostri fratelli e sorelle, per
rialzarci insieme, per sempre.” Leggermente in ritardo, ma meglio tardi che
mai. Un gesto necessario, ma sarebbe altrettanto necessario ideare e portare
avanti un calendario di iniziative permanenti, prendendo spunto dagli
appuntamenti organizzati nel 2018 in occasione della loro mostra African Metropolis. La protesta pacifica che si è svolta a Roma
(e in altre città italiane) lo scorso fine settimana ha direzionato anche
l’attenzione sul razzismo istituzionale e strutturale presente nel nostro
paese. In una piazza del Popolo picchiata dal sole e gremita di corpi,
rigorosamente in mascherina, attivisti e artisti italiani afrodiscendenti hanno
infatti riportato in superficie molti temi a me cari, tra cui la dimenticata
riforma della cittadinanza legata allo Ius Culturae―di cui ha parlato la
professionista in cooperazione internazionale Susanna Owusu―la cui
lotta negli ultimi anni, prima del suo cestinamento, è stata portata avanti dal
movimento Italiani Senza Cittadinanza e altre
organizzazioni. In un appassionato intervento rivolto a migliaia di persone,
l’attore italiano afrodiscendente Haroun Fall ha allacciato la questione
cittadinanza alla scarsa e/o totale assenza di rappresentazione e inclusione di
artisti neri, della classe creativa e culturale afrodiscendente nell’industria
dei media, delle arti, della creatività, della cultura.
Il nostro sistema artistico, creativo e culturale infatti rispetto a queste
questioni, e osservando gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, risulta
completamente e colpevolmente addormentato da sempre, non solo a livello
mainstream, ma anche più underground. Si fa fatica a comprendere come mai
nessuna realtà italiana si sia mai veramente messa in discussione, abbia mai
provato a cambiare lo scenario, a promuovere e favorire una rigenerazione che
includa una pluralità di voci e di pensiero.
Se pensiamo al settore audiovisivo, il premio del MIBAC “MigrArti, la
cultura unisce”, è stato congelato due anni fa e, seppure presentasse dei
limiti almeno esisteva, e in parte contribuiva ad arricchire il panorama, ad
educare. In essere c’è per fortuna il premio Mutti, destinato a registi di origine
straniera, ma le risorse sono poche per essere considerato uno strumento
alternativo per una maggiore emancipazione culturale e artistica del nostro
paese. Oltre a questi, ad oggi non mi risulta esistano altri strumenti od
opportunità culturali di rilievo per italiani con altre origini.
Partire dalle scuole primarie e secondarie è la chiave, la sfida più
importante. Creare e mettere a disposizione degli strumenti che facilitino
l’educazione e il progresso culturale è la base. Daniele Vitrone, in arte Diamante,
rapper-educatore italiano afrodiscendente di origini brasiliane, con i suoi
laboratori di musica nelle scuole di Milano sta già tracciando una linea di
intervento da cui prendere ispirazione. Prima di lui, a Roma, il rapper
italo-egiziano Amir Issa, che oggi troviamo a far lezione nelle università degli States, tra cui
l’Università statale di San Diego, all’interno del Dipartimento di
italianistica, lingua e cultura del nostro paese. Ai docenti interessa far
conoscere ai ragazzi l’Italia di oggi, non più solo un paese di migranti ma una
terra di approdo e di confronto per il multiculturalismo, e a tenere lezione
chiamano un “italiano di seconda generazione”, uno che quei temi li
conosce e che li ha vissuti in prima persona.
SPAZI DI
SPERIMENTAZIONE: I CASI INTERNAZIONALI
Sono solo
alcuni esempi, che si scontrano con l’amara realtà in cui versa il nostro
paese. L’assenza è pesante, palpabile, e in questi ultimi cinque anni, con
tutte le difficoltà immaginabili, abbiamo cercato e stiamo cercando riempire
con GRIOT questo vuoto, nato da un’esigenza personale, dalla volontà e
necessità di creare uno spazio di condivisione artistica e culturale
transdisciplinare in cui potersi riconoscere, che ispiri, attraverso il quale
sperimentare e creare, fare network con le diaspore dell’Europa, delle Americhe,
con l’Africa. Ma non basta. La mancanza di un nostro spazio fisico sul
territorio spezza l’idilliaca sensazione e contentezza di aver fatto dei passi
in avanti, nonostante le numerose attività realizzate con istituzioni o altre
realtà indipendenti, di settore, o meno mainstream. E se la riflessione vuole
essere spostata sull’esistenza, esperienza e qualità artistica di artisti
italiani afrodiscendenti o con altre origini, sarebbe errato non considerare il
ritardo in cui siamo, che di fatto ha rappresentato una barriera, e che l’humus
si genera se c’è scambio fisico, interazione e incontro, condivisione. The
Studio Museum in Harlem(New York) è probabilmente uno dei principali e più
prestigiosi poli per artisti afroamericani e della diaspora africana. Rimanendo
nei confini europei, e ridimensionando le grandezze, in Francia, a Parigi,
abbiamo La Colonie, spazio artistico cross-disciplinare,
anti-accademico e di pensiero critico, co-fondato dall’artista Kader
Attia; nel Regno Unito, a Londra, c’è l’Autograph ABP, una realtà che si
avvicina molto alla nostra idea di luogo di arti e cultura, insieme allo spazio
indipendente Savvy Contemporary di Berlino, fondato dal camerunense Bonaventur
Soh Bejeng Ndikung (curator at large di documenta 14). E in
Italia? Dov’è l’Italia? Perché manca all’appello?
BLACK LIVES
MATTER: L’ESIGENZA DI UNO SPAZIO DI SPERIMENTAZIONE IN ITALIA
Anche se ai
più sembrerà una forma di ghettizzazione chiudersi in uno spazio in cui si
intende dare rilevanza specialmente ad artisti afrodiscendenti e di altre
culture e contaminazioni, vi assicuro che non lo è. È un processo, piuttosto,
per il quale, a mio avviso, è importante passare, e che prima e poi verrà
superato. Si spera prima che poi. Ma i livelli di conoscenza e di pensiero
rispetto a certe tematiche, di storie (individuali e collettive che siano) e
dinamiche, richiamano a questa necessità e responsabilità. Un tentativo che si avvicinava a questa visione
in realtà è stato fatto nel 2018 dal direttore del Museo Egizio di Torino Christian
Greco. Attraverso la campagna trimestrale “Fortunato chi parla arabo” (i
cui risultati del 2016 erano stati ottimi), voleva stimolare la fruizione
dell’offerta culturale della città a un prezzo ridotto per consentire ai
cittadini di lingua araba di essere sempre più parte della comunità con cui
avevano scelto di vivere e condividere il futuro. Scoppiarono le polemiche, la
leader di Fratelli di Italia Giorgia Meloni sostenne che
l’iniziativa era un atto discriminatorio nei confronti delle famiglie italiane.
Consapevoli del diverso contesto culturale in cui ci troviamo e delle lacune
rispetto alle realtà internazionali sopra citate, a GRIOT siamo pronti e
intendiamo battere questa direzione. Il quando per noi è ora già da un po’.
Perché se non ora, quando?
Mentre le
lotte antirazziste oltreoceano rompono finalmente la bolla massmediatica, le
lotte dei braccianti africani nei ghetti e nei distretti agroalimentari
italiani sono sistematicamente isolate, represse e infine oscurate dai media
mainstream.