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martedì 27 settembre 2016

Mia figlia follia - Savina Dolores Massa

Maddalenina è sola, e inutile, abbandonata da tutti.
forse puzza, disturba, dice fesserie, la scema del villaggio, sopportata.
vive nei suoi pensieri, e quello che fa, pensa e immagina è vero, per lei.
una storia tragica, quella di Maddalenina, tutti pensano che sia pazza, Savina Dolores Massa no, non la abbandona e non pensa che sia pazza, solo diversa.
Maddalenina ha vissuto, se prendete il libro e leggete la sua storia la conoscerete.
buona lettura - franz





inizia così:

Ho deciso che le bambole e le persone sono diverse. Le mancavano i capelli da una parte, forse glieli aveva mangiati un cane. Gli occhi sembravano come i miei quando li apro molto molto per farci stare più cose. I suoi occhi erano azzurri. Non credere, figlia mia, che gli occhi azzurri sono più belli di quelli neri. Gli occhi decidono il colore: se si nasce di notte sono neri, se di giorno azzurri. Chi ha gli occhi verdi è perché non voleva nascere né di giorno né di notte, ma è nato per forza e quelli si è trovato.


…L’ho scoperta leggendo “Mia figlia follia”, romanzo in cui i personaggi si muovono annusando e interpretando l’aria come si faceva un tempo da bambini, quando scendevamo giù al fiume a inseguire lucertole e formiche, in pomeriggi estivi di salsedine e sudore, terra arida nuvole e sole. Questa l’atmosfera in cui dispiega le sue ali Maddalenina, una cinquantenne bambina che: “prova ad avere un mondo nel cuore e non riesce a esprimerlo con le parole, (mentre) la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e lo scemo, che passa, e neppure la notte (la) lascia da sola / gli altri sognan se stessi e (lei) sogna di loro”. Così forse l’ avrebbe cantata F. De Andrè. Le fa da specchio Maria Carta, l’aggiusta ossa, una sorta di madre elettiva, che la ascolta divenendo cassa di risonanza dei suoi pensieri. La loro lingua ricama la vita strampalata che si dipana intorno al cortile, e se è amorevolmente strasbagliata, è incredibilmente umana e incisiva: lingua impastata con dosi perfette di italiano e dialetto; capace di dipanarsi secondo il ritmo sincopato di un “susino secco”, che forse non è secco, mentre si sviluppa l’epopea di una piccola città, metafora del mondo intero. "Qualcuno, potrebbe chiedermi: «Ma, tu, non fai altro che parlare del villaggio?». Bene, gli risponderò che Tolstoj, Leone Tolstoj, mi ha detto all’orecchio: «Descrivi il tuo villaggio e diventerai universale; se cerchi di descrivere Parigi, diventerai provinciale». Così Francesco Masala, spiegava la sue scelta di raccontare la vita di Arasolè, in appendice al suo romanzo “Quelli dalle labbra bianche”.
Allo stesso modo non è provinciale l’umanità che si dispiega fra le pagine di “Mia figlia follia”, dove creature ricche di sentimenti, ma anche tignose e fragili, rappresentano uomini e donne che lottano per la sopravvivenza in un arcano mondo che ondeggia fra l’onirico e il concreto, personaggi che si definiscono attraverso pezzi di vite altrui. Briciole di pane che, passando di bocca in bocca, anzichè consumarsi divengono pagnotta grassa e fumante. Così L’amore fatto di illusione e rimpianti si affastella in un particolare universale che, sa di magico Il tanto necessario a far intuire fantasmi di Janas. Tutto questo in un Ballo tondo che chiude il cerchio entro cui si agita la vita.


La storia si svolge in un tempo e in un luogo indefiniti, ma non del tutto, per chi conosce luoghi e personaggi dei luoghi. Il racconto è percorso da un dialogo costante con Maria Carta, un’anziana guaritrice, muta: dunque, non propriamente un dialogo ma l’interlocuzione con un’alterità che potrebbe definirsi memoria comunitaria, che si dipana lentamente compattando una sorta di tessuto connettivo della storia. O meglio, delle storie, robustamente descritte che s’intrecciano esplodendo, da ultimo, come bengala nella nera notte dell’epilogo imprevisto del romanzo, di cui non diremo.
Una storia, come in Undici – precedente romanzo dell’autrice – che non racconta di un’umanità baciata dalla fortuna e del successo, ma di quella ai margini, miserabile, imperfetta e respingente. Deandreianamente, del resto, è “dal letame (che) nascono i fiori”. Eppure proprio quel fondo creaturale che tutti accomuna, negli istinti (“E’ possibile che l’istinto sia l’unico sentimento sincero, fra i tanti esistenti?”) e nei sentimenti, sa renderci partecipi delle vite e dei destini dei protagonisti, della loro sofferenza e disillusione, dell’immancabile declino della parabola esistenziale.
La scrittura è uno dei punti di forza di questo romanzo, con la sua affabulazione giocosa e godibile, la fluidità del dettato, l’originalità e forza descrittiva; ne avvertiamo la distanza da certo immaginario scontato e prevedibile, dalla povertà sintattica che contraddistingue molta narrativa seriale. Uno stile maturo e sicuro, insomma, anche nell’azzardo inventivo.



In un’ora qualunque del principio dell’anno che scorre, ricevetti una telefonata. Signora Massa?, Sì, risposi, un po’ stranita e preoccupata. Mi chiamano tutti Savina quelli che mi telefonano. La voce d’uomo proseguì, Sarebbe disposta a partecipare ad una Rassegna Letteraria che sto organizzando nella provincia di Olbia?, Volentieri, fu la mia risposta, Bene, le comunicherò più avanti i dettagli.
Questo avvenne.
L’anno continuò a scorrere tra laboratori, presentazioni dei miei romanzi, spettacoli teatrali, preparazione di copioni, desideri di ricci, baci appassionati al mio cane Gnu, caminetto spento per assenza di legna da ardere, letture di libri, telefonate con chi mi chiama Savina, insomma, tutte quelle cose che fanno le persone. Comprese, quando è possibile, le pennichelle del pomeriggio. Da una di queste ultime fui risvegliata malamente dallo squillo del telefono, a marzo. Signora Massa? Sì, risposi, un po’ stranita, attaccata all’ultimo malosogno e preoccupata: mi chiamano tutti Savina quelli che mi telefonano. Sono Massimetti. Dunque dunque, era il mio pensiero agitato, Chi sarà mai questo signor Massimetti. Dormivo ancora, la voce impastata simile a quella della mia tartaruga d’acquaquando si risveglia dal letargo e chiede, Gamberi. Ma si ricorda di me?, dice il signor Massimetti, Le chiesi di fare una presentazione del suo romanzo nella provincia di Olbia. Mentre cerco di risvegliare la memoria, immagino la faccia di Massimetti stizzita perché evidentemente non lo ricordo e prima di rispondere un cortese bugiardo, Sì, ho il tempo di associarla, la sua faccia, a quella della mia tartaruga d’acqua quando si risveglia dal letargo e chiede, Gamberi, e io le rispondo, Non ce n’é. Provo con astuzia a condurre il signor Massimetti verso la concretezza della questione, così che io possa concedergli risposte assennate. Ricorda?, mi dice ancora. Sì sì, rispondo e intanto provo a farmi una sigaretta necessaria ogni qual volta mi telefona un estraneo. Che non mi chiama Savina e quindi mi mette in allarme. Lui prosegue, La Rassegna prevede una serie di incontri con gli autori nelle scuole superiori della provincia di Olbia. La sua presenza con il romanzo Mia figlia follia è prevista per il 14 aprile in un Liceo di Arzachena. Con il cordless tenuto tra orecchio e clavicola, con cartina filtro e tabacco in una mano, la testa del mio cane che non mi abbandona mai nell’altra, io mi sposto verso il calendario per verificare se il giorno 14 di aprile io non possa essere in qualche altro angolino e, Va bene, sono libera. Ormai sono sveglia e lucida quanto basta per fissare un impegno. È possibile che lui, all’altro capo del telefono, abbia udito suoni di antri pitici e guaiti di cane e urla di tartaruga che in quei giorni ancora dormiva ma che, seppure in sogno, chiedeva distintamente, Gamberi! Insomma, per non farla lunga, visto che lunga la farò più avanti, il signor Massimetti direttore artistico della Rassegna Letteraria “Sfogliare con classe” mi domanda l’indirizzo e-mail perché tutto sia chiaro per iscritto, perché probabilmente ha creduto che una che intitola un romanzo Mia figlia follia, qualche rotella l’ha perduta di sicuro. Conclude la telefonata dicendomi, Signora Massa, guardi che la nostra è una Rassegna seria, se conferma la sua presenza non può mancare. Signor Massimetti caro signor Massimetti, io sono una persona seria, ecco che cosa dissi nel salutarlo. Pensai anche di chiedergli se gli piacevano i gamberi, ma non lo feci.
Nei giorni successivi io e il signor Massimetti ci scambiammo le promesse di fedeltà tramite posta elettronica. A onor del vero devo anche confessare che chiesi al Direttore Artistico un rimborso benzina, non lo faccio mai, ma Arzachena dista dalla mia città ben 197 Km, e non è questo periodo di vacche grasse. Mi rispose, Certamente, avrà un rimborso di 30 euro. Accettai abbastanza umiliata. Forse con 30 euro di benzina sarei riuscita a raggiungere Arzachena, e dico forse. Certamente non sarei potuta tornare, ma è possibile che questo ai direttori artistici e a chi promuove Rassegne non importi. Né importerà di sicuro che la mia tartaruga d’acqua potrebbe essere più felice, potesse mangiare gamberi di tanto in tanto.
Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché amo narrare storie, io. E non ho il dono della sintesi. La sorte mi ha donato molte parole in testa, e ringrazio. La sorte mi ha donato anche la lingua, e fino a quando ci sarà libertà d’espressione in questo nostro Paese in disuso, la userò. In data 6 aprile il signor Massimetti mi telefona “mortificato” (lo riconosco subito), e mi dice, L’Assessore alla Cultura della Provincia di Olbia, Giovanni Pileri, che avrebbe dovuto presentarla con il sottoscritto, ha chiesto la sua esclusione dalla Rassegna in quanto reputa “osceno e pericoloso per le menti dei ragazzi della scuola” il suo romanzo Mia figlia follia. Alla mia domanda, Quali sarebbero le parti pericolose?, il signor Massimetti “afflitto” risponde, La scena di un incontro carnale omosessuale.
Bene, il mio carattere mi ha spinta inizialmente ad un fragoroso scoppio di risa. Poi. Poi ho sentito qualcosa mordicchiarmi il fegato. Sembravano dentini di topo. Poi ho annusato nell’aria un, e questo davvero osceno, tanfo di censura, di offesa, di focherello su un romanzo e di intervento improprio su una scelta letteraria compiuta da altri (il signor Massimetti – direttore artistico).  Con denaro pubblico. 
Come verrà giustificata la mia assenza pubblicizzata in locandina? La signora Massa è stata colpita dalla lebbra? È improvvisamente deceduta mentre faceva orripilanti giochi erotici con un Cero? Incornata da un toro? Divorata da locuste affamate? Affogata da una torta ai pinoli? 
O scomparirò come una brutta malattia dalla locandina?
Il mio romanzo può piacere o meno: su questo nulla da dire. Ma nel momento in cui la mia scrittura è stata scelta, ritengo indecente un intervento “dall’alto” per farmi tacere. Per far tacere qualunque espressione letteraria, anche quando è piccola come la mia. Tutto qui. Sono arrabbiata? Molto. E non per la mia persona che, fortunatamente, ha ancora cento spazi per esprimersi, ma per il gesto poco nobile verso la libertà del linguaggio nella letteratura e non solo. Sono arrabbiata quando penso “alle menti dei giovani” deliberatamente tenute distanti dalle verità della vita. Deliberatamente fatte immergere in ben altri “osceni” contesti di finzioni. 
Per chi non ha voluto comprenderlo, aggiungo che il sincero significato del mio romanzo è la denuncia verso qualunque forma discriminatoria, assieme alla protezione delle differenze. Ciò che ha vissuto Mia figlia follia è un piccolo esempio di quanto ancora ci sia da parlare. Se, si potrà parlare. 
Questo mio intervento lo dovevo a Maddalenina, protagonista del romanzo, donna scacciata da una parola di moda in questi tempi, Vattene.


lunedì 14 marzo 2016

La sirenetta e Moby Dick - Savina Dolores Massa

La Sirenetta e Moby Dick il mare lo conoscono da decenni. Si incontrano spesso in acque prive di muri o fili spinati. Si trovano e parlano ma non della fama che ha reso loro immortali, no.
No, anche se in troppe giornate nelle quali provano a portare a riva i disperati in fuga dalle guerre, dalle carestie, o per il semplice diritto a calpestare ogni angolo di terra sopra questa sfera rotante, si dicono – occhi amari contro occhi amari – “siamo nati invano”.
È inutile piangere dentro il mare: nessuno saprebbe distinguere una lacrima sottomarina da un vento d’acqua provocato dal nervosismo di un corallo. Non è corallo.
È una mano lavata dalle correnti.
Scarnificata, baciata, nel saluto ultimo: ora è innocenza sporcata quanto il fondale che le è tomba.
Piangono, la sirena al profumo di scorie e la balena mai più bianca nel corpo, lo zampillo in petrolio.
Una volta era urlo di libertà nel salto. Una festa.
Infettata nel respiro è la balena più grande del mondo.
Piangono le stelle marine desiderandosi farfalle se mai più potranno danzare tanghi su una rena mortificata da cento lame rotanti.
Chiasso, in fondo al mare, paura per la manta che chiama a raccolta ogni conchiglia e anemone e pesce.
Meduse meduse meduse. Ectoplasmi neri.
… Una volta
vissero Andersen e Melville…
Accorrono e parlano, tutti assieme gli abitanti del mare.
Dalle loro memorie, in voci diverse, emergono mormorii. Una voce di delfino soffia “vi racconto la fiaba di Noé”.
Silenzio.
Ha bisogno di silenzio la culla più bella mai vista, e di rispetto obbligato. Ogni onda.
Ogni onda capace di regalarci il sogno non merita stupro. Saprebbe adirarsi, ma è stanca
ferita
ammalata per ogni forma di insulto.
Ogni onda ogni
è sgomenta di fronte all’ingordigia umana. Ogni è dire tutto.
Parlò per ultima la Balena Bianca, “sarò per voi come Noè”.
Fu lei a decidere, “andremo via, sconfitti, liberando il mare. Ci sia concesso almeno il libero arbitrio su come morire. Nel vuoto più scuro e profondo potranno trivellare ogni, ogni granello di sabbia. Stanno rubando l’onore del mare, la vita stessa del creato, compresa la propria.
Andremo
via,
e quando poi
su una sponda qualsiasi
si troveranno a passeggiare, si cerchino il cuore,
osservando un mare assassinato. E fu per denaro”.
La Sirenetta aggiunse
affogando affogando volando nell’aria “che nessuno osi più cantare una storia
nominando il mare”.

Referendum 17 aprile 2016, dire Sì contro “Ogni”.
(*) «Vi ricordate quel 18 aprile?» era una vecchia (del 1948, altri tempi) canzone popolare. In questo 2016… ci ricordiamo del 17 aprile? Un referendum importante. Da quattro giorni qui in “bottega” proviamo a ragionarne con un post ogni 24 ore. L’opposto insomma di ciò che fanno i “media di regime” (cioè quasi tutti). Oggi c’è una pagina su «Il fatto quotidiano» e l’invito – in prima pagina a votare sì: una voce fuori dal silenzio. Si può arrivare al 51 per cento ma bisogna che ognuna/o in questo mese circa faccia la sua parte e ricordi, informi, racconti in giro cosa accadrà se non si raggiunge il quorum – il piano di Renzi e dei suoi tanti fans è quello – o se si perde il referendum (in teoria possibile, praticamente impossibile). Contro la «dittatura del petrolierato», contro chi vuole giocare con le nostre vite. Aiutateci mandando alla “bottega” informazioni, storie, vignette, immagini… Noi posteremo tutto.
(**) Savina Dolores Massa partecipa alla campagna per il sì il 17 aprile a suo modo, cioè con un racconto-poesia. Se non la conoscete, guardate qui in “bottega” alcuni suoi scritti e le recensioni dei suoi libri, uno più bello dell’altro. (db)

lunedì 15 febbraio 2016

Undici - Savina Dolores Massa

dare un nome alle persone è il primo passo per farle esistere, per conoscerle.
gli undici morti erano vivi, sono stati bambini, sono cresciuti, sono voluti fuggire dal loro paese, non ne hanno visto altro, in un'agonia interminabile.
Baba, Amdy, Bilal, Laamin, Momar, Pape, Ibou, Djibril, Ibra, Mor, Sajoro sono gli undici sfortunati viaggiatori.
adesso sono nelle parole di Savina Dolores Massa, per sempre, sono comunque arrivati a noi, in qualche modo.
se vi piacciono le storie a lieto fine questo libro non fa per voi, non ci sono trucchi, si sa già dall'inizio.
cercate il libro, non ve ne pentirete.
buona lettura - franz



questo è il fatto da cui inizia il libro:
Barca di clandestini africani arriva ai Caraibi dopo 4 mesi nell’Atlantico
Una barca di sei metri, bianca, senza nome e senza bandiera. E’ un pescatore ad avvistarla alle cinque del mattino del 29 aprile a 76 miglia di Ragged Point, la punta più orientale delle isole Barbados. Dondola tra le onde, nessuno la governa, anche se a bordo s’intravedono degli uomini. Sono sdraiati sul ponte, immobili. Il pescatore chiama la Guardia Costiera. Alle sei della sera, la piccola barca bianca, trainata da una motovedetta, entra nel porto di Bridgetown. A bordo ci sono i corpi quasi mummificati di undici uomini neri.

(Giovanni Maria Bellu, La Repubblica, 4 giugno 2006)



Savina Dolores Massa si presenta:
Sono una donna venuta al mondo oltre mezzo secolo fa. Rabbrividisco solo a pensarlo. Fino al 1997 i miei soli gesti scritti si erano limitati ai temi scolastici, alle lettere d’amore, e ai diari adolescenziali. In compenso leggevo parecchio, infatti sono assai miope e astigmatica e presbite dagli ultimi anni. Non sono strabica, però certe volte il colore dei miei occhi rasenta il giallo: questo va detto ai fini della comprensione della mia scrittura.
Quando nel gennaio ’97 morì mio padre, mancava un quarto d’ora perché fossero le undici di notte. Non fu solo un dolore, fu uno schianto. Quando iniziai a perdonare la vera maleducazione della vita, quando iniziai a ritrovarmi passo e sorriso, lì divenni, ancora inconsapevolmente, scrittrice. Il volto, le smorfie, il carattere di babbo stavano penetrando in una foschia che mi atterrì. Dovevo salvarlo, tutto qui. Sapevo che la memoria non mi avrebbe sempre camminato accanto, ma la carta scritta poteva diventare immortale. Non mi sfiorò minimamente l’idea di pubblicare. Scrivevo “memorie” ogni giorno e ogni notte, ascoltando – ciascuno ha i propri deliri – Casta Diva. Capii anche che laddove i ricordi sbiadivano, sapevo inventare. Mi ritrovai un romanzo tra le mani senza capirlo tale. E poi poesie a centinaia. E ancora storie. Realizzai, impazzendo, che niente altro al mondo mi piaceva fare: raccontare. Intanto gli anni passavano. Lasciai lavoro, amici, fidanzati. Non avevo figli da accudire. Tutto in me mutò in maniera irreversibile. Se devo fare una dichiarazione idiota, qui la faccio: ero davvero felice solo nel gesto della creazione. Nel 2001 inviai due romanzi alla casa editrice Il Maestrale di Nuoro. Sapevo che davano una risposta in sei mesi. Attesi. Di mesi ne passarono alcuni in più. Nel frattempo non inviai a nessun altro, volevo per me solo Il Maestrale. Attesi gettandomi sul letto spesso, a piagnucolare il fallimento. Però scrivevo sempre, partecipando a concorsi poetici. Alcuni li vincevo. Arrivavo comunque finalista. Mi dicevo, Forse vali. Tuttora non saprei definire perfettamente il concetto di valere applicato alla mia persona, va beh.
Finché un bel giorno trovai una mail. Il mio PC si fece a stelle. Non mi avrebbero pubblicato, però – e questo era il motivo della ritardata risposta – non mi volevano perdere, semplicemente dovevo ancora crescere. Scrivi ancora, diceva la letterina. Non diceva, Prosegui a contare pecorelle quando non sai addormentarti.
Credo che in quel momento i miei capelli si fecero rasta soli soli. È vero, la sola scrittura mi indorava, ma la comprensione altrui di essa ancora di più: non faccio ipocrisia. Nel giugno 2006 iniziai a scrivere il romanzo Undici, dopo aver letto un articolo sul quotidiano La Repubblica. Il giornale narrava brevemente di undici giovani uomini neri ritrovati su una barchetta al largo dei Caraibi. Mummificati. Nessun nome, solo un’ennesima tragedia tra i mari. Quel divenire “quasi niente” su un articolo di cronaca mi offese. Cercai affannosamente dentro di me le loro voci, e giunsero. Fui undici vite, e memorie, e paure nell’oceano. Fui le loro morti. Credevo allora che mai sarei riuscita a rientrare in me stessa. Non mi sbagliavo. Ancora oggi io sono Sayoro, Baba, Bilal e tutti gli altri.
Inviai il nuovo manoscritto a Il Maestrale, contemporaneamente al Premio Calvino. Mentre l’editore valutava, Undici arrivò tra i finalisti al Premio. Il giorno della premiazione Torino sapeva di sperma in alcuni cespugli, non lo scorderò mai. Fui accolta festosamente dal Gruppo Lettori del Premio. Mi dissero d’aver scommesso su una mia lunga permanenza in Africa per poter scrivere Undici. Risposi, da piccola provinciale quale sono, Non mi sono mai mossa da casa.
Non vinsi il Calvino. Un Lettore desolato mi disse in confidenza, forse mentendo per consolarmi, La Giuria ha preferito favorire un giovane.
La sala delle premiazioni del Calvino ha lampadari a gocce immensi. Ricordo d’aver strizzato forte i miei occhi gialli affinché precipitassero sul tavolo dei Giurati. Invece restarono avvinghiati al soffitto. Fuori, quei particolari cespugli di Torino, sghignazzavano. Gli abbaini però erano bellissimi. Tornai comunque fiera di me nella mia isola, non ero sola: undici uomini mi baciavano le ossa.
Alcuni giorni dopo la casa editrice mi chiamò, Pubblicheremo Undici, ma non perché sei arrivata al Calvino. Lo pubblicheremo perché piace a noi.
Devo dirlo: dal telefono schizzò fuori un meraviglioso profumo di zagare. In quel momento mi sentii moglie, e figlia. Mio padre era tornato.
Quando il romanzo fu nelle librerie, ovviamente provai a nascondermi. Il giudizio mi atterriva. Quando si scrive si è soli, ed è rassicurante. L’esposizione della mia persona tramite pagine stampate mi imbarazzava peggio del mettermi in calze a rete accanto al fuoco di una strada.
L’unico luogo in cui potessi rifugiarmi per salvarmi, lo capii presto, fu me stessa. Così avvolta andai, di fronte a chi avrebbe imparato ad amarmi e a chi non ci sarebbe riuscito mai.


Una scrittura duttile e colloquiale caratterizza il romanzo; allo stesso tempo acuminata, per nulla convenzionale per originalità e sintassi; in cui avvertiamo rapprendersi improvvisa la parola, per farsi poesia e meta letteratura: “il buono del parlare sta nel divagare; nell’aprire altre strade, percorrerle, e tornare al punto da cui si è partiti solo se se ne ha realmente voglia, o se ne ha voglia chi ti sta ascoltando. Tu dovrai incantare, e pazienza se a volte ti sentirai addosso odore di fico stramazzato…” E ancora: “Sfido la Poesia a cantare la vita, qui, se ce la fa. Ora la folla dei poeti mi incute terrore. Che cantino le loro storie, loro. Cosa sono loro, loro mi appaiono in tremori di sensi immobili, narcotizzati o pulsanti in acidi odori d’urina di paura che è stata incontinente.”
Una scrittura sorprendente, spesso, questa di Savina Dolores Massa, che entra nel gorgo ematico di esistenze sconosciute per parlare a loro, come loro, e in nome loro con sensibilità rara, di sapienza antica così affine ad esse; da ascoltare e riascoltare, anche, come un monito indiretto, forte come un urlo nella notte, di questa nostra notte epocale: “Dovevamo restare a casa, tutti. Ciascuno dei nostri sogni potevamo realizzarlo in Africa. Nessun sapere nuovo poteva arricchirci, altrove”.
Questa è la loro lezione tardiva di sventurati; rivolta a noi per coglierla subito, per tempo, prima che sia troppo tardi.

…Con «Undici» l’autrice entra in sintonia con quegli 11 giovani africani traditi e mai arrivati a destinazione. Savina Dolores Massa, di Oristano (che con il suo libro è giunta finalista al Premio Calvino del 2007) ridà vita agli 11 morti rimasti in fondo alla barca. Con uno stile assolutamente lirico ricostruisce la storia di ognuno degli uomini rimasti confinati nello spazio angusto del paragrafo di un quotidiano.
L’autrice sa che i morti continuano a esistere nella memoria dei vivi: prende uno a uno gli 11 e, prima che sopraggiunga la morte, li fa raccontare. Ci dicono il loro nome, rivelano il vissuto quotidiano con i loro desideri e aspettative. Veniamo a capire i sogni che li accompagnano nell’abbandonare il loro villaggio.
Sono undici storie diverse, tutte raccontate a Saroyo, un griot, anche lui sulla barca. A sua volta, il griot (poeta conta-storie che mantiene viva la tradizione orale della sua terra) parla alla kora, il suo strumento musicale.
Negli undici capitoli del suo libro, Savina riesce a restituire la dignità agli undici morti. Undici anonimi diventano persone con un nome, con una provenienza (Senegal e Mali) persone che vengono ricordate. Gli undici acquistano, grazie alla scrittrice, una propria individualità che vibra nelle pagine del libro.
Uno dei compiti della letteratura è proprio questo: dare visibilità agli esseri che non esisterebbero se non venissero raccontati. La loro storia lascia la profondità del mare e si trasforma nel libro-testimonianza di Savina, la scrittrice che essendo sarda vive circondata dal mare. Lei va oltre la notizia del giornale, non fa tacere la sua emozione quando chiude il giornale perché deve esprimere la sofferenza del morire in una barca che affonda, lei che non era in barca.
Che libro intenso!
Chi legge «Undici» non potrà dimenticare la luce che emana dalla scrittura di Savina Dolores Massa. Le sue parole scivolano nello spazio bianco delle pagine come se respirassero quell’aria che era venuta a mancare a Baba, Amdy, Ibra, Djibril e gli altri.
Del suo libro Savina ci dice: «So che non è semplice definire Undici. In molti ci hanno provato. Qualcuno ha voluto paragonarlo a un dipinto. Altri a Omero. Altri a Edgar Lee Masters. Molti dicono che è scontroso e difficile. Altri che è troppo lirico. Altri che è indefinibile. Si dice. Ma sono convinta che ogni libro, conclusa la scrittura, smetta di appartenere al suo”creatore”. Divenendo proprietà del lettore, ogni cosa si può dire su di esso. Così come un quadro o una musica. Undici cammina di mano in mano, io raramente dico cos’è stato per me. A parte il mio personale “divenire” morto in mare per undici volte, e soffrirne le pene. In pochi comprendono questo».
Savina-griot-kora ha salvato gli undici africani dalla vera morte che è l’oblio.


lunedì 4 agosto 2014

non sarà che Grillo e Farage si raccontano troppe barzellette?


Grillo, Pinochet e la fine del mondo – Alessandro Robecchi

Si può pensare tutto il male possibile di Matteo Renzi, del presidente Napolitano, di Berlusconi Buonanima e di tutti gli altri, compreso il droghiere che sbaglia il resto e il cretino che vi tampona al semaforo. Ma una critica, per essere credibile e magari condivisa, dovrebbe restare all’interno del sistema solare, o almeno della galassia.

Quindi dire che Renzi e Napolitano sono “peggio di Pinochet”, come ha fatto ieri Beppe Grillo ha la stessa efficacia e la solida fondatezza di chi dice che giovedì ci sarà la fine del mondo, all’ora dello spritz. È che la politica è meglio maneggiarla con cura, come anche la Storia. Il rischio è di passare dalle pagine degli interni al colonnino di destra dei giornali on line. Ah, Napolitano e Renzi come Pinochet? Beh, sarà, ma il ghepardo che legge Shakespeare è più interessante.

La ferocia nell'anima non l'avevo mai provata. Ho molti da ringraziare. E aggiungo Grillo, buon ultimo, che invoca Pinochet. Ti dedico i morti cileni, coglione.

Meglio Pinochet di questi sepolcri imbiancati e bimbominkia assortiti.

Di me hanno detto di tutto i signori della sinistra, [...] che sono come quel dittatore argentino che faceva fuori i suoi oppositori portandoli in aereo con un pallone, poi apriva lo sportello e diceva: C'è una bella giornata, andate fuori un po' a giocare. Fa ridere ma è drammatico
da qui