Visualizzazione post con etichetta Afrin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Afrin. Mostra tutti i post

martedì 29 agosto 2023

Stupri e violenze di ogni genere nel cantone di Afrin preparano il terreno alla sostituzione etnica - Gianni Sartori

 

Da quando nel 2018 l’esercito turco ha invaso, con i suoi ascari jihadisti, il cantone di Afrin non si contano le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle truppe di occupazione. Nella prospettiva di un esodo imposto agli abitanti originari da sostituire con una popolazione filo-turca.

Che lo stupro fosse, oltre che un crimine di guerra e contro l’umanità, anche un’arma di guerra me lo aveva spiegato in dettaglio (come si suol dire “fuor di metafora”, di ogni possibile metafora) Bruna Bianchi una decina di anni fa (v. l’intervista del 2013)*.

Ovviamente ci sono guerre e guerre. Quelle di cui si parla e quelle su cui si preferisce stendere un velo (un sudario ?) poco pietoso.

Così avviene per l’occupazione di Afrin nel Nord della Siria,avviata nel 2018 da parte dell’esercito turco con i suoi ascari jihadisti.

Secondo quanto ha denunciato (durante una conferenza-stampa nel campo di Serdem, a Shehba, dove si affollano decine di migliaia di sfollati) una portavoce dell’’Organizzazione per i diritti umani di Afrin-Siria, in questi cinque anni almeno 99 donne sono state ammazzate, 74 violentate e oltre un migliaio rapite. E almeno una decina si sarebbero suicidate dopo aver subito maltrattamenti e umiliazioni.

Non esisterebbero invece al momento dati attendibili sulla pratica alquanto diffusa dei “matrimoni” forzati.

Ovviamente si tratta di numeri in difetto, quelli accertati.

Per un portavoce di Kongra Star potrebbe trattarsi solamente del 10% dei crimini effettivamente avvenuti.

Un quadro generale alquanto fosco alimentato, oltre da stupri e rapimenti, anche da torture e aggressioni sessuali di ogni genere, sia contro le donne in generale che contro i minori.

Di gran parte delle migliaia di donne sequestrate, rapite (di fatto “desaparecidas”, scomparse)non si conosce quale sia stato il destino.

In un comunicato letto da Heyhan Elî si sollecitano “tutte le organizzazioni internazionali in difesa dei diritti umani, le organizzazioni umanitarie femministe a compiere il loro dovere morale e legale di fronte ai crimini commessi contro la popolazione nei territori occupati del Nord della Siria. Gli autori di questi crimini, in particolare quelli contro le donne e i bambini, devono essere tradotti davanti a un tribunale.

Occorre inoltre esercitare ogni possibile pressione sullo Stato turco affinché ritiri le sue truppe dai territori occupati. Gli sfollati devono poter rientrare in sicurezza nelle loro terree le vittime devono poter usufruire di sostegno sia morale che materiale”.

La settimana scorsa un altro esponente dell’organizzazione, Mihemed Ebdo, aveva denunciato come dall’inizio del 2023 le violazioni dei diritti umani si fossero ulteriormente accentuate.

 “Lo Stato turco – aveva dichiarato – viola i diritti umani nella regione commettendo crimini di ogni genere: massacri, rapimento, stupri, saccheggi e distruzione dell’ambiente naturale”.

Complessivamente dall’inizio dell’anno i rapimenti documentati (in totale) sarebbero stati almeno 208, tra cui 24 donne e un minore (un tredicenne vittima di violenze sessuale).

Sempre nel 2023, tredici persone (tra cui tre donne) sono state assassinate dalle forze occupanti. Inoltre oltre 16mila alberi sono stati abbattuti, un altro migliaio sradicati e circa settanta ettari di terreno dati alle fiamme.

Su tali vicende era intervenuto in questi giorni anche Alif Muhammad, portavoce del Coordinamento del Kongra Star.

Denunciando in particolare un recente episodio, l’azione criminale compiuta daZakaria Bustani, un esponente del – cosiddetto – Consiglio locale del distretto di Jinderes (sempre nel cantone di Afrin sotto occupazione). Insieme al figlio, Nasr Bustani, si sarebbe reso responsabile dello stupro di una ragazzina di 14 anni rapita da casa sua minacciando di morte i presenti.

Sempre in agosto, le truppe di occupazione e i mercenari islamisti avrebbero violentato anche tre insegnanti di una scuola di Jarablus. Invece un capo della milizia Al-Sharqiya si sarebbe “limitato” a minacciare un cittadino di Janders di violentarne la figlia se non avesse versato un forte riscatto.

Stando ai dati forniti dal portavoce di Kongra Star tra luglio e agosto i mercenari filo-turchi avrebbero violentato almeno 20 donne e cinque bambini

Per non parlare del saccheggio (per poi vendere i reperti sul mercato nero) e della pura e semplice distruzione di siti storici come il tempio di Ishtar d’Ayn Dara, del mausoleo di Nebi Huri, della grotta di Duderi e della tomba di Mar Maron.

Scopo apertamente dichiarato, lo stravolgimento demografico della regione attraverso la realizzazione di colonie in cui insediare popolazioni filo-turche.

In questa opera di“genocidio culturale” Ankara può contare sul sostegno economico di Qatar, Kuwait, organizzazioni legate ai Fratelli musulmani (al-Ayadi al Bayda, Kuwait al-Rahma, Binyan al-Qatari…). E anche -spiace dirlo – di qualche organizzazione palestinese.

*nota 1: L’arma dello stupro

Intervista a Bruna Bianchi di Gianni Sartori – 02/09/2013

Alla fine di marzo 2013 l’Alto Commissariato forniva dati inquietanti sugli stupri nei campi dei rifugiati somali (si parla del 60% delle donne) mentre alcune Ong denunciavano l’esercito congolese per le violenze nel nord-est della RDC (sfatando l’idea che le violenze fossero opera solo delle milizie). Situazione sempre più drammatica anche per le donne siriane, vittime sia dei soldati governativi che dei combattenti ribelli. Stando alle dichiarazioni dei medici, sono in continuo aumento quelle che arrivano negli ospedali libanesi. Ma soltanto se incinte, altrimenti lo stupro subito rimane una “vergogna” privata. Ne abbiamo parlato con Bruna Bianchi, docente di Storia Contemporanea (Università Cà Foscari di Venezia).

1) D. A quasi 40 anni dalla pubblicazione di Against our will di Susan Brownmiller che denunciava lo stupro come “arma repressiva” nei confronti delle donne, le cose non sembrano essere cambiate. Un suo parere…

1.      Lo stupro è onnipresente, non solo nelle situazioni citate, tanto in pace quanto in guerra. Le donne migranti che dal Messico cercano di attraversare illegalmente la frontiera con gli Stati Uniti, prima di partire prendono anticoncezionali sapendo che quasi certamente verranno violentate. Rientra nella loro condizione in quanto donne sole o comunque in una situazione di debolezza, come quelle nei campi profughi. In tutte le guerre civili contemporanee, il cui scopo è quello di distruggere un’organizzazione sociale, sradicare o annientare una comunità, gli stupri hanno raggiunto un’ampiezza e una ferocia estrema.

Le donne, soprattutto in tempo di guerra, mantengono i legami della famiglia e della comunità e quindi occupano un posto particolare in questa logica della distruzione. Ucciderle e degradarle si è rivelata una strategia militare efficace per diffondere il terrore, costringerle alla fuga, rendere impossibile il ritorno.

2) D. Cosa ha rappresentato, anche simbolicamente, lo stupro in situazioni di conflitto come i Balcani, il Ruanda o la Repubblica democratica del Congo?

1.      Violentare, occupare il corpo della donna significa conquistare simbolicamente un territorio (quindi lo stupro conquista, degrada, ripulisce lo spazio). Nei Balcani, negli anni ’90, tutti i gruppi etnici se ne sono resi colpevoli. L’opinione pubblica è rimasta particolarmente colpita dall’orrore dei “campi di stupro” organizzati dai serbi con lo scopo di far nascere “piccoli cetnici” da donne bosniache musulmane in base al pregiudizio che solo gli uomini possono trasmettere l’etnia. Si contava sul fatto che le donne, considerate “contaminate”, sarebbero state rifiutate dalla loro comunità e i figli abbandonati ad un destino di marginalità. In Ruanda invece molti bambini nati da stupro sono stati arruolati nell’esercito. Per queste ragioni oggi si parla di stupro come crimine contro l’umanità, crimine di genere e contro l’infanzia.

In Congo il fattore determinante è il controllo delle risorse minerarie e quindi, ancora una volta, sfruttamento del territorio. Gli stupri esprimono volontà di terrorizzare, umiliare, imporre il senso dell’inesorabilità di un destino di sottomissione totale e renderlo manifesto attraverso l’umiliazione della donna, la sua disumanizzazione. Lo stupro inoltre  rafforza lo spirito di complicità maschile, esalta il potere e l’autorità come valori inscritti nella virilità. Nella cultura dominante il corpo femminile è una risorsa da sfruttare. Pensiamo al lavoro agricolo, svolto nel mondo in gran parte dalle donne, al traffico di ragazze a scopo matrimoniale, al turismo sessuale o alla prostituzione.

3) D. Sulla prostituzione, anche in ambito femminista, non c’è sempre pieno accordo, o sbaglio?

1.      La prostituzione è una forma estrema di sfruttamento e oppressione, un turpe mercato alimentato da povertà e discriminazione che riduce ogni anno in schiavitù sessuale 5milioni di donne, di cui un milione di bambine. Esse sono inviate per lo più nei paesi occidentali dove l’accesso a prestazioni sessuali a pagamento ha avuto una crescita esponenziale. E’ considerata una servitù irrinunciabile, socialmente accettata e coperta dai media che riducono la questione alle “donne sfruttate” da un lato e a “pochi sfruttatori” (quelli che gestiscono i traffici) dall’altro. Una parte significativa della giurisprudenza femminista considera la prostituzione come tortura in quanto l’uso del corpo delle donne a fini di piacere rientra nei “trattamenti disumani e degradanti”. Esistono poi altre correnti di pensiero femminista che invece parlano di sex work, forse pensando di sottrarre le donne alla svalorizzazione.

4) D. A suo avviso è possibile tracciare una linea di demarcazione tra i metodi adottati dagli eserciti o dalle milizie comunque legate al potere (gruppi etnici dominanti o strumento di interessi economici) e quelli dei “movimenti di liberazione”? Ho in mente i gruppi guerriglieri latino-americani del secolo scorso o le milizie libertarie nella guerra civile di Spagna che semplicemente fucilavano gli stupratori (soprattutto quando provenivano dai loro ranghi)?

1.      Ritengo che quando si prendono le armi sia difficile sfuggire allo spirito del militarismo. In Guatemala, ad esempio, sia l’esercito che i gruppi paramilitari e i guerriglieri che si resero colpevoli di stupro condividevano la stessa immagine della donna, simbolo della terra e oggetto di appropriazione e anche di protezione. Le donne riproducono la nazione fisicamente e simbolicamente, incarnano la moralità di una comunità, mentre gli uomini la proteggono, la difendono e la vendicano. Il corpo femminile è il luogo simbolico del territorio della nazione, sia per lo stato che per i movimenti identitari, oggetto della protezione o dell’esecrazione maschile. La concezione maschile della vergogna e dell’onore è un nodo cruciale per comprendere le dinamiche degli stupri di massa. Si pensi alla Partizione dell’India quando tra 75mila e centomila donne furono violentate e rapite e molte altre furono uccise o spinte a togliersi la vita dai propri famigliari per non essere stuprate dagli uomini dell’altro gruppo religioso.

5) D. Esiste poi un’altra faccia della medaglia. La sua opinione sulle donne addestrate e arruolate nell’esercito afgano e presentate all’opinione pubblica come esempio di “emancipazione”?

1.      Vedo un rischio di un uso disonesto e retorico delle donne-soldato in Afghanistan non solo da parte di chi le arruola, ma anche di chi dice “in fondo ora ci sono le donne-soldato, anche le donne possono essere militariste, violente…”.

In tutte le società l’ordine simbolico dominante è quello maschile. Pensiamo all’enfasi su concetti come autonomia, indipendenza, competizione. Tutto ciò che è legato agli affetti, al quotidiano, alla responsabilità per la vita, alla cura è svalutato. Non esiste più l’ordine simbolico della madre e il lavoro domestico e di cura delle donne è invisibile, non pagato, svalorizzato. In un certo senso le donne costituiscono una casta, destinate per nascita a un lavoro senza valore. Non vedo quindi come ci si possa stupire se alcune accolgono i valori dominanti.

6) D. Volendo individuare i fattori economici all’origine dell’oppressione subita dalle donne, contro chi punterebbe il dito?

1.      Tra le opere che hanno dato un contributo decisivo alla conoscenza della posizione delle donne nella società antica non si può non menzionare The living goddesses dell’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas. Il volume dimostra che nell’Europa antica nell’arco di alcuni millenni (dal 7000 al 3000 a.c.) si erano sviluppate diverse società matrifocali nelle quali la donna, associata in quanto madre alla natura, portatrice di vita e di morte, aveva un ruolo fondamentale a livello simbolico e religioso, così come nella pratica sociale. La studiosa descrive queste culture, poi quasi completamente distrutte con le invasioni delle popolazioni indoeuropee, come pacifiche, prive di gerarchie e di forti differenze di classe. Altri studi hanno disegnato un quadro che in parte rientra nelle linee tracciate da Engels. L’egualitarismo originario e la condizione delle donne iniziarono a declinare quando esse persero la loro autonomia economica, quando il lavoro delle donne, inizialmente pubblico nel contesto delle comunità o dei villaggi, fu trasformato in un servizio privato nei confini della famiglia.

D 7) Tale trasformazione è da considerare più un frutto della natura umana o della cultura?

1.      Come femminista rifiuto la dicotomia tra natura e cultura. Il femminismo, e in particolare l’eco-femminismo, hanno criticato il pensiero oppositivo. E’ impossibile separare la natura dalla cultura; si pensi alle prime relazioni delle donne con l’ambiente naturale. Spinte dalla volontà di nutrire e proteggere i figli, le donne svilupparono la prima vera relazione produttiva con la natura; in questo processo acquisirono una conoscenza profonda delle forze generative delle piante, degli animali, della terra e la tramandarono, ovvero crearono la società e la storia.

8)   D. Questo per la cultura. Diversa invece la posizione dell’eco-femminismo nei confronti della tecnologia, estranea se non ostile alla natura. Un atteggiamento in cui colgo alcune affinità con il pacifismo e l’ecologismo radicale; in parte anche con l’antispecismo…

1.      A partire dal dilemma ambientale contemporaneo e dalle sue connessioni con la scienza e la tecnologia, l’ecofemminismo ha ricostruito il processo di formazione di una visione del mondo e di una scienza che, riconcettualizzando la natura come una macchina anziché come organismo vivente, sanzionarono il dominio dell’uomo sulla natura e sulla donna. La percezione della natura come materia inerte si rese necessaria per eliminare ogni remora morale allo sfruttamento accelerato e indiscriminato delle risorse naturali e umane. Riducendo gli esseri viventi a macchine da studiare, su cui sperimentare, separando ragione ed emozione e stabilendo la supriorità della razionalità astratta, il pensiero scientifico dissocia l’uomo dalla donna, gli animali, la natura; femminilizza la natura e naturalizza le donne. La natura e le donne esistono per i bisogni degli uomini. Storicamente il mondo degli uomini è stato costruito in opposizione al mondo della natura e a quello delle donne. Essere uomini significa dissociarsi dal femminile e da quello che rappresenta: vulnerabilità, cura, inclusione. La mascolinità può essere raggiunta attraverso l’opposizione al mondo concreto della vita quotidiana, fuggendo dal contatto con il mondo femminile della casa verso il mondo maschile della politica o della vita pubblica.  Questa esperienza di due mondi giace al cuore dei dualismi oppositivi.

9) D. E per il futuro? Vede qualche possibile alternativa allo stato di cose presente?

1.      Il futuro di una comunità veramente umana richiede che gli uomini, per preservare la loro stessa umanità e dignità, vogliano e sappiano riconoscere e far propri i valori della produzione e del sostegno della vita, cambiare il modo di pensare, di essere nel mondo e nella relazione con le donne, rifiutino la violenza. Per quanto riguarda i movimenti, al momento attuale tra femministe, pacifisti, ambientalisti, antispecisti (ma penso anche a chi si batte per i diritti dell’infanzia, contro lo sfruttamento minorile, in difesa delle minoranze, degli indigeni…) manca la connessione. Da questo punto di vista il caso del Congo – da cui eravamo partiti – appare emblematico: di fronte alla violenza sugli inermi, donne e bambini, alla distruzione delle foreste, all’estinzione degli animali, alla tragedia dei profughi non è più consentito avere sguardi parziali, occorre connetterli, sia a livello teorico che pratico.

da qui

giovedì 30 giugno 2022

Una domanda fratello - Alessandro Ghebreigziabiher

Una domanda.Solo una domanda.

Vorrei farti solo una domanda, fratello, che in quel di Melilla hai perso la vita, che hai perso un amico, un fratello vero e proprio, che hai perso la speranza nell’umanità, o di ciò che ne resta in ciascuno di noi, nel presente, ancora prima che nel futuro, nel destino, in qualsiasi divinità a portata di compassione, altro che orecchio... ma cosa dico? A portata di una mano che si tende solidale, magicamente umana nei tuoi confronti, e ti aiuta ad alzarti da una Storia sbagliata, insensata, crudele e spietata. Restituendo il mal tolto e il ben preso come se fossero entrambi un diritto divino.
Vorrei farti una domanda una volta per tutte, una sola, anche se sono convinto di conoscerne già la risposta, fratello. Sarà forse una mera questione di origini, la mia, ovvero è ciò che mi capita di pensare talvolta, ma non è la migliore come spiegazione. Preferisco la versione ottimista, il più delle volte, che mi induce a credere che certe cose possono risultare evidenti a chiunque, a prescindere dalle differenze costruite a follia e ottusità, più che tavolino.
È da tempo che vorrei fartela, forse perché avrei voluto farla a mio padre quando era ancora tra noi, ma non ne ho avuto probabilmente il coraggio, oltre all’occasione giusta.
Perché sai, sin dal primo istante in cui si è palesata al riparo della mia testa ormai canuta, non ho potuto fare a meno di pensare al paese in cui sono nato e il vecchio continente nel mezzo del quale è bizzarramente disegnata. Ogni giorno che passa la domanda di cui sopra si è fatta più impellente, squillante, urgente. E, soprattutto insieme alla sua risposta, di estrema utilità per ciascuno di noi altri da queste parti.
Da quella primissima volta sino a oggi, più passo il tempo a osservare la società in cui sono venuto alla luce per merito della sana utopia dei miei - solo in apparenza - così diversi genitori, al netto dell’ancora sopravvalutato colore della pelle, e altrettanto si allunga la lista delle cose che a mio avviso non funzionano o funzionano in modo ingiusto.
Nel mentre un anno dopo l’altro è sfilato via come i foglietti del calendario nelle animazioni di una volta, ho saltato a piè pari un secolo, e oramai ben oltre il giro di boa di una vita di cui sono comunque grato, mi guardo attorno e non riesco a non preoccuparmi.
Perché l’Europa è in guerra, fratello, e da molto prima dell’invasione dell’Ucraina.
Perché questa terra sta letteralmente bruciando da un bel po’, anche se in molti se ne rendono conto appieno soltanto quando il puzzo di bruciato riguarda qualcosa che gli appartiene. Come se tutto il resto, ormai in cenere, fosse roba dello spirito santo.
Come se, in altre parole, a prescindere dalla classe non fossimo passeggeri a bordo della medesima nave in serie difficoltà.
Perché questo pugno di Stati, diviso e sempre più in acceso conflitto con il resto del mondo, è a sua volta formato da nazioni altrettanto spaccate, dimostratesi col tempo capaci di costruire muri invece che ponti su ogni argomento immaginabile, ovvero delirabile, se mi lasci passare la parola inventata.
Perdona se il sottoscritto passa buona parte del suo tempo a inventare parole proprio per questo, fratello. Mi sono detto che quelle normali non bastano più  per cercare di mostrare ciò che vedo, con il risultato minimo di sperare in un pizzico di condivisione, ancora prima che cambiare davvero le cose. Anche perché le parole, vere o meno, non ci riescono mai. Solo le persone, e non tutte, possono tanto.
Ciò nonostante, quando la magia della pagina che pare riempirsi da sola si esaurisce mi riaffaccio alla finestra di cui sopra e ciò che osservo a occhio nudo mi angoscia ancora più della volta precedente.
Eppure, nonostante ovunque nel mondo oramai tutti possano guardare con gli stessi occhi il desolante stato di salute di questo anziano dinosauro in poltrona, abitato da gente impaurita da se stessa e delimitato da fil di ferro e idiozia, come il mitico Ulisse tu insisti ad attraversare ogni pericolo narrabile per arrivare fin qui.
Allora, caro fratello, permettimi di chiedertelo, e ti prego, rispondi a gran voce e con dovizia di dettagli in modo che tutti comprendano nel profondo il senso di quelle orrende immagini: quanto devono essere terribili al confronto il luogo e la vita da dove sei fuggito?

da qui

lunedì 4 gennaio 2021

Il peggior crimine di Trump non può essere dimenticato - Patrick Cockburn*

  

In seguito alla vittoria di Joe Biden nelle ultime elezioni Usa, Patrick Cockburn, attraverso una testimonianza diretta da Afrin, mette nero su bianco quanto sta succedendo nel Nord Siria occupato dalla Turchia e dai miliziani jihadisti. In un raro esempio di accusa all’operato di Turchia e Usa in Siria, la speranza è che con il cambio di amministrazione negli Stati Uniti ci sia anche la possibilità di un cambio di linea nei confronti della Turchia. Traduzione Marco Sandi.

 

É senza dubbio il peggior crimine commesso da Donald Trump nei suoi anni di presidenza alla Casa Bianca. Egli, nell’ottobre 2019, ordinò alle truppe Usa di ritirarsi dalla Siria del Nord, di fatto dando il via libera all’invasione da parte della Turchia di quel pezzo di Siria, e rendendosi co-responsabile dell’assassinio, dello stupro e dell’espulsione di migliaia di curdi, che abitavano quella regione.

E 18 mesi prima, Trump non aveva fatto nulla quando l’esercito turco occupò l’enclave curda di Afrin e rimpiazzò la sua popolazione con jihadisti arabi siriani.

É, sfortunatamente, improbabile che Trump subirà mai un processo per queste sue decisioni, ma se mai dovesse farlo, la sua complicità nella pulizia etnica dei curdi siriani dovrebbe essere la prima nella lista delle accuse. Quella decisione fu di per se un atto diabolico ma fu anche un tradimento di un alleato affidabile come le Forze Democratiche Siriane che stavano chiudendo il cerchio contro il nemico comune Isis giusto quando venne invasa Afrin.

Il tradimento di Trump allora provocò troppo poca indignazione a livello internazionale, ma certamente quel gesto fu causa diretta di omicidi, rapimenti, sparizioni ed espulsioni di centinaia di migliaia di persone dalle loro terre.

Tragedie di questa scala si offuscano rapidamente nella mente delle persone perché non comprendono le atrocità che vanno al di fuori della propria esperienza personale e che possono devastare la vita di così tanti individui. I perpetratori di questa violenza estrema e i loro facilitatori, come Trump, cercano da sempre di confondere le acque con negazioni improbabili finché le notizie e i media non spostano l’attenzione su altro e rimangono solo le vittime dei crimini a ricordarli.

Ho scritto molto sulla pulizia etnica subita dai curdi nel Nord-Est della Siria ad opera dei turchi nelle due separate invasioni del 2018 e 2019, ma senza risultati tangibili. Infatti ben presto divenne impossibile per i reporter indipendenti visitare Afrin o le zone occupate intorno alle città di Tal Abyad e Ras al-Ain. Ma finalmente, la settimana scorsa, sono riuscito a contattare via internet una testimone ad Afrin la quale ci consegna una cupa, ma allo stesso avvincente, testimonianza della sua personale esperienza di pulizia etnica.

Il suo nome è Rohilat Hawar, ha 34 anni, è madre di 3 figli e lavorava come insegnante di matematica nella città di Afrin prima dell’attacco turco. Provò a fuggire nel febbraio 2018, perché “c’erano bombardamenti aerei turchi tutti i giorni”, ma le fu rifiutato l’ingresso nei territori controllati dal governo siriano che doveva attraversare per raggiungere le altre aree sotto il controllo dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord.

Tornò quindi ad Afrin dove la sua casa era stata già saccheggiata e dove ora si trovava intrappolata. Rohilat riporta che le bande degli jihadisti sostenute dalla Turchia sparano a chiunque provi a lasciare la città: “Una mia amica è stata uccisa insieme alla figlia di 10 anni mentre tentava la fuga”. Allo stesso tempo, i miliziani rendono impossibile la vita ai curdi rimasti.

Essendo una dei pochi curdi rimasti nel suo vecchio quartiere dove quasi tutte le abitazioni sono state occupate da jihadisti di lingua araba e dalle loro famiglie, Rohilat non osa parlare curdo per strada. Ha scoperto che i militari turchi considerano tutti i curdi dei “terroristi”, ma che i miliziani jihadisti sono ancora più pericolosi perché pensano che i “curdi siano pagani miscredenti che dovrebbero essere uccisi in nome di Dio”.

Rohilat non ha avuto altre alternative che indossare un hijab, indumento che solitamente le donne curde non portano, per evitare le continue vessazioni dei suoi vicini jihadisti arrivati da altre parti della Siria. Ha presentato anche un ricorso alle autorità turche ma la risposta è stata, come è possibile immaginare, di rispettare le norme sociali del quartiere e quindi di indossare sempre l’hijab. “I miei figli all’inizio mi prendevano in giro, ma ora si sono abituati.”

I pochi curdi che continuano a sopravvivere ad Afrin sono senza difese e continuamente vessati dai miliziani. Di episodi in cui le donne curde vengono molestate dai jihadisti armati se ne possono raccontare a centinaia.

Nelle due zone curde occupate nel nord della Siria la punta dell’iceberg dell’occupazione è rappresentata da miliziani arabi, i quali sonore la maggior parte jihadisti provenienti da altre parti della Siria. I curdi di Afrin erano per la maggior parte contadini, coltivavano frutta e verdura ma, più di tutto, coltivavano olive. Dalla testimonianza di Rohilat si evince che gli occupanti tagliano sistematicamente gli ulivi per farne legna da ardere, distruggendo così l’economia locale. Il risultato di questa pratica è che la maggior parte dei beni deve essere importato e quindi venduto ad un prezzo maggiore.

Lasciando il controllo del territorio a maggioranza curda ai miliziani jihadisti, il governo turco si assicura così la pulizia etnica della zona senza però risultarne direttamente l’esecutore e, allo stesso tempo, il mandante. Fino a poco tempo fa, i miliziani venivano pagati circo 100 dollari al mese dalla Turchia per le loro attività, ma spesso essi integrano la loro paga con furti e saccheggi nelle proprietà curde mentre l’esercito turco che dovrebbe controllare il territorio spesso chiude un occhio.

Da agosto la paga dei miliziani è stata ridotta e le pattuglie di militari turchi sono più attive nel controllo sui saccheggi e sui furti. Lo scopo di tale livello di controllo dopo anni di occhi chiusi è quello di persuadere i miliziani ad arruolarsi volontariamente per combattere come proxy in Libia oppure contro gli armeni in Nagorno-Karabakh. E molti di essi sono stati uccisi nei combattimenti. Rohilat ha visto con i suoi occhi numerosissime tende tradizionali allestite per il lutto degli uomini caduti sui vari fronti, nonostante i corpi non rientrino per il funerale.

A parte l’insicurezza cronica, Rohilat deve far fronte alla rapida diffusione del  coronavirus ad Afrin. Essa stessa ha contratto il virus, essendo risultata positiva dopo un controllo in una struttura medica turca ma, a causa dell’insicurezza, lei e molte altre persone si rifiutano di farsi curare negli ospedali militari turchi dai quali pochissime persone ritornano vive. Essi rimangono quindi in casa e si curano con paracetamolo e mangiando lenticchie e zuppe di cipolla. Lei stessa non può permettersi l’acquisto di mascherine e altro cibo al di fuori del pane, con i pochi soldi che i figli riescono a racimolare al mercato oppure attraverso piccole somme di denaro inviatele dai parenti in Turchia ogni tot di mesi.

Un cupo futuro pende sulla vita di Rohilat, la quale si considera una sopravvissuta mentre altri curdi sono dovuti scappare, oppure vivono in campi profughi, altri invece sono stati uccisi, alcuni tenuti come ostaggi per il riscatto o alcuni sono semplicemente scomparsi.E la campagna del governo contro i curdi siriani sembra proprio non trovare fine, al contrario il Presidente turco Erdogan continua a minacciare di lanciare una nuova operazione militare che potrebbe terminare con le definitiva pulizia etnica della popolazione curda.

Forse l’unica buona notizia per queste popolazioni può essere la vittoria nelle elezioni Usa di Joe Biden che, in linea teorica, riduce sensibilmente le possibilità di un lasciapassare americano per una nuova operazione turca nel Nord Siria. Quando Trump e la sua velenosa squadra avranno lasciato il potere, sarà doveroso ricordare e non perdonare i responsabili di quelle politiche che in Siria hanno inflitto un’inestimabile miseria su un numero altissimo di persone che prima vivevano delle vite serene.

 

*Patrick Cockburn è un opinionista del quotidiano inglese The Independent. Esperto di Siria, Iraq e Medio Oriente ha per anni scritto reportage sulla situazione siriana, avendo coperto anche l’ascesa di Isis nel 2014. Insieme al compianto Robert Fisk formavano una coppia di penne di eccellenza nell’analisi politica e sociale delle difficili dinamiche medio-orientali.

 

da qui

venerdì 30 marzo 2018

Anna, Samuel e gli altri: quei giovani europei morti in Siria per difendere Afrin e la libertà dei curdi – Paolo Gallori




Per circa un anno, tra l'estate del 2014 e quella del 2015, i curdi hanno davvero coltivato il sogno di poter bussare alla porta della storia e finalmente vedersi aprire. Quando le milizie curdo-siriane dell'Ypg respingevano l'Isis a Kobane e i curdi di Turchia entravano in Parlamento per la prima volta. Quattro anni dopo, il tempo degli eroi per i curdi è finito e tutto è cambiato da Kobane ad Afrin, a cominciare dal 'nemico': allora era l'Isis, oggi è l'esercito di Erdogan. La Ue si è tirata fuori perché la Turchia garantisce (a pagamento) il blocco ad Oriente delle "invasioni" dei profughi siriani e dei migranti verso l'Europa. Gli Usa di Trump perché le sue basi in Turchia sono troppo importanti per contestare l'alleato Nato.
In questo isolamento si decidono anche i destini di quei giovani europei che per motivazioni diverse sono rimasti in Siria al fianco dei curdi. Ci sono i militanti dell'estrema sinistra, i rivoluzionari, gli anarchici. Chi è stato conquistato dal confederalismo democratico teorizzato da Ocalan, un progetto di società che guarda alle comunità, alle municipalità più che allo Stato, dove tutto si decide nelle assemblee. I "semplici" innamorati del desiderio altrui di libertà. Insieme, costituiscono l'International Freedom Brigade, il braccio "internazionale" della resistenza curdo-siriana. Anche per loro, il tempo degli eroi è finito. C'è chi è riuscito a tornare a casa. Queste, invece, sono le storie di quelli che non ce l'hanno fatta…

continua qui

mercoledì 21 marzo 2018

24 MARZO #GLOBALACTIONFORAFRIN



Il 20 di Gennaio è iniziata l’invasione del cantone di Afrin. Questo territorio, collocato nella parte occidentale della Federazione Democratica della Siria del Nord, è stato bombardato senza pietà da cacciabombardieri, artiglieria e ogni tipo di armamentario moderno che porta il marchio della Nato. L’esercito Turco, al fine di non sporcarsi le mani e cancellare il numero di morti dalle sue statistiche, sta conducendo l’attacco servendosi di milizie jihadiste. Queste milizie, che in principio facevano parte di Al-Qaeda e che nel 2014 si sono riorganizzate nella forma di Daesh, vanno oggi sotto il nome di FSA. Le immagini brutali che gli invasori stanno pubblicando sui propri social media, così come le chiamate rumorose alla guerra contro gli infedeli, al grido di “Allaha Akbar”, ci ricordano che il Rojava sta ancora combattendo lo stesso nemico che ha già sconfitto a Kobane e Raqqa. Ma questa volta, la bandiera dietro cui avanza è quella del secondo più grande esercito della NATO. Del resto, in molte immagini la bandiera nera di Daesh è stata avvistata insieme alla bandiera rossa della Turchia. Molti combattenti, uccisi in battaglia dalle forze di auto-difesa che stanno resistendo ad Afrin, sono stati senza dubbio identificati come comandanti di Daesh.
Il dittatore fascista e misogino dello stato turco, Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato pubblicamente che, attraverso questa invasione ai danni di un territorio autonomo all’interno di una nazione sovrana, si augura di “restituire Afrin ai suoi veri proprietari”. Dietro questa messinscena, si sta effettivamente portando avanti una pulizia etnica e un genocidio ai danni del popolo Curdo e di altre minoranze che vivono ad Afrin da tempo immemore. Afrin è stato uno dei pochi territori che hanno relativamente goduto di una situazione di pace durante la sanguinosa guerra che imperversa in Siria negli ultimi sette anni. Molte famiglie sfollate dalla guerra hanno trovato rifugio in questo territorio. In questo momento, Erdogan sta provando ad approfittare di questa instabilità e della sofferenza che attanaglia la popolazione della Siria per legittimare la sua sete imperialista di potere, sognando di riconquistare i territori che una volta erano occupati dall’impero Ottomano.
La comunità internazionale sta chiudendo gli occhi di fronte alle continue richieste di aiuto che arrivano da Afrin. Il ritiro delle truppe russe che stazionavano ad Afrin ha dato il via libera all’invasione e ha mostrato la complicità della Russia con lo stato turco. Ad ogni modo, non è minore la complicità degli stati membri della NATO. Questi ultimi stanno permettendo alla Turchia di utilizzare armamentari e tecnologie occidentali per massacrare civili. La Federazione democratica della Siria del Nord è stata la principale forza di opposizione alla barbarie islamista di Daesh, ma ciò sembra essere irrilevante per quei governi che, fin dal 2014, avevano condannato ogni massacro rivendicato dalla propaganda di Daesh. Il 24 Febbraio, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha unanimemente adottato una risoluzione per una tregua in tutta la Siria. Ciò ha offerto un barlume di speranza per evitare altri massacri di civili. Nonostante questo, resta innegabile il silenzio seguìto all’intensificazione degli attacchi turchi.
D’altra parte, il regime baathista di Bashar Al-Assad’s, dopo aver dichiarato che non avrebbe mai permesso l’invasione di suolo Siriano da parte della Turchia, ha dimostrato la propria incapacità di affrontare l’aggressione. Malgrado un sistema antiaereo potrebbe fermare gli attacchi della forza aerea turca, il regime ha richiesto ad Afrin di sottomettersi completamente allo stato siriano e rinunciare alla propria autonomia, che è stata ottenuta attraverso il processo rivoluzionario che ha avuto luogo in Rojava negli ultimi anni. Non ci sono dubbi che questa invasione sia il risultato degli accordi di Sochi tra Assad, la Russia e la Turchia. L’esercito Arabo Siriano ha scelto di evitare ogni confronto diretto che potrebbe opporsi ai piani di Erdogan e di abbandonare le forze siriane democratiche. La sua dipendenza dalla Russia e la sua ostilità nei confronti della Federazione Democratica della Siria del Nord sta permettendo alle forze jihadiste neo-ottomane di occupare Afrin.
La situazione è critica. Le forze di occupazione sono ai cancelli della città. Una città che offre riparo non solo ai suoi abitanti, ma a molti rifugiati che hanno lasciato i propri villaggi dopo la distruzione causata dai bombardamenti turchi. Oltre ai bombardamenti massicci, sono stati registrati attacchi chimici contro i civili, in particolare con cloro gassoso. E ancora, questa non è che l’immagine di una parte sola del disordine provocato: anche le infrastrutture vitali alla sopravvivenza della popolazione civile sono state volutamente attaccate. Una settimana fa la Turchia ha interrotto la fornitura di acqua e elettricità alla città, costringendo i residenti a fuggire. L’assedio continua e la popolazione va incontro ad un massacro imminente. Ieri si trattava dell’ISIS a Kobane, oggi dello stato turco ad Afrin.
La Comune internazionalista del Rojava, tenuto conto di tutti questi avvenimenti, si unisce alle molteplici iniziative di solidarietà con Afrin. Esortiamo tutte e tutti a unirsi in una giornata di azioni e solidarietà globale, come quello che ebbe luogo l’1 Novembre 2014 per Kobane. E come kobane, Afrin resisterà, Afrin vincerà.
Il #WorldAfrinDay avrà luogo Sabato 24 Marzo. La solidarietà con Afrin sarà ricevuta e sentita da tutto il mondo, per provare che Afrin non è sola e che il progetto democratico e antipatriarcale che vive ad Afrin sarà difeso dal mondo intero.
#WorldAfrinDay
Long live international solidarity
Biji Berxwedana Afrin

Il mondo di Zerocalcare fuori dai fumetti